IV. ANNO. Sabato 14 Aprile 1849. M 16- Silila Malaria di Pola. L' aere di Pola che negli ultimi due o tre secoli decorsi si considero tanto grave, da crederlo e dirlo mi-cidiale, ha richiamato P attenzione del pubblico governo fino dal 1798, il quale volle esplorarne le cause, e re-carvi rimedio. Se in quesla bisogna siasi proceduto con conoscenza di causa, lo dira la prossiina generazione, quella che deridera le abberrazioni dei tempi a lei pre-ceduti, ed appena potra prestar fede a certi pensamenti che si pretesero canoni indeclinabili. Nei 1798 adunquo fu data consulta sulla cosiddetta malaria di Pola, dal protomedico della provincia Dr. Be-nini, ed il Rapporto venne per impulso del governo dato alle stampe. Noi lo ripetiamo in questi fogli, siccome monumento storico; aggiungendovi che prima di questo tempo e propriamente nei 1792 erasi costrutta ampia cisterna presso il duomo, nella credenza di giovare col-1' acqua pluviatile alla pubblica salubrita, abbandonando P acqua di abbondantissima sorgente e sempre perenne. Nei Rapporto fa sorpresa di non vedere toccate due cose, P una il regime dietetico, P altra il regime deli' esterno del corpo, sia nei vestiti, sia nelle abitazioni, sia nelle esposizioni ali' aere aperto; della quale ommis-sione pensiamo essere slata cagione, non gia la conve-nienza e prudenza delle pratiche allora in uso; piuttosto il non averle avvertite, od il ritenerle indifferenti, quasi che .«< possa vivere iu eguale modo e con eguali conse-guer.^e di salubrita sulla cima d' un alpe, o nei fondo d'uria valle; in regione freddissima od in regione torrida. Ma, lo ripetiamo, i nostri posteri giudicheranno di-versamente di noi, e porranno in derisione le abberrazioni di certi tempi. INCLITO C. R. PROVVISORIO GOVERNO 1 In obbedienza a' pubblici comandi, che mi perven-nero il giorno 20 dello scorso mese col venerato De-creto 4268, espongo e rassegno il mio sentimento sulla Relazione del signor dottor Arduino medico della citta di Pola, e sulla relativa Terminazione di quel R. C. Col-legio di Sanita « intorno ai bisogni ed ai mezzi di ren-der possibilmente salubre 1' aria della citta stessa „. Dopo di aver il signor Arduino con topografia e fisica esattezza descritta 1' insalubre situazione di Pola, passa dalle maturali ad annoverar le cause accidentali della sua insalubrita, cioe (non faro che accennarle) " la „ moltitudine de'gelsi e d'altre piante che ingombran „ non meno i contorni che P interno della citta; le ac- „ que stagnanti che cuoprono i contigui prati; le vicine „ caverne formate dali' estrazion della terra vetriaria; i - cimiterj urbani; gli olivi; i letamaj, 1'immondezza delle „ strade; i succidi' abituri de'mendici, e linalmente le „ pubbliche mura che rinserrano le perniziose esalazioni, to ne difficultano almeno la dissipazione. Tali rappre-sentanze, seguite da ragionate insinuazioni, diedero inotivo alla detta Terminazione, la quale porta in so-„stanza: che abbiansi a sradicar tutti i gelsi e a rarifi- * car le altre piante ne'luoghi sopraindicati; che agevo-„ lar si debba lo scolo delle acque del prato e della „ palude colPannuo scavamento de' fossi conterminanti; „ che si chiudan tosto le bocche delle nominate caverne; „ che sieno da ora in poi tumulati i cadaveri, anzi che „ nelle chiese della citta, in un cimiterio estra-urbano; „ che polir si debban sovente le strade, le stalle, e tutli „gl'impuri ricettacoli d'acqua che in Citta si ritrovano; „ che la Citta non abbia piu ad esser 1' ordinario sog-„ giorno d'animali vaccini e porcini; che demolite sieno „ le volte d' alcune porte della citta, e che sia permesso „ a particolar comodo e vantaggio di chiunque, d' atterrar „ le puhbliche mura, onde render la Citta meglio esposta „ ad una benefica ventilazione „. A me sembra pertanto che P enunziate cause del male di cui si parla ed i proposti rimedj stieno in con-sonanza ed in ragione, e che la citta di Pola potra ot-tener degli essenziali vantaggi coll' esecuzione delle pro-videnze dalla stessa Terminazione emanate. I. Fra queste pero la seconda in ordine merita, a mio giudizio, il primo luogo per importanza. Ed infatti se la perenne Iraspirazione delle piante rende piu umida P atmosfera, quanto piu umida ed insalubre insieme render la devono le acque stagnanti! Son desse che acce-lerando la decomposizione de' semi, delle piante, dei retlili de' rospi ed altri insetti abitatori degli umidi ter-reni, e sollevandosi in istato aeriforme impregnate delle parlicole di quesle corrotte sostanze, alterano 1' equilibrio de'principj costituenti 1'atmosfera, e pervertono ed in-fettano P elemento primo della vita. Sono le acque stagnanti che, filtrando e scorrendo ne'sotterranei meati, traggon seco le dissoluzioni eterogenee che dalla super-ficie passano al centro e che le portan ne'pozzi, i quali divengon conserve d'.un principio di morte anzi che di un fluido vivificante. Son finalmente le umide evapora-zioni delle acque stagnanti che producon le folte nebbie e le frequenti pioggie, le quali ritardan sempre la matu-razione e guastan sovente la qualita di quasi tutti i frutti della terra, il di cui uso rende poi non solo piu breve, ma piu esposla la vita ad infinite morbose molestie, prin-cipalmente deli' addomine e del petto, passando pei canali deli'uno le prime separazioni, e per le spugne deli'altro 1' ultimo prodotto di tutto cio che nellostomaco s' introduce. L' asciugamento del piato e della palude, e d'ogni altra raccolta d'acqua torbida ed inerti sia dunque, per cittadini di Pola, il primo pensiere, a cui succeda imme-diatamente 1'altro di provveder la loro citta, col mezzo di ben costrutte cisterne e di nitidi condotti, di un ac-qua la quale invece di nuocere facilili, come fa 1' acqua buona, la digestione, mantenga tutte le evacuazioni, im-pedisca gl' ingorghi, renda il sonno tranquillo, la mente serena, la gioja costante. II. Io non fard parola della controversia che verte tuttavia intorno ai buoni, o cattivi effetli, rispetto aH' a-ria, deli' inspirazione ed espirazione delle piante, e perche la qualita delle piante stesse ed il clima e le circo-stanze particolari de' luoghi possono rispettivainente avva-lorare o indebolir le ragioni deli'uno e deli'altro partito, e perche i limiti che mi venner prescritti non permettan di estendermi in fisiche discussioni. Io devo espor breve-mente, sui proposto soggetto, il mio sentimento e non 1' altrui, devo scriver delle osservazioni e non un trattato. Restera gia sempre incontrastabilmente vero, che i bo-schi rendon 1'aria umida e fredda, e che Pola a di tulto altro bisogno fuorche di freddo e di umidita. III. Suppongo io poi che contemporaneamente alla gia divisata provvidissima istituzione d' un cimitero cam-pestre verranno per interrate quel!e orrende caver-ne, scavate nelle chiese da una non filosofica pieta, 0 ahneno ermeticamcnte chiuse col solito smalto compo-sto di gesso e calce e pesto marmo, onde gli aliti pesti-lenziali de' morti piu via non Irovino di venir ad infettar 1 vivi, e contaminar i saeri e soavi incensi che olezzano in onore deli' Ente supremo. Quanto piu insensibili finor mostraronsi tutti gli altri abilatori della Provincia, tanta pili di lode meritano i cittadini di Pola per aver dato aseolto ai giusti lamenti della fisica sui veder ne-glette le sue cure benefiche e le salutari sue insi-nuazioni in un tanto importanle alfare. Essa ci ricorda invano e invan ci ripete tuttogiorno che il fetido liqua-inento in cui vien ridotlo il sangue, specialmente, dei cadaveri dalla putrefazione, esce da'sepo!cri trasformato e disciolto in un vapore estremamenle aere e volatile, che si fa strada pei ineati i piu impercettibili, che non dileguasi, come sembra, ma che investe, e penetra tutti i corpi organici con cui s'incontra e massimamente, per analogia di principj, i corpi umani viventi, uccidendo talvolta i piu vicini sui fatto e talvolla estendendo la sfera della venefica sua attivita al sparger non solo maliziose febbri ma pestilenze desolatrici. Quoi! (esclama un moderno filosofo ) ces peuples enter rent leurs morts dans les memes lieux oii ils adorent la Di-vinite? Quoi! leurs temples sont paves de cadaveres? Je ne irtetonne plus de ces maladies pestilenlielles qui desolent souvent les villes. La pourriture des morts et celle de tant de vivans rassembles et presses dans le meme lieu est capable d'empoisonner le globe terrestre. Ma noi restiam pure stupidamente tranquilli e sui rim-proveri della ragione e sui spaventevoli esempj che c' i-struiseono e sui quotidiano pericolo che ci sovrasta. IV. Di qual importanza poi sia la nettezza delle strade alla salubrita deli' aria, lo d cano c lo avvalorino coll' esempio di Madrid tutti i conoscitori della storia-medica de' tempi nostri. Sin da trent' anni addietro si facevano i cittadini di Madrid un dovere d' insudiciar possibilmente le strade della loro citta, col versarvi per— fino dalle finestre tutte le im nondizie delle čase onde ingrossar 1' aria dicevan ess:, la cui natural sotligliezza poteva produrre de' pericolosi mali di petto. La conse-guenza di questo bel ragionamento era non gia un' e-demia, come credevasi, ma una perpetua epidemia di febbri d' un genere settico che rapiva ogni anno migliaja di persone. La saggezza si eresse finalmente, e coll'autorevole voce deli' evidenza fe' sapere al pregiudizio che la maggior salubrita deli' aria sta sempre in ragione della maggior sua purita, e che 1' aria pura e preleribile non solo a quella che viene infettata dagli effluvj de' corpi cor-rotti, ma a quella stessa che iinbalsamata fosse dalle cose d' Eden e dai profumi deli' Arabia. Si ammutoli il pregiudizio; la ragione riprese i sjoi dritti; cotnincio agir inversamente il costuine; le strade di Madrid or si sco-pano ogni giorno, e la metropoli delle Spagne ormai di-venne (io il so per pruova) una delle piu salubri citta del mondo. V. E in quanto ai mezzi di procurar alla citta di Pola una piu libera ventilazione, io crederei che si do-vesse bensi convenientemente abbassare, ma non atterrare le mura d' una vetusla citta i cui monumenti ricor-dando il suo antico splendore, destan pur troppo la com-passione sui presente suo stato, senza aggiungere nuovi danni a quelli che ad essa fece barbaramente il tempo, toglierle adesso, coll'intera distruzion delle sue mura, perfino ogni forma e ogni idea di citta. E mentre io čredo che nell' abbassare anzi che atterrar le sue mura restur possa pressoche ugualmente compiuto il contem-plato salutar intento, io risparmierei del tutto quella por-zion delle mura medesiine che riguarda il vento australe, essendo anzi desiderabile che la citta ne resti possibilmente difesa! da quel vento chiamato sin da Varrone e da Plinio infamis auster, e i di cui fatti indeboli-scono 1' elasticita de' solidi; rendono il temperamentu lasso e fleinmatico e contribuiscono, singolarmente in Pola, a far nascer quelle pertinaci febbri intermittenti che si resero celebri nella storia medica della Provinci? * VI. Ma io non čredo necessario, almen i per og-getto di sanita, raccomandato nella Terminazione, lontano trasporto altrove de' rimasugli derivanti da qualsiasi ope-razione che far si dovesse in quelle pubbliche mura, poiche quand' anco quegl' inerti sassi e quella calce da tanti secoli estinta mandar potessero, eolle prime pioggie, una qualche esalazione, sarebbe questo piuttosto utile che dannosa della natural proprieta antisettica della calce stessa. Un pensier chiama 1' altro. Sarebbe anzi non alfatto inutile Io smaltar di nuovo ed imbiancar le logore e nefande pareti di que' miseri vecchj abituri che 1' oc-chio stesso rifugge; giacche i nuotanti per 1'aria pigri nocevoli effluvj che parton dal sudiciume di tali abituri, verrebbero allora respinti dalla celere ed opportuna attivita dalla medesima calce. Cosi verrebbon pure distrulti a un tempo stesso e sepolti innumerabili germi di que- gl' insetti e di quelle piante di cui le neglette e d' ogni intorno butate abitazioni de' poveri sono appunto 1' ordi-nario deposito, e il cui sviluppo tanto infesto riesce per diversi motivi alla spccie umana. VII. Ne sono forsi ancor vent' anni che si conob-be 1'effieacia e 1' ulilita della calce in quella notturna o-perazione finor lasciata senza disciplina, anzi del tutto fra noi negletta, e che pur esigerebbe 1' attenzion di quelli che presedono agli affari di sanita niente meno che ciascuna delle altre cose delle quali si e fatto sinor parola. I fetenti effluvj che spandonsi al momento in cui si vuotano le latrine, sono non solo sempre morbi-feri, ma talvolta ancora venefici; e gia le memorie me-diche ci presentano de'funesti esempj e di subitanee morti accadute a que' miseri che ne bevettero il primo veleno, e di estese morbose sopravegnenze che di časa in časa scorser talvolta rapidamente ed invasero tutta una citta, come scintille di fuoco cadule in un campo d' aride stoppie. La calce viva versata nella parte liqui-da, o resa liquida con acqua, della fetida maleria, cam-bia sul fatto la natura degli effluvj medesimi; anzi ine-tamorfizza, diro cosi, quel micidiale mefitico vapore in un acirlo solfureo volatile che corregge e purifica 1' aria, e che rende 1' opera di vuota-cessi allretlanto indiffe-rente, rispetto la salute pubblica, quanto quella de'mu-ratori. " . ' VIII. Io avrei pur volentieri veduto colto di mira anche un tal oggetto dal patrio zelo del aetlo R. C. Col-legio; siccome vedrei e volontieri in piu idonea situa-zion trasportato quel pubblico Macello. Tutti sanno che le mollecule animali che scappano incessantemente dalle vittime di continuo. immolate non so s'io abbia a dire alla nostra sussistenza o alla nostra ingordigia, insinuansi ne' corpi vivi pei pori assorbenti e pei polmoni, e cagio-nar vi posson que' danni che ci vengono indicati dalle malatlie alle quali van soggetli i macellaj, cme sono le atroci doglie di capo, le emorrogie le soffocazioni e la stessa apoplesia. Allor poi che le sordide e neglette parti delle vit-time stesse, specialmente in tempo di state, infracidisco-no; allora le esalazioni, mediante una rea fermentazione, divengono si gagliarde e si malvage, che produr possono. od accrescere almeno 1' atlivita de' putridi e maligni ed epidemici morbi. E se i macelli son perniciosi in tutte le citta, devono esserlo viemmaggiormente in quella di Pola, giacche la pirnizie degli stranieri agisce sempre in ragione deli' atmosfera nella quale si spandono. IX. Ne devo io passar sotto silenzio in questo momento 1' importanza d' allontanar nonmeno possibilmente dalle abitazioni degli uoinini certe fabbriche od arti, d'al-tronde utilissime, ma che tramandan degli aliti sempre ingrati e, in qualche periodo del lavoro, insopporlabili dagli stessi animali, e che dovrebbon esser solamente assorti dali' onde del mare o, meglio ancora, dai vege-tabili delle campagne, a' quali son forse gli aliti stessi altrettanto utili quanto agli uomini sono nocivi. E poich' io non ho ne che apporre ne che aggiun-gere a qualch' altra meno importante provvidei.za ema-nata dalla Terminazione medesima, cosi non faro che pa-lesar il mio desiderio di veder piu d'essa una sollecita esecuzione. Ma se alle cose da eseguirsi mi fosse permesso aggiungerne una da desiderarsi, io proporrei alla citta di Pola il piu efTicace di tutti i rimedi, cioe quello d'u-na numerosa popolazione. Allora le acque, ch' or mar-ciscono su i terreni; raccolte in rivoli; le terre innal-zate; P agricoltura migliorata; le manifatture e le arti poste in attivila; il commercio ravvivato e sostenulo da uno de'piu bei porti del Mondo e, in conseguenza di tutto cio, le moltiplicate agitazioni deli' atmosfera rende-rebbon P aria piu elastica, intanto che i moltiplicati fuo-chi la renderebbon piu pura, e la salubrita andrebbe allora del pari colPabbondanza. Sino alla meta del sesto secolo di Roma la cele-bre Aquilea non presentava che un misero refugio di pescatori a cui, per quanto opportuna fosse la sua situa-zione al commercio, non osavano accostarsi i popoli delle vicine contrade per 1'insalubrila deli'aria e deli'acqua. Non pertanto il Senato romano vi mando, poco dopo, una Colonia : i sempre intraprendenti Carnj preser coraggio e vi accorsero in gran nurnero; molti altri popoli imita-rono il loro esempio. e Giulio Cesare contribui dappoi grandemente alla sua popolazione. Gia le palastri capanne d'Aquileja son cangiate in superbi palagi, e le squallide mareinme che la circondavano in ridenti giardini; e gia Cornelio Celso mandava i Senatori romani, altaccati da un qualche mai cronico, a respirare 1' aria e a godere le delizie d'Aquilea. Atila la distrusse; alle ruine successe la spopola-zione, ed a questa, 1'insalubrita. A'tempi nostri s'intro-dussero in Aquilea delle operative tribu, ed Aquilea or comincia a cambiar di nuovo condizione ed aspetto. Su tale esempio, sostenuto da piu solide ragioni e da mire piu grandi, si puo far a Pola de' felici presagi; e intanto io sottopongo e quanto dissi, e quanto fossi per dir nel proposito, alla sapiente critica e alPautore-vole giudizio di quello che presede al governo di questa Provincia, e che ne fa la gloria e la felicita. Capodistria, 3 Novembre 1798. Giovanni Vincenzo Dott. Benini medico della citta e fugenle le veci di protomedico della Provincia. I/Arcidiaconato di S. Giovanni de Tuba. La frazione della Carsia la quale sta fra il Frigido (o Vipacco) fra 1' Isonzo come anticamente scorreva ap-piedi dei monti di Monfalcone; il mare, ed unalineacon-venzionale che da Prosecco corre verso S. Daniele e che forma la regione che non a caso ha il nome di Carso di J Duino, costituiva nella ripartizione ecclesiastica cio che non impropriamente si direbbe 1' arcicliaconato di Duino. Secondo quanto ci persuade 1'esempio di altri siffatti ar-cidiaconati, avrebbe questo costituito una chiesa di rango distinto senza vescovo proprio, il quale era quello di prossima citta episcopale, bensi con proprio governo; se 1'arcidiaconato rimonta per 1'instituzione ad epoca antica. Ouesta dignita di arcidiacono che propriamente ri-guarda la politia della congregazione ed il diritto di fare leggi, e di punire, non era la sola; imperciocche troviamo fatta menzione, anche di arciprete, il qualc sa-rebbe stato per le cose di culto , capo del clero tutto, dat quale dipendevano i pievani, ed i parrochi se ve ne ebbero. Questo arciprete avra avuto il clero da formare capitolo; ma non essendo venuta lino a noi traccia al-cuna, non riterremo cio come cosa della quale s' abbia certezza storica, sebbene altra non manchi. Abbiamo fatto cenno delle traccie di battistero in apposito edifizio, e della presenza di monastero antichissimo, indizi che a noi sono certezze di chiesa con rango alto. A quale vescovo appartenesse questa chiesa, non 6 impossibile a verificarsi. L'Isonzo, era il limite della co-lonia Aquileiese, e di quella regione della quale Aqui-leia fu capo; intendiamo cioe del paese dei Carni, sito fra il Tagliamenlo e 1' Isonzo, od il Timavo, che ne e a brevissima distanza, dacche 1' Isonzo aveva 1' antico suo corso sotto i monti di Monfalcone per modo, che la foce sua stava nel seno di mare che ora forma le paludi di Monfalcone e dei bagni. Al di qua del Timavo era Istria, ed e naturale che 1' arcidiaconato di Duino fosse di un vescovo istriano, piuttosto che del vescovo Aquileiese, se non era in grado di avere vescovo proprio. Al che non si sarebbe mostrato insufficiente se og-g-idi il terri-torio deli' antico arcidiaconato conta oltre 20,000 abitanti, popolazione che sarebbe maggiore di quella dei vesco-vati di Emona e di Pedena se esistessero. Tre memorie ci svelano a quale Episcopato appartenesse Duino. Nell' aiino 1085, nel tempo quando il Patriarca Volric.o donava il monastero di S. Giovanni de Tuba alla Belinia, fu riconosciuto per carta scritta che la messa solenne nel di di S. Giovanni venisse cantata dal capitolo Cattedrale di Trieste, ed a questo spettasse tutta Pofferta. Questo diritto veniva riconosciuto nel 1491 in carta rogata dal Nodaro Andrea Rapicio. In giudicato del 1139 si pronuncia che la chiesa di S. Giovanni di Duino debba dare ai capitolo la meta delle oiferte delle messe piccole, perchč la chiesa e fabbricata sopra terre-no che in parte e terra di S. Giusto. Ouesto secondo diritto non mostrerebbe che una comproprieta civile di terreno, ma P altro mostra chiaramente giurisdizione ec-clesiastica della chiesa matrice sopra chiesa che era fi-gliale, della quale giurisdizione si voleva conservata a tempi perpetui la memoria con alto annuo, che veramente era giurisdizionale. Cosi avviene tutto giorno nella e-scorporazione di chiese; il segno di giurisdizione che veniva riservata al capitolo di Trieste anzi che al vescovo di Trieste, ci e testimonianza che la chiesa di Duino o non ebbe capitolo, o se 1'ebbe, la chiesa sottostava ol-trechd al vescovo anche al capitolo cattedrale di Trieste. Non š impossibile il fare congettura quando 1' arcidiaconato di Duino venisse tolto alla diocesi di Trieste e dato a quella di Aquileia. NelPanno 1028, pronunciatosi il concilio di Roma sulle pretese del Patriarca di Aquileia al diritto metropolitico nell'Istria, tulti i vescovi istriani riconobbero la di lui giurisdizione. In quesl'anno medesimo il Carso veniva dali' Imperatore Corrado donato alla chiesa Aquileiese di cui era patriarca il celebratissimo Popone il quale fu sollecito non solo delle cose ecclesiasti-che del patriarcato, ma anche delle temporali, a segno che si vuole abbia conialo moneta, e formato lo stato sebbene si dica quest' ultimo con poca verita storica. E di questo tempo la prima notizia di vescovo triestino che avesse governala contemporaneamente la Diocesi di Ca-podistria. Si hanno esempi che essendo le chiese vesco-vili destituite di paslore, per poverta, la giurisdizione si devolvesse al metropolita fino a che durasse la vacanza; ed e verosimile che la chiesa di Capodistria vedova lino dal 800 fosse provveduta dal patriarca di Grado; e nel 1028 si devolvesse questa provvisione al patriarca di Aquileia. E verosimile che appunto nel 1028j allorquan-do Capodistria venne dala alla chiesa tergestina, questa cedesse ali'Aquileiese 1'arcidiaconato di Duino. E sarebbe concordante che 57 anni piu tardi il capitolo abbia voluto confermato in apposito scritto il diritto suo di mantenere segno costante nel giorno della massima so-lennita di quella chiesa, di sua antica maternita. E questo diritto duro assai a lungo, duro forse fino a tempi vidni, non pero nelle memorie scritte in tempi recenti; ne disperiamo di rilevare se abbia cessato nel formarsi la nuova arcidiocesi Goriziana nel 1752, o nel cessare del capitolo di Trieste nel 1790. Lo stato dei benefizi ecclesiastici della diocesi Goriziana che dicono Scematismo, registra 1'anno 1081 conie quello nel quale fu fondala la parrochia di Duino. Noi non comprendiamo cosa siasi voluto dire con cio; perche se intendasi delle parrochie nel senso odierno, queste sono di tempo piu tardo: se di parrochie come le intendevamo prima, senza fonte battesimale, senza cimi-tero, con sacerdoti mandati dal pievano, non possiamo persuaderci che appena nel 1081 avesse parochia, la qua-le doveva, poi essere membro di una plebania. Ne possiamo persuaderci che appena nel 1081 abbia Duino avuto propria plebania, mentre quella ragione era non di vile condizione allorquando si propago il cristianesimo fra di noi. Piuttosto crediamo che in quei tempi essendo quella chiesa in grandissima dejezione, siccome ne abbiamo testimonianza in diploma del patriarca Volrico quando doni il monastero di S. Giovanni, alla Abbazia della Belinia , fosse anche pressoche derelitto pel reggime di chiesa; ed il regime ed il culto regolare e, proprio venisse ristabi-lito nel 1081; per cui quattr' anni piu tardi il capitolo di Trieste provvedeva alla manutenzione delle sue giurisdi-zioni. Noi pensiamo che nel 1081 venisse ristabilito P arcidiaconato, e quanto era necessario a proprio governo di anime e di chiesa. Persuasi come siaino che Duino fosse pieve, non viene percid eselusa Pesistenza di parrochie; le quali fa-cevano capo nella chiesa di S. Giovanni, e qui ricorre-vano ogni anno alla rinnovazione del fonte battesimale, e stavano al cenno del pievano, o piuttosto deli' arciprete. Se le date apposte nello scematismo antedetto fos-sero in tutto credibili, dovrebbe darsi la preferenza a quei benefizi che figurano di data p:v >emota, e sareb-bero S. Pelagio, S. Daniele, Ranziano, Opachiasella, e noi vi aggiungeremmo Voucigrad. Le traccie di antica cilta in S. Pelagio sono visibili, e vi abbiamo vedute preziose leggende; udimmo esservi memoria che fosse citta o qualcosa di simile, e non e lontano Colludrovizza, che nel nome accennerebbe a monastero.