poti CHlStfO/fc uiiiiimiHiMiiiiiiiimiiimiiiimffe I i ESCE IL \ Settimanale umoristico del Y. L. T. I 1 Prezzo L. 201 niiiiiiiiiimiimiiiiiimiiiiiimimrc Tassa postale pagata - Abb. Il Gruppo I DOLORI DEL MINISTRO CAPITOLO I S’avanzò Don Chisciotte seguitato dal prudente villico che gli funzionava da scudiero. Indi dopo aver minacciosamente accennato in direzione dei mulini a vento si portò graziosamente alcune dita alla celata, emettendo un simpatico verso comune attestato d ella gentilità dei tempi nostri. Dopodiché accortosi della inquietudine che s'impadroniva del servidore, cosi lo Interpellò; DON CHISCIOTTE — T’intendo o Sancio, tu muori di voglia ch’io ti levi l’interdetto che ho porto alla tua lingua, e poiché oggi per la prima volta, dopo tanti anni, ci presentiamo ai colto e l’inclita, tienilo per tolto e parla a tuo senno che l’rrdine cavallefesco da me professato, divieta di far torti a chicchessia-SANCIO — Havvi vostra eccellenza la luce eterna dello Onnipotente, ma, ohimè, partii, padron mìo che ciò sarà di gran lunga difficile, poiché terra che, la malaventura lo >Uole, stanno sollevando nel loro trotto le nostre oaralca-*ùihe, è quella di un paese ove ^perversano, peggio della pe-,te le leggi dettate dalle liber-così dette, democratiche. DON CHISCIOTTE — Che dici mai, fedele Sanciti? Che sono in vero queste libertà? SANCIO — Le libertà di fare tutto ciò che non è proibito, vossignoria. DON CHISCIOTTE — Ad e-sempio? SANCIO —- Sono libertà, ad esempio, padron mio, che permettono ai nuovi Goebbel# di nascere e di svilupparsi di abbaiare alla luna e tirare morsi al vento, simili a latrati ringhiosi, perchè l’uomo libero deve permettere che ci sia chi minaccia la sua libertà. DON CHISCIOTTE — Io noi credo, fedele villano, l’esistenza di una così spregevole stregoneria. Ma se anche ciò fosse, qual maleficio p incautamente potrebbe impedire l’intervento del valore e della maestria di questo forte mie bracete ? SANCIO — Senonchè, l’eccellenza vostra ignora oiò ohe io so, ohe non malefici o incantamenti incontreremo sul nostro cammino, ma tuta altre cose terribili, ed io non so per quale ragione vossignoria voglia metterai a si tremende cimento! DON CHISCIOTTE — San-eio mio, hai da sapere che io nacqui per favore del cielo, in questa terra piena di fantasima, e a me aspettane i più alti ed immemorabili avvenimenti, le straordinarie cose e i fatti d'arme da oscurare i più celebri finora uditi. Poni bene mente, fedele ed accorto scudiere, quei cartelli ohe vedi laggiù recanti misteriose e multicolori scritte, quali « No Entry», «Slow» o «Not of bund» o l’altra ancora, la temibile parola di certa opera di terribili malefiei, in cui spero ci imbatteremo, che ci appare a caratteri di fuoco «allieti militavy govennemenu la quale seria bastante da per sè sola a metter tema paura e spavento nel petto intero del dio Marte, sono invece incentivo e stimolo all'animo mio!! SANCIO — Venga il malanno a ehi se lo va a buscare ! dice il proverbio, illustrissimo, che qui torna a proposito come anello al dito, e tanto più a proposito in quanto vossignoria dovrebbe credere di mutar strada, dacché nessuno oi obbliga a sagù ira questa eh’è piena di tanti spauracchi. DON CHISCIOTTE - E tu temi gli spauracchi, villane codardo? SANCIO — Ohimè, padron mio; specie quando spauracchio significa guerra. DON CHISCIOTTE — Sai tu dunque che cosa sia la guerra? SANCIO — Die nel verrebbe, eccellenza, ma a parer mie la guerra è l’intervallo fra una pace e l’altra. DON CHISCIOTTE - E la pace? S4NCIO — Ahimè, illustrissimo, vorrei non fosse l’intervallo tra una guerra e l’altra! AUGI fi. 1 CAPODI STRI A - 6 DICEMBRE 1947 “ODDO,, EI GORILLA Z Numero 1 Col cuore impavido, già l'elmo in testa, T «hidalgo» intrepido — la lancia in resta — parte alla carica con mente desta. Non lotta solita fra botti e vini, o contro pecore contro molim (che, in fondo mancano o son meschini); ma caccia tipica gaia e pungente, che con la satira viva e mordente sferzi le nàtiche d'ogni indecente. Non sono bùbbole, nè smargiassate ... Se Sancio brontola, si faccia frate... La bestia scàlpita, tira pedate. « Arri! mio nobile grande destriero! non prender viottoli, nè alcun sentiero, corri con impeto, fa come spero. Calca la solida strada gigante, vedrai che ridere ad ogni istante. Arri! mio nobile gran Ronzinante! » L’« hidalgo » intrepido — la lancia in resta — col cuore impavido, con l'elmo in testa parte alla carica. S’apre la festa! Dulcineo HiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiuiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiinHiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiir-fotto, ho sempre scritto «Viva il Duce!» con la «d» minuscola! Alla quale segue l’assoluzione del simpatico avvocato nonché, nell’ordine e nella legalità, la vignetta per assolutori: E* LOGICO D’ALTRONDE Di LANDÒ' ho deciso. Scriverò sog- vede la sua amata fra le brac- I giudici: — E come potevamo condannare Giunta ai «lavori forzati» con tutta la disoccupazione che c’è? Affrettiamoci perciò a mutare argomento, dopo averci Prudentemente disinfettata la bocca vediamo che cosa suc-®«de a Milano A Milano gli antifascisti fanno intendere e-hergicamente la loro decisione a rintuzzare qualsiasi ten-mtivo di rinascita fascista. Berciò fiera protesta del neofascisti che per il sollazzo dei nostri lettori, quivi ei pregiamo dii illustrare : SOPRUSI I camerati: — Dopo vent’anni di schiavitù non si può neanche vivere in pace! Tanto va. però, che neanche ‘ fascisti sono delle cattive Persone, basta saperli prende-f*- Prenderli a calci, per e-Bemplo, è una delle maniere migliori; ragion per cui, vignetta esilarante. getti cinematografici per Hol lywood: in cambio riceverò tanti soldarellii. Scriverò trenta soggetti al giorno: a mezzo dollaro l’uno fanno quindici dollari. Qualcosa come nove-mila lire al giorno. Una pacchia. Non mi credete capace? Perbacco se lo sono! Mi sento soggettista nato: sprizzo soggetti da tutti ì pori! Ne volete uno subito subito, qui su due piedi? Un momento... cominciamo col titolo... eccovelo: «Il ciondolo della marchesa». Bello, no? Trama: Filippo un giovane aitante, bello, forte, generoso simpatico ricco in divisa di capitano anzi no, di generale d’aviazione va a teatro, Qui trova una guardarobiera: belila, onesta, giovane, pura, intelligente, povera e sola al mondo. (Un suo fratello verrà fuori più tardi). Il giovane generale ne rimane colpito. Sorrisi, invito a cena, ballo, bacio amore... Decidono di sposarsi. Lui è anche nobile. Dice: Chissà se mio padre... cosi severo... io duca e tu figlia di popolo. Lei, fra le lacrime, non fa che mormorare: Duchessa... duchessa.. Mio Dio! Vanno dal duca padre. Dice il vecchio: Per la spada del re! sei impazzito? Impossibile! Ma il vecchio duca è un burlone, fa il nobile di vecchio stampo, cosi per gioco, per tener sospeso l’animo degli spettatori, invece è democratico più di mio nonno. occonsente con gioia. Adesso, improvvisamente. facciamo scoppiare la guerra. Forzata partenza dell’aquilotto e mancato matrimonio Qui potrei far ritornare vittorioso il nostro Filippo e terminare il tutto con un gran ballo o una festa pirotecnica. Andrebbe già più che bene per gli intelligenti produttori americani. Ma no. Vado avanti. Voglio creare un film da presentare come un potente dramma d’amore, passione e morte! Quindi partenza del duchino e serena attesa da parte delia ex guardarobiera installata in un ricco appartamento. Attenzione perchè la dolcezza del soggetto cede il passo alle fosche tenebre del dramma. (Stà nascendo un capolavoro!) La giovane si ricorda di avere un fratello minatore e, buona come è gli invia qualche centinaio di dollari. Il giovane fratello (una perla di minatore) si precipita dalla sorella per ringraziarla Eccolo che arri va: «Adalgisa, sorella mia!» si abbracciano Una porta in fondo si apre: appare Filippo detto anche il «Duca volante», eia di un altro. Trema. E* divinamente bello in quella sua divisa un pò strapazzata dalla guerra... silenzio tragico. Brividi per tutti. Il duca è impegnato in una tremenda lotta con se stesso per vincere il dolore che lo sconvolge. Finalmente parla: «Fuori» dice calmo Indicando la porta. Fratello e sorella uniti e silenziosi se ne vanno... A questo punto, forse, qualcuno fra gii spettatori p.ù e-sigenti si chiederà il perchè dii quel ìnspiegabile silenzio... Perchè? Perchè così. Ha chiesto il pubblico, certi perchè a «Balalaika», «A-miamoci ancora», «Il fantasma dell’opera», «Questa notte e o-gni notte», «E’ fuggita una stella»? ecc. No. E allora andiamo avanti col nostro «Ciondolo» e facciamo piangere le lettrici di «Gran’Hotel: disastro minerario e morte del fratello di Adalgisa. Duca Filippo, che è anche padrone della miniera conforta personalmente i parenti delle vittime... Eccolo: ritto in piedi, a capo scoperto sotto la piogia, accarezza vedove e orfani... (che buono Filippo detto anche «e-roe dell’aria») Santo cielo che cosa vede? Lei, la sua Adalgisa che ancora tanto ama... ma allora!? Presto la lista con i nomi!... Quii Filippo cade in un terribile equivoco: crede Adalgisa moglie del minatore deceduto... E’ la pioggia o sono lacrime quei goccioloni che rigano il bel volto del giovane duca, detto anche «Asso di tutti i cieli»? Ecco Adalgisa che s’avanza lentamente... Dirà la verità? Che cosa dice? Ma santo cielo che cosa aspetta per chiarire la faccenda? Mamma mia che bel film! Effettivamente credo che questo mio «Ciondolo della marchesa», che qui verrà intitolato «La vergine in pericolo», segnerà una tappa nell’ erte della cinematografia mondiale Z&e&' fanutòcf SfdUr jèM Al chiarissimo e colendissimo Signore il signor WISTON CHURCHILL Inghilterra Ill’mo sig. Churchill. Io sono quel tale al cui nome altri si compiace d]aggiun-gsre il non poco lusinghiero attributo «famoso», di cui Ella avrà certamente sentito parlare- Se oso inviare questa mia all’Uomo che per acume, e lungimiranza, e ampiezza di vedute, insigni studiosi di genealogia classificano tra le «eccelse menti» invece che ad [Di ELGAR altri pur rispettabilissimi uomini politici, è perchè ho ritenuto più che onorevole associarmi ai ponderati giudizi sulla di Lei persona degli studiosi di cui sopra L’oggetto della mia epistola è la solenne, imponente, austera, pomposa,' straordinaria nonché storica cerimonia »vol- VIGNETTA INTER NOS VIGNETTA FOLLE — Beh, ragazzino, si fanno queste cose per terra? — Non sono stato io, è stato l’ombrello, perbacco, eppo , „ renazzlno. in sono l’imnieaato Massimi aiu- tasi a Londra in occasione delle fauste nozze della graziose principessa Elisabetta con lo augusto Filippo Mounbatten Duca di Edimburgo; o meglio, le manifestazioni di giubilo giunte all’insperato parossismo che il nuziale avvenimento ha suscitato, oltre che nel mondo civile, anche nei lontana e sperduti villaggi del Tibet e delle isole Zanzibar e Pembe, e qui da noi, in questa nostre Trieste ufficialmente repubblicana ma ufficiosamente tendente alle monarchie. Qui, adunque, la sera di mercoledì, si son visti metallurgici. legnaioli, carpentieri e giovani apprendisti, dopo una giornata di faticosa operosità, anziché darsi, i più vecchi, al ben meritato riposo e i lùù giovani alle danze o al gioco della morra, segare, piallare, inchiodare assi, onde i festeggiatori del mattino seguente fossero forniti del necessario per degnamente solennizzare. Il frutto di tante fatiche si potè ammirare non prima del primo canto del gallo. Torri merlate, carri arabescati, cartelli con diciture in versi, prue di navi - ed altre meravigliose opere d'arte giacevano allineate ai margini delle piazze periferiche, nelle immediate adiacenze delle fabbriche, davanti ai portoni delle case operaie. Alle ore fi precise di giovedì 20 novembre 1947 mille cortei, volontariamente e spontaneamente formatisi nottetempo, con fanfare in testa, e con cartelli e con carri addobbati a con minuscole castella, mossero dalle piazze della periferia verso il centro. Le vie della città erano letteralmente ricoperte di fiord elandeelinamente inviati dal retroterra. Dalle finestre gar- nasate.. rivano al vento lunghissimi veli di sposa. Le campane delle chiese • della cattedrale coi suoi echeggienti rintocchi annunciavano al mondo intero che Trieste era in festa. E dalle piazze traboccanti, dalle rie „^gremitissime, dalle finestre stipate di gente, un grido solo, poderoso, assordante, ad levava possente al cielo: «Felicità egli »posi!». A trasformare la contenuta gioia del popolo in gioia delirante e irrefrenabile venne l’imponente stilata dai reparti miliari. I bei soldati, fieri del loro aspetto maschio e volitivo, sfilarono solenni al dolce suono dell’orecchiabitissim* musica scozzese. Le giovinette degli educandati colà convenute, agitavano saltellando candidi fazzoletti, e gettavano fiori, e lanciavano griderelli di gioia quasi per attestare la profonda stima e simpatia che esse nutrono per i contingenti appiedati delle forze armate. Le donne, comprensibilmente e-mozionate, si asciugavano gli occhi con le mani, con fazzoletti o con oggetti vari. Giovani genitori ai grido di: «Evviva!»; «Questi sono a vostra disposizione!»; «Truppa, tu sei tutti noi!»; ec sollevavano alte sulle braccia le loro creaturine. Trascorsero così, in un'atmosfera d’idillica apoteosi, con la velocità del lampo, le oire del giorno Calate le tenebre ebbero Inizio la grande fiaccolata e i fuochi d’artificio; i festeggia- li fascista: — A noli L’antifascista: — E a chi poi? Natur alimente... Oggi mi sono dato de fere un accidente per scovare de che parte s’tra cacciato il famoso ribasso dei prezzi. Cerei di qua, cerca di là, final- BEH? INS0MMA-. D bottegaio: — Per 1* carne, la farina e il pene, ancora niente. Però c’è un torte ribasso sugli elefanti e sulla magnesia blsurata. E allora, cari amici, allegria! La vite è ancora bella» e noi non abbiamo che ottan-taquattro anni. Parliamo di cose allegre. Della Grecia, per esempio. E perchè no? Ho capito, avete paura di compromettervi. Del resto anche noi» e dopo avervi sbattuto in faccia questa vignetta sibillina promettiamo di non parlarne par oltre cent’anni: ELLADE Ricordo, con un cer- ravo le coperte fin šoto rimpianto, come se pra la testa per non sen-eli anni non avessero tire lo stridìo della sega ancora spruzzato di e il respiro affannoso di bianco le tempie del ra- mia madre, pioniere del piano di so- a tarda notte, la sen-pra, i San Nicolò di tivo coricarsi accanto a venti e più anni fa. me, sentivo la sua bocca Ero buono da picco- sfiorare la mia fronte, discretamente intelli- e il sommesso singhioz- San Oticolò tuli Vedendomi contra- E subito dopo, le mo- aha^cuolfri vaVpersCtu! S°o ^ciTa^ diare e non per gioca- e fìngendo di volermi« re; e che, oltre a tutto, divertire, mi mettevo * avrei potuto rompere il correre per ja cucina fa-mio bel trenino. cendo «tuf, tuf, tuf, tuf— Ma io insistevo, affta- tu tuuuu’"> chè nessun dubbio po- Mia madre, allora, mia scompariva per ricompa- io, ... —S£!=v= =•=:=:'“ .-= gente e obb 1 . . barchetta fatta con car- mettevo il pezzetto di La sera di ogni cinque lo fingevo di dormire, ( H. ,rizv„,IQiA „ „„ __ „„n- » dicembre mia madre, or- ma avrei tanto voluto — D popolo greco deve rimanere fedele alla sua bandierai Ma guarda un po’ che rischi dobbiamo correre per le trenta lire mensili che ci passa la nostra amministrazione» No no, cari amici, cobi non ve, ognuno deve curarsi della proprie salute, anzi, cosparsoci il capo di cenere giuriamo di non interessami mai più di politica: VIGNETTA APOLITICA menti, ravvivati dall’&vvicen-darsi del cori e dei discorsi improvvisati »saltanti le gesta di Ettore, di Achille, e delle principali figure della mitologia. si protrassero fieo a notte inoltrata. Questa, signor Ministro,, in sintesi la, storica giornata del 20 novembre 1947 di Trieste, a dispetto di quanti, animati da pletorico spirito malvagio e da turpi disegni politici, vorrebbero far credere che i cittadini di Trieste, pur essendo tutt’altro che degli anacoreti, il giorno 20 novembre hanno disertato la città per darsi all’eremitaggio in eegno di profondo disprezzo per i matrimoni in genere, a in particolare per quelli dei principi e dei reali. Nella speranza intenda Ella accogliere con benevole degnazione i segni della mia profonda stima e immutata fede mi firmo devine Egorio Bell — Qui »ta U basine, anche la nuova generazione sarà imperialista? Ora ee giurate tutti di abbonarvi al nostro giornale par un minimo di quarantadue anni ed un massimo dì venticinque secoli, vi raccontiamo una intelligente storiella : STORIELLA All’angolo di una via c’è un tale ohe con voce querula dice: «Gate fa caritè... late la oar tè a uno che ci vede...». La gente gli passa accanto indifferente. «Fata la carità., tate la earità a «ne ohe ei vede...» ripete l’uomo, fino a chè un passante e ferma e lo interpella: «Come sarebbe? Vorrete dire., a uno che non o! vede!». «No...» replica l’altro ah» è un filosofo «...fate la car tè di non farmi vedere un cosi tarla numero di porcate!». Con thò, tenetevi puli« e rileggeteci le settimana ventura. ALIO! VIGNETTA PER UXORICIDI fana e priva di mariti gridare: «Mamma; marnine''ali carezzandomi ma, non piangere: io culla tèsta mi diceva: sono un uomo ormai, . _ a-eirlereresti ti anche se ho $0,i otto porose San Nicolò?» Mnì= non desidero tre’ u dotando un fanalino rosta di giornale e un bel legno nella borsa e an- S? '' trenino. Allora mi met- dàvo a scuola. I miei che passa ti direttissi- tevo a battere le mani, compagni, durante il ri- mo-> e saltellare, e a fare la poso, si scambiavano i Poi arrivava il vigile faccia da scemo, prò- doni che aveva portato urbano che pregava mia prio come fanno i barn- loro San Nicolò. Io guar- madre di riportare il fabini di otto anni quan- davo, ma il mio trenino nalino rosso in istrada Boriasse San ivicoior» . - Dim ai otto anni quan- davo, ma a mio trenino uoiuiu »v»»«. —- P,U» treno, rispondevo T.T»d? toZro *> "»«“»» -P«™"'* -in,.««,» in tondo .11. per „«.re tire ive-eo» ..„.»S,occhi, * . j»~ cercando di dare al mio schiaffi. Non voglio Le calze di cotone e- bUo da nas , p sguardo uno, due, o più nulla> ma tu non pian- rano saltate fuori d*a un nessuno P»te^ hr er Ed io, per fm-^e a lampi di gioia. pere, non piangere più paio di guanti vecchi di alla Povertà del mio ve- mia madre di essere lm- «Bene» rispondeva mamma...» mia madre; il treno conparlerò io stessa con S. Le parole, però, mi sisteva di una tavoletta Nicolò, e gli dirò che tu, rimanevano in gola fa- di legno rettangolare in fondo, non sei stato Cendo battere il mio con quattro bottoni per imperdonabilmente cat- cuore tanto forte che ruote; e perchè io, sba tivo quest’anno», lic»uuu pem-jeo »* * - —E.U IVt psi 111XJ*v-1 x- — alla povertà del mio ve- mja madre di essere im-ro San Nicolò. merso nel gioco e di non A chiunque mi doman- dare soverchia ‘mpor-dava perchè non avessi tanza alla mancanza de portato con me i regali fanalino rosso, continua- ricevuti, rispondevo che vo a correre come un . ingannata, uaiu, la mia mamma non me matto, a pestarmi a indicendo mi stringeva a andò più volte all’uscio con qualche altra cosa, l’aveva permessi, t su- sta contro l mo u - " a chiedere chi mai fosse sui due fianchi figurava bito aggiungevo che e- za accusare alcun 09 in bella calligrafia la pa- rano giocattoli enormi e re> a gridare «tu, tuuuu , rola: treno. che tutti, dopo averli pensando eoa il cuore veduti erano rimasti a spezzato alle automoui- «Me lo permetti, mam- erano e a„u aeroplani ver- cuoi c lamu iwii. vi«« - ; , . . Così raja madre, ingannata, dato, non lo scambiassi sè e — Ma che fate, siete pazzo? " Mi dispiace, ma io non voglio morire senza prete. appoggiava il suo viso sulla mia testa; e sentivo, senza che me lo dimostrasse, tutto il dolore che provava per a-ver cercato di convincermi di essere stato cattivo durante l’anno. «Ora va a letto, e dormi» mi diceva «Io aspet-San Nicolò», andavo a letto, e ti- ferò E e che cosa volesse a quell’ora di notte. Ma io fingevo di dormire e non potevo dir nulla. Ed ascoltando i singhiozzi soffocati di mia madre aspettavo i’aiba pregando che la notte non finisse mai. ffgš EIEEjž battendo *16 mani. Ma giocattoli che avevano E ricordo ancora, con mia madre rispondeva ricevuto i miei ćompa-negativamente perchè, gni, e rassicuravo che diceva, non era bene nessuno era così bello Al mattino apprendevo portare a scuola giocai- come il mio. un certo rimpianto, San Nicolò di venti più anni fa. ELGAR — Reverendo, io sono per 11 divorzio. — sciocco, già tacchi 11 alale eoo le aorna e te ne vuoi liberare. S)m Chisciotte PAURA DELLA TUTA 1ÌM — Commendatola sono arrivati — Aiuto, mamma mia! — -, per riparare lo scarico del bagno gii operai... LA NOSTRA NAUSEA L» nostra reazione di fronte alla edificante conclusione del cosidetto «processo» contro il criminale fascista Francesco Giunta, processo che, ragionevolmente può definirsi con qualsiasi altra parola, burla, beffa, turlupinatura, quel che si vuole, meno che con quella di «processo» ; è stata una indignazione talmente incontenibile e talmente violenta che ti più delle volte resta inespressa. Poi l’indignazione fa la fine di una vampata e si spegne, lasciando un rigurgito di profonda e desolata amarezza. Noi sappiamo bene tutto ciò, amici, noi lo sappiamo bene, perchè proviamo le vostre sensazioni e i vostri stessi impeti. Conosciamo bene questo senso di disgusto che ci serra alla gola che di fronte alla tu rida realtà dei fatti, che d appaiono perfino irreali, ma che altro non sono se non la logica conseguenza d’una politica nera di un governo dello stesso colare, fa fiorire sulle nostre labbra la parola che è la prima e più esatta espressione del nostro stato d’animo. Schifo! Ed è cosi. Noi oggi scatta ma lo schifo di ciò che accade, lo schifo di chi vede la marea di fango ribollire, tentando di risalire di giorno in giorno, lo schifo di chi si accorge che a soli due anni dalla liberazione si trama per ribattere 1 chiodi della catena, con l’accondiscendente assenteismo governativo. Questo è fascismo. Fascismo, capite? Questa parola che sognammo bandita dal linguaggio comune. Fascismo, questa parola minacciosa che ha rovinato la nostra giovinezza. Fascismo che tenta di riprendere quota portato a braccia dalle Corti d’Assise j ove si giudicano i reati dei vari giunta, nelle aule, cioè, di una Giustizia che anziché apparire come una rispettabile signora con la bilancia e lo stellone In testa ol appare come una volgare sgualdrina che spudoratamente metto in mostra la proprie vergogne, come le prostitute dei lupanari. Il «processo Giunta» che gli antifascisti triestini avevano atteso per tanto tempo è stato tl più awiliente spettacolo che mai Corte d’Assise abbia dato a vedersi. Giudici patriottardi e avvocati litigiosi, atmosfera chiassosa dalla quale l’imputato ne approfitta per sentirai a suo agio per ostentare la sua canagliesca indifferenza e la sua impudente e criminale sfacciataggine- Questo il palcoscenico dove si è svelta l’apologià dell’incendiario del Balkan, l’assas «ino di antifascisti, il ladro di anelli ed altri valori nelle spedizioni di terrore sul Carso e nell’Istria; questi i prò tagcnlsth il tutto con contorno di nostalgie e lacrime: «Pelai Fiume! Zara!«. Sentenza: ASSOLTO! Meno di ciò che toccherebbe all'ubriaco fermato per schiamazzi notturni. Ora Francesco Giunta è libero di ritornare a Trieste per pavoneggiarsi tranquillamente quale promotore per la difesa dell'italianità di queste terre, badate però,» non certo scalcagnato come ci capitò per la prima volta, ma elegante e ben pasciuto ; gli avventurieri, 1 nostalgici e gli imbecilli lo ac coglieranno a braccia aperte, e gli «irredentisti del pugnale • della bomba» aumenteranno Il una voce il coro del pigmei montati su trampoli che, In grazia alla mancala applicazione di una epurazione seria « composta, ululano alla luna «Pala! Fiume! Zara!». «I traditori ce la pagheranno!». I traditori naturalmente dovrebbero essere gli antifa scisti, quelli che perenna certa aliquota del marciume nostrano restano tuttora dei delinquenti (perchè gli hanno fatto riempire i calzoni nelle giornate della santa insurrezione), gli antifascisti che hanno fatto abolire l’orbace, le a-quile, l’uomo della provvidenza l’adunata del sabato che hanno portato il fastidio dei troppi partiti, la seccatura di pensare con la propria testa e, soprattutto che hanno combattuto per la libertà, questa maledetta libertà ohe a costoro è così fastidiosa, repellente, Incomparabile con la mentalità è la coscienza di chi è servo e non saprà vivere che da servo. AUGI Il treno andava monotono nella notte. Nello »comparti-in. nto, quasi tutti dormivano. Si udì a un tratto un passeggero rumore di motore. «Un caccia», d sse una voce, «è passato un caccia». «E con questo?» disse u-n.a seconda voce, «dormiamo, è meglio». «Come, dormiamo?» disse il primo, «e se quello mitragliava?» «Mitragliava!?» chiese il secondo, «ma se è finita, la guerra!». «Sì, sì, va bene», disse il primo, «sì fa presto a dire: è finita la gu: rra. E se quello veniva dalla Grecia». «E adesso che che c’entra la Grecia?» disse il secondo. «C’entra sì», fece il primo. «Paniamo che un Grecia non abbiano delle notizie precise su quello che c’è qui. Il caccia ti passa, vede un treno, non sa se è carico o no di munizioni, e nell’indecisione, tre tre tra te limi fraglia». «E’ difficile» disse il secondo, «però 11 treno va piano, potevamo saltare dal finestrino». «Già», disse il primo, «chi sa saltare. E chi no?? e le donne e i vecchi? Finisce che uno si rompe qualcosa, ecco come finisce». «Beh», fece il secondo, «questo non mi riguarda. Io so saltare benissimo dal treno in corsa. Da giovane, a-bitavo a un casello messo e-sattamente alla stessa di stanza fra due stazioni; e ogni giorno, al ritorno dalla scucia, saltavo dal treno in corsa». «Io no», disse il primo, , io non potevo saltare, r’-tornando dalle scucia. ' A-vevo il ginnasio a duecento metri; e la mia classe era al quarto piano. Poi, mia mamma mi accompagnava sempre ; e a lei, sua mamma permetteva di saltare cosi dal treno?» «Oh», mormorò il secondo,, «io non avevo mamma». «M: dispiace», fece il primo, «è morta quando lei era molto giovane?» «Oh sì», disse il secondo, «è morta cinque mesi prima che io nascessi». «Poveretto», e il primo scosse il capo, «dev’essere doloroso nascere senza mamma». A questo punto, si udì u-terza voce, che disse: «ma quello non era il rumore di un caccia; era una macchina che passava sulla strada». «Beh. quand’ è così. ..», disse il primo. «Buonanotte», disse il secondo. «Finalmente si può dormire», sussurrò i' etrèo. Altezzosamente menano la loro esistenza di parassiti alcuni relitti di una società sorpassata che, rifiutando sdegnosamente all’umanità dolorante ogni ausilio nel riscattare 11 diritto ad u-na vita di tranquillità nel lavoro, succhiano da essa la linfa necessaria ai loro senili piaceri. Rinchiusi in una torre d’avorio, aggrappati a pregiudizi medioevali, decadenti frutti di una società superata... %