L'ASS0C1AZI0NE per un anno anticipati f. 4. Si pubblica ogni sabato. Alcuni versi del 1421 in onore del Beato Nazario Protoepiscopo di Giustinopoli. Nelle guerre frequentissime del secolo XIV, trat— tate piu spesso che non sarebbe stato desiderio, in que-sta ultima estremita deli' Adriatico, solevano i vincitori recare in pati ia tra le spoglie dei vinti, anche i corpi dei Santi protettoii, mossi dalla credenza che i Santi di Dio avrebbero intercesšo per quelli che ne avevano in potere i saeri avanzi. I modi adoperati per venire a pos-sesso dei saeri corpi, non erano ne i piu legittimi, ne i piu rispetlosi, perche non era insolito che la soldatesca irrompesse nei saeri ternpli, spezzasse le arche marmo-ree, e ponesse le mani aneor sanguinolenti sulle sacre reliquie. Intorno il 1380 i Genovesi poste a ferro e fuoco le citta deli' Istria, fecero in Capodistria cio che in epo-che di poco anteriori avevano fatto a Parenzo, a due Castelli, ed in altri luoghi, cio che avevano fatto in quest'anno medesimo aRovigno; levarono i Santi Corpi. Ouelli di S. Nazario e di S Alessandro Papa navigarono a Genova, da dove si riebbero nel 1422, con quale gioia dei Giustinopolitani, che il tennero sempre per loro pa-trono principale, non e a dirsi. Fu in questo incontro che vennero deltati alcuni inni, destinati, come seinbra, a venire cantati in chiesa, contenenti le lodi del Santo, i miracoli che opero, le preghiere che a Iui si facevano. Noi li diamo, quali po-temino leggerli in manoscritto contemporaneo, aggiun-gendovi altri versi pure di quel tempo, e per la stessa circostanza. Non abbiamo perduta ogni speranza di giungere alla leggenda antichissima che narri le gesta di S. Nazario, siccome giungemmo a quelle preziosissime dei ,Santi triestini, e speriamo di vedere fatti di pubblica fagione anche quegli inni e quelli antifonari che certa-mente furono in uso nella Chiesa Giustinopolitana priina che lasciato il proprio rito adottasse quello della Madre-chiesa. Egli e pressochč irnpossibile che Capodistria, ce-lebre per dotte persone, zelante della fede e del culto, ricca |altra\ »lta di Monasteri, e da tempi remoti, abbia tenuto in 51 poco conto le memorie del Santo suo protet-tore, da non averne ne copia, ne traccia; mentre Trieste conservo le leggende tutte, e 1' antico Breviario, e le memorie tradizionali concordi alle memorie seritte. II Manzioli nelle sue Vite dei Santi istriani, non ommise S. Nazario; ma piuttosto che le gesta di questo narro 1' invenzione del Sacro corpo, la quale si suoi ri-ferire al 600, ma che piu verosimilmente potrebbe dif— ferirsi fino al secolo XIII. Esso Manzioli ebbe cura di registrare i miracoli da lui operati, dei quali si fa pure menzione nelle poesie che si danno alle stampe, e cer-tamente non per caso si veggono registrati, nello stesso ordine osservato dali' inno. Fidiamo che la divulgazione di questi inni sia oc-casione a veder uscite piu precise notizie sui Santo. Ad Vesperas. Plausibus laetis canat omnis aetas Sacra Nazari monimenta patris, Gratias summo referens Tonanti Munere tanto. Ah Deus, quantum pateris profanos Rebus eventus; celebrande presul Jam tuos mitis reddis ad penates Omine fausto. Per novem lustra spolium fuisti Hostibus nostris, sceleris reatu. Unde processit cumulus malorum Sede relieta. Sed tua demum pietate saerum Corpus, antiquis laribus reducis. Unde jam laeti celobramus altis Laudibus himnos. . Noster Antistes venerande semper, Te piis omnes lacrimis precamur, Protegas lapsos animos ab omni Clade futura; Dirigas aetus; tribuas Beate Mentibus nostris radium salutis; Spiritum presta bonitatis almae Munere pacis. Sic modo laetus canet omnis ordo Clericus mixtus layco decori Gratias dudum numerosa panges Culmina laudum. itd Noctuviium. Insignis noster pontifex Aspira donum gratiae, Consultor hujus patriae Ostende jubar gloriae. Benignus quoniam artifex Vastatis strage populiš Summota clade funditus Laetis te dat auspiciis. A civitate Januae Nostris delatus spoliis, Grate te reddis solio Virtutum fulgens radium. Spiravit sacer spiritus Collustrans in praecordiis Ut te devotus servulus Servato det hospitio. Ad Laudcs. Nazari presul inclite, Praefulgens in miraculis, Ad te precamur intime Qui gesta nostra corrigas. Contractos nervis liberas, Et claudam pede dirigis, Tu sanas paraliticum Et cludes urbis removes. Tu mulieri incredulae Privasti tactum gratiae, Turba cemente penitus In altum fers monilia. Ex fine mundi, Hispania, Egrotos ad te convocas, Lucem diffundis oculis Inanes aures aperis, Linguara dissolvis vinculis Et fugasti demonia. Multa facis divinitus In languidis corporibus. Confessor nobis previe Claris decore meritis Infunde robur corporis Et celiš dones animas. Inclite qui nostras voluisti linquere terras Antistes, Sacrate Dei, Vexate prophanis Criminibus, cui nostra salus lutelaque vitae Oblata est patriae, post vastae fervida cladis Bella, ruinosis flagrantes manibus igneae Victricesque manus, spoliatas hostibus aras Sacrum corpus agis, reduci sublime triumpho; Languida divine qui curas corpora, tandem Ad patriam servande rediš vexillifer alme Nazari, et titulis illustras sacra decoris. Gratus erat celeri Jeremias presul; habenas Urbis Donatus de Porto clarus habebat. Sidera millenos, a partu Virginis annos Clara quadrigentos bis denos, atque duos tunc Vergebant. Ubi festa dies te sancte recepit Septima sextiles cele bris prolapsa Kalendas. Annotazione. II Vescovo di cui si fa menzione in questi versi e Geremia Pola; il Podesta Donato di Porto. Dalle memorie proprie di Sigismondo de Herber-stein = 1508. Volendo i Veneziani respingere le truppe deli' Imperatore Massimiliano, dirette per 1' Italia, asserta-mente per Roma in occasione deli' incoronazione del-P Imperatore, comincio la guerra. Sisto Trautson penetro con un corpo nel Cadore. I Veneziani presero poco stante Cormons, Gorizia, Trieste, Pisino, con quanto P Imperatore possedeva nell' Istria e sul Carso. Ai 6 giugno fu fatto armistizio. 1509. Dopoche Marenfels in Istria passo in proprieta di mio fratello Giovanni per disposizione di mio padre , mio fratello veniva costretto a cederlo sotto con-dizione, che debba passare soltanto a lui ed ai di lui eredi naturali; perci6 mio padre mi invio a Venezia per trattare la cosa; ma essendosi collegato 1'Imperatore col Re di Francia contro i Veneziani, non potei allora far cosa alcuna. Mentre era in Venezia, 1' Arsenale bru-cio nel di 4 maržo. II Re di Francia batte tanto i Veneziani a Cara- vagio in Agnadello il 18 maggio, che ........ dovet- tero abbandonare grandi citta, castella e territori; nel maggio ordinarono a mio fratello, consegnandogli le chiavi, di restituire Pisino ali' Imperatore. Gli Stati deli' Austria inferiore mandarono grandi sussidi aH' Imperatore in Friuli, e fra questi servii io pure con sette cavalli. Comandante supremo era il Duca Enrico di Brunsvvik. II di 27 luglio fummo dinanzi Udine, e di nuovo ritornammo nel 30 al convento di Rosacis che fu preso. 11 di 2 agosto abbiamo cannonato ed inutilmente assalito Cividale. II 3 settembre prendemmo Tolmino, fui comandato di scorrere il monte alto che sta di rimpetto; e fu colpa dei comandanti di espormi in sito che un contadino a-vrebbe potuto ammazzarmi con pietre dali' alto. Iddio mi ha guardato. Compiuto questo servigio andai a Marenfels per dare il cambio a mio fratello che era ammalato, e che si reco in Carnio a cangiar aria. II Duca si recd a Castelnovo ed a Raspo, prese ambedue in settembre; io fui alla conquista di Raspo, e nella spedizione conquistai il forte Tabor (castello) di Lanischie. Estratto dalle Storie della Časa dei Herberstein. Ai 4 di ottobre entrai al servigio deli' Imperatore con otto cavalli armati. Michele Marchese dei Gravisi si diresse fra Raspo e Marenfels atlraverso e sopra il monte Ulscka, predo da 7000 capi di animali grossi. Lo raggiunsi, lo battei fortemente e ripigliai gli animali. Cio fu il 26 ottobre. I Veneziani ritornarono innanzi a Raspo, e viusero il signor Bernardino di Raunoch, non per ispavenlo come alcuni dicono, nel di 5 novembre. Al 6 novembre si presentarono dinanzi a Marenfels, mi assediarono, ma dovettero poi allontanarsi. Mes-ser Angelo Trevisani era comandante dei Veneziani. Poco dopo giunse notizia in Carnio che i Veneziani mi avessero assediato, ed io li avessi battuti; tutte due que-ste cose erano vere, ma prima li ho battuti di quello che mi assediassero. Cosi spesso si ha gloria e biasimo senza merilo. Ouando si allontanarono da Marenfels, presero il Castello che ancor tengono, di nome Draguch. I Stiriani mandarono novellamente aH' Imperatore cavalli e pedoni, per custodire nell' inverno Gorizia, Trieste, Pisino e gli altri borghi sopradetti. Ne era capitano Giorgio mio fratello, il quale mi ordino siccome pratico (e perche altri r.icusavano di uscire) di recarmi con do-dici cavalli e trentadue pedoni verso Pisino. 1510. Appena partita la fanteria Stiriana, i Veneziani s'avanzarono verso Pisino; 1'amministratore Andrea Blasitz Khosoder mi scrisse di recarmi al Duca per notiziarlo del come stavano le cose e come era fornito il castello e la citta, pero sapendo che 1' amministratore era in odio al popolo, e poco poteva giovare, e mio fratello Giovanni essendo in Marenfels, vi andai io me-desimo e giunsi la sera precedente aH' assedio. I Croati non volevano lasciarsi assediare, i quali poi, ed il castello e la citta per la grazia Dio giunsi a salvare nel febbraro. II duca Enrico, nell' intenzione di salvarci si pre-sento a Schiller Tabor o Monte Schiller, pero non aveva peranco truppa con se. Mi unii a lui dopo 1' assedio e mi posi a' suoi ordini ecc. E questi il celebrato Sigismondo Herberstein lette-rato distinto che diede notizie sulla Russia, raccolte nei suoi viaggi in missioni diplomatiche, e che sono preziose. Esso ebbe in dono dali' Imperatore Massimiliano una časa in Trieste Qdas Freihaus) gia data al padre suo Leo-nardo in fruizione vitalizia dali' Imperatore Federico. II quale Leonardo che fu anche Capitano di Adelsberg^ e della Carsia, era venuto in soccorso di Trieste nell' assedio strettissimo che le posero i Veneti nel 1463, con alqua> te squadre di Alemanni ebbe a toccare una ferita di fivccia nella bocca, o guardando le mura, o in una delle sortite che furono fatle, quando Giov. Antonio Bo-norni nostro trovo morte. Questa guerra e memorabile per piu conti: pel motivo che la occasiono, cioe le sa-line di Trieste, male vedute dai Capodistriani, ed il movimento del commercio che era attraverso Trieste, e che i Capodistriani volevano divertito alla loro citta; per P interposizione del Papa Pio II che stato pria vescovo di Trieste, conservo a questa citta grandissima affezione anche assunto al soglio pontificio; per la pace umiliante che fu conchiusa in Venezia, e per la quale i Triestini rinunziarono alle saline, e ad altre cose; pace che poi segui assai modificazioni per le vicende successive. A Sigismondo Herberstein dedicava il nostro Vescovo Andrea Rapicio nel 1554 il suo poemetto latino Histria, che fatto raro a segno di essere ignoiato ali' in— fuori di pochi versi; fu ristampato nel 1826. Lingua scritta in Pirano nel 1422. Davanti de Vui Egregio et Nobel Homo Misier Marcho de Mosto honorevete podesta de pirati e del nostro benegno e gracioso %udixio Comparo Io Xpofolo (/uondam Sier Alrnerigo de Goina de piran Respondando ala (juerelln per Sier Zuane de Amantin davanti de Vui fata digaiulo <$f vero cercha el tempo ignora čf iu Iti caneva de missier pre Rigo de piran girlanda fiuola det predicto Sier Zane cum Xpofolo et Vivian de buie e Tomasina la qual staua cum lo predicto pre Rigo e presente c/uesti testimonij se prometesemo quella girlanda e mi Xpofoto e se desemo la man de eser mari e mu-ier per tanto recoro A vui missier lo podesta Ve pia-qua constrenzer to dito Sier Zane dover a mi dar quella girlanda sua fiuola per mia sposa protestando contro el dito Sier Zmie tignindome quela mia muier de ducati do millia el mio honor. Protestando ancora de dani et interesse e spese fate e che se fara in la presente lite piasando vui miser lo podesta farme far seguro de li diti dinari chomo Ho o fato a t/uello. Ouesto testo tratto dali' originale, diamo alle stampe, non gia in prova che in Pirano si parlasse nel 1422 un dialetto particolare; meno ancora nella credenza che il sapere linguistico del Cancelliere e dello Scrittuale del-1' Egregio ed onorando Messere lo Podesta di Pirano, fosse il sapere di-tutti e cadauno della Provincia; o nella credenza che il Podesta od il Comune prendesse a servigio pubblico persona che non sapesse la lingua parlata o scritta, siccome altravolta a avvenuto. Lo diamo in prova che in Pirano nel principio del secolo XV si faceva uso della stessa lingua che si usava in Capodistria ed in Trieste, delle quali citta si hanno frequenti documenti, corne altresi delle allre islriane, non fossero altro, i Co-dici frequenti delle leggi municipali che appunto nel secolo XIV vennero voltati in italiano, abbandonata la lingua latina. Dei Castelli di Vermo donati alla Chiesa Triestina dal Re Rerengario I. Le raccolte di antiche carte diplomatiche di Trieste, anche date alle stampe, registrano la donazione che il Re Berengario I fece nel 911 alla Chiesa ed ai Vescovi di Trieste di due Castelli di Vermo = quosdam Castellos juris nostri Regni, qui dicuntur Vermes, unus major alter minor, ac sunt infra potestatem juris nostri Regni, che e quanto dire = alcuni castelli che sono di ragione del nostro regno, i quali si dicono Verme, 1' uno maggiore 1' altro minore, e che sono realmente il potere giuridico del Regno nostro. Gli scrittori delle cose nostre credettero che vi si parlasse del Castello di Vermo, presso Pisino, ed il quale apparteneva alla diocesi di Parenzo, dacche troppo di-scosto era Vermo del Friuli, per supporre che si parlasse di quel luogo. Noi medesimi abbiamo pensato con quelli, tra Iti dali' esempio che i Vescovi di Trieste pos-sedevano la Baronia di Calisedo al Leme, sibbene disco-sta, sebbene collocata nella diocesi di Parenzo; le dub-biezze cedevano a siffatto esempio. Oualche studio del Tesoro Aquilejese pubblicato nel-1' assunzione di Monsignor Bricitta a quella sede Arci-vescovile, ci ha portato ad altro convincimento. Potem-mo cioe dallo spoglio dei nomi di localita della Carsia e della Piuka convincerci che i nemi non sono di ori-gine slava che in piccolissima parte, che i piu sono nomi di popolo che precedette la trasmigrazione di Slavi in queste regioni; che questi nomi sono spessissimo doppi, cioe a dire che su d' unica radice la quale si pa-lesa celtica, si applichino desinenze in ach che dovreb-bero essere celtiche, ed in ana o anum che sono indub-biamente latine, indicanti luogo o di proprieta o di do-minio; che 1' ach o 1 'ana abbiano in due lingue diverse la stessa significazione; che gli Slavi ed i tedesclii sieno spesso traduzione soltanto secondo 1' indole delle lingue di nomi antecedentemente dati a Iuoghi abitati. Le quali cose guidano facilmente alla restituzione dei nomi genuini antichi, liberandoli dalle deformazioni di lingue moderne che spesso vollero ridurli od a significazione od a suono delle lingue moderne, o piu spesso aneora li guastarono con trasposizioni, od inter-polazioni, od elisioni di letttre e di sillabe, per cui pre-sentandosi strani ed eterocliti, tanto spavento ingenerano, che la mente rifugge dal solfermarvisi. Altra volta a-vremo occasione di parlare su di cio, e di manifestare quella chiave che pensiamo avere rinvenuta per giun-gere a qualche chiarore in sifFatte nebbie. Diremo avere trovato nei Tesoro Aquilejese pieno convincimento della sincerita deli' Anonimo Ravennate, o di Pre Guido autore di antica geografia (come egli penso di serivere) da noi sommamente venerato, di avere rin-venuto nei Tesoro la chiave per decifrare la posizione di provincia accennata da Pre Guido; per cui la restituzione deli'antica geografia di queste nostre regioni, e di molto facilitata. Diremo di avere trovato nei nomi restituiti a pura lezione della Carsia e della Piuca, la prova che i Celti tenessero queste regioni, come tennero il Friuli e 1' I-stria; imperciocche in tutte e tre queste regioni si vede lo stesso nome di localita addottato in cadauna, quasi una regione volesse essere la ripetizione deli'altra; ve-diamo in una regione preferirsi costantemente il nome pretto celtico anche nella desinenza, prova della pre-ponderanza, anzi della presenza di Celti soltanto; mentre nelle altre il contatto piu frequente di latini e indi-cato dali' alternare dei nomi latinizzati coi prettamente celtici. Ma 6 tempo ormai di venire ai Castelli di Verme donati da Berengario alla Chiesa di Trieste; i quali e- rano due, P uno maggiore 1' altro minore, e come dee de*-dursi da questa indicazione di maggiore o minore, P uno prossimo ali' altro. Non sono certamente questi due Castelli, P uno, quello pošto nei Friuli, P altro, (juello pošto presso Pisino, distanti P uno dali' altro meglio che ottanta miglia; ne i castelli donati, sono uno di questi due, cioe il Varmo friulano, od il Vermo di Pisino, perche nessuno di questi e doppio; 1'Istriano poi che a-vrebbe piu verosimiglianza di essere stato donato, ned e doppio, ne da facilita a eredere che lo sia stato altre-volte. Nessuna memoria, nessuna tradizione, nessun segno, che il Vermo di Pisino fosse stato baronia dei Vescovi di Trieste, sembra piuttosto che avesse apparte-tenuie ai Vescovi di Parenzo dai quali passo nei Conti d'Istria. II Tesoro Aquilejese parlando dei Iuoghi nella Carsia e nella Piuka registra Warm, il quale e il luogo che oggidi si dice Wrem sui Timavo superiore, luogo che nei 1684 fu costituito in parrocchia, traendola da quelle di Cossana e di Bresovizza; parrocchia che fu della Diocesi triestina fino ali' anno 1830, anno che vidde stac-cnrsi tutta la Piuka, per ingrandire la Diocesi grandissi-ma di Lubiana. Due solo sono le localita di questo nome 1' una detta superiore ed e la maggiore, 1' altra 1' infe-riore e minore distanle da quella meno che un miglio. In faccia al minore, di qua del Timavo vi ha localita che dicono Scoffle o 1' episeopato, nome che in Istria si da ai palazzi o čase di campagna, od ai possedimenti rustici dei Vescovi. Cosi a Pedena una villa che era di ragione pro-prietaria del Vescovo si diceva Scopliaco, dando la desinenza celtica alla radice Episcop. Cosi le possidenze del Risano del Vescovo di Ca-podistria si dicevano Scoffie dalli Slavi, Vescovato dagli ilaliani; cosi 1' agro di Trieste che costituiva il comune servienfe deli' antica citta dicevasi nei medio Evo il Vescovato, e dura tuttora il nome in alcuni monti di que-sto distretto; cosi in Dollina o S. Odorico, che era , se e lecito il dirlo, il capo luogo di questo distretto, vi a-veva časa per residenza estiva del Vescovo, che dicevano il Vescovato. Ma questi esempi bastino; e limitiamoci a dire che lo >Scoffie si prossimo a Vrem, e per noi indizio che il Vescovo di Trieste vi aveva palazzo o casino, e lo cre-diamo molto propizio nella state, che e si gravosa al mare; dilettevole per abbondanza d' acqua corrente, di boscaglie; saluberrima per P aere montano. Ouesti sono i Castelli di Vermo donati alla chiesa di Trieste dal Re Berengario I; castelli che erano in dominio dei Vescovi triestini e ne disposero per inve-stite feudali, in tempi in cui Vermo di Pisino era indub-biamente dei Conti d' Istria, Castelli che poi andarono perduti; in quel modo con cui la Chiesa di Trieste resto priva di altre sue baronie.— Che se nella donazione di Berengario I ebbe parte il desiderio dei Vescovi, men dovrebbe dubitarsi che abbiano desiderato cosa che po-teva recar loro diletto e giovamento meglio che il lon-tano Castello di Vermo di Pisino.