IV. ANNO. Leggenda in onore di Lucio Fabio Severo coi supplementi. (Vedi foglio d' aggiunta al N. 11 di quest' anno) Kalendis Novembris ... Hispanius Lentulus et ... Julius Nepos Duum-viri Juridicundo verba fecerunt : Lucium Fabium Severum Clarissimum Viruin multa jam pridem in rem publicam nostram beneficia contulisse ut qui a prima sua statim aetate id egerit ut in adau-genda patria sua et dignitate et eloquentia cresceret; nam ila multas et magnifieas causas publicas apud opti— mum principem Antoninuin Augustum Pium adseruisse egisse vieisse sine ullo quidem Aerarii nostri impendio, ut quamvis admodum adolescens senilibus tamen et per-fectis operibus ac factis patriam suam nosque insuper -šibi universos obstrinxerit. Nune vero tam grandi bene-ficio, tam salubri ingenio, tam perpetua utilitate rem puhlicam noslram adfecisse ut omnia praecedentia facta sua quamquam immensa et eximia sint, facile superarit; nam in hoc quoque mirabilem esse Clarissimi Viri virtu-tem, quod cotidie in bene faciendo et in patria sua tuenda ipse se vincat, et -idcirco quamvis pro mensura beneficio-rum ejus impares in referenda gratia simus, interim tamen pro tempore vel facultate ut adjuvet saepe faelurus remunerandam esse Clarissimi Viri benevoientiam, non ut illuin proniorem habeamus, aliud enim vir ita natus non potest facere, sed ut nos judicantibus gratos prae-bemus et dignos tali decore lalique praesidio, quod fieri placeret de ea re: Ita censuerunt, primo censenle Lucio Calpurnio Certo. Cum Fabius Severus Vir Amplissimus adque Cla-rissimus tanta pietate tantaque adfectione rem publicam nostram amplexus sit, itaque pro minimis maximisque commodis pius excubuerit, adque omnem praestantifim adauxerit ut manifestum sit id eum agere ut non modo nobis sed proximis quoque civitalibus declaratum velit, esse se non alii quarn patriae suae natum, et civilia slu-dia quae in eo quamvis admodum juvene jam sint pe-racta adque perfecta, ac Senatoriam dignitatein hac ma-xime ex causa coricupivisse, uti patriam suam tum orna-tam tum ab omnibus injuriis tutam defensamque servaret; interim apud judices a Caesare datos, interim apud ipsum Imperatorem, causisque publicis patrocinando quas cum M I justitia divini Principis, tum sua eximia ac prudentissima oratione semper nobis cum vietoria firmiores remisit. Ex proximo vero ut inanifestatur caelestibus litteris An-tonini Augusti Pii tam feliciter desiderium publicum apud euin sit prosecutus impetrando ut Carni-Catali, qui attri- buti a divo Augusto...... rei publicae nostrae, pro ut qui ineruissent, vita atque censu per aedilitatis gradum in Curiam nostram adinitterentur ac per hoc civiiatem romanam adipiscerentur. Et Aerarium nostrum ditavit , et Curiam complevit et universam rem publicam nostram cum eo mentis ampliavit admittendo ad honorum comu-nionem et usurpationem romanae civitatis et optimum et locupletissiinum quemque; ut scilicet qui olim erant tan-tum in redditu pecuniario, nune et in il I o ipso duplici quidem per Honorariae numerationem repperiantur ut et sint cum quibus munera decurionatus jam ut paucis one-rosa, honeste deplano compartiamur. Ad cujus quidem gratiam habendam ut in saecula permansurain ejusmodi beneficio, oportuerat quidem si fieri posset et si verecun-dia clarissimi viri permitteret universos .... iri et gra-tias ei juxta optimum Pricipem agere, sed quoniam cer-1 tum est nobis, onerosum ei futurum tale nostrum offi-i cium, illud certe proxime fieri oportebit omnimode, sta-tuam ei auratam equestrem primo quoque tempore in celeberrima fori nostri parte poni, et in basi ejus hanc nostram consensionem atque hoc decretuin inseribi, uti ad posteros nostros tam voluntas Amplissimi Viri quam facta permaneat; petique a Fabio Vero, Egregio Viro, patre Severi, uti quandoquidern et commentum hoc ipsius sit providentiae, qua rein pubblicam nostram infatigabili cura gubernat, et in hoc pius publici beneficii, quod ta-lem nobis et imperio civem procreavit adque formavit; cujus opera studioque et ornatiores et tutiores in dies nos inagis inagisque sentiainus uti ea placuisse in hanc rem adsensum suum legari, maudarique sibi uti gratias pubblice Clarissimo Viro, mandatu nostro agat, et gaudium universorum singu!orumque, ac voluntatem, ut magister talium rerum in notitiam ejus perferat Censuerunt. Nei numero precedente di questo giornale abbiamo dalo la copia della leggenda in onore di Lucio Fabio Severo, come si rileva oggigiorno incisa su dado che gia serviva a pedestallo di statua equestre dorata; oggi diamo la lezione completa, coi supplementi e rettifica-zioni; e con qualche parola per P intelliggenza. Sabato 17 Maržo 1849. E dapprima diremo del marmo medesimo. II quale, secondo che leggesi nell'iscrizione, stava gia nei foro nobile deli' antica colonia Iriestina, nella piazza dei Si-gnori, la quale era collocata a piedi del Campidoglio, nei predio che gia era giardino dei Capitani o Gover-natori di Trieste. Tolta la statua, certainente per averne il metallo, le pietre furono adoperate' nei ristauri delle mura ivi prossime, che le guerre del mezzo tempo coi Veneziani rendevano necessari, e prima del 1300 pen-siamo che il gran dado colla leggenda venisse adoperato nelle mura presso la Porta di S. Lorenzo, pero colle lettere aU'aperto, per cui pote leggersi da tutti. Nei secolo XVII" nato desiderio di raccogliere antiche leg-gende, il dado fu trasportato sulla piazza, a piedi delle scale del palazzo, e dicevasi la pietra del bando, perche montato su questa il pubblico banditore, dato pria fiato alla tromba, annunciava al popolo i decreti deli' Autorita. Poi fu collocata a ridosso della Chiesa di S. Pietro fra le porte, indi nei Museo di antichita, supplite le parti mancanti di zoccolo e cimasa. La leggenda fu copiata e pubblicata da moltissimi, e da tutti i nostri: pero erronea assai ed imperfetta. Avevamo, or sono molti anni, fatto trarre impressione a stampa in pochi osemplari per averne consiglio da esper-ti; uno di siffatti esemplari venne accidentalmente in mano del professore Witte da Breslavia, che lo divulgo commentandolo; altra pubblicazione ebbe in Berlino; pero ne il testo usci corretto, nč a pensamento nostro, fu 1' interpretazione felice. Forse vi hanno altre edizioni che noi ignoriamo. In un solo verso il marmo offre nelle precise lettere grandissima difficolla, e sono le parole EGMINIIS del nono verso seconda colonna. II marmo e doppia-mente difettoso in quel sito per screpolature naturali, per corrosione; vi si veggono punti e linee che non sono deci-frabili; piu naturale si e il ritenere ignoranza nei qua-dratario il quale non seppe comprendere il manoscritto datogli, siccome si hanno frequenti esempi, ad anche nella stessa lapida; migliore partito si e il leggere col Borghesi CVM • EO • MENTIS, la di cui sentenza, e di gravissima autorita; e si adatta mirabilmenie a cio rhe segue. Non pertanto diremo che potrebbe volersi la le-zione sul marmo cosi = C • VIR • EGR • LL • N ■ IIS, ma non 1' addottiamo perche non e certa a causa dei ilifetti del marmo, e perche non darebbe possibilita di interpretazione rsgionevole, supponendo che Fabio sbbia aumcn-tato la Curia di cento Viri Egregi. Imperciocche il titolo di egregio competeva a cariche maggiori che non ali' of-ficio di semplici decurioni, e di decurioni di nuova ag-gregazione; egregio e il titolo che si ditde ai Gover-natori di Sarriegna, ai Procuratori della Moneta, ai Pri-mores delle citta, ai decemprimi, ai Curatori, ed il valore di questa voce egregio a tempi di Antonino, non era si scaduta da attribuirla ad ogni decurione novellamente aggregalo. D'altra parte, nei decreto si dice chiaramente che Fabio Severo completo la Curia non gia che P abbia aumentata, e siccome il numero solilo di Dccurioni era di cento, per cui anche si dissero Cenlumviri, e questo numero si vede per Pola confermato da brandello di lapida, non puo stare che sia stata aumentata di cento novelli aggregati. Intorno il 1300 il Consiglio Municipale di Trieste formavasi di centottanta Decurioni, e siccome le forme antiche si conservarono presso di noi anche do po tale epoca, potrebbe volersi cercare in questo numero di 180 P aumento fattosi anticamente; pero non e da di-menticarsi due cose, 1' una che nella cifra di 180 si com-prendevano anche le cariche tutte, le quali si prendevar.o anche fra persone che non appartenevano al Consiglio, ed erano votanti per diritto in carica fino a che duras-sero in carica; vi appartenevano anche i Capirioni che . erano in numero di sei. L' altra cosa da non preterirsi si e che anche in antico sebbene il numero di Decurioni fosse di cento, il consesso era maggiore, prendendovi parte i Seviri (i Capirioni) ed altri onorati, sia patroni, sia altro; e vedemmo in lapida dacica data dal Dr. Cu-mano, come ad uno di questi onorati, oltre lo splendore deli' uniforme decurionale, si accordava il diritto di dare il voto IVS • DICENDAE • SENTENTIAE Dal che tiriamo che nella parola incerta non si na-sconde il numero di nuovi aggregati. II cavaliere Dr. Labus fu di avviso che vi si celas-se MVNERIBVS cioe officii. L'EXCVBIT del 27.° verso e P ADAVXERAT del 28." seconda colonna correggiamo in EXCVBVERIT ed in ADAVXERIT. In testa della prima colonna stava gia IvL • NO-VEMB: le reminiscenze della eta giovanile ci fanno sa-pere di avere veduto alcune lettere consiinili, ora mancanti perche nelPatterrnmento di parte della facciata della chiesa di S. Pietro, non si ebbe cura di porre il marmo a riparo della caduta delle pietre. La leggenda e fra le piu memorabili deli' antichita romana (intendiamo di cose municipali), preziosa perche ci svela cose importantissime per la costituzione municipale di Trieste, per la geografia nostra, e per l'aqui-sizione della cittadinanza, sulla quale versarono dub-biezze. La leggenda e una deliberazione del Consiglio decurionale di Trieste, incisa tal quale fu proposta ed ad-dottata. Si scorge da questa che i duumviri, presi-denti del Consiglio, aprirono la seduta verba fecerunt, esponendo la posizione di fatto, i merili cioe di Fabio Severo tessendone le lodi, ed invitando il collegio.a de-cretare cio che meglio sarebbe piaciuto. Lucio Calpurnio Certo, decurione, fu il primo a pro-porre la parte da prendersi, e sua e la formola del decreto. Ouesto suo primo parlare non e caso, od impeto di gratitudine, ma conseguenza del suo rango; imperciocche sebbene eguali i decurioni, fra gli eguali esso era il PRIMVS CENSENS, era il PRINCEPS, o, come lo si dice nei Placito istriano deli' 804, il PR1MAS (nei Pla-cito si parla del Consiglio di Pola, il quale come della capi-tale della provincia aveva precedenza sugli altri). E questa precedenza la viddimo usala nei Consiglio municipale di Trieste anteriore al 1848, accordatasi al Preside del Consiglio municipale. La parte proposta da Lucio Calpurnio Certo venne adottata, e la formola e espressa appiedi della proposta colla voee CENSVERVNT; senza registramenlo dei voti pel si, o pel no, dacche cio appartiene al modo di pro-nunciare il decreto, non gia al decreto medesimo; appartiene al protocollo, non al deliberato. Per cio che riguarda la persona delPonorato, sappiamo di lui che fu figlio di Fabio Vero, il quale era Curatore del Comune di Trieste, carica imperiale insti-tuita da Trajano, in sussidio e detrimento deli' Autorita municipale. Fabio era decurione di Trieste, poi fu que-store nella citta di Roma, iridi Tribuno della plebe in Roma, poi senatore a raccomandazione di un Imperatore, verosimilmente di Antonino il Pio, ai tempi del quale fu emanato il decreto. Cio della sua persona; quanto ai meriti verso la patria si narra (e temiamo sia adulazio-ne) abbia esso desiderato la dignita di Senatore unica-menie per giovare alla patria; sia stato il protettore ed il difensore di que.sta, il vindice dei di lei diritti; abbia sostenuto processi in cose di pubblico diritto tanto di-nanzi ai giudiui che pronunciarono per incarico e dele-gazione deli' Imperatore, quanto anche dinanzi aH' Imperatore medesimo; nei quali processi riusci sempre vinci-tore perche il Principe fu giusto, e perche Severo uso di eloquenza esimia e prudentissima. Su cosa vertessero i gludizi, noi sappiamo, pero indicandosi pubbliche cause, e ridondandone il vantaggio anche alle prossime citta (deli' Istria) conviene ritenere che riguardassero, come si diceva, nel medio evo fra noi = Sta/um, profeclum et houorem civitatis. 11 inassimo dei benefizt arrecati alla patria o pel quale ebbe 1' onore delia slatua equestre dorata, fu 1' ag-gregazione de' Carni-Catali. Ouesti Catali sono menzionati da Plinio nella sua Geografia, la dove enumera i popoli piu illustri alpini, fra Pola e la regione di Trieste; a' tempi di Plinio que-sti Catali non erano fusi nel Comune di Trieste, ed a ragione si citano da lui, come distinti da Trieste. Autore piu lardo parlando di certa spedizione da Lubiana ad Aquileja, ricorda il confine di Trieste sulle alture di Loitsch di la del Nanos. Dalla lapida triestina abbiamo certezza che quesla tribi di Catali appartenesse alla stirpe dei Carni; e cio spiega come Strabone parlando della comunicazione per la regione di Zirkniz colle acquo della Culpa, toccasse una regione carnica di Trieste, passo che fu inteso, come parlante di Trieste villaggio Carnico. La quale regione dei Catali noi non dubitia-mo di collocarla in que!Ia regione che dicono la Piuca, nella quale v'ha ancora luogo di nome Caal; regione che formo poi appannaggio dei primi dignitari del nostro Capitolo. Allorquando Augusto nell'anno 14 di nostro salute regolo il governo di queste regioni, ed aggiudico i mon-tanari ai prossimi municipi; i Catali vennero dati in governo a Trieste, con cio che al comune di Trieste cor-rispondessero i tributi pubblici, e dipendessero dalle Magistrature di Trieste siccome a loro superiore; non pero cosi che ogni amministrazione delle cose materiali venisse loro tolta. La condizione di qucsti Catali era di comune tributario e soggetto, non erano cittadini ter-gestini, ne dello Stato, non polevano aspirare alle caricho della colonia cui erano affigliati, non prendere sede nel Consiglio decurionale, non avere gli onori, sebbene a-vessero i carichi. La quale condizione di cose se recava vantaggio pe-cuniario al comune di Trieste, perche le terre dei Catali erano tributarie a questo e formavano parte del distretto, recava pregiudizio in cio che le persone dei Catali non appartenevano alla curia; e le incombenze decurio-nali venivano ripartite sui decurioni di Trieste. E queste incombenze erano molte e gravose, perche t' impero non teneva nel comune Magistratura alcuna che fosse sua propria d rettamente, ma dalle Magistrature urbane esi-geva anche cio che riguardava il suo interesse plut prossimo e diretto; i decurioni erano personalmente e colle sostanze risponsabili per le pubbliche imposizioni; gra-voso era il decurionato, e lo divenne in seguito a modo tale, che rifuggivasi dalla curia, che vi si coslringevano i possidenti quasi si nascesse nella curia, coslringevano i credenti di Mose; condannavasi alla curia, quasi pena, la milizia, il Sacerdozio non dispensava. A tempi del nostro Severo la Curia triestina, cho era" di cento decurioni, trovavasi diminuita nel nuine-ro, per cui gli ofGci erano gravosi. Dessa ottenne dali'Imperatore Antonino Pio (vissuto fra il 138 ed il 161) che i Catali, siccome equita lo esigeva, e siccome ne erano meritevoli, appartenessero al comune di Trieste non solo per le imposizioni, ma altresi per le persone affinche partecipassero degli onori e dei carichi ed i mi-gliori e piu doviziosi venissero in allegerimento dei pri— mitivi. II modo per entrare nella Curia fu fissato in cio che rimaste fertne le imposizioni, i novelli aggregati do-vessero pagare doppia Onoranza, doppia tassa, cioe, di aggregazione; che vi entrassero mediante la carica di Edili, cioe dell'officio piu caro al popolo per la pulizia delle vie e degli edifiz! pubblici, per 1'annona, e per le pubbliche feste; piu desiderato dagli ambiziosi, per trarne nome popolare colle largizioni e suntuosita. L'aggregazione alla Curia triestina portava di con-seguenza 1'aquisizione della ciltadinanza dello stato; che anche gli antichi sentirono non potersi far parte di un comune senza ejsere membro dello Stato al quale per-tiene il Comune. E tanto fu costante questa massima in Trieste, che la legge non abolila sulla cittadi.ianza, la-sciava in facolta al comune di aggregare chiunque, ma 1' aggregato doveva giurare sudditanza aH' Austr ia; il progetto di nuova legge che surroghera 1' esistente non accorda ai comuni di concedere la cittadinanza dello stato; vieta di acoogliere fra i cittadini chi non e au-striaco. L'aggregazione dei Catali porto altri benefizi sor-passati dal decreto. I decurioni non potevano prendere stanza fissa fuor di citla, dovevano tenere palazzo aperto nella colonia, con che veniva aumentato il numero delle famiglie doviziose; i possidenti deli'agro remoto, parte-cipando alla citta, vi partecipavano alla civilia, alla col-tura, e la trasportavano nelle regioni piii 1 ontane deli' a-gro distrettuale, ove avevano possidenze; il comune provvedeva agli interessi virtuali di quegli agri, che la-sciati isolati non erano in possibilita che di provvedere a pena agli interessi materiali di infima categoria, e di sfera ristrettissima. Fabio Severo merilo bene della patria sua, e la patria lo rimerilo con quegli onori che allora potevano concedersi dai comuni, siccome sprone e guiderdone a beli' operare; grandissima sapienza questa, che dirigeva a pro pubblico le ambizioni degli uomini. Dali' onore delle vesti, del seggiolone, del sofa, salivano aH'onore delle leggende, della statua in piedi, della statua seduta, del cavallo, della statua equestre dorala nel sito celeber-l-imo del foro, che era il Toson d' oro degli antichi comuni; e questo si ebbe il Senatore Fabio Severo col-1' aggiunta di complimenti a lui ed al padre suo. II de-creto medesimo si volle inciso nella base, affinche la volonterosita di tanto uomo, e le gesta passassero ai posteri. Le memorie dei passali, i monumenti frequen-tissimi, riguardavansi dagli antichi come incitamento ai viventi', come lezioni di amor patrio, e ne avevano effetto, anche se fra. lo innumerevole sluolo delle statue e delle leggende, vi erano lodi bombastiche, adulazione, o peggio.B La caduta dei comuni antichi e segnata dalla mancanza di memorie pubbliche; il passaggio e segnato da monumenti di basso servilismo. La costituzione municipale, la quale apparisce nella pianta organica non diversa da altri Comuni antichi, ha questo di proprio che vediamo un comune unito in ori-gine pel solo Iributo a quello di Trieste, partecipare poi al governo ed alle onoriticenze di questo, non pero cu-mulativamente, sibbene mediante singole persone del comune tributario che potevano chiamarsi ad essere citla-dini veri ed attivi del comune dominante. II quale mu-tuo benefizio non sembra essere stato soltanto di Trieste, ma di altre citta della provincia prossime a queste, senza che poi possiamo precisarle a causa del silenzio usato nel decrelo. Ci venne delto che il comune di S. Lorenzo prossimo a Parenzo fosse in simile condizione; con cio che per entrare nel Consiglio Municipale di Parenzo conveniva essere del Consiglio di S. Lorenzo, o piuttosto che gli aggregati al Consiglio di S. Lorenzo avessero con cio titolo sufficiente per venire ammessi al Consiglio Parentino. Della quale voce non possiamo poi indicare a quale tempo dtbba riferirsi, ne potremmo attestarla vera ; poi-che per quante diligenze avessimo usate per vedere la legge Statutaria di S. Lorenzo, non ci venne mai fatto di poterne avere notizia, dacche in quel comune non esiste esemplare; ne sapremmo in qual pubblico archivio ve ne sia, intendiaino di questa provincia. Ne forse simili condizioni erano straniere a Citta— nova per rispetto a Buje, a Capodistria per rispetto a ........ non azzardiamo dire quale luogo, per 1' igno- ranza in cui siamo. Diremo aneor qualcosa sul dccreto medesimo. Si vedono osservate in questo le titolature pre-seritte. Non si manca di dare a Fabio Severo il titolo di Chiarissimo, che e proprio dei Senatori ordinari, anzi (juello di Amplissimus che e propriamente deli' or-dine intero. Se non andiamo errati tre erano le categorie dei Senatori = per nascita e questi si dicevano illuslres = per impieghi sostenuti nel palazzo imperiale e si dicevano speetabiles — per liberalita del Principe sopra i- stanza fatta, e quesli dicevansi Clarissimi, P intero ordine aveva il titolo di Amplisshnus. Se cosi fosse il doppio titolo che si da a Fabio Severo spiegherebbe nell' Amplissimus il rango di Senatore, nel Clarissimus il genere di Senatore fatto dal Principe sopra inchiesla. E si avrebbe conferma di questa specie di suo Se-naturiato nella lapida medesima, la dove si dice che egli abbia chiesto la dignita di Senatore (la quale non era interdetta ai Municipali) SENATORIAM • DIGiMTATEM • CONCVPIVISSE; e cio darebbe argomento a supplire la leggende posta di fronte al dado leggendo nell' ultimo verso CAND • ANTONINI ecc. II Padre di lui Curatore del Comune e Egregio. II Principe e Divino, le sue decisionis sono letlere ce-lesli. Patria non e soltanto la colonia di Trieste, della quale si dice sempre Noi, il Comune nostro; ma per patria sembra indicarsi la provincia. In tempi piu tardi patria o provincia furono sinonimi, e si disse Patria del Friuli, Patria deli' Istria per indicare la provincia; questa si intese quando semplice-mente fu detto patria. A chiusa registreremo la leggenda posta di fronto al dado, la quale giova aH' intelligenza migliore del de-ereto L • FABIO/////FIL PVP•SEVERO QVAESTORl V R B A N O ////////////// PLEB /////////////////ION Riempitura. Sulla voce volgare ITIulo. II volgo di Trieste usa di dare il nome di Mulo ai ragazzi, non gia in senso di sfregio, ma in senso in-nocente, ne chi lo da intende di dire ingiuria, ne quegli cui e dato intende di riceverla, ma di indicare piuttosto persona secondo P eta, ignorandone il nome. In altri luoghi vicini gli Italiani dicono mamulo, mamul in e-guale senso, dalla quale voce fu tratta quella di mamo per indicare scemo di intendimento. Bimulo, Trimulo dicevano i Romani a fanciulletti di due o di tre mesi, da cui venne nella lingua Bimbo. Oueste voci latine si trovano in qualche leggenda come vezzeggiativo. Noi sospettiamo che il mulo della nostra plebe, come il mamulo, sia al pari di tante altre voci, avanzo deli' antico latino volgare che si parlava, siccome lo sono le voci Tata, Mama.