ANNO IV. Capodistria, 1 deeembre 1870. N. 23. IHCIA wo 'iiìb* GIORNALE DEGLI INTERESSI CIVILI, ECONOMICI ED 11HÌNISTBITITI DELL'ISTRIA. Esce il 1 ed il t6 d'ogni mese. 4SS0CI Ì.ZI0W3 per un anno f.ni 3; semestre e quadrimestre in proporzione. — Gli abbonamenti si ricevono presso la Redazione. Articoli comunicati d'interesse generale si stampano gratuitamente; gli altri, e nell'ottava pagina soltanto, asoldi 5 per linea. — Lettere e denaro franco alla Redazione. — Pagamenti anticipati*. — Un numero separato soldi 15. / A V V I S O Preghiamo quelli fra i nostri signori associati, che per avventura non avessero ancora pagato il prezzo di abbonamento, a farlo prontamente a mano dei nostri gentili incaricati alla riscossione, oppure direttamente alla redazione del giornale, onde questa non sia obbligata di sospender loro la spedizione. SOSCRIZIONE PEI DANNEGGIATI DALL' INCENDIO DI TRENTO.. II. Lista. Cristoforo dottor de Belli podestà di Capodistria f.ni 5. — Gio. Andrea dottor nob. Manzoni di Capodistria f.ni 2. — Domenico nob. Manzoni di Capodistria f.ni 1. — Gianandrea Gravisi di Capodistria f.ni 2. — Nicolò barone Lazzaróni di Al bona f.ni 2. — Antonio Orbanich maestro dirigente in Muggia f.ni 1. (Continua) A PROPOSITO DEL III CONGRESSO AGRARIO ISTRIANO. È ormai una verità vieta, tanto la si dice su tutti i tuoni e ad ogni occasione, che la redenzione delli uomini consiste nell' educarli, nel compatir loro la vita dell' intelletto, eh' è necessaria condizione di quella del core. Pure, anco a rischio di parer pedanti, non temiamo noi di ricantare le più trite sentenze, avvegnaché consideriamo che in questo mondo le verità non sono mai abbastanza annunciate e diffuse. Per quanto dicasi che è venuto il tempo della verità, si sa bene come spesso trionfi ostinata la menzogna. D'altronde accade spesso che certe cose si dicano perchè le parole Prendono un gratissimo suono a chi le ascolta, e non costano punto a chi le pronuncia. Se non dovesse parlar che la coscienza, chi sa quante volte si avrebbe a restar muti 1 Tanto e tanto l'argomento non è ancora a bastanza meditato, poiché se lo fosse, andiamo sicuri che saremmo ormai a migliori condizioni. Quando si pensasse che l'ignoranza è cagione di miseria e che è dessa il massimo ostacolo ad ogni progresso ; quando vi si pensasse da vero, allora sì che si farebbe qualcosa di più per 1' educazione ; sola e vera provvidenza, lo ripetiamo, e continua redenzione. — Presti dunque e solerti all' opera ! Chi vuol sovvenir 1' obolo alla miseria del pensiero ; chi spendere il proprio intelletto in prò delle la patria; quelli accorrano. Yi si accettano tutti gli uomini di buona volontà, e si prometta loro un compenso con la consolazione di chi fa il bene e la riconoscenza di chi lo riceve. — E un torto irreparabile, e più volte fatto sentire dalla stampa periodica, la completa trascu-ranza che si ha per l'istruzione di quelle classi, che esercitano la più vantaggiosa delle industrie e la fondamentale di tutte le altre. L'industria, vogliam dire, che ci dà il pane quotidiano e tutte le materie prime, e ci apre i tesori infiniti, coi quali si erigono le più splendide città e si alimenta di continuo la loro grandezza. La terra e la patria sono la medesima cosa; or dunque i più utili tra i fattori del bene comune, i custodi dell' antichissimo aratro abbiano il conforto di un po' d'istruzione che li tragga dal loro avvilimento, li renda più ragionevoli e inse- gni loro a usufruir della terra al modo, che meglio vuole la scienza e la ragione. Ci vuol altro che dire il nostro paese è per eccellenza agricolo, che alla terra piuttosto che a qualunque altra industria debbano rivolgersi i nostri capitali e le nostre cure. Ma primo capitale non è forse l'uomo, che vi si applica, non è desso 1' anima ed il motore di tutte le forze della natura? E non credete che, allargando un po' la cella del suo intelletto, scuotendo con riflessione la cieca abitudine e l'inconscio empirismo, non troverà modo di migliorare la pratica delle cose agrarie ? E poiché la terra tanto vale, quanto l'uomo, educare l'agricoltore non sarà forse lo stesso che aggiungere valore ai nostri poderi? In questo solo modo vedremo mutato T aspetto delle nostre campagne, e, diciamo ancora, vedremo cangiata la fisonoraia morale de' suoi abitatori. I giovani più agiati non più intristiranno nello città bramosi di cariche e di gloriuccie ; ma invaghiti dei campi ameranno rivolgersi con passione ad applicare le cose apprese, quando vedranno poter ritrarre onore e profitto. Quanta compiacenza sarà la loro nella gara de' continui sperimenti e nella relazione de' felici risultati, a rinnovare tra gli agricoltori sparsi in tutte le terre della patria le cognizioni intellettuali e i trionfi delle scuole! E se alcuno inclinasse a qualche studio letterario come sarebbero raccolte nei giornali e nelle riviste agricole le nozioni dei progressi della scienza, e delle nuove pratiche adottate, e delle sperienze tentate e riuscite e dei migliori prodotti ottenuti e delle proprie invenzioni e proposte! I contadini dipendenti, persuasi dalla sua parola e da' suoi atti, persuasi più ancora dal buon successo, comincerebbero a credere; e non durerebbero fatica quando si trattasse di chi parla il loro linguaggio e fa quasi il loro mestiere. Così col sussidio della scienza sapranno anch' essi spiegare le ragioni dei fenomeni naturali e saranno corretti da quell' infecondo fatalismo, che fa loro credere mandata dal cielo ogni traversìa e li fa accasciare prostrati ed inerti, senza •pensare a rimedio, sordi agli stimoli, increduli al consiglio. Desideriamoli cotali tempi e facciamo voto che quelli tra nostri giovani, cui poco costa recarsi in campagna, vi si rechino più e più volte l'anno; poiché non le molli erbette - le chiare, fresche e dolci a que, saranno loro di stimolo; ma bensì il conversare col contadino di cose non più a lui i-gnote, e il sedersi al focolare tra gente che non li guarderà più colla malizia ed il sospetto proprio dell' ignoranza. Allora altero del suo lavoro non sarà cosa strana vedere in mano dell' agricoltore un libro, un giornale, che lo tenga avvisato sui progressi dell'arte che professa. Si pensi dunque e con somma sollecitudine a fondare scuole agrarie per estendere l'istruzione nelle nostre campagne, e eoli'appoggio di chi ha in mano le teorie si rendano pratici certi progetti, stupendi sì, ma che sono tuttora nel campo delle brillanti e vaporose discussioni, dei patriottici ma ancor chimerici pensamenti. W. Alcune osservazioni sulla nuova edizione del poema Istria del Vescovo di Trieste, Andrea Rapido, contenuta negli Atti dell' i. r. Ginnasio di Capodistria 1870. (Cordinutiz'.one vedi N. £2.) Quest'edizione confrontata colla prima ha molte varianti ed aggiunte, di cui sarebbe troppo lungo tener discorso, e voler anche indovinare le ragioni dei mutamenti operati dall' autore. Non posso però accettare ogni opinione espressa nelle medesime. Premetterò che il Favento scrisse Rapiccio, mentre la famiglia, tuttavia esistente a Pisino, si segnò sempre Rapido. (*) Nei cenni intorno alla vita od agli scritti del Vescovo Andrea Rapicio che 1' editore premette al poema ( a cui sarebbe forse stato bene di far precedere, o porla in una nota, anche la dedica a Sigismondo de Herberstein che si legge nella prima edizione) esso mostra di dubitare se Trieste veramente appartenga all' Istria, e se quindi debbasi considerare istriano il Rapicio, che tale si riguardava. In verità che a forza di restringere l'Istria come vorrebbero alcuni, la ridurremo ad una troppo minuscola cosa. I Romani non dubitarono di dilatare a grado a grado l'Italia limitata al Rubicone, e portarla sino alle Alpi, romanizzando poi le aggregatevi popolazioni; e perchè dovremmo noi, dimenticando il passato, negare l'istrianità a Trieste che fu anticamente per postura, sangue e governo una parte dell' Istria, solo perchè poi ne venne staccata? E perchè non vorremo riconoscere alcune appendici di quella che diciamo Istria pro- (*) In un manoscritto, che si conserva in archivio privato di Capodistria, leggesi pure Rapido ed anche Rapizzio e Rapizio; come anche della famiglia Carpaccio trovasi Carpatio, Carpacio, Carpazio ejìn anco, eh'è tutto dire, Scarpazza. Vedi su ciò Stancovich. Bed. pria, che le vicende politiche ci diedero a compenso quasi del territorio perduto oltre Zaule, ed assimilarcele col diffondere su esse la nostra civiltà? Se Plinio, dal Favento citato, parlando del Formione, lo dice « antiquus auctae Italiae termi-nus, nunc vero Istriae, » mostra con ciò evidentemente, parmì, che il Formione non era in origine il confine dell' Istria verso occidente, e efre 10 divenne appena quando l'Italia fu estesa sino al medesimo, per esserle stato tolto quel tratto che correva dal Formione al Timavo, dal quale a detta di Strabone e Livio, scrittori più vecchi di Plinio incominciava 1' Istria. Nè panni esatto che Livio parli dell' Istria in senso etnografico, come dice il Favento, che anzi accenna alla di lei geografia, parlando dei fines Histriae e del suo territorio in cui entrarono a portar la guerra i Romani. Si è Plinio invece che dicendo del paese tra 11 Timavo e il Formione Carnorum haec regio, junctaque Japgdum, accenna anche, come fa pure spesso riguardo ad altri territori delle genti o schiatte che 1' abitavano. Se avessimo ad attenerci alla geografia di Plinio soltanto, ci converrebbe escludere dall' Istria anche 1' agro Albonese, quantunque naturalmente vi sia incluso. Però sebbene Plinio pone Albona e la costa orientale del Monte maggiore, abitate da popolazioni liburniche nella Provincia di Liburnia, di cui in realtà formavano parte, ciò non pertanto colla parola Hi-stria ut penisula excurrit sembra riconoscere, che esse per geografia naturale o topografica appartenevano all'Istria. Checche ne sia, conclude il Favento è certo che il Rapicio si considerava istriano; » ma in opposizione al dubbio qui espresso, egli nella nota 0, alludendo al paese fra il Timavo ed il Formione, dice : « che 1' anzidetta spiaggia appartenesse all' Istria lo vediamo,, come fu detto nei Cenni della vita etc. Il dubbio del Favento può essergli derivato dalle opposte opinioni dei nostri corografi negli ultimi secoli, riguardo di confini occidentali dell'Istria, che mentre p. e. il Coppo, Luca da Linda ed il Mauzuoli fanno principiare, come il Rapicio, dal Timavo, altri, come Flavio Biondo, il Goina, Leandro Alberti credono incominci dal Formione o Risano. — Nella nota 1.) il Favento ricordando che il Rapicio nella prima edizione usò Histria, nella seconda, Istria, c' insegna che i latini sempre scrivessero questa parola coli'aspirata. L' edizione vecchia di Plinio da me adoperata ^Froben da Basilea 1530) scrive Istria e non Histria e Giustino che distingue gì' Istri dagli Istriani non adopera 1' aspirata. Se non ho potuto comprendere perchè nella prima edizione due volte il Rapicio scrivesse Jup-piter anziché Jupiter, dacché la prima sillaba è per se lunga, senza aver il bisogno di renderla tale raddoppiando la p, meno posso rendermi ragione perchè nella seconda edizione al vergo 6, si scrive Juppiter ed al 245 Jupiter. Ma giacché siamo alle correzioni, credo che nel rivedere le bozze, siano sfuggiti al Favento due errori: l'uno al verso 260, Saepe ego qum in-sanis frenterent abreptà procellis - aeqnora, dove, in luogo di abreptà (portate viajt, dovrebbe stare, come nella prima edizione- abrupta (tv'Amtto) l'altro al verso 307, dove in luogo di vehimur, deve stare come nella prima edizione, veheremur, senza di che il verso sarebbe fallato. E così par-mi pure che nei verso 342 invece di cospicua debba dirsi conspicua. Nella nota 4 il Favento portando il testo di Plinio ove parla del vino Fucino, conosciuto dai Greci, in luogo di pyetanon, come trovo nelle e-dizioni da me vedute scrive praetentianum, che non è parola greca. La questione del sito dell0 antico castello Fucinimi, dove nasceva questo celebre vino viene a-gitata dal Favento nella nota 5. Determinarlo con sicurezza non seppe finora nessuno; i più credono di ravvisarlo nell' odierno Duino dove vi sarebbero tuttodì indizii di preesistenza d' un castello romano. Altri, come il Goina e Ludovico Vergerio lo pongono a Prosecco. Certo Pucinum doveva essere stato un castello d'importanza, perchè Plinio fra il Timavo e Trieste non nominava altri luoghi, ed egli si limitava ad enumerare soltanto quelli di maggior rilievo, nè sicuramente lo indica soltanto perchè distinguevasi pel vino, del quale parla in due successivi luoghi. Questo vino com' egli e' insegna, nasceva sopra un colle al mare, poco lungi dal Timavo, ma l'haud procul a. Timavo fonte, non indica prossimità che sarebbe stata espressa con ad, o, jurta Timavum, poteva essere anche alla sempre breve distanza di mezza o di un ora —■ a Sistiana, a S. Croce, come si può benissimo dire che Isola è poco lungi da Capodistria; sicché se il Centauro Ciliare, stando presso il Timavo ne bevette, come canta il Rapicio, l'acqua commescendola al vino di Fucino, non occorreva che 1- Anfora da cui lo trasse, fosse proprio in una cantina là alla sponda del fiume, come si può bere 1' acqua della fontana di Capodistria unita alla ribolla d'Isola o al refosco di Paugnano. Del resto giova ad osservare che se il Rapicio quinaria di Cillaro centauro, Marziale allude a Cill taro cavallo di Castore, negli epigrammi 35 e 27: Et tu Ledaco, felix Aquileja Timavo, Ilic ubi septenas Cyllarus nausit aquas. An tua multifidum numcravit lana Timavum Quem pius astrifero Cyllarus ore bibit. Il Castello di Pucinum poteva essere benissimo Duino, dal che però non segue ancora che il colle su cui nasceva il celebrato vino debba essergli stato immediatamente vicino, basta che vi fosse entro il suo territorio, per apprendere il nome del medesimo. Riterrei però anch' io che iL territorio di Pucinum corrisponda a quello di Duino; perchè giusta 1' anonimo ravennate a Pre Guido dopo Trieste verso Aquileja v' erano Abdecis-sim o Avesica, che il Dr. Buttazoni riscontra in Proseco, ( Archeog. triest. voi. II. fas. I.) poi Forojulio, poi PutiolÌ3 o Puciolis, che sembra il Pucinum di Plinio. Dalla descrizione topografica che il Rapicio dà del sito (versi 42— 50) sembrerebbe che egli metta Pucinum a Prosecco, od altro luogo non lontano da Trieste, perchè vi trovava frequenti diletti della uccellagione, caccia o pesca. Di questo parere erano, tra gli altri, il Goina e Ludovico Vergerio. Il Pucino veniva spremuto, giusta Plinio, da un' uva nerissima — omnium nigerrima — che corrisponderebbe al nostro refosco. Altrove dice: pucina vina in saxo coquuntur: il plurale qui a-doperato potrebbe far ritenere che il colle da cui se ne ricavavano poche anfore, ne desse il più distinto, ed era quello che usava Livia, ma che in buona copia ne crescesse, auche in altre parti di quelle coste. Il colle suddetto non era forse che un pendio di Livia. Esaminando il passo dal verso 40 al 45 potrebbe sorgere il dubbio se nell' ultimo Longe a-ìios fructu, viriate et laudibus anteis sia da preferirsi la lezione fructus della prima edizione. Senon-chè allora potrebbe apparire che l'alios si riferisca al fructus, locchè non parmi; perchè il poeta apostrofando il vino personificato che chiama pater PucinuSi mostra [di confrontarlo cogli altri vini personificati p. e. col pater Falernus. E quindi volendosi adottare la lozione fructus, questo dovrebbe essere il genitivo di virtute. Credo che il poeta accortosi del senso ambiguo, abbia preferito il fructu, e che il virtute alluda al passo di Plinio ; " nec aliud aptius medicamentis judicatur. » Il Rapicio chiama con Virgilio japidico il Tignavo, perchè ritiene che tutto il Carso sino a questo fiume sia stato dei Japidi, locchè non puossi veramente dedurre da Plinio, ove dice, parlando del paese tra il Timavo ed il Formione: " Carno-ìum haec regio, junctaque Japydum r sembra anzi che egli lo qualificasse precisamente carni-co, però s' attaccava alla Japidia cisalbiana, la quale s' estendeva al disopra dell' Istria e dell' a-gro colonico di Trieste, internandosi nel paese a-liitato dai Carili, come un cuneo la cui punta giungesse al Timavo. Virgilio però, il quale avrà saputo che le acque, che sboccavano sotto il titolo di fons Timavi al mare sorgevano in terre japi-tliche, o le attraversavano, come la Reka odierna, ed il Frigido, poteva anche per questa ragione chiamarlo giustamente japidico. Intorno al Timavo scrissero a' nostri dì dottamente, oltre il Gattinelìi, il Savio, il Berilli, ed il Kandler — e se esso salì a tanta fama, se Virgilio ne fa una descrizione, come di cosa sorprendente, doveva essere ben altra cosa che al presento; imperocché fiumi sboccanti con rumore da u-ìia rupe non sono rari, tra cui è il Risano. Che se anticamente, come opinano alcuni scrittori, il Frigido, so l'Isonzo avessero avuto attraverso alcuni laghi per sotterranei cunicoli lo sbocco nel senso tra Duino e Monfalcone, la grandiosità del fenomeno sarebbe spiegata. Nota 29. Che Pirano sia sorta appena coli' invasione dei popoli barbari non credo - era troppo propizio il suo sito ai commerci marittimi, perchè, oltre gì' Istriani antichi, i Romani ne approfittassero. Verosimile parmi bensì che Pirano, al pari di alcune altre città marittime dell'Istria bene difendibili, perchè situati su promontorii o su i-solotti attigui al continente e poi con esso congiunti, avrà accresciuto la sua popolazione con famiglie rifuggiatevisi dai luoghi interni duranti le incursioni barbariche. Nota 32. Non saprei adattarmi all' opinione che IJmago fosse l'antico Ningum, perchè dall' anonimo di Ravenna e da Pre Guido è menzionata sotto il nome di Humago; e perchè la strada imperiale da Trieste a Pola non seguiva le tortuosità ed insenature della costa per toccarvi tutti i luoghi, ma correva a lince rette di cui s' hanno indubbie traccie; altrimenti vi sarebbe stata verosimilmente nominata anche Emonia. Le distanze portate dagli itinerarii non sono sempre guida sicura, perchè molte trovansi viziate dagli ammanuen-si. Del resto un' opinione sul sito di Ningum, può leggersi anche nell'Istria Giornale an. IV. (Continua) Pregiatissimo Sig. Madonizza, Rovigno, novembre 1870. Un mio amico di.........mi scrisse la lettera seguente, che io giro a V. S. mancante di alcune righe, le quali verranno sostituite da punteggiati, perchè tale fu la condizione impostami. Il progetto è infatti anche a mio avviso, di pratica ed utilissima effeìtuazione, epperò traggo lusinga non gli verrà meno l'appoggio autorevole di codesta onorevole redazione. Devotissimo A. S. Mio caro A....... 26 novembre, 1870. E ora ti voglio manifestare un progetto, del quale, tu che maneggi la pernia più spesso di me, dovresti farti propugnatore nella Provincia. Se esso non troverà effettuazione, troverà almeno il conforto di dormire in quell' archivio attorniato da numerosi fratelli. Mi venne dunque il pensiero che formerebbero lavoro veramente patriottico quelli che volessero, in una nuova rubrica da inaugurarsi nel periodico sopra citato, scrivere una rirista istriana mensile, la quale riassumesse con analisi prudente assieme a suggerimenti maturi — e al bisogno schiettamente censurare — tutto quello cbe avviene nella nostra provincia per opera dei vari istituti pubblici e privati: sarebbe un quadro quasi sinottico e molto proficuo del movimento civile ed economico, messo ogni mese sotto i nostri occhi. 1 compilatori della rivista istriana mensile avrebbero sempre messe copiosa : i più importanti deliberati delle rappresentanze comunali, coli' accennare, per av-\ entura, agli argomenti di maggior interesse emersi dalla discussione; le operazioni delle Autorità distrettuali, della Giunta, della Dieta, della Luogotenenza e dei Ministeri in quanto, bene inteso, si riferiscano a noi; della Società agraria e suoi Comizii, delle società operaie, delle Camere di commercio ecc. ecc ; le corrispondenze serie che trattano interessi nostri sull' Osservatore e sul Cittadino ecc.; insomma, come ti ho detto dapprincipio, tuttociò che avviene nei varii campi di operosità civile, econo mira e amministrativa sì pubblica che privata. In ogni città dovrebbe, possibilmente, risiedere un membro compilatore, il quale a seconda del ramo scelto, dopo di avere, supponiamo, raccolto dai segretarii comunali (appositamente invitati dalla Giunta provinciale) la relazione ufficiosa delle sedute importanti, stilizzerebbe i periodi relativi della rivista, trasmettendoli poscia alla redazione della Provincia oppure a quel Circolo Compilatore, che si sarà incaricato di fornirla ad essa bella e pronta. Tale rivista — la cui importanza e le cui conseguenze aumenterebbero certo in proporzione dell' autorità e dell' erudizione inerenti al gruppo delle persone ispiratrici — conterebbe pagine di encomio pegli operosi, d'impulso pegli apatici e pei titubanti (dei quali ultimi in ispecie l'Istria non sente penuria); resoconti opportuni per chiudere la bocca spesse nate ad alcuni bisbetici censori delle faccende nostre ; a noi tutti riuscirebbe indice costante ed utilissimo del già fatto e di quello che resta a fare; una guida, o a meglio diro una rotaja sulla quale correre spediti la via che conduce al nostro rinnovamento morale ed economico. Questi articoli poi, raccolti dopo 1' anno in un fa-scicoletto, potrebbero egregiamente con qualche piccola aggiunta costituire 1' Annuario della Provincia; annuario prezioso, che stampato a molte centin.tja di copie concorrerebbe, senza dubbio, ad agevolare lo scioglimento del problema ancora arduo tra noi, concernente i mezzi pratici e peculiari per conoscerci realmente, e quindi combattere quella tendenza, manifesta in molte delle nostre città, di ricostruire mura merlate e ponti levatoi. Mi sembra, caro amico, che il progetto sia facile, pratico e molto utile: non abbisogna che un po' di buona volontà. Sarebbe in vero un fatto molto sconfortante, che accettato in massima l'attuamento di questo progetto non si trovassero in seguito alcune persone le quali volessero dedicare, ciascheduna nella propria sfera di a alisi, tre 0 quattro ore al mese, e queste in frazioni, pel lavoro di cui ti parlo. Ho messo giù questi periodi come mi capitavano, senza nesso, e Dio non voglia, senza sintassi ; ma sono sicuro del tuo compatimento, poiché a te è già nota la poca confidenza che ho colla penna: non l'adopero ohe per amministrare la campagna, e qualche volta per chiamare all'ordine il signorino che studia a Padova 1 arte di difendere i birbanti. Peccato, lo avrei fatto un buon campagnuolo ! Addio del tuo Aff. Giuseppe. mtjseo di lapidi romake nel litojule. (Continuazione e fine, vedi ti. 22.) Li primi depositi di epìgrafi e monumenti entro il tempio di Roma ed Augusto furono spontanei, senza piano e proponimento, come altrove, dacché nou è ancor sciolto il quesito se sia stata inventala prima la campana oppure il batocchio, prima li alberghi, od i viaggiatori. Era piuttosto quella raccolta un rimorso di aver lasciato perire i monumenti polensi. Non ignoro che a siffatti proponimenti, che diremmo municipali, dei quali era propugnatore il Rossetti, erasi proposto anche in altissime regioni il raccogliere in Trieste, capo allora di tutto il litorale, tutti i monumenti antichi della Marca d'Istria e della Contea di Gorizia, di Pola ed Aquileja, ed era propugnatore il cavaliere de Steinbiichel, ma il Governo Imperiale pronunciò che si lasciasse cadere questa proposta. E con ragione. La provincialità concentratrice, come prese sviluppo nelle grandi vallate mediterranee, fu contro natura, alle spiagge del mare dall'interno seno dell'Eusino, fino all' intimo^ seno dell' Adriatico e del Mediterraneo. Il mare non è un assembramento di acqua salata che divide i popoli, è sorgente incalcolabile di prosperità, causa perpetua di formazione di frequenti e prosperi Comuni, sì prossimi che l'una città vedeva per così dire l'altra, causa che fe' noverare su breve terreno tante città, poi vescovili, mentre nell'ampio Friuli appena duo contava. Aquileja e Cividale, mentre l'odierno Padovano, è 1 abbmazione di due antiche città, Padova ed Ateste. Così nell' Estuario veneto tante furono le isole di qualche ampiezza, tante le città, neppur oggidì, che poche ne avanzano, concentrate in una sola. Altrettanto deve dirsi dell' antica Dalmazia. Ed è sì potente la causa che Pisino fatto centro d'Istria nel 1825, rimase meno dell'antico Pisino, mentre oggi retto a Governo municipale sente effetti della vita municipale. Li antichi edifizi di Pola erano di dominio del Principe, durarono in quello dei Patriarchi di Aquileja, che posero grosso penale a chi ne levasse pietraj poi del Principe veneto, poi dell'Austriaco; in altri Comuni si ritennero beni dei Comuni, come era in Rovigno col palazzo detto la Torre, perduto in litigio civile; in Trieste il Principe austriaco non pretese a do-dominio dei monumenti pubblici romani, rimasti al Comune; nè mi è noto che pretendesse a quelli di Aquileja. In Aquileja. come nel Friuli, tutto l'Austriaco ed il Veneto non si venne a pubblico desiderio di formare Musei, si fecero raccolte private, sia dai Conti Cassia, sia dal Berteli, sia di altri; il Governo ne aveva dato incarico al Girolamo de Moschettini, che venuto allo strano pensiero di formare colle pietre e coi monumenti anticlii, muri di una stalla, colla proprietà della stalla passarono in altre mani. Oggidì la dieta Goriziana instituì Museo per tutta la Contea, che non valse a prendere slancio e che è ancora in mano della Giunta, in mancanza di proprio speciale Governo del Museo, come è di legge naturale e positiva di tutti li instituti. Ed è a deplorarsi che non sia venuta a maturità la pubblicazione delle epigrafi aquilejesi e cividalesi, nel che l'Istria fu più fortunata. Tale, secondo a me pare, fu il proponimento della Dieta istriana. Kandler. Una leziose di geografia. Un distinto publicista ora ministro della pubblica istruzione nel Regno, scriveva fino dall'anno 1852, quanto segue, sulla penisola italiana : Tre grandi divisioni geografiche si presentano a prima vista considerando l'Italia. La parte continentale penisola; e isolana Ma a volerla considerare nella stia fisonomia estetica ed economica, vi ha propriamente sedici regioni : Piemonte — Ducati e legazioni di Ferrara e Bologna — Lombardia — Venezia — Genovesato — Marche — Toscana — Campagna di Rama — Umbria ed Ab-bruzzi — Napoli e Campania — Puglie — Calabria — Sicilia — Sardegna — Corsica •— Istria. Ciascuna di queste regioni ha per così dire un o-rizzonte suo proprio. Ciasfcuna La visibilmente un appicco colle regioni sorelle, colle quali s'ingrana, ed un carattere tale, che in qualunque di esse voi fofcte trasportati d'improvviso, volgendo gli ocelli d'intorno, interrogando il cielo e l'aspetto della natura, voi, anche .solo per le prenozioni geografiche, potreste leggere il nome del paese, scritto ne monti e nel corso delle acque. Nessun paese ha nome più geografico e meno storico del Piemonte: e il Piemonte è veramente quella mirabil regione, la quale piana e fertile si stende proprio fin sotto alle radici del gran semicerchio dell Alpi, che dal colle di Tenda s'innerva fino al Monte Rosa. Nella Lombardia invece, che alcuni, battezzandola col più singoiar distintivo geografico ed economico, ha proposto di chiamare paese dei li giù, prima di giungere alle falde delle grandi Alpi, intercede un vasto labirinto di colli e di montagne, clic vanno gradatamente sollevandosi come una gigantésca scalea, la quale metta capo ne' cieli lontani. Lunghe vallate traver.-ali fanno contrafortc alla catena delle Prealpi Camunie e A avellinesi, e si stendono verso la pianura, come strade coperte di un immenso campo trincerato. I fiumi principali, il Ticino, l'Adda, l'Olio, il Mincio hanno 3 e' quattro grandi nostri laghi il loro serbatoio e il lo-i;o regolatore: indi le aeque defluiscono con più regolale e eostante vicenda, navigabili ed irrigue. 11 Po è la catena che congiunge insieme e confonde ne' medesimi interessi economici tutta l'Italia continentale. Ricevendo tutte le acque che scaturiscono dalle Alpi e dall' Appennino settentrionale, connette neces-ì-arianiente il sistema idrografico de' paesi pedemontani, cispadani e traspadani. L altra catena, che ricongiunge le regioni dell' I-talia peninsolare, e, nella stessa varietà di aspetti, dà loro una vita geografica, e 1' Appennino, cui altri chiamò acconciamente la spina dorsale d'Italia. Tre grandi masse voglionsi distinguere nella gran catena alpina : Le Alpi OccidentaH dal Colle di Tenda al Monto Bianco, il più eccelso tra i monti europei. L'altezza di questa catena è da 5 ai 10,000 piedi. Le Alpi Centrali, che dal Monte Bianco prolun-gansi nella direzione di sud-ovest a nord-est per 290 miglia fino al Pizzo dei Tressignori. L' altezza di questa catena è dagli 8 ai 14,000 piedi. Le Alpi Orientali, che compiono la chiusa semi circolare d'Italia, dal Pizzo dei Iressignori a Piume sul Quarnero, tirano da nord-ovest; con uno sviluppo di 180 miglia, vanno man mano digradando finche appena giungono nell' ultimo tratto delle Alpi Giulie da 4,000 a 2,000 piedi. E veramente il Friuli, che alcuni storici chiamano il passo d'Italia, fu sempre più facilmente aperto agi' invasori. Di là ci vennero que' Longobardi, che diedero il loro nome all'Italia superiore: di là gli Unni, Ungari, gli Slavi e i Turchi che spesso rumoreggiavano in su quella estrema frontiera. Ma quasi, a compenso, la natura ci diè l'antemurale dell'Istria, e le forti circonvallazioni i-interzate dell' Izonzo, della Livenza, del Tagliamene, e della Piave. Non e sostenibile 1' opinione del Macchiavelli, che quella dei monti non sia valida ed opportuna difesa ad un popolo. Basterebbe la Svizzera e la Grecia a dimostrare quanto sia infondata questa asserzione. E se a screditare il valore strategico delle nostre Alpi si cita la famosa campagna del 1800 in cui il maresciallo Melas fu colto sprovvedutamente alle spalle dal primo Console, si può a riscontro ricordare la lunga resistenza opposta per quattro anni dai Piemontesi all' esercito repubblicano nel 1792 al 1796, e il notissimo fatto del forte di Bard, che solo avrebbe bastato a mandare a male la calata di Napoleone dal gran San Bernardo, se la troppa negligenza de' suoi avversari non avesse ajutato la sua audaeia. Le Alpi, sublime frontispizio d'Italia, per testimonianza dei viaggiatori, vincono, al paragone della bellezza e della maestà, tutte le altre montagne del globo. Certo le Cordigliere d' America e l'Imalaja nell' Asia centrale passano di molte migliaja di piedi le più alte vette Alpine. Il Monte Bianco non misura più che 14,900 piedi, mentre il Chimberaco nel Perù tocca i 19,000, e la più alta vetta dell'Imalaja il Dhavalàgiri passa i 23,000; ma la massa di questi sterminati colossi sorge su alti piani che già pareggiano il livello delle Alpi: onde ne riesce vederli dalle pianure sottostanti, nè dan vista di sì grande maestà quanto il Monte Bianco visto dal lago di Ginevra, che appena sovrasta di circa 1,000 pieni al livello del mare o quanto il Monte KoEa (14,600 piedi) c le altre giogaje circostanti-che si vedono da tutti quasi i nostri colli e da ogni punto della pianura lombarda, poche centinuja fi metri superiore al livello del mare. Nei colossi dell' America e dell' India maggiore è il piedestallo, ne' colossi d'Italia maggiore la statua: direbbesi che questi nostri giganti abbiano più viva e scolpita personalità. Indi la poesia, che li predilige come sua patria. ARCHIVIO DIPLOMATICO DI TRIESTE. (Continuazione dell' Elenco manoscr. vedi n. 10.) Facendosi, a quel che ci sembra, sempre più sentilo il desiderio di una Storia Istriana, crediamo non disutile offerire ai nostri lettori altra raccolta di libri manoscritti esistenti nell'Archivio Diplomatico della nostra Trieste, stimandoli anche vantaggiosissimi per quelli istriani, che, astretti d illa lontananza, amassero procurarsene le relative copie. Sarebbe anzi nostro sommo desiderio poter venire a cognizione di tutti gli altri manoscritti o stampati di cose istriane, che stanno occulti e dimenticati nelle private biblioteche, perchè lo studioso se ne possa all'uopo a\vantaggiare. (Red.) Bragadino Cappello e Cornaro. Dispacci sul viaggio in Trieste di Carlo VI. pag. 18 in fogl. Carlo FI. (Breve notizia del viaggio di) pag. in hI: Carlo VI. (Diario del viaggio di) nel 1728 pag. 5 in 42. Calibelli Carlo. Sulla idcnlilà dell' anlico col moderno Timavo. pag. 55 di col. in fog. (Stamp. Archeogr. Triest 1 Serie T. Il 1850. Cornavo e Subbudino. Discorsi sulla Laguna Veneta del -155I. pag. 176 pag. 92. Cra'.ej Antonio. 11 passatempo T, II. pag. 364, in 4.° -più conliene Efemer. Triest. — Serie Fontef. — Sugli Israel, in Trieste — Fondaz e dilataz. della Città. — Generalia et omnibus aliquid. — Coin-pend. cronol. sotto il Gov. Ausi. Famiglie aggregate alla Nobiltà Veneta dal 1646 al 1716. Copia manoscr. cogli alti atti relativi, png. 382 in f