Anno IV. N. 3-4 RIM E RITI DEL POPOLO ISTRIANO. Un po' di preambolo questa volta m' è assolutamente necessario, affinchè l'argomento, che imprendo a trattare non sembri a taluno futile, dovendo io discorrere di cose picciole bensì, ma non trascurabili per la loro funzione storica e psicologica. Disse bene il Tommaseo, grande'investigatore dell'anima popolare: «Chi cerca la vita delle tradizioni, al popolo deve ricorrere». Ma è tutta la vita di un popolo che si rispecchia nelle sue divèrse estrinsecazioni intellettuali, come tutta la bellezza di un "paesaggio si riflette, lucida e serena, nel terso specchio della riviera, Quindi per conoscere tutta l'anima popolare, fa d'uopo studiare tutta l'importantissima azione intellettuale,'che va indicata col nome sintetico di letteratura popolare, epperò non solo quei generi, i quali evidentemente spiccano di più per bellezza e genialità, come sono i canti, le novelle, le fiabe ed i proverbi, ma ancora la parte meno visibilmente bella e pomposa, cioè le cantilene, le assonanze, le satire, i ritmi e gli indovinelli. Ora che l'Istria possegga anch'essa la sua letteratura popolare, non c' è dubbio. Anch' essa possiede i suoi canti popolari, le sue novelle, le sue fiabe, e via dicendo. E come — lo dissi già altrove1) — le credenze ed i costumi popolari formano il substrato della storia o meglio del carattere storico italiano dell'Istria, così la letteratura popolare istriana è la strana e bella lucerna, che rischiara ed illustra il carattere psicologico dell'Istria, E ad accendere questa fiaccola e porla non *■) F. Babudri, Di alcune credenze e costumi nella città di Cherso, Estratto dal periodico «Pagine Istriane», A. Ili,, fase. 5-6, 1905, Priora, Capodistria, pag 1 e 2, sotto il moggio, ma sul candelabro, io vo' qui trattare di un ciclo della letteratura popolare d'Istria, ma non già dei canti e delle novelle, che formano dirò così la parte più aristocratica del folklore letterario, ma dirò invece proprio della parte — diciamola pure — più democratica, cioè dei ritmi, delle cantilene, delle assonanze, delle rime e degli indovinelli, eh' io raccolsi dalla viva voce di vecchi e vecchie, di ragazzi e fanciulle, a Parenzo, a Capodistria ed in altri luoghi istriani, con mio vero godimento. * * * Una dimanda: È utile un tale studio? —E come no! — Ma non è forse una ragazzata o giù di lì? — Oh no! — E perchè? — Perchè, in primo luogo, ogni buon patriotta deve studiare la sua Istria a fondo : nella sua storia, nel suo linguaggio, nella sua vita, ed anche nelle cose, che a prima vista, sembrano umili e insignificanti. Poi ; perchè questi umili generi letterari non solo offrono preziosi ammaestramenti intorno agli usi e costumi del popolo istriano, ma servono benanco a riconoscere l'indole gioviale e il carattere franco ed aperto degli Istriani. Essi, con un'arguzia ridanciana, mettono in vista le virtù e i difetti di questo nostro popolo marinaro, senza ipocrisie, ma con una ingenuità burlesca. In essi è tutto intero il popolo dell' Istria : arguto, burlone, satirico, sboccato anche, ma tutto cuore ed espansività. E per vero dalle popolarissime produzioni, eh' io son per riportare, si evince il carattere precipuo dell'italianità dell'Istria. L'Italiano, come già osservava Wolfango Goethe e come poi anche a sue spese riconobbe il grande Ruskin, ha una qualità speciale, tutta sua : l'ironia e la burla. Ma se così è, l'Istriano per certo è burlone, come vedremo. Perchè dunque non imparare a conoscere il popolo anche nei prodotti più bassi del suo ingegno, se vogliamo apprendere a pensare secondo il suo genio? se vogliamo che dalle nostre opere rifulga lo spirito, ond'è animata la nostra gente, che noi col magistero dell'arte abbiamo bensì la facoltà di nobilitare, non già di storpiare? Vedremo pertanto, che nelle forme letterarie spicciole del popolo istriano c' è tutto il cuore popolare che vibra, c'è tutto lo spirito del popolo, che arde e sente e palpita, sicché ivi cerchiamo e troviamo il bene ed il male dell'Istria nostra. Nè so desistere dal ripetere quelle altre parole di Nicolò Tommaseo: «Raccomando caldamente a coloro che amano la patria e le «gioie pensose della innocente bellezza: raccomando che d'ogni «parte raccolgano canti, proverbi, tradizioni, consuetudini, modi «di dire. Prima di disprezzare il povero popolo, conosciamolo; «e conosciuto, di certo — se non siamo maledetti da Dio — «l'ameremo» '). Ma è doppio il valore di questi studi : valore artistico e valore storico filologico. Del primo mi è buon testimonio il D'Annunzio, che nella sua Figlia di Iorio, splendido quadro del folklore abruzzese, nella scena I, atto I, pone in bocca alla gentile Ornella una breve cantilena: Tonta pitonta, la pecora pel monte il lupo per la piana va cercando 1' avellana, 1' avellana pistacchina questa sposa è mattutina, mattutina come la talpa, che si leva all' alba all' alba, come il ghiro e il tasso cane. Senti senti le campane. E poi di nuovo nella scena III dell'atto I le fa dire lo scongiuro : San Sisto San Sisto ! e via dicendo. E ciò con molto effetto drammatico. E se il d'Annunzio, che d'arte la sa lunga, non isdegna i ritmi e le cantilene popolari, vuol dire che in esse si asconde una gran copia di ingenua bellezza. Del secondo mi son testimoni gli eletti ingegni, che se ne occuparono con tanto profitto, senza abbassarsi perciò. Si veggano le Raccolte dei veneziani Dal Medico e Bernoni, del piemontese Marcoaldi, dei toscani Tigri e Tommaseo, del vicentino Alvernà, del monferrino Ferrare, del marchigiano Gian-andrea, del veronese Righi, dei siculi Pitrè, Vigo, Salomone-Marino e Bondice, di P. E. Visconti per la Campagna e Terra di Lavoro, di Antonio Casetti e Vittorio Imbriani per le Provincie Meridionali e finalmente del nostro Dr. Antonio Ive per Rovigno2). Di ciò si occupò con diletto persino il Carducci. Ed infine si pensi a quell'opera colossale dei «Canti e Rac- 4) «Cose Dalmatiche e Triestine». *) «Canti Popolari Istriani raccolti a Rovigno», Torino, Loescher 1877, vol, V dei Canti e Racconti del popolo italiano. 52 l'AG iN E ISTRIANE conti del Popolo Italiano», di cui furono anima Domenico Com-paretti e Alessandro D'Ancona. Ed ora due dichiarazioni. In quest' operetta io tratterò delle rime e ritmi del popolo istriano che si dicono in dialetto veneto-istriano, non già di quelle rime rovignesi, che hanno un dialetto speciale, direi quasi unico, giacché il prof. Ive nella sua opera esaurì a parte questo genere nel dialetto di Rovigno, eh'è pure città istriana. — Poi, non istituirò un confronto fra i ritmi nostri e quelli delle altre Provincie italiane, perchè non finirei mai ; tante sono le simiglianze tra questi e quelli, persino in luoghi meno grandi, come Mondragone, Lecce, Caballino, Mestre, Avellino, eh' io per forza di logica devo concludere anche questa volta, che sì nell' Istria che nelle altre provincie italiane c' è una sola anima, un solo carattere, un solo popolo. Valgano questi apprezzamenti a legittimare la nobiltà degli studi, ai quali da qualche tempo ho donato il core, e valgano a dichiararli non cose puerili, ma cose veramente significanti, dove non c' è solo la curiosità scientifica, ma anche l'amore alla nostra bella patria italiana, che da Epulo a noi porta il glorioso nome d'Istria. * * * Dirò in primo luogo delle burle, degli scherzi e dei detti satirici. Che il popolo d' [stria sia caustico, non c' è dubbio. La sua satira è frutto d'una certa burlosa maldicenza, fatta non a scopo di nuocere, ma a scopo di tener deste le risate, quelle risate grasse e rumorose, òhe scoppiano sui moli, di sera, in tutte le città marinare istriane. Io stesso cantai un tempo : Mentre in sul lido ne le sere chete da le tartane lemme lemme sale il gaio stornellar, ne le calete dei borghi 1' allegria più spande 1' ale. Di vita e scherzi e ciarle e voci liete un' onda va per 1' aiira serale, e di notturni amori le secrete risate vanno come un gran corale. Svolazzano i zendadi de le lose : urge il passeggio popolar, si mesce e si confonde ne le vie chiassose. Poich' è una febbre in noi di chiasso e vita, di vita allegra, che folleggia e cresce nell'istro ciel con voluttà infinita1). F. Babudri, Nova Carmina. Capodistria, Cobol-Priora, 1901, All' Istria, sonetto IV, pg. 102. Ed è cosi che nascono la ciarla e la satira, condite sempre da sane risate. Che già l'istriano, come il veneziano, ha una boera discusia, che 11011 la risparmia a nessuno, neanche ai re, e pur su di essi sfoga il suo frizzante buon umore, talora sboccato ; Istria e Venezia sono due nomi che si fondono e si compenetrano in una psiche sola. Qua e là c'è la stessa allegria di carattere, la stessa propensione alla ciarla. Come a Venezia il popolo ripeteva del Doge Faliero la strofetta : Marin Falier da la bella muger, i altri la gode e lu la inantien, nò pago di ciò, scritta sur un polizzino l'affiggeva alla «cadrega ducale»1), così anche l'istriano non risparmiava nessuno nella sua satira politica. Epperò salutava i nuovi podestà veneti col grido : Evviva el podestà novo, perchè '1 veeio el gera un lovo ! Crepa ti — che resto mi ! e contro l'ammiraglio Grimani ripeteva l'invettiva: Antonio Grimani traditor del Stato dei Veneziani, rovina dei cristiani possa esser magna dai cani dai cani e dai cagnoli ti e li to' fioli. * * La satira personale assai di rado riesce in invettiva; per lo più non è che uno scoppio di ilarità, 0 uno, scherzo, frutto della lingua del popolo, che non può mai star zitta, ma indaga e fruga, e indagando trova sempre da ridire e da ridere : è la requisitoria dell' allegria. Ed in primo luogo da ciò nascono i nomignoli. I nomignoli in Istria, come a Venezia, sono talora una cosa inseparabile dal nome di una persona ; onde talvolta si ignorano i cognomi, ma si conoscono le persone unicamente e generalmente dal nomignolo, tanto che quasi sempre, specie se ci sieno parecchi nomi eguali, il soprannome è il legale distintivo di un individuo. Marin Sanitelo, Vite dei Duchi di Venezia, Rer. ital. script. T. XXII, 626,634. — F, Molmenti, La Dogaressa, pg. 136. etc. Si aggiungano le strofette burlesche, con cui si prendono in giro (burlare = cotonar) i diversi nomi, o certe imperfezioni fisiche, oppure certe circostanze della vita privata. Sono parto degli irrequieti ragazzi istriani, dei ìnamoli, della mularia, ovvero delle donne o anche dei giovanotti, e nascono fra le risate in sulle rive, fra i giuochi nelle eanisele ( = stradette) nelle conversazioni sui campieli o sui bragozzi da pesca. Naturalmente il linguaggio non è sempre parlamentare, ma circa i termini, talora non troppo puliti, questo genere di malignare non ci bada soverchiamente per il sottile, percui fa d'uopo di non far troppo gli schizzinosi. Ed ora se ne veggano alcune di queste satire e scherzi: l.1) Checo beco — malcastrà dame una feta de figa dame una feta de coradela bàseghe el c... a to sorela. (a Parenzo, Albona, Pirano, Capodistria, Isola etc.). 2. Toni baioni de sete caponi de sete dindiati, Toni magna gati. (a Montona e Fasana). 3. Bepi crepi sta sul flen faghe la guardia a chi che vien, se chi vien xe i to parenti daghe la scova par i denti, se chi vien xe to morosa daghe una bela rosa. (a Capodistria, Isola e Muggia). 4. Luca Baruca el magna la zuca el ribalta el batel. (a Parenzo e Isola). 5. Ana batana bati la lana bati la stopa el diavolo te copa. (a Parenzo, Orsera e Cittanova). Credo di far cosa utile, aggiungendo ad ogni ritmo fra parentesi i nomi di quei luoghi nei quali « preferenza si ripetono i ritmi rispettivi. Faccio tuttavia osservare, che molte rime si trovano in generale in tutta l'Istria, uon solo nelle città al mare, ma anche nelle grosse borgate interne, quali sono Buie, Montona, Pisino, Visignano, Visinada ed altre ancora. 6. Pina Pineta to mare te le peta in mezo la piazza to mare te sculazza. (a Buie e a Parenzo). 7. Nane baioco orbo de un ocio, alza la gamba, Nane comanda. (Parenzo, Capodistria, Uniago). 8. Arlcchin batocio orbo de un ocio zoto de una gamba Arlechin comanda. (in tutta l'Istria). 9. Nicolò Manteca le piatole ghe beca i pulisi lo magna oh che spussa Nicolò. (Orsera, Pola, Fasana). 10. Nicoleto Nicolò ne le braghe si c... e la mama lo netò, Nicoleto Nicolò. (in tutta l'Istria). 11. I Toni — tuti i xe boni ma quei che go visti xe tuti tristi — fora che mi. (Visignano, Montona). 12. Catina, el diavolo che te strassina per la camera e la cusina. (in tutta 1' Istria). 13. Menego del manego el ghe staria su 1' anemo a su sorela Menega domali che xe domene,"'a. (a Parenzo). 14. Ana pedana la gavea tre brute fie tute tre le pissava in pie le cantava la sisiliana piffete paffete Ana pedana. (a Parendo). Questi sono scherzi sui diversi nomi a cui aggiungo questo che si può ripetere con qualunque nome bisillabo, e che si usa per fare arrabbiare i ragazzi: 15. Toni tonai con quatro cavai con quatro carozze Toni fa le nozze. Ed ancora 1' altra popolarissima strofetta che si canticchia sull'aria della ritirata militare: 16. Taresa — va far la spesa, se no te voi andar ciol su el fag'oto e vate far clamar. (Continua) Francesco Babudri. «Densità e aumento della popolazione nell' Istria e a Trieste" del Dott. Norberto Krebs con un cenno sto-rico-hibliografico sull' antropogeografia. Che i fattori geografici avessero una grande influenza sull' uomo lo sapevano ormai alcuni scrittori dell' antichità. In Tucidide e in Strabone troviamo interessanti osservazioni sulla distribuzione delle sedi umane. «I filosofi, gli storiografi e i geografi dell'antichità», dice Federico Ratzel'), «ci offrono tale una copia di idee antropogeografiche che, considerata la-ristrettezza del loro orizzonte geografico e delle loro cognizioni etnografiche e storiche, è doppiamente stupefacente». Tali concetti fanno capolino per tutto l'evo medio e quello moderno: senza mai assumere però una grande importanza e men che meno senza dar la spinta a ricerche scientifiche di qualche valore. Nel secolo XIX anche la geografia, come le altre discipline, prese un novello indirizzo, un indirizzo più strettamente scientifico, a merito specialmente delle osservazioni di Carlo Humboldt. La Germania fu la culla di questo movimento rige- Anthropogeographie, I Theil, pg\ 14. neratore. Là Carlo Ritter scrisse la sua «Die Erdkunde im Verhàltnis zur Natur und Geschichte der Menschen», dove egli ci parla della dipendenza della storia e dello sviluppo dei popoli dalla natura del suolo. Dopo la morte di questo grande scienziato la geografìa antropica decadde repentinamente; la mancanza di scolari degni del maestro, 1' opposizione sul principio vittoriosa dell' indirizzo fisico della nostra scienza e forse anche l'interesse specialmente rivolto alle esplorazioni furono le principali cause di un tale ristagno. A Federico Ratzel ') spetta il vanto d' aver salvato dalla rovina questo pericolante edifìzio ; a merito suo la posizione geografica dell' uomo divenne 1' oggetto di un ramo nuovo della geografia, egli in poche parole fu il creatore dell' antropo-cjeog> -afta 2). In questi ultimi anni numerosa è, specialmente in Germania, la schiera di coloro che studiano la distribuzione della popolazione di singoli paesi rispetto agli elementi geografici, ribadendo con la pratica quanto prima era stato osservato teoricamente. Tali lavori vennero raccolti cronologicamente dal Neukirch 3) e dallo Smiljanié '). Anche in Italia, dopo la comparsa dei classici libri del Ratzel, alcuni studiosi cominciarono a rivolgere la loro attenzione alla nuova via apèrta dall' illustre geografo tedesco, pu-blicando prima qualche scritto di carattere generale, poi degli studi più speciali, applicati a questa o a quella terra italiana; questi, eccettuati i recentissimi, furono raccolti ed annotati diligentemente dal nostro comprovinciale prof. Francesco Viezzoli5). Per l'Istria abbiamo ricercato noi l'influenza esercitata dai fattori geografici sulla distribuzione delle sedi umane, seguendo i metodi suggeriti dal mai abbastanza compianto prof. 4) Un' esauriente esposizione dell' attività scientifica del Ratzel ce la dà O. Mannelli in «Rivista geografica italiana» A. XII, Fase. I-III. 2) Vedi anche E. Richter, Die Grenzen der Geographie, Graz 1899 pg. 13 e seg. 3) K. Neukirch, Studien iiber Darstellbarkeit der Volksdichte, Braun-schweig 1897. 4) M. S. Smiljanié, Beitrage zur Siedelungskunde Siid-Serbiens, Abhandl. der Geograph. Gesellschaft in Wien, II Band, 1900. 5) F. Viezzoli, Recenti studi sulle sedi umane, Berlino 1900. Dello stesso autore vedi anche «La geografia umana» Capodistria 1903. Giovanni Marinelli. I risultati di queste nostre modeste ricerche '), lo diciamo con sodisfazione, trovarono la loro conferma in un lavoro complesso, di mole molto più vasta, che à veduto ultimamente la luce ncll'«Archeografo triestino, s. Ili, v. I»; di questo lavoro noi ci occuperemo alquanto estesamente nelle pagine che seguono. * * La parte prima è dedicata alla densità di popolazione della terraferma istriana e di Trieste. La popolazione è più fitta nell'Mrm grigia (90 per ehm.2), segue la rossa (77), ultima la bianca (55); la media generale è di 76. Nel dettaglio la scompartizione è più irregolare. Tutta la regione dalla Iiosandra al Risano e fino alle alture che formano 10 spartiacque verso la Dragogna à più di 100 abitanti per clini.2, anche togliendo le quattro città di Muggia, Capodistria, Isola e Pirano. Solo le colline di Antignano e la bassura alle foci del Risano (in gran parte saline) non raggiungono i 100 ab. per ehm.2. «Questo terreno è ridente e adorno di numerosi villini, ha clima mite e fertili campagne. I larghi e sicuri seni della costa promossero la fondazione di fiorenti cittaducce marinare». Anche i declivi della vallata inferiore della Dragogna, che guardano a meriggio, sono popolati densamente (75-100) ; 11 fondo della valle è ridotto a saline, quindi viene abitato solo temporaneamente. Pochissimo abitata è la brulla striscia calcare che da Salvore volge fra Buie e Momiano fino a Santo Stefano e a Pietrapelosa; i comuni compresi entro la sua cerchia non sorpassano in media, i 40 ab. per ehm.2. La striscia di terreno arenaceo-niarnoso che da Buie oltre il Quieto va a congiungersi presso Montona col bacino arenaceo di Pisino è quasi dovunque ben coltivata e ben popolata (G0-100) ; il declivio verso la valle del Quieto, dove sono poste le castella di Portolo, Piemonte e Castagna, à 81 ab. per clini.2. £) G. A. Gravisi, Distribuzione della popolazione dell' Istria rispetto alla distanza dal mare «Pagine Istriane» Capodistria, A. I. N. 7-8, 1003 ; detto. Distribuzione altimetrica della popolazione istriana. «Alpi Giulie» Trieste, A. IX, N. 5, 1904; detto, Distrib. d. popol. dell'Istria secondo la costituzione geologica del suolo «Riv. Geogr. ital.» A. XII, F. I, Firenze 1905; detto, Nazionalità e densità di popolazione in Istria, «Bollettino della Società geogr. ital.» Roma, Fase. Ili, 1905. Anche la regione litoranea fra Salvore e Cittanova è ben coltivata e ben popolata (75-100) ; deserta è invece la regione calcare presso il Quieto la cui vallata è paludosa e malsana. La conca di Pinguente à una densità di 80 ab. per ehm.2 e ben popolate sono le fertili colline che la circondano; sul-1' altipiano che segna lo spartiacque fra la Foiba ed il Quieto, causa le fitte boscaglie, la densità scende a 25 (Borutto) ; le colline a Nord-Ovest del lago d'Arsa anno una densità di 50-80 abitanti. Ben popolata è la costa fra le foci del Quieto ed il Leme (75-100); nell'interno abbiamo una densità superiore alla media della provincia solo nei pressi di Visignano e Visinada. Fertili e ben popolate sono ancora le regioni al di là del Leme, fra Pisino, Canfanaro e Sanvincenti (80). L'ugual media non si riscontra che presso Dignano (90) e nei più prossimi dintorni di Pola. Tutto il resto dell' Istria bassa è poverissimo di abitanti ; fra Dignano e Barbana non vivono p. e. più che 25 ab. per ehm.2. Migliori sono le condizioni sul Carso d'Albona, dove, specialmente nel distretto carbonifero di Carpano-Vines, si raggiungono densità molto considerevoli (228). La costa orientale dell' Istria fino a Nord del Canale di Fianona è, a differenza dell' occidentale, quasi disabitata ; la riviera liburnica invece, da Laurana fino a Fiume à una popolazione molto fitta, che in alcuni punti (Abbazia) oltrepassa la densità di 1000; fino a 500 m. di altezza, dove più non allignano i sempreverdi, sale e s' estende una zona di 150 ab. per ehm.2. Sull' altipiano calcareo della Ciceria la popolazione è molto scarsa. Nelle vallate predomina 1' arenaria e qui appariscono le singole località, «legate all'esistenza di fonti, in lunga fila, come perle al filo». Su questo altipiano troviamo estesissime regioni completamente disabitate. Le condizioni si mutano all' estremo settentrione, nella breve zona arenaceo-marnosa, appartenente al bacino del Ti-mavo superiore; qui troviamo anche densità di 53 ab. per ehm.2 «L'Istria», cosi si esprime 1' A. alla fine della prima parte, «non à due altre regioni cosi ben popolate come quelle parti là dove il mare più si spinge dentro alla terraferma, presso i golfi di Trieste e di Fiume, e proprio queste due regioni stanno a ridosso dell' alto Carso poco o affatto abitato. La via che da Dolina conduce a S. Servolo rassomiglia a quella che da Mat-tuglie conduce nei boschi del Sia.'Confrontate con queste, sono poco sentite le differenze di densità nell'Istria media e bassa; verso la punta meridionale però abbiamo il fenomeno di grosse località in mezzo a territori disabitati». * * * Nella seconda parte si parla dell' aumento della popolazione, tema nuovissimo ed interessantissimo ; esso è minore nel territorio arenario (23 %), colonizzato da tempi più remoti, maggiore nell' Istria rossa (57 %) che è terra per così dire nuova alla colonizzazione, mentre nelle isole, causa l'emigrazione, non si fa quasi palese 1' aumento naturale. L' aumento generale della provincia è per uno spazio di 31 anni del 35%. Notevolissimo è 1' aumento di Pola, dovuto quasi esclusivamente all'immigrazione; questa città aveva nel 1869 10,473 abitanti, nel 1880 25,173, nel 1890 31,623 e nel 1900 36,227; l'aumento è di 246%. Fatta eccezione di Muggia che si sviluppa rapidamente per la vicinanza di Trieste, l'aumento delle città costiere e delle località munite dell'interno è molto tenue: Capodistria crebbe di 9 %, Bovigno ed Albona di 8 %, Castua di 6 %, Pirano discese di 9 %• La ragione ne va ricercata secondo il nostro autore non tanto nella scarsa industria e nei poveri commerci quanto specialmente nella loro forma di colonizzazione densa che impedisce ogni sviluppo. La popolazione cosi respinta costruisce nuove case nei dintorni della città, i quali guadagnano a sue spese. Nè va trascurato il fatto che la maggior parte delle città e delle borgate istriane sono colonie d' agricoltori, che ànno i loro possedimenti spesso molto lontano ; or molti di questi agricoltori, specie i più giovani emigrano in campagna e là fabbricano i loro casolari; questo movimento è abbastanza notevole nell' Istria bassa. A noi sembra che il lento aumento delle città e borgate istriane abbia la sua causa anche nella grande attrazione che esercitano i centri maggiori di Trieste, Pola e Fiume; specie se si susseguono anni cattivi questa emigrazione è molto considerevole. Dei territori di campagna un grande aumento lo riscontriamo nella penisola di Valle d' Oltra presso Muggia (93 %) e uno ancor maggiore nei dintorni di Isola e Pirano (209 %)• Fra Umago e Cittanova, in un territorio di latifondi t'aumento è stato considerevole (48 %)> lo stesso nel territorio di Parenzo. L'eguale fenomeno avverrebbe nel Carso di Pola se l'attrazione della città non esercitasse un' azione contraria ; il Carso d'Albona à raddoppiato nella regione delle miniere la sua popolazione. L' aumento del territorio arenario interno è molto esiguo; esso supera il 30 % solo nella conca di Pinguente; fra l'Arsa e la Foiba s' estende un vasto territorio di diminuizione. Sull'altipiano della Cicoria l'aumento è poco considerevole; qua e là abbiamo delle dirninuizioni, a S. Servolo (-3 %) e a Matteria (-4 %) ; soltanto Erpelle-Cosina, per le vie che si incrociano, crebbe del 82 %• Alla costa liburnica abbiamo un forte aumento di popolazione : nei pressi di Abbazia-Volosca (285 %) e di Zamet presso Fiume (102%). Del territorio di Trieste, 1' altipiano che consta esclusivamente di rocce calcaree, à avuto un aumento assai tenue (10-20%); mentre invece i sobborghi, che s'estendono su terreno arenaceo-marnoso, ebbero un aumento assai più ragguardevole (46-64 %). Il bel lavoro che a larghi tratti abbiamo riassunto è corredato di alcune tavole e di una carta che serve a dare una chiara idea della densità della popolazione istriana. Or noi, che per prova sappiamo quali e quante difficoltà vadano unite a consimili ricerche, ci congratuliamo vivamente coi) 1' egregio autore che à saputo darci un lavoro tanto ben riuscito e tanto interessante. Dott. Giannandrea Gravisi. Malafede del Prof. F. Angelini. F. Angelitti, Professore ordinario d'astronomia all'Università di Palermo e Direttore di quell'Osservatorio astronomico, pubblicò nella Bibliografia Dantesca di Luigi Suttinax) una i) Firenze, Lumaehi, 1905, a. II, 1-12, P. I, p. 88. recensione del mio opuscolo: «Quando Dante sali al Cielo, fatto avea mane di là, cioè sul Gange». Essa consta di sei punti, che ora esamineremo. * * * Punto I. «L'interpretazione non è nuova: è accennata e rifiutata come una stortura orribile dal d'Ovidio in uno scritto ((rioni. daiit., X, 83), che l'autore cita, anzi prende di mira». L'Angelitti mi fa dire ciò che non mi sono mai sognato di dire. Il d'Ovidio chiama «una stortura orribile» lo «stiracchiare quei poveri di là e di qua, come taluni fecero, fino a significare la plaga orientale e la occidentale del Purgatorio». Questa è veramente una stortura orribile, poiché quando Dante parla col lettore non si trova sulla montagna del Purgatorio ma ili Italia, e dicendo : di qua, mentre è in Italia, non può riferire al Purgatorio quest'avverbio, che significa: nel luogo dove mi trovo mentre parlo o scrivo. E quand'anche Dante parlasse stando nel Purgatorio, poiché nel passo controverso non fa alcun cenno con la mano per dare agli avverbi di qua e di là un significato speciale, con di qua non potrebbe indicare che la plaga del Purgatorio stesso e con di là la plaga direttamente opposta, che secondo lui è quella di Gerusalemme. Di fatti tale è il senso che nel verso 118 del C. XXXIV dell'/«/: (Qui è da man, quando di là è sera) hanno gli avverbi qui (nel Purgatorio) e di là (a Gerusalemme). Dunque il d'Ovidio ha ragione quando chiama questo stiracchiamento una stortura orribile. Ma l'Angelitti ha torto quando vuol far credere che la mia interpretazione non sia che la ripetizione d'un tale stiracchiamento. Io dico nel mio opuscolo : «Mattina sul Gange (di là mane), sera sulPEbro e in Italia (di qua sera)» '). Se mentre nomino il Gange, l'Ebro e l'Italia, l'Angelitti sostiene che nomino la plaga orientale e la occidentale del Purgatorio, devo dubitare o della sanità della sua mente o della sua lealtà. D'una stortura orribile si fa reo lui, quando storce le mie *) P- 6. parole a significare la stortura orribile giustamente rifiutata dal d'Ovidio. * * * Punto II. «Essa non si regge neanche sotto l'aspetto astronomico, giacché per Dante l'Italia sta quasi in mezzo tra il meridiano di Gerusalemme e il confine occidentale della quarta abitata, e quindi non si può considerare su tale confine.» Anche qui il signor recensore torce le mie parole a un senso ch'esse assolutamente non hanno. Io non dico che l'Italia si possa considerare sul confine occidentale della quarta abitata, che Dante chiama abitabile: terra, quae emergit ab aquis, et quam communiter quartam habitabilem appellamus '). Se il Prof. Angelitti vuol persuadersi che m'è noto in quale posizione Dante immagini l'Italia, legga la pag. 7 delle mie Osservazioni*). Egli avrebbe ragione, se io dicessi che il sole tramonta contemporaneamente sull'Ebro e in Italia; ma io dico eh'è «sera siili' Ebro e in Italia»3). La sera non è un momento, bensì uno spazio di tempo, il quale dura alcune ore: secondo Dante, come ho dimostrato nella prima delle mie Osservazioni*), dalle sei alle nove (nell' equinozio). Dunque si può dire benissimo eh' è sera sull' Ebro (6 pom.) e in Italia (9 pom.). * * * Punto III. «A torto asserisce l'autore che 'l'altra parte non può essere il sito in cui si trova chi parla o scrive' : si osservi che in Inf., XXXIV, 117, l'altra faccia della Giudecca è appunto la superficie, sulla quale Dante e Virgilio hanno i piedi.» Se io dicessi: l'altra faccia del sito, l'Angelitti potrebbe contrapporle Valtra faccia della Giudecca; ma, poiché io dico: l'altra parte senz' alcuna specificazione, i termini, come ognuno facilmente può vedere, non si fanno riscontro. 1) Quaestio de A. et T. II. 2) Trieste, Vram. 3) P- 6. 4) p. 6. J,' altra faccia della Giudecca è il rovescio della Giudecca. Se nella terzina controversa di qua, come vuole il contesto, indica l'Italia (dove Dante si trova mentre scrive); se l'altra parte, come vuole il d'Ovidio, «è il semplice richiamo del di qua»; e se l'altra parte e l'altra faccia della Giudecca, come vuole l'Angelitti, sono termini omologhi; ne consegue che l'Italia è il rovescio della montagna del Purgatorio. Là è la Giudecca. Di qua è la picciola spera. Chi sta sulla picciola spera ha i piedi sul rovescio della Giudecca. Là è il Purgatorio. Di qua è l'Italia. Chi sta in Italia ha i piedi sul rovescio del Purgatorio. Ma è veramente l'Italia il rovescio della montagna del Purgatorio '? * * Punto IV. «A torto asserisce l'autore che l'aggettivo nera non si può riferire alla sera, ma solo alla notte profonda: basti rammentare la terzina Purg., XXVII, 01-68, per non citare altri luoghi.» La terzina che il recensore rammenta è la seguente : Lo noi sen va, soggiunse, e vien la sera : Non v'arrestate, ma studiate il passo, Mentre che l'occidente non s'annera. Da questa citazione apparisce che secondo l'Angelitti annerarsi equivale a esser nero. Se l'Angelitti avesse ragione, i capelli neri che imbiancano (lat. canescunt) sarebbero già bianchi, l'uomo grasso che dimagra (lat. macrescit) sarebbe già magro, l'uomo magro che ingrassa (lat. pinguescit) sarebbe già grasso, e via discorrendo. L'Angelitti avrà ragione quando sarà riuscito ad abolire i verbi incoativi, i quali, come spiega il Rigutini, «esprimono l'incominciamento di un'azione o di uno stato.» Sarò grato al Prof. Angelitti, se m'indicherà i luoghi a cui, con metodo comodissimo, allude dicendo: «per non citare altri luoghi.» Uno di questi sarà senza dubbio la terzina seguente : Tempo era giù che l'aer s'annerava, Ma non sì, che tra gli occhi suoi e i miei Non dichiarisse ciò che pria serrava1); ma clie anche qui annerarsi non significhi esser nero, lo dimostra chiaramente il contesto, del quale il senso è, come spiega lo Scartazzini : «Faceva notte, ma non era ancora tanto bujo da non vedere ciò che, per la lontananza, prima non si vedeva.» Dunque quando 1 ' aer è nero non ci si vede, ossia è notte profonda. * * * Punto V. «Prende una svista allorché, raffrontando il passo in esame con Inf., XXXIV, 118, crede che in quest'ultimo luogo le parole qui e di là significhino neW emisfero australe e nel-V emisfero boreale, mentre invece accennano a due punti antipodi, il Purgatorio e Gerusalemme.» Di grazia, non si trova il Purgatorio nell'emisfero australe e Gerusalemme nel boreale ? Ho pur detto nella stessa pagina in cui si leggono i termini incriminati dall' Angelitti queste precise parole: la parte opposta alla montagna del Purgatorio, cioè, secondo Dante, V antipoda Gerusalemme.2) 11 valore delle parole bisogna vederlo nel contesto. Nel mio opuscolo dico: *di là significa: nella parte opposta a quella ih cui si trova chi parla o scrive. Perciò quando Virgilio parla trovandosi nèll'emisfero australe, di là accenna all'emisfero boreale.» 3) Nello stesso modo s'esprimono anche i commentatori; p. e. il Poletto interpreta precisamente così : «Qui, nell'emisfero australe, ov'erano ora i Poeti: — di là, nell'emisfero nostro o boreale.» Concedo che l'espressione è scientificamente incompleta e che, per parlare con rigore scientifico, avrei dovuto aggiungere: e propriamente al punto antipodo; ma qual lettore, che non voglia perfidiare in malafede, non ci supplisce da sé, essendo noto a quanti leggono Dante che, se Virgilio si trova nell'emisfero australe, non può essere che o sulla montagna 1) Purg. Vili, 49-51. 2) p. 6, rr. 1. 2. 3) p. 6. del Purgatorio o sotto di essa, e avendo io notato nella stessa pagina che Gerusalemme è antipoda al Purgatorio? L'Angelitti, come vedremo al punto VI della recensione ch'esaminiamo, dice che il sole sorge e tramonta; non è anche questa espressione scientificamente incompleta? L'Angelitti, Professore ordinario d'astronomia all'Università e Direttore d'un Osservatorio astronomico, sa certo che il sole apparentemente sorge e apparentemente tramonta ; perchè non s'è espresso con rigore scientifico? Senza dubbio per non far ridere i lettori, i quali non amano che si dica loro ciò eh' essi capiscono da sè stessi. * l'uuto VI. «Non è vero che quando il sole sorge all'emisfero australe, tramonta nel boreale, e viceversa.» Mi farebbe il Signor Angelitti il favore di dirmi dove e quando io abbia affermato questo? Malignando si può ricavare tale affermazione dal seguente passo del mio opuscolo : «Con la nostra interpretazione 11011 facciamo violenza al testo, come hanno fatto quegli espositori che, riferendo di là alla montagna del Purgatorio, per mettere in armonia il v. 43 del C. I del Paradiso col 104 del C. XXXIII del Purgatorio, hanno dato a mane il valore di mezzogiorno. E vero che 'per mane si intende', come scrive l'Agnelli, 'lo spazio che corre dalla levata del sole fino al mezzogiorno, e per sera quello compreso tra il mezzodì e l'occaso'; ma quando si contrappongono, non possono indicare il limite in cui si toccano, perchè allora si equivarrebbero: se mane significasse mezzogiorno, potrebbe aver questo senso anche sera, e dicendo di là inane e di qua sera si ammetterebbe un assurdo mezzogiorno contemporaneo negli emisferi opposti.»1) Ora prego il Prof. Angelitti di voler rispondere alle seguenti domande, che mi prendo la libertà di rivolgergli. 1) Non è vero che le parole d'un passo bisogna giudicarle nel contesto e non staccate da esso? Non è vero, per citare un esempio, che, se nell' esame della Sua recensione asserisco che il recensore storce le parole (sapendosi che la pp. 8. 9. recensione l'ha fatta Lei, Prof. Angelitti),affermo una cosa vera? e 11011 è altrettanto vero che mi attribuirebbe un'espressione falsa chi, staccando questa mia asserzione dal contesto, mi facesse dire in generale che il recensore storce le parole, nel qual caso coi medesimi vocaboli si estenderebbe a un'intiera classe di persone la taccia che do a una sola? 2) Non è vero che dal contesto risulta che nel passo dianzi citato m'occupo di mane unicamente per dilucidare quella parola mane che si trova nel v. 43 del C. I del Paradiso ? 3) Non è vero che in quel passo io parlo esplicitamente dei commentatori che riferiscono di là mane alla montagna del Purgatorio ? 4) Non è vero che Lei, Signor Professore, nella recensione ch'esamino ha detto che nel v. 118 del C. XXXIV dell 'Inferno qui e di là «accennano a due punti antipodi, il Purgatorio e Gerusalemme» ? 5) Non è vero che se 111 quel verso (Qui è da man, quado di là è sera} qui, com'Ella spiega, accenna al Purga-gatorio e di là a Gerusalemme, esso ci dice che quando nel Purgatorio è mattina, è sera a Gerusalemme? 6) Non è vero che dal contesto risulta che nel passo dianzi citato m'occupo della parola sera unicamente per illustrare il v. 43 del C. I del Paradiso ì 7) Non è vero che se in quel verso mane si riferisse, come vogliono gl'interpreti, al Purgatorio, sera dovrebbe, per le ragioni suddette, riferirsi a Gerusalemme? 8) Non è vero che, essendo sera a Gerusalemme quando nel Purgatorio è mane, se ognuna di queste due parole significasse mezzogiorno, si ammetterebbe un assurdo mezzogiorno contemporaneo a Gerusalemme e nel Purgatorio? 9) Non è vero che il Purgatorio e Gerusalemme si trovano negli emisferi opposti ? 10) Non è vero che se Ella, Signor Professore, avesse considerato le mie parole nel contesto e non le avesse violentemente strappate da esso, non ne avrebbe ricavato lo scerpellone che falsamente mi attribuisce ? Concedo che nel mio opuscolo l'espressione è scientificamente incompleta; ma l'aggiunta: ai punti antipodi, che il rigore scientifico richiederebbe, poiché si rileva dal contesto, si rimette al lettore, al cui discernimento si rimette anche Lei, a Caterina da Carrara, vedova del fratello Stefano (gen meiner lieben Miihien grefin Kathrein, graf Stephans se-liger Witben) ; ma — e questo è degno di nota — chiama così anche la figlia di lei (und gegen mein lieben Mumen grefin Elspeten, die sie mit meinen lieben Sioagei' graf Stephan seliger hat). Volfango di Stubenberg chiama Giovanni «Ohe ini», e mantiene la voce «Mumen* per ambedue le donne. Prendendo questi vocaboli nel significato vero e stretto, qualcuno sentenziò, che Ugone VI di Duino sposò una sorella (di nome ignoto però) dei due fratelli Frangipani ; e che Ottone di Stubenberg, padre di Volfango, ne sposò un' altra, il cui nome è anche ignoto. 125; «Comes Meinhardus collocat filiam suam Corniti Stephano (si corregga : Iohanni) de Modrusch A. 1352». — Pag. 126: «Assignatio contradotis a Comite Iianne de Vegels facta Dominae Virgini Annae natae de Goerz, su-,e uxori,».... Cfr. anche: Carlo toh Czoernig, Da.s' Land G or z und Gradisca, Vienna, 1873, pag. 553 (1385 e 1352) riferendo però erroneamente la notizia del matrimonio a Stefano, anziché al fratello Giovanni. 1) V. Fidi' origine dei conti di Veglia ecc. op. cit., pag. 56. 2) Cfr. Fejer, Codex diptomaticus Hungariae.... ecc., Tomo X, Voi, 1, pag. 617-49, e pag. 649-51. Restringendomi al solo Ugone VI di Duino, io aggiungerò, ohe se si dà alla voce Schwager il significato proprio, si può anche intendere, che uno dei due fratelli Frangipani si ammogliò con una sorella di Ugone di Duino. Ma, da quanto ò noto agli storici, e sulla base di documenti certi, si può dimostrare, che nessuno dei due casi si avverò ; si deve perciò conchiudere, che i vocaboli di parentela suddetti vanno presi nel significato largo di «parenti», un caso non nuovo nè isolato nei documenti dell' evo medio. Ai matrimonii noti dei due fratelli ho già accennato ; mi resta ancora di esaminare, se uno dei due, e specialmente Stefano, fosse stato ammogliato con una sorella di Ugone VI. Stando al Pichler, Ugone ebbe delle sorelle, ma erano torse maritate in Scherfenberg e in Lichtenstein ; e coi forse non si decide una questione ; persino quella «domina Betta soror Duinatis» morta nel 1405, seppure è sorella di Ugone VI, non poteva essere la moglie di uno dei due fratelli, per ragioni di epoca e di fatti certi, come vedremo. Esaurita pertanto negativamente la parte relativa ai Frangipani, vediamo un po' i matrimoni di Ugone VI, sempre colla scorta dell' opera documentata del Pichler (v. pag. 190, sgg.). Il padre di Ugone VI fu Giorgio di Duino ; la madre, Caterina, figlia del maresciallo della Stiria che prendeva nome dalla città di Petovio (Petau) '). Venuto a morte Giorgio di Duino nell' anno 1343, la vedova passò a seconde nozze con Ertneido di Weisseneck, ve- ') Se si potesse pre-tar fede alle bugie di Volfango Lazio (cfr. De gentium aliquot mìgrationibus ecc. Francoforte, 1600, pag. 186) Caterina di Petovio sarebbe andata sposa a' Stefano Frangipani il quale «accepit uxorem Catharinam, domini a Paetouione Stvrae marescalci filiam», da cui ebbe: Stefano II e Bernardino e Elisabetta, «cui prò dote XXXII milia florenorum legavit, et Hngoni corniti de Tibeyii copulavit.» Si osserva, astrazione fatta dal poco valore che in generale possono avere le cervellotiche genealogie di Volfango Lazio, che ammissibile tutt' al più potrebbe essere il matrimonio di Caterina da Petovio con un altro signore, prima di sposarsi con Giorgio di Duino; ma quanto ai Frangipani, le sue asserzioni sono un parto di fantasia, perchè Stefano I non ebbe che una figlia, Elisabetta, la quale fu uccisa dal marito, Federico di Cili, nel 1422; Stefano II era ammogliato con Isotta d' Este ed é figlio di Nicolò IV il Grande ; ebbe un solo figlio, Bernardino di nome è vero, ma non ebbe alcuna figlia ; 1' epoca poi in cui visse Bernardino è di due secoli posteriore a Ugone VI di Duino. dovo anche lui, ma per giunta con tre figli : Guglielmo, Giorgio e Margherita. S'ignora la data precisa della nascita di Ugone VI ; si sa però, che quando sua madre si rimaritò (1354?) egli era minorenne. Mortogli il patrigno, Ugone VI nel 1359 addivenne a una convenzione coi fratellastri, per la quale i beni ereditati dal padre rimanevano in comune. Se da ciò è lecito trarre una conseguenza, ei parrebbe, che allora Ugone o non era ammogliato, o seppure lo era, non aveva figli cui lasciare 1' eredità paterna. Dell' anno 1365 ci è rimasto un documento che non verte su matrimonii, ma dal quale scaturiscono delle circostanze sintomatiche. In quest' anno Ugone VI fa pace coi fratelli Stefano e Giovanni de' posteriori Frangipani, i quali restituiscono al primo la città di Fiume, eh' era stata tenuta in pegno per molti anni da Bartolomeo, padre dei due fratelli or nominati '). Ebbene ; dal tenore del documento non traspare neppure un vago accenno di parentela fra i fratelli Frangipani, che dettano le condizioni, e Ugone di Duino. Che più? Le condizioni concernono sempre Ugone e i di lui fratellastri Guglielmo e Giorgio Weisseneck, i quali in latino soli detti *frat res». Anche da ciò si dovrebbe dedurre, che Ugone, ancora nel 1365, non aveva proprii figli, seppure era ammogliato. Ma, per le stesse ragioni, non regge neanche 1' altra supposizione, cioè, che Stefano Frangipani abbia sposato nel 1361 una sorella di Ugone. La prima moglie di Ugone VI, secondo il Pichler, e ciò risulta da documenti, si fu Anna di Walsee, sorella di Rodolfo, Ramberto e Federico. Non è noto 1' anno di questo matrimonio ; è accertato invece che nel 1373 Anna era già morta e che' non lasciò figli superstiti. Neil' anno seguente muore Guglielmo di Weisseneck ; sicché Ugone non ha da pensare che al fratellastro Giorgio. 4) Il documento si trova per esteso nel Codice diplom, istriano, ad A. 1365 ; ma è talmente viziato, che trasse in inganno, circa certe persone, persino il benemerito Dr. Kandler. Si leggano per convincersene le note al documento. In traduzione italiana è riferito nell' Almanacco Filmano dell' anno 1857, pag. 73, 74 ; ma questa è fatta sul testo preciso eh' ebbe sott' occhi il Dr. Kandler. Invece il famoso storico della Croazia, il prof. Viecoslavo Klaic, riferisce un facsimile fotografato dell'originale, a pag. 166 del vol. II della sua celebre «Storia dei Croati», e in fondo al volume stampa il documento in caratteri latini. Nel 1375 Ugone apparisce ammogliato con Anna di Wiltliaus; e un anno dopo Giorgio di Weisseneck approva la sopraddote assegnata da Ugone alla seconda moglie. Non si sa 1' anno preciso della morte di Giorgio di Weisseneck; è però certo che nel 1385 era già fra i trapassati; e così Ugone è libero da impegni verso i Weisseneck e può disporre liberamente delle proprie sostanze. Ugone fece il primo testamento nel 1374, modificato poi da codicilli, resi necessarii dalla morte de' fratellastri e dall'aver avuto dei figli dalla seconda moglie, cioè: Ramberto e Ugolino, Caterina e Anna ; ma da questi testamenti non risulta eh' egli fosse parente dei due Frangipani. Siccome all' atto del primo testamento Giorgio di Weisseneck era vivo, ma minorenne, Ugone lascia bensì alcuni beni a lui; ma la tutela del pupillo e la cura dei beni viene affidata al cognato Rodolfo di Walsee. Morto anche Giorgio di Weisseneck e avuti dei figli da Anna di Wilthaus, Ugone dovette pensare a questi, e fece" il primo codicillo al testamento nel 1385. In questo egli raccomanda i figli ai cognati di Walsee, i quali dovevano esserne i tutori fino alla maggiorennità e i curatori delle sostanze. Addì 11 Settembre del 1390 Ugone fece un nuovo codicillo, e questo è quello che taglia la testa al toro, vuoi perchè in esso si parla della moglie Anna di Wilthaus, come vivente, vuoi perchè pochi mesi prima, cioè addì 7 Maggio 1390, Ugone s' era reso mallevadore di Giovanni Frangipani e nel documento rilasciato lo chiama ^cognato». Ora concludiamo. Date queste premesse, è assolutamente escluso, che Ugone VI di Duino abbia sposato una supposta sorella dei due Frangipani dopo il 1390, perchè — pur non conoscendo il giorno preciso della sua morte — si sa da un documento del 23 Settembre 1391, eh' egli era già fra i trapassati. Ma non è possibile neppure, che Ugone VI abbia sposato una sorella dei detti Frangipani prima delle due mogli note; perchè verso il 1354 egli era ancor minorenne; nessun legame di parentela apparisce dal tenore della pace di Fiume del 1365; nell'anno 1373 la moglie Anna di Walsee è già defunta ; nel 1375 Ugone è marito di Anna di Wilthaus, e questa è viva tino alla di lui morte (1390-91) e anche gli sorvive. Per questo supposto matrimonio non resterebbe libera alti*' epoca che quella che corre tra il 1365 e il 1373; ma anche qui c' è di mezzo una variante, cioè, che se Ugone ebbe un' altra moglie prima delle due nominate, questa dovrebbe essere stata Margherita di Weisseneck, giusta un patto dell'anno 1354, e non una Frangipani ; questa circostanza però non risulta certa. Eppure, dirà taluno con ragione; non si può dare ad uno del «cognato», se questi non è tale! Quest'è vero certamente; ma noi sappiamo, che nei documenti del M. E. i nomi di parentela vengono talvolta usati in senso largo; e qui cognato potrebbe valere pai-ente, come in latino. Sta bene, soggiungerà il mio contradditore, ma dunque «parenti» ad ogni modo. Ed è qui che ci casca 1' asino! Io so che i Frangipani in questione erano parenti coi conti di Gorizia; che questi lo erano coi conti di Cili, che questi a lor volta lo erano degli Ortenbur-ghesi, questi ultimi lo erano dei Carraresi, e tocca via. Elisabetta Frangipani, figlia di Caterina da Carrara e di Stefano Frangipani era già promessa sposa, nel 1390, al conte Federico di Cili; Giovanni Frangipani, per il quale Ugone si fa mallevadore, era cognato di Caterina ; volendo adunque tirare magare per i capelli una parentela fra i Frangipani e i Ciliesi, questa salterebbe fuori ; ma una parentela, anche lontana, fra Ugone di Duino e i Frangipani suddetti non mi risulta, nonché certa, nemmeno probabile, da alcun documento. Ai figli di Ugone non è a pensare, chè ambidue erano minorenni nel 1390, e Ramberto mori un anno dopo, e Ugolino nel 1399 morì probabilmente di morte violenta senz'ammogliarsi. La figlia Caterina sposò in seconde nozze (1406) Ramberto Wal-see; la figlia Anna sposò in prime nozze (1401) Rodolfo Walsee; e un figlio di Nicolò IV Frangipani, dunque nipote di Giovanni di cui è parola nel documento del 1390, sposò Barbara Walsee ma appena nel 1428 !! In conclusione, lo ripeto, io non so spiegarmi in alcun modo quello «Scìncager» ! Giuseppe Yassilich. La caduta di Marano Lagunare, È nota 1' importanza che Veneziani ed Imperiali annettevano al possesso di Marano Lagunare ed è altresì noto quanto prontamente il capitano del Signore austriaco approfittò del tradimento di certo prete Bertoldo, il quale, valendosi dell'amicizia di Alessandro Marcello, provveditore veneto in Marano, riuscì ad introdurre la soldatesca austriaca nella cittadella '). Caduta questa per sorpresa in mano degli Imperiali (dicembre 1513) dopo oltre un secolo di dominazione veneta, la Repubblica tentò subito, ma invano, la riconquista e sempre vi mirò, aprendo anche più tardi nuove ostilità. Nulla di sostanzialmente nuovo troverà dunque lo studioso nella breve narrazione che qui pubblico 2), ma vi troverà al- t meno la testimonianza circostanziata di un contemporaneo, giacché la mano che scrisse la nostra narrazione è senza alcun dubbio del primo Cinquecento e l'autore di essa si palesa per veneto, forse testimonio oculare, certo pieno di rammarico per la debolezza dei capitani della Serenissima. Francesco Possiedi. De Marana oppugnatone et obsidione. Quoniani iuvat et delectat posteritatem praeterita noscere, ut in illorum cognitione, tanquam in speculo conteniplatus, homo prudentior fiat agendis in rebus et cautior discatque quid sibi in hac vita amplectendum quidve fugiendum sit, ideo eupiens ego bene de posteritate mereri ad scri-bendum, quanvis huinili stilo, Maranam oppugnationem et obsidionein me contuli quam brevi oratione perstringam ne longiori legentibus toedium pariam, neque ex sermone meo aliquem laude nec. vituperatione dignum existimetis velim, sed ex eorum operibus quae fide ornni referentur. Post restitutam igitur a Venetis Germanis Goritiam et vi vel metu potius hostium amissa urbicula, oppido ex omnibus Forojuliensibus muni-tissimo, Veneti ornili studio fossa aggeribus ac propugnaculis Maranum oppidum situm inter paludes iuxta mare Adriaticum munire conantur 4) Cfr. specialmente : Morelli di Schonfeld, Istoria della contea di Gorizia, Gorizia 1855, v. I, pp. 45 sgg. e Olivotto, Marano lagunare, Ci-vidale 1892, pp. 33 sgg. 2) La traggo da un fascicoletto di 5 carte di mano del secolo XVI, conservato nella biblioteca Querini Stampalia di Venezia, colla segnatura IV. 620. omnomque spein retinendi Forum Julii in oppido ilio sitam habere ; nec vana oorum erat cogitatio,' nani mari vel invitis hostibus commeatum et praesidium quandocunque in oppidum ferre poterant, quod cum hostes animadvertissent nec vi lilla expugnari posse tam nobile oppidum, mira illius habendi cupiditate illecti ad fraudes. animos verterunt. Pagus erat nomine Morteiana distans a Marano passum decem millia, in quo sacerdos erat Bertholus nomine, eiusdem loci incola, vir ingentis animi cui ob maximam familiaritatein quain cum Alexandro Marcello praeside oppidi habebat, quandocunque die noctuque introeundi et exeundi oppido dabat facultas, quod cum ad liostes detulisset presbyter grandi ili i mercede statuta convenerunt ut tali nocte et hora praesto essent milites Germani, nani in oppido nullum praeter oppidanos praesidium erat, quare cum nonnullis rusticis eiusdem vici, quibus nomen venetum invisum erat, comunicata (nam in pago ilio Veneti alii, alii Austriaci existunt) ad praesidem die statuta cum sociis sacerdos pervenit et cum magnani partem noctis in ludis et conversationibus cum co admodum iuvene consumpsisset, ex more re-petendi domum veni&in petiit, cui nihil suspicans doli concessit praeses. • Praecedit presbyter ad vocandos milites, subsistunt ad portam rustici aliam atqne aliam morae cum janitore inveniendo causam et cum appropinquare iam Germanorum exercitum viderent, interempto custode, qui portas clau-dere studebat, intra oppidum recipiuntur hostes. Huius exercitus imperator tunc erat Christophorus Madrusiae comes, vir Consilio et maini apprime promptus. Direpto itaque oppido in quo 11011 mediocris praeda fuit, quoniam complures Forojulienses tanquam 111 locum tutum bona sua illuc contulerant, relietoque ibi praesidio Goritiam versus cum exercitu revertitur Christophorus. At Veneti posteaquam Maranum in hostiuin potestate pervenisse ac-ceperunt, continuo onini studio terra marique in inedia etiam liieine illud oppugnare contendunt. Classi praeerat Paulus Capellus, terrestri vero exer-citui Petrus Baldassar Scipio senensis lingua quam marni promptior. Duo in oppugnatione Illa praecipue agenda tunc erant: unum prohibere 110 terra germanicus exercitus oppido auxilium ferret, quod facile fuisset praestare ob hostiuin paucitatem, alterimi ut classiarii milites aggrederentur ; nava-runt illi quklem operam suam diligentissime et somma vi oppidum adducti sunt. At Scipio cum per esploratores manifeste accepisset germanicum exercitum adventare, ut Marano subsidium ferret, metu, ut fertur, relieto exercitu ad classein aliam atque aliam ignominiosae abitionis suae causam simulans, se contulit ; acerrime res gerebatur et plures ex nostris aereis instrumentis cadebant, in orini iam hostiuin exercitus paratus ad pugnam aderat, at noster sine duce manus conserere 11011 audens, Utinuin versus fugam arripuit: quod cum Germani animadvertissent celeri cursu Maranum iter tendunt et ingressi oppidum per alia m egrediuntur portam et nostros milites oppugnantes oppidum invenientes adoriuntur. At classiarii visis hostibus id quod erat subsidium oppido adventasse rati fugam aripiunt, in qua et oppugnatione mille fere honiinum desiderati sunt : re infecta relictis hostibus duabus triremibus et nonnullis cimbis cum aliquibus aereis instrumentis ad destruendos muros reversa est cum detrimento et dedecore venetias classis, quarto deinde mense iterum ad oppugnandum Maranum terra marique exercitus a Venetis missi sunt Consilio praecipue Hieronymi Savorgnani; contrariae tamen sententiae erat Bartholomeus Livianus imperator venetae reipublicae generalis et in re militari peritissimus ; asse-rebat enim nullam spem nisi in obsidione esse et hanc quoque differri posse, instare maiora in praesentia quibus occurrendum esset, et si obsi-dionis provineiam Venetis aggredì plaeeret modica pecunia id agi posse, nani arcendos esse tantum coinmeatus et cum ad inopiam redactum f'uerit oppidum, tunc intra tridiuim ad snmmnm illud se expugnaturum sine ho-niinuin pernicie promittere vel sponte potius sese dedituros oppidanos credere. At contra Hieronymus maria et montes Venetis policeri se intra octavum diein sine dubio vi oppidum capturam si sibi necessaria ad expu-gnationem expedirentur, quod si ante verba rem ipsam ante rem diligentius quoque eius exituni considerasset, nunquam hoc dixisset Hieronymus. Facile crediderunt Veneti optantes maxime oppidum in ditionem suam redigere, tum quia maritimum tum etiam quia in Venetiarum pene portis oxisteret ob idque sibi in mercatura et commeatibus Venetias vehendis maximo detrimento forefc. Mandatili' igitur a Venetis haec provincia lliero-nymo, qui per litteras quam celerime ad sex millia delectorum rusticorum ex Patria convocavit ad ciugendum ag'geribus et propugnaculis oppidum, quod opus vix intra inensem magna hominum clade perfectum est, nani singulis fere noctibus eruptione oppugnabant oppidani et interdiu sclopetis interiinebant homines pedites stipendiarii quocum complures erant co-hortes cum ducibus suis viris strenuis et rustici tuebantur ageres, equites longe ab oppido custodiebant itinera ne ex improviso exercitus noster, qui Maranuin oppugnabat, ab hostibus ex una ab oppidanis ex alia aggre-deretur parte. Mari quoque numerosa classe arcebatur .... cui praeerat Paulus Capellus. Interim et eommeatum in oppido et pulverem ad sagi-tandum sclopetis deficere, interea pluries per nostros teiitatur deditio magni s propositis praeniiis, negatur per oppidanos et milites tandem coinmeatus inopia ad equorum esimi coguntur, quis hic et militum qui boemi erant et oppidanorum virtutem ac constantiam non smnmis efferat Iauclibus et dignos eos omni honore ac praeinio existimaret, qui non mortis metu, non famis non argento aut auro a fide ani o ve ri potnerunt, pulchrum certe ino r-talibus exemplum veruni per nuntios et litteras imperator Maximilianus hortatur milites et oppidanos ad tuendum viriliter oppidum datque fidem se ante diem corporis Christi illis subsidium missurus. Interin de hostium adventu per exploratores habetur ex quo per Joannem Victurium patricium venetum virum impigrum et tunc legatum in castris agentem equituin et peditum ducibus convocatis et praecipue Joanne Paolo Manfrono exercitus gubernatore, invicem consultant an pugnandum sit cum hostibus vel ne, qua ex re suis hostiumque viribus diligenter consideratis magno animo certam sibi policentes victoriam pugnandum esse decernunt et qnod interim tamen Hieronymus ab obsidione non recedat, immo oppidum omni ag-grediatur vi, nani nostris ili castris ad hominum duodecim millia erant, in hostium vero tria. Verum cum appropinquare hostium exereitum paratura ad proelium intelloxissent milites, noster equitatus nullis hortationibus, nullis minis duci potuit ut cum illis manus consere,ret, immo cessit loco et terga dedit, queni secuti sunt pedites, hoc enim pacto a Marana obsidione magna hominum et pecuniarum iactura post duos menses cum igno- minia recessum est. Nulla ergo amplius spes in multitudine sed in virtute ponenda est ; haec igitur res et hostibus animum auxit et nostris minuit prudentioresque Germanos in futurum ad muniendum et custodiendum Maranum ex hac vana oppugnatione reddiderunt Veneti, dum imperito Hieronymo quam sa])ienti imperatori nimis credere valuerunt non nulli tamen dueum discordia irritam fuisse oppugnatione referunt. Haec sunt quae de Marana oppugnatione et obsidione habuimus. Notizie storiche di Grisignana (Continuazione — v. A. IV, pg. 35). La elezione di papa Pio VII recò fortuna al clero di Gri-signana. Barnaba Luigi Chiararaonti di Cesena, monaco benedettino e vescovo d'Imola, era stato nominato papa il 14 di marzo dell' anno 1800 ni conclave di Venezia dai cardinali fuggiaschi, e succedette a Pio VI, fuggito alla bufera della invasione republicana francese, assumendo il nome di Pio VII. Per trasferirsi a occupare tosto la cattedra che gli era stata conferita, mentre gli stati pontifici erano occupati da austriaci e napoletani, egli uscì dal porto di Venezia sulla fregata «Bellona» diretto ad Ancona e quindi a Roma. Senonchè, sorpresa dalla tempesta, la nave dovette riparare nel porto Quieto il 12 di giugno di quell' anno l). Appena s' ebbe avuto notizia del fatto, i preti di Cittanova, di Torre e di Grisignana recaronsi in fretta a ossequiare il nuovo papa, che del papato non ne voleva sapere in tempi così difficili, supplicando chi una cosa e chi l'altra. Il capitolo di Cittanova, che aveva domandato il protonotariato apostolico, ottenne la mozzetta col cappuccio ed anche la cappa magna; il pievano di Torre il privilegio di celebrare la messa la sera della vigilia di Natale 2). Su questo fatto abbiamo un opuscolo «Approdo di Pio VII in Istria nel viaggio da Venezia a Pesaro» del canonico parroco Monsignor Giacomo Bonifacio. Capodistria, Cobol & Priora, 1900. 2) Kandler. Indicazioni ecc. La chiesa di Grisignana ottenne due privilegi. Il Breve pontifìcio del giorno 11 dicembre 1801 ') conferiva al pievano di Grisignana il titolo di canonico arciprete e di canonici ai cappellani con facoltà di portarne anche le insegne, più una medaglia commemorativa, eh' è la seguente: Come si vede, la medaglia reca da un lato la nave che s' accosta al porto Quieto con la scritta : FELIX ACCESS VS PII VII P. M. DIE XII IVN. MDCCC E sotto: PORT. QUIET. Sul rovescio vedonsi le imagini dei Santi protettori di Grisignana Vito e Modesto, e torno torno si legge: SS. MM. VIT. ET MODEST. TITT. ECCL. GRISIGNANAE. Di sotto : TEOD. LAVR. DE COM. BALBI EPIS. AEMON. Teodoro Loredan dei conti Balbi è il nome del vescovo che sedeva allora sulla cattedra di Cittanova. I due martiri, come si vede, son ritti sull' eculeo : Vito, giovinetto, reca la palma della gloria, e Modesto, che fu il precettore di Vito, alza la croce in segno di vittoria. Nessun segno però qui appare della nutrice di Vito, Crescenzia, la patronessa delle nutrici, la quale pur sofferse il martirio insieme agli altri due. La stessa cosa osservasi nella miniatura, che trovasi in principio del codice in pergamena contenente lo statuto municipale di Grisignana, ove, fra mezzo i due martiri recanti ciascuno la palma, invece di Crescenzia, è rappresentata la Vergine col Bambino. Marco Calcina conserva ancora una di queste medaglie, la quale appartenne già a M. Sebastiano Calcina, ultimo canonico ed arciprete. Diciamo ultimo, perchè nell'anno 1843 insieme coi capitoli di Buie, Dignano, Muggia, Isola, Umago, S. Lorenzo ecc. fu soppresso anche quello di Grisignana 2). 1 ) Vedi la serie dei pievani ed arcipreti. 2) Kandler. Indicazioni ecc. La seconda concessione avuta in tale incontro dal papa, concerne 1' altare privilegiato quotidiano perpetuo del SS. Sacramento nella chiesa parrocchiale, di cui il pievano G. M. Dubaz ci lasciò memorie scritte di sua mano il 14 di giugno del detto anno l). 4) Ce l'ha favorita il sig'. E. Torcello. Scrive quel pievano: «Avendo io P. Gio. Michele Dubaz Parroco rilevato sulle dicerie «elei Popolo, che alli 12 del sudd. giorno solenne del Corpus Domini, fosse «arrivata nel porto Quieto, trasportata dal vento contrario la Santità di «Pio Papa VII, che passava colla fregata Bellona da Venezia a Pesaro, «per quindi trasferirsi a Roma, e che a cagione del vento contrario non «poteva proseguire il divisato viaggio, ho risolto un' ora dopo il mezzo-«giorno di distaccarmi di casa in compagnia delli SS.ri D. Matteo Can.o «Ragancin, D. Simone Calcina, e D. Giorgio Zuanelli sacerdoti d'incam-«minarmi a cavallo verso Cittanova. Partiti di casa, per istrada pensai «di spedire in anticipazione uno dei pedoni a Cittanova, onde facesse «allestire una brazzera perchè fosse in pronto colà al nostro arrivo. Cosi «avvenne. Giunti in Città, ci cambiammo ivi dei vestiti di viaggio, e mondammo tosto nella Brazzera, e giunti alla fregata, ascendemmo le scale «di essa, dove incontrati da un Prelato fummo introdotti al bacio del piede «alle ore 5 pomeridiane. Fatti gli offici di venerazione, lo supplicai a concedere alla Chiesa Parrochiale un altare privilegiato perpetuo, e ne fui «esaudito. Fu rimesso per un Prelato il Rescritto del S. P. al Cardinale «Braschi segretario dei memoriali, da cui ottenuto immediatamente par-«timmo colla stessa Brazzera, da cui smontati sulla riva a S. Pietro, dove «ci attendevano li Cavalli, ci restituimmo a casa la sera stessa un quarto «d' ora prima dell' Ave Maria. Con tale fretta fummo costretti a faro il «viaggio, per essere a casa nel giorno delli 15, Domenica, e giorno so-«lenne delli nostri SS. Patroni Vito, Modesto e Cresencia Mm.» La istanza del pievano diceva : «B.mo Padre «La Chiesa Parrocchiale di Grisignana Diocesi di Cittanova non tiene «alcun altare privilegiato, atteso essere spirato il tempo di tale concessione «si umilia perciò con il presente il Parroco di d.ta Chiesa supplicando «umilmente la S.a V.ra voler accordare un altare privilegiato quotidiano «perpetuo per potere suffragare 1' anime de fedeli defonti, sicuro che non «mancherà quel divoto Clero di porgere fervorose preci all'Altissimo per «le maggiori prosperità, e conservazione di V. S., eh. della Grazia». E infatti, di mano stessa del cardinale Braschi, segretario ai memoriali, appostovi il suo bravo suggello in ceralacca, si legge, a tergo dell'istanza, la concessione papale perpetua, eh'è del seguente tenore: Ex ciudi enfia SS. m i die 14 Iunii 1800 SS.mus benigne concedit oratori Altare privilegiatum perpetuimi SS.mi Sacramenti introscriptae Eeclesiae contrariis quibuscumque non obstantibus, et mandat presen s rescriptum liabere ac si litterae apostolicae in forma Brevis forenl expeditae. L. S. B. Card. Braschius de Honestis Non dimenticheremo di notare che codesti cappellani, pievani ed arcipreti erano quasi tutti del paese, di cui si resero veramente benemeriti, perchè dove non ci fosse una scuola regolare, vi supplivano essi con l'istruzione privata che impartivano *). Le casate più vecchie di cui trovammo notizie fra gli atti de' vescovi emoniensi sono i De Medellis, i Regancini, gli Altini, i Torcello, gli Armani, i Benvegnù, i De Lucca, i Calcini che appaiono già nel secolo decimoquinto. I De Medellis oggi sono spenti. I Torcello ebbero in patria gli uffici migliori, furono provveditori del Comune, esercitarono anche il notariato che si direbbe fosse quasi ereditario nella loro famiglia 2). ') Vedansi le condizioni veramente notevoli del clero della diocesi emoniense, quali appaiono dalle memorie del tempo. Sotto il vescovo Stefano Leoni, anno 1768, Grisignana aveva ben undici preti. Oltre il pievano Giov. Michele Ragancino, eravi un don Andrea Iugovaz, Luca Dubaz, Nicolò Corva, Giannantonio Corva, Luca Fabris, Gianmichele Dubaz, Andrea Mattio Ragancino, Simone Calcina, Nicolò Crossava e Matteo Fachi-netti. Per gli altri luoghi della diocesi, Cittanova aveva 14 sacerdoti, Buie 28, Portole 15, Momiano 3, Piemonte 9, Villanova 3, Verteneglio 5, Cisterna 4 (de' quali il padre con due figli Lughi di Portole), Castagna 2, S. Lorenzo 1, Tribano 4, Borda e Chersctte 1 : tutti paesani. 8) Riportiamo qui un diploma notarile, tratto dall' originale in pergamena, rilasciato ad Andrea Torcello nell" anno 1695, pur tacendo di altri parecchi che abbiamo veduto. «Nos Iacobvs Gabriel prò Ser.ino Dvcali Dominio Venetiarvm Potestas et Capit.vs Ivstinopolis Hieronymvs Thevpolvs consiliarivs. Vniversis et singvlis ad qvos praesens privilegivm Notariatvs pervc-nerit fidem facimvs et attestamvr, qvaliter cvpiens D. Andreas Torcello q.m D. Ioannis filivs Terrae Grisignanae ad artem Tabelionatvs offitivm-qve Notariae congrvis ac debitis medijs promoveri, debita crai instantia reqvisivit vt Notarij de Coll.o ordinario hvivs Civitatis tale mvnvs et of-fitivm in eivs personam conferri velent. Avctoritate eisdem delata per partem Ex.mi Senatvs diei XII Ianvarij MDCXII de creandis Notariis, habitaqve fide in forma de probitate vitae ac morvm candore dicti D. Andreae. Qvapropter facto privs diligenti ac rigoroso examine per Ex.in D. Ivlivm Gavardo Examinatorem dicti Collegii ad id depvtatvm D.nvs Ivlianvs de Belli V. D.nvs hvivs Civitatis ceteriqve D. Notarii dicti Col-legij nemineqve discrepante nec discentiente qvidem, dictvm D. Andream peritvm, idonevm et svfficientem svb die hodierna Notarivm pvblicvm, et Ivdicem ordinarivm Veneta avctoritate creavervnt et declaravervnt avctoritate svp.tae partis Ex.mi Senatvs prò vt apparet de svpradictis omnibus in actis svp.ti Collegij dantes ei facvltatem exercendi scribendiqve omnes actvs, Instrvmenta, Testamenta, Codieillos et omnia alia in omnibvs Terris, Locis et Civitatibvs Ser.mi Dominii Veneti qvemadmodvm alii Notarij Ve- Per quanto ne scrive lo Stancovich, un Antonio da Grigliano dell' ordine francescano de' minori conventuali, fu professore di Padova nell' anno 1564 nella seconda scuola di metafisica. Intervenne anche al concilio di Trento come teologo e «colla carica di regens S. Antonii de Patavio, circostanze che dimostrano la di lui riputazione e dottrina». Altre famiglie grisignanesi sono i Castagna, i Fedele, i Corva, i Corva-Spinotti, i Ballestrier, gli Ercolani, i Ratissa, i Grimalda, i Zuanelli, i Comisso, i Daris, i Gracchi, i Rodella, i Damiani, i Fachinetti, i Tosolin, i Pozzi, i Grassi, i Gasperini ecc. — De' Ratissa abbiamo il sacerdote don Antonio che fu protonotario apostolico 4) ed esimio benefattore. Nel suo testa- neti et pvblici exercent et scribviit Cvivs D. Andreae pvblici actvs ob iil Instrvm.ta Testam.ta Codicillos et alia oinnia per evm legaliter scripta ivxta Ivris dispositionem, avt Ivra Mvnicipalia sev de consvetvdine locorvm omninodam semper obtineant flrmitatem et robvr. Qviqvidem I). Andreas manibvs tactis scriptvris in manibvs nostris ivravit se dieta offitia Notariae et Tabelionatus omnibvs diebus vitae svae fideliter, recte, pvre ac ornili simvlatione, niachinatione et dolo remotis fvnctvrvm prò vt legales decet Notarios, In qvorvni fidem et testimonivin praesens hoc Privilegi vm per infraseriptvm Notarivm et cancellarivm dieti Collegii scribendvm mandavi-mvs. Actvm Ivstinopoli in Palatio Praet.o Die XXIII Martij 1695 Indicte III. Jaeobus Gabriel Praetor ac l'raefectus Hieronymus Theupolo Consiliarius Jiiliauus de Belli V. D.no Julius Gavardo N. Exam.r Ricciardus Vida Veneta auctoritate Notarius et Cancellarius dicti Collegii in fidem subseripsi». Carlo Andrea Torcello fu cancelliere vescovile di Cittanova, nominato dal vescovo Teodoro Loredan de' conti Balbi con decreto 10 settembre 1795. ') Vedasi la Bolla originale su pergamena, con bellissima miniatura sul frontispizio, che dice : «Perillustri et admodum Rev.o Domino Antonio Ratissa Presbitero loci de Grisignana oriundo Emoniensis Dioecesis, Sanc-tissimi Domini nostri Papae, et Sanctac Sedis Apostolicae Notario Protho-notario honoris nuncupato Salutem in Donnino sempiternam. Singularis erga Sanctam Romanam Ecclesiam Sedemque Apostolicain tuae devotionis affectus nec non tuarum litterarum praestantia vitae ac inorimi honestas, aliaque laudabilia probitatis et virtutum merita, quibus personam tuam ab Altissimo omnium honorum largitore, prout fide digno-rum testimonijs accepimus, multipliciter novimus insignitam non indigno promere-nt ut illam specialis favoris praerogativa prosequamur. Cum itaque Tu, qui sicut etiam accepimus, de honesto genere procreatila, ac multipli-cium virtutum decore ornatus existis, ac Romanae Ecclesiae, dictae Sedis mento del 2 di settembre dell' anno 1748 egli lasciò la sua sostanza alla chiesa maggiore, che potè cosi essere ricostruita ed ampliata. I Daris diedero pure un sacerdote, don Giacomo, sorvitiis insistere disposuisti, Nobis humiliter supplicari feceris, ut perso-nani tuam grato favore prosequi, ac eani prò meritis dignioris nominis titillo decorare dignaremur. Nos qui tuae probitatis ac bonae famae odoreni gratum sentimus, tuis supplicationibus huiusmodi inclinati laudabili tuo desiderio annuere decrevimus. Sufficienti igitur ad id facilitate et Aucto-ritate per litteras fel. ree. Palili Papae III, sub datum Romae apud Sanctum Petrum anno inearnationis Dominicae MDXXXIX. Decimo octavo Kalendas Maij Pontificatus sui anno V sub plumbo expeditas ac Nobis et caeteris omnibus de familia et prosapia Sfortiae concessas suffulti, Te Sanctissimi Domini nostri Papae et Sanctae Sedis Apostolicae Notarium Prothonotarium honoris nuncupatum Auctoritate Apostolica, Nobis ut praefert attributa et demandata, ac quia in hac parte fungimur, tenore praesentium creamus, facimus, constituimus, deputamus et declaramus aliorumque Sanctissimi Domini nostri Papae et Sanctae Sedis Apostolicae Notariorum Prothono-tariorum honoris numero et consortio favorabiliter adscribimus atque ag-gregamus. Tibique Rochetum, Mantellectam et Suttanam tam nigri quam violacei coloris (extra tamen Romanam Curiam) deferendi et alias incedendi in habitu Prothonotariorum, more Praelatorum Romanae Curiae, nec non utendi Pileo seu Capello, quibus dicti Prothonotarii et Praelati per se ipsos et in eorum Insigniis seu stemmatibus utunt plenam et liberam earundem tenore praesentium faeultatem concedinius et Auctoritatem impartimur. Insuper declaramus in Canonizationibus Sanctorum ad Te uti Prothonotarium in loco conficiendi examinis existentem curam et munus spectare, Teque uti Prothonotarium esse in Dignitate Ecclesiastica constitutum, Tibique causas seu lites Beneficiarias Ecclesiasticas et mistas per Apostolicas litteras seu alio quovis modo committi vel delegari posse et debere. Tibique omnibus et singulis privilegiis, gratiis, honoribus, immunitatibus, liberta-tibus, dignitatibus, praerogativis, exemptionibus, antelationibus, favoribus et indultis, quibus alii similes Notarli Prothonotarii honoris nuncupati Sanctissimi Domini Nostri Papae et Sanctae Sedis Apostolicae tam de iure quam de consuetudine aut aliter utuntur, fruuntur, potiuntur et gaudent, ac uti, frui, potiri, et gaudere possunt quomodolibet in futurum pariformit et absque lilla prorsus differentia in omnibus et per omnia etiamsi Prothonotarii habitum non deseras, uti, frui, potiri, et gaudere ac alia quae eiusdem Sedis Prothonotarii honoris huiusmodi facere, gerere, et exercere possunt et debent, similiter facere, gerere, et exercere libere et licite possis et valeas, eisdem auctoritate et tenore de speciali gratia concedinius et indulgemus. Sic igitur de bono in melius virtutum studiis intendas ut ili dictae Sedis, nostroque conspectu Te semper constituas meritorum studiis digniorem, dictaque Sedes proinde ad faciendam Tibi uberiorem gratiam et honorem merito arctius invitetur. Quocirca cuicumque in Dignitate Ecclesiastice constituto, per Te eligendo per praesentes committimus et niandamus quatenus Sanctissimi Domini nostri Papae, Sane tacque Romanae che fu valente oratore sacro. Predicò nella cattedrale di Citta-nova, a Ro vigno ed a Pola, dove fu nominato decano capitolare nel 1842 e preposito capitolare nell' anno 1847. Nel 1852 ebbe il cavalierato dell' ordine di Francesco Giuseppe I e nel 1861 la nomina di protonotario apostolico ad instar Partecipantium. Mori in Pola nell' anno 1866. (Continua) (ì. Vesnaver. L'ARCHIVIO ANTICO DEL MUNICIPIO DI CAPODISTRIA (Cont. ; vedi A. I, N. 6-12 ; A. II, N. 1-12; A. Ili, N. 1-12; A. IV, N. 1-2) N. 814. Fascicolo con esami sopra la querelici Corte. Carte scritte 23. Anno 1726. N. 815. Cedule testamentarie dell'anno 1726. Fascicolo di carte scritte 68 con indice. Ecclesiae nomine solitimi inxta formam consuetam a Te recipiat fidelitatis debitae iuramentmn, ac deinde debita et consueta Insignia honoris et di-gnitatis Notariatus Prothonotariatus huiusmodi Tibi ut supra concessa, eonferat et assignet, omnibusque et singulis in praesentibus litteris con-tentis, et expi-essis pacifice frui et gaudere faciat atque procuret non per-inittendo Te super his a quoquam indebite molestari, perturbari, inquietari ac sub quovis titulo vel praetextu impediri, contradictores vero et perturba-tores quoscumque per opportuna iuris remedia simili Auctoritate compe-scendo. Non obstantibus omnibus, quae Paulus III, Iulius III, Gregorius XIII ac Xystus V in facultatibus Nobis concessis praesentibus voluerunt non obstare, caeterisque in contrarium facientibus quibuscunque. In quorum fidem praesentes litteras manu nostra subscripsimus, Sigillique nostri quo in talibus utiinur iussinms impressione muniri. Datum Romae extra Portam Flaminiam Anno a Nativitate Domini Nostri lesu Ciiristi MDCCXII Indictione V Die vero XXIX monsis Aprilis Pontificatus autem SS.nii in eodem Christo Patris et D. N. D. Clementis Divina providentia Papae XI Anno XII. Praesentibus Perillustribus Dominis Ioanne Baptista Cicinelli Romano et Bartholomaeo Ximenes Hispano Testibus ad praemissa omnia et singula vocatis, habitis specialiter atque rogatis.» In fondo alla Bolla vedesi il sigillo episcopale di Cittanova e la dichiarazione del vescovo Daniele Sansoni del 24 maggio 1718 circa il giuramento di fedeltà. N. 81G. Fascicoli sei. Podestà Zuanne Renier, dall' aprile in poi Nicolò Domalo. Praeceptorum primus : di carte 45. Dal 13 gennaio al 3 aprile 1727. Secundus: di carte 110. Dal 2 maggio al 21 agosto 1727. Tertius: di carte 60. Dal 1° settembre al 14 dicembre 1727. Extraordina-rioruui primus: di carte 69. Dal 5 gennaio al 30 aprile 1727. Se-cundus : di carte 111. Dal 1° maggio al 28 agosto 1727. Tertius: di carte 69. Dal 1° settembre al 30 dicembre 1727. N. 817. Filza stridori, atti à legge esami et inventar] del 1727. Carte scritte 117. N. 818. Filza scritture diverse di dentro e di fuori e carte volanti presentate in offitio et in giuditio dell'anno 1727. Carte scritte 193. N. 819. Filza lettere del 1727. Carte scritte 115. N. 820. Fascicoli sei. Podestà Nicolò Donado e dall' agosto in poi Daniel Renier. Praeeeptoruin primus: di carte 102. Dal 12 gennaio al 30 aprile 1728. Secundus : di carte 102. Dal 7 maggio al 3 settembre 1728. Tertius: eli carte 47. Dal 13 settembre al 16 dicembre 1728. Ex-traordinarioriiin primus: di carte 64. Dal 4 gennaio al 30 aprile 1728. Secundus: di carte 99. Dal 1° maggio al 5 settembre 1728. Tertius: di earte 63. Dal 5 settembre al 31 dicembre 1728. N. 821. Filza esami, stridori, cedole ed inventarii del 1728. Carte scritte 160. N. 822. Filza scritture diverse di dentro e di fuori del 1728. Carte scritte 77. N. 823. Filza lettere del 1728. Carte scritte 114. N. 824. Inventarii del 1728. Carte scritte 39. N. 825. Fascicoli sei. Podestà Daniele Renier. Praeeeptoruin primus : di carte 64. Dal 4 gennaio al 7 aprile 1729. Secundus: di carte 71. Dal 4 maggio al 26 agosto 1729. Tertius: di carte 41. Dal 12 settembre al 30 dicembre 1729. Extraordina-riornni primus : di carte 57. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1729. Secundus : di carte 77. Dal 1° maggio al 31 agosto 1729. Tertius: di carte 84. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1729. N. 826. Filza stridori, sentenze à legge, stime et inventari del 1729. Carte scritte 117. N. 827. Filza scritture diverse, lettere e carte volanti del 1729. Carte scritte 138. N. 828. Fascicolo di lettere dell' Ecc. Magistrato alla Sanità di Venezia ed altre scritture del 1730. Carte scritte 22. N. 829. Fascicoli sei. Podestà Pietro Contarmi, dal giugno in poi Andrea Capello. Praeceptornm primus: di carte 80. Dal 5 gennaio al 27 aprile 1731. Secundus: di carte 90. Dal 4 maggio al 29 agosto 1731. Tertius: di carte 71. Dal 3 settembre al 29 dicembre 1731. Extraordinariorum primus : di carte 75. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1731. Secundus : di carte 84. Dal 1° maggio al 27 agosto 1731. Tertius : di carte 88. Dal 28 agosto al 31 dicembre 1731. N. 830. Filza scritture diverse per la maggior parte lettere del 1731. Carte scritte 355. N. 831. Fascicoli sei. Podestà Andrea Capello e dall'ottobre Francesco Molin. Praeceptornm primus : di carte 69. Dal 7 gennaio al 30 aprile 1732. Secundus: di carte 95. Dal 5 maggio al 27 agosto 1732. Tertius: di carte 63. Dal 3 settembre al 30 dicembre 1732. Extraordinariorum primus: di carte 58. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1732. Secundus : di carte 79. Dal 1° maggio al 31 agosto 1732. Tertius : di carte 77. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1732. N. 832. Lettere alli spettabili Provveditori alla Sanità, e rotolo dei deputati e sotto deputati del Castello (1732-1739). Carte scritte 98. In fine vi sono altre 19 carte di vario argomento del 1731 e 1732. N. 833. Filza lettere di Venezia e della Provincia dell' anno 1732. Carte scritte 142. N. 834. Filza esami, stridori, sentenze à legge, cedule ecl altro del 1732. Carte scritte 198. Armadio i. N. 835. Fascicoli sei. Podestà Francesco Molin. Praeceptornm primus : di carte 60. Dal 12 gennaio al 20 marzo 1733. Secundus: di carte 112. Dal 15 maggio al 31 agosto 1733. Tertius: di carte 114. Dal 2 settembre al 9 dicembre 1733. Extraordinariorum primus : di carte 76. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1733. Secundus: di carte 112. Dal 1° maggio al 30 agosto 1733. Tertius: di carte 104. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1733. N. 836. Filza stridori, sentenze à legge, esami di testimoni, cedule, scritture di dentro e di fuori dell' anno 1733. Carte scritte 196. N. 837. Filza lettere di Venezia e della Provincia del 1733. Carte scritte 168. N. 838. Scritture diverse del 1734 e 1735. Carte scritte 33. N. 839. Fascicoli sei. Podestà Gio. Alvise Bragadin. Praeceptorum primus : di carte 85. Dal 13 gennaio al 30 aprile 1736. Secundus : di carte 87. Dal 2 maggio al 28 agosto 1736. Tertius : di carte 81. Dal 3 settembre al 7 dicembre 1736. Extra- ordinariornin primus : di carte 69. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1736. Seeundus : di carte 100. Dal 1° maggio al 1° settembre 1736. Tertius : di carte 99. Dal 2 settembre al 29 dicembre 1736. N. 840. Filza esami, stridori, stime, inventari, conti, scritture di dentro e di fuori del 1736. Carte scritte 254. N. 841. Filza lettere di Venezia e della Provincia del 1736. Carte scritte 227. Un fascicolo di atti dello stesso anno. Carte scritte 24. N. 842. Scritture diverse del 1737. Carte scritte 41. N. 843. Citazioni della città delli mesi maggio, giugno, luglio e agosto del 1737. Fascicolo di carte scritte 41. N. 844. Fascicoli 3. Podestà Zorzi Bembo, dall'aprile Gio. Battista Basadonua. Extraordinariorum primus: di carte 73. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1738. Seeundus : di carte 71. Dal 2 maggio al 31 agosto 1738. Tertius : di carte 102. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1738. N. 845. Filza esami, stridori ed altre scritture diverse del 1738. Carte scritte 122. N. 846. Lettere di Venezia e della Provincia del 1738. Carte scritte 82. N. 847. Annotazioni delle lettere provenienti da Trieste da essere profumate al di fuori e di dentro prima della consegna a chi sono dirette (dal 16 luglio al 10 febbraio 1739). Un fascicolo di carte 41. N. 848. Filza di lettere di sanità 1738-1743. Carte scritte 150. N. 849. Fascicoli sei. Podestà Piero Auzolo Magno. Praeceptornni primus : di carte 96. Dal 12 gennaio al 29 aprile 1739. Seeundus : di carte 89. Dall' 8 maggio al 31 agosto 1739. Tertius : di carte 92. Dal 2 settembre al 30 dicembre 1739. Extraordinariorum primus : di carte 91. Dal 2 gennaio al 30 aprile 1739. Seeundus di carte 103. Dal 1° maggio al 31 agosto 1739. Tertius : di earte 98. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1739. N. 850. Scritture di dentro e di fuori e lettere del 1739. Due filze di carte 74 e 103. N. 851. Stridori, cedole, esami ed inventarii del 1739. Carte scritte 102. Unite vi sono carte 78 riguardanti una questione di confini insorta fra il governo veneto e 1' austriaco, in seguito a litigi per pascoli tra quei di Popecehio e quelli di Podgorie. N. 852. Fascicoli sei. Podestà Paolo Condii!miei*. Praeceptoruin primus : di carte 52. Dal 12 gennaio al 30 marzo 1740. Seeundus: di carte 118. Dal 6 maggio al 31 agosto 1740. Tertius: di carte 86. Dal 1° settembre al 14 dicembre 1740. Extraordina- riorum primus : di carte 52. Dal 2 gennaio al 30 aprile 1740. Secundus : di carte 76. Dal 1° maggio al 31 agosto 1740. Tertius : di carte 118. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1740. N. 853. Cedule, atti à legge, esami di testimoni ed altre scritture diverse del 1740. Carte scritte 228 più un libretto di conti. N. 854. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia del 1740. Carte scritte 73. N. 855. Fascicoli cinque. Podestà Pillilo Condili miei* e dal settembre Cristoforo Dolfin. Extraordinariorum primus : di carte 61. Dal 1° gennaio all' 11 aprile 1741. Praeceptornm secundus: di carte 114. Dal 5 maggio al 30 agosto 1741. Tertius: di carte 113. Dal 1° settembre al 28 dicembre 1741. Extraordinariorum secundus: di carte 114. Dal 1° maggio al 31 agosto 1741. Tertius: di carte 95. Dal 1° settembre al 31 dicembre 1741. N. 856. Filza Cedole et esami, e sentenze à legge del 1741. Carte scritte 135. N. 857. Filza scritture di dentro e di fuori del 1741. Carte scritte 110. N. 858. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia del 1741. Carte scritte 111. N. 859. Fascicoli sei. Podestà Cristoforo Dolfin. Praeceptornm primus: di carte 120. Dal 1° gennaio al 27 aprile 1742. Secundus : di carte 124. Dal 4 maggio al 31 «agosto 1742. Tertius : di carte 65. Dal 5 settembre al 15 dicembre 1742. Extraordinariorum primus : di carte 63. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1742. Secundus: di carte 98. Dal 1° maggio al 30 agosto 1742. Tertius: di carte 94. Dal 1" settembre al 31 dicembre 1742. N. 860. Filza cedule, esami ed atti à legge del 1742. Carte scritte 142. N. 861. Filza scritture di dentro e di fuori del 1742. Carte scritte 141. N. 862. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia del 1742. Carte scritte 82. N. 863. Fascicoli sei. Podestà Pietro Boni. Praeceptornm primus : di carte 86. Dal 14 gennaio al 28 marzo 1743. Secundus : di carte 90. Dall' 8 maggio al 7 agosto 1743. Tertius: di carte 81. Dal 1° settembre al 22 dicembre 1743. Ex-traordinariorum primus : di carte 70. Dal 1° gennaio al 30 aprile 1743. Secundus : di carte 104. Dal 1° maggio al 31 agosto 1743. Tertius: di carte 87. Dal 1° settembre al 30 dicembre 1743. N. 864. Filza esami ed atti di legge del 1743. Carte scritte 141. N. 865. Filza scritture diverse del 1743. Carte scritte 107. N. 866. Filza lettere di Venezia e della Provincia del 1743. Carte scritte 98. N. 867. Fascicoli sei. Podestà Pietro Donà, dal giugno Francesco Miuotto. Praeceptorum primus : di carte 94. Dal lo gennaio al 29 aprile 1744. Secundus : di carte 78. Dal 4 maggio al 20 agosto 1744. Ter-tius : di carte 85. Dal 1° settembre al 10 dicembre 1744. Extraor-diiiariorum primns : di carte 63. Dal 2 gennaio al 30 aprile 1744. Secundus: di carte 85. Dal 1° maggio al 31 agosto 1744. Tertius : di carte 101. Dall0 settembre al 81 dicembre 1744. N. 868. Filza cedale, atti à legge et esami di testimoni del 1744. Carte scritte 119. A queste carte è unito un fascicolo di 30 pagine contenente il testamento del Sig. Giacomo Polesini. N. 869. Filza scritture e conti del 1744. Carte scritte 109. N. 870. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia. Carte scritte 73. N. 871. Fascicoli sei. Podestà Pietro Dona. Praeceptorum primus : di carte 88. Dal 12 gennaio al 23 marzo 1746. Secuiidus .: di carte 78. Dal 2 maggio al 22 agosto 1746. Tertius : di carte 79. Dal 2 settembre al 30 dicembre 1746. Extraor-diiiariorum primus : di carte 45. Dal 2 gennaio al 30 aprile 1746. Secundus : di carte 78. Dal 1" maggio al 31 agosto 1746. Tertius : di carte 71. Dal 1° settembre al 30 dicembre 1746. N. 872. Filza scritture diverse del 1746. Carte scritte 100. N. 873. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia. Carte scritte 62. N. 874. Fascicoli sei. Podestà Gabriel Badoer. Praeceptorum primus : di carte 79. Dal 1° gennaio al 29 aprile 1747. Secundus: di carte 64. Dal 2 maggio al 30 agosto 1747. Tertius : di carte 61. Dal 12 settembre al 18 ottobre 1747. Extraordi-iiariorum primus : di carte 56. Dal 2 gennaio al 30 aprile 1747. Secundus : di carte 62. Dal 1° maggio al 31 agosto 1747. Tertius : di carte 80. Dal 1" settembre al 29 dicembre 1747. In fine di questo fascicolo si trovano 18 lettere del 1748. N. 875. Busta contenente 1) Cedule, atti à legge ed esami. Carte scritte 96. 2) Il testamento del fu Ill.mo et R.mo vescovo di questa città Asostino co. Bruti rilevato in pubi, forma da me Gio: Almerigotti Canc.r di Comune. Carte scritte 26. N. 876. Filza scritture diverse del 1747 e lettere da Venezia e dalla Provincia. Carte scritte 110. N. 877. Fascicoli sei. Podestà Gabriel Badoer e dal giugno Nicolò Michiel. Praeceptorum primus : di carte 42. Dal 13 gennaio al 28 marzo 1748. Secundus: di carte 59. Dal 4 maggio al 30 agosto 1748. Tertius : di carte 58. Dal 6 settembre al 26 dicembre 1748. Extra-ordiiiariorum primus : di carte 53. Dal 1" gennaio al 30 aprile 1748. Secundus : di carte 93. Dal 1° maggio al 31 agosto 1748. Tertius : di carte 72. Dal 1" settembre al 31 dicembre 1748. N. 878. Filza stridori, sentenze, esami, scritture di dentro e di fuori del 1748. Carte scritte 150. N. 879. Filza lettere da Venezia e dalla provincia dell' anno 1748. Carte scritte 60. N. 880. Fascicoli sei. Podestà Nicolò Michiel e dal novembre Francesco Mocenigo. Praeceptorum primus : di carte 60. Dal 13 gennaio al 16 aprile 1749. Secundus: di carte 74. Dal 2 inaggio al 20 agosto 1749. Tertius : di carte 59. Dal 1° settembre al 17 dicembre 1749. Extra-ordinariorum primus : di carte 59. Dal 1" gennaio al 27 aprile 1749. Secundus: di carte 100. Dal 1° maggio al 30 agosto 1749. Tertius : di carte 74. Dal 1" settembre al 30 dicembre 1749. N. 881. Filza stridori, esami etc. del 1749. Carte scritte 73. N. 882. Filza scritture diverse del 1749. Carte scritte 150. N. 883. Filza lettere da Venezia e dalla Provincia del 1749. Carte scritte 70. (Continua) Prof. F. Major. BIBLIOGRAFIA Dott. G. Curto, Osservazioni. I. Di là del v. 43 del C. I del Paradiso non può riferirsi al Purgatorio. II. Nel luogo dov'eravamo noi quell'emisfero era totalmente bianco (Par. I. 44, 45). III. Si deve leggere se o sì nel v. 134 del C. I del Paradiso? — Trieste, 1905, presso il libraio Ettore Vram, editore l'autore. Pp. 19. Prezzo una lira. L'A. nelle due prime osservazioni torna sopra una questione dantesca da lui trattata in un precedente opuscolo, di cui rendemmo conto a suo tempo (cfr. II 98 sg.). Allora ci dichiarammo disposti ad accettare la nuova interpretazione proposta dal C., la quale anzi ci pareva poter reggere nelle sue linee essenziali, anche se dissentivamo da lui in qualche particolare. Le recensioni e le obiezioni comparse più tardi in altre riviste ci lasciarono dello stesso parere, sicché a noi non resta che dare il benvenuto anche a quest'altri argomenti, recati innanzi dall'A. Ma ripetiamo ancora una volta: Dante in que' passi dibattuti è stato troppo, troppo oscuro, nè può far meraviglia, se tanta profusione d'ingegno, di dottrina e d'acutezza non valga a spegnere nell' animo di taluno un ultimo dubbio. Dove a me pare impossibile invece serbare il benché minimo dubbio, si è a proposito della terza osservazione: l'A. accoglie la variante sì, ed espone le sue ragioni con tanto sicura e tanto retta intuizione della necessità logica ed estetica, che d'ora innanzi così e non altrimenti dovrebbe leggersi in tutte le nuove ristampe del diviu poema. F. P. Dr. Cesare Musatti | Motti Pojiolciri Veneziani \ Due conferenze tenute alV Ateneo | Estratto dal Vol. I - Fase. 1 e 2 - Anno XXVII dell' Ateneo Veneto | (Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile 1904) | Venezia | Tip. Orfanotrofio di A. Pellizzato | 1904 | In-8» di pag. 40. Doli. Cesare Musatti | Modi di dire | del | popolo Veneziano | Arezzo | Prem. Stab. Tipo-Lit. E Sinatti | 1905 [Estratto dal Niccolò Tommaseo -Anno II - Num. 9-10] In-8" di pag. 12. Dott. Cesare Musatti | I numeri della tombola \ a Firenze | (Costumi popolari) | Estratto dall' Ateneo Veneto - Anno XXVIII - Vol. II - Fase. 3. | (Novembre-Dicembre 1905) j Venezia | Tip. Orfanotrofio di A. Pellizzato | 1905 | In-8° di pag. 10. E' son tre nuovi lavori di quell'uomo infaticabile quanto geniale, ai lettori di queste Pagine ben noto1), il quale, o giri a esercitare 1' arte sua per le calli e i campi della natia Venezia o salti a prendersi un po' di svago nella vicina Chioggia o nella calda stagione si goda la frescura e gli ozi beati di Belluno, sempre e in ogni dove trova il tempo e la voglia di pescare nel mare magno ed inesausto della psiche del demo e sa farne fortunata e preziosa preda, abilmente squamarla e sventrarla e prepararne piatti d' un sapore a' buongustai squisitissimo. I motti popolari veneziani, bellamente contesti in due discorsi perpetui, sommano, come risulta dall'indice alfabetico posto in fondo all'opuscolo, a 59, tutti interessanti sia dal lato storico, i più, sia da quello leggendario sia che ricordino vecchie glorie nostre o costumanze. Alcuni no usiamo tali e quali e nello stesso senso anche noi capo-distriani. Cosi, per quanto io so, Andar a la Mèra2); Andar a la sènsa; Andar in bròdo de viòle3) ; Esser un Turco a la prèdica «) ; Esser una mèca ; Far carnevàl; Far el pantalòn; Filmar (béver, biastemàr) come un Turco; Maschera te confisso; Passò quel tempo, EnèaB); Rènio de galèra; Sam arco per forsa; Taiar la tèsta al tòro e, con dizione un po' diversa: Sóto Marco Caco. Ed abbiamo anche noi la metà almeno delle voci e delle ') Vedi: I 2 pag. 30 seg. ; 4 pag. 97 seg. ; II 1 pag. 44 seg., 51; 2 pag. 1Ó4; 3 pag. 130 seg., 155; 7 pag. 256 seg., 260; 10-12 pag. 315 seg.; Ili 1 pag. 13 seg.; 4-5 pag. 120; 7 pag. 152 seg.; 8 pag. 175 seg.; 9-10 pag. 220, 242, 243. 2) Anche gli albonesi. V. T. Luciani, Tradizioni popolari albonesi. Capodistria, Tipografia Cobol e Priora, 1892, pag. 70 n.° 1929, dove anche Andar a la; sènsa. 3) A Capodistria anche : Andar in bròdo o brò de mazenète. E così ad Albona: El va in brò de mazinète. V. op. cit. pag. 51 n.° 1418. 4) Anche ad Albona. V. op. cit. pag. 50 n.° 1385. 5) Ad Albona pure. V. op. cit. pag. 5 n.° 72 con l'aggiunta: che molto si spendea! — Adesso per un grosso — si à carne, pelle ed osso. frasi, che a Venezia usano a signieare l'uomo stecchito, la, Sèneca svenata non esclusa. Quanto al grido di Viva San Marco, che certo echeggiò, in altri tempi, anche a Capodistria, e alle frasi, che riguardano gli aborriti Turchi6), si può citare : Chi per mar, chi per tèra — tuti i Turchi sóto tb'a — pin, pum! viva San Marco! ad Albona e il commento, che ne fe' T. Luciani7). Cosi a proposito dei Turchi e di Candia, dicesi tuttora a Capodistria: Cos' ti vègni fora co la néve de Candia, vis' de mèla! Cos' ti vadi a trovar la néve de Candia, pandòlo! a chi — secondo spiegò la teste8) — insiste a domandar conto di cose vecchie e stravecchie, già poste nel dimenticatoio, delle quali non sia il caso o non meriti la pena di far più menzione : forse perchè di neve a Candia o non ce ne fu mai o mai non se ne udi narrare. E così dicesi ancora da noi : Te mòlo una s'ciafa, che te incandìsso e con un cassòto el l'à lassà incandì, ciò è ti faccio, lo fe' tonto. Finalmente ai Turchi e alle crociate rimanda la frase: sigàr cruciàta a dòsso a uno9), eh'è l'italiano gridar la crociata o la croce addosso a uno. Ma quando — nella conferenza prima — l'un popolano, gittato sul lastrico dall'avaro padrone di casa, all'altro, meravigliato e indignato di tanta crudeltà, risponde: Cossa vustu che te diga? L'è un Àtila quel nato d'un can! e l'autore osserva: «Ora io penso che questo paragone, per indicare un uomo di cuor duro, sia il più vecchio di tutti, perchè dovea errare per le bocche dei primi Veneti, scampati alle stragi del flagellimi Dei e rifugiatisi nelle nostre lagune ; ma non saprei decidere, se quella paternità canina, regalata al padrone di casa, calzasse o meno: certo dico però che non disconveniva ad Attila punto, perchè il popolo ritenne sempre avesse costui veramente muso canino» 10) — piace a me di avvicinare qui la nota, con la quale Augusto di Platen volle illustrato il verso D'Attila il seggio intanto l'amico mostrami e il duomo dell'egloga sua La figlia del pescatore di Durano11). E questa, che segue. «Il duomo di Torcello fu fondato nell' anno 1008. Un' antica sedia episcopale, che trovasi all'aperto, è detta dal popolo sedia di Attila. Attila è tuttora un personaggio generalmente importante a Venezia, dove l'ingiuria più forte e più comune, fiol d'un can, deriva senza dubbio da lui. In fatti le cronache veneziane, quasi tutte c'informano che Attila fu figlio d'un cane. Quest' opinione dipende del resto da una confusione di parole, cui 6) I motti veneziani, che li riguardano, l'autore già raccolse in Ili-vista di letteratura dialettale. Milano, Libreria editrice, nazionale, IV, agosto 1903, c. 213. 7) Op. cit. pag. 81 n.° 25 e già prima in La Colonna di Santa Giustina per G. Vatova. Capodistria, Tipografìa Cobol e Priora, 1887. pag. 198 seg. 8) Giustina Nórbedo. 8) Su di che v. la Nuova serie di effemeridi giustinopolitane di don A. Marsich in La Provincia dell' Istria a. XI (1877) pag. 153: «25 ottobre 1458. Ducale Malipiero al podestà e capitano Donato Corner, perchè non vieti le offerte per In crociata, predicata da fra Marino da Siena. [Liber niger nell'archivio municipale di Capodistria c. 162b]». 10) Qui cita l'autore Studi di critica e di stona letteraria di Alessandro D'Ancona. Bologna, Zanichelli, 1880. u) Versione metrica di G. Surra in Biblioteca Universale. Milano, Società editrice Sonzogno, 1897 pag. 88 seg. l'odio popolare fece sua senza tanti scrupoli: che in talune cronache l'unno autocrate è designato anche quale tìglio d' un cane.» 12) Nè. occorre aggiungere che fiol od 'ol d'un can è diffusissima e usitatissima villania anche in tutta la Regione Giulia, come non è rara in altre del bel paese. Riguardo alla sèma dicesi pure qui : La sèma ze la fèsta dei veci e La sèma: chi g' à de pensar, yhe pèma ! — dove pènsa è esortativo — ,13) Anche la falilèla udii sere sono ") cantare, se anche senza intenzione, da una masnada di monelli o, come qui si chiamano, muli. L'opuscolo secondo è come un'appendice del primo e.vi sono illustrati altri 9 motti, a cui il raccoglitore volse l'animo più tardi. Anche tra questi se ne trovano tre, che ricorrono pure da noi : Esser un ròvere boia in Albona 15) ; Andar o Esser in spadìna e Méterse, Farse méter, Méter in berlina a Capodistria.10) L'argomento del terzo degli opuscoli di sopra annunziati, «argomento — come dice l'autore — assai umile apparentemente, ma nella storia del costume popolare non senza qualche importanza», fu ordito «a Belluno, nella compagnia di tre gentili signore fiorentine e de' loro baldi e vivaci fanciulli. Uno di essi in particolare, prepotentello la sua parte (gli avevo appiccicato il nomignolo di Rogantino) mi divertiva — continua l'autore — un mondo con le sue facezie pronte, condite di garbo prettamente toscano ; e figuratevi, se non cercavo col lanternino occasione di farlo cantare. Un dì, tra altro, caduto il discorso sulla tombola, gli chiesi, se ci fosse a Firenze, come a Venezia "), il vezzo di bociare i numeri, man mano che vengono estratti, non già pronunciando il numero coni' è, ma, direi quasi, con uno pseudonimo convenzionale, che i giuocatori comprendono tutti benissimo. E Rogantino mi rispondeva: Sicuro gua', è lo stesso anche da noi. Invece, per esempio, di dire 5 si dice la poppa; invece del 55 le poppe e da qualcuno sbarazzini, da altri le serpi; il 6, lo si chiama l'uomo; il 10 sor priore; il 13 la morte; il li il diavolo ; 23 il culiseo, già mi capisce18); 30 il popolo; 32 il freddo; 51 la sega o dietro il duomo; 61 il bargello. Ma o che vorrebb' ella, tenessi a memoria tutto il cartellone ? . . . . Non la ci pensi. Appena torno a casa, so ben io dove scovarli. C'è un'amica della nostra fantesca che li sa a menadito.....» 12) Ciò è d'un principe, all'orientale, s'intende, e di que' tempi: da un cane non troppo diverso. 13) Per Albona v. inoltre Luciani op. cit. pag. 81 n.° 26 ed ivi i riferimenti ad altri motti analoghi. 14) La vigilia di Natale, quando in altri tempi, cantavasi più tosto la pastorela. 15) Luciani op. cit. — anche dal Musatti a questo motto — pag. 47 n.» 1299. ia) Della berlina a Capodistria v. la cit. Colonna di Santa Giustina pag. 32 seg. 17) Il Musatti ne disse in un opuscolo speciale: Giocando a tombola, costumi veneziani in Archivio per le tradizioni popolari, vol. XIV. Palermo 1897. 18) Dove il Musatti nota: «Capisco veramente meglio, perchè da noi il culiseo venga rappresentato dall'8 (per la forma) e nella Smorfia napoletana dal 16, tanto vicino (se anche filologicamente lontano) a sedere.» E mantenne la parola e glieli mandò pochi giorni dopo tutt'e novanta, meno uno, il 40, molti battezzati con due ed anche con tre soprannomi. Cosi, oltre al 51 c al 55, già citati di sopra, VI, detto il più piccino e capo dei mille; il 2 le Murate e la fame; il 4 la bara, la scala e-la bestemmia delle monache ig) ; il 7 zappa e coltello; VII bambini e gambe degli uomini; 24 san Giovanni e ì bighelloni; 34 i gobbi e l'uscio o il chiavistello delle Stinche; 44 tavola apparecchiata e la piena; 61 il bargello e come beve lei non beve nessuno'20); 69 gli sposi adirali, matrimonio in colera e bel tempo, se non piove; 80 chi l'à di suo una cosa santa e ,sora Filippa. A taluni, come vedesi già anche dai pochi citati, il soprannome derivò dalla loro forma: 7, 11; ad altri dal posto, che occupano fra i compagni: 1, 45 (mezzo cartellone), 50 (mezzo quintale); questi ancora sono seguiti dalla loro brava rima: 61, 69, 80; quelli finalmente pigliano nome da un avvenimento storico, da una costumanza particolare, da una data località, da qualche tipo curioso : 2, 24, 34, 44. Questi ultimi anno, naturalmente, significato d' un' importanza del tutto locale, che non interessa punto le altre regioni; si spiega quindi, perchè lo stesso numero venga qua e là diversamente mascherato. Originale sopra tutti riescé, per questo verso, il 31, ossia il levadenti21), perchè ad esso legò il suo nome e per esso al giuoco della tombola l'immortalità nientemeno che il più caratteristico e il più famoso fra quanti dentisti e ciarlatani di lusso venissero di fuori a ingombrare la Piazza della Signoria, detta allora del Granduca, a Firenze, ne' giorni di mercato, il martedì e il venerdì : l'insigne professor Trentuno. «Di queste famose mascherine adattate ai numeri — osserva ancora l'autore — parecchie ve n'à identiche a quelle in uso a Venezia o tali, quali sono consacrate dal libro del lotto, un libro, a cui le femminelle dì tutti i paesi s'inspirano volentieri» e aggiunge in nota: «E, se non in tutta Venezia, in qualche parte: chè avviene, nè di rado, che un numero venga battezzato in questa contrada con un vocabolo, in quella con un altro». Orbene: come si è detto, come a Firenze, come a Venezia22), così avviene anche qui a Capodistria e si può vederlo dai pochi nomignoli, che mi fu dato di raccogliere per bocca di due testi differenti23). Eccoli : 1 el bimbìn e pipinon) ; 4: la carèga ; 11: i pài, le gambe dei s'eiàvi. e le braghèsse de s'eiavo2»); 13: pònto de Giuda; 22: i do zomei; 19) «Perchè — annota il Musatti — il 4, che volgarmente pronunciano cattro, oltre che pel numero, si adopera anche in luogo di certa esclamazione, che da bocche pulite non esce mai.» 20) «Qui bisogna tenere presente — è sempre il Musatti, che annota — che i giocatori se ne stanno allegramente seduti ad un tavolo, col fiasco davantf.» 21) V. G. Conti, Firenze vecchia. Firenze, Bemporad e figlio, 1899, cit. dal Musatti. 22) Affermerei più sicuro, se avessi potuto vedere l'opuscolo citato nella nota 17. 23) La citata di sopra e Pietro Decarli detto Merlo. u) Quasi come a Firenze. 25) Certo le gambe dei Morlacchi o Serbi, di cui «i bianchi calzoni, filettati di cilestro, stanno assettati a tutta la gamba ed entrano nella calza, che vi si attacca a certi gangherini torno torno al collo del piede» ; ma le braghèsse dei Savrini o Sloveni, ai quali sono «castagni i calzoni corti 24 : V afito de casa 26) ; 30 : el gòbo ; 33 : i ani de Cristo 2rj ; 45 : el mòrto ressusità; 41: el mòrto, che parla™)-. 55: le cacùce20)-, 69: su e zo per Cale-garìa30); 77: le gambe de le dòne e le gambe de le donète31)-, 90: el nòno e el vècio. E a Parenzo32) il 13, il 33, il 77, il 90 si bociano come a Capo-clistria, l'ultimo solo nella prima maniera; ma VI si dice el più giovine; il 6 polènta e uzèi; V11 le gambe dei òmeni33)\ il 44 le careghète. Di Pola, in l'ondo, ne so uno solo34): il 21, di cui dicesi facendo rima: basirne el c . . e no staghe dir a nissun35). V-a Nuovi versi. Morrò fra breve, ma de' tuoi colori Non morrà la memoria in me giammai. Nella tomba persili, dove gli amori Tutti svaniscon, tu m' apparirai Bella sempre de' tuoi santi splendori, E sempre nel mio cor viva starai, Come la fede ne' suoi vasti ardori Che sempre abbrucia e non s'estingue mai... S' accomiata dalla sua bandiera con queste parole entusiastiche il dottor Nazario Stradi, uno dei pochi superstiti della gloriosa Dieta del nessuno, uno dei nostri più vecchi e onorandi uomini politici, un istriano della generazione gagliarda che prima seppe che cosa volesse veramente significare coscienza nazionale e che i rari momenti d' ozio non sciupò bassamente, ma credette dover consacrare allo studio costante e alla pratica affettuosa delle lettere nostre. E son versi che fanno parte di un volumetto uscito fino al ginocchio, larghi e non allacciati; calze di lana o lilo a maglia uè mai sandalo; ma scarpa a punta ovale». E talvolta, ai più benestanti,, sor-bettiere, mentre «il sandalo, in luogo di scarpa, è il più sicuro indizio di schiatta serba». Così e come di sopra C. Combi in Istria, studi storici e politici. Milano, Tip. Bernal-doni di C. Rebeschini e C., 1886, pag. 155, 157. Aggiungo io che le brache corte e large dei Savrini — ormai quasi affatto fuori di moda — si chiamano scherzosamente brentèle. 26) Perchè la pigione scade appunto il 24 d'ogni mese. Talmente a Firenze il 20 è detto la pigion di casa. 27) Come a Firenze. 2S) Come a Firenze. 5a) Perchè, nella figura, somigliante alle cacche in qua e in là perse dai bambini. Questa spiegazione risponde forse anche alla domanda, che il Musatti si move a pag. 6: «Chi sa mai, ad esempio, perchè i fiorentini indichino col 9 quel prodotto infimo della digestione, che da noi veneziani (come nel libro dei sogni) sta di casa al 54 V» 30) Il Corso di Capodistria, quantunque un pochino angusto. 311 Più gentilmente — e non parrebbe — che a Firenze, dove bociano a dirittura le gambacce delle donne, provocando da parte del Musatti, buon intenditore, una giusta protesta. 32) Teste mia moglie, Maria Vidali. 33j Come a Firenze. 34) Teste Domenico Venturini, direttore di queste Pagine. 35j Confronta, per la rima, il 61 fiorentino, di sopra. Ma sarebbe interessante e curioso sapere, come questi, che sono qua raccolti, ed altri numeri sieno bociati in altre città e borgate della nostra provincia e farne più ampio confronto. Chi vuole, raccolga e mandi allo Pagine istriane. in luco il di dello scoprimento della statua eretta da Trieste a Giuseppe Verdi, e che lo Stradi, con evidente intenzione d' omaggio al celebrato del giorno, intitolò: Va' pensiero ... E il pensiero di cotesto estremo bardo romantico vola, di fatti, su 1' ale di un canto tutto spirante fede incrollabile, speranza solenne e affetto magnanimo, alla Terra diletta — diletto asilo Cui dalle sfere — risponde amor, cioè all'Istria, per la quale, come afferma con toccante impeto di lirico entusiasmo il canuto poeta, la gloria Fulgida sempre — risplenderà, Finché nei secoli — vivrà la storia, Finché negli animi — virtù sarà. Oppur vola più lontano ancora, giacché certo un ampio volo è nelle intenzioni dell' animoso vecchio, degno da vero, per chi '1 conosce, di tanta reverenzia in vista, Che più non dee a padre alcun figliuolo. Al libretto del dottor Stradi, nel quale son raccolti trentun componimenti poetici esaltanti quasi sempre la patria e la donna, e che, pur troppo, non è venale, ha dato elegantissima veste tipografica lo stabilimento del Lloyd. (j. Qt Arnaldo Segarizzi, Un maestro piranese del sec. XV. (Estratto dall' Archeografo Triestino, s. Ili, v. I, f. 2). — Trieste, G. Cap l'in, 1905. Il Dott. Segarizzi continua con lodabile zelo le sue ricerche intorno ad Antonio Baratellal), del quale ci fa ora conoscere un amico, il piranese Zaroto di Antonio Vitale. Insegnò questi grammatica a Padova ed a Venezia nella prima metà del 400, «come avrebbe dovuto insegnarla a Zara nel 1440, se non fosse stato impedito dalla malignità di qualche avversario cogli stessi calunniosi mezzi coi quali era già stata resa vana la sua nomina a cancelliere di Sebenico». In fine l'A. accenna a due componimenti inediti del maestro piranese e ad alcune lettere ad esso dirette da Leonardo e da Bernardo Giustinian. n, Domenico Venturini, La famiglia albanese dei conti Bruti, Estratto dagli «Atti e Memorie della Società istriana di Archeologia e Storia patria» Annata XXI, Parenzo, 1905, pp. 76, con una tavola genealogica. E un' altra grata sorpresa che il nostro Venturini fa agli studiosi comprovinciali. Con la scorta di preziosi documenti l'A. riusci a tessere la storia della nobilissima famiglia Bruti, che dopo la battaglia di Lepanto da Duleigiio venne a stabilirsi a Capodistria ; famiglia che vanta illustri ufficiali di terra e di mare, alti prelati ma anzitutto abili diplomatici, che prestarono ottimi servizii alla Republica Veneta, specialmente nelle sue relazioni col governo di Costantinopoli. Molto a posto sono alquante brevi considerazioni storiche intercalate qua e colà nella narrazione, le quali orientano il lettore sulle causo che originarono gli spessi conflitti fra Venezia ed il Turco ; e fece pur bene ') Cfr. P. Molmenti, Umanisti veneti del secolo XV. (In Fanfulla della Domenica, A. XXVI, 1904, N. 8). I' autore di mettere le cose a posto riguardo la demolizione del famoso Castel Leone, incominciata nel 1819, essendo podestà il conte Barnaba Bruti. Ci auguriamo che l'esempio dato dal Venturini trovi degli imitatori : di poter leggere cioè quanto prima dei lavori consimili anche su altri illustri casati istriani. G. Adolfo Ginriato. Ariete vicentine. Rime. Vicenza, E.Ili Pastorio, tipografi editori 1905. (1 Lira). Ecco un volumetto di rime dialettali vicentine che i buongustai della poesia vernacola delle terre venete gradiranno certo oltre ogni dire. Adolfo Giuriato è di fatti a soli ventitre anni (vedi Do parole in confidenza, pag. 9) un poeta di non dubbio valore e di riuscita sicura. Nè si può tardare a convincersene. Basta sfogliare a caso il suo libro; nel quale egli raccoglie e ordina, dividendola in cinque parti, da lui intitolate Falive d'amor, datiseli, Zirondando, Voze del cor e Siora Luzieta in gringoli (gustosissima scena in versi), una messe oltremodo copiosa di poesie d'ogni metro, d'ogni lunghezza e d'ogni genero; riuscendo a mantenersi sempre ili quell'atmosfera per così dire, di bonarietà, di confidenza e di spirito di buona lega che costituisce una vecchia tradizione e un pregio costante della vera poesia vernacola in generale e della poesia vernacola delle regioni venete in particolare. Un paio di citazioni, per invogliare il lettore ad acquistare il geniale libretto : Casa de povareti 'Na stanza a pian teren, i muri neri, solito basso, travi storti e roti, sora un gran finestron: carta per veri, mobili veci e quasi tuti zoti. Strussia el pare guando in te la mola. El più vecio dei fioi la roda el para; in un canton del cameroto, sola, a far la calza una toseta impara. La mama glie dà late al bambinelo, la nona la destende i panesei, i tre tosi fazendo un gran bordclo i zoga «bariloto» coi capei. El nono — che xe un vecio bereehin, antico caporal dei canonieri — el varda, ci frugna in testa a un nevodin fazendo . . . distruzion de bersalieri. La ua Pimpinela : De bei graspi xe carga ogni tirela, e '1 contadin le varda sodisfà: gargànega, rabosa e corbinela, spirito e sangue de l'umanità. Le vendemarole : Tondo bitondo . . . insieme al nostro moro su per el monte andemo a vendemar; xe un gusto ogr.i mez' ora de lavoro magnar un graspo e farse cocolar. Poesia sentita, fresca e birichina, che dev'esser rampollata su dal cuore del Giuriato irresistibile e spontanea, e che persuade all' anima di chi la legge serenità, ottimismo e gaiezza. G. <{• Vittorio Pica, Artisti, contemporanei : Pietro Fragiacomo, in «Empo-rium» Bergamo, dicembre 1905. L'A. si compince, nelP introduzione al suo interessante scritto, che oggigiorno i paesisti godano in Italia la meritata considerazione, essi che pochi lustri fa erano appena tollerati, compatiti dai cultori della pittura storica, sia classica che romantica. I paesisti sono divisi in due schiere, i pittori-fotografi, cioè, nei lavori dei quali prevale lo studio al sentimento e i pittori-poeti, pieni di sentimento e di naturalezza. A questi ultimi appartengono i grandi maestri francesi ed inglesi della prima metà del secolo scorso, a questi Giovanni Segantini e il triestino Pietro Fragiacomo. Nato nel 185(i a Trieste da genitori piranesi, il Fragiacomo si trasferì ancor fanciullo a Venezia, dove attualmente dimora. Adolescente fece 1' operaio a Treviso : fu prima semplice fabbro, poi tornitore, poi di-'sognatore. Ma l'arte lo chiamava insistentemente a sè. Frequentò alcun tempo l'Accademia di belle arti di Venezia, che poi abbandonò e si diede a studiare da solo, incoraggiato e consigliato dal Favrctto. I suoi primi lavori passarono inosservati : ma egli non si perdette d' animo per questo ; continuò a studiare con accanimento. A Venezia nel 1887 e a Milano nel 1891 espose di nuovo alcune sue tele : i critici le giudicarono ottime ; furono i suoi primi trionfi ! Incoragg iato da questi primi successi, il Fragiacomo si diede, anima e corpo, all' arte, e dipinse quelle splendide tele, di cui grato è rimasto il ricordo a coloro che anno visitato le mostre artistiche di Venezia, di Firenze, di Roma, di Torino, di Milano, di Berlino e di Monaco. Marine, lagune, scene di prati e eli colline ritornano di continuo sotto i pennelli di Pietro Fragiacomo, che egli ama raffigurare come circonfusi d' un' aria di mestizia, che rende ancor più interessanti e più originali i suoi quadri. Il lavoro del Pica contiene anche parecchie incisioni, che dànno al lettore un' idea dell" arte del Nostro : vi notammo Un saiuto, che destò tanta ammirazione, La campana della sera che ricorda il Kefugium pecca-torum di Luigi Nono, Tramonto triste nel quale ci par di ravvisare un motivo delle saline di Pirano e tanti altri belli.... (;. Dott. E. De Toni, I nomi geografici alle porte d'Italia. Venezia; a cura del comitato locale della «Dante Alighieri» 1905. E un libriccino molto utile, compilato con molta accuratezza e denota nell'A. una buona conoscenza geografica dei paesi situati alle porte d'Italia, cosa non comune a molti scrittori d'oltre confine. Le ottime intenzioni del prof. De Toni lo traggono però talvolta in esagerazioni; chè non comprendiamo a quale scopo sia andato a pescar fuori il nome slavo di Cervignano, di Nogaredo e il tedesco di Capodistria, di Pirano, di Citta-nova, perfino di Novacco di Pisino (Neusatz; risum teneatis!); non abbiamo invece trovato l'equivalente italiano di Dracevaz che è Monspinoso, di Lupoglava che è Lupolano, di Dolina che è Sant' Odorico della valle (e non Dollina) e di qualche altro. Alla denominazione Liburnia, avremmo preferito quella di riviera croata o Croazia, chè la Liburnia comprende anche parte della costa orientale dell'Istria, le isole del Quarnero e la Dalmazia settentrionale. (i. Dott. E. I)e Toni, Gli aggettivi geografici. In «Ateneo veneto», A. XXVIII, Vol. II, Fase. 2, 1905. E un altro paziente lavoro di toponomastica dell'egregio professore al liceo «M. Foscarini» di Venezia. A dir il vero noi non possiamo capacitarci del come l'A. sia venuto a conoscenza degli aggettivi corrispondenti ai nona di tante città, sparse per tutto il mondo (naturalmente furono ommessi gli aggettivi che differiscono dal nome per la sola desinenza). Riguardo all'Istria, osserveremo che si dice muggesano anziché muggisauo, polese o polesano anziché polatico; fra i nomi che ànno duo o più aggettivi avremmo messo anche Parenzo (parenzano, parentino) e fra gli omeo-nivii che ànno differenti aggettivi avremmo avvicinato Rovigno (rovignese) a Rovigo (rovigino). Gì. Ing. F. Salmojraghi, Sulla continuità sotterranea del fiume Timavo. Estratto dagli «Atti della società italiana di scienze naturali», Voi. XLIV, Milano 1905. L'A., esaminate le sabbie del Recca presso S. Canziano, della Grotta dei Serpenti, di quella di Trebiciano e del Tinnivo, à trovato che queste mantengono press'a poco gli stessi caratteri mineralogici ; «tale corrispondenza mineralogica fra le varie sabbie deve esser considerata come tm altro argomento da aggiungersi a tutti quelli già noti in favore della continuità sotterranea del fiume da S. Canziano a Duino ; ma non costituisce ancora la prova convincente, la prova materiale, tangibile che si cercava. Si avrebbe avuto una tal prova, se le sabbie del Timavo soprano (Recca) contenessero dei minerali speciali od esclusivi al suo bacino, e questi si rivedessero nelle grotte ed a Duino». La tanto dibattuta questione à fatto ad ogni modo, per opera dell'egregio scienziato milanese, un bel passo in avanti verso la soluzione1). a. Prof. C. (le Stefani, Principali fiumi sotterranei nel versante adriatico orientale. In «Mondo sotterraneo», Anno I, N. 6. Udine 1905. E un interessante articolo tolto da un lavoro di maggior mole, in preparazione, sulla genesi dell'Adriatico e dei suoi versanti. L'egregio A. ci parla anzitutto del Timavo, descrivendoci molto dettagliatamente le sue foci; anch'egli è dell'opinione che detto fiume non sia che il prolungamento del Recca (Timavo soprano) che si inabissa a S. Canziano ; soltanto che la parte inferiore del fiume porta maggior copia d' acque, chè alimentato dalle acque provenienti da tutto il Carso. Continuando accenna alle polle d' Aurisina, che sono probabilmente lo sfogo di parte del Timavo; da esso indipendenti sono invece le acque termali di Monfalcone, nel loro percorso sotterraneo. Gli altipiani calcarei a S. delle sorgenti del Timavo soprano versano sotterraneamente le acque alla Fiumara, che dopo breve percorso sbocca presso Fiume, dove pur lungo il 4) Ci consta che sotto gli auspici della benemerita Società alpina delle Giulie, il Signor Guido Timeus, direttore del laboratorio chimico-batteriologico presso il Fisicato civico di Trieste farà, fra breve, un esperimento in proposito. Egli immergerà speciali bacteri, del tutto innocui, a S. Canziano e preleverà poi dei campioni d' acqua dal Timavo presso Duino e da altre sorgenti del Carso triestino. litorale occidentale (Lìburnia istriana) Sono frequenti sorgive a livello del mare. L'A. parla quindi di interessanti fenomeni idrografici lungo la costa croata, daltùAtà-te mOntenegrina. («. rolo gì a. Addi 28 febbraio a. c. si spense a Trieste Cesare de Coinbi, una delle più spiccate e simpatiche personalità della nostra regione. Fu vero patriotta, attivo e modesto quant' altri mai. — In memoria di lui ci sia concesso riprodurre qui la seguente corrispondenza da Capodistria del 1° marzo, pnblicata nel giornale II Piccolo di Trieste, 2 marzo 1906 N. 8813: «Nelle prime ore del pomeriggio si diffuse ieri in città la triste notizia; e fu generale il cordoglio per la morte inopinata del povero Cesare de Combi, che qui contava numerosi amici e conoscenti,, e si compiaceva sempre ricordare affettuosamente la culla dei suoi padri e delle sue care memorie d'infanzia. In lui infatti scorreva il sangue di due nobili famiglie nostrane a formarne l'indole dolcissima, l'ingegno svegliato e 1' ardore dei sentimenti, spesi sì generosamente per il bene di Trieste. Egli nacque da Carlo de Combi e da una sorella del celebre pittore Cesare Dall'Acqua, onde in linea paterna era nipote del nostro podestà e insigne letterato dott. Francesco de Combi e cugino dell'indimenticabile patriotta prof. Carlo de Combi. Nella «sua» Capodistria — come usava teneramente chiamarla — il compianto Cesare de Combi visse con la famiglia i primi anni della sua laboriosa esistenza, e spesso vi si recava a rivedere gli amici e a godere la città nelle feste patriottiche. — Interprete dell' universale rammarico per la grave perdita, il podestà avv. Belli inviò stamane le più vive condoglianze alla vedova signora Maria de Combi e alla Presidenza municipale di Trieste, mentre dispose che la città sia rappresentata ai funerali». Domenico Venturini, direttore — Carlo Priori, editore e redattore responsabile. Stab. Tip. Carlo Priora, Capodistria.