An no XI. Capodistria, Gennaio Febhraio 1913 N. 12 PAGINE ISTRIANE PERIODICO MENSILE Dieci anni dopo Col fascicolo uscito in luce lo scorso dicembrc la nostra modesta rivista ha compiuto il decimo anno d' esistcnza. Molti nella vita di un uomo, dieci anni sono raoltissimi nella vita di un periodico che, come il nostro, si rivolga a un numero limitato di lettori e abbia altresi ristretto il campo degli argomenti. Non paia adunque smodato orgoglio ne sciocca presunzione se oggi, dando prineipio ali' undccima annata delle Pagine Istriane, noi sostiamo un momento, a considerare il lungo e non inglorioso cammino percorso; nell' atto non gia di chi, condotta a telice compimento una dura fatica, di essa si cora-piace e in essa si oblia, ma di ehi, posando, per far nostre le belle p;; ole del poeta, il pie fermo sul termine eni combattciido valse ragg-iungere, trae, dai superati ostacoli, nuova cagione di benc sperare e ad un' altra niu ardua e piti lontana vetta sospinge lo sguardo. Umili averamo i principi anche noi, corainciammo anche n o L a parvo e in pochi; ma ci sorreggeva una grande speranza e un' indomita fede: la speranza che 1' opera nostra, qualunque fosse per essere, potesse tornare di qualche vantaggio al nostro paese; la fede che la gioventu istriana, cui nessuno mai s'e indarno rivolto, porgesse ascolto anche al nostro appello. Poi, man mano che progredivamo, vittoriosi (non tanto per merito nostro, forse, quanto deli' idea che ci guidava) d' ogni insidia e d' ogni malevolenza, le forze nostre crescevano, il numero dei nostri si moltiplicava. Perdevamo, e vero, di quando in quando, qualche nobile amico, qualche animoso sostenitore (e qui sarebbe ingiustizia non rammemorare anche una volta almeno i cari e non mai abbastanza rimpianti nomi di Giuseppe Martissa, Nicolo Del Bello, Giovanni Vesna ver, Giuseppe Pic-ciola); ma i posti eh'essi abbandonavano erano rapidaraente occupati da nuovi e piu giovani alfieri; a tale che noi oggi non usciamo affatto dal vero asserendo che la piu parte di quanti in quest' ultirao decennio, qui in Istria e a Trieste, co-minciarono a distinguersi come cultori delle patrie lettere e delle patrie memorie, fecero le prime arrai nella nostra rivista, dalla nostra rivista ebbero i primi appoggi ed i primi conforti; di che poi nessuno di essi (e anche questo va detto) non fu dimentico mai. E quando, in occasione della prima mostra pro-vinciale istriana e, piu recentemente, nel quarantesimo anni-versario dalla morte di Pietro Kandler e per 1' immatura scomparsa di Giuseppe Picciola, noi volemmo dare special forma e speciale contenuto ai nostri fascicoli, non ci manco neppure la collaborazione degli uomini che da piu lungo tempo e piu altamente onorano nell' arringo letterario la provincia nostra, ne quella, del pari ambita e onorifica, di qualche glo-rioso e fedele amico nostro d' oltre conflne. Come non ci venne mai meno, ali' occorrenza, 1' appoggio cosi morale che materiale dalla Giunta Provinciale deli' Istria e dei Municipi di Trieste e di Capodistria. Paghi deli' opera sinora fornita, grati a quanti ci hanno soccorsi, fiduciosi nell' avvenire della rivista nostra e della nostra terra, noi ci rimettiamo adunque in cammino; ben lieti se un giorno si potrdi dire delle Pogine Istriane ch' esse hanno, sia pure modestamente, proseguito la nobile e italica opera di cultura iniziata dali 'Istria del Kandler e dalla Provincia dei de Madonizza. Capodistria, nel gennaio 1913. La Direzione. Un poemetto allegorico deli' abate moise Di Giovanni Moise grammatico, che da un' isoletta del Quarnero si provb di lanciare ali' Italia la sua per allora piu completa grammatica4) (poderoso e ponderoso lavoro, in cui le regole scortamente introdotte sono esposte con una, starei per dire, classica semplicitž, di stile), discorse notoriamente con minuziosa cura, un quarto di secolo fa, il compianto dott. \ Marco Tamaro 2). N6 ci sembra per ora opportuno di ritornare sull' argomento, tuttoche vari aspetti deli' opera filologica e della sua vita potrebbero venire pili chiaramente lumeggiati da un attento e largo esame, se non dali' integrale pubblica-zione del ricchissirao epistolario, che 1' abate ci ha lasciato. Ma un' altra geniale attitudine del nostro 6 pochissitno o null' affatto nota al pubblico: intendiarao la facolt& poetica. Disseminata quasi tutta in opuscoletti di scarsa diffusione, le Slrenne, o rimasta inedita nella libreria domestica (liberalmente apertaci dalla nobile famiglia Moise) 1' opera poetica deli' abate non pote attrarre lo sguardo dei letterati come rimase presso che indifferente a' suoi pochi lettori; n6, aggiungiamo subito, i brevi coraponimenti poetici deli' abate chersino hanno un vero valore letterario nel senso artistico della parola, ma son piuttosto per noi una gradita teatimonianza del come egli usasse interrompere i faticosi e farraginosi spogli lessicali con la mite e serenante gaiezza delle muse. Forse un giorno c' indugeremo di proposito su tali poetici svaghi, se non altro per assodare di quanto sia debitore il nostro a' poeti toscani piu in voga a' suoi tempi, il Giusti e il Gruadagnoli, cui egli predilesse per una certa comunanza d' indole e di spiriti e amorosamente studio. Oggi daremo semplicemente notizia di un poemetto giovanile sullo stampo delle visioni oltramondane, di ben palese imitazione dantesca, che il ventenne abatino compose a Venezia (1842) fresco, fresco di studi filosofici. E non ci pare questo il ') Uscita la prima volta a Venezia nel 1867 (v. 3). s) Di un grammatico istriano in Atti e Memorie, Parenzo 1S90. peggior modo di onorare la memoria del Moise, mentre appunto in questi giorni ricorre il 25" anniversario deJla sua morte ')• In una redazione autografa del 1845 il poemetto e inti-tolato: La Visione di Abdalla — Poema Arabo — delVAbate — Giovanni Moijsis — da — Cherso. Ma la sua pri m a idea era di spacciarlo per un poema originale arabo, tradotto in 1'rancese da un dott. Francesco Dupin, professore di belle lct-tere a Rouen nel 1619, e da lui fedelmente e semplicemente voltato nel nostro idioma, con 1' aggiunta di una prefazione in cui avrebbe voluto dimostrare: I) che la visione d'Abdalla non fu scritta al tempo di Abcleramo (sec. VIII) o de' suoi primi successori, ma composta molti secoli dopo, anzi anteriore al sec. XVI; II) che 1' autore di essa non poteva essere un arabo origi-nario, ma un qualche spagnuolo che conosceva la lingua araba; III) che il senso del poema doveva spiegarsi allegori-camente. II poemetto, che 1' autore non diede alle stainpe perche distoltone dal Tommaseo, si compone di sei canti in terza rima. II protagonista e Abdalla, poeta e filosofo arabo, supposto pa-rente di Abderamo, fondatore deli' impero clegli Ommiadi in Ispagna, che comincio a regnare a Cordova verso la meta deli' ottavo secolo; nel suo mistico viaggio ha per guida sa-piente e sicura Maometto. Nel primo canto, che il poeta con troppo evidente artifizio ci presenta monco, vediamo Maometto e Abdalla salire su per il ripido sentiero di un monte alto e scosceso, il monte della beatitudine Ove il mortal cog'li immortai s' india. Ma giunti alla meta del cammino, lasciano il monte e discen-dono in un' ampia e tenebrosa valle, che li guida aH' atra grotta, Dove Giustizia e nome assurdo e vano, la grotta della Superbia. Alla porta deli' antro alcune paurose larve, «Che solo al ricordar fanno terrore», impediscono'' loro il cammino; ma rimproverati dal profeta i demoni si ritirano, lasciando libero il passo ai pellegrini. Nato a Cherso il 27 novembre del 1820, 1' abate Giovanni Moise vi moriva il 6 febbraio del 1888. Sotto il tenue velo della favola si scorge facilmeiite 1'in-segnamento spirituale, che ii poeta vuole impartire. Quindi per AbdaM, che 6 condotto da Maometto fuori del mondo, dovremo intendere — come nella rairabile visione del Poeta-teologo — 1' aniraa umana, che dalla divina sapienza e diretta in cerca della verit&; per il monte scosceso, la via penosa e difflcile della virtu. Nella risoluzione, presa da Maometto di condurre Abdall;\ nella spelonca, dobbiamo scorgere — secondo il concetto del-1' autore — il consiglio della sapienza divina di mostrare ali' uomo il pericoloso sentiero del vizio, affinche egli, 'veduti i deliri delV umano intelletto' e assistito, per non errare, da un potere soprannaturale, possa indi piii fermo e piu corag-gioso battere la strada che guida direttamente alla virtu. Gli spettri, che fanno atterritc e perplesso Abdalla, altro non sono che le Furie infernali, che pongono in opera tutti i loro artifizi per indurre gli uomini al male. A questo fine etico-religioso s' intreccia, gi& nel secondo canto, il fine politico. Abdalla, sempre preceduto da Maometto, s' addentra nella grotta e, reso invisibile per un divino por-tento, vede la Superbia seduta in trono e circondata da perfidi ministri. II profeta gli descrive i vizi di quell' infame regina e gli predice le sventure, che nei secoli posteriori essa portera alla Spagna, sua patria. Abdalla, afflitto dai predetti mali e sfinito dal lungo viaggio, s'addormenta fra le braccia del maestro. Lo risveglia il rauco suono d' un corno, e allora il profeta gli mostra il Tradimento, il Silenzio, il Sonno e gli descrive le loro perverse qualita (canto terzo). Nel canto se-guente Maometto fa conoscere al suo seguace il Coraggio con queste parole: Mira quel spirto, che deserto e solo Sembra dali' ansia e dal inartir conquiso E mesto i lumi tien chinati al snolo. La raestizia e 1' ambascia ha scritta in viso, E g-Ii spunta sul labbro ad ora ad ora Un fiero ghigno, un infernal sorriso. Ogni mortale suo consiglio implora, E per lui solo di Superbia il regno Da miseri mortai si cole e onora. II buon Coraggio egli e, ... . e viene poi a narrargli come fosse tradito dalla Superbia e dai tre piu perversi ministri di essa, 1' Invidia, la Misantropia, il Sospetto. Di altri personaggi astratti, come il Motteggio, la Gelosia e 1' Imbecillit&, si parla piuttosto a lungo e un po' ari-damente nel quinto canto. L' interpretazione letterale del poema non contribuirebbe certamente a destare in chi legge alcuna curiosit&; sennonche al senso della lettera 1' autore ebbe in animo di intessere 1' allegoria, adombrando sotto le figurazioni astratte altrettanti personaggi reali. N6 andremo lontani dal vero affermando che per la Superbia il poeta intendesse un principe del trono di Spagna, Ferdinande il Cattolico, o Filippo II o lorse pili determinatamente Carlo V, eol seguito dei ministri di stato, cortigiani, generali, guerrieri, ecc. In tal caso il Ccraggio, di cui si fa un' abbastanza tiepida apologia, do-vrebbe raffigurare il valoroso capitano Andrea Doria, il quale dopo aver servito il re di Francia era passa:o a Carlo V (1528). Ma su tali allusioni politiclie, delle quali 1' autore, preso dagli serupoli, non amo squarciare il velame, speriamo di poter discorrere piu diffusamente in una prossima occasione. Con 1' ultimo canto il poemetto assume una spiccata ten-denza filosofica, anzi avrebbe dovuto essere come un' esposi-zione ragionata dei principi filosofici deli' autore, il quale si sarebbe voluto servire di numerose note dichiarative per ispez-zare una lancia in favore del sistema aprioristico e contro le dottrine degli empiristi. Temendo poi probabilmente di venir travolto in qualche incresciosa polemica, preferi di sopprimere una parte delle chiose, lasciando tuttavia trapelare uno spunto di satira contro certi a lui sgraditi filosofanti. Non ostante 1' arida rassegna delle sette filosofiche, 1' azione in quest' ultimo canto e piu animata. Mentre Abdalla e Maometto stanno per lasciare la reggia della Superbia, s' incontrano in un uomo proveniente dalla terra. L' arabo filosofo, riconosciuto in lui Santeno, «umile ammirator di sua dottrina», lo prega di nar-rargli le noviti, ch' erano accadute nel mondo dopo la sua partenza. Sodisfatto esaurientemente al desiderio del Maestro, Santeno dispare nella terra del dolore. E siamo alla fine della visione: AbdaM, dal lungo cammino attrito e slanco, si av-vicina, sentendosi svenire, al suo duca, Quand' ecco un raggio di celeste foco Mi pereote*) la treinula pupilla, E tutto irraggia il tenebroso loco. *) E' Abdallii che parla. Fii quella la profetica sciiitilla, Che sovente quaggiuso a noi sen viene A rischiarar nostra animata argilla: Che in me scese a calmar del eor le pene, Che liberommi dali' inferno spečo, E in sen mi ridesto 1' antica spene. Mi riseossi; spari quell' aiir cieco : Lieto rividi alfin la mia citta; Ma il saggio Duca mio non e piu rneco. Qui finisco 110 i versi di Abdalla Figlio di Abdiil, nipote di Abderamo, II eni notne nel mondo ognor vivra Finche vivra la gloria di Abderamo. Questo in un pallido e disadorno riassunto il poemetto giovanile deli' abate Moise, eh' cbbe in mente di rielaborarlo aaehe piu tardi e farne una specie di romanzo, per quanto si rileva da una lettera del '71 a Niccol6 Tommaseo. Ma non lo fece. Tale qual rimase, il poemetto non eecelle per pregio di originalih ne spleudore d' immagini; e una buona esercitazione scolastica (la compose mentre attendeva allo studio della poesia ebraica), in cui troppo spesso si desidera 1' afflato potente del-1' arte e quel!a eristallina sernplicita di stile, che noi siam soliti d' ammirare nella Commedia, 1' immortale poema, d' onde aneor oggi ci vengono gli esemplari eterni delle piu comtnosse e alate visior.i di mi' anima veggente. Nel febbraio 1913. Iacopo Cella La prima ranita di canti mM Istiiaiii Nel 1851 do veva inaugurarsi a Londra la prima esposi-zione universale. L'importanza della mostra indusse i governi invitati a organizzare nel modo migliore la partecipazione. II Ministero del Commereio di Vienna, fra le altre cose, si pro-poneva di esporvi una raccolta di canti popolari, eolle loro melodie. Questi canti avrebbero dovuto servire, nell' intendi-meuto del Ministero, a segnare e colorire il carattere nazionale delle varie stirpi conviventi nell' impero austriaco'). Della raccolta, per 1' Istria e certo per il Friuli, fu incaricato il con- ') Alcuni anni prima il governo aveva favorito il viaggio dei pittori Selb e Tischbein, ehe vennero in Istria per diseenarvi paesaasji e costumi. V. Pag. Istr. IX, 32. sigliere ministeriale presso 1' autorita marittiraa in Trieste Carto Czoernig 4), ben noto a quanti si occupano di studii d' etnografia e di storia patria. Lo Czoernig penso che niuno meglio dei sacerdoti, in contatto continuo col popolo, avrebbe potuto sov-venirlo nella bisogna, e si rivolse in data 25 ottobre 1850 ali' Ordinariato vescovile di Parenzo, ricercandolo «di fare si che il Clero della diocesi somministrasse inni nazionali per esporli a Londra quale curiositti nazionale nella prossima espo-sizione delle arti» 2). L' Ordinariato, senza indugio, comunico il desiderio del Ministero «al deeano di Rovigno, al canonico Stancovich di Barbana e ai signori parrochi di Sanvincenti e di Canfanaro». Fra le carte dello Stancovich3) possedute dalla Biblioteca Civica di Pola si conserva la lettera del vescovo 4). N. 585 Al M. Reverendo Sig.r Don Pietro Stancovich socio di rarie accademie scientifiche e Canonico della Collegiata di Barbana L'alto Ministero del Comercio ad oggetto di corrispondere allo scopo della nota sposizione deli' arie a Londra, ha sta-bilito di fare una raccolta in tutta la Monarchia di Canzoni popolari colle rispettive loro melodie, farle stampare dali'I. R. Tipografia di Stato, ed-indi come varita etnografica spe-dirle a Londra. L' Istria viene riconosciuta st per la varietd di nazioni, che per la moltiplicita di dialetti e costurni, ricca di tale prodotto, quindi l' I. R. Capo di Sezione nel Ministero del 4) Le opere del barone Czoernig, che fu presidente della commissione. statistica centrale e consigliere, hitimo, meinbro corrispondente dell'Acca-demia delle scienze di Vienna ecc. ecc., sono registrate nel Saggio di bi-bliografia istriana, Capodistria 1864. Delle opere, posteriori al Saggio ag-giungasi quella importante Das Land Gorz und Gradišča, Vienna 1873, W. Braumiiller. Carlo barone Czoernig- juniore, consigliere di flnanza e autore della nota monogratia sulle condizioni etnografiche del Litorale (Trieste 1885), e figlio del pritno. 2) Con queste parole e registrata la lettera dello Czoernig nel pro-tocollo della Curia vescovile di Parenzo, compulsato per me, con molta cortesia, dal reverendo cancelliere sac. Antonio Bronzin. 3) Snllo Stancovich e le sne carte v. il mio articolo Quattro lettere inedite di Domenico Rossetti nell' Archeogr. triest. vol. VII della III serie. 4) Vescovo di Parenzo era allora monsignor Antonio Peteani, v. F. Babudri in Atti e Memorie XXV (1909), p. 274. Commercio e Commissario Ministeriale presso L' auiorila Centrale di Marina Sig.r Carlo Czoernig con uffiziosa dei 25 corr. interessa per rnezzo deli' Ordinarialo scrivente il Clero della Diocesi, come quello ch'ha percib maggiore interesne, voler delle delte canzoni farne raccolla, ove per avventwa fatta non 1'avesse, e quindi col mezzo deli' Ordi-nariato fargliela pervenire. Per corrispondere al desiderio della prefata I. R. Autorita si trova perlanto necessario di rivolgere particolarmenle a V. S. M. Ii. la quale si distinse sempre nel raccogliere cose patrie e nel conservarle, per cui La riteniamo a tutta ragione piu a portata d' ogni altro a corrispondere alta su esposta ricerca. Dali' 0)'dinarialo Vescovile di Parenzo e Pola Parenzo 29 ottobre 1850 Antonio Vesc. Dom. Sillich Canc. Lo Stancovich rispose in data 15 novembre 1850; nell'ar-chivio episcopale non fu possibile rintracciare la sua lettera, andata smarrita con tutti gli altri atti del rispettivo carteggio. Ma tra le carte del canonico se ne trova la minuta, che sar;\ sostanzialmente e formalmente identica colla lettera spedita. Anche il clecano di Rovigno rispose negativamente con nota dd. 1° febbraio 1851. Nei protocolli deli'Ordinariato non si trova cenno, invece, delle informazioni dei parroci di Sanvin-centi e Canfanaro. Ma e vana la speranza che se ne potesse trarre qualche lume per la storia dei nostri canti; poich6 addl 19 febbraio 1851 il vescovo comunicava allo Czoernig 1' esito negativo delle sue pratiche '). La prima raccolta di canti po- polari istriani restava dunque un pio desiderio. * * * Monsignor Pietro Stancovich aveva scritto cosi: Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vescovo! Smo dalla mia prima gioventu, animato dali'amore di patria, io mi prestava a raccogliere tutto cio che mi potem ') La lettera dello Czoernig e registrata al N. 585, la risposta dello Stancovich al N. 711 del protocollo 1850. II rapporto del de.eano di Rovigno figura al N. 128 del protocollo 1851; ivi pure la nota del vescovo. pervenire alle mani, o presentarsi agli occhi, che riguardar potesse la medesima, tanto nelle antichita monumenlali, come nella par te storica, scientifica, artistica, agronomica, geolo-gica, ed altre scienze na tur alil); ma non giammai nella raccolla di poesie popolari in nessuna delle lingue, ne in alcun dialetto della pirovincia'2), non avendo io per tutlo il lungo corso della mia vita avuta alcuna inclinazione per queste bagatlelle; quindi non posso sodisfare in modo alcuno ali' inchiesta deli' Eccelso Ministero. Io čredo poi che da nessuno potra cib esser eseguito, mentre, non basta trascrivere le canzoni, ma converrebbe che un maestro di musica ascol-tasse V armonia e ritmo del canto di ciascheduna, e le se-gnasse con note musicali in ciascun dialetto. Con tutta venerazione le bacio la sacra mano. Di Vostra Signoria Ill.ma e Reverend.ma Umil.mo Devot.mo servitore C. P. S. Lo Stancovicb non negava dui]que — magra consolazione a chi sperava di scoprire almeno un raazzetto di villotte — 1' esistenza di cauti e di melodie. Ed e setnpre testiraonianza utile, quando si pensi che oggidl nella maggior parte dell'Isti ia i canti non sono piu cantati, ma ricordati a mala pena da qualche vecchierella memore di giorni piu lieti3). Cio che per6 fa specie 6 il modo un po' spiccio col quale il signor canonico contrap-pone gli studii ritenuti piu seri e decorosi alla ricerca deile poesie popolari, classificate per bagattelle. Niccol6 Tommaseo, preceduto da alcuni eruditi tedeschi, aveva gi& scoperto il canto popolare italiano; aveva gitl stampata la sua Raccolta di canti toscani, corsi, illirici e greci'), e veniva difendendo la Musa popolare, nelVAntologia, contro la prevenzione aristocra- Sull' operosita dello Stancovich vedi la bibliografia registrata nel mio articolo succitato. Si occupo di storia, di geografia, d' areheologia, di scienze naturali, d' agronomia. 2) Dei dialetti della provincia lo Stancovich non si occupo di proprio impulso; ma nel 1835, spintovi dal Vegezzi-Ruscalla, erudito torinese, raccolse alcune versioni dialettali della Parabola del figliuol prodigo; versioni che vedrauno presto la hice per cura del prof. Carlo Salvioni e di chi scrive. s) V. le mie Villotte istriane in Pag. Ixtr. VIII (1910) p. 87. 4) Venezia, Tasso, 1841. tica dei pedanti 'J. Lo Stancovich, oppresso dalla veccbiaia '), malato d' occhi, isolato nell' umile borgata istriana, non aveva saputo mettersi per la nuova via, era rimasto indietro. Se questo accadeva a lui, che aveva spesa la vita negli studii geniali e ne aveva acquistata farna, muna maraviglia che non avessero occhi piu aperti i suoi piu giovani, ma anche piu modesti compagni di sacerdozio. Pure, canti slavi deli' Istria s' erano gi& pubblicati, nella Guzla ou Choix de poesies illi-rigues stampata a Parigi nel 1827 3), e ne\V Istria del Ivandler, da Giacomo Chiudina, nel 1848 4). I primi canti popolari ita-liani (rovignesi) furono pubblicati pero appena nel 1862, nel-VAurora, strenna di Rovigno. Due anni dopo il Combi, nel Saggio di Bibliografia, registrava nella sezione Etnografia tutto quanto, a starnpa, poteva interessare lo studioso della poesia popolare. Nel 1877 Antonio Ive pubblicava la sua rac-colta, che comprende pero escusivamente canti di Rovigno, Dignano, Valle e Gallesano 5). La raccolta completa, massime per la parte piu strettamente veneta della regione, e ancora da fare"). Giuseppe Tidossich. s) V. G. Gkober in Grundriss der roman. Philologie F (Strasbuvgo 1904), p. 99. Le prime raccolte venete souo del 1844 (A. Alvera, Canli vicentini) e del 1848 (Anuklo del Medico, Canti del popolo veneziano). 2) Lo Stancovich nacque a Barbana nc-l 1771, vi mori nel 1852. 3) V. Sagf/io di bibliografia. N. 839. 4) III (1848;, p. 45. Giacomo Cliiudina dalmata pubblico poi nel 1878, a Firenze, coi tipi di M. Celimi, due volumi di Canti del popolo slavo tradotti in versi italiani. Dali' Istria e detto il eanto I tre serti 1, 187. 5) Torino, Ermanno Loescher, 18\7. L' Ive stampa anche alcune melodie. s) Anni fa il Ministero della pubblica istruzione di Vienna s' era fatto promotore d' una raccolta di canti e melodie di tutti i paesi della monarchia. Per 1' Istria era stato nominato un comitato speciale, di cui chi serive era seg-retario. Persa pero la fiducia, data la costituzione del comitato, nella possibilita di un lavoro proflcuo, credette opportuno di-mcttersi e eontinuare per conto proprio le raccolte. Approfitta canehe di questo messzo per esprimere la propria gratitudine ai comprovinciali che gli hanno fornito e che g'li vorranno fornire canti od altri prodotti della Musa popolare, indicazioni di usi e costumi, superstizioni, pregiudizii ecc. ecc. Poiche tutto questo patrimonio ideale e condannato a sparire, giova raceoglierne in fretta quanto ha resistito al dente edace del tempo e dei nuovi costumi. flntichita romane nel castello di Calsole Poco lungi daH'estremit& settentrionale dell'isola di Cherso, a cavaliere di un dirupo di roccie scendenti a picco sul mare, di faccia alla costa liburnica, sorgeva superbo ali' epoca di Tiberio il castello di Caput insulae, sede di una florida civiM romana. Delle terre murate che a quel tempo si trovavano sulle isole del Quarnero ci parla Plinio il vecchio nei suoi libri di storia naturale, e piu tardi, cioe nel secondo secolo deli' era volgare, il celebre astronomo e geografo Tolomeo. II castello dominava 1' immensa distesa del Quarn6rolo, donde emergono dal mare le isole Curicta ed Arba, che facevano parte deli' Illiride Barbara, separata dali' Istria dal piccolo fiume Arsa, confine d' Italia, e annessa a Roma dal pretore L. Anicio gi& nel 180 av. Cr. Era retto da duumviri, magistrati della repubblica romana che si eleggevano a coppie, e dagli «aediles» che costituivano la suprema magistratura, avendo in pari tempo la sorveglianza delle costruzioni, e la soprainten-tendenza delle vie, degli edifici pubblici, degli acquedotti ecc. Caduto 1' impero romano, il castello vede passare attra-verso le isole durante il generale sconvolgimeto prodotto dal-1' emigrazione dei popoli, le scorrerie dei barbari, che come forsennati si danno al saccheggio di tutta Italia. Nel quinto secolo soffre delle ingiurie di Attila, re degli Unni, le cui orde menarono strage in tutta la nostra regione, e finalmente alla met& del IX secolo vede la devastazione esercitata dai Saraceni, i quali ridussero in un mucchio di rovine non poche cittži italiane. Nell' epoca della decadenza il suo nome si muta in Chafisule, e nel 1018 vediamo i suoi abi-tanti recarsi a Veglia, per giurar fede al doge Otto Orseolo, promettendo i loro tributi in pelli di faina. Quando gli Slavi vennero a stabilirsi nelle isole del Quarnero, prendendo dimora nei piccoli centri di campagua (ci6 avveniva circa verso la meta del secolo decimoterzo) donde poi si diffusero sino nelle citt& maggiori, troviamo nel villaggio di Caisole neH'anno 1276, certo «Petregus Crainicus» di stirpe slava, che a giudicar dal cognome dovrebbe ossere stato oriundo dalla CarniolaEra J) Prof. Stefano Petris, Atti e memorie d. soc. ist. XVII, 323. appunto cjuello il tempo, in cui si andava estinguenilo la razza latina, alla quale succedeva la gente slava, di cui 6 formata 1' odierna popolazione. Nel quattordicesimo secolo il castello di Caisole passa per uno spazio di circa cent' anni sotto il dominio dei re d' Un-glieria; nel 1409 ritorna nuovamente sotto la protezione di Venezia, e si governa da s6 fino in sullo scorcio del secolo XV, epoca in cui si sottomette alla citta di Cherso 1). Veduta panoramica del castello di Caisole. Riassunte succintamente le vicende storiche di maggior rilevanza, sarebbe cosa superflua 1' approfondirsi in particolari di poco conto, crediamo invece opportuno di raccogliere le iscrizioni deli' et& romana, che furono esumate in varie riprese, le quali bastano a testimoniare deli' antica ricchezza di questa cittaduzza 2). Di questi monuraenti epigrafici, che per il loro importantissimo valore storico meritano 1' onore della pubbli-cazione, ci fanno cenno alcuni storici del secolo scorso in certe vecchie edizioni ormai esaurite e di rara consultazione, perci6 e bene riparlarne e ripubblicarle corredandole di note, affinchfe ') Per la sottomissione dei castelli di Caisole e Lubenizze alla cittA. di Chorso, vedi Prof. Silvio Mitis — Note storiche sulF isola di Cherso, pag. 6-7. Zara 1899. 2) Per la decifrazione ed interpretazionc di queste epigrafi, si pre-starono volentieri i signori Dottor B. Schiavuzzi e Silvio prof. Mitis, possano esser lette e studiate da chi araa la storia e il glorioso passato della patria nostra. 1. ti - caesari - avg - f avgvsto - pont - max c - aemilivs - val - f - ocla l - ponteivs - q - f - rvfvs ii - viri - porticvm cvriam - d - d - facivndvm cvravere - idqve - probavere Tiberio Caesari - Augusti Filio — Augusto Pontifici Maximo Caius Aemilius — Valerii Filius — Oclatinus - Lucius Fon-teius — Quinti Filius — Rufus Duumviri — Porticum — Curiam — Decreto — Decurionum — Faciundum curavere idque pro-bavere. — A Tiberio Cesare figlio di Augusto, Pontefice Mas-simo •— Caio Emilio figlio di Valerio Oclatino, Lucio Fonteio figlio di Quinto Rufo, duumviri, per decreto dei decurioni si occuparono nella costruzione del portico e della curia, e 1' ap-provarono. Fu scolpita durante la reggenza di Tiberio (14-37 d. C.), di cui sappiamo che sottomise i Dalmati e i Pannoni gui nel 14 a. C. Tenevano allora il duumvirato C. Emilio e L. Fonteio. Scoperta a Caisole nell' anno 1775, fu trasportata ad Ossero, dove ne furono trovate parecchie altre di grande importanza. Q,uesta iscrizione concorre acl attestare anche in questo castello di cittadini romani, 1' esistenza di una curia, ch' 6 quanto dire il palazzo del consiglio ossia il luogo destinato a trattare afFari pubblici, il quale era circondato dal «porticus», colonnato con-sistente in una passeggiata stretta, coperta da un tetto sorretto da colonne, che veniva annesso ai palazzi e alle ville dei Romani, e serviva per ritrovo e comodo della popolazione. T duumviri come si sa, venivano eletti a coppie dai decurioni ch' erano i senatori della cittž,, i quali raccoglievano i voti il giorno innanzi dei comizi e li mandavano a Roma invece dei cittadini in persona. 2. valeri o - oclati no - aed - ii viro - qq -va leria - pro cilla - f - pa tri - v - v - f Valerio — Oclatino — Aedili — Duumviro — Q,uinquennali — Valeria — Procilla — Filiae — Patri — Vivo — Fecerunt. — A Valerio Oclatino edile duumviro quinquennale, le figlie Valeria e Procilla fecero al padre vivente. — Questo duumviro pare sia stato il padre di quello citato nella prima epigrafe, cui due figlie apparecchiarono la sepoltura, trovandosi il geni-tore ancora in vita. Provai dolore, quando durante una visita ch' io feci or son due mesi al museo di Ossero, fra gli altri ricordi della grandezza romana, scorsi questa lapide sepolcrale gettata a terra in un canto del cosi detto lapidario, in cui regna il massimo disordine. Diftatti preziose sculture romane stanno ammassate fra rudi pietre medioevali, e il tutto si lascia andar a rifascio senza la cura di nessuno. Per ci6, le lapidi scoperte a Caisole, se non possono essere ripristinate nella loro antica sede, sarebbe bene che fossero cedute alla societi ar-cheologica chersina, che con la massima venerazione custodisce parecchio materiale archeologico scavato ultimamente nei ca-stellieri deli' isola. 3. imp - ca.....ri avg........no imp......... tribvni - pot - ii - con p - p - kespvb.....i) - d xxiii Imperatori — Caesari — Augusto — (Vespasia)no (?) — Impe-ratori (Pontifici Maximo?) — Tribunicia potestate Secunda — Consulatu (?) Patri — Patriae — Respublica (Capitis insulae?) Decreto — Decurionum — XXIII. Alcune lettere corrose dal tempo rendono incompleta la scritta di questa lapide. scolpita su di un torso di colonna del-1' altezza di circa 70 cent. e di circa 35 cent. di diametro. II Fortis dice che potrebbe essere una base d i statua imperatoria, o una dedicazione di qualche tempio. II nurnero 23 la potrebbe far eredere una colonna milliaria posta forse sulla strada romana, che attraversava in lungo tutta 1'isola, toccando l'acro-poli di San Barloloineo, proseguendo oltre la vallata di Cherso fino ad Apsorus, ch' era allora cittži di grande importanza, passando poi ad Ustrinum, luogo dove probabilmente si cre-mavano i cadaveri della numerosa popolazione di Ossero, giacchč numerosi sono i sepolcri romani che oggi si scoprono durante i lavori campestri. Q,uesta iscrizione ci viene inoltre a confermare come il castello di Caisole aveva il titolo di repubblica '), il quale de-rivava alle citt& soggette per 1' uniformita delle leggi e dei magistrati che avevano con Roma. L' intitolazione di Republica fu assunta ai tempi della monarchia, allorche le citt& per opera di Augusto e di Tiberio si andavano confortando ia se stesse con quella libertči che godevano, in grazia di cui 1' imagine di Republica non si trovava soltanto a Roma dove risiedevano gli imperatori, ma anche nelle citt& soggette le quali prendevano questa intitolazione della patria comune "). II titolo di republica lo troviamo a Pola, Albona, Nesazio, Ossero, ecc. ecc. 4. Q - fonteivs - raeci f - v - f - sibi - et voesovnae - oplicae plaetoris - f conivgi - svae Quintus — Fonteius — Raecii — Filius — Vivus fecit sibi — et Volsounae Oplicae — Plaetoris Filiae — Coniugi suae. — Quinto Fonteio figlio di Rezio, vivente fece per s6 e per la sua consorte Volsonia Oplicia figlia di Pletore. — Epigrafe sepolcrale scoperta a Caisole davanti 1' altar maggiore della chiesa parrocchiale. II nome di Volsonia, lo si riscontra anche in un' altra lapide che fu trovata a S. Bartolomeo al monte, e che poi per maggior sicurezza fu apposta al m uro sotto la loggia veneta nella cittft di Cherso 3). 5. lae pvramidi contv1ser nali - svae et - lae Laecanius (figlio di ignoto) Pyramidi — Contubernali suae — et Laecaniae (forse matri suae vivus fecit ?). 4) Caisole fu repubblica a se, col nome di Fertinatum, e propria-mente colonia iuris italici. — Atti e memorie della soc. istr. di arch e storia,vol. I, 371 Cfr. Gian Rinaldo Carli, Antichita italiclie, Vol. II, pag. 81 e seg-. 3) II testo e il seguente: Q - nigidivs - TVRl - F vi - fec - slbi - et - av1tae nigidae - volsvn - f vxori E' un frammento di lapide romana, la cui iscrizione per essere mancante e corrosa non pu6 leggersi per intero. Tali sono le scritte recate da queste lapidi che risalgono ad un' epoca di diecinove secoli or sono. Oltre di cid si vedono ancora le fondamenta massiccie di un ponte in muratura romana sopra un botro dirupato, che univa il castello ai monti deli' isola di Cherso, di cui e circoscritto alla parte di ponente. II ponte romano. Accennero ancora al continuo ritrovamento di bronzi romani negli orti adiacenti ali' abitato. Ma 1' ignorante zappatore inco-sciente del valore storico di tali monete arruginite e logore dal verderame le lascia alla terra, o le porta per trastullo ai suoi bambini. In una mia recente visita al castello potei fortunatamente riscattarne alcune, fra cui c'e di pregevole un medio bronzo di Augusto, il cui rovescio porta 1'indicazione «Senatus Consulto«, un piccolo bronzo di Costanzio con a tergo una rappresentazione storica, un altro di Costautino il Grande, ed altri ancora del basso impero romano, quasi tutti in uno stato di prima conservaziotie. Seppi inoltre di anfore e di urne cinerarie, di sepolcri e di lumi eterni, i quali pero furono tutti infranti come oggetti di insignificante valore. Tutto quello che ci apparisce oggi, e di epoca posteriore. Bastano pero questi pochi avanzi per figurarci nella mente lo splendore che una volta doveva regnare in questa cittadella fondata nel periodo piu splendido di Roma, nel primo secolo deli' impero, la quale vantava chissa quauti monumenti di lusso distrutti e spogliati dalle mani dei barbari e dal peso immane dei secoli. Chissa quanti preziosi cimeli, quanti leggiadri orna-menti edilizi, quante iscrizioni stanno celate nel sottosuolo; ma la nobile aspirazione di restituire tuttocid alla luce del sole, deve assolutamente essere abbandonata, giacchfe le opere di scavo riescono impossibili per motivo delle čase sconciamente fabbricate l'una a ridosso deli' altra. Chissa quanti Romani dor-mono il tranquillo sonno della morte in sulla vetta di quella rocca, dove oggi al pošto deli' antica civilta romana, spadro-neggia una caterva di contadini, discendenti da una stirpe ben differente da quella che vi abitava un tempo. Ignazio Miti«. Le epidemie tli peste bubbonica in Istria Memorie storiche raccolte da Bernardo dott. Schiavuzzi. XIX. Sfcante la relazione che 1' isola di Candia maiiteneva colla Dominante, 1' isola riesciva di grande pericolo per i possedimenti veneti'). E diffatti nel seguente anno 1556 il morbo colpisce non solo Venezia, ma ancbe la nostra provincia e vi arreca per oltre quattro anni enormi stragi2). Nel 1556 viene invasa Capodistria e sembra molfo gra-vemente 3). Nell' anno seguente il morbo attacca anche Buie e Pitano ove dura fino al 1558. 1) Agostini, op. cit. II, 585. 2) Kandler — Annali. 3) Relazione al V. S. del Po. e Co. Alessandro Zorzi (1584). Da copia esistente nell'Archivio provinciale, nonche «Provincia'> anno X, n. 7 e anno VIII, n. 5. II vescovo Rapicio di Trieste da un quadro espres-sivo della peste del 1556 in Capodistria, nel suo poema «Histria» che viene qui riprodotto nel testo originale e nella tradnzione del Prof. Gio-vanni Quarantotto. «Indolui vexatam urbem, non hoste nec ullis Quod fuerit pressa insidiis, aut Marte superbo; Sed quod saeva lues, tetroque infecta veneno A Pira.no 1' epideraia si sviluppa in modo terribile. La carta che ne parla e una supplica fatta dal Comune al Senato nel 1559, per ottenere indulgenza di alcune contribuzioni. Da quella carta si vede che due terzi della popolaziene erano periti, e che a prevalersi da si gravi infortuni, il comune aveva consumato ogni sostanza'). A questo tempo si riferisce il quadro della scuola del Tintoretto, rappresentante un voto; quadro che adorna la sala municipale di Pirano. Chiuso come era 1' accesso alla citt&, le vettovaglie mancavano, sicch6 alla peste s'aggiunse la fame, per scongiurare la quale il Senato spedi alla citti otto miere di biscotti, il prezzo dei quali la citt& avrebbe pagato col primo sale ricavato dopo cessato il male 2). Nel seguente anno 1559 la peste scoppia a Momiano, ove muoiouo Ottomaro e Zuri Raunicher, come pure la con-sorte del conte Simone Rota, Adriana Veniero 3). Frattanto il morbo continua le sne stragi in Europa. Lo abbiamo nel 1560 in Provenza, specialmente a Marsiglia e ad Aix 4), nel 1566 a Reddidit ingratas diris afflatibus aures, Corrupto Coeli tractu, dum lnctifer annus Ingruit, et plures mortali vulnerat ictu Infelicem urbem, qua non praestantior ulla, Sen faciem Coeli spectes, seu roseida eircum Prata, vel Adriaeas, quibus est eircumdata, lvmphas. Non reqnies est ulla mali, prostrata trahunlur Corpora, snnt passim projecta eadavera, postquam Incubuit terris, inimici Svderis aestiis Aque avidi late, serpunt contagia moriji. (dali' edisione del llizzoni. — Pavia 1826). Traduzione: Onde molto soffersi il di che la vidi attristata non da superbo Marte, ma da sozza lue velenosa che del suo turpe fiato quell' aure gia pure e salubri contaminava e il cielo: di modo che funebre or volge 1' anno e si fa la strage piu sempre diffusa e crudele. Sventurata! e niun' altra cittacle t' uguaglia in bellezza, sia che t' affisi al cielo o ai roridi prati vicini, sia che nel mar ti specchi, nel mare che tutta ti cinge! Non ha tregua il morbo, son tratti per terra i defunti, giaccion qua e la disperse le salme dal giorno che sovra questa terra incombette lo sdegno di un astro inimico e serpeggio mortale de 1'avida peste il contagio.» 1) Morteani L. Notizie storiche della citta di Pirano pag. 35. A Giov. Batt. de Castro muoiono nell' Ottobre due figli di peste. — Atti e Mem. cit. IX, 337. 2) Atti e Mem. cit. IX, 335. ') Archeografo triestino. XIII, 269. 4) Bo. Op. cit. 32. Parigi nel 1563 a Norimberga, ad Augusta, nel 1564-65 in Erfurt (vi muoiono 4000 persone), in Gera, Altenburgo, lena, Ohrdruft, Magdeburgo (con 5006 morti), in Augusta (rnorti 1015), in Norimbergo, Halle, Schleiz, Heilbroun, Friburgo, Strasburgo, Miihlhausen, Nordhausen, Danzica (morti 32.000) e Vienna, nel 1568 a Gotha e nel 1565-66 in Amburgo 2). Nel 1570 il morbo ricomparisce a Vienna ove con piccole interruzioni dura fino al 1583, ricomparendo poi nel 1586 3). Quanto gravi fossero le condizioni sanitarie nell' Istria di quei tempi e quale scarsa assistenza ottenessero gli amma-lati, risulta dalle espressioni usate dal vescovo di Cittanova Girolamo Vielmi nella supplica da lui diretta a quella comunitži li 29 decembre 1570. «E' gran danno» egli scrive, «di tutti li »poveri terrieri e forestieri che s' infermano il non aver medico, medicine, n6 persona che in un bisogno tor& loro sangue, «perch6 non tutti hanno il modo di mandar tor il medico e »medicine, o in Capodistria, o in altro luogo, e cosi molti »muoiono, che forse non morirebbero, e si deserta la citt&; «perd e necessario far provvedere di medico e di barbier, e *quando si possi anco di speziale, che sara opera gratissima «a Dio e di gran benefizio alla citt& nostra e territorio* 4). Condizioni queste che vanno ognor piii aggravandosi negli anni seguenti quando un' enorme pandemia di peste, provenuta dali' Oriente e dall'Africa, ove fu esiziale quanto mai (nel Cairo morivano dal 1574 al 1576 860.000 persone, in un giorno per-sino 24.000 5)), procedendo per tutta 1' Europa, colpisce anche 1' Istria, foriera di distruzione di popoli, di gravi danni eco-nomici. XX. E' la pandemia di peste che entra in Italia nel 1573 e nei paesi limitrofi e vi perdura sei anni. Ne vengono colpite Milano nel 1573, Venezia nel 1573, 1575 e 1576; in quest' anno Veroua, Trento, Padova, nel 1575-76 Palermo con tutta la Sicilia, Udine nel 1575, Genova nel 1579, e fuori d' Italia Graz nel 1575, Weimar, Holdburgshausen, Schleiz (vi muoiono 656 persone) e nel 1576 Altenburg (morti 312) e Saalfeld. La 1) Ibid. 2) Pestil, in nummis, cit. 3) Heller. Op. cit. 4) Tommasini, op. cit. pag. 201. 5) Pestil, in nummis, cit. Carniola ne viene colpita nel 1577 e nel 1579, la Carintia nel 1576 e la Fiandra, la Svizzera e quasi tutta la Francia nel 1570'). Milano nell' anno triste del 1573 ebbe a conforto 1' assistenza del suo Arcivescovo San Carlo Borromeo, che impiego tutta la sua pietosa attivita nel soccorrere gli appestati, esponendosi giorno e notte al pericolo del contagio. Nel 1573 il morbo si presenta a Capodistria e da questa citt& si propaga in provincia. La citt& fa voti di erigere alle Sante Maria e Marta un altare sontuoso onde venirne liberata, e liberata, soddisfa al voto piu tardi erigendo il Convento dei Cappuccini al titolo di quelle Sante 2). Fra Fermo Olmi fa lo stesso in Isola, ove ex voto erige nel 1576 la Chiesa ed il Convento dei Minori conventuali, edi-fizio consacrato li 30 Ottobre 1582 :!). Grave essendo la minaccia di peste pel passaggio del morbo dalla Germania in Italia e pel suo infierire in Udine, il Comune di Trieste pone in opera ogni precauzione contro le provenienze da quei paesi Cio serve a tutelare ]a cittA e la provincia per un solo paio d' anni. Pero 1' infezione si diffuse talmente che da Venezia, ove, come si vide il morbo dominava nel 1576 e dalla Carniola, dove infieriva nel 1577, la peste pote penetrare in quest' ultimo anno a Trieste ed a Isola, che da parecclii anni ne era esente 5). *) Bo. Op. cit. 31. Encicl. Vallardi, 601. Kandler, Annali. — Ago-stini, op. cit. II, 513. — Atti e Memorie cit, VI, 77; XIV, 385. — Arch. triest. XVI, 438. Nella peste del 1575 Venezia, che aveva una popolazione di 240,000 abitanti, ne perde 60,000, fra i quali 60 medici. Vi muore anche Tiziano. Pestil, in nummis. cit. 2) P. T. Provincia, anno XVI, n. 11. — Kandler, Annali. — Naldini, Op. cit. 286. 3) Archeografo triestino, XXII, 13. 4) Marsich, Effemeridi della citta di Trieste, Provincia, XII, 13. Fra i provvedimenti presi, degno di nota b il seguente : Mentre in quello stesso anno in Graz dominava la peste, dovea far 1' ingresso solenne in Trieste il vescovo neonominato Nicolo de Coret tridentino. Siccome egli proveniva da Graz, luogo appunto sospettissimo, il Comune di Trieste li 13 decembre 1575 gli proibiva 1' ingresso e lo pregava di starsi fuori della cittk da sei a sette giorni. Senonchfe il vescovo, cui tale proibizione non riesciva gra- dita, ricorreva al Capitano locale, il quale ad onta del deliberato consi-gliare, gli concedeva tosto 1' ingresso. Due giorni appresso, li 15 decembre, il Comune, lagnandosi, informava di tale fatto 1'arciduca Carlo. Marsich, 1. c. Provincia, XII, n. 21. s) Archeografo triestino, XXII, 113. Nell' aniio che segue ad onta di vaste precauzioni conl.ro le provenienze da Trieste, il morbo scoppia a Capodistria. La citt;\ allarmata rinforza allora 1' offizio dei provveditori alla sanitži, ordinando che a quelli che erano in carica ne vengano aggregati altri tre e precisamente Giuseppe dott. Verona, Gio-vanni Paolo Zarotto e Girolamo Gavardo, i quali insierae operino e procurino con tntte le forze alla conservazione della salute pubblical). Questa epidemia fu di grave sciagura alla cittA, perchfe danneggi6 sommamente tutti i snoi conunerci2). XXI. II morbo continua le stragi senza interruzione alcuna. Esso mantiene stnbile (limora in Germania, ove infierisce in Erfurt nel 1580, a Weimar nel 1580, 1581, 1597 e 1598, in Armstadt nel 1580, 1581, 1582 (morti 1800), 1597 e 1598. La Turingia perde nel 1582 37,000 persone. Domina nel 1582 a Konigsee (morti 1225), ad Ihti (morti 681), ad Ohrduft (morti 520), nonche nel 1597 (morti 1336), a Giemsen (morti 467). Indi a Gera nel 1597, a Langensalza nel 1597 (morti 1200), a Gotha nel 1597, a Frankenhausen nel 1597 (morti 1207). Nel 1598 infierisce a lena, a Waltenhause, (vi si estinguono dieci famiglie), a Nordhausen, Altenburg, Eisenberg e Grem-sen oltre ai luoghi sopraccennati. Troviamo indi la peste in Breslavia nel 1585 (morti circa 9000) e nel 1596 in Amburgo ed a Danzica nel 1601 (morti 16,723)3). Dalla Germania il morbo si dirama verso Oriente e colpisce nel 1586 Vienna ed i paesi dipendenti dalla Časa d'Austria, mentre dirigendosi verso ponente e mezzogiorno nei primordi del 1600 si preselita nelle pro-vincie meridionali della Francia, a Montpellier, Lione; indi in Spagna, in Catalonia. Propagatosi da Vienna comparisce nel 1691 nei paesi arci-ducali4), e nel 1602 nella Carniola. Fu una vera pandemia. 11 Senato veneto gia nel 1594 con decreto 19 Novembre avea inculcato ai podestA l'osser-vanza delle piu severe precauzioni contro i navigli che pro-venivano dai luoghi infetti5) e nel 1599, scoppiata la peste nella Carniola, il doge Grimani vieta alla terra di Muggia ogni ') Vatova, La colonna di S. Giustina, Provincia, a. XIX, n. 5. s) Atti e Memorie, XI, 51. 8) Pestilentia in nummis cit. 4) Bo. op. cit. Atti e Mem. cit. 5) Atti e Mem. XII, 72, 1594, 19 novembre. La Signoria rimprovera al Podesta di Parenzo di non nsar le, dovute cantele nell' accogliere va-scelli provenienti da luoghi infetti. coramercio con quel paese l). La peste pero viene importata a Trieste, o ve scoppia nel novembre 1600, Cessata, si rinnova li 5 giugno 1601, a quanto sta scritto, in conseguenza della mala purgazione degli effetti. La cittii ne resta libera col 27 decembre2). Nell' occasione di tale epidemia a Trieste, gli Ebrei vengono accusati di averla introdotta colle merci, ma i cittadini si persuadono del contrario vedendo che gli Ebrei pure ne vengono colpiti. Tale contagio fu crudelissimo. Ne morirono tutti i canonici della cattedrale, ali' infuori di due, che erano rinchiusi nella stessa a scopo di servizio, ed il ve-scovo ne faceva venire degli altri da Capodistria Nell' anno seguente infierisce nuovamente nella Carniola. 1 Triestini nel timore che la stessa venisse, come due anni prima, importata in citta, tengono li 16 agosto una processione in onore di S. Rocco, fanno cantare due messe, una nella chiesa di S. Sebastiano, 1' altra in quella di S. Pietro, invocando da Dio di essere risparmiati dal flagello '). In aggiunta a cio costruiscono una chiesa votiva dedicata a S. Rocco, posta in comunicazione coll' antica cappella di H. Pietro, e Diedo Giu-liani nel 1602 edifica nel suburbio di Ponzano, vicino Trieste, una chiesa in onore dei Ss. Giacomo e Rocco per pericolo sfug-gito di peste, nel mentre la citt& assume S. Rocco ad uno de' suoi protettori"'). II male perdura in Carniola per alcuni mesi del 1602 ed appena nel luglio esso cessa. Scoppia invece a Potovaz, in altre ville presso Senosecchia ed in Ottoch, ville queste sotto il patronato del conte Hermes di Porcia e vi muoiono fino al luglio 30 persone Si diffonde a Cosina, ove quale estrema misura si abbruciano le čase degli appestati, nonclie vicino Duino nella valle Sborzenech e nell' aprile a Reifenberg L' Istria veneta non viene colpita da tale contagio, ed a Marsich, Effemeridi istriane, Provincia, anno XIV, n. 14. — Rac-colta ducali e terminazioni del Coinune di Muggia. Codice cartaceo nel civico Archivio di Trieste, pag. 48. — Marsich, notizie di Mnggia, Trieste, J 1872, pag. 27. 2) Marsich, Effem. della citta di Trieste ecc. Provincia, XII 11 e 24. 3) Kandler, Annali del Litorale. 4) Marsich, ibid., Provincia, anno XII, n. 16. 5) Kandler, Annali del Litorale. 6) Atti e Mem. XXIII, 66 e 74. quanto sembra a merito dei rettori di Capodistria. Troviamo difatti come il podestči e capitano di Capodistria si vanti dinanzi al veneto Senato di aver salvato la citta di Capodistria e 1' Istria veneta dali' iraportazione del morbo dai luoglii arcidu-ducali confinanti, che ne erano infetti, a quanto sembra coll' at-tuare i mezzi ordinati dal provveditor Giustiniani, che dal veneto governo avea avuto 1'incarico relativo'). XXII. Se contro quell' epidemia riuscirono efficaci le misure energiche prese dal governo veneto, dirette alla tutela dei confini, e poterono tenere lontano il morbo per la durata di 22 anni, esse non servirono a proteggere la provincia contro una recrudescenza deli' infezione pestifera, iniziatasi al prin-cipio del secolo, favorita dalle guerre esiziali che infestarono 1' Europa in quel torno di tempo. Troviamo difatti la peste nel 1603 a Venezia e nelle provincie venete (morti 5586), nel 1605 a Norimberga, nel 1607 a lena, Weimar, Naumburg, Apolda, Schleiz, Saalfeld, Eisenberg, Augusta; nel 1608-9 a Gera, nel 1610 a lena, Gera, Ihn (morti 312), a Frankenhausen (morti 841), nel 1611 a Merseburg (morti 1640), a Gotha, ad Ohrdruft (morti 1163), a Gera (morti 376), ad Altenburg (morti 145), ad Armstadt (morti 500), ad Erfurt, nel 1614 in Stiria, nel 1619 a Venezia e province venete (morti 13,000), nel 1623 nel Frinli, nel 1624 in Carniola (Lubiana) ed in Italia (Palermo); dal 1620-30 a Breslavia (con grandi perdite), nel 1622 a Wcimar, nel 1624 a Danzica (morti 10,000), nel 1625 ad Erfurt, Sondershausen ed anche nel 1626 quivi ed in Danzica (morti 10,000). Nell' anno 1625 infierisce ancora a Lubiana, indi a Graz ed a Vienna, specialmente dal maggio ali' agosto. A Vienna fu di siffatta gravita da costringere 1' imperatore Ferdinando II a rifuggiarsi a Wiener-Neustadt *). Nel 1629 il morbo domina a Venezia, Urbino, in Lombardia, a Praga, a Ratisbona, a Schiaffusa, a Londra, a Cambridge, a Parigi, a Montpellier. Nel Veneto solo in undici mesi perirono 94,164 persone. Nell'anno seguente 1630 scoppia il morbo in Istria. Que-st' irruzione pestifera fu 1'ultima per 1'Istria, ma forse la piu fiera. Dur6 oltre due anni e cess6 appena nel 1632. Essa b la ') Relazione al Ven. Sen. dal Pod. e Cap. di Capodistria Marc'Ant. Contarini deli' 8 Luglio 1600 e del Pod. e Cap. Girolamo Contarini del 1601. — Da copie esistenti nell'Archivio provinciale. 2) Atti e Memorie cit. II, 46; VII, 54 55, 62; XIII, 129, 135, 140; XV, 34 nonchč; Bo. op. cit. 22. peste che Manzoni doscrisse maestrevolmente nei Prornessi sjposi e trattata anche dal Cantu. Trasportata in Italia colle truppe del Collalto (guerra dei 30 anni')), penetrava in Venezia medesima, ad onta delle savie e solerti precauzioni. In questa citt&, come avviene facilmente in siffatte calamita, per timore della pestilenza stessa, la si negava, come dice il Kandler, con trufferie di parole e di concetti, in modo che la stessa ne veniva miseramente desolata. Cessato ogni riguardo, ogni pre-cauzione, la comunicazione colla provincia era libera; la peste recata nel 1630 da navi, si dilatava per ogni dove, colpendo a preferenza la razza latina 2). Prima di tutti gli altri luoghi della provincia veniva as-salita la terra di Muggia 3) nel 1630, indi la citta di Capodistria. II Senato veneto avea gia nel 1629 preveduto il pericolo del-1' importazione del morbo dalle sponde occidentali deli' Adria-tico e specialmente dai paesi della Corona Austriaca situati al Nord della provincia. A tale scopo con decreto del 24 agosto, onde impedire 1' invasione del morbo e nello stesso tempo di non porre ostacoli allo scambio del sale e del frumento con i Cranzi, aveva commesso al Pod. e Cap. di Capodistria, di far uso quale sito isolato di scambio di una certa galea, che si trovava nei pressi della citta, altre volte usata e propria allo scopo. Lo autorizzava indi a prendere quegli espedienti che credesse opportuni'). La squadra stessa perch6 sospetta di peste veniva tenuta lontana da ogni contatto colla costa, sebbene 1' equipaggio go-desse piena salute, e stava ancorata come in contumacia agli scogli dinanzi alla costa istriana meridionale. Cio avveniva nel 1629 e nei primi mesi del 1630 r'). Neppure il principe Eggenberg, che reggeva la Contea, non se ne stava colle mani alla cintola. Egli sospende nel maggio 1630 ogni comunicazione fra i sudditi e i veneti per ') C. A. Combi, Prodromo della storia deli' Istria, Porta orientale, 1857, pag. 89. 2) Kandler, Notizie storiche di Montona, pag. 141. 3) Tommasini, 1. c. pag. 350. Relazione del Provveditore Nicolo Surian del 1631. Da una copia esistente nell'Archivio provinciale. *) Atti e Mem. XIII, 317. 5) Ibid. XVIII, 2, 3. sospetto di peste, il ulic da niotivo a rimostranze, perche allora i paesi veneti in Istria erano ancora liberi dal male '). Tutte queste misure non approdarono a nulla, perche la peste penetro in Istria nella seconda meta deli' anno 1630. A Capodistria ,s' introdusse importatavi da ima galera di commercio proveniente da Venezia e vi dur6 fino al decembre 1631. Vogliono che allora vi morissero, computati 3000 decessi nel territorio, 5000 individui, erollo questo, che fini di abbattere il meglio, anzi il fiore deli' antico popolo giustinopolitano, per-ch'mpo non possino prestar a niun modo ad interesse sotto pena de L. 200, de pizzoli. da esser divisa ad arbitrio di sua Mag.ca Clar.ma 18. It. che detti hebrei siano tenuti, et obligati & prestar a tutti li terrieri & sufficientia, portandoli pero pegno che sia sicuro et refudando di non voler prestar s.a pegno cascano ogni volta alla pena de L. o da esser divisa ad arbitrio ut s.a 19. It. che li sopradetti capitoli siano rati, et fermi per li detti tempi non obstante alcun statuto, parte presa, leze, overo ordini si ccclesiastici come seculari, novi et vecchi. 20. It. che se interveuisse qualche novita di guerra overo peste, il che iddio non voglia, et che paresse aili detti hebrei moversi dalli detti ordeni sia obligata essa spet.le Comunita dar a detti hebrei ogni sovention che domandas-sero a tutte spese pero di essi hebrei, et condurli con tutta la sua fameglia et robba in cadauna terra della nostra ill.ma Sig.ria dove detti hebrei parera intendendo che essendo qui, et che fusse qualche suspetto di peste non siano tenuti prestar a detti tempi, et etiam che nelli giorni di Nadal, et Pasqua non possino prestar & modo alcuno. 21. It. che tolti per il ditto Banchiero li pegni come e detto di sopra a Trieste se obliga lui banchiero tenir appresso di se per tre mesi continui senza interesse alcuno del patron del pegnc*. Lette queste due suppliche coi rispettivi capitoli, Rinaldo Gavardo quale giudice propose che i capitoli dovessero esser proposti e ballotati unitamente et non separataraente, ma i sindici Zuane Vittorio e Colmano Vergerio levarono protesta di nullita e non ostante tale protesta il cl.mo Sig.r Podesta volle che le suppliche e i capitoli fossero ballotati unitamente. Le suppliche e i capitoli non furono accettati. La prima ebbe voti favorevoli 69, contrari 83; la seconda favorevoli 85, con-trari 68, ma non fu accettata perch6 non ottenne la maggio-ranza assoluta di voti. Se si considera che il percento deli' usura e eguaie, che 1' Ebreo di Mestre ha maggiori pretese, volendo partecipare anche al commercio dei sali ed avere in affltto una časa pagata dal comune, si deve arguire che il credito suo fosse maggiore avendo egli ottenuto maggior numero di voti, non sufficienti pero a concedergli la condotta. ( Continua) F. Majer. Condizioni morali ed economiche di Pinguente e suoi dintorni con brevi accenni alla sua storia durante l' epoca patriarchina. — Relazione di Griorffio Fu rlanicchio. (Continuazione. Vedi pag. 25 n.i 1 e 2 A. X). Ritornando poi aU'Articolo della Deeima, puo costantemente asse-rirsi, ehe dal priino ricavato delle Contribuzioni per questo titolo, fu sempre assegnata la quarta parte, intitolata il Quartese, alli Reverendi Beneflciati della Chiesa di Pinguente, e cosi agli altri Curati di Rozzo, Colmo e Draguch, riferendosi ali' Epoca suaccennata del Catastico 1432, ed alle rispettive Pergamene, mancando ogni altro precedente Documento anche in questo rapporto. Da questo Quartese di Pinguente, aggiongen-dosi anco quello, che col medesimo titolo, percepivano sul Fondo di Decima dalli due altri Castelli Verch e Sovignaco, che fonnano parte del Capo-Luogo ritraevano il maggiore provento questi Beneflciati Ecclesia-stici che calcolato in un decennio ascendeva per anno a F.ni 592x36., che se cessasse, come sparirono alcune altre Contribuzioni, che con titolo di Officiature venivano fatte dalle Chiese e Sciiole prima deli' avvocamento al Demanio, e che coniputate in un decennio risultauo per anno n F.ni 216x—), manchercbbe decisamente il Corpo Capitolare di sussistenza. Esige il Capitolo di Pinguente le cosi dette Primizie, che consistono nel quarantesimo de' Grani, che si raccolgono da' Terreni, e di questa percezione non esiste verun Documento seritto per che de jure divino. La naturale sterilita del suolo, le siecita, gli Uragani continui, che distruggono li seminati, la meschinita degl' Incolanti sono tutte circostanze, che concorrono a rendere questo tributo a misure nssai scarse. Passando poi al grave, commovente argomento delle Chiese e Scuole, e che iuteressera certamente le cure del nostro Augusto, Pio e Religioso Sovrano, il quale ben conosce quanto anco il culto esteriore contribuisca a rassodare quella Religione, ch' e il piu sodo fondamento de' Governi, deli' Ordine pubblico, il dolce legame della Societa. Diremo con Plutarco: «Fabbrichereste piuttosto una CittA in aria, ehe stabilire una Repubblica senza Dei, senza Religione!» Si riconosca il fatto. Nei passati tempi, sotto 1' Ex Veneto Governo, tutte le Chiese, tanto parrocchiali o matrici, quanto filiali, intitolavansi Scuole, poche col nome di Confraternite, anzi in tutto il circondario di Pinguente tre sole, cioe Oratorio, B.a Vergine di Strana, e SS.ti Piet.ro e. Paolo. Ognuna di qiieste aveva in seno un aggregato d' individui con titolo di «confratelli», ed ognuno costituiva un Corpo separato di Ammi-nistrazione. Fonnavauo simultaneamente tutte le altre una sola Cassa, che reciprocamente suppliva ai proprj rispettivi bisogni, e specialmente al provvedimento della Parrocchiale, onde a ve s se a sostenersi colla do-vuta decenza. 44 PAGINE I STRI ANE Avvenne pero che ehiainati sotto il teste cessato Governo*) tutti indištiutamente gli Amministratori di quo.sti Pii Luoghi dalla Direzione del Deinanio a farne la descrizione, 1' innavertenza di chi presiedeva, 1' ignoranza delli amministratori medesiini, che s' intitolavano Gastaldi, qua.fi tutte Perx