ANNO II. Capodistria 16 Febbrajo 1868. N. 4. LA PROVINCIA GIORNALE USCII INTERESSI «ITILI, ECONOMICI ED AMMINISTRATITI DELL'ISTRIA. Esce il t ed il 16 d'ogni mese. ASSOCIAZIONE per un anno f.ni 3; semestre e quadrimestre in proporzione. — Gli abbonamenti si ricevono presso la Redazione. Leggenda scoperta nell'autunno 1867 in Pola al clivo di S. Giuliana presso V isola della B. V. For- ìnosa. IN COLONIA • IVLÌA • PO LA •POLLENTIA • HERCYLANEA REFERENTIBVS • P MVTTIENO • PRIS CO • ET • C- MAECIO • HISTRO • II VIR NON SEPT- ÌIYOD FERBA FACTA SVNT • SETTIDIVM 4BAS C-4N TVM • PRAETER PROBITÀ rfiM \ITAE CVM E A SOLLICITVDIJiE 1DOVE IMPARI ■ PERICIA ■ DELEGATYM ■ SIBI OFFICIVM AB INSVLA MINERVIA TVERI IT NON TA A'TVII CONTENTVS SIT • CVRA AC DILIGÈAT/i RELIGIONI PVBLICAE SATISFA CERE VER VM E T/AM • QVAEDAM PROPRIO SVMP TV SVO AD EXCOLENDVM LOCVM • EXCOGITET JTQVE /i/PENDAT ET PROPTER • HOC TALIS ADFECTI «NIS MERITA ■ EX PVBLICO • REMVNERANDA SI NT......ILLIS POR ' PYBLIC • GRA È su marmo greco, tavola dello spessore di 4 centimetri, alta 57, larga 39%; la leggenda va senz'altro collocata per le notizie certissime che reca e per la indicazione storica che contiene, sovra quant'altre sieno state rinvenute in Pola. Non vi fu discordia nel collocare la condotta di Colonia in Pola ai tempi della Repubblica romana. Nell'anno 51, a. G. C., a'tempi del dittatore Giulio Cesare, Trieste era colonia e non condotta da fresco, rovesciata per sorpresa dai Giapidi, impazienti del giogo romano, e pretendenti alla spiaggia fra il Timavo ed il Formione, unita nel 45 all'Italia civile, appunto come crediamo quale parte di Gia-pidia; di che però non è a prenderne sgomento per la antica geografia, dacché Giapidi non furono popolo di unica stirpe, ma federazione politica di Traci, di Carni e di Illirii, e Traci crediamo fossero i Tergestini, ancorché partecipanti alla federazione Giapidica. La presenza di antica colonia in Trieste ci è violento indizio che altra ne fosse in Pola, per tenere in Articoli comunicati d'interesse generale si stampano gratuitamente ; gli altri, e nell' ottava pagina soltanto, a soldi 5 per linea. — Lettere e denaro franco alla Redazione. — Pagamenti antecipati. freno, non solo quel nucleo maggiore di Traci che occupavano il triangolo più grosso fra Leme, Arsia e Promontorio polatico, il più ferace, il più propizio alla navigazione dell' Adriatico, ma a farne centro della parte superiore, e a contenere i popoli a tergo e di fianco a Pola, e che vi sovrastavano, cioè i Liburni, ed a dominare il seno liburnico, al quale aveva l'Istria rivolta la faccia, e sul quale stavano prossime le tre città cancellate dai Romani Mutila, Faveria e Nesazio. Fu sollecitudine dei Romani di condurre colonie nelle regioni debellate, e certo fu antica colonia, di qual tempo sarebbe arrischiata congettura il dirlo, forse del 128, quando fu novellamente domata da Sempronio Tuditano, non pare fosse Colonia Sillana, nè ci è noto di titolo alcuno dato a'Pola che potesse dare indicazione. Plinio nella geografia posta in fronte all'opera sua delle Cose naturali, di Pola registra III. 23 Colonia Pola (e basterebbe ciò ad avere certezza che fu antica colonia) quae nunc Pietas Iulia. Plinio visse a'tempi di Claudio, di Nerone, di Vespasiano al quale indirizzò il suo scritto, il che potrebbe essere accaduto nel 70. Il titolo di Iulia Pietas rimonterebbe al 42 avanti G. C., quando seguite da Po-la le parti repubblicane, fu fatta smantellare da Augusto, e rinnovata con nuovi coloni, onde crediamo si dicesse Iulia Pietas in memoria della creduta pietà filiale di Ottaviano quando fini sino all'ultimo li ucciso-sori del dittatore. Pola non fu straniera a Roma; i Crassi ai tempi della Repubblica (Licinii) li Automi, vi a-vevano patrimoni, e famiglie di agenti e di schiavi; la madre di Claudio Imperatore stanziava in Pola; quella Cenide che Vespasiano tenne quasi moglie legittima, era liberta dell'Antonia minore, madre di Claudio e tutto fa credere che fosse Polense. Sembrano polen-si i due celebri liberti di Antonia, Antonio Felice Procuratore della Giudea, marito di tre regine P ultima delle quali ebrea, ed ascoltò S. Paolo Apostolo, e suo fratello Fallante, che disponeva di Claudio e di Roma. Vespasiano fé cangiamenti nelle composizioni di Provincie intorno il seno liburnico; la Giapidia seconda, la Liburnia furono fuse e date a Dalmazia, della quale formarono uno dei tre corpi ; certo li contatti tra Vespasiano e l'Istria furono assidui, e per quella sua donna che alzò il teatro, intimi; forse l'Anfiteatro fu opera di Vespasiano medesimo, avido, straricco, amante di edifizi ad uso pubblico. La leggenda rinvenuta da breve, la giudichiamo dell'anno 492 d. C. ed in questa la Colonia di Pola figura col titolo di Giulia, come Giulie furono Paren-zo, Lubiana, Cividale, l'Alpe tutta, e non escluderessi-mo lo fosse anche Trieste, ma non ne abbiamo le prove. Allorquando fu incisa la inscrizione, si intitolava semplicemente Giulia. Altro titolo si vede attribuito alla Colonia - Pollentia - il quale figura in leggenda di liberta della colonia, e fu malamente creduto fosse il nome Pola fattone gentilizio. Due città in Italia ebbero nome di Pollentia, 1'una nell'Umbria, l'altra nell' Insubria terrestre, ed una terza sull' isole Baleari, ma fra Pola e queste Poi-lenze non passarono certo intimi o frequenti contatti. Pollentia è nome di divinità, ma ncppur di questo sapremmo trovar ragione. — Ci pare derivato piuttosto . da Polla madre di Vespasiano, già morta allorquando assunse la porpora, in di cui onore e memoria sareb-besi fatto Pollentia. Il terzo epiteto si è quello di Her-culanca, crediamo dall' Imperatore Commodo, che prese solenne titolo di Ercole romano, non da Massimiano, collega di Costantino, al quale Pola e Parenzo alzarono statue; ma questi si disse Jlerculio non Hercules, da cui solo può farsi Herculanea. Quarto titolo ebbe Pola da Costantino: Flavia, e fu intorno a questi tempi ; ma nessuna lapida lo registra, intendiamo delle scoperte finora. La lapida è un decreto dei Decurioni proposto dai Duumviri esprimente grazie a cerio Settidio Aba-scante, famiglia nota per altre lapidi, il quale ebbe in cura l'officio ab Insula Minervia. E questa non era già isola di mare, ma isola di edifizio, entro il quale stava il tempio della divinità provinciale di Minerva, cui sacro era il vello, e l'olivo; culto tracico, trasportato dall'Istria pontica, e tenuto sempre come provinciale, fornito di sacerdozio, svelatoci da due lapidi. E certo fu di edifizio sacro, lodandosi Settidio per la cura degli atti religiosi, per la sollecitudine di escogitare abbellimenti e di eseguirli a sue spese. E sul-l'area di questo tempio pagano che S. Massimiano po-lese, Arcivescovo di Ravenna costruiva nel 546 il sontuosissimo tempio di S. Maria Formosa. Notiamo che la tavola in marmo fu rinvenuta a breve distanza da S. Maria Formosa. Questa leggenda va per la specie ad essere collocata fra i decreti del Decurionato o di Collegiati; dei quali decreti certo il più insigne e di alta importanza pel gius che manifesta, è quello di Trieste in onore di Fabio Severo. Pola ne conta altri due sgraziatamente monchi, uno solo durato fino ad oggi sulla pietra. Questo novellamente scoperto di Pola deve tenersi in sommo conto pei momenti storici che addita, e pel culto provinciale a Minerva. Il quale culto non sembra fosse esclusivo in Pola, e troviamo tempio in Trieste, non però sacerdozio, che pensiamo fosse unico in Pola. Nè crediamo fosse comune anche agli altri popoli molti (tribù), che abitavano l'Istria, dei quali Plinio fa testimonianza, limitatosi però a recitare i nomi di quattro, perchè più illustri: i Secusses, (Pedena), i Subocriui (Pinguente e Rozzo), li Catali nella Vallata del Timavo soprano, i Me-nocaleni (i Duinati). Degli altri ò possibile farne ricognizione, e riconoscere gli antichi nomi, come dei Pi-sinales, dei Montonii, dei Carsulani, dei Carni addetti a Trieste (Vipacco) dei Bulcates, delli Arsiates per non dire dclli Albonenses, dei Flanates, addetti poi all' Istria. Di altri è certa la presenza, cancellati li nomi. Le quali tribù non erano certo nè della stessa stirpe, nè della stessa lingua volgare. Fu detto da celebratissimo istriano, c' insegna talvolta più una pietra che non un libro, e ne abbiamo prova in questa di Pola. Giovi dessa a persuadere gli abitanti dell' Istria ad indagare e raccogliere le inscrizioni, essendo in vero secondo sacro detto: tempus colligendi lapides, ad averne codice indispensabile per le cose dei primi secoli dell'era comune. K. Sulla necessita' di rimboscare il Carso e il Monte Maggiore. Chi osservando le presenti condizioni dell'Istria, crede farne sicuro appoggio per sostenere, che certe calamità siano sempre state e saranno inevitabilmente costanti in questo paese, siccome derivanti dalla sua postura geografica, dalla conformazione topografica e geologica, va mollo lungi dal vero. Se è incontrastabile che il suolo fu sempre in massima parte montuoso, e di base sassosa; se rare un tempo, come oggidì, le sorgive in tutto il tratto calcare, vale a dire nella maggior parte della provincia; se cocente come adesso anche negli andati secoli il sole nella calda stagione; se la forma peninsulare dell' Istria, prolungantesi fra due golfi, l'espone naturalmente ai venti, doveavi però essere in antico qualche altro elemento, presentemente mancante, il quale valesse a paralizzare o temperare gli ora sì trisli effetti di queste condizioni, che rendono povera la provincia, dacché è posto fuor d' ogni dubbio, che questa era un tempo floridissima. Per limitarmi ad un' unica ma irrefragabile prova di questa floridezza, che confortare deve i presenti istriani ad adoprarsi fiduciosi ed alacri con tutte le loro forze a ripristinarla, riporterò una parte della già più volte pubblicata, ma non a tutti conosciuta, importantissima lettera scritta nel 538 dell'era cristiana dal celebre Cassiodoro, allora Prefetto del Pretorio, o come diremmo adesso Ministro, del re d'Italia Vitige, residente in Ravenna, diretta ai provinciali dell'Istria in cui offre una splendida descrizione della nostra patria a' suoi tempi. » Persone che visitarono la provincia ci hanno riferito che l'Istria, già in fama per eccellenza di prodotti, sia stata specialmente in quest' anno benedetta da Dio con copia di vino ed olio, e di frumento. Vi concediamo quindi di pagare con altrettanti generi siffatti l'imposta fondiaria che in questo primo anno d'indizione vi verrà prescritta condonando benignamente gli altri tributi alla devota provincia. Siccome peraltro noi abbisogniamo di questi generi in quantità maggiore di quella che ci darete in equivalente dell' imposta dovuta, abbiamo spedito altrettanto danaro. » La vostra provincia, a noi prossima ( a Ravenna), collocata nelle acque dell'adriatico, popolata di oliveti, ornata di fertili campi, coronata di viti, ha tre sorgenti copiosissime d'invidiabile fecondità, per cui non a torto dicesi di lei che sia la campagna (èlice di Ravenna, la dispensa del palazzo reale; delizioso e voluttuoso soggiorno per la mirabile temperatura che gode dilungandosi verso settentrione. Ned è esagerazione il dire che ha seni paragonabili a quelli celebrati di Baja, nei quali il mare ondoso, internandosi nelle cavità del terreno, si fa placido a somiglianza di bellissimi stagni, in cui frequentissime sono le conchiglie, e morbidi i pesci. Ed a differenza di Baja, non trovasi un solo averno, un sol luogo orrido e pestilenziale; ma all'invece frequenti peschiere marine nelle quali le ostriche moltiplicano spontanee, anche senza che l'uomo dia opera alcuna; tali sono queste delizie che non sembrano promosse con istudio, ed invitano a goderle, frequenti palazzi che da lontano fanno mostra di sè, sembrano perle disposte sul capo a bella donna ; e sono prova in quanta estimazione avessero i nostri maggiori questa provincia, che di tanti edilìzi la ornarono. Alla spiaggia poi corre paralella una serie d'isolette bellissime e di grande utilità, perchè riparano navigli dalle burrasche, ed arricchiscono i coltivatori coli'abbondanza dei prodotti. Questa provincia mantiene i presidi di conline, è ornamento all'Italia, delizia ai ricchi, fortuna ai mediocri; quanto issa produce passa nella città reale di Ravenna. » Quanto doloroso non è il confronto dell'Istria at-luale, con quella di mille trecento anni fa, di cui con sì vivi colori Cassiodoro ci dà sì splendida descrizione? E come non doveva essere verissimo questo quadro, le illustri famiglie romane, tra cui quella ricchissima dei Crassi e le imperiali stesse possedevano qui predii ; fabbriche industriali e se badisi alle copiosissime rovine di sontuosi monumenti, ed edilizi d' ogni spese, di porti, di moli, di opifici, di cisterne, di castella, di ville, di strade, d'iscrizioni sparse su tutta la «perfide dell' Istria, che sono le più parlanti prove Iella sua prosperità antica. Sappiamo ebe l'illustre Kandler formò carta dei-provincia, su cui sono segnate tutte le strade roma-, tutti i siti ove scorgonsi rovine di antichi abitati I altre opere^ e la pubblicazione della medesima che vochiamo ardentemente, confermando la prisca sua iridezza, mostrerà pure come allora il paese aves-e una corrispondente numerosa popolazione. Ma tutto ciò sarebbe egli stato possibile, se la roviucia avesse avuto le identiche condizioni climali-he, metereologiche e telluriche che ha presentemente? e avesse avuto i venti boreali d'adesso, la nudità del-: montagne che la ricingono, sboscati e dilavati i mon-i interni ed i colli, sì irrefrenati e lunghi gli ardori ilari, e permanenti le siccità nella calda stagione, e : grandini accompagnanti quasi sempre le rarissime ioggie, sarebbesi mai potuto lodare l'Istria per mi-ibile clima, per fecondità d'ogni sorta di prodotti, e ime delizioso soggiorno che allettava fin anche le più icche ed illustri famiglie d'altre regioni? No certa-leute, risponder deve ognuno. Ed anzi invertiamo la Bestione : è egli mai sperabile che perdurando le at-lali condizioni sopra accennate, possa mai la provin-li rialzarsi a quella floridezza, che la rendeva un or-imento dell' Italia, l'alimentatrice della sua capitale allora? No, si dovrà egualmente rispondere; impef-icchè per quanto faremo progredire l'agricoltura, la istante siccità esiiva, i furiosi venti, che sepcialmen-; travagliano le regioni più vicine alle montagne, le ioggie soverchie in alcune stagioni, le gragnuole fre-lentissime, gì' improvisi sbilanci atmosfèrici, non periteranno di calcolare sopra un sicuro ed abbondan- te reddito annuale dei campi, dei fruiteti, delle vigne, degli oliveti, e troppo spesso il solerte agricoltore vedrà, come vede, distrutte le sue dispendiose fatiche. Il clima adunque dell'Istria non è quale era un tempo, esso si è in gran parte cangiato indubitatamente, ed a questa circostanza va in principalità attribuita la differenza notevolissima tra le sue condizioni e-conomiche d' adesso, e quelle ai tempi de' Romani e del regno gotico d'Italia. Io so che taluno potrà oppormi, che altre cause ponderosissime concorsero a distruggere 1' antica prosperità dell' Istria, dopo il brillante encomio che ne fece Cassiodoro, cioè le distruzioni da lei patite poco appresso nelle incursioni dei Longobardi di Alboino nell' anno 586, poi nel 588 dei medesimi capitanati da Evino Duca di Trento, indi in quella del 598 e 604 falle da slavi ed avari, poi da slavi nel 604, poscia noli' 876 dai Croati sotto i Bani Domenico ed I-nico; le devastatrici scorrerie de'Saraceni e Narenta-ni; le guerre tra i municipi e baroni istriani fra loro; poi le distruzioni dei Genovesi in guerra con Venezia, le devastazioni di Pola ad opera dei Pisani e Genovesi, e degli stessi Veneziani per ribellioni^ dei Genovesi mettenti a ferro e fuoco Parenzo ed altri luoghi, le guerre tra i conti d'Istria ed i Patriarchi, tra Venezia e Patriarchi, tra Lodovico re d' Ungheria che manda Ungheri e Croati in soccorso del patriarca Nicolò contro i Veneziani (a 4356 -435&), tra Sigismondo altro re d'Ungheria alleato del patriarca Lodovico de Tech, ed i Veneziani (a, 4412-1413); le scorrerie dei Turchi, le guerre crudeli e lunghe tra i Veneti e l'imp. Massimiliano (4506-4518); tra i Veneti e l'imp. Ferdinando II (1612-46-17); le frequenti pesti incominciate con quella del 1360-61,e terminate coll'al-tra del 4650 - 31. Ciò è tutto verissimo, e dirò ancora che l'infaustissimo sistema baronale, e l'introduzione, specialmente ad esso dovuta, di genti slave, rozze e pochissimo esperte della svariata nostra agricoltura, e nulla delle arti, esempio più tardi imitato dai governi veneto ed austriaco, per ripopolare le deserte campagne, concorsero potentemente a compiere la rovina del paese, ed a ritardarne il risorgimento. Ciò non pertanto ritengo, che dal XVII secolo in poi la provincia sarebfcesi riavuta, se non vi si fossero opposte le cangiate condizioni climatiche; e sostengo con pieno convincimento, che non si riavrà mai che debolmente, ove non cessino le cause di questo peggioramento del clima. (Continua) Q li Ginnasio e l'influenza della citta' sulla di lui missione educativa. (Cont. e fine. Vedi n. 3.) Venendo al sodo, io sarei d'opinione, che il municipio, oppure un'eletta di cittadini, dovrebbe accingersi fin d'ora a ripristinare l'utile istituto della biblioteca civica, studiando in primo luogo la questione^ se siavi o meno fondamento a levare pretese di risarcimento di libri o di documenti publici, asportati da qui in città vicine col trapasso del Seminario e del cessato ginnasio tedesco, e tracciando quindi uno statuto per la fondazione d'una Società ammodellata iu sulle forme della filarmonica, che vige attualmente, colla fissazione d'un canone modico, a cui non potrebbe non sottostare volentieri chiunque si pregia d'essere cittadino onesto e tenero del decoro e del progresso intellettuale del proprio paese. In questo senso crederei pure che il municipio stesso, siccome depositario delle tradizioni civili e morali del popolo, non lascerebbesi sfuggire l'occasione di comprovare l'interessamento suo ad un'opera patria di tanto rilievo, o col fornire un locale a-datle e addobbalo all'uopo, o collo stanziare annualmente nel suo preventivo una somma a titolo di sov-vegno o dotazione della biblioteca. Ma con tutto questo vi può essere chi obbietti, e non a torto, che vi dovrà correre del tempo prima che la biblioteca venga messa in assetto tale, da rispondere allo scopo per cui la si vuole attuare: ci che non mi perito punto d'osservare che, ove non faccia difetto il buon volere e un po' di latto sociale nelle persone, che son chiamate a maneggiarne la bisogna, io la vedo bella e pronta in pochi giorni. Noi abbiamo in città una rara collezione di libri di proprietà del Pio Istituto Grisoni, la quale, mi dò a credere, verrebbe volentieri messa a disposizione del pu-blico, essendoché il carattere delle persone, che presiedono a quell'istituto, m'è arra a ritenere per fermo, che non si vorrà negare alla gioventù studiosa un mezzo così potente di sviluppo, massimamente se, come mi vien assicurato, essa giace colà, siccome un arnese pressoché i-nutile. L'esempio verrebbe imitato da varii cittadini, noli per amor patrio e genio liberale,, i quali, ne sono certo, e n' ebbi una prova l'anno decorso nel gentile pensiero del sig. march. Andrea Gravisi di fornire ad uso dei professori ginnasiali una buona serqua di libri della sua libreria di famiglia, i quali, dico, doneranno oppure, riservandosene la proprietà, cederanno per lo meno ad uso publico buon numero di opere, del cui valore io posso attestare per averne vedute in più d'una casa di rare e preziose. E dacché tocco quest'argomento, non mi voglio lasciar scappare l'occasione di additare ad altro vantaggio sommo di cui sarebbe ferace la biblioteca suddetta, ed è che, costituita nei modi accennati, ed annualmente arricchita di opere nuove e varie d? oggetto, essa potrebbe in appresso divenire una vera provvidenza per tutti coloro, che qui tra noi si mettono nell'arduo e scabroso cammino degli studj patri, i quali non si potranno mai trattare con frullo e sodezza di critica, se non si penserà una buona volta a raccogliere, ordinare ed offrire al publico le o-pere letterarie e scientifiche d' ingegni istriani, e tutti i documenti e memorie, che si collegano alla storia letteraria e politica dell'Istria. Ed anche in ciò, io metterei pegno, che vi saranno molti di silFatli ammi-jiicoli, sparpagliati e negletti nei tarlati e polverosi scaffali di qualche biblioteca privata, dalla quale, non è a dire, con quanta utilità potrebbero passare a beneficio del publico. Istituita che fosse la biblioteca, non larderebbero ad apparirne gli effetti sulla coltura generale della città ed in particolare del ginnasio, a varii alunni del (piale verrebbe con essa pòrto bel destro d'allargare l'orizzonte delle idee, di approfondire le cognizioni attinte nella scuola e di completare il quadro di quella coltura generale, che deve pure, secondo il piano stesso d'insegnamento costituire il criterio dell'idoneità dei giovani agli studj superiori. Dal lato educativo poi il tempo speso dai medesimi nella biblioteca sarebbe furato all'ozio, allo sciupo delle facoltà mentali, alle ricreazioni pericolose del giuoco, delle brigale, dei chiassi. Verrebbe dunque di questa guisa spianato il terreno degli studj alla gioventù ginnasiale non solo, ma a chi ancora tra i cittadini amasse meglio di spendere i ritagli di tempo, lasciatigli da altre sue cure, nell' onesta ed utile pratica di erudire la mente e lo spirito, anziché ammazzare la noja nel garrulo pettegolezzo di crocchi fannulloni. Un altro quesito importante vuol esser preso in considerazione ed istudiato con amore e serietà, perché fecondo di molti vantaggi all'educazione generale della gioventù. Giorni fa, nell'appendice della Gazzetta di Venezia lessi un articolo, il quale con criterii giustissimi e sodezza di ragionamento svolgeva la vitale questione dell'istruzione primaria nelle scuole del Regno d'Italia, e suggeriva le riforme e i miglioramenti opportuni onde metterle in grado di rispondere alle e-sigenze d'una civiltà progredita. Ora, tra le altre cose i\i accennate, si aditava ad un difetto grandissimo nell' attuale organizzazione delle scuole, che vuol esser riparato tantosto, siccome quello che rende vacillante ed inferma tutta l'efficacia educativa delle medesime. Questo difetto si deve cercare nella sconoscenza d'un principio supremo di pedagogia, già riconosciuto ed attuato dalla sapienza delle società antiche, vale a dire, che qualunque sistema di educazione, fosse anche tra i meglio ideati, non può a meno di riuscire in pratica malagevole ed imperfetto, quando sia scompagnato dallo sviluppo delle facoltà fisiche, mercè il quale il giovanetto acquisti la gagliardia e robustezza di fibra necessarie a tener deste e sveglie le attitudini mentali, ei a reagire a quel certo accasciamento, che si suole im padrcnire dell'animo, quando nell'esercizio delle sue at tribuzioni trovasi di fronte la fralezza e l'inobbedienza delle forze del corpo. Ed è a tale svegliatezza d'animo, che, come dice il sovrano poeta, ......vince ogni battaglia Se col suo grave corpo non s'accascia, che devono collimare tutti gl'intendimenti pedagogici della società, e l'esempio delle nazioni più colte e civili può servire di stimolo ad informare dovunque a tale massima il piano educativo delle scuole. Presso i Greci, il Ginnasio veniva considerato siccome una palestra di addestramento fisico e mentale, adatto a fornire alla patria cittadini xoioO? xai à-/aaw5, vale a dire destri di mente e di corpo, motivo questo per cui la dotta Germania, intesa a realizzarne più da presso l'antico con-l cetto, non ha istituto di tal nome, che non accoppi al-j la coltura morale anche questo esercizio indispensabile delle fisiche facoltà. Ora, in omaggio ad un principio educativo di tanta importanza, ed anche nell'interesse della disciplina morale degli allievi dei varii istituti d'educazione di questa città, e' mi pare, si debba con tutta sollecitudine provvedere all' istituzione di una scuola di ginnastica, il mantenimento della quale^ ove essa venisse compresa ed apprezzata dal suo vero late, non potrebbe allarmare nessuno, quando si rifletta che desso verrebbe equamente ripartito tra tutti coloro, che ne godrebbero l'immediato vantaggio, coli'esenzione naturalmente d' ogni contributo a favore di studenti meno agiati. Il governo stesso, nella mira di promuovere l'educazione della gioventù scolastica, l'appoggerebbe senz'altro, e ne fanno lède le rimunerazioni, clic pur veggonsì regolarmente accordate al maestri di cattedre libere nei varii Ginnasi. Del nostro municipio poi io non dubito punto, dacché m'accadde udire sovente da persone tenerissime dell' interesse e del decoro di questa città, che quella istituzione verrebbe abbinala ad altra d~ incontestata ed imperiosa necessità, quella cioè, dell'addestramento d'un discrelo corpo di civici pompieri, desiderio, che sorge veemente al momento del bisogno e, cessato questo, va bellamente riponendosi nel dimenlicatojo. lo so per esperienza che a Trieste, or son pochi anni, non ad altri che ad un tarchiato e vigoroso caposquadra dei civici pompieri era affidato F incarico d'impartire quell' isegnamento agli alunni del Ginnasio, e ch'egli lo disimpegnava con sommo zelo ed abilità: nè mi regge l'animo a credere che nella nostra città, che pur annovera tante famiglie civili ed agiate, non si possa razzolar tanto da stipendiare un bravo pompiere, che serva di mae-tro di ginnastica agli scolari, e addestri ad un tempo alcuni tra i nostri robusti artigiani a prestare con ordine e disciplina quell' opera generosa, di cui vennero nei casi d'incendio sovente encomiati. Altra via di nobile ad un tempo ed utile ricreazione vorrei in fine fosse aperta alla gioventù ginnasiale. Non è a dire quanta grazia e leggiadrìa s' aggiunga alla coltura generale d' una persona dal possesso d'un arte, che pel magico effètto della sua espressione è tra tutte in sommo grado acconcia ad ingentilire lo spirito^ a ricercare le fibre più tenere del sentimento ed a sopire le noje e gli affanni della vita. Ora dunque, se agli studenti del Ginnasio venisse fatta facoltà di accedere liberamente alla scuola di musica della nostra società filarmonica, ognuno riconoscerebbe in ciò un servigio distinto, reso alla disciplina morale dei nostri giovani, il quale varrebbe a trarne parecchi dalla china sdrucciolevole delle seduzioni giovanili, avviandone in quella vece il genio per natura irrequieto ed abbisognevole di emozioni, a trovar pascolo nelle gentili voluttà d'un arte, che è tutta estro e poesia. È evidente però, che tutte queste idee e proposte ch'io son qui venuto svolgendo, secondo mi dettava l'amore della gioventù e il desiderio di vederne favorita dalla città meglio che non lo sia attualmente l'educazione civile e morale, che tulle queste proposte, dico, non rimarrebbero altro che pii desiderii, se al buon volere che al certo non fa difetto in parecchi cittadini, non s'aggiungesse un' attività fècouda di presti ed efficaci risultamenli, e sopra tutto quella buona intelligenza ed accordo reciproco tra la città e F istituto, che noi tulli auguriamo nelFinteresse comume d'entrambi. prof. G. B. Albona, febbrajo. (S) Il territorio di Albona in generale è tutto sparso di ricchi strati di carbon fossile che si estendono dalla Punta nera a san Martino, a Chersano, a santa Domenica, e dal porto Rabaz a Ripenda ed a Carpano. Attualmente però non si lavora che la sola miniera di Carpano. La causa di una tale quasi inazione, la si deve attribuire al fatto che fino a pochi anni or sono tutte le nostre miniere si trovano in mani privilegiate. E sebbene per la forza degli eventi cessassero, almeno teoricamente, i privilegi che tenevano strette fra i loro ceppi le miniere dell'Istria, onde a ciascuno do-vrebb' esser libero di andarne in traccia, chiederne l'investitura e mettersi all' opera per trarne vantaggio, pure una tale libertà fu resa del tutto illusoria dagli stessi privilegiati. Visto il pericolo che li minacciava, ricorsero e ricorrono ai rimedi legali chiedendo e ottenendo di anno in anno il diritto di rintracciar miniere in tutta la provincia. Almeno poi praticassero le indagini necessarie a termini di legge per non perdere un tale diritto e non rendersi immeritevoli di ulteriori concessioni! Percorrendo il distretto, accade di scorgere ad ogni pie sospinto dei segnali d'indagine, con in cima certe indicazioni scritte nel-l'idioma di Schiller. Chi conosce la legge montanistica non tarderà a scoprire il valore intrinseco di quei segnali e di quelle iscrizioni, quand'anche ignaro della lingua nella quale furono dettate. Nel solo Comune di Albona — Cerre la società adriatica insinua annualmente il diritto di andar in traccia di miniere sopra diciannove particelle catastali, delle quali ben inteso va esclusa la ricca miniera di Carpano. Tutti i punti principali del nostro distretto si trovano in tal modo occupati sia da brevetti d'indagine, sia da formale investitura, ragione per cui l'anteriore presa di possesso perclude la via ad altri di usufruttuare quelle ricchezze che vi stanno sepolte. È vero che all'Istria per nostra sciagura mancano i capitali necessari a grandi intraprese quand'anche possibili, e che d'altronde lo spirito di associazione non ha poste ancora fra noi sì salde radici da poterne ricavare tutto il profitto, ma è vero altresì che la speranza di lauti guadagni non mancherebbe di attirare dal di fuori, gli speculatori. Quante braccia ora inoperose non potrebbero essere utilmente adoperate? Quante famiglie che versano nell'inopia per mancanza di lavoro, non risorgerebbero a vita novella? Albona ne fa splendida testimonianza, dove oltre ai forestieri e professionisti, trovano un onorato guadagno nella miniera di carbon fossile di Carpano, tutti i disoccupati. Ma lasciamo io considerazioni generali, e passiamo ai particolari di detta miniera. La miniera di Carpano dista da Albona cinque chilometri, e dal mare, dieci. La sua prima scoperta risale alla metà del secolo XVII, e fu definita allora per Miniera di pegola dura. Più tardi la si disse pece navale. Bartolomeo Giorgini nelle sue Memorie storiche della terra e territorio di Albona, scritte intorno al 1730, narra, che la Veneta Republica nell'anno 1720 mandò in Albona persona intelligente ad eseguire sopraluogo degli escavi, e a prendere in attenta disamina il minerale, ma che trovatolo « inabile alla liquefazione fu tralasciala l'escavazione del medesimo.» Finalmente nel 1776, la miniera fu riaperta a merito del Signor Giovanni Martinci, instancabile ricercatore di minerali e di marmi di Albona. La investitura la avea allora la famiglia Nani di Venezia. Per molti anni però i lavori procedettero a passo di lumaca, sia per deficienza di capitali, sia per cangiamenti di governo avvenuti al principio del secolo decimonono, sia per imperizia di chi ne a-vea la direzione, e certo anche perchè mancava lo spaccio del carbone. Solo dall'anno 1837 in poi, dopoché la Società Adriatica, quasi personificata nel Barone de Bothschild, ne divenne proprietaria, e a merito dei possenti mezzi finanziarii di cui il suo proprietario dispone, i lavori della miniera di Carpano presero un deciso slancio, nè più si arrestarono. Nella medesima epoca, cioè nell' anno 1837 fu pure scoperta e posta in lavoro una seconda miniera nel nostro territorio, a quindici chilometri circa da Albona nella località detta Montagna, e più precisamente Prodol, ma in onta alla sua ricchezza, fu ben presto abbandonata. Lo scavo ne riusciva più dispendioso che in Carpano, perchè e gallerie e pozzi dovevano tutti essere sostenuti con grossi travi a motivo della mancanza di pietre nell' interno, e perchè avevanvi maggiori ostacoli per giungere col minerale estratto alla riva del mare. Insomma Carpano offriva maggiori e più pronti vantaggi in confronto di tutte le altre miniere dell' Istria, e per la sua posizione vicina alla città e al mare, e per la dovizia degli strati carboniferi. Prima di ogni altra cosa, a facilitare l'esporto del carbone, e ad arieggiare la miniera, furono scavati nella roccia con enormi spese pozzi profondi e lunghe gallerie, le quali si incrociano in molte e varie direzioni. Gli strati di carbone sono alternati con quelli di roccia in modo che contemporaneamente vengono scavati, per la qual cosa, attesa l'abbondanza della pietra, le spese dei lavori di sostegno delle gallerie e delle cave interne si riducono relativamente a poca cosa. Tanto internamente poi quanto esternamente furono erette strade di ferro, e nel volgere di pochi anni sursero regolate officine pei lavori in ferro ed in legno, stallaggi pei cavalli, case pegli impiegati tecnici, e di amministrazione, e per gli operaie minatori forestieri, e fu eretta una comoda via per tradurre il carbone alla riva del mare. Insomma non si risparmiò nè lavoro, nè spesa, per rendere veramente profittevole la ricca miniera. La su» superficie, parecchi anni fa, veniva calcolata ad oltre 20/100 metri, ma o-ra col progresso e sviluppo dei lavori si aumenta giornalmente in modo considerevole. La sua profondita dal suolo è di SO metri, dal livello del mare 25 allo incirca. L'attuale prodotto medio di ciascun anno ascende a cinquantamila centinaja di funti viennesi, produzione che in caso di bisogno potrebbe essere molto maggiore, e lo sarà senza grande aumento di spesa, subitochè sia condotta a termine una nuova galleria, e sia collocata una macchina a vapore della forza, dicesi di 60 cavalli, per l'estrazione tanto dei carboni quanto delle acque. E qui prima di proseguire fa d'uopo avverta, qualmente quattro anni or sono una forte colonna d'acqua siasi aperta la via nell'interno della miniera. Essa, come accennavo nell' ultima corrispondenza, assunse recentemente un aspetto minaccioso, e parve un istante volesse allagare tutta la parte della miniera posta sotto il livello del mare. Fu forse soverchio l'allarme. La cosa non sembra infatti tanto grave quanto sulle prime avevano fatto credere i minatori; non si tratterebbe d' altro che di un innalzamento maggiore, causato dalle molte pioggie cadute in dicembre. — Al presente 1' acqua viene estratta con grave dispendio ed in modo assai imperfetto con pompe a mano ed a cavalli. Persone intelligenti però ritengono, che la macchina a vapore di cui sopra, varrà a disseccarla in breve, e darà quindi tutto I' agio a praticare le opere indispensabili per chiuderle ogni varco, ed impedire ulteriori pericoli e guasti. Il carbone scavato con picconi e più spesso con mine, viene estratto dalla miniera sopra carretti di ferro che scorrono sulla ferrovia, spinti da giovanetti o anche da adulti inetti a fatiche maggiori. Più di cinquanta cavalli sono impiegati stabilmente nel trasportare il carbone al mare, e inoltre accorrono spesso molti e molti carri trascinati da buoi dalle varie parti del distretto. Il numero degli operai c dei minatori occupati nella miniera varia dai quattro ai cinquecento, a seconda dei bisogni. Buona parte di questi appartengono ad Albona e suo territorio. Si lavora di giorno e di notte, e il cambio lo si fà di dodici in dodici ore. Alcuni de' lavoratori forestieri si accasarono qui già da lungo tempo, e molti arrivati da poco, presero stanza presso la miniera nelle case a tale scopo costruite dalla Società stessa. Gli ammalati vengono presi in cura dal medico della Società, la quale ha ancora proprio ospitale «opra amena collina, poco fuori della città, in sito d'aere purissimo, diverso da quello della vallata di Carpano, soggetta alle intermitenti, benché da qualche tempo diminuite. II carbone di Carpano viene consumalo principalmente a Fiume, Trieste, Venezia, Rimini, Cesenatico e Grottamare dalle varie fabbriche ivi esistenti. Il Lloyd austriaco, la marina da guerra e le imprese del gas ne acquistano una quantità non piccola. Lo si carica su navigli nazionali ed esteri nel porto del Traghetto, entro al canale dell' Arsa al caricatore di santa Margherita, porto a dieci chilometri circa dall' ingresso principale della miniera, a cui è unito a mezzo di una strada buona, quasi piana, costruita alla spiaggia del mare, e dei prati della valle di Carpano. A santa Margherita stanziano due impiegati coli' incarico di controllare il carbone che arriva e che viene caricato sui navigli, e molti operai si affacendano a separare i pezzi grossi di carbone dalla polvere. La potenza calorifera del carbone di Carpano si approssima assai a quella dell'inglese, conquesto però, che- il primo contiene una maggior quantità di bitume. Per tale motivo forse nel passato secolo lo si chiamò pece navate. Siccome poi io non mi sono oecupato di geologia tanto da poter fare scientificamente la descrizione della proprietà di questo carbone e della differenza con quelli di altre miniere, mi limiterò a riportare nella sua integrità un brano in proposito tratto dai Cenni geologici sulf Istria dei professori Emilio Comalia e Luigi Chiazza, cenni che furono letti nell' adunanza dell' Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti, il giorno 9 gennajo 1851, e che non sono certo a mano di tutti. Gli illustri professori insieme ad altri dotti lombardi percorsero allora l'Istria nostra da un capo all'altro, e la studiarono con amore di scienziati e di patriotti. L'interessante lavoro è riportato negli atti dell' Istituto suddetto. So che anche alcuni dotti stranieri si occuparono prima * poi di studii geologici e mineralogie» nell' Istria in generale e su Carpano ili particolare, il Monlot, i signori Heide, Schlean e ultimamente più di tutti il D.r Guido Stahe, ma le loro opere sono in tedesco e non giovano punto alla provincia, se qualche buon'anima non si prenda la briga di tradurle nel nostro linguaggio. Ecco adunque le parole dei professori Chiozza e Comalia : » 11 carbone di Carpano è d'un aspetto più lardaceo che bril-» lante. Quando si cerca di dividerlo non si rompe in piani paralle-» li, come il carbone di Newcastle, ma seguendo linee curve concor-» di; del pari nella sua frattura non si vede sparso di quelle stri-» scie più brillanti che vedonsi nel carbone inglese e in certi car-» boni del bacino di s. Etienne. Il carbone di Carpano è nero, ma » strofinandone due frammenti, assumono le due superficie un co-» lor bruno e la polvere è di questo colore. Mediante la confrica-» zione diffondesi odore bituminoso, che persiste per molte ore. » Contiene delle piriti di ferro ed è meno fragile del carbone piri-» toso, del grès carbonifero di Rive di Giers. II coke che si ottiene » dal! carbone di Albona è assai bolloso. Quando se ne riscalda un » pezzetto in un vaso chiuso schiumeggia ed acquista il doppio al-» meno del suo volume primitivo. Il coke è leggiero e cade in pol-» vere più di quello di Rive di Giers. L'aspetto è metalloide, nero, » brillante. La densità del carbone di Albona varia secondo i pezzi » su cui s'esperimenta, secondo la posizione da cui furono levati. » La media è di 1, 35. Questo carbone dà 52, 98 per 0[q di coke » media di quattro esperienze. » Due analisi eseguite per averne i componimenti elementari » diedero : l.ma analisi. 2.da analisi. » Carbonio 69. 39 IO. 2S » Idrogeno 5*. 66 &. 56 » Ossigeno e Nitrogeno 14. 46 Io. 69- » Ceneri 10.49 10.49 100. 0Q 100. 00 V Bisogna notare ehe la cifra IO. 49, esprime le ceneri quali esistono nel carbone, il ferro essendovi allo stato di solfuro; 100 i) parti di carbone forniscono nella combustione 8. 43 di ceneri. » Zolfo 5. 55 per cento Confrontando queste analisi con quelle di » altri earbuni si vede che la natura del carbone di Albona si avvilì cina assai a quella dei carboni cretacei. » Da quanto è detto fin qui sarà facile convincersi che la miniera di Carpano ha grande importanza per la provincia, ed è di incalcolabile ed immediata utilità per Albona. Basta riflettere che durante il corso di ogni anno vengono nella sola Albona posti in circolazione dagli addetti alla miniera, oltre a cento e quarantamila fiorini, somma certo non piccola per una popolazione che conta poco più che 2000 anime, e massime da che viene ripartito fra tutte le classi degli abitanti senza distinzione, perchè il commerciante vende prontamente le proprie merci, il possidente non deve affatticarsi per alienare qualunque prodotto ilei suoi eampi, l'artiere spaccia con grande facilità i suoi manufatti, il proprietario di case, a cui non manca sicura occasione di appigionare qualunque buggigattoloj trova il suo tornaconto di ampliarle, restaurarle ed abbellirle; insomma tutti senza eccezione sentono i benefici effetti di tale straordinario movimento, che all'inerzia e alla miseria, è consolante il dirlo, fece subentrare l'attività e un sufficiente benessere. Le indicazioni numeriche che diedi in questo breve sunto sulla quantità del carbone che annualmente bì estrae dalla miniera di Carpano, sulla sua estensione, sul numero dei lavoratori ecc. ecc. non sono officiali, imperocché i dati officiali non si possono avere, e sono gelosameuta custoditi dalla direzione tecnica ed amministrazione della miniera. Nulladimeno tengasi per fermo che elle sono esattissime e rilevate con accuratezza da persone le quali sebbene non possano ficcare il naso nei penetrali degli uffici, pure ne sanno, per avutane ingerenza da lunghi anni, tanto quanto gli impiegati stessi e i loro registri. Con ciò credo di aver esaurito, sebbene per sommi capi, quanto mi era proposto di far conoscere nella corrispondenza del gennajo sulle condizioni materiali di Albona; argomento sul quale forse ritornerò ancora una volta, prima di trattare delle condizioni morali. BIBLIOGRAFIA. ape letteraria. raccolta di prose e poesie inedite di autori contemporanei italiani. — Trieste, Giacomo Saraval, libraio editore, 4808. — Sarà da cervellone bislacco e materialone, ma pure la è così: a me sono antipatici i libri stampati con lusso di tipi e di legatura. Sorpassando anche che, a non guastarli, altri non è padrone di maneggiarli, e voltarli, e piegarli come meglio gli piacerebbe, per me quei margini larghi più dita, quelle incorniciature ad o-gni facciala, quelle pagine lasciate nette o destinate a ricevere la pura intitolazione di un argomento, con certa aria, ancora, di prelesa grandezza, non sono altro che del bravo spazio rubato alla sostanza per darlo all'apparenza, e rappresentano pagine e pagine da sottrarsi dal numero che apparisce sommato in fondo al volume. È in ultimo, un giuoco ai lettori, che credono di acquistare, metti, per ducento pagine di lettura, e all'atto ne trovano poi, sì e no, cento. E a questo fatto aggiungo il dilemma; o le sono cose meritevoli che ne gemano i torchi, e che vanno lette, e allora non hanno bisogno del passaporto e della rac- comandazione di slmili addobbature, ed è dovere di dar loro la maggiore diffusione col renderne possibile l'acquisto a qualunque consiglio; o meriterebbero invece l'eterno obblìo e mi sembra quasi una profanazione dell'arte l'adoperarvi intorno tante attenzioni: gli è mettere un paludamento regale sul dosso di rozzo e deforme villano. Furono bruttamente famose in ciò le strenne che una volta, ad ogni rompere di un anno nuovo, ingombravano le vetrine dei librai, portate via, come tante altre immondizie, dalla corrente dei tempi. Coi colori smaglianti, con le ricche dorature, con attraenti incisioni, si voleva coprire la mancanza d'ogni bellezza interna, precisamente nel modo che una donna non più giovane e non bella cerca di coprire col belletto e coi camuffi i guasti degli anni. Ma siccome i gusti sono diversi, e c'è pure una classe di persone che ha bisogno di bei volumi per a-dornarne i tavoli delle slanze di ricevimento, così il lusso di simili stampe trova in qualche maniera ancora oggi la sua opportunità, s'intende purché, dentro il bel guscio si s'incontri in vitale nutrimento. E tale è, senza dubbio, il caso con VJpe letteraria, stampate a Trieste per cura dell'intelligente libraio signor Giacomo Saraval. Annunziata con apposito programma la pubblicazione di questa raccolta di componimenti inediti, assai presto s'ebbe l'editore assicurato un numero di soci bastante a garantirgli l'esito dell'impresa; di che rende egli ora grazie nella sua prefazione. E infatti non ci vuole più dei nomi di To-maseo, di Gazzoletti, di MafTei, di Dall' Ongaro, di Mes-sedaglia, di Valussi, di Erminia Fusinato, perchè si dovesse stare fidente che il valore dell'opera risponderebbe al valore dì essi. Quello poi che fa più onore al signor Saraval^ e che principalmente gli valse il favore del pubblico, è il pensiero patriottico da cui fu guidato e persuaso a sobbarcarsi all'increscioso ufficio di battere alle porte dei letterati, che se non sono dure come quelle del ricco, sono però, certo più illustri e da accostarsi con maggior venerazione. Il signor Saraval volle, cioè, quasi ripigliare le onorevoli tradizioni passate, di quando Trieste era eletto centro artistico e letterario d'Italia ed il geniale convegno dei più distinti ingegni, rìconducen-doveli e riunendoveli moralmente, non potendo nelle loro persone almeno nei loro scritti. Fu danno che il bel pensiero gli sia sorto tardi, e che la sua Ape non abbia avuto perciò agio di raccogliere maggiori sughi nel giardino letterario italiano: ad ogni modo quelli che le riuscì questa volta di apprestarci devono mandarci contenti, e sono buona caparra di quanto essa, più adulta, saprà fare negli anni venturi. Un' analisi particolareggiata dei vari componimenti contenuti nel volume mi condurrebbe troppo più in là che non mi acconsenta lo spazio di questo giornale. Mi limiterò pertanto ad alcune poche e brevi osservazioni. Come lo dice il titolo^ la raccolta è di prose e di poesie inedite di autori contemporanei. Scrissero iu prosa: Tommaseo, Valussi, C. Percoto, Cel. Bianchi, Ciccioni-Bonafons, e A. Castelfranco; in poesia: Gazzoletti, Dall' Ongaro, Maffei, Messedaglia, Erminia Fusinato, On. Occioni, C. Sorgato, G. Tagliapietra, Eugenia Fortis, Francesca Lutti, Bottura, Fanny Tedeschi, F. Cameroni, E. Bolmida. La prosa è dunque meno rappresentata della poesia, ma non meno, e forse più sostanziale. Ab love principium. Di Tommaseo leggiamo alcune considerazioni estetiche a M. Marcello sul suo dramma Giulietta e Romeo. Sono scritte con quell'acutezza, e larghezza, e sicurezza di vedute, e quella ricchezza di confronti, per le quali Tommaseo è maestro in Italia. Valussi fornì un brano sulle varie stirpi italiche, che fa affrettare col desiderio la stampa del lavoro i-nedito da cui venne tratto, che si indica di prossima pubblicazione a Udine, sotto il titolo « Caratteri della civiltà novella in Italia. « Lo stesso è a dirsi dell'articolo » Una pagina della mia futura biografia » della Percolo, che è di una incantevole naturalezza di siile, e verità d'idee. La poesia dell' avvenire di Occio-ni-Bonafous espone con grazia e giustezza ciò che abbisogna all'attuale poesia per rialzarsi dalla sua decadenza. Fra le poesie, naturalmente prime in mel ilo, vengono le due brevi del rimpianto Gazzolelti, rapito, ahi così presto, all'arte. L'animo suo era certo presago della vicina morte quando chiudeva col dolente verso «Or tu sei polve, ombra e memoria. Ed io?... » il sonetto in morte di Francesco Antonio Marsilli. — Dall' Ongaro dà i suoi stornelli. Non vi si smentisce poeta mai, ma pur mi sembra che simile genere di poesia abbia fatto il suo tempo in Italia, anche perchè non risponde alle condizioni del paese, che domandano propositi più seri e più maschi. Il quale ultimo difetto trovo d'avvantaggio nella poesia di G. Sorgato Canti d'amore. L'amore è sentimento divino, non c' è che dire. Amore e cor gentil sono una cosa, scrive il poeta, e Tasso, seguendo Pitagora, cantò Amore alma è del mondo. Amore è mente. È la vera corrente magnetica terrestre, anzi la legge che lega e mantiene l'universo. Ma l'amore dipinto dal signor Sorgalo è troppo molle, troppo sensuale: non è un sentimento, è una sensazione che snerva 1' anima, anzicchè infiammarla ad egregie cose. Gli manca poi quella continenza che gli abbisogna per non cadere quasi nell' animale, e di cui osserva egregiamente Tommaseo. « Non usare indegnamente il linguaggio dell'affetto, è un serbare riverenza alla propria e all' altrui dignità; gli è il pudore della fanciulla che non vuole tresche, appunto perchè aspetta un amore, e intende esserne degna ». Perciò giova credere almeno che la Dina a cui sono rivolti i bollenti versi sia un ente immaginario, che se fosse reale non le dovrebbero tornare grate le indiscretezze dell' incauto amante, nè lusinghiero di vedersi messa dinanzi al pubblico nelle pose descritte dai versi ...... e quel tuo cuore, Che sotto la mia man che ti reggea, Fidente e soavissimo battea ». E più sotto : « E la man poserai qui sul mio core, A interrogar s'ei pur batte d'amore, Porgendo i labbri sitibondi e bei, Ai baci miei. » Non forse pari al bel nome di. Onoralo Qccioni è-la poesia ch'egli intitola « Amiamoci». La forma n'è culla, come sempre, ma il disegno, sommessamente detto, non appaga, perchè, a mio vedere, ci manca una chiara idea principale che unisca ed accompagni le idee espresse nelle singole strofe, nè apparisce la ragione del ritornello. « Eppursiam pochi,» ovvero «.Ma noi siam pochi. » Ci si vede, poi, che anche la materia era restia al poeta, giacché il concetto non avanza spedito e fervente._ Per non forre il gusto della novità ai futuri lettori della raccolta, e non rubare troppo spazio alla Provincia, delie rimanenti poesie accennerò solo ancor quella del simpatico scrittore A. Messedaglia. Tradusse una ballata del celebre poeta Longfèllow, che narra la pietosa scena di un naufragio. Tutta la luce del quadro è concentrata su d' una fanciulla Gli occhi cilestri come il fior del lino, Fresche le gote come il primo albore, Candido il seno come il biancospino, Ouando al mese di maggio è tutto in fiore, figlia del capitano, che 1' avea presa con sè per cara compagnia. Ma durante il viaggio la tempesta scatenasi dall' alto, ed il capitano per aver vicina la sua figliuola, e perchè non la venga spazzata via dalle onde, con la fune d'un pennon, che rotto Gli ha la bufera, all'albeiv l'avvinse, e poi si rimette al governo del timone. La fanciulla gli fa allora frequenti domande, e finalmente gli ricerca: Padre, scorgo là in fondo un lume acceso: Mi vorresti tu dir, padre, che sia? Bla il padre a lei più non risponde; steso Sul timone, ei già morlo irrigidia : La nave, priva di nocchiero, rompe sulla scogliera normanna : L' arbor fiaccossi e con le vele giuso : Aspro di gel, sul ponte ruinò; Franto qua! vetro, affondò il legno, e chiuso Il mar sovr' esso lui ululo mandò. All'alba il pescator vede stupito A un albero natante avvinta e stretta, La gentil forma d'una giovinetta. Pieni gli occhi dì lagrime gelate, Salsa e gelata avea sul seno 1' onda, E or su, or giù, le chiome abbandonate Gian del flutto, qual bruna alga, a seconda. Non mi si farà colpa d' aver portali troppi versi, giacché a nessuno può dolere di leggerne assai di simili. Ce n' era poi anche di bisogno per cessare la monotonia della mia prosa. Ed anzi, a lasciare questo dolce ai lettori, subito finisco, esprimendo la speranza che il signor Saraval si metterà quest' anno più di buon' ora all' opera di prepararci per 1' anno avvenire un altro di questi bei volumi. t Essendo vicina la primavera, ne giungono da varie parli cataloghi di sementi o piante, tra cui crediamo di segnalare all'attenzione de'cortesi nostri lettori quello della ditta F. C. Heinemann di Erfurt. Chiunque ami di arricchire il proprio verziere, il bruolo, la vigna, o il giardino, trova in esso ogni abbondanza di civaje, di alberi fruttiferi, di magliuoli, di fiori. E l'Heinemann a-dempie alle commissioni con coscienza e prontezza, e chiunque n'ebbe a fare esperimento ci trovò il. suo conto, e fu lieto della mite spesa, e dei saporiti e vaghi risultati. Alcune novità, specialmente ne'nostri orti, son dovute alle sementi tratte da quel ricco stabilimento.