Anno X. Capodistria, Marzo 1912 N. 3 PAGINE ISTRIANE PERIODICO MENSILE Le epidemie di peste bubbonica in Istria Memorie storiche raccolte da Bernardo dott. Schiavuzzi. Haec ratio quondam morborum, et mortifer aestus Fi ni bus C'ecropiis funestos reddidit agros Vastavitque vias, exhausit civibus urbem, Nam penitus veniens Aegypti e finibus ortus, Aera permensus multum, camposque natanteis, Incubuit tandem populo Pandionis : omnes Inde catervatim morbo mortique dabantur. T. Lucr. Cari. De rerum natura, Lib. VI. 1136-42. I. Fra le molteplici iatture, cui liei tempi passati dovette sottostare l'Istria nostra, furono di certo gravide di conseguenze le terribili irruzioni di peste bubbonica, che ccn brevi intervalli per molti secoli fino al 1632, si succedettero. Le memorie che di esse ci rimangono, le tradizioni che sul loro decorso, sulla loro comparsa e sparizione vivono ancora presso le popolazioni istriane, parlano di quelle epidemie coi termini più foschi. Le cognizioni ristrette intorno alle origini dei morbi, la tendenza d' allora a portare nel campo delle disquisizioni filosofiche tutto ciò che 1' esperienza e la scienza medica da sole non valevano a spiegare, furono a quei tempi la causa principale, che all' insorgere di morbi d'indole contagiosa, non si procedesse oggettivamente e si lasciasse campo al male di propagarsi colla rapidità della folgore, recando stragi immense e la generale desolazione. L'arte medica, tentennando incerta sulla natura del male, non trovava nel corredo ristretto dei mezzi d'allora, i necessarii soccorsi terapeutici, ed il male, comparendo all'improvviso e decorrendo con violenza, non lasciava neppur tempo al medico d'impiegare le sue cognizioni a vantaggio degli infelici colpiti. Le popolazioni dovevano quindi rivolgere le loro speranze nella religione; esse invocavano il soccorso divino colla mediazione dei Santi e specialmente della B. Vergine, di S. Rocco e S. Sebastiano. Altri invece ricorrevano alle superstizioni, alle fattucchierie e rivolgevansi ad individui saliti in fama di stregoni, chiedendo a questi il soccorso di potenze ignote. Siffatte condizioni favorivano non solo 1' espansione del morbo nel luogo della sua prima comparsa, ma lo propagavano altresì oltre i suoi confini. Le comunicazioni malagevoli, le quali avrebbero potuto riescire d' ostacolo all' importazione del male da un luogo lontano, perchè impedivano anche l'avanzarsi delle notizie intorno al suo decorso, facevano si che di spesso l'infezione presentavasi inattesa ai cjnfini degli Stati. I provvedimenti quindi, perché presi in gran fretta, assumevano proporzioni e forme draconiane, mentre in sostanza nen corrispondevano allo scopo e riuscivano anzi dannosi. Penetrato il morbo entro le mura delle città, vi trovava il terreno più adatto al suo sviluppo. Gii edificii nelle città murate d' allora accatastati l'uno presso all' altro, le vie strette fiancheggiate da case altissime, in cui il sole a stento poteva penetrare fino al suolo, la presenza dei cimiteri entro al recinto delle mura, il sistema irregolare di fognatura, la mancanza poi d'un'igiene bene ordinata ed amministrata, erano fattori di certo favorevoli a diffondere il morbo. Non esisteva ancora un metodo razionale di desinfezione. Si credeva però a un' infezione dell' aria e degli oggetti e per schermirsi da quella, si facevano profumi d'ogni sorta, si accendevano dei grandi fuochi e si rendevano innocui gli oggetti infetti, sia col bruciarli, sia col gettarli nell'aceto od in liquidi consimili. II. Per formarsi una idea giusta e chiara della decorrenza delle epidemie di peste nelle loro varie fasi, dell'efficacia od inefficacia dei provvedimenti presi, delle enormi stragi provocate, giova di certo prender conoscenza dell'aspetto offerto dal morbo stesso, della sua entità patologica e del suo decorso nei singoli casi. A questo scopo riescono d' importanza le descrizioni antiche che intorno alla peste esistono nella classicità e principalmente gli studi fatti in occasione delle moderne gravi epidemie di peste nelle Indie orientali. Fino agli ultimi nostri tempi, e precisamente fino all' anno 1897, le cognizioni intorno alla natura della peste e alla sua entità vagavano nell' incerto. Gli autori in generale basavano le loro idee sulle descrizioni tramandateci dagli scrittori antichi, sia profani di patologia, che medici, le quali spiegavano le origini del male od oggettivamente oppure partendo dalle varie supposizioni, derivate dalle molteplici e strane dottrine sulla patogenia nei secoli decorsi. Descrizioni d' epidemie di peste trovansi negli autori più antichi. Tucidide, Diodoro Siculo e Plutarco descrissero ampiamente 1' epidemia da loro attribuita alla peste, che nell' anno 431 avanti Cristo desolò l'Attica ed infierì specialmente in Atene, ove ne moriva Pericle, il più grande uomo di Stato della Grecia antica. Alcuni sintomi del morbo costituente quell'epidemia sono comuni alla peste orientale; altri però appartengono al vaiuolo ed a questo sono proprii i sintomi finali e di conseguenza, sicché non è certo se si trattasse di vaiuolo oppure della comparsa contemporanea della peste e del vaiuolo. Vediamo la descrizione che ne fa Tucidide ') : « Il morbo assaliva d'improvviso individui fino a quel momento godenti di perfettissima salute. Annunziavasi subito con grave dolore di capo, con rossore ed intiammazione agli occhi, lingua e gola sanguinolenta, alito infetto, difficoltà di respiro, aneliti, sternuti e raucedine. Discendeva tosto al petto e si manifestava con una tosse violentissima. Lo stomaco vi prendeva parte, si faceva gonfio e succedevano vomiti violenti di bile e d' altri umori. S' accompagnava il singulto, che rade volte si riusciva a calmare, e che perfino continuava nei guariti ancora per assai tempo. Al singulto s' associavano le convulsioni. La superficie del corpo d' un livido-rossastro si copriva di pustole, ne parea più calda del naturale al tatto, quantunque gì' infermi accusassero grande incendio di dentro, nò tollerassero copertura di sorta e fosse forza di lasciarli ignudi. E di vero provavano immenso contento nell' immergersi nell' acqua fredda che anzi taluni non guardati si gettavano nei pozzi, a ciò spinti dall' ardente sete che non v' era modo di spegnere od ammorzare nè con poca, nè con larga bevanda. ') Tucidide: Guerra del Peloponneso. Lib. II. 48. Da Bo Angelo: La peste e la pubblica preservazione. Roma E. Perrino 1885, pag. 8-9. S' aggiungeva ostinata veglia, inquietudine e agitazione continua D' ordinano i colpiti soccombevano fra il settimo e il nono giorno per l'immenso ardore che bruciava loro le viscere. Oltre questo termine la malattia scendeva al basso ventre ed ulcerava gl'intestini; una diarrea immoderata esauriva allora la vita. Niuna parte del corpo era risparmiata a cominciare dal capo fino alle estremità. Vi furono degli scampati dal morbo che perdettero per sempre 1' uso dei piedi e delle mani ; altri che rimasero ciechi, altri racquistata la salute, avevano perduta intera la memoria e la conoscenza di loro medesimi e dei loro famigliari ed amici». Lucrezio Caro al VI Libro del suo poema «De rerum Natura» copia ed amplifica mirabilmente la descrizione di Tucidide e s'estende altresì nell' addurre le cause della pestilenza. Nei tempi più recenti abbiamo la splendida descrizione che Giovanni Boccacci fa nel suo Decamerone della peste che infierì in Toscana nel 1348. La riferisco per intero: « Già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di mille trecento quarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra italica bellissima pervenne la mortifera pestilenza, la quale alquanti anni davanti nelle parti orientali cominciava verso l'occidente, miseramente s'era ampliata. Nascevano nel cominciamento di essa a maschi ed alle femmine parimenti o nell' inguinaja o sotto la ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunale mela, altre come un uovo ed alcune più od altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere ed a venire, e da questo appresso s'incominciò la qualità della suddetta infer mità a permutare in macchie nere e livide, le quali nelle braccia e per le coscie ed in ciascheduna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse. E come gavocciolo prime-ramente era stato ed ancora era certissimo indizio di futura morte, cosi erano queste a ciascuno a cui venivano. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che volesse o facesse profitto; anzi quasi tutti infra il terzo giorno dell'apparizione dei sopradetti segni, chi più tosto o chi più meno od i più senza alcuna febbre o altro accidente morivano». Dopo il Boccacci troviamo in scrittori sì medici che profani ampie descrizioni d' epidemie di pesti, le quali pei sintomi corrispondono tutte a quella di Firenze, che fu peste bubbonica genuina. III. Le spedizioni scientifiche che tutti gli stati civili organizzarono nei paesi orientali allo scopo di studiare la peste orien- tale o bubbonica, offersero quale risultato ampie nozioni intorno alle cause del morbo ed ai suoi sintomi. Il quadro morboso offertoci è il seguente: L'aspetto patologico della peste varia di caso in caso moltissimo, per cui riesce difficile il farne la diagnosi all'esordire di una epidemia. Fei casi tipici lo scoppio della malattia viene caratterizzato da gravi disturbi nell' organismo. Pesantezza ed ottenebrazione del cervello, male di testa forte ed ottuso, localizzato comunemente nella regione frontale e temporale; il viso in breve pallido e floscio, gli occhi stupidi, infossati, lo sguardo vuoto, incantato e l'incedere vacillante, dànno all'ammalato l'aspetto d'un ubbriaco. Questo stadio, il quale talvolta dura pochissimo, talvolta si prolunga per molti giorni, decorre di regola con temperature normali, oppure appena di poco elevate. Allo stesso sussegue lo stadio con febbri altissime. Gli ammalati divengono inquieti, la pelle arde, il viso si gonfia, gli occhi arrossano, lo sguardo si cangia in truce con pupille di spesso dilatate, 1' udito è indebolito, la lingua mostra uno strato bianco, la sete è ardente. In molti casi agli ammalati s' ottenebra il cervello, si presentano delirii e non di rado allo stato pieno di sofferenze s' aggiunge un forte vomito. Nel secondo fino al quinto giorno di malattia si manifestano delle gonfiezze ghiandolari, i cosidetti bubboni caratteristici della peste, localizzati ora nella piega inguinale oppure nel cavo ascellare e più di rado nella regione sottomascellare-cervicale. Oltre alle gonfiezze ghiandolari si manifestano in singoli casi dei carbonchii nei più differenti punti della pelle, ora prima ed ora dopo il presentarsi dei bubboni. La sorte delle ghiandole enfiate è varia, ora suppurano e talvolta si sciolgono. Colla loro comparsa diminuisce alquanto la febbre. La loro suppurazione, benché di spesso seguita da sviluppo d' ascessi da cui esce pus e sangue, riesce non di rado favorevole all' ammalato. Alcune epidemie si distinguono per la comparsa di emorragie dell'intestino, delle reni, dei polmoni e nel tessuto della pelle, le quali ultime procurarono alla peste il titolo di Morte nera. L' esito letale può sopraggiungere in tutti gli stadii ; più di spesso dal terzo al quinto giorno di malattia in conseguenza di paralisi pel cuore e di esaurimento prodotti dalla febbre alta. Oltre a ciò si presentano dei casi nei quali la morte avviene dopo sole 12 ore di malattia, senza lo sviluppo di bubboni e la comparsa di febbri forti. Avvenendo la guarigione, ci vuole lungo tempo fino a che gli ammalati siensi del tutto ristabiliti in salute. La mortalità di rado si limita al 60 %• Secondo 1' opinione di tutti i sanitarii il morbo sarebbe d'indole contagiosa. L'infezione può avvenire mediante trasmissione diretta, vale a dire peli' avvenuto contatto coli' ammalato, come anche mediante 1' aria. Ed in quest' ultimo caso 1' aria trasmette le emanazioni pestifere che si staccano dall' ammalato, dai suoi effetti cioè dai vestiti e dalla biancheria da letto, nonché da quanto venne usato da lui. Venne anche osservato che quale mezzo di trasmissione funsero nelle Indie anche i cani, le mosche e specialmente i ratti, ai quali si vuole attribuire il merito d'averla mediante le navi trasportata parecchie volte in Europa '). La disposizione all' infezione viene poi favorita dalla fame, dalla sporcizia e perciò dalla povertà degli abitanti. Si osservò anzi che gli operai che lavorano molto con olio, con sostanze grasse o con acqua vengono quasi del tutto risparmiati dal morbo. Quale ente produttore della peste venne dai due scienziati Yersin e Kitasato, scoperto un batterio a bastoncini alquanto grosso e come sembra rivestito da una capsula. Essi la trovarono sì nel pus delle glandole tumefatte che negli organi interni e nel sangue dei decessi per peste 2). ( Continua) ') Nel coro della Concattedrale di Pola, a destra dell' altare, esiste un quadro grande copia non molto felice della «Peste di Atene» di Nicola Poussaint (1594 1665), rappresentante le stragi commesse dal morbo. Credo che il quadro sia dono votivo offerto dopo l'immane epidemia del 1630-31. Or bene: nel quadro fra i cadaveri e gli ammalati di peste e fra il popolo veggonsi correre sul terreno molti ratti grossi (volg. pantigane). Essendo difficile di potere ammettere che il pittore abbia posto quegli animali in si grande numero, al solo scopo di dare più vita al suo quadro, omettendo dall' altro canto di porvi dei cani o dei gatti, devesi pensare che forse quegli animali sieno stati anche allora, empiricamente forse, posti in relazione colla propagazione del morbo. Lode D. A. Einiges iiber die Pest — Monatschrift fur Gesund-heitspflege — Wien. Aprii 1897. XV Band. Pag. 93. — Gawalowski A. — Die Pest. — Zeitschrift fiir Nahrungsmittel — Untersuchung: Hygiene etc. — Wien XI Jahrg. Pag. 43. „Sior Tonin Bonagrazia'' »Torcello diverme una delle isole più importanti della nuova consociazione lagunare e si resse a comune con magistrature proprie. Aveva un gran canale con ponti di pietra e su le sponde case e palazzi al par di Murano ; dava soldati allo Stato ; i suoi nobili erano pareggiati in Venezia a' cittadini originari. Più tardi la nobiltà di Torcello che si pagava a contanti divenne argomento di riso al popolo Veneziano. 11 Tonino Bellagrazia del Goldoni 1' ha comprato per dieci ducati. Costa più un asino 1 mormora Florindo nel Frappatore. E nobile di Torcello s'intitolava Sior Tonin Bonagrazia caratteristica figura della vecchia Venezia che i nostri nonni hanno udito raccontare storielle su la piazza di San Marco tra le risate e gli scherni della gente. Il povero vecchio che rideva a pancia vuota e facendo ridere altrui di se stesso cercava di spremere qualche misero quattrino più dalla compassione che dall' ammirazione del suo pubblico, conservava il vecchio costume co' calzoni corti, col tricorno e il codino, portava anelli d' ottone con pietre di ceralacca e mentre parlava si metteva per vezzo il dito mignolo sa le labbra. Il popolino amava quel povero diavolo che pareva la caricatura del buon tempo andato ma che in fondo ne esprimeva il rimpianto e ne' suoi racconti gustava il sapore della vecchia venezianità lepida senza veleno, maliziosa senza scurrilità, motti nati al tempo del guardinfante, lazzi derivati dalla commedia dell' arte. Ancora oggi si ricorda qualche aneddoto di Sior Tonin Bonagrazia e se ne ride ancora ma con quel senso secreto di pietà che inspira chiunque avrebbe ragione di piangere ed è costretto, perchè non sa far altro, ad esercitare il più orribile di tutti i mestieri, quello di dare la sua persona, la sua parola, tutta la sua vita in ludibrio a chi ha voglia di ridere. Il buon uomo languì e mori nella miseria più squallida al pari della sua isola natale». Cosi ci presenta il simpatico personaggio Pompeo Molmenti con quella sua consueta dolcezza d'eloquio che lo pone tant' alto sulla plumbea falange della maggior parte dei papaverici letterati italiani 4). ') A p. 122-3 del «Le Isole della Laguna Veneta» Bergamo Istit. d' arti Grafiche 1904. Fu adunque Sior Tonin Bonagrazia (o Antonio Cagnolini come veramente il suo nome suonava) uno di que' numerosi tipi di errabondi che batterono sempre e battono ancora le vie di Venezia come fosse destino per la nostra città che 1' allegria e la spensieratezza non 1' abbandonili mai, nemmeno nei momenti più gravi e dolorosi. Quanto Sior Tonin fosse amato dai suoi concittadini e quanta parte egli avesse, nella sua modesta apparenza, tra le vicende della città dei Dogi si può rilevare facilmente dal beli' elogio funebre che del nostro filosofo si legge nella Gazzetta Privilegiata di Venezia del 1 Giugno 1839, in appendice, quando si era sparsa la voce che il Bonagrazia fosse morto a Rovigo la quale ne aveva, secondo la fama, raccolto «gli ultimi aneliti e gli ultimi frizzi». «La morte di questo eroe della piazza» scriveva Tomaso Locatelli in uno dei suoi bei medaglioni che è prezzo dell' opera riprodurre quasi per intero «è una vera publica calamità e se ne affliggeranno in ispecie tutte quelle buone persone, le quali, come a lume farfalla, traevano dietro a' suoi passi ed alle quali egli aveva potere d'infondere sempre uguale letizia. Imperciocché il cittadin di Torcello era una di quelle privilegiate nature che non sentono il peso dei mali ond' è gravata la vita e la trapassan ridendo. Il cielo clemente che a compensarne le amarezze e le noje ad altri concede onori, bellezza, ricchezze e ad altri tutte queste cose insieme senza renderlo per questo più grato o migliore, al sig. Tonin Bonagrazia aveva fatto dono d' una rara serenità di mente, d' un raggio di perfetta ilarità e giocondezza, che come il sole gli avvivava intorno tutte le cose e gli teneva luogo d'ogni consolazione. Questa benigna sua indole lo separava affatto dal suo secolo, secolo piagnoloso e ipocondriaco, per cui il riso è come dalla terra sbandito e non ha bello che nel tremendo e nell' orrido. Le immagini liete e ridenti, che un tempo do-minavan nel mondo, come cosa vieta sono uscite di moda; le campagne non sono più popolate di numi, più il sole non guida l'aureo suo carro, le ninfe abbandonarono le fontane ed i colli, le lettere lian proteso un velo funebre su tutta la natura; il sole s'è fatto il pendolo del grande orologio dei secoli : 1' aura è corsa da vampiri, da versiere, da strigi, non s'incontran pei campi se non balze, burroni o ruine di diroccati castelli, si vuole infine dilettar gli animi spaventandoli e sostenere 1' umanità delle lettere col farle crudeli, crear ) un mondo più dolente e peggiore di quel che abitiamo. La natura del sig. Tonin appariva sotto men tetri colori ; ei la vedeva attraverso la lente del suo buon umore, e come buon filosofo eh' egli era, conobbe che soggetti di vera tristezza sono anche troppi nel mondo, senza che 1' uomo se gli abbia ad accrescere con la propria immaginazione; tanto valeva fingere il meglio ed egli appunto si creò un mondo a sua posta, mondo felice pieno di farfalle e di grilli! trovò un nuovo ordine d'idee, sul quale conformò la sua vita e secondo il quale e vestiva e parlava e operava e scriveva. Non dico che a questo modo anche mangiasse ; in ciò solo non si faceva illusione, a questo scoglio rompeva l'idealismo della sua vita; anzi per mangiar meglio e più ad agio nel mondo sensibile, ei s'era fatto cittadino di questo suo mondo ideale. Storia troppo comune! Quanti felici pensieri, quante azioni maravi-gliose e magnanime trovano nel buon appetito la più naturai spiegazione ! E però il sig. da Torcello non dovette al caso la sua nazione ; ei la dovette solo a sè stesso. Ei non nacque, si senti, si creò gentiluomo e scelse per patria Torcello, come altri si sceglie una sposa, uno stato. La fortuna 1' aveva anzi collocato fra le più povere genti ; suo padre 1' aveva educato al rasoio ; ma egli, che dalla natura aveva sortito la più nobile vocazion del Signore e non voleva far niente, sdegnò l'umile uffizio, e come Cartwright, il Burchiello Olivier, usci di bar-beria per farsi chiaro nel mondo. In un tempo, in cui 1' ésprit, come dicono i francesi, court les rues, e i letterati, i poeti, i virtuosi d' ogni maniera si contano per legioni in ogni città, ei si permise d'essere in piazza uomo di spirito anch' egli e come Figaro trovò nel catino del barbiere la ispirazione; abbandonò l'opera della mano per vivere di quella più problematica e misteriosa del l'ingegno, non affilò più il rasoio, ma si aguzzò l'intelletto, mutò le bolle di sapone in bolle di aria o parole, eh' è quanto dire mutò materia e istrumento, non mutò valore ed effetto. Egli immaginò certe sue strane e miracolose istorie di nascite, di matrimoni, di viaggi ed eredità che fecero smascellar dalle risa le più ingenue e talora anche le meno ingenue persone. Si fece signore di terre e di feudi, e gli possedeva o negli spazii immaginarii o sui sabbioni del lido, il padre l'aveva lasciato erede dell' ombra di tutti gli alberi e di non so quante mille miglia di strada; godeva l'uso dell'aria di tutti gli orti, U diritto non esclusivo d' esser messo in prigione per debiti e simili altre novelle, eh' ei spacciava con la più imperterrita fronte. Se non che prima di metter il pubblico a parte di questi frutti del suo beli' ingegno, come novello augelletto che prima di spiegare il libero volo tenta la forza delle sue penne, o più tosto come giovin autore che innanzi ad affrontare la pubblicità a viso aperto s' acconcia sotto il pudico velo e non uscia se non di carnevale. I suoi principii furono splendidi, maravigliosi, incredibili. Come da prima comparve alla luce dei caffè, l'uno all'altro se lo rapiva; la gente non paga d'averlo udito in uno, correva insaziabile ad udirlo in un altro, v'era folla, calca, tumulto: il suo nome sonava su tutte le bocche, per tutto incontrava carezze, applausi, denari. Infelice progenie dei Bonagr;ìzia! chi in mezzo a que' trionfi t'avrebbe allora predetto che tu dovevi un giorno morire nella città delle Rose, sul letto di spine d' uno spedale ! Oh vanità delle vanità! tutto è vanità, non esclusa la gloria! Com' ei vide in siffatto modo coronata dall' esito la sua impresa e confermata dal pubblico voto la sua vocazione, si tolse dal fronte la maschera e si mostrò al mondo nel proprio sembiante; nè più di carnevale soltanto ma è in tutte quattro le stagioni dell' anno, eh' ei si sentia tanta copia d' ingegno da farne scialacquo quanto durava il suo corso. Però se depose la larva come 1' aveva protetto, non depose già le nobili insegne sotto alle quali avea combattuto e fra la gente comparvi; con 1' usata sua cappellina tricuspide, col nero suo abito e i corti calzoni delle schiatte perdute; s'insignì di nuovi ordini al petto, in ciò solo oltrepassando 1' ordinario costume che non si contentò unicamente di riconoscer primo il suo merito e di chiederli: si volle crearli e aggiudicarseli da se stesso. Ma ahimè ! 1' aura popolare come ogni altra aura è instabile leggiera, soggetta a subite mutazioni; nè fu troppo lungo il suo regno. I suoi sali, eh' erano accetti e graditi finché con avara mano ei li dispensava e al popolo con lungo desiderio era mestieri da un anno all' altro aspettarli, perdettero ogni pregio e sapore, quand' egli li sparse senza riserbo e li pose a tutte le ore in comune. A poco a poco si raffreddò il primo entusiasmo, si diminuì insensibilmente la folla, il silenzio dell' attenzione e le risa si mutarono in bisbiglio d'impazienza e di noia ; in breve dovette combattere con l'interruzion, col fragore finché all' orecchio anzi al cuor gli tonò la tremenda voce di: basta, con cui la porta dei caffè gli fu chiusa per sempre. Il suo quarto d' ora felice era trascorso e la turba mobile ed incostante 1' aveva abbandonato. Ogni nuova sirena, la più miserabile di quelle raminghe virtuose cui il popolo paga i quartali al minuto e che vanno a raccoglierli in giro sul piatto, il più meschino sonator d' organo o di violino or teneano il suo campo ; fino il cane virtuoso che graffiava 1' arpa gli fu preferito ! Ma egli portò in pace e da filosofo la sventura e poiché 1' animo del pubblico gli si era per troppa sazietà alienato, imitò il costume dell' accorto agricoltore, che quando la terra diviene ingrata a' suoi sudori, a rinfrancarne il vigore, la lascia alcuna stagione in riposo ; trattò la languente sua fama, come i medici trattano le malattie disperate, la condusse in campagna, sperando di rinfrescar negli animi colla lontananza quel desiderio di sè che con troppa assiduità s' era distratto. Allora ebbero 1' onor di conoscerlo e Padova e Treviso, e Vicenza e Verona, né fu angolo per quantunque remoto, non fiera, non mercato, non sagra in tutto il bel paese ove suonano il sipo ed il nopo, dove ei non portasse in processione quel viso non isconcertato dalla sventura dove non fosse festeggiato e ricerco ; solo in patria più non era profeta ! Pur la patria gli era ancor cara e come la rondinella pellegrina che fugge quando fugge il buon tempo dalla campagna ritornava ogni anno all' antico suo nido e vi passava l'inverno. I caffè gli contendevan la porta, ma ei si volse a più benigno e indulgente uditorio e profuse, tempo permettendo, le sue lepidezze all' aria libera della Piazza, della Riva e dei Campi. Ed egli aveva appunto ricominciato quest' anno le estive sue peregrinazioni; l'aspettava a Vicenza la Rua; la fiera, le corse l'aspettavano a Padova, a Treviso ; nuove foranee corone s' apparecchiavano alla gioconda sua fronte, quando la morte gli si fece dinanzi e mutò il lauro in cipresso. Cosi compieva la sua giornata innanzi sera questo fiore dei cavalieri.... d'industria, anzi questo cavalier del suo ingegno che trovò i suoi diplomi e i suoi titoli nella più feconda vena di facezie e di sali, nè smentì mai il suo personaggio. Ei lo sostenne con vera costanza per tutta la vita ; in ciò ben più degno di lode di molti che, a seconda dei casi, rappresentano personaggi così diversi nel mondo! Il vero suo nome è da gran tempo per la storia perduto, ei si confuse con quello delle sue glorie; ma questo vivrà lungamente famoso ed i posteri ammireranno la nobile sua vocazione, ché mentre, ahimè! tanti si nutrono dell'altrui pianto, egli ha voluto vivere solamente delle altrui risa». Ma Sior Tonin non era morto e nella Gazzetta stessa del 3 Giugno apparve una piacevole «rettificazione» dalla quale appariva che il buon uomo, sano come una lasca, portava in giro «per le contrade di Padova la sua facondia e la sua cappellina» nella quale città appunto e non a Rovigo era stato, si, colto da non picciola infermità. Che non fu la sola: leggesi infatti in uu codice del nostro Museo l) una canzonetta in dialetto veneziano stampata nell'Agosto del 1853 ove si invitano le donnine e le ragazze a far festa per la ricuperata salute di colui che appariva il loro cucco e, con versi non sempre mediocri, si esaltano le sue virtù che anche allora continuavano ad attrarre 1' attenzione e il cuoricino dei buontemponi, degli scioperati e dei filosofi se pur questa peste dell' uman genere c' era anche allora. Per la ricuperata salute del Sig. Tonin Bonagrazia. Canzonetta in dialetto Venezian, Done care, done bele Ralegreve el coresin Che tornà zo da le stele Xe qua el vostro bel Tonin : Sior Antonio Bonagrazia Che d' amor fa sospirar Col so brio, co la so grazia, Le sirene fin del mar. ») P. D. 21 Vol. Ili p. 298. Se diseva che a spasseto Co Caronte el gera andà A vogar in bateleto Scorsizando in libertà, Ma magnar dei colombini Xe sta sempre el so pensier: Teste, brombole, zampini Mai de far el solazier. S' à provà la bruta schizza Su le rose del bochin Darghe un baso da novizza Ma lu ga voltà el martin Che a baiar la furlaneta Per creanza el ghe xe sta Ma deboto, co una streta, Gera el belo terminà. Done care, consoleve No pianzè, no sospirò Feve bele, peteneve, Se a Tonin piaser volè: A Tonin zentil e belo Come al caro Dio d' amor Che de grazie 1' è un zogelo E de zuchero ga el cuor. Su la Riva dei Schiavoni Za de vederlo me par Coi so aneli e medagioni Fin le piere inamorar E sui vostri bei viseti Che ochiadine che lu dà ! E che cari sospireti Che svolando va in qua e in là I Per sentirlo ghe fa aleta I colombi dal piazer, I cocai, la celegheta, Salta e sbragia anca el levrier. Tuto el mondo xe in gran spasso Che sia vivo sior Tonin E Venezia in festa e in chiasso Canta e sona da morbin. Fin co un dolce mormorio Incantà 1' onda del mar Par che diga: Toni mio Chi no fastu inamorar? De Torcelo 1' ornamento La delizia si è e '1 splendor E un teBoro de contento Per chi ga zentil el cuor. Done care e regazzete No pianzè più per Tonin Quele bele lagremete Che dà afano al coresin Che a baiar la furlaneta Co la Morte s' à provà, Ma el ga fato la burleta E a Venezia 1' è tornà4). Ma quando il nostro piacevolone sia morto davvero (poiché, pur troppo! anche al suo sermoneggiare ameno doveva por tino, avaro, il Tempo) non si sa ; certamente il Bonagrazia nel 66 non era più di questa terra come ricavo da un curioso dialoghetto tra lui e lo Spinacarpi (un notissimo tipo di facchino d' Erberia di nome Giovanni Perutti, morto il 23 Dicembre 1865 d' anni 50 2)): il dialogo à un certo sapore lucianesco: i due uomini che in vita, sebbene ambedue vagabondi, ebbero però ben diversa condizione e dignità ora, dinanzi alla morte, appaiono uguali quantunque il Buonagrazia mal sopporti tale legge di natura. Ma leggiamo il Ricevimento fato a Spinacarpi da Sior Tonin Bonagrazia al Mondo de là. Ton. Bon. Oe .. chi xe che me svegia in sta quiete, Chi seu vu che vien qua a disturbar? Spina. Perdonò, do parole secrete Da un fachin vegni fora ascoltar... Ton. Bon. No me degno parlar co fachini No go tempo, andò fora dei pj... Spina. Senza scarpe velada e zechini, Se un pitoco compagno de mi... Ton. Bon. Ma chi seu? Spina. Spinacarpi go nome Ton. Bon. Aspetè che me meta 1' ocial !... Spina. Oh che bruto ! che schiza che... Ton. Bon. Come ? Spina. Che sè un stampo da far carneval... ') Tip. C. 1853. Agosto. s) Così da un foglietto volante di G. F. stampato dal Fontana nel 1865 a Venezia col «Ridicolo Testamento» dello Spinacarpi. Ton. Bon. Ze dei ani che so qua dai sorzeti, Fa el formagio ogni di rosegà... Spina. Mi so fresco da pochi zorneti... Ton. Bon. No pensè de restar conservà... De lassar zo la carne e anca el grasso Ghe qua lege, e so in ossi restà... Spina. Mi de là. no so sta un vistec.... Col Petrolio me go imbalsemà... Ton. Bon. Col Petrolio Spina. Liquor ecelente Ghe ze in moda, che brusa el polmon, Le buele, el figa lentamente E se mor senza far confusion. Ton. Bon. Se mor prima che vegna la goba... Spina. Se mor prima che vegna el balon Ton. Bon. No se usava ai mi tempi sta roba... Spina. Quante cosse à cambia sior cogion... Ton. Bon. Se podessi aver sfogi e Gazeta, M' avaria per sicuro informà... Spina. Mi co questa ò impizà la pipeta Tante volte e sardele ò incartà... Ton. Bon. Ma col bever sè morto più presto ! Spina. No podeva più el mondo sofrir... 0' godudo, ò abuo tuti nel cesto E so andà in Ospedal a finir Ton. Bon. E che vita facevi? Spina. Da mato... Lavorar e imbriago ogni dì ; De dormir distirà come un gato Sui matoni col sacco e cussi... Per piacer qualche zorno de bando San Severo me dava el magnar. Gavea el gusto per strada zigando Far la zente, a sentirme, fermar. Ton. Bon. Anca mi me fermava ogni boto, Su la strada, storiele a contar. Spina. Ma facevi el bufon da casoto. In panica... Ton. Bon. Imparò a rispetar... So sta imenso e per boca de tuti... Spina. Anca mi sior... Ton. Bon. Vu sempre un fachin... Spina. Mi so nato da certo Peruti Siora zuca de vecio rabin ! Ton. Bon. Andò via se no ciamo 1' amigo, Che ve sbassa la cresta a dover... Spina. Mi ve stimo assae manco d' un figo, Mi no temo, so un bravo guerier... Ton. Bon. Stuo sti lumi e a dormir me la inoco, E vu sior più parlar no podè... Spina. Ve saludo sior testa de gnoco, A trovarve la busa corèi... F. P. ') Ma i nostri due uomini rivivono ancora e nella memoria dei nostri vecchi, i quali li videro coi loro occhi, e nella nostra che li tramanderemo, forse, ai nostri figli per quella immutabile vicenda che dinanzi alla storia tutto accomuna ed eterna. Antonio Pilot. ISToticina. fosoolistxxa. Vorrei far convergere 1' attenzione di chi si piace di studiare nei capolavori della letteratura le tracce, sia pur tenui e fugaci, di anteriori creazioni letterarie, sopra un paio di riflessi (chiamiamoli cosi) alfieriani che mi venne fatto di notare nella massima opera poetica del Foscolo, e che non mi consta sieno stati mai rilevati dalla critica. Dell'Alfieri, nei Sepolcri, c' è più che volgarmente non si creda: cosi negli spiriti, accesi e risoluti, come nelle tendenze, libere e civili ; così nella irruente foga epico-lirica della espressione poetica, come nella concettosa — e talvolta finanche oscura — brevità dell' espressione linguistica. E sembra, chi tenga desta 1' attenzione, che il Foscolo stesso vi riconosca, in certa qual maniera, quanto deve al grande astigiano, là dove, con insuperata felicità di tocco, ce ne mette icasticamente sott' occhio la sdegnosa figura solitaria : «E a questi marmi Venne spesso Vittorio ad ispirarsi. Irato a' patri Numi, errava muto Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo Desioso mirando ; e, poi che nullo *) Venezia 1866 Tip. M. Fontana Imp. Vivente aspetto gli molcea la cura, Qui posava 1' austero ; e avea sul volto Il pallor della morte e la speranza. Con questi grandi abita eterno, e 1' ossa Fremono amor di patria.» Ma, oltre a tutto ciò, v' ha pure, come ho detto, nei Sepolcri, qualcosa che direttamente proviene dall'Alfieri. Canta il Foscolo (vv. 201-204), dando principio al meraviglioso squarcio descrittivo della battaglia di Maratona: «Il navigante Vedea per 1' ampia oscurità scintille Balenar d' elmi e di cozzanti brandi...* Ed elmi e brandi avea già uniti in un verso del Saul (atto IV, scena IV ; Abner) l'Alfieri, con un verbo all' infinito dello stesso suono e significato di balenar. Cosi: «Sfolgoreggiar d'elmi e di brandi...» Canta il Foscolo, chiudendo il brano suddetto (v. 212): «E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.» E un verso molto simile (specie nel costrutto e nel valore melodico) avea già congegnato l'Alfieri nel Saul (atto V, scena II ; Micol) : «Ma pianto, ed urli, e gemiti profondi.» Ecco : non è certo ora il caso di mettersi a sostenere che i due suoi surriferiti versi il Foscolo li abbia volontariamente e... criminosamente modellati di su quelli, ad essi tanto somiglianti, del Saul. Il Foscolo non aveva bisogno di togliere niente a nessuno, neanche all'Alfieri. L'unica conchiusione logica e possibile sarebbe dunque questa: che il Foscolo in que' due stupendi versi, riecheggiò inconscio e involontario l'Alfieri, più di un verso e più di un costrutto del quale, a lui, suo assiduo e amoroso lettore, deve essere, a dir cosi, rimasto immutabile e indistruttibile negli orecchi. Gior. Quarantotto MISCELLANEAM vi Una biografia quattrocentesca di p. P, Verperio La Biblioteca Civica di Trieste ha acquistato dall'antiquario K. W. Hiersemann di Lipsia un codicetto miscellaneo cartaceo del secolo XV s) ; esso consta di 89 carte ; nelle prime 62 contiene il trattato vergeriano De ingenuis moribus. Al recto della carta 62 fino al verso della carta 63 è contenuta la biografia di P. P. Vergerio il Vecchio che qui pubblico. Essa è certo la più antica scrittura che si conosca intorno l'insigne umanista capodistriano e come tale merita d' essere posta in luce. Chi la compilò dice di avere avuto le notizie che riguardano la dimora del Vergerio in Ungheria da un Pietro Paolo archipresbiter Abbingamensis che aveva assistito al testamento del Vergerio ; e per vero fra i testimoni dell' ultimo atto dettato da questo e pubblicato da me ne\\'Archeo-grafo Triestino 3) c' è un Petrus Paulus de Buionis Canonicus Albiganensis (sic), notaio pubblico. Costui affermò all' anonimo biografo che il Capodistriano era morto nel luglio 1444, ciò che viene a confermare in modo definitivo quella data eh' io per induzione avevo fissata nel lavoro citato. Ma più importante di tutto questo è la prova positiva offerta da questa piccola biografia, che del Vergerio — dopo il suo abbandono dell' Italia — gli umanisti non ebbero più notizia, tanto da crederlo morto da molti anni: errant igitur qui credunt eum iam diu vitam amisisse. E ciò avveniva vivente Eugenio IV, dunque prima del 1447! Noterò ancora che il Vergerio viene detto padovano perchè egli aveva ottenuto ad honorem, la cittadinanza padovana. [Hjic P. Paulus Vergerins Justinopolitanus Patavinus fuit. eius ad huc affines extant. vir summe auctoritatis, doctor utriusque iuris, Philosophus moralis & naturalis, orator sum-mus, Poeta m asini us libris grecis et latinis refertissimus. Hic ■i Vedi Pagine Istriane IX, N. 10-11, pag. 233. 2) Esso ha il numero 69 nel catalogo antiquario N. 330 di quella casa libraria. 3) Nuove testimonianze per la vita di P. P. V., Arch. Triest. III S. vol. III fase. 1 e 2. apud illos dominos Cararienses, qui patavinam urbem dictione tenebant in summo pretio habitus est ut eius virtus vere-batur. Quare dominis l) venetis illam urbem capientibus de-functisque dominis de cararia, P. Paulus dominio venetorum se suspectum credens proinde vite sue non parum timens in panoniam secessit, opinatus non se tutam vitam in Italia2) ducturum. ibi diu vixit, quantum augurari possumus circiter triginta & sex annos. mortuus est de mense Julij 1444 in pan-nonia. reliquit multos libros grecos & latinos, reliquit multas orationes a se compositas : vitas etiam 3) non nullorum sancto-rum patrum in latinum versas ediditque alia : que quanta esse debent elegantia predita 4) hic libellus testimonio est de inge-nuis moribus, quem non ita maturus edidit. qui numerant millesimum in quo domini cararienses privati sunt usque in millesimum 1444 aiunt plus minus ve habitasse hunc Pannonia. hec videant qui annorum numerum habent. Constat tantum 5) eum ibi diu habitasse in summo precio a pannonibus habitum. Errant6) igitur qui credunt eum1) iam diu vitam amisisse8). Nam dominus P. Paulus9) archipresbiter Abbingamensis ve-niens 10) et bononiam transiens cum monstruoso Camelo quem Reverendissima Cardinaljs Sancti Angeli exiens ll) cum exer-citu contra turcos mittebat Sanctitate Pape Eugenij, dixit mihi hec :l2) addidit13) insuper interfuisse eius testamento habebatque munus scarsellam & calaria & scutiam: que omnia quondam fuerant illius Petri Pauli Vergerij. Finis. Baccio Ziliotto. lj cod. dominis is 2) cod. italici se 3) cod. esset, che. si abbreviava così : eet; donde la lezione conget turata : et. 4) cod. predicta s) cod. tantum 6) cod. erant ') cod. eiura 8) cod. amisse 9) cod. P. Paulus Vergerius 10) cod. venies. E probabilmente manca ancora qualche parola. ") cod. existens ia) mihi : hec I3) cod. addit BIBLIOGRAFIA GENERALE Manfredi Porena: Le elegie di Giacomo Leopardi (estr. dai «Rendiconti dell'Accademia dei Lincei» vol. XX, Roma, 1911). Il chiaro studioso napoletano mostra in questo studio tutte quelle finissime doti di ricercatore e di critico che egli applicò nei vari studi precedenti : sia che acutamente venga a trovare e sciogliere nuove difficoltà là dove gli altri erano passati oltre, sìa che dallo studio storico proceda a squisite considerazioni stilistiche. Nello studio presente, egli, servendosi di un fascicoletto autografo del Leopardi sinora non curato viene ad illuminare la storia delle elegie amorose del Leopardi, sulle quali pareva sinora che nessun dubbio potesse sollevarsi. Egli adunque dichiara che la Elegia amorosa composta dal Leopardi quando s'innamorò primamente della Cassi non esiste più nella sua prima forma ; bensì egli ne trasfonde le immagini, espressioni, versi, fors' anco terzine intere in un episodio às\VAvvicinamento della morte. Poi il L. smise l'idea di rifare il poemetto ; e quando volle, nel 1826, pubblicare il racconto poetico del suo primo amore e 1' elegia Dove son dove fui, quello, ritornato autonomo, ridivenne un' elegia e fu l'Elegia prima. Fissata cosi la storia de\V Elegia, il Porena analizza finemente la forma stilistica della poesia della quale «possiamo ora in cinque stadii successivi seguire una storia stilistica che va dal 1818 al 1835, estesa cioè a tutta la fase migliore dell' attività poetica del Grande, dal primo principio fin quasi alla fine del periodo che produsse i Canti». E qui il Porena scrive una pagina di analisi stilistica quale di rado ci avviene di leggere. a. g. Bibliografìa istriana A) Opere d'istriani e di corregionali stampate in Istria e fuori; opere di forestieri stampate in Istria. 20. Ferdinando Pasini: Un poeta istriano; estratto dal fascicolo di agosto 1911 della Rivista d'Italia. Roma, tipografia dell'Unione editrice. Il poeta istriano è Pasquale Besenghi degli Ughi ; e lo scritto che il Pasini gli dedica fu da prima conferenza ; conferenza che venne letta con successo in più luoghi, ma che il Pasini espressamente compose per la Società di Minerva, dalla cui cattedra non s' era più parlato del Besenghi dal giorno — ormai lontanissimo — in cui ne aveva discorso, col poco garbo di uu retore accattabrighe, l'amico e ammiratore Pierviviano Zecchini. Varrebbe in verità la pena d'istituire un confronto tra la conferenza del Pasini e quella dello Zecchini, pure a stampa (Firenze, Cellini, 1878), anche per vedere in che modo si sia mutato in quarant' anni il pensiero dei critici sulla vita, il carattere e P arte del Besenghi. E' ben vero che fra lo Zecchini e il Pasini intercedono il Barbiera, il Tedeschi e il de Hassek (per non ricordare che i biografi maggiori del Nostro), de' quali tutti s' è potuto giovare il novissimo critico ; ma è anche vero che questi ha affrontato il suo tema con una sodezza e serietà di preparazione e una larghezza di vedute tutt'altro che frequenti e tali da conferire al suo scritto un valore grande e duraturo. Io, per me, ad esempio, non esito a dire che il giudizio che il Pasini dà del Besenghi come uomo di lettere è giudizio che potrà forse essere, in un verso o nell' altro, allargato e completato, ma non più essenzialmente modificato. Come anche ritengo che il Pasini abbia con molta felicità e verità schizzato l'indole e il carattere del Besenghi, e abbia bene impostato, a dir cosi, il poeta nell' età che fu sua e de' nonni nostri ; strana e ambigua età, di crisi tutta e di trasformazione, ma forse non meritevole di tutti i sarcasmi onde la persegue, ligio un po' troppo ai più accaniti Catoni dell'epoca, il Pasini. Di veramente nuovo, per quanto spetta ai ragguagli biografici, c' è poco nello scritto del Pasini : non c' è anzi che la sola notizia di una vibrata protesta del Besenghi (e parte della protesta stessa, già stampata per intero dal Pasini nel Fanfulla della domenica a. XXXII, n. 23: «Uno sfogo di P. tì. d. U.") al Tribunale provinciale di Trieste contro l'enormi lungaggini e le gravi illegalità del Giudizio distrettuale di Pirano e del Tribunale stesso di Trieste nello sbrigare le solite pratiche per mettere lui Besenghi nel possesso dell' eredità provenientegli dal fratello Giacomo. Ma è giusto anche rilevare che lo scopo del Pasini non era quello di narrare, su la scorta di nuovi documenti, la sola vita del Besenghi, che così resta tuttavia, ili buona parte, ciò che la giudicava, poco dopo la morte di lui, il primo editore delle sue opere: un mistero; sì piuttosto quello di studiare la figura del poeta isolano in tutt' i suoi lati più caratteristici, in tutte le sue più originali manifestazioni, e di darcene quindi un armonico, logico e anche artistico profilo. Ciò che non si può negare gli sia perfettamente riuscito. Anche perchè lo scritto tutto è riscaldato da una costante e pura fiamma d' amor patrio, da un alto e vivo senso dell'importanza che hanno gli uomini della tempra del Besenghi nella modesta ma non vile nostra storia provinciale. G. Q. 21. Trieste, sessanta illustrazioni con testo di O, Berlatn. — Milano, Bonomi, 1911. Questo volumetto che è il 15 della collezione // Italia monumentale, che si pubblica sotto il patronato della «Dante Alighieri» e del Touring Club italiano, fu amorosamente curato dal concittadino arch. Arduino Berlatn, il quale accompagna all' esercizio pratico della sua arte 1' amore e lo studio della nostra arte passata; ricordiamo il suo cenno illustrativo sull'architetture triestina, inserito nella Guida pubblicata dall'Ateneo di Trieste in onore degli scienziati italiani reduci dal Congresso di Padova (1909). E come altre volte, qui si presenta anche in qualità di disegnatore nella interessantissima pianta cronologica della basilica di San Giusto, come è pure molto interessante lo spaccato della stessa basilica, disegnato dal padre di luì, arcb. Ruggero. Queste e le altre tavole illustrate offrono molte cose nuove non solo al forestiero ma anche al cittadino, al quale questa pubblicazione può riuscire molto utile ; chè troppo dai triestini si ignora. Di quante pubblicazioni illustrate si sono fatte sinora su Trieste questa ci pare la meglio riuscita e la più simpatica per la scelta saggia e di ottimo gusto ; e non potendo nominarle tutte, preferiamo di lasciare al lettore di osservarle tutte da sé" Solo 1' ultima tavola ci pare usurpata dal cosidetto palazzo della posta e vantaggiosamente poteva essere dedicata al tempio israelitico che gli ingegneri Berlam hanno disegnato con nuova arte ed antico rispetto della tradizione cittadina. Simpatica è pure la nota che 1' autore ha premesso alle quaranta tavole, e riassume nel breve ambito di sei paginette una storia artistica ed anche civile, di Trieste, bravamente schizzata. E poiché certo del libretto si faranno molte altre edizioni, vogliamo qui registrare alcune inesattezze sfuggite all' autore ed alcuni errori sfuggiti al tipografo, perchè ne possano tenere conto per la prossima volta. — Pietro Nobile fece gli scavi del campanile nel 1814, come risulta per 1' appunto dalla stampa, pubblicata dalla Società di Minerva, della Arianna dormente. Altri scavi furono fatti nel 1842 ma da Pietro Kandler e dall' ing. Sforzi. — Due errori tipografici : Winckelmann, Bosa. — Forse conveniva accennare più ampiamente alla ragione per la quale il Rossetti si fece promotore del Winkelmann. — Napoleone fu a Trieste di persona solo come generalissimo d' Italia nel 1797 ; la traduzione francese della nota preliminare la-scierebbe credere che vi fosse anche nel 1809, ciò che 1' autore sa bene che non fu; pure personificando in Napoleone il dominio francese, non doveva dimenticare quello del 1805-1806. — Forse si poteva accennare che la villa nella quale abitò Carolina Murat e si chiamò da lei, fu fatta costruire dai Baciocchi, sull'esempio della loro residenza di Piombino. g. B) Opere di forestieri stampate fuori dell'Istria e rifereu-tisi in via diretta o indiretta ad essa. 23. Dino l'i oveiizal : Usanze e feste del popolo italiano Bologna, N. Zanichelli, 1912. Contiene (pp. 3-14) uno scritto di F. Babudri già apparso nella nostra stessa rivista (a. III, n. 6, pp. 126-133): Credenze e costumi della città di Cherso. 24. Rinaldo l'nddeo : Gli Italiani della Venezia Giulia, in Rassegna contemporanea, Roma, gennaio 1912, pagg. 106-122. E' un interessante 3tudio sulla nostra lotta nazionale, nel quale si espongono e commentano le vicende e i risultati dell' ultimo censimento generale. V' è soprattutto nell' autore quella cognizione delle nostre condizioni che troppo spesso manca a molti di quelli che si occupano di noi' S'- 25. Elda Gianelli: Iprofani; estratto dalla «Rivista di Astronomia e Scienze affini»; a. VI, febbraio 1912. Torino, Stab. Tip. G. U. Cassone. C' è una categoria di profani — avverte acutamente nel denso articolo l'illustre scrittrice nostra — «che s'illuminano della dottrina in sè e 1* accolgono in cuore pur senza possederne il magistero». Sono i profani intelligenti, coloro onde emanano spesso i più liberi, acuti, infallibili giudizi in materia d' arte e di scienza. E se mai accade che uno scienziato unisca «alla sapienza sua particolare 1' anima sempre nuova e rinnovautesi del profano intelligente, egli sale da vero all' altezza massima della gioia del sapere, raggiunge le vette del sublime, tocca la piena ebbrezza del- f 1' orgoglio umano, che non è già ebbrezza di trionfo ma di sommissione alla grandezza incalcolabile del mistero da cui la scintilla umana trae il suo punto di luce». Belle, sentite e veraci parole. G. Q. NOTIZIE E PUBBLICAZIONI. * Giovanni Pascoli, «1' ultimo figlio di Vergilio», come lo chiamò con incisiva felicità d' espressione il d'Annunzio, è morto. E' morto non ancor sessantenne, in quella fiera e nobile Bologna che nel 1905 lo aveva veduto salire, fra il consenso e il plauso di tutta Italia, la cattedra illustre ch'era stata del grande maestro suo, di Giosuè Carducci. E', per la nazione nostra, che riconosceva in lui forse il più genuino rappresentanto del vecchio genio italico, un lutto gravissimo ; è, per la poesia nostra, che si gloriava di lui come dell' unica face che potesse competere con quella del cantor delle Laudi, una perdita senza rimedio. Con le miti e soavi Myrìcae che gli diedero la fama, coi Poemetti, coi Canti di Castel-vecchio, coi Poemi conviviali, con le Odi e inni, coi Nuovi Poemetti, che gliela mantennero ed allargarono ; con le Canzoni del Re Enzio, coi Poemetti italici e con gl'Inni a Roma e a Torino, che furono le ultime manifestazioni della sua Musa, ugualmente atta a cantare le piccole e le grandi cose, a interpretare cosi le mille arcane voci dei campi, come la sola grande voce della Patria; coi poderosi suoi studi danteschi, animati da una tutta nuova e originai dottrina esegetica ; con le quattro sue stupende per erudizione e novità di criteri educativi antologie scolastiche latine e italiane; con i suoi molti discorsi, belli tutti di larga commossa umanità e di fine elevatezza poetica; con que' mirabili carini latini, infine, onde conquistò e conservò per tanti anni all' Italia il primate nei concorsi mondiali d' Amsterdam; — con tutta la vasta, varia e gloriosa opera sua di letterato e d' artista, Giovanni Pascoli, acquistando un imperscrittibile diritto ad uno dei maggiori posti nella nostra storia letteraria dell'ultimo ventennio, s' era pur reso meritevole della più cordiale e incondizionata riconoscenza di tutti gì' italiani. Il significare questa riconoscenza all' ombra sua magnanima è quanto di meglio si possa oggi fare anche da noi. Q. * Atti della Accademia scientifica veneto-trentino-istriana, III serie, anno IV, fase. 1° e 2°: R. Fabiani, Sulle rocce eruttive e piroclastiche dei Colli Berici. — V. Zanolli, D'un simbolo dissotterrato in un villaggio preistorico lacustre nel territorio palavo. — V. Zanolli, Ricerche antropologiche sulla colonna vertebrale dei Padovani. — G. Teodoro, Note su alcuni artropodi raccolti nel Veneto e nella Lombardia. — V. Zanolli, Alcune considerazioni a proposito della genesi delle forme craniche. * Rassegna nazionale, Firenze 1912. IV-VI: Paolo Bellezza, Turchi ed Arabi di due secoli fa. — Gnesotto Attilio, Sul fine — motivo dell'atto morale. — E. Dipìetro, Campania. — Manassei Paolano, La legge per gli infortuni degli operai sul lavoro nell' agricoltura, dinanzi al Senato. — Brunialti Attilio, Tripolitania e Cirenaica. — S. B., E' originale la letteratura latina? Divagazioni d'un filosofo, — Fimi Giuseppe, La vita del Petrarca nella vita del suo secolo. — Fea Pietro, Una storia veramente moderna. — Riccabona Vittorio, Le due concezioni — Dialogo fra uno Spiritualista ed un Positivista. — Franceschini Emilia, La Chiesa e il Convento di S. Stefano in Venezia. — De Caesaris Giov., Ricordi Fo-gazzariani. * Rivista Tridentina, A. XII, n. 1: Weber Simeone, I maestri Co-macini nelle, valli del Trentino. * Fanfulla della Domenica, 1912, u. 8-13: Ricci Raffaello, Risorgimento italiano. — Allodoli Ettore, Le odi del Parini. — Satta Salvatore, Goldoni. — Gatti Mario, Arte e scienza d'archivio. — Federzani G., No-terelle noiose. Il latino nella «Divina commedia». — Gianelli Elda, Malebranche. — Pilot A., Sonetti inediti del Labia per la chiusura del Ridotto. * Il Marzocco, 1912, n. 8-13: Parodi E. G-, La conquista di Tripoli. — Caprin Giulio, «Rosmunda». — De Rinaldi-s Aldo, Goethe disegnatore. — Gargano G. S., Le poesie, di Michelangelo. — Rabizzard Giov., Il Rinascimento e le pareti domestiche. — Nascimbeni Giov., Figure minori del Risorgimento. — Albertazzi Adolfo, Usanze e feste. — Castellini Gualtiero, Le anticipazioni di Vincenzo Gioberti. — Ada Negri, Suor Marianna Alcoforada. — Pizzetti Ildebrando, Arrigo Boito. — Chiappelli Alessandro, Antonio Pacinotti. — Caprin Giulio, Cosmopoli letteraria — Gargano G. S., Il mondo del «Decameron» in un poeta inglese. — Rabiz-zani Giov., Il Prati e la critica. AVVERTIMENTO Se neanche questa volta diamo fuori, come pur avevamo promesso, il numero kandleriano, ciò dipende dal fatto che non stimammo inopportuno accogliere il consiglio, venutoci da più parti, di far coincidere 1' uscita del fascicolo suddetto con lo scoprimento della lapide, decretata dal Comune di Trieste, sulla casa in cui nacque Pietro Kandler ; scoprimento stabilito per il 23 del venturo maggio, giorno natalizio del grande storico. Nè i cortesi nostri lettori si lagnino del ritardo : il nostro numero kandleriano, e per bontà e per varietà di contenuto, sarà tale da compensarli ad usura della lunga attesa. LA DIREZIONE Giuliano Tessari editore e redattore responsabile. Stab. Tip. Carlo Priora, Capodistria. pietro kandler P