ANNO XX. Capodistria, 1 Dicembre 1886. N. 23. LA PROVINCIA DELL'ISTRIA Bice il 1* ed il 16 d'ogni meie. ASSOCIAZIONE per un anno fior. 8; lemeitre • quadrimele in proporiione. — Gli abbonamenti «i ricevono pretto la Redaiione. Sulle condizioni agricole del territorio di Pirano e il compito dei piranesi di fronte all'infezione fillosserica. L'olivicoltura, la frutticoltura e l'orticoltura, ecco i tre generi di coltivazione a cui bisogna dedicarsi, non praticandoli però come è stato fatto fino adesso, ma con un rero indirizzo tecnico. Già ebbi ad osservare, che la coltivazione degli olivi, ad onta essa abbia una storia nel territorio di Pirano, venne in questi ultimi anni, causa la vite e causa il rinvilimento dei prezzi dell'olio trascurata. Ora è giunto il tempo appunto per Polivo, di ritornare all'antico, e cioè di tenerlo da conto quale uno dei maggiori cespiti di produzione. Oltre alle cure di coltivazione cha si facevano uaa volta, quali sono : la concimazione regolare, le zappature, bisogna applicare una razionale potatura, la quale non è stata mai insegnata ed è perciò sconosciuta. A tal uopo io proporrei che alcuni possidenti di Pirano facessero venire per loro conto dei buoni potatori pisani, come da parecchi anni li fa venire la Luogotenenza di Zara. Oltre a queste cure, è indispensabile che venga prestata una maggior attenzione alla confezione dell'olio. E per dire alcunché in proposito, bisognerebbe far intendere, ad esempio, che le olive devono essere macinate possibilmente appena colte ; se ciò non è possibile, di conservarle in modo che non si riscaldino; nei torchi bisogna che venga curata la pulizia molto di più di quello che si fa ora; i vasi in cui si raccoglie Polio e quelli per i quali lo si fa passare, devono essere di metallo; i vasi di conservazione devono essere tenuti in locali appositi, puliti ecc. ecc. I terreni del territorio di Pirano sono poi specialmente adatti per la coltivazione delle piante da frutto, sia per la loro natura, quanto per la loro posizione. L'essenze fruttifere alle quali bisognerebbe particolarmente dedicarsi, sono il pesco, il pero, il pomo ed il nocciolo. A queste piante bisognerebbe dedicare degli appezzamenti appositi, e sotto questi si potrebbe fare dell'orticoltura, e nel caso che per questa avessero a mancare le braccia oppure il denaro, si potrebbero lasciare a prato. L'importanza della specializzazione delle colture non occorre qui farla rilevare. L'impianto di estesissimi vigneti che hanno fatto in pochi anni i piranesi, Articoli comunicati d'intere«!« general* *i ttampano gratuitamente. — Lettere • danaro franco alla Redaxion*. — Un numero »eparato soldi 15. — Pagamenti anticipati. dimostra meglio di ogni mio dire che questo assioma eminentemente economico è penetrato nelle vedute di quei bravi agricoltori. Se indicai le specie fruttifere che al giorno d'oggi riterrei più convenienti, sia per la ricerca del mercato quanto per la qualità del terreno, non bisogna però ritenere che qualsiasi varietà di queste frutta potrebbero dare un eguale reddito. Oggigiorno le varietà che hanno un valore per P esportazione, sono le frutta primaticcie o tardive, le quali devono possedere una grandezza media ed una consistenza tale da poter sopportare i disagi del trasporto. A Pirano si trovano delle qualità che corrispondono a queste esigenze; è da sperare soltanto chi queste vengano studiate ed opportunementòfemle-zìonate. Riconosciuta la grande importanza che potrebbe avere la frutticoltura, mancano però nella generalità degli agricoltori quelle cognizioni che sono indispensabili a conoscersi, per farne una vera industria. E qui gioverebbe far conoscere l'importanza ed il modo di formare i vivai, i sistemi d'impianto ed infine la potatura; cose tutte che per via naturale s'infiltrano mezzanamente negli agricoltori, ma alle quali, di fronte ai presenti bisogni, bisognerebbe dare un certo impulso, offerendo degli esempi, per mezzo dei proprietari più intelligenti e facoltosi, nonché mediante una adeguata istruzione storico-pratica. Dell' orticoltura si potrebbe trarre un grande vantaggio dalle coltivazioni forzate, le quali per il dolce clima invernale e primaverile, nonché per P esposizione, si presterebbero ia terreni di Pirano. Della coltivazione estensiva poi di molte piante ortensi che non richiedono irrigazione abbiamo i pomodori, i cavoli, le rape, i piselli, le fave, i fagiuoli, le cucurbitacee, ortaggi questi che possono dare delle forti rendite e dai quali già oggi si ricava un non indifferente guadagno. Ed eccoci alle viti americane come aveva promesso. Sono già cinque anni trascorsi dacché io insisteva per queste benedette piante ; anzi a tal uopo non mancai di pubblicare una istruzione sul modo di coltivarle (Vedi Viti Americane — Memoria del Dott. Domenico Tamaro. Capodistria 1882). Naturalmente, troppo debole era la mia autorità, perchè mi si desse ascolto ; certo si è però, che se a quell' epoca si avesse cominciato a fare degli impianti esperimentali, oggigiorno si avrebbero dei dati sufficienti per conoscere le varietà delle viti americane che meglio sì presterebbero per i nostri terreni, per il nostro clima e per il nostro genere di coltivazione ; mentre invece non si hanno nè viti americane, e presto neppure viti nostrane ! Mettere in dubbio la resistenza alla fillossera delle viti americane, sarebbe lo stesso che negare la luce di pieno giorno. Naturalmente però, che anche per queste, come per tutte le piante esotiche, bisogna studiare le esigenze loro, essendoci dei terreni ed altre condizioni che sono più avversi per l'una che per 1' altra varietà. Non tutte le varietà e specie di viti americane resistono adunque alla fillossera, come non tutte di queste possono essere coltivate per la produzione diretta: ma soltanto quali portainuesti. Per essere breve riassumerò i risultati delle ultime esperienze che sono state fatte iu Francia, sulle viti americane, dove queste piante sono oggetto di studi protondi da molti anni. Le viti americane, in grazia del vigore delle loro radici, vogliono un terreno profondo e bene scassato all' atto dell' impianto, dei lavori colturali ripetuti e razionali, delle concimazioni energiche e frequenti. Si deve curare nelle piantagioni la distanza fra filare e fidare, così che questa non sia minore di 2 metri o 2 metri e mezzo, affinchè le radici possano fruire quanto è mai possibile dei vantaggi delle lavorazioni e delle concimazioni. Medesimamente vuoisi studiare prima dell' impianto i vitigni che convengono meglio al nostro suolo, a scanso di pentimenti tardivi. -Dei vitigni americani considerati quali portamenti, i più raccomandabili sono : La Riparia pei suoli argillosi, argilloso-silicei e silicei, al sicuro dell' umidità latente, permeabili ed a-venti una profondità almeno di 60 cent. Il Yorck-Madeira nei suoli secchi e ghiajosi. 11 Solonis nei terreni umidi, profondi, calcarei. 11 Viaìla in quelli argilloso-silicei. 11 Jacquez nelle terre forti e profonde. 11 Rupestris nei terreni poco profondi e aridi, nei quali il sasso e la gliiaja sono quasi a fior di suolo. Quanto ai vitigni americani considerati come produttori diretti di vino, si avrebbe torto a sdegnarli a priori, cioè prima di conoscerli meglio. Generalmente i vini provenienti da viti americane si riscontrano assai colorati e molto alcoolici. È qualche cosa: al postutto quello che fa il vino è forse più il terreno che il vitigno. Che si moltiplichino dunque i produttori diretti dappertutto dove si fanno vini comuni. L'Herbemaut prende grande sviluppo nel Sud-Ovest della Francia; la sua vegetazione è vigorosissima, la foglia è sana, il frutto abbondante ed il vino giustamente apprezzato. L' Othello nei suoli profondi dà una marcatissima produzione e così il Canadà. Il Naah è un vitigno che dà vino bianco, assai alcoolico e riesce in tutte le terre. L'Elvira nel suolo argilloso-siliceo darà molta uva. 11 Senasqua è per terreni bassi e freddi. Oltre a questi vitigni ben conosciuti, sono oggi allo studio : Il Black-Eagle, il Black-Defianel, il Brand, il Secretary e la Cornucopia. Questo è quanto venne deliberato dall' assemblea generale del Congresso di Bordeaux, che chiuse i suoi lavori il 30 agosto 1886. Prima di terminare questo mio scritto, riassumo brevemente i miei detti, nella speranza, che altri più competenti di me vorranno mettersi all' opera per dare un vero svolgimento alla questione fillosserica. Mi preme di far osservare, che parlai in particolar modo di Pirano, non perchè le mie proposte non potrebbero essere attuate in altro luogo dell' Istria pure infestato dalla fillossera, ma perchè Pirano è la più danneggiata di tutte le città, e che ne risente già ora i funesti effetti della fillossera in un col Comune d'Isola. L'intraprendenza e la bravura già conosciuta degli agricoltori di Pirano e d'Isola, ci sono arra sufficiente per non temere che sapranno superare anche questo ostacolo ad onta della indiscutibile difficoltà per risolverlo. Ed ecco le conclusioni : 1. Per il continuo progresso che fa la fillossera nel territorio di Pirano, è necessario che oggi la questione venga studiata seriamente dalle persone competenti in materia, onde evitare funeste perdite di ricchezza, che se ora sono appena sensibili fra poco possono diventare disastrose. 2. Fortunatamente, il territorio di Pirano, sia per la sua posizione, che per il suo clima, potrebbe avere dei mezzi per risolvere la questione e cioè col: a) coltivare più razionalmente l'olivo e migliorare la confezione dell' olio ; b) estendere la coltivazione delle piante da frutto, limitandosi a poche varietà ben distinte e coltivate in appezzamenti specializzati ; c) darsi all' orticoltura, che è mai sempre il ge- * nere di coltivazione più redditivo ; d) continuare la coltivazione della vite per chi la vuole, fare un calcolo se i rimedi proposti per combattere la fillossera sieno applicabili per la spesa che si deve sostenere; nel caso contrario darsi alle viti americane, procurandosi di quelle resistenti, e queste o innestarle colle viti nostrali, o mantenerle tali, se sono buone, per la produzione diretta. 3. Tutti questi rimedi potranno essere applicati quando si vorrà dar mano all'istruzione elementare d'agricoltura, e ciò mediante conferenze, non teoriche soltanto, ma pratiche, sul modo di potare, innestare, prepararsi i vivai e così via. Nessun agricoltore di Pirano si rifiuterebbe di mettere a disposizione del conferenziere un appezzamento di terreno, con pianta ecc. 4. Alla provincia poi o meglio al Consiglio provinciale di agricoltura, spetterebbe di aprire dei concorsi a premi, a due o più anni di tempo, per i migliori vivai, frutteti, oliveti, orti e così via. Grumello del Monte, 2 Novembre 1886 (Bergamo) D- 0r- T- Le nostre società di mutuo soccorso In seno alla società operaia triestina è sorta la preoccupazione stili' andamento delle sue condi- zioni economiche, le quali, basate su massime riconosciute erronee dallo statuto, andrebbero a terminare in una sicura rovina, se presto non vi si porrà riparo. Per fortuna quella zelante direzione ha già dato mano agli studii di riforma dello statuto, come leggiamo nell' organo sociale 1' Operaio, che nel suo ultimo numero contiene un articolo di grande importanza, nel quale sono svolte le ragioni evidenti per cui urge la riforma, e si dimostra in che questa debba consistere. È da molto tempo che noi, sollecitati dalla direzione della società di mutuo soccorso di Capodistria, abbiamo richiamato l'attenzione delle società consorelle sulla necessità di riformare i loro statuti, quasi per intero copiati da quello della società triestina, contemporaneamente alla quale fu fondata quella di Capodistria. La direzione della società di Capodistria fu la prima a incamminarsi su questa via della riforma, non senza superare grandissime difficoltà; chè già nell'anno 1882, con una circolare in cui furono esposte le mancanze dei nostri statuti, ed i modi di porvi riparo, invitava a cooperare alla riforma le direzioni delle società consorelle, compresa quella di Trieste; progettava per quando gli studii fossero approdati a buoni risultati, un congresso generale di tutte le direzioni, collo scopo di gettare le basi di uno statuto razionale, tanto più che solamente colla legge dei grandi numeri si sarebbero potuto concretare in cifre le medie che si riferiscono alla nostra provincia per ciò che riguardano la mortalità e la probabilità di malattie secondo l'età. Pur troppo, conviene rilevarlo, nessuna delle società se ne preoccuparono ; non valsero le sollecitazioni fatte dalla stampa tanto su questo periodico, quanto m\V Istria, la quale ne fece anzi tema di ripetuti articoli. L'esuberanza di vita delle giovani società, gl' incassi abbondanti di fronte alle spese nei conti annuali, accecarono le direzioni, che non pensarono al domani, quando cioè i giovani sarebbero diventati vecchi, e quindi aumentati i giorni di malattia, e sarebbe incominciata l'età delle pensioni, promesse con troppa facilità, senza calcoli di previsione. La società di Capodistria non si scoraggiò, e continuò da sola i suoi studii, giovandosi di quel prezioso manuale „Della carità preventiva e dell'ordinamento delle società di mutuo soccorso in Italia" di Enrico Fano (Milano, Civelli, 1869). Nominò un comitato per la riforma, un membro del quale, il signor Giorgio Cobol, pubblicò un lavoro di somma importanza, che ottenne anche 1' onore di ripetuti apprezzamenti da tutta la stampa in provincia. Anche VIndipendente e VOperaio ne fecero cenno; e forse giovò a destare dalla troppo confidente tranquillità i soci della operaia triestina. Questi studii pratici del signor Giorgio Cobol, furono cresimati da successivi studii di un' autorità riconosciuta e giustamente apprezzata, il Dr. Vitale Landi, direttore del ramo vita delle assicurazioni generali in Trieste, il quale si prestò, con una generosità rara, a compilare una memoria corredata da tabelle statistiche, dalla quale si possono ricavare tutti i dati necessari per riformare sopra base sicura i nostri statuti. E per quanto ci consta, le riforme sono già belle e pronte e non attendono altro che la sanzione dell' assemblea dei soci. Senonchè, anche 1' anno scorso non si è potuto raccogliere il numero legale voluto dallo statuto, perchè sieno deliberate ; nè la direzione si affrettò a sollecitare un' altra convocazione, ma credette opportuno, anziché procedere a tamburo battente, di far entrare invece nell'animo dei soci con mezzi indiretti e pazienti la convinzione della necessità di queste riforme, le quali non sono tanto facilmente comprese dall' operaio. L'agitazione, che ora incomincia in seno alla società triestina, le dimostrazioni pratiche fatte col mezzo del suo organo V Operaio, l'esempio infine di Trieste, gioveranno moltissimo a rendere convinti anche i nostri operai, e speriamo in breve di vedere gettate le basi sicure, le quali sorreggano e difendano da ogni pericolo le nostre società. Ancora una volta ci rivolgiamo alle direzioni di tutte le società della provincia nostra, perchè pongano mente a quanto si è fatto qui a Capodistria, ed a quanto si sta facendo a Trieste, e si persuadano della urgente necessità di riformare i loro statuti, pena la rovina sicura dei loro sodalizii. Un' accademia romana Sulle accademie dei secoli scorsi fu detto tanto e spesso tanto male, che parrebbe dovesse cader la penna di mano a chi si ponesse in capo di tesserne una storia apologetica. — Anche l'Istria ebbe le sue a Trieste, a Capodistria, a Pirano, a Rovigno ed in altri luoghi; ma è a deplorar« che non siano in vita anche oggi ; perchè colla torbida marea che minaccia sempre di invaderla, le Accademie, cedendo alla inesorabile necessità dei tempi, sarebbero state il palladio sacro ed inviolato della sua lingua, della sua coltura, della sua civiltà. Un esempio luminoso del gran bene che potrebbero far sempre cotesti sodalizii, se sapiente- mente indirizzati, ce lo dà l'antica accademia romana dei Lincei, nei nostri tempi rinovellata di novella1 fronda da un grande e potente ingegno, vero miracolo di operosità, di arditezza, di patriottismo — Quintino Sella. La formazione, lo svolgimento ed il progresso dell' accademia dei Lincei sono estesamente narrate nella Perseveranza in un discorso di A. W. Hofmann, pronunciato innanzi alla società chimica in Berlino; il quale discorso fu tradotto dal prof. Luigi Gabba. Perchè i lettori abbiano un' idea di codest' accademia, rechiamo qui i seguenti brani: La fondazione di quest' accademia rimonta al principio del 17.° secolo. Neil' anno 1603 il giovane Federico Cesi, figlio del duca di Acquasparta in Roma, insieme a tre altri giovani, due italiani, Francesco Stel-lutti e Anastasio De Filiis, ed un avventuriere olandese, il medico Johan Ech (Giovanni Echio), fecero una Società per lo studio delle scienze naturali, il cui scopo era di studiare sperimentalmente la natura: ciò che intrapresero subito con giovanile ardore i suoi fondatori. La Società doveva avere nelle quattro parti del mondo quattro residenze proprie, dette Licei, fornite dei mezzi sufficienti per permettere ai membri di condurre una vita comune consacrata al culto delle scienze. In questi Licei i membri dovevano trovare collezioni, biblioteche, osservatori astronomici, giardini botanici, laboratorii chimici, e tutti gli apparati necessarii, oltre alla tipografia, onde ogni scoperta venisse diramata a tutto il mondo. Tra la Casa madre di Roma e le figliali delle altre parti del mondo doveva essere un continuo scambio di pensieri. I membri avevano la massima libertà di movimento e solo il matrimonio, .mollis et eifeminata quies,"come si esprime il diciottenne Federico, doveva essere proibito ai membri, perchè meno adatto a favorire il progresso della scienza. Ma, a quanto pare si rinunciò presto a questa regola severa. Come emblema della Società e dell' Accademia, come fu poco dopo chiamata, si scelse la lince, che allora si trovava ancora negli Abruzzi, col motto „Sagacius ista." A questo animale si attribuisce una straordinaria vista, e, davanti a quell' emblema, dice lo Stelluti, i membri dell' Accademia devono ricordarsi che nello studio della natura l1 osservazione del fenomeno esteriore non basta, ma che bisogna guardare in fondo alle cose, come l'occhio della lince penetra i più nascosti segreti. Di qui il nome della nuova Accademia. L'imagine della lince, incisa nello smeraldo, è portata dagli accademici in un anello, da cui essi non devono mai separarsi. G. Ech, sorpreso da malandrini, ingoiò l'anello, che egli d' allora innanzi non portò più al dito, ma bensì nello stomaco, non senza frequenti incomodi. Si potrebbero ricordare altre singolari consuetudini dei licei; essi prendono nomi sonori, e l'Ech, per es., si chiama „Illuminatus," e corrispondono tra di loro in cifra. Si vede che i signori accademici non tralasciano anche i piccoli mezzi per circondarsi di un certo mistero. Pel duca di Acquasparta i- tentativi scientifici di suo figlio, e specialmente i suoi rapporti cogli altri Lincei, non vanno molto a genio, e non ha quindi alcuno scrupolo di accusarli presso il governatore di Roma e presso il Santo Ufficio. Egli riesce in breve tempo a disperdere per ogni dove i membri dell' Accademia. Cinque anni dopo, essi si radunano di nuovo, punto scoraggiati dalle difficoltà frapposte alla loro riunione. Fino al 1611 non si aggiunse ai fondatali che un solo altro membro ; ma nell' anno successivo il numero dei soci va crescendo, e diventa legione. Galileo, che era all' apogeo della sua gloria, entrò egli pure nell' accademia dei Lincei. Da questo momento comincia il vero sviluppo dell' Accademia. Domenico Carutti, nel suo interessantissimo scritto su Giov. Ech, ') ci dà il nome di non meno di 33 scienziati illustri, che furono ammessi sino all' anno 1625. Dal suo ingresso in poi, Galileo è l'eroe della nuova Accademia. 11 grande Pisano tra« le sue dottrine, non già dagli scritti di Aristotele, ma dal libro aperto della natura: egli è l'insuperato rappresentante del metodo d'indagine fondato esclusivamente sull'osservazione, appunto lo stesso metodo che i Lincei vogliono inaugurare. Non deve quindi far meraviglia che i destini dell' Accademia vadano sempre più fondendosi con quelli di Galileo. Come sono felici i Lincei di festeggiare quel raro uomo durante il suo primo soggiorno in Roma, come sono lieti quando Galileo invia loro, qualche anno dopo, il manoscritto del Saggiatore, che essi stampano prima che i gesuiti abbiano ad impedirneli ! Ma l'Inquisizione ha già adocchiata la sua preda, le reti son già gettate; se la muta non è ancora sguinzagliata, è solo perchè alcuni degli inquisitori non possono a meno di sentire venerazione e ammirazione per quell'uomo di cui essi devono soffocare le dottrine. Le persecuzioni cominciano subito dopo che Urbano VIII salì sul soglio pontificio. L' ordine diceva : se egli non verrà volontariamente, verà condotto a Roma in ferri. Federico Cesi non ha sopravvissuto all' anno del processo che ha impresso sulla Curia un marchio indelebile ; egli era già morto nel 1630. La sua morte fu un grave colpo per 1' Accademia dei Lincei, ma ancor più grande fu il processo di Galileo. Dopo quanto la Curia aveva ardito contro il più grande scienziato dell' epoca, Roma non era più luogo sicuro per la scienza. Non si trovò alcuno che volesse assumere la presidenza dei Lincei. L'Accademia trascinò ancora per qualche decina d'anni una misera esistenza. Nel 1657 non vi erano più Lincei. Non mancarono tentativi per richiamare in vita la morta accademia dei Lincei. Nel XVIII secolo, se ne occupò dapprima Giovanni Bianchi, e più tardi Papa Benedetto XIV; miglior successo ebbe il tentativo di Scarpellino e Pessuti in principio del nostro secolo. Infine essa sorse di nuovo sotto Pio IX nel 1848. Anche in Roma la terra area incominciato a girare intorno il sole; anche in Roma non si voleva chiudere gli occhi o turarsi gli orecchi. Ma il tempo non era ancora propizio al culto della scienza; e, prima di tutto, vi erano altri problemi che dovevano risolversi in Italia. Nulladimeno i Lincei dopo il 1848 hanno incominciato a pubblicar Memorie, cosicché, quando gli italiani entrarono in Roma, trovarono un'Accademia che ') Domenico Carutti: Giovanni Echo e l'istituzione dell'Accademia dei lincei. E. Acc. d. L. 1876-77. non mancava di una certa estimazione locale. Ma i mezzi pecuniarii di cui disponeva erano così scarsi che essa durava fatica a stampare le sue nume-iose Memorie : di una illustrazione non si poteva parlare. Ma era venuto il tempo di richiamare ad una nuova ed efficace vita 1*Accademia dei Lincei, di darle nuovo lustro ; e così noi ritorniamo, dopo questa lunga digressione, al nostro amico Quintino Sella. Sa vi era un uomo adatto a operare questo rinnovamento, egli era certamente il Sella. Solo uno scienziato distinto, un uomo di stato esperto, e l1 amico personale del Re, possedeva la necessaria influenza per tentare con speranza di successo il risveglio della Accademia dei Lincei. Per il Sella il pensiero di dedicarsi a questa difficile impresa aveva inoltre qualche cosa di seducente: innalzare un tempio della verità in quella stessa Roma dove la verità fu tenuta per così lunga pezza in ceppi; fondare un centro di libera indagine nelle vicinanze del Vaticano, in quello stesso luogo in cui questo libero esame avea condotto un Galileo in carcere ed un Giordano Bruno sul rogo ! e il nostro amico non indugia a mettersi all'opera. Il 7 gennaio 1872, fu eletto membro, e il 1 marzo 1874 presidente dell' Accademia : il 22 del medesimo mese, in un banchetto a cui egli aveva invitato accademici, ministri, senatori e deputati, tiene un brillante discorso in nome dei Lincei, e propone che ad accrescere la sfera d' azione dell' Accademia, si assegnino mezzi più generosi per la sezione fisica e naturale, e si crei d' altra parte una classe per le scienze filosofiche e storiche. _ n^r o tizi © Il 25 novembre si compirono venticinque anni dal giorno in cui Graziadio Ascoli di Gorizia fece in Milano la sua prima lezione di storia comparata delle lingue, dalla cattedra dell'Accademia scientifico letteraria che egli non ha più abbandonata. Molte città, compresa la consorella Gorizia, tributarono in quell' occasione all' illustre friulano, di fama europea, omaggio di stima e di amirazione. Nella seduta 14 corrente del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti, P illustre professore Giovanni Omboni presentò uno Studio cristallografico, corredato di due tavole, del dottor G. B. Negri — sulla apofillite di Montecchio maggiore nel vicentino, — studio che l'Istituto accolse e deliberò sia stampato nei suoi Atti. E il secondo lavoro cristallografico del dottor Negri che l'Istituto veneto accoglie e fa stampare sotto i suoi autorevoli auspici. Il Negri, di antica e nobile famiglia albonese, abbandonò pochi anni addietro, per forza maggiore, lo studio della medicina nel quale s' era inoltrato a Vienna, e si applicò con ardore allo studio delle scienze naturali nell'Università di Padova, d' onde, nell' autunno del 1885, appena riportata la laurea, fu chiamato al posto di assistente alla cattedra di mineralogia nell' Istituto superiore di studi pratici di perfezionamento a Firenze posto, che copre tuttora con onore. I J-1 Questo è per noi il caso di dire con Cicerone : tibi gratulor, mihi gaudeo; chè 1' onore meritamente toccato al Negri, nostro comprovinciale, è onore anche per la terra che gli diede coi natali la prima educazione, il primo indirizzo, e per il paese alle cui tradizioni gloriose ha necessariamente attinto la ispirazione allo studio. Prosegua animoso la intrapresa carriera allargando di più in più e approfondendo il pensiero nei vasti campi della scienza che guida 1' umanità a sempre maggiori conquiste e la condurrà, non v' ha dubbio, a maggiore prosperità. — (X.) (Istria) Il ritratto ad olio di P. Kandier Riportiamo con vero piacere quanto pubblica L'Indipendente del 26 m. d. intorno a questo ritratto, eseguito con rara maestria dal nostro concittadino B. Gianelli; e ce ne compiaciamo tanto più in quanto che gli elogi tributati dalla consorella Trieste, città assai intelligente e colta, la quale vanta artisti di primo ordine e di fama assicurata, sono una verace attestazione di stima al nostro istriano, che gli sarà riuscita, siamo certi, assai gradita e quale compenso al lungo studio ed amore posto in un' arte sì bella e tanto malagevole. Il nostro concittadino, uno dei più distinti allievi dell' Accademia di Venezia, fu anche amico e discepolo a Pietro Selvatico, insigne scrittore d' arte che tutti conoscono. L'Istria che da più anni apprezza l'ingegno e le opere del Gianelli, si compiace oggi a ragione per la riuscita di questo nuovo suo lavoro, il quale sarà ornamento di un sodalizio, che è tra i più utili e benemeriti della provincia. „Nel negozio del signor Schollian, in via del Ponte Rosso, è esposto il ritratto ad olio di Pietro Kandier, che; per iniziativa dell' egregio podestà di Capodistria, signor Cobol, e con oblazioni dei principali comuni dell'Istria, fu fatto da quell'egregio pittore di Capodistria che è Bartolomeo Gianelli, e sarà offerto in dono alla Società di archeologia e storia patria in Parenzo. Questo ritratto di Pietro Kandier, che abbiamo visto stamane, ci pare opera di valentissimo pittore riuscita assai bene. Pietro Kandier vi è raffigurato, non nell' nltimo tempo della sua vita, ma in un periodo di ancor vegeta età. I suoi capelli bianchi come la neve indicano la vecchiezza dell' illustre uomo, ma la faccia serena ha poche rughe. La fronte è lumeggiata caldamente, l'occhio fisso concentra lo sguardo in un pensiero, la bocca è atteggiata a una certa bonaria severità. Intorno al collo gira due volte 1' alta e voluminosa cravatta nera, tradizionale ne' nostri buoni vecchi, e dà a tutta la fisionomia, molto somigliante, un' aria austera. Il braccio sinistro posa sul bracciale d' una poltrona a stoffa verdognola; la mano destra sopra un tavolino. Lo sfondo del quadro è rosso: nera la cornice, con delle rame ad intaglio. Bartolomeo Gianelli ha bella fama di pittore; bella fama, che questo ritratto conferma splendidamente. Ri- traendo la cara e venerata sembianza di Pietro Kandier, gloria di tutta la nostra provincia, Bartolomeo Gianelli ba fatto veramente opera degna d'artista e di patriota." Appunti bibliografici Edmondo De Amicis. — Cuore — Libro per i ragazzi. Milano. Treves, 1886. Confesso candidamente di aver preso in mano il libro del De Amicis con qualche prevenzione. Non già che io abbia mai negato essere egli uno scrittore di primo ordine ; sapevo però le difficoltà dello scrivere per ragazzi. Cominciai quindi a sfogliare il libro e a prendere gli appunti. — Perchè la maestrina saluta con tristezza il suo scolaro, e gli die«: Enrico, tu vai al piano di sopra, non ti vedrò nemmen più passare? (pag. 2) — Siamo ai soliti pianti ; lagrimae rerum proprio rerum preso alla lettera. E che dire di quella teatralità della disgrazia, proprio lì a uscio e a bottega, quando il ragazzo va sotto le ruote dell' omnibus, si rompe una gamba, e il Direttore lo solleva un poco con tutte e due le braccia per mostrarlo alla gente? (pa. 6). Adagio adagio, signor Direttore, lei corre rischio di rompergli peggio la gamba. E non mi va quell' accenno al suicidio, suicidio classico, proprio un coltello nel cuore, per la disperazione di vedere i ragazzi nella miseria (pag. 22). . . . Ma ecco che 1' onda del periodo in' incalza, mi preme ; le proposizioni, che vengono via rapide, brevi, e si accalcano una sopra l'altra scalpitanti, accorrenti, mi rapiscono; la pienezza del sentimento mi opprime mi soffoca quasi. Ho le lagrime agli occhi anch' io, e non mi vergogno dirlo. Al diavolo gli appunti: l'autore ha vinto. Faccio la controprova in iscuola, in terzo corso, con ragazze tra i dieciotto o i venti, e leggo con un'aria distratta con un riso semi-mefistofelico sulle labbra. Qualche susurretto prima, poi via via silenzio sempre più profondo, ... la lettura è finita. Mi guardano ... un fremito prima; sono vinte, soggiogate dal sentimento; si scuotono, si risvegliano, scoppiano in un oh ! lungo di ammirazione. Che più? Una mamma, alla mia presenza, lo legge al suo ragazzo di sette anni, un diavolo di ragazzo, terrore di tutti i caffettieri ed esercenti quando entra in bottega, e che non ista fermo un momento. Eccolo, è là, non batto palpebra ; diventa pallido ; e quando la mamma ha finito, la prega di tornargli a leggere il capitolo, ed ha i lucciconi. Dunque è un libro ottimo. L'autore voleva far piangere, e i lettori piangono ; e si sentono migliori. Non più fisime ; lo stile è efficace ; è un vero trionfo ; piaccia o non piaccia a certi critici. Tenuto ultimo, non intendo di tagliare la testa al toro ; posso però giudicare a mente riposata, e rispondere a molti appunti. Perchè se moltissime furono le lodi; non mancarono le voci stuonate, quasi arrabbiate degli Aristarchi ('). Lo accusano di aver scritto con inchiostro diluito nell' acqua di rose, d'aver creato certi tipi di ragazzi impossibili, tirati giù dalle nubi. Non è vero. Non tutti i ragazzi che frequentano la scuola del De Amicis sono modelli di virtù ; ce ne sono di buoni e di cattivi, come dicono quelli di Lucca. C' è l'invidioso, c' è il superbo, 1' avaro ; quei ragazzi si abbaruffano, gridano, saltano come tutti i ragazzi del mondo ; c'è poi il pessimo soggetto, che viene espulso dalla scuola. E si vuole di più? Ci ho trovato perfino uno spruzzolo di metodo esperimentale e di atavismo : il Crossi tira un calamajo nella testa a un suo compagno, proprio come il suo babbo, il numero 78, che in un impeto d'ira ha ucciso un uomo. Sono adunque tipi punto ideali ; ma studiati e colti dal vero ; sono macchiette riuscitissime, giurerei che molti di questi ragazzi sono compagni dei figliuoli del De Amicis. Tutti sanno che lo spirito di osservazione, 1' analisi si trovano in alto grado nell'autore; prima di scrivere egli vuole tutto vedere, toccare ; quindi lo stile suo calcato, fotografico anche troppo. E poi si rifletta allo scopo del libro, all' intendimento educativo. Abbondano è vero i tipi del bene, anche i tristi hanno il loro lato buono, hanno cuore; ma guai se non fosse così. L' educazione morale deve essere più positiva che negativa, lo sanno anche le muraglie della scuola; vale a dire più devono essere gli esempi del bene da imitare, che del male da fuggire, ed il perchè è troppo ovvio. I critici che hanno fatto con tanto scalpore questo appunto al De Amicis sono critici usi a tirar giù nei giornali, esaminando romanzi e novelle, e in faccende di scuola e di educazione non hanno voce in capitolo. Un' altra osservazione ancora. Se qualche scrittore osa ancora presentare gli esempi del bene, si mettono in ridicolo subito — i fioretti di virtù — e si grida all' idealismo. Ma viva Dio ! dopo tutto, il mondo non è così triste, e un po' di bene lo si opera tuttora. Solo che i buoni sono modesti; la virtù è pudica; i buoni non sonano (') Tra questi i critici dell 'Italia, della Lega Lombarda e dello Sigaro, giornali di Milano. la tromba in piazza per chiamar gente e dire : | Guardate, io sono un galantuomo. I tristi sì fanno strepito, e perciò appariscono i più; anzi si vantano di essere più cattivi di quello sono realmente. Io che vivo in mezzo alla scuola, e per dovere di officio ogni giorno m' aggiro tra le panche delle scuole elementari, potrei citare a cento, e cento esempi di virtù nei ragazzi, di pazienza eroica nelle maestre. Ben fece quindi il De Amicis a mettere in mostra questi piccoli eroi, ignorati o disprezzati dal mondo. Perchè, (a parte 1' eterna questione dell' arte per V arte) tutti vorranno convenire che almeno pei ragazzi sarà vero l'epigramma del Giusti, e che un libro il quale non rifà la gente è meno che niente per le scuole, e rende più dispregevole d' un ciarlatano il suo autore. Dunque il De Amicis ha mirato giusto, ed il suo libro raggiunge l'intendimento educativo. Altro merito: risponde al titolo Cuore, educa il sentimento, supremo bisogno oggi. — Ma ci sono troppi piagnistei, rispondono certi critici. Prima di tutto intendiamoci. Un libro, libro pei ragazzi, per essere efficace, per farsi leggere, deve rispondere a tre grandi bisogni dell'adolescenza: eccitare la fantasia, muovere la volontà al bene per via del sentimento e moderatamente educare la riflessione eccitando lo spirito di osservazione. Fantasia, cuore, osservazione: senza di ciò a nulla si approda. E fantasia prima di tutto. Guardate come i ragazzi leggono avidamente i libri del Yerne, le avventure di Robinson Crosuè, guastandosi spesso anche la testa, con molte storture. Ci sono poi i libri didattici, i testi ripieni di borra enciclopedica, che rimpinzano la testa dei bimbi di una farragine di cognizioni: rudis indigestaque moles. Ma pochi quelli che rendano migliori i ragazzi e gli educhino. S'istruisce e non si educa, è il lamento generale. Ora, per piegare al bene la volontà certo giova la voce della coscienza, l'idea del dovere, il rafforzamento del senso morale. Sta bene, ma se noi moviamo il cuore, se eccitiamo la fibra del sentimento, indirettamente, e senza il predicozzo avremo influito sulla volontà, e la indurremo con dolce violenza a fare il bene e fuggire il male, soddisfacendo così a un vero bisogno della fanciullezza. Ed anche ad un bisogno del giorno. Cessati gli entusiasmi dei tempi eroici, nella società italiana, si è diffuso pur troppo uno spirito di scetticismo e d'indifferenza. I giornali, le caricature, i discorsi che si odono eccitano i ragazzi a rider di tutto e di tutti. Riaccendere il sentimento, e così rinfor- zare la volontà, è un vero bisogno del tempo; ed il De Amicis perciò ha scritto un libro eccezionale, un libro in parte d' occasione, che risponde ammirabilmente ai nostri bisogni. Neil' esaurimento di ogni natia sensibilità dei lettori moderni, incarta-pecoriti il cuore da pepati romanzi incapaci di dolci emozioni e perciò impossibili da contentare, egli non ha già voluto sfruttare, come scrive un critico, anche nel suo ultimo asilo la dolce e divina purezza del sentimento nel cuore dei fanciulli. Egli invece ha dato in mano un' arma ai fanciulli per difendersi dallo scetticismo invadente; gli ha costretti a piangere, a piangere molto, perchè tutti, tutti oggi congiurano a farli rider sempre e di tutti. Se il libro adunque non è in tutto perfetto, se non rispende a tutti i bisogni dei fanciulli, oggi, come oggi, è eminentemente educativo e raggiunge il suo scopo. Non è poi vero che manchi affatto la nota gaja, allegra, briosa, propria della fanciullezza. Giurerei che chi ha scritto non è andato oltre alle prime pagine del libro. Quel bravo ragazzo, il Cor-relli, che studia gli accidenti del verbo (pag. 31) portando le legna nella bottega, ed eseguisce in più riprese il suo compito assistendo la mamma ammalata è un giojello, di vis comica. E chi non ci capisce l'ironia fina fina, di quella lezioncella di grammatica che il povero ragazzo non può mandare a memoria, accidenti! perchè non la intende, perchè è vittima del metodo solo mnemonico, sempre combattuto e sempre trionfante nelle scuole, chi non ci capisce, dico, peggio per lui. E una nota gaja diffondono il muratorino, il ragazzo mercànte di pannini, e i bambini dell' asilo infantile (p. 198). Ai critici della Lega Lombarda, giornale clericale di Milano, non rispondo, perchè i clericali sono fuori della legge in Italia, e chi se ne occupa ? Solo dirò che la lettera della mamma al capitolo — Speranza (pag. 107) vale tutti i loro predicozzi. Così pure, extrema se tangunt, non conviene rilevare gli appunti del critico dell' Italia che se la piglia col De Amicis per questa franca e nobile confessione di fede. E se i clericali fossero in buona fede, direi loro : Con questa astiosa e perversa negazione del sentimento nazionale voi allontanate sempre più gli animi di tutti, e dei cari ragazzi pure dalla religione. Il sentimento non è una merce che si sfrutta solo per gli interessi religiosi ; se a voi torna acconcio eccitarlo con le moine e con le inzuccherate giaculatorie, mentre fate la voce grossa imprecando alla patria ed ai nostri grandi, i ragazzi vi volteranno tutti, o presto 0 tardi, le spalle. E allora di chi la colpa? Ancora qualche parola sulla lingua e sullo stile. La lingua è facile, piana, senza lisci, e per essere piana, non dà nel triviale. Il critico dell' Italia si è messo gli occhiali del Puoti e del Fanfani sul naso per cercare il pelo nell' uovo ; e ce ne ha trovato : rimane però sempre l'uovo con buona pace del critico stesso. E davvero molte osservazioni sue eccitano il riso. Sentite: — Dare il finis, non è locuzione italiana, come se finis fosse voce Ü-scocca. I molti che che (via un po' troppi) non sono però errori di sintassi, come vorrebbe lui, ma scapestrerie amabili di lingua, per dare scioltezza al discorso sull' esempio di quello del Manzoni — è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva, — del Collini e in generale di tutti gli scrittori alla mano, e qualche volta anche di quelli che si tengono sulle onorevoli. L' efficacia poi dello stile del De Amicis sta nell' abbondanza, nella pienezza, nella uniformità stessa del periodo. Lo direi stile torinese : i periodi si allineano, come le case, come i corsi ; è un' u-niformità che a prima vista vi pare monotona, ma poi vi piace, e 1' occhio vostro in quell' ampiezza, in quelle linee rette dolcemente riposa. La mancanza poi del contorto, del pieghevole, del serpentino, è un' altra bella dote in un libro per ragazzi, che qui apprendono a scrivere, e a tirar via coi loro periodini, senza tante regole di analisi logica, e sintassi inverse che pei ragazzi è sintassi sbagliata. L' autore ha sciolto il problema dello scriver bene e chiaro, secondo il precetto del suo concittadino, il Baretti, il quale riduceva tutta l'arte del foggiare il periodo alla semplice regola del mettere prima il suo bravo soggetto, il verbo, l'attributo o il complemento oggetto. Non già che si abbia sempre a foggiare il periodo così, misericordia! È però un' ottima reazione contro lo scrivere contorto a spina-pesce, come si dipingono le saette direbbe il Gozzi. Perciò non esito punto di proporre anche in ciò il De Amicis, quale esempio di scrittore moderno, non solo ai ragazzi, ma se l'abbiano in pace 1 pedanti, agli scolari pure del Ginnasio e del Liceo, condannati a foggiare il periodo sulla falsariga del Bembo e del verboso Padre Bresciani, e a tirar giù periodi lunghi una spanna da togliere il fiato a Stentore ed a Briareo. E non si hanno a fare le maraviglie, se smarriti tra i vicoli e i chiassuoli delle proposizioni incidenti, dipendenti ed oggettive perdono la tramontana; e mi lasciano, per esempio, il povero soggetto su su, sospeso in aria CAP0D13TBU, Tipografi» di Carlo Priora. come un leone od altra bestia rampante nelle armi, della nobiltà, a cianche larghe larghe e con la bocca spalancata in cerca d' un punto d' appoggio. Finalmente il De Amicis si è rammentato della nobile massima di un altro suo comprovinciale — il Balbo — „Lo scrivere italiano efficace, non è affare letterario, ma azione nazionale." Il suo libro è eminentemente patriottico, ed educa senza vanti, senza odi selvaggi, senza pompe e spartanate 1' amore al bel paese. Nella descrizione delle feste, dei lutti della patria il suo stile ha un non so che di sobrio, di scultorio, che sforza a pensare, e rapisce le tenere menti dei fanciulli e la fantasia dei grandi. Ecco come il De Amicis finisce la descrizione dei funerali di Vittorio : — Addio, buon re, prode re, leale re ! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l'Italia. — Dopo di che le bandiere si rialzarono alteramente verso il ciolo e re Vittorio entrò nella gloria immortale della tomba. Ed a noi pure nell' atto di chiudere il libro viene il desiderio di esclamare : — Addio buono e leale De Amicis. Hai scritto un libro veramente col cuore, e la memoria delle coso da te narrate e descritte vivrà sempre nel cuore del popolo italiano! P. T. RETTIFICA Nel riportare le notizie della aretta antica neoscoperta in Albona, (vedi Provincia 1 novembre 1886, n. 21) fu ommessa una indicazione che i nostri cultori di archeologia troveranno assai essenziale. L'indicazione ommessa è — che prima del Mommsen e prima anche del Kandier, l'iscrizione succitata fu pubbicata dal nostro Tomaso Luciani, {da lui solo), nell' ebdomadario Istria del 1847, a pag. 302. Ci siamo, è vero, accorti dell'errore d'omissione un po' tardi, ma il lettore ci perdonerà, pensando che a ravvedersi da qualunque errore è meglio tardi che mai ! PUBBLICAZIONI Il signor Giovanni de Medici, maestro in Visignano, annunzia la prossima pubblicazione della sua versione poetica dell' Eneide. Il prezzo d'ogni copia è di soldi 50. Chi acquistò le sue precedenti versioni dell'Eneide, riceverà il libro primo in dono. Plutarco Triestino, collezioni di biografie triestine — Levi e Comp., Trieste (secondo fascicolo, ottobre). Pi.lru Midolli!« — Anteo Gru,',; 73TT e reJat. riepponaallli