L' ASSOCIAZIONE per un anno anticipali f. 4, Semestre e triinestrein proporzione Si pubblica ogni sabato. pianta, almeno fra quelle che si composero togliendo qualcosa di più inscrizioni, e facendovi modificazioni . , . , . che dassero colore di novità. E mosse le risa quella Della Citta (Il Emonia nell Istria. voce talvolta adoperata nei nostri tempi di Tergeslinen- sis perchè due desinenze si unirono per indicare la condizione di patria. Nel precedente numero di questo foglio abbiamo 11 prof. Gaspare Orelli accolse la leggenda di C. tratto argomento dal martirio di S. Pelagio di ricono- Precellio nella bellissima sua raccolta delle inscrizioni ro- scere in Cittanova, antica città romana; le notizie prò- mane, Zurigo 1828, e sulla fede dello Stancovich, la di fané vengono in conferma, e fra le moltissime ed in- cui autorità esso cita, non dubitò di accogliere il PA- dubbie, preferiremo in oggi quella tratta da lapida già RENTANORVM. nota jjer le stampe, e che quì"npeTuiìntr,perefrčrrPgtSTfti Così pure il professore Furlanetto nel Dizionario iPriome (féTTà città" e perchè le copie stampate non so- della lingua latina, pubblicato con tanta sua lode e gena esatte all' intutto. E questa la leggenda scritta nel nerale vantaggio in Padova, adottò sulla fede dello piedestallo j;he già sosteneva la statua di Caio Precellio, Stancovich la voce Pcirentanorum, comunque ne moves-alzatajTef comizio di Parenzo, piedestallo ora ad uso di se dubbiezza che non poteva contrapporre all'autorità materiale nel muro della chiesetta profanala di S. Gior- cui attinse; tanto meno quantochè lo Slancovich indizio sulla piazza di Marafor in Parenzo. candola esistente in mezzo la piazza Marafor, nè ci-II Colonnello francese Siauve fu il primo a vederla tando 1' autorità altrui, se ne faceva garante come aves-nel 1806, e la pubblicò in lettera diretta a Danese Buri ! se veduto. di Verona nel 1811. Lo Stancovich in appendice allo i La cosa sarebbe passata se il prof. Furlanetto a-stampato sull'Anfiteatro di Pola la pubblicò nel 1822, vendo dubitato che l'Emonia della leggenda fosse Citta-aggiungendovi largo commento, indicandola nel testo nova e propendendo invece per Lubiana, non avesse siccome esistente in Parenzo, nella tavola, poi siccome mosso le Stancovich a pubblicare l'opuscoletto delle tre collocata in mezzo alla piazza di Marafor. Nel testo pub- Emone e della genuina epigrafe di Caio Precellio (Ve-blicò la leggenda dandole una versificazione come ad ; nezia 1835). In questa sua che chiama elucubrazione, per esso piacque; ambedue le lezioni del testo e della ta- contraddire al cav. Labus che disse essere stata veduta vola non corrispondono alla leggenda sul marmo. Esso : anche da un viaggiatore britannico (Marmo di C. Giulio vi aveva letto tra le altre PARENTANORVM, ed aveva Ingenuo) sostiene che nè desso, nè alcun altro ebbe a nel testo trovalo giustificazione della voce I'ARENTANI vederla fuori dello Siauve nel 1806, e che a tutti venne contro la pratica costante, e contro la chiara lezione di j distribuila da illustri persone le quali nel 1806 ebbero coaltra lapida che registra R. P PARENTINOR, in ciò che pia dallo Siauve. Anzi dopo questa, che dice franca nella lingua volgare si dice Parenzano. In lapida recen- confessione, fa l'ammonizione di avere sempre a mente te si legge inciso in Parenzo la voce PABENTANI forse la massima diligenza nello trascrivere e rilevare le la-per vezzo di novità o di volgare loquela. pidi per non condurre in fallo i dotti, a detrimento delle Confessiamo che delle desinenze inANVS, INVS ed lettere ed il progresso migliore delle scienze. ENSIS (lasciate a parte le forme tolte dal greco) ne Esso ripubblica la leggenda di Caio Precellio, se-sappiamo soltanto che l'ames e Yinus indicano condizione conda copia fedele tratta dall' originale, e per cerzio-di patria, 1' ensis condizione di domicilio, che l'anus rarsi, come esso dice, dell' apografo ne fe' fare il consembra propria dei nomi di città che terminano in a, ma fronto da due suoi amici. Pubblicava poi contempora-queste regole cedono alla pratica la quale se n'è scostata neamente l'altra di L. Canzio, della quale convien cre-ed usa Polensis, Aquitejemis, Emonensis, Bononiensis dere che non usasse tante cautele poiché vi sono due ed altri forse per ragioni storiche più che grammaticali, versi del tutto arbitrari che non istanno nel marmo, ed L'uso sempre aveva segnato Parentini come Tergestini; in luogo di Ulpia sta Julia (Vedi il N. 86-87 di questo e la sola voce di Tergestani per Tergestini in lapida foglio dell'anno decorso). registrata dal Gudio, aveva fatto riconoscere la mano Diamo la leggenda di Caio Precellio tolta dal mar- dei celebre falsario Pirro Ligorio, e registrare quel- • mo che è un piedestallo di pietra calcare allo piedi 5 la leggenda se non fra le inventate a capriccio di | oncie 4, largò" pièdì~2 oncie fi -di "misura viennese. C'PRAECEL LIO GF- ILI•PAP AVGVRINO VET TIO FESTO CRIS PINIANO VIBIO VERO-CASSIANO C • I • TRIVMVIRO CA PITALI TRIB'LEG VTI GAEM PATRONO SP LENDIDISSIMAE CoL AQVIL ■ ET PARENTN ORVM OPITERGINOR HEMONENS ORDO ET PLEPS P ARÈNTAER C-LLddd. La quale lezione diversifica nella voce PLEPS dell' ultima e nella voce FILI della seconda linea, non calcolalo il EESTO che è scambio di lettera del quadrata-rio. La punteggiatura sta sul marmo come la indichiamo; tutto il lavoro è di tempi scadenti, e si manifesta opera del III secolo, intorno la metà. La plebe di Parenzo, non i decurioni, anzi, come si ha ragione di ritenere, la plebe rustica, non 1' urbana, alzava nel comizio statua aXaio PrpcclliOj ^invano che non contava i venticinque anni, figlio di un senatore od altro illustre personaggio, avviato a cariche maggiori, nelle quali si preparava col Triumvirato capitale, e col Tribunato della Legione settima gemina, che a quei tempi stazionava nella Pannonia vicina. A fine di guadagnare coli' adulazione i favori di questo giovanetto, pel tem-Vpo che sarebbe stato costituito in maggiori dignità, le polonie di Aquileia, di Parenzo, di Oderzo e di Emonia, 3o fregiarono col titolo di loro protettore; la plebe ru-jstica di Parenzo gli alzò statua collcttando il danaro. Di Parenzo appena può muoversi dubbio che fosse colonia; l'avevano detto il Manzioli ed il Tommasini; lo confermò la lapida di L. Canzio nella quale anzi lo si indica per colonia Giulia, dedotta cioè da Ottaviano, e noi vi aggiungiamo dopo la battaglia di Azzio. Aj^pcna potrebbe dubitarsi, che la I/emonia della lapida sia Cittanova, poiché l'Emonia Saviana, unica cTntfprossima (Emonia nel Norico si registra Vìanomi-mr-ntrHc" ultime edizioni di Plinio), era città di conto; alla quale non poteva assegnarsi il rango dopo Parenzo e dopo Oderzo, la di cui condiziono colonica era ristretta alle glorie municipali, anziché manifestata per importanza maggiore e per scienza generale. La condizione marittima delle altre città ed il contatto loro frequente per le comunicazioni di mare, persuade che si unissero nell'adulare Precellio per consenso di vicinato. Nò v' è a meravigliare che Cittanova fosse colonia; assai ve ne erano in Italia, in piccole città, delle quali i geografi od ominisero ogni menzione, o non vi apposero la nota di colonia. Allorquando Augusto pacificato il mondo romano volle sbarazzarsi di soldati che per le vicende inseparabili dalle guerre civili non più avevano patria, o tetto, e dei quali era a temersi non si dassero ad industrie fatali, assegnò loro terreni, non soltanto negli agri delle maggiori città, ma altresì delle minori, ed anche nella campagna aperta; e l'Istria che nelle guerre civili ebbe molto a patire, offeriva ottima occasione a novelli possidenti. Fu mossa dubbiezza sull'ortografia della voce E-monia; sulla base di Precellio sta in vero scritto HE.MO-NENS; ma l'ortografia usata nella voce GAEM e PLEPS, la mancanza di punti e la stolta posizione di qualcuno dei pochi che si veggono, abbastanza avverte come lo studio della lingua non fosse il prediletto, almeno dal quadratalo che la scolpì. Si credette trovare ragione nell' aspirazione II della diversità nell' indicare le due Emonie e si volle ricorrere alle lapidi di Lubiana nelle quali si registra il nome antico della città. Una sola è esposta a pubblica vista in Vienna nel Museo imperiale; quelle del Museo di Lubiana non hanno indicazione di città. La lapida del Musco imperiale porta M • TITIO • M • F CL • TI • BARBIO TITIANO DECURIONI EMONAE ì> LEG • II • ADIVTRIC ITEMLEGXFRETENS HASTATO • IN •COH•I LEG • II • TRAIAN EX • CORNICVLAR PR • PR LARTIA • VERA • FILIO PIISSIMO • L • D • D • D Ed è incisa su pietra alta 3 piedi 11 pollici, larga 2 piedi 3 pollici, grossa 8 pollici e mezzo; passata a Vienna da Lubiana, siccome lo attesta il direttore del Museo imperiale D.r Arneth nella sua descrizione stampata del Museo. Le lapidi dei vigili romani edite da Olao Keller-inann, opera di straordinaria diligenza, mostrano sempre la lezione EMONA. Come la Saviana si disse Emona, così sembra essersi detta anche la istriana, a giudicarne dalla base di Precellio sulla quale leggesi HEMONENSIVM, ma non può fidarsi alla lezione di questa lapida la quale nella voce Parentinorum onimise la I che si ritenne compresa nella N. Noi preferiamo l'uso costante della chiesa e della curia che sempre chiamò Cittanpva Emonia. "Piacque allo Stancovich di supporre l'Emonia istriana insignita del titolo di Ulpia, solleticato dalla lapida di L. Canzio nella quale suppose scritto VLPIA, titolo della colonia parentina; ma nella lapida sta IVLIA, e non sarebbe inverosimile che Giulia fosse anche Cittanova. In lapida torinese fassi menzione di un Lucio Tettieno Vitale che si dice nato in Aquileja, educato in IVLIA E-MONA: però questa potrebbe essere Lubiana. Pensiamo che indubbio criterio a riconoscere l'una dall'altra E-mona sia la tribù se indicata insieme al nome della città, dacché quelli di Cittanova compariscono ascritti alla Pu- pinia, quelli di Lubiana pel maggior numero alla Giulia, pochi alla Claudia ed alla Velina. L' esistenza di una città di nome Emonia nell' Istria sarebbe stata meno questionata, e posta in dubbio da uomini del resto valenti, se in luogo di applicare all'Emonia istriana quelle notizie che si hanno di altre città e regioni, se in luogo di volervi applicata la celebrità mitica o classica di altre città e provincie, si fosse posto mente a quegli indizi ed a quelle comprovazioni che, o sono incancellabili, o poterono sfuggire alla distruzione continua di monumenti d'ogni genere; se la depressione della città nei secoli a noi vicini anziché attribuirla ad inclemenza di aere, a cause fisiche invincibili, si fosse cercata nelle abitudini urbane che promovevano l'insalubrità. Il risorgere di Cittanova è indizio di ciò che meglio potrà attendersi nel futuro, se le attitudini tutte, e del luogo e dell' agro e delle circostanti regioni, verranno messe a profitto, se gli elementi di prosperità verranno sviluppati e mossi nel modo che è naturale e possibile. Al Redattore dell'Istria. Il Conte Giorgio Nogarola capitano di Trieste negli anni fra il 1591 e 1610, del quale si fa menzione nel N. 52, non è persona straniera, ma all' invece triestino, e tale personaggio da tenerne conto fra gli uomini degni di memoria che produsse questa terra. Esso nacque in Trieste in tempi che il padre di lui conte Leonardo era capitano, e venne battezzato nel dì 25 settembre 1541 nell' antico battistero di S. Giovanni. 11 vescovo Pietro Bonomo fu a lui padrino. Neil' inscrizione in suo onore, si legge un settimo verso, ommesso nell' apografo stampato, cioè INT1MVS • CONSIL • ET • SVPREMVS • CAMERAR il quale accenna a cospicue cariche. E singolare che all' atto del battesimo il padre suo si dichiarasse nativo da Ferrara, anzi che da Venezia. Pietro Crussich signore di Lupoglau, fu conte di Clissa e capitano di Segna, come dai diplomi che le invio. L. de I. Anfiteatro di Pola usato per luogo di martirio. Le passioni dei nostri santi municipali fanno spesso menzione dell' antica distribuzione delle città nostre nelle quali ebbero a soffrire, e danno notizie che altrove non potremmo trovare. Ecco nel seguente brano che parla di S. Germano martire di Pola, nominato non solo l'anfitealro, ma i tormenti che vi si diedero al santo, fatto oggetto di feroce divertimento al popolo idolatra, quasi fossero i cristiani bestie feroci. In festo Sancti Germani Martyris. AD VESPERAS. Antipliona. Surgens autem dilucido ac in mente habens responsum quod audierat et praecederite judice iniquitatis, clara voce dixit ad eum beatus Germanus : Nescis quia magnus est Deus noster per quem spero confundere tuam insaniam. Alleluja. Antiph. Quarto autem die impiissimus judex jussit sibi in amphiteatro sedem pùni et interrogavit eum di-cens: Sub qua potestate vel cujus patrocinio eum tanta audacia ausus fuisti talia verba proclamare. Alleluja. Antiph. Reatissimus Germanus respondit: Patroci-nium meum Christus est, qui mihi contra te auxilium praestabit. Alleluja. Antiph. Tunc dixit Praesidi Sanctus Germanus: Vide miser quantam misericordiam praeslat Dominus meus Jesus christianis confidentibus in eum; hic ignis nullum mihi dolorem, sed refrigerium praestat. Alleluja. Antiph. Germani Sancti martyris alleluja, celebre-mus solemnitatem. Alleluja Alleluja. Antiph. Omnes fideles Christi in hàc solemnitale beati Germani devote concurrite. Alleluja. Antiph. Vere cognoscent omnes quia Sanctus Germanus est gloriosus martyr in civitate Polensi praeslans beneficia in Christo credentibus. Alleluja. Compagnia Austriaca delle Indie. Allorquando l'imperatore Carlo VI deliberava di aprire gli stati suoi ereditari al commercio ed all'industria; quel Sovrano possedeva in sovranità i così detti Paesi Bassi Austriaci, cioè a dire l'odierno regno del Belgio; siccome anche possedeva il regno di Napoli. Nel benevolo desiderio di giovare a tutti i suoi regni dichiarava portifranchi: Trieste per le provincie germaniche, Portorè per le provincie ungariche, Messina per le napolitane, Ostenda per le belgiche. E siccome il Belgio era assai progredito nelle pratiche mercantili e ne aveva assai attitudini per l'indole degli abitanti, per posizione e per antiche consuetudini, si calcolava che il Belgio dovesse iniziare il litorale, ed Ostenda additare la via a Trieste e darvi la mano. Si vuole che il principe Eugenio di Savoja ne fosse il consigliero a Carlo VI, e noi pensiamo che così anche sia stato, per cui Trieste deve annoverare fra i benefattori quel genio straordinario che fu valorosissimo generale, e ad un tempo prudentissimo statista, promotore di ogni nobile disciplina, dotto egli medesimo, pio, modesto, superiore ai tempi medesimi nei quali visse. La chiusura della Schelda, della quale si erano fatti padroni gli Olandesi per la pace di Westfalia, mentre arricchiva Amsterdam, portava grave pregiudizio ai Belgi, perlocchè proposero questi al principe Eugenio la formazione di una Compagnia delle Indie in Ostenda, per riaprire le comunicazioni di queste regioni non solo col Belgio, ma per la via di Trieste colle provincie germaniche, e da Trieste cogli stati d'Italia; divisamento colossale il quale avrebbe dato al commercio di Trieste indole e direzione diversa da quella che ebbe. Il principe Eugenio apprezzò le intenzioni, ma credette doversi procedere con prudenza, e nel 1717 furono spedite due navi a farne 1' esperimento. Riuscito fortunoso quel primo viaggio se ne ripeterono altri tutti egualmente felici. Nel 1722 Carlo VI accordava il privilegio alla compagnia, privilegio amplissimo, maggiore di quanti altri simili sieno stati accordati, ed il capitale venne tissato a dieci milioni di fiorini, maggiore di quello che in altri paesi si costituì per compagnie che poi ebbero celebrità. La Compagnia fece allora erigere i due primi suoi stabilimenti l'uno a Coblon fra Madras e Sadraspatam sulla Costa del Coromandel; l'altro a Bankibasar sul Gange, e divisava di provvedersi stazione sull'isola di Madagascar. La compagnia prosperò, e per l'intelligenza dei direttori, per l'onestà e prudenza degli agenti alle Indie che seppero superare le gelosie e le insidie di altri rivali Come sembra, la compagnia trattava gli affari direttamente coli'India, senza che Trieste ne partecipasse. Trieste era stata assegnata ad altra compagnia detta l'Orientale-, la quale in verità gettò le fondamenta del novello emporio. Cessata questa rinacque desiderio che questa piazza ne fosse chiamata a parte coni'era primitivo divisamento; Trieste erasi già costituita in emporio; aveva già propria marina che poteva essere impiegata nella navigazione. Certo Bolts sollecitò dall' imperatrice Maria Teresa privilegio, e l'ottenne nel dì 5 giugno 1775 per imprendere il commercio delle Indie per la via di Trieste, ed ebbe facoltà di piantare nell' India le occorrenti fattorie. Anversa, la quale aveva dinanzi a sè chiusa la Schelda e la via alle Indie, volentieri si associò all'impresa; vi si raunarono i capitali, ed il Barone di Proli fu posto alla direzione insieme ad altri quattro, fra'qua-li il Bolts. Proli, uomo leggero e vanitoso, seppe attribuirsi il merito del progetto, ed averne la dignità di conte. Bolts medesimo accompagnò la prima nave e dopo superate assai difficoltà fondò uno stabilimento a Delagoa sulla costa orientale dell' Africa, un secondo nelle isole Nicobariclie nel Golfo di Bengala; fattorie a Covar, a Mangalora, Ballapatam sulla costa del Malabar. Gli Inglesi ed i Portoghesi opposero quanto la gelosia poteva suggerire; però Bolts usando delle personali e vecchie sue relazioni coi principi dell' India ebbe terreni e privilegi vantaggiosissimi per fattorie, fatto accorto dalla pratica che aveva di quelle terre e di quei mari. I Portoghesi vennero alle vie di fatto, s'impadronirono di un carico intero di legno di Calcatour, poi di tremila fucili della fattoria di Malagor, distrussero le fattorie ed i magazzini di Delagoa, ed abbruciarono il paviglione imperiale. La Corte imperiale portò reclami alla portoghese per le violenze dei sudditi di questa; ma non è noto 1' esito. Anche i Francesi usarono vie di fatto, presero la nave il Granduca di Toscana ancorata nel porto al Capo di Buona Speranza, la condussero all' isola di Francia, e vendettero il carico per 3,210,445 lire, metà del valore. I reclami del governo austriaco non ebbero effetto per la rivoluzione che scoppiò in quel regno. Ad onta di questi rovesci Bolts non si perdette d'animo; la fiducia personale che godeva nell'India, il suo genio ed attività poterono sì che mandò in Europa, e felicemente, altri carichi; sennonché i talenti suoi suscitarono l'invidia degli altri direttori d'Anversa, e specialmente del conte Proli, il quale tentò avere per sè altro privilegio eguale a quello della compagnia; intrigo nel quale non ebbe a riuscire. S'appigliò allora al mezzo di far sì che la compagnia ponesse impedimenti al Bolts e gli togliesse i mezzi di soddisfare agli impegni. Bolts ritornò in Europa dopo cinque anni di assenza, ma inutilmente. Gli azionisti a suggestione dei direttori deliberarono di creare uno stabilimento in Trieste, sotto la direzione dello stesso Bolts, che così veniva allontanato e da Anversa ove risedeva la società, e dall' Indie campo di sue operazioni. Ciò avveniva nel 1781. In luogo del Bolts (che per di più venne screditato) fu posto il francese Duchaulsoi (già scrivano sulle navi che andavano alla Cina) come capo d' offizio della Compagnia. Questi persuase la società di abbandonare il commercio delle Indie e di tratiare soltanto quello della Cina, considerato dapprima come accessorio. Il pensiero piacque al conte Proli e venne adottato dalla società; infelice divisamento che fu causa della rovina della società. Gli stabilimenti di Delagoa, di Nicobar, le fattorie coi terreni ampli vennero abbandonati nel 1782. I direttori tronfi di questo piano e vanitosi, non titubarono di indirizzare scritto al ministro Cobenzl nel 2 maggio 1782, con cui magnificando il commercio della Cina, ed il giro di sette milioni, promettevano entro tre anni 1' arrivo di dieci grossi carichi, la formazione di un arsenale e di propria marineria, il raddoppio del capitale, e simili millanterie. Ancor nello stesso 1782 sette navi furono inviate alla Cina, ma la spedizione fu infelice e la Compagnia dovette fallire. Nei Nri 76-77 dell'anno decorso avevamo accennato delle Colonie che aveva 1' Austria nelle Indie, traendone le memorie dal de Bordmann; i pochi cenni sulla Compagnia delle Indie che diamo oggidì sono tratti dall' opera del Baraux nostro sul commercio; vi avremmo volentieri aggiunto altre notizie le quali forse mostrerebbero come l'odierna condizione di emporio sia il prodotto di molti esperimenti, di molti errori, di lodevole perseveranza; ma dobbiamo confessarlo che la storia della nostra patria nei tempi romani e nel medio ha più monumenti che non la storia nostra moderna, la storia del Portofranco. Anche nella storia moderna è necessità di ricorrere a tradizioni; non esistono atti in Trieste di questa Compagnia; sappiamo che Livorno non era a lei straniero, nè la Toscana la quale era uno stato del marito dell'imperatr. Maria Teresa, poi del figlio di lei. Pure la storia dell' ultimo secolo, se non fosse per essere maestra del nostro operare, varrebbe almeno a togliere quelle erronee credenze che attribuiscono all'emporio un sorgere repentino quasi miracoloso, senza fatica e senza dolorosi esperimenti. Sepoltura dei Morosini Nobili Veneti in S. Francesco di Trieste. Neil' anno 1765 rifacendosi la chiesa dei Padri Conventuali di S. Francesco fuori della porta Cavana (chiesa oggidì intitolata la Beata Vergine del Soccorso, ed alzata a parocchia), sotto la tomba del vescovo Nicolò de Carturis venne trovata pietra con la seguente leggenda: haec est s. nob1lis viri dni marini dni iohannis ma vročeni de contrata sancte marie formose de veneci1s et svorvm heredvm qvi obiit mcccxlvi indictione xiiii die dominico xv mensis octobr1s. Lapida che viene in testimonianza di due cose, l'una che persone nobili preferivano l'ultima loro dimora nel convento dei padri Francescani come altra volta abbiamo accennato; l'altra che un ramo della nobile famiglia Morosini di Venezia erasi, per motivo a noi ignoto, trasferita a Trieste, e, come pare, stabilmente si preparava la tomba anche agli eredi. Breve narrazione del successo, cause, ed occasione della guerra tra la repubblica di Venezia e Ferdinando Arciduca d'Austria nel 1615. (Relazione contemporanea inedita di ignoto autore.) I disturbi che gli Uscochi abitatori della città di Segna in Croazia sudditi della corona d'Ungheria, alla repubblica di Venezia hanno apportato, pei svaligiamenti e bottini fatti da loro nel paese de'Turchi passando per il mare Adriatico, ina anche per le barche svaligiate in mare e nelle parti della medesima repubblica in Dalmazia da molti anni in qua, sono tanto noti a ciascuno che è superfluo il raccontarli. Da qui ha preso la Repubblica tutto il pretesto di danneggiare lo stalo, ed i sudditi dell' arciduca Ferdinando, sebbene innocente come si vedrà, protestandosi però in questa narrazione di non voler difendere detti Uscochi, e sebbene di coinun consenso dell'imperatore come re d' Ungheria, e della medesima Repubblica, sono state instituite e tenute molte e diverse commissioni e trattali sopra questi disturbi così a Segna come nella terra di Fiume spettanti all'arciduca, inai però s' hanno potuto eseguire, ricercando più volte la Repubblica che la milizia di Segna fosse levata da quella fortezza, e che mai P imperatore Ridolfo volse assentire non penetrandosene le cause se non far per congettura giudizio che fosse parte per non spogliare questa frontiera vicina a'Turchi, parte anche per non far a sè ed alla Casa d'Austria qualche pregiudizio alla navigazione del mare Adriatico per sospetto legittimo, preso della Repubblica che quasi ogni anno i suoi ministri facessero qualche novità contro mercanti austriaci ed altri della Puglia e Marca d'Ancona che navigano per detto mare e frequentano i porti di Segna, Buccari, Fiume, Trieste, S. Giovanni di Duino, Isonzo, Cervignano e altri della Casa d'Austria, volendo i detti ministri veneti che i padroni di barca andassero a Venezia o pagassero certi loro pretesi dazi sebbene era contro l'espresse convenzioni fatte con la Casa d'Austria in vita dell'imperatore Carlo V ed essa Repubblica; con le quali novità principiate e sempre accresciute dopo l'occupazione della fortezza di Marano fatta col mezzo di Beltrame Sacchia suddito veneto e d'Udine l'anno 1542, che assicurò il porto di Legnago ed il Friuli, hanno quasi affatto levato il commercio di mare ai sudditi e luoghi arciducali con danno infinito dell' arciduca, e con grandissima rovina de' suoi sudditi, e quelli de' Veneziani mai per l'addietro avevano fatto in queste occasioni d'Uscochi dopo che ebbero ridotta in sicuro la nuova fortezza di Palma in Friuli principiata l'anno 1593 con grandissimo pregiudizio della Casa d'Austria; e contro le espresse capitolazioni seguite cominciarono l'anno 1602 con una loro nuova ragione di stato ad usare, perchè avendo i detti Uscochi in vendetta della morte d' alcuno di loro datagli da albanesi soldati delle barche armate, tolto a'sudditi veneti in Istria nella villa di Laniscliie sotto Pinguente alcuni capi d'animali grossi, ammazzate due persone, e abbruciata una casa, e poco dopo sotto il territorio di Muggia preso il D.r Pincio, avvocato di Venezia, e condottolo nei boschi, che poi per opera d'alcuni Triestini fu liberato, la Bepubblica mandò fuori un suo provveditore di casa Contarini, o Giustiniana, salvo il vero, in Istria, che fece saccheggiare alcuni villaggi dell' Istria e del Carso, dizione dell' arciduca con danno di più di 200 mila ducati senza l'ingiustizia fatta a Sua-Altezza, la quale per consiglio de' suoi che desideravano di conservare la quiete tra questi principi, mandò Giuseppe de Rabata, gentiluomo di Gorizia e allora suo vice-domino della Carniola, a rimediare a questi inali, che gli parve col castigare e far morire alquanti capi degli Uscochi aver il tutto acquietato, che sebbene la Repubblica mostrò di rimanere soddisfatta, non di meno la quiete durò poco, perchè con lutto che il provveditor generale da mare a nome della sua Repubblica, anzi la stessa Repubblica nel collegio si dichiarasse di lasciar libera la navigazione, non di meno pochi anni dopo si rinnovarono i medesimi anzi maggiori impedimenti con la rovina dei mercanti sudditi austriaci ed altri che navigavano per detti porti con grandissima pazienza dell' arciduca, che per non rompere la vicinanza sopportava queste ingiurie, non desistendo però gli Uscochi in tempo eh' era la guerra aperta col Turco di infestare e far qualche bottino in mare con mercanti Levantini sudditi di essi Turchi e loro luoghi verso Narenta, e all'incontro perseguitandoli li ministri veneti con i soldati dove potevano averli nelle inani, e non potendo pubblicavano grosse taglie o premi a chi li avessero ammazzati, che per ciò s'era fatta fiera di teste d'Uscochi nella piazza di S. Marco di Venezia, avendo anche il capitano contro Uscochi battuta con una cannonata la fortezza di Carlo-pago, e rovinata la rocca, e preso il castellano con alquanti di quei soldati, che fecero impiccare. Nacque, dopo l'anno 1612, occasione, che avendo il veneto generale di mare in Dalmazia bisogno d' aiuto contro i Turchi, i quali fecero molto danno sopra quello di Zara, fece col mezzo del provveditore dell'isola di Veglia trattar per opera di Paolo Golino, capitano delle i barche armate contro i Segnani, che volessero aiutarlo in un' impresa contro i Turchi; ed essendo andati in suo soccorso 800 di quella milizia, ebbero una segnalata vittoria. Dopo la quale ritornati a casa, e preso animo di buona amicizia e corrispondenza, alcuni fecero ricercare il suddetto provveditor di Veglia se liberamente potevano fare i loro negozi all'isola; ed essendo a loro risposto di sì, mentre che sette di loro sopra questa buona fede trattavano nell' isola medesima, furono d' ordine del detto provveditor veneto presi e due di essi per Segna rimandati a casa, due altri posti in galera, e tre, che erano venturieri, per essere banditi dallo stato veneto furono impiccati; di che sdegnati i Segnani, per allora dissimularono l'ingiuria, ma attesa l'occasione che uscisse il provveditore, lo fecero prigione con cinque de' suoi e li condussero sopra quello di Sogna non avendoli il capitano pur di Segna voluti lasciar entrare nella fortezza per dimostrare che questa prigionia non era con ordine, nè di mente dell'arciduca. Di questa captura ne fece querela gravissima in collegio il doge col secretano dell' imperatore, il quale avendo scritto alla Corte Cesarea ed all'arciduca, Sua Altezza con la medesima sua buona volontà per la quiete de' suoi sudditi mandò a posta il barone Clessel per liberare il detto provveditore, e sebbene per questo effetto giunto a Fiume il detto provveditore in suo potere, non però il capitano in golfo contro Uscochi ebbe riguardo alla cortesia dell' arciduca, che anzi per sua maggior ingiuria fece guastare ed abbruciare i tnolini e una villa de' Segnani, e nondimeno il Clessel liberò il nobile veneto con tutti i suoi, e credendo di aver acquetata la Repubblica se ne ritornò alla corte. Ma non sì presto fu partito che essendo venuti cinque di quei nuovi abitanti morlacchi di Sign a rubare sopra Pinguen-te, che tolsero solamente sette capi d' animali grossi, i ministri veneti vendicarono con mano armata questo ladroneccio contro i sudditi innocenti dell'arciduca, perchè con ostilità entrati nell'Istria e nel Carso condussero via una gran quantità di animali saccheggiando ed abbruciando alcuni villaggi con danno di più di 30 mila ducati; per lo che Sua Altezza fu sforzata mandar il suddetto barone Clessel ed il barone Gaspergh con spesa di più di 100 mila ducati, per difesa del suo paese e per ostare a' nemici che anche per la quiete medesima non fece altro. E avendo quasi nel medesimo tempo Sua Altezza voluto erigere in Trieste una saliera per suo conto, la Repubblica sotto pretesto che fosse a pregiudizio della sua città di Capo d'Istria, e contro le capitolazioni di detta città, che però mai non si sono vedute, mandato fuori il suo provveditore con due barche armate, serrò il passo di mare alla città di Trieste conducendo via le barche e gli uomini sudditi di Sua Altezza con grandissimo danno e ingiuria della medesima. Ed avendo i ministri arciducali di Fiume sopra i dazi mandata a levare una barca che veniva di contrabbando uscita da Buccari, i Veneti per questo ancora ser - rarono il passo di mare ai Fiumani, e aggiungendo a questi il pretesto di cui si dava ricetto agli arciducali gli tennero sempre serrati e gli uomini e le loro barche. L'anno 1613 avendo il governatore del contado di Pisino affittate certe montagne da pascoli ai sudditi veneti con assicurargli i loro animali, venuti sopra quelli alcuni venturieri Segnani, banditi da un commissario impe-rialef che rubarono circa 1400 capi d'animali minuti con tutto che questo danno fosse fatto in territorio arciducale, ed i sudditi Veneti avrebbero voluto essere rifatti, nondimeno i ministri veneti con soldatesche entrati nel territorio arciducale saccheggiarono e dannilìcarono i luoghi austriaci de'Cesarei, Rapidi, Sumberg, Bogliuno e altri luoghi con danno infinito di più d'altri 30 mila ducati e ingiuria dell'arciduca; e sebbene l'imperatore mandò dalla sua corte il conte d'Altain a Fiume, sollecitato dall'ambasciatore veneto, per accomodare queste differenze e ritrovar qualche rimedio a tanti mali, la Repubblica però non volse mai mandar commissari tutto che il suo ambasciatore alla Corte Cesarea avesse promesso, essendosi il conte fermato a Fiume indarno più di tre mesi con spesa ed ingiuria dell'imperatore. Ed essendo alquante barche di Segnani con patenti di fede pubblica avuta dal generale veneto da mare di poter passare liberamente sopra il paese de' Turchi, u-sciti fuori e di là da Ragusi fatto un gran bottino di denaro ed altre robe di prezzo, nel ritorno una di loro, nella quale erano quasi tutti i capi di quella soldatesca salutata dalle barche armate della Repubblica, e dopo aver conversato e bevuto assieme amichevolmente fu assalita da tutti i soldati veneti che tagliarono a pezzi da 80 Segnani, levando a loro tutto ciò che ritrovarono, in vendetta di che gli altri Segnani, ritrovata in porto un' infelice galera delta Repubblica, il cui sopra-comito era un nobile di casa Venieri, presero la detta galera, e ammazzati tutti gli Scapoli, la condussero a Segna, dove lasciata andar la ciurma lìbera, e disarmata la galera la fondarono nel porto. Di che sdegnata la Repubblica cominciò a mandare soldati in Istria facendosi intendere di voler vendicare tanta ingiuria, che se per questa vendetta fosse stala contro Segnani ed Uscochi sarebbe stata degna di scusa. Ma avendo il Senato deliberato di volersi vendicare contro 1' arciduca Ferdinando e' suoi sudditi, che di ciò non hanno colpa alcuna, giudicando con una così falla ragione di Stato, che questa vendetta e modo di vendicarsi gli potessero apportar maggior beneficio, non s'attendeva ad altro che ad ammassare soldati e spedirli in Istria verso i confini dello stato arciducale, e pubblicati bandi severissimi contro quelli che volessero passar per mare nei porti e luoghi arciducali, hanno u-sata ogni sorte d'ostilità offendendo e prendendo ancora gli innocentissimi. Il conte di Pago, ministro veneto, pensando per intelligenza impadronirsi della fortezza e ultima piazza de' confini col Turco chiamata Scrissa, oppure Carlopago, tolto in sua compagnia di notte un buon numero di soldati e di que' abitanti, ed entrato nella fortezza, mentre credeva esserne padrone per giusto giudizio di Dio pagò la pena della sua 'temerità, chè esso con più di 150 persone vi lasciò la vita, scusandosi poi la Repubblica die questo non era stato di suo consentimento. In un medesimo tratto tentarono 1' anno avanti alcuni ministri della Repubblica contro la fortezza di Segna; ma ciò saputosi furono castigati i colpevoli, non credendo il capitano nè gli abitanti del castello di Novi, luogo alla marina, nè il Nicoìdo castello del conte Niccolò di Resati, che Veneti smontassero a terra con soldatesca mentre una parte di quei soldati erano a lavorare ad Ottochatz, frontiera contro il Turco; venuti essi Veneziani il mattino all' alba il mese d' agosto passato, e sbarcata la gente e dato 1' assalto al luogo lo hanno preso e svaligiato, usando tanta crudeltà, che non solo gettavano le povere creature al fuoco, ma senza riguardo alle cose sacre, ammazzarono il sacerdote avanti l'aliare, e gettato via il Santissimo Sacramento, portata via la custodia e spogliata la chiesa dei reliquiari, e di tutte le cose sacre, e tagliate e rovinate le immagini de' Santi, e poi fatto morire crudelmente un trombetta del conte eli' era assai nobilmente vestito, pubblicandosi da per tutto che i ministri e soldati della Repubblica avevano ordine di far ogni cosa alla peggio che sapessero e potessero. Ed avendo a questo effetto mandato in Istria il loro provveditore generale Benedetto Capello, esso entrato in gara particolare con Benvenuto Petazzo da Trieste possessore dei castelli e giurisdizione di Sworzenech, S. Servolo e Castel Novo confinanti collo stato veneto, signoria però propriamente dell' arciduca, per vendetta che alcuni pochi soldati di Vinodol e di Novi volessero rifarsi dei danni poco prima patiti, e senza saputa de' sudditi austriaci passati per i monti e boschi levarono alcuni pochi animali ai sudditi veneti delle ville di Podopech e Gabroviza, fece saccheggiare la villa di I'odgoria soggetta al castello di S. Servolo, conducendo via a quei poveri sudditi più di 1400 animali minuti, e selle capi d'animali grossi e pochi grani. Dopo essendo uscito fuori della città di Trieste il suddetto Petazzo con circa 200 soldati, i soldati veneti venuti a quel castello di S. Servolo, veduti i soldati di Trieste in campagna li sfidarono e invitarono con le insegne e tamburi; sol però cinque moschettieri tedeschi calarono al piano, e con morte di sette di loro li fecero ritornare in un forte fatto in una grotta che chiamano della villa di Ospo, restando però uno di loro morto che con troppa audacia volle approssimarsi al forte, al qual tedesco fu tagliala la testa, e levatagli la cosacca rossa, ton la marca o segno dell' arciduca mandata a Venezia, ed abbruciato il cadavere. Ed essendo il provveditor veneto venuto il giorno seguente per veder il luogo del successo, passando con cinquanta cavalli e duecento fanti per il territorio arciducale sotto la villa di Corniate, fu da detto Petazzo salutato con due tiri di spingarda, ma da un altro poco prudente di grate parole, da che cominciò maggiormente a nascere 1' odio fra detto provveditore ed il Petazzo, e per questo e per causa d'una barchetta pochi giorni prima presa alla volta di Duino, proclamato e bandito con taglia di 6000 ducati esso Petazzo, il quale all'incontro fece processare, proclamare e bandire il detto provveditore veneto con taglia di 4 mila ducati; da che esacerbato esso provveditore in vendetta di quei bando fece saccheggiare la villa di Corniale, che è d' altro particolare, e la villa di Cernotich eh' è del vescovato di Trieste con alcune altre vicine casette vendicandosi dell' ingiurie pretese dal Petazzo con danno del povero vescovato, per il quale svaligiamento l'arciduca Ferdinando provocato, e pregato di protezione de'poveri sudditi, sebbene l'intenzione di Sua Altezza è stala solamente per difendere il suo paese e sudditi che addi-mandavano il suo patrocinio, ordinò al conte di Tergas suo vice-generale di Croazia che con una parte delle sue milizie passasse alla volta di Trieste, e fermatosi a S. Servolo difendesse il paese ed i sudditi, nè passasse i confini se non necessitato. Mentre che questa soldatesca s'incamminava al luogo destinato, il provveditore veneto non potendo forse raffrenare la collera per vendicarsi del Petazzo per quanto si conobbe da un manifesto fatto attaccare alle mura della casa del castello, ordinò ai 20 novembre 1615, essendo notte oscura, due ore avanti giorno: — Che venissero 200 cavalli e 1000 fanti che assaltarono la rocca di S. Servolo, ma prima, e forse per spaventar il presidio che era dentro, fece ali' arrivo dar fuoco ai fieni, paglie e case della medesima villa di S. Servolo che è del vescovato di Trieste posto sopra la rocca; ma i soldati di dentro bravamente si difesero sino a giorno, con morte di molti assalitori, che non potendo acquistare la rocca si partirono e si divisero in due parti, l'una andando per il Carso verso Cernotich e Ceriuli di nuovo saccheggiandole e abbruciandole con le ville di Bre-benico, Brecci e Santo Oderico, ove è la chiesa parocchiale e la migliore del vescovato, e l'altra verso la terra di Muggia, e per strada saccheggiò una casa del Petazzo detta la Cotescha, una casa della muta del castello, ed un molino di un contadino di Trieste. In quella manina essendo venula una galera verso la città di Trieste, e sparatigli due pezzi contro senza pur farle alcun danno se ne andò alla valle, che chiamano le Zaule, ove sono le saline di Trieste, e per quello si giudicò verso l'incendio credendo forse di riportar la nuova della presa di S. Servolo, già che in quel medesimo giorno il provveditore generale di Palma dopo aver sentiti i tiri d'artiglieria disse che S. Servolo era nel fuoco; la detta galera scaramucciò con alcuni soldati usciti da Trieste senza altro danno, ancor che avesse sparato dieci cannonate. Il martedì seguente, che fu ai 24 di novembre, il suddetto provveditor fatta andar per mare la suddetta galera con quattro barche armate e con trentasette altre cariche di seta con armi e zappe, giunse alle saline di Trieste alle quali fece dar il guasto, e fece abbruciare certe case circonvicine, che chiamano mandre, ed esse vennero nel territorio di Trieste per terra da Capo d'Istria con 250 cavalli e 3000 fanti condotti da Gallo della Marca sopraintendente delle milizie venete nelle .isole, ove trincieratosi bene presso alla casa della muta dell'arciduca e sopra il monte chiamato Stramer tirato dentro la chiesa, che ivi è, con cinque buoni squadroni fatti stava a veder il guasto che si dava alle saline ed al territorio di Trieste, ma sopraggiungendo 300 soldati archibugieri usciti dalla città di Trieste e sopravvenuta una parte della gente di Croazia guidata da Daniele Fraenolo da Trieste capitano e soldato veterano, attaccarono col nemico il fatto d' armi e disordinati gli squadroni della gente veneta dalla comune di Carlostat, e dai moschettieri tedeschi usciti da Trieste; i Veneti ebbero una rotta notabile con morte di 800 fanti, e con la perdita del medesimo Gallo loro colonnello e d' altri capi di comando; ed il provveditore, che forse per timo- re non si mosse colla cavalleria, ebbe che fare per salvarsi con la fuga, e se non fosse stata la galera, che con buone cannonate difendeva il passo con morte di due principali Vaivodi Crovati, e se non si fossero gettati a terra i ponti, non ne scappava forse uno per recarne la nuova. (sarà continuato Osservazioni meteorologiche fatte in Parenzo all'altezza di 15 piedi austriaci sopra il livello del mare. intese ili Agosto 18-13. Giorno dell' osservazione Ora dell' osservazione Termometro R Barometro Anemoscopio Stato del Cielo Giorno dell'osservazione Ora dell'osservazione Termometro R Barometro Anemoscopio Stato del Cielo „ I De-Gra. . . j cimi Pol-I Litici ' nee Decimi 1 De-Gra. . . j cimi Pollici Li-nee Decimi 1 7 a. ni. Ij+18| 8 2 p. ni. +21 ! 5 10 „ 1 f 19Ì 0 27 27 27 11 ! 11 1 11 | s 0 Calma Maestro Levante Sereno detto detto 17 7 a. m. 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