Anno I. Capodistria, Giugno 1903. N. 4. 1 A T PERIODICO MENSILE H -A Per una citazione da (lian Rinaldo Carli Fra (lian Rinaldo Carli (1720-95) e Clementino Vannetti (1754-95) non ci fu che una brevissima relazione letteraria, e anche questa indiretta. Nel 1792 il Vannetti publicava i suoi tre volumi di Osservazioni in/orno ad Orazio '). Anche qui il Varrone deli' Istria doveva esser citato piu d' una volta. Nella prosa Sopra le satire cd ep is tole d'Orazio volcju-rizzale da Francesco Borgianelli 1'autore prendeva le mosse a censurare il Borgianelli da un giudizio del Carli: «non senza grancle stupore mi sono teste avvenuto a leggere uno strano giudicio di celeberrimo letterato, qual č il signor conte Gian- rinaldo Carli, intorno a un----volgarizzatore de' sermoni, il dottor Francesco Borgianelli«. Rovereto, Luigi Marchesani. -- Riprodotte in Opere italiane e latino, Venezia, Alvisopoli, 1H27-283, voli. III-V. In una nota alla prosa Sopra il canzonier d' Orazio volgarizzato da Giuseppe de' Necchi Aipiila (Opere itn!, e lat. cit, III, 91), a proposito delle norme stabilite dai »migliori critici per le traduzioni delle opere da diletto«, il lettore veniva rimandato alle «bellissime prefazioui deli' ab. Carli al 1'ro-perzio, e Tibullo Corsettiano«. Non avendo avvertito il Vannetti trattarsi (jtli non di Gian Rinaldo, si bene del senese Giovan Girolamo Carli (1719-86\ trasse in errore il compilatore deli' Indice delle materie, pošto in fine alla terza edizione delle sne Osservazioni (Opere it. e lat. cit. V), dove la citazione di Giovan Girolamo Carli e posta sotto il nome di Gian Rinaldo. 11 libro corsettiano, a cui alludeva il Vannetti, e certamente questo: Elegie scelte di Tibullo, Properzio, ed Albinovano, tradotte da Francesco Corsetti, date alla luce e illustrate con annotazioni da Gio: Girolamo Carli, \ enezia, 1756, Remondini. (Vi sono contenute anche tre elegie di Paolo Rolli, e il prime canto del!' ffmriade del Voltaire, tradotte dal Corsetti quelle in latino, questo in italiano). Questo giudizio il Carli 1'aveva espresso nella lettera a Michel'Angelo Carmoli Intorno h i pena fornita la staiupa della propria opera, il Vannetti fu tutto nello spaeciarne le copie mediante gli araici. Saverio Bettinelli, in corrispondenza col Vannetti e col Carli, ne mando una, da Man to v a, al Carli, che allora dimorava a Milano: «mi preme, - 6 il Hettinelli che seri ve, nel suo stile eosmopoliti-eo, — correre ali'occasione d' un giovane sposo nostro di me-rito, che cerca la sposa a Milano, e le reca 1'opera di Van-netti» 2). Sen za aspettare dal Carli pure un cenno di risposta, informava poco dopo anche 1'aniieo roveretano delFinvio del-1' esemplare, anticipando, a conto del Carli, lodi che questi non s' era sognato nemmeno di serivere, e minacciandogli magari, nel tempo istesso, qualche scossa di gragnuola, per quando il Carli si fosse accorto della critica al suo giudizio sul Borgianelli. «Mi piace assai», replieava 1'illuso Vannetti, lusingato e rimoroso insieme, «che il sig. presidente Carli favo-reggi la mia operetta, e se piu avanti le ne serivera, la pre-ghero di signiticarmi ogni eosa, e spezialmente dov' egli le toccasse del Borgianelli« :i). II Carli. infatti, non tardo ad accorgersi di tjuanto lo Ibid. V, 170. *) Poscritto oi a rimproverarlo di aver cre-duto, che iner/em potesse esprimersi per 1'italiano i/terme: quando quel termine significa pigro, poltrone, timido, c questo senza urine. Ora lascio ch'Kila si faccia le maraviglie della raaraviglia, e dello si upore del Oav. Vannetti, che io assolu-tamente stimo cd ammiro nelle dotte sue produzioni* '). Come ognun vede, l'apologia del Carli e vihrata, ma sincera, e, in fondo, benevola. Al Beltincih pero, alcune clelle cui opinioni predilette erano state, nell'opera del Vannetti, ben piu ainpianiente combattute che quelle del Carli, non parve vero di poter sventolare sul viso ali'amico di Kovereto questa protesta deli'amico di Capodistria. Tra il Beltinelli e il Vannetti erano corse gia delle av-visaglie: nel Merrurio ilaliano di Vienna, poehi me»si innanzi, era uscita una velenosa recensione del gesuita mautovano alle Ossei-mziom/ oraziane; un'alfra, del Volta, sullo stesso tono della prima, avea visto la luce nel Giornale letterario di Mantova :ii. Scrivendo di queste due recensioni al Bettinelli, il Vannetti esprimeva 1'idea di voler rispoiidcre loro con un solo articolo: «e forse®, diceva, «piglier6 due colombi a una tava*4). Botta e risposta, ccco il Bettinelli: «Giacclie le piace 1) G. Ji. ('(trli, Opere, Milano, 17*7, Nell' Imp. Monistero di s. Am-brogio Maggioro. 2) Le 11, di G. R. Carli a Sav. Bettinelli, Milano, l(i febbr. 17!»;!. Ms. in «Corrispondenza eee.» Hibi. Vir., Capodistria. 3) Sulla coutroversia tra il Bettinelli e il Vannetti a proposito delle Ossermzioni hitoma ad Orazio, do piu estese notizie nel lavoro t'na vernima oraziana 'utrdita di Clement. Vannetti, in «Prograunna deli' L R. Gin-nasio Super. di Capodistria«, 190i3. Capodistria, Cobol-Priora. ') Lett. di Clein. Vannetti, Kovereto, l(i febbr. 1793, in Opere it. e lat. cit. V, 228. pigliar due colombi a una fara, 110 pigli anche un altro, eh'e il sig. presidente Carli che mi scrive.... iQui 1'autodifesa del Carli da me citata piu sopra). 1 lo voluto trascriverle tutto per Ponor che le t'a il piu gran letterato ch'io couosca in Europa non che nell'Italia, oltre a' pregi suoi di gentilezza e di nobil cuore. Gli scrivo d' a veri o a lei trascritto*1). E subito dopo al Carli: «Ho trascritto or ora tutto il suo paragrafe a Vannetti per Ponor che gli fa il piu grau Letterato ch' io conosca in Europa, nomhe nell' Italia oltre i pregi delVanimo ecc. Per-cloni la liberta, che mi son presa, ma, le dico il vero, son pieno della nobile sua difesa contro Vannetti e delle belic cose del suo tomo XVI., che tra suoi e un de' miei favoriti. Bellissima sempre mi parve la lettera su la difticolta di ben tradurre, e capo d'opera in poesia filosoiica ['Andropologia'). I/ho tutto riletto a delizia oltre 1'immensa erudizione. Questa in Lei prende forma affatto nuova, e invece d'opprimernii come l'altre (ben sa ch'io son leviš armaturno mi fa leggere e bere ogni cosa temprata da quello stil di lettei-a si disinvolto, e fiorito in mezzo alle spine. Maffei stesso 3) le cede avendo un po' d'au-stero anch'esso, e d'antiquario doniinato dalla materia. Pensi poi se non trovo giustissima la sua difesa, e quanto Ella dice del Borgianelli. Vedrem che ne dice Vannetti* '). II Vannetti, a dir vero, ne rimase alquanto impressionato : sapeva pero d'avere in suo favorc delle attenuanti, e queste espone con eguale franchezza al Bettinelli: «Mi fa onor vera-mente il paragrafe del chiarissimo signor presidente Carli sopra il primo mio volumetto, e desidero che V. S. nel voglia rin-graziare per mille volte in mio nome. Nel tempo stesso per rispetto alle gentili sne opposizioni si degni fargli ritlettere, I.mo ch' io non ho punto alterato il suo giuclicio intorno alla ') Lett. di Sav. Bettiii. a Clem. Vann., Mantova, 20 febbr. 1793, in Clem. Vami. Opere e i t. V, 229-31, ove il paragrafo della lettera del Carli e ristanipato con jiarecchie varianti di forma dal manoscritto della Hibi. Cir. di Capodistria. •) (■'. It. Carli, Opere cit. XVI, pg. 275-331; il poema didasealico in tre canti (versi sciolti : L' Andropologia o.s.sia della societa, e della felicitd. Scipione Maffei (1675-1755), veronese, ben noto nel campo degli studi antiquari, nei quali era illustre anche il Carli. *) Lett. di Sav. Bettin. a G. R. Carli, Mantova, 21 febbr. 1793, Ms. in «Corrispondenza cce.». Hibi. cir., Capodistria. traduzione del Borgianelli, ma ho riportato feclelniente le sne forma]i parole. 2.do che ho distinto a chiare note la traduzione da lui fatta deli'odi da quella de" sermoni, alla quale riguarda il passo del sig. Presidente; e 11011 repugna ne poeo ne molto, clie Borgianelli abbia tradotto le odi meglio del Corsetti, ed i sermoni malissimo, non essendo ogni indole atta ad ogni stih1 e poesia. ;!.zo che la notata servitu della rima non fa alcnn vantaggio alla causa del medesimo Borgianelli; poiche v'ha tale, che con egual servitu ha saputo far troppo meglio, viene a dire il Pallavicini. -l.to oh'6 verissimo, che il sig. Presidente subito do])o la lode data a colui, ne critica un passo: ma cio egli fa appunto per inferire, che le traduzioni anche ne' luoghi piu facili, anche fatte da' migliori maestri, non vanno esenti da errori. E chi non vede, che in tal diseorso la sna censura presuppone il merito grande del censurato? K perche 1'egregio ministro non sospetti in me oinbra di mala lede, lo preghi a legger la mia nota 17 ali'antiscaligeriana, che sta a earte 170. di questo volume1), dov'egli ritrovera 1'intendimento suo in pieno lume. Finalineute gli dica, che a conto di quell' inmme del Borgianelli, quest'e forse uno de' luoghi, dove la ragione sta per costui, non concorrendo tutti i testi nell' in praelia trudil iiiertein, anzi leggendosi in molti preoisamente in praelia trudil iu Tinein ; con la qual lezione tengeno il Uacier, lo Xi-landro ed aliri. Queste cose la supplico di traserivere al let-teratissimo cavalicrc con vive espressioni d'ossequio per parte mia, che da si gran lempo il venero come debbo. E s'egli le serivera piu innanzi o di cio, o sopra il resto dell'operetta, avro in luogo di prezioso dono le parole di un tanto saggio. ....Ilo riso de' tre colotrbi, e eosl piacemi tempre, che noi disputiamo e in jtrivato e in puhblico, e siamo amici meglio che mai» Se il Bettinelli avesse fatto subito pervenire al Carli que-ste righe del Vannetti, avrebbe di certo contribuito a dileguare senz'altro quella qualunque ombra di disgusto clrera sorta fra i due bravi studiosi. Ci voleva altra anima che quella del vecchio gesuita per metter pace dov'era piu facile lasciar guerra! ') C'ioč della terza edizione, da me citata (C tem. 1 'ann., Opere, 170), rispettivamente: prima ediz., I, 412. 2) Lett. di Clem. Vami. (Opere cit. V, 232-3ii) a Sav. Bettin., Rove-reto, 23 febbr. 17!)3. A Ho stesso Carli, fra (lan I o, avuta notizia chc la sua protesta era giunta soli' occhio al Vannetti, rinc-resceva forse di aver dato soverchia importanza a un cosi lieve particolare d' un' opera cosi vasta e laboriosa, e forse aveva gia scritto al Bettinelli mitigando la primiera impressione ed esortando a lasciar cadere ogni cosa neH'oblio. »Anche Vannetti, gli ri-spondeva il Bettinelli, ha per Lei grandissima stima, ed ha ricevuta la confidenza con riconoscenza, ed ossequio pregan-domi di ringraziarnela nelTatto stesso, che mi seri ve le sue giustiticazioni, facendo gran caso delle ragioni di lei. Tutto sara segreto, s'ella il lirama, e tutto confidenziale c di cio ne fo carico a Lui serivendo aneh' oggi« 'J. Vedcndo che il Carli non mostrava desiderio di leggere le seuse del Vannetti, ripe-teva di li a non molto laconicamente: »Vannetti hrama ch'io le confidi le sue giustiticazioni per 1' alta stima che ha di V. E.»s). Airamico di Rovereto seriveva itivece di non so che pe-ricolo di dar noia, insistendo, al Carli, e si provava a dissua-derlo dairinviarc direttamente, come '). Tracce ulteriori della controversia io non conosco. Ne sap-piamo pero quanto basta per non ingannarci nel giudizio che volessivno portare sulle persone che vi presero parte. 11 Carli, benche si palesi anche qui, come lo ebbe a ca-ratterizzare 1'Ugoni, akpianto «duro e tenac.e nella propria opinione* *), ha il merito di non aver lasciato degenerare il lieve incidente in una di quelle beglie, manifeste od occulte, che turbano cosi di spesso il campo degli studi. Senza clubbio, dacche era stato inforniato che la sua protesta era giunta smo al Vannetti e che questi toneva tanto alle proprie giustifica-zioni, avrebbe fatto meglio, il Carli, a sacriticare un po' d'amor proprio e rassegnarsi ad udirle: ma egli, anzi tutto, era in piena buona fede, e non voleva, forse, parere di dar troppo peso a una cosa da nulla, tanto piu che la sua autonta di Nestore, generalmente riconosciuta, gli avrebbe concesso d'ap- proflttare del diritto del piu forte. II contegno del Vannetti non poteva essere piu leale, modesto e dignitoso di quello che fu. In fin de' conti egli non era reo, che di aver ceduto alla tentazione, alla quale e dif-ficile non abbiano ceduto una volta, da giovani3), tutti i let-terati, vale a dire, di cominciar la propria carriera incrociando il ferro con un maestro di farna gia consacrata, il cui nver- i) Lett. di Sav. Bettin. a G. R. Carli, Mantova, 18 maržo 1793, Ms. in «Corrispondenza ecc.» Bibl. Civ., Capodistria. CamiUo Ugoni, in Continuazione a -"™ in propria denza col P r ^ P,°tUt° ent''are 111 ^a corrispon- T)i ovato in ' T" G a dUbitar6' Che' dat° 11 8110 ^atlere o ato n, parecchie occasioni, molto avrebbe ammesso da del Carlf ^ g" MrehhB 8tflto Sonato da parte Chi ne esce a piu mali patti e il Bettinelli. Egli e la ma- ^ SeHVeVa H Padl'e W Fontami al Vannetti, questo vecchio gesuita ha sempre la pecca di ba- c are e d, mordere» '). Aiuta a spacciare il libro delPan ico e protestaTel P^ ^anionte o no, alla piotesta del Carli e non assume, come avrebbe potuto e spon- taneamente dovuto, la difesa del Vannetti. Trasmette con z o a ques o 1 accusa del Carli ed e riluttante a far qnalunque eT^-Vr6 an'iVin° Sin° al Cadi k> siustificazioni del Vannettn E dire, dopo cio, che il Bettinelli, presentando cad ™ 1 / n^ ntmtt0 iU Un° di *uei SOnetti> furono a anche ali Alfien, al Manzoni, al Foscolo, al Prati e a mille al n ancora, aveva il coraggio di delineare le sne qualita mo-iaii con questi versi2): parlar vivaee, tratto naturale, eonversar dolce, contrastare a stento, d' umor allegro, e amieo sempre eguale ! ') Lett. da Pavia, 9 apr. 1793, in Clem. Vami., Opere eit. V 237 In lett. di Sav. Bettin. a G. R. Carli, Mantova, 14 genn ' 1793 • Ms in «Corrispondenza ecc.», Bibl. Cm., Capodistria. II resto del sonetto e il seguente: Avea tutte le ragioni, dunque, il Vannetti, partecipando a Giuseppe Pederzani (vero amico questo!) il suo proposito di smettere atfatto ogni polemica puhlica o privata col Bettinelli intorno ad Orazio, a soggiungere: «0 egli si vuol tare in questo modo, o per formo bisognerebbe coprirlo d'eterna infamia con una zolfa orrenda, e piena. 11 che pur luttavia farei, se l uomo mi sembrasse solo malvagio; ma il fatto e, ch'egli mi sembra appunto anche rimbarbogito, e pero fie meglio non se ne dar pensiero piu oltre. quando bene e' mi rispondesse in istainpa, ed abhandonalo alla siki caponaggine maggiormente perch'egh non pno a verun patto mandare in terra le mie ragioni, che sono appoggiate a' fatti. Ed abbiate pero voi per certo, che d mondo gia lo conosce per un fanatico, e che anzi v'ha chi mi taceia d' avergli fatto soverchio onore giustiiicandomi da si false accuse. Ma a dirvi il vero, io ho voluto pigliare un tratto due colombi a una fava, e l'Articolo Bettinelliano m' ha dato assai buona presa a carniinar senza pettine anche quello del Volta, che in quel fondo non e poi men maligno. '). Dr. Ferdiuando Pasmi. ALCUNI CKNNI STORICI sni palazzi comuuali (li Capodistria La costruzione dei palazzi pubblici nelle citta d'Italia, segno il pieno sviluppo e consolidamento del governo popolare, cioe la defiuitiva vittoria della liberta comunale sul feudalismo. Fronte bassa. testa alta, altero Imst«, bmfi eolor. 1'olte clglia, ootliio focoso., L'ia (li nejrro ]>el. naso forzoso. ... (JJacreta; mento e laliro angiisto, corpo diritto benehe d' anni omisto, aria or severa, or di cavallo onibroso, voce di molle snon, gesto antaoso. statnra andante, e portamento giusto: poeta per la vita: ma dir sento poeta e pazzo : ah non c' e poi gran male se eosi pazzo e ognnn sia pur eontento. i) Lett cli Clem. Vami. a Gius. Pederzani, Rovereto, 20 apr. 1793 ; Ms presso famiglia Vittori, Rovereto. - L' articolo di risposta al Bettinelli e al Volta, di cui parla il Vannetti, era uscito nelle Memorte per servire alla Storia Letteraria e Cirile di Venezia. Ali orehe ,1 Co.nu.ie era aneora in formazione, ed anche piu 80,10 Jl >'^'g>mento dei consoli, e perfino, nei luoghi mi-nori, sotto il reggi.nento dei primi podesta, le adunanze dei jMices, bom h,u„hws, nmsiliarii o come altrimenti c* ...i; ■ i* s ntitolavano gli ufficali e rappresentanti civici, seguivano ali aper o nelle piazze e nei eortili, oppure in cpmlche chiesa 0 m qualche chiostro. Ma, generalmente, dopo che le citta as-sunsero al proprio governo i podesta forestieri, ai quali, come pure alle persone del loro seguito, erano obbligate di prov-veclere 1 alloggio gratuito, fu sentita la necessita di dare al Co-mune una propria residenza stabile, che servisse oltre che d'a-bitazione al supremo magistrate e ai suoi dipendenti, anche di locale d, radunanza dei Consigli, e di sede degli uffici arami-nistrativi e giudiziari, ed in cui potessero trovar sicnro pošto 1 archivio e 1'armeria. Nelle maggiori e piu importanti citta italiane, specialmente della Lombardia e della Toscana, i primi palazzi pubblici sor-sero intorno al 1200; ma nelle cittA deli'Istria ne troviamo docu men tata 1'esistenza appena qualche decennio piu tardi Naturalmente cjuesti editizi erano in origine di dimensioni e forme molto modeste, e non constavano, di solito, che di un porheo o loggiato con sovrapposto un solo piano di fabbrica. in I rieste gia nel 1237 il castaldione vescoviie ed i giudici amnnnistravano la giustizia .s ub porlicn eommnis. Isola a veva palazzo pubblico nel 1253, Capodistria nel 1254, Muggia nel liob. II Comune di Parenzo costrui il proprio palazzo nel 1270 sotto ,1 podesta Marco Micluel, Pirano nel 1291 sotto il podesta Matteo Manolesso, Pola nel 129« sotto il podesta Bartolomeo ele verari, Rovigno nel 1308. II primo palazzo di Capodistria, cioe cp.ello da noi aecen-nato, che eomparisce in un documento clel 1254, constava di due corpi di fabbrica con nel mezzo un cortile. Marino Moro-sini, che fu quivi rettore, eol titolo di capitano nel 1268, fra le varie opere di pubblica utilita ideate e compiute durante il suo reggnnento, fece erigere una loggia fra i due ^diflzi, con-giungendoh; e costruire nel cortile una cisterna. Dopo la sommissione della citta a Venezia, o piuttosto dopo i suoi primi moti sediziosi, il palazzo detto del podesta venne nattato e munito dalla Hignoria, e presidiato stabilmente con un corpo di 22 stipendiari, dovendo servire di propugna- 1'AOiNK ISTiUANE 85 colo e tli centro d' opcraziom- in caso di nuove rivolte popolari. In seguito fu ancora restaurato piu volte: cosi nel 1327 e nel 1349, dopo la famosa ribellione, durante la quale era sta to alquanto danneggiato; e nel 1354, essendo rimasto parzialinente eombusto da un incendio casuale. Quattro anni piu tardi, il Senato veneto — neH'occasione in cui ridono al Comune di Capodistria una limitata autonomia, richiamando in vigore 1' istituzione del Maggior Consiglio, sop-pressa in seguito alla rivoluzione del 1348 — volcndo assicu-rarsi stabilmente la soggezione della citta, che considerava gib allora come la capi tale della proviucia, vi delego tre speciali provveditori, cioe Lorenzo Celso, Bertuccio Civran e Pietro Gradenigo, con alcuni maestri ingegneri, per far riparare il Castel Leone ed erigere, ovc fosse apparso necessario, un se-condo fortilizio, inoltre faeiendo n-fici palalium Poledalis el reducendo illnd in fortiliciam talem, (juod curn islis fortili-ciis .... dieta ciritas possil conservari. Questa rifattura del vecchio palazzo, incomiuciata nel 1358, fu continuata ne' due anni successivi, con una spesa, conosciuta soltanto per gli ul-timi due anni, di circa 2000 ducati d'oro. Ma nel 1380, durante 1'oppugnazione e la presa di Capodistria da parte della tlotta genovese, comandata da Matteo Maruffo, venne arso ed in parte distrutto, iusieme ad altri ediflzi pubblici ed a moltissime čase private, anche il palazzo comunale. La cui ricostruzione fu iniziata, per ordine della Signoria, dal podesta Leonardo Bembo, nel 1386, e condotta a termine appena dopo quattro o cinque anni di lavoro interrotto. Non sappiamo invero indicare con sicurezza il sito ove sorgesse questa antica časa torte del podesta, centro degli uf-flci governativi e comunali; probabilmente essa occupava una parte deli'area deli'attuale palazzo pretorio, dal portico della Calegaria alFangolo clella piazza ed era congiunta, oltre il cortile, mediante una piccola loggia, ali'altro editizio della piazza, che fu detto piu tardi la rasa della pesa, e da ultimo la Foresteria. Certo si e, chc il bel palazzo pretorio, merlato alla gliibellina, come tuttogiorno esistente, fu costruito, in gran pai-te dalle fondamenta, per iniziativa ed a spese del Comune, appena nella seconda meta del Quattrocento, cioe dopo che Capodistria, remtegrata nella quasi pienezza de' suoi antichi diritti e privilegi autonomici, e favorita moltiplicemente dal governo della Repubblica, era gin risorta a notevole Horidezza eeonomica e civile. II cominciamento di questo nuovo palazzo pubblico, che doveva riuscire di ornamento e decoro alla citta capitale della provincia, risale agli anni 1451-1452, durante il reggimento del podesta e capitano Antonio Marcello, che s'acquisto uno spe-ciale titolo di benemerenza verso il Conmne per avere favo-rito efficacemente 1'esecuzione deli'opera progettata, vincendo le diffidenze e contrarieta della Signoria veneta, la quale te-meva che vi si impiegassero i denari destinati alle pubbliche fortificazioni. Bisogna notare che dal 1349, per oltre sessant'anni, Capodistria si trovo sguernita affatto di nun a, state abbattute dai Veneziani, che solevano punire in tal guisa le proprie citta ribelli, rendendole nell'impossibilita di resistere ad ogni attaceo nemico, ma nel tempo stesso avendo cura, come abbiamo ve-duto, di garanti re 1'interna sicurezza e la conservazione delle stesse con opportuni provvediinenti militari. Appena nel 1413, dopo ripetute suppliche, il Comune di Capodistria consegui il permesso di rialzare la cinta murale, cominciando da Porta S. Pietro, in direzione dell'Arsenale, sino a Porta Buserdaga; poi il tratto da Porta Maggiore a Porta S. Martino, ed infine d tratto da Porta Musella, ovc dovevasi erigere un castelletto, a Porta Buserdaga. II Comune, che s'impegn6 di somministrare gratuitamente il materiale di fabbrica, cioe le pietre, la sabbia, la c-alce ed il legname, e di pagare del proprio i manovali' ebbe assicurato dal Governo veneto il reddito del dazio della Muda, ammontante in media a 1500-2000 lire de' piccoli al-1' anno, dovendo pero provvedere, oltre che alla costruzione delle mura, anche alla manutenzione delle strade, dei ponti, delle porte, delle fontane, dei fortiliz!, ed in specialita del Castel Leone. 1 podesta e capitani dovevano invigilare a che i detti denari non venissero impiegati altrimenti che nella esecuzione dei sopraiiulicati lavori. Questa concessione ducale rimase in vigore sino al 1452, nel febbraio del quale anno, il Consiglio de' Pregadi, informato che il podesta e capitano di Capodistria Antonio Marcello vo-leva impiegare il denarc della Muda in aligua laboreria in palatio non necessaria, avendo gia fatto acquisto del legname occorrente, deli bero d' intimargli la sospensione del lavoro, non solo, ma che per 1'innanzi il ricavato del dazio in parola an-dasse devoluto anziche a beneficio del Comune, in favore della cassa deli' Arscnale. A sten to i Capodistriani che inviarono tosto a Venezia cinque oratori spec.iali — poterono indurre il Senato a recedere dalla presa risoluzione cd a rinnovare loro la concessione del dazio della Muda verso le maggiori assicu-razioni e garanzie che i denari relativi andrebbero spesi esclu-sivamente nel completamento delle mura e del torte di Mu-sella, e nel riattamento delle strade ecc. come era sta to gift. in origine convenuto. Se non clie, poco piu di un mcse dopo, cioe in clata del 7 giugno 1452, gli avogadori del Comune di Venezia scrissero al podesta di Capodistria Antonio Marcello una lettera, accu-sandolo di vilipendere le dcliberazioni e gli ordini ducali col-l'impiegare le entrate del dazio della Muda — dietro il sug-gerimento di alcuni cittadini, ma contro il volere della Comu-nit& — nella costruzione di uri cerlo palazzo nuovo; intiman-dogli perentoriamente di desistere da tale opera a scanso di una penale di 100 ducati d'oro. Appena ricevuta questa lettera, il podesta di Capodistria fece radunare il Consiglio Maggiore, il quale, presa notizia della stessa, con voli 72 favorevoli e 4 contran, delibero di inviare a Venezia 1111 oratore — e a tale ufticio fu eletto il cittadino B0110 Vittorino - con 1'incarico di esporrc agli avo-gadori il vero stato delle cose: che il nuovo palazzo veniva eretto per volere della Comunita e coi denari delle pubbliche entrate, esclusi pero assolutamente quelli della Muda: e che i cittadini ci tenevano tanto al completamento della fabbriea, da volervi provvedere magari con le proprie borse. L' ambasciata ebbe favorevolc successo. Difatti il 19 giugno gli avogadori del Comune di Venezia scrissero al podesta Marcello, riconoscendo la sua innoccnza e buona fede, e dichia-randogli di permettere volentieri ai Capodistriani la costruzione del nuovo palazzo, purche venisse rispettata la risoluzione presa dal Consiglio de' Pregadi, riguardo alla destinazione dei denari ricavabili dal dazio della Muda. Con cio fu chiusa la vertenza, c 1' edifizio pote, senza ul-teriori ostacoli, essei'c proseguito e condotto a compimento; il che avvenne verosimilmente in varie riprese, e dopo parecchi anni di lavoro. La parte del palazzo costruita sotlo il podesta ^__' 1'AGlNE ISTRIANE Antonio Marcello e l'ala destra, compreso il portico che dalla piazza conduce alla Calegaria. Difatti sulla facciata prospet-tante la detta via si vede, intagliata in pietra, Farma dei Marcello -- d'azzurro alla banda ondata d'oro — con ai lati le iniziali A. M., mentre sulla chiave della volta sta scolpita la data 1452. Giova osservare, che un istrumento notarile del 1423 ap-parisce rogato in Capodistria sub lobia veleri comunis, doven-dosene dedurre che gia allora esisteva la lobia noua sotto la quale vediamo difatti convocato tal volta il Consiglio Maggiore, nel 1429. Questa loggia nnova -- che doveva sorgere al di la dello sbocco, allora scoperto, della Calegaria. verso il Brolo, e che fu poi incorporata nel palazzo pretorio — veniva cosl di-stinta ancora nel 1452, ma non piu nel 1454, nel quale anno sembrerebbe che la vecchia loggia fosse stata gia abbattuta o almeno abbandonata. Della contemporauea esistcnza di due palazzi comunali, il vecehio ed il nuovo - o forse soltanto di due parti bene distinte e d'eta molto diversa di un mede-simo edifizio — troviamo ricordo nel 1461, in cui, al 27 di mag-gio una deliberazione del podesta e dei giudici fu presa super plathea comnnitatis ante cancellariam nouani, e al 10 di giu-gno una radunanza degli stessi magistrati ebbe luogo sub uolto palalii non i romnnitatis Iuslinopolis. I tre documenti inedili che facciamo seguire a questi af-frettati cen ni, oltre a determinare 1'epoca precisa della costru-zione del palazzo pretorio, dimostrano inconfutabilmente l'as-soluto diritto di proprieta che sullo stesso ha il Comune di Capodistria. I. Spectabilis et Egregie vir ainice carissiine. Sub die XXXIII aprilis proxime preteriti, in nostro consilio rogatorum, captum fuit inter cetera, quod denarij datij inude illins Loci deberent soluin dispensari in hedifi-candis muris et reparandis stratis fonte ac aree fienda in musela et in portis et castroleoni. Et non possint dieti denarij espendi in aliqua alia re quain in laboreriis superius declaratis, prout latius patet in ipsa parte, et sie per dominiuni nostrum vobis autoritate dieti ennsilii Kogatoruui serip-tiun et mandatum fuit. Sed quia, ut iutellesimus nuper, ad instantiam aliquoruin civiuni dieti Joei, et eontra voluutatcui coinunitatis vultis denarios dieti datij expendi et dispensarj facere in construendo quoddam palatium nouum, quod non noueratur in parte predieta, qne res esset expense contra inteutioneni dominij et eonsilij rogatorum et illius Coinunitatis nec 11011 ad preiuditium aliarum reruin que construi detent juxta formam diete partis et nnllentes quod partes et littere ducales ita vilipendentur Vestram Spec-tabilitatem ex offitio nostro reqiiinmus sub pena ducatorum centum anri in propriis bonis vestris debeatis litteras volris scriptas per dominium nostrum et partern predictam obseruare et obseruari facere, nec ipsos danarios dati,j predicti espendere in alijs laboreriis sen hedificiis nisi in comprensis in parte et litteris predictis. Aliter dietam penam de bonis vestris exig-i fa-ciemus juxta libertatem offitij nostri. Nicolaus Bernardo 1 ' Ibi VII Iunij 1452. Aduoeatores Comunis Venetiarnm Andreas Contareno Riadanus Griti A iergo Speetabili et Egregio viro domino Antonio Mareello honorando potestati et Capitaneo Instinopolis Amico Carissimo. II. Quibus litteris i psi Magnifico domino potestati presentatis per s. petnim de rauena et per ipsum sane intellectis illico et sine mora jussit ad sonuni campane ut moriš est maius consiliiun voeari, in quo q«idem con-silio fuit idem dominus potestas emu consiliariis septuagintasex, posita fnit pars tenoris infraseripti, videlicet. Gum ■/.io sia che per piero de-rauena sia sta presentado una lettera de la uogaria ne laqual se contiein chome le sta exposto al suo offitio chel Magnifico nostro missier el podesta fa fa-bricar lo palazo etc. contra lo uoler de questa comunita, et de idenarj sono concessi a spender per le strade etc. Jandera parte che per sto conseio sia sta elleeto o dato liberta a missier lo podesta et a i suo zudixi de ellezer uno zitadin uada ala uogaria a dechiarir a ijuella, chomo la Magnifieentia de missier lo podesta fa lauorar de uolunta et consentimento de sta comunita, et de idenarj non prohibiti cum ijuelle parole i parera conuignir a sta materia, et fara quella dechiaration sarano necessaria, ac etiam farlo de le proprie borse pel bixogno etc. Capta fuit pars supraseripta ad bussulos et ballotas pro qua ut fie-ret fuerunt balote.......LXXII et q. non......IIII Eodem die in plathea Comunis eleetus fuit j>er prodietum dominum p6 testa toni et Capitaneum et judices suos ser bonus Victorinus ad exequen-duni predieta. III. Spectabilis et Egregie vir Amice. Circumspectus vir bonus Victorinus orator illius nostro fidelissiine comu litatis Iustinopolis hoc mane pre-sentavit litteras uestras circa factum palatij et denariorum datij mude etc. et omnibus in ipsis litteris contentis optime intellectis nec non his que oretonus exposuit ipse bonus et maxime mentem et sententiam illius co-munitatiš in construi faciendo dičtuin palatium. Deliberauimus nos in predictis non inmisere, sed permittimus quod ad libitum faciant ipsum construj Dummodo contra tenorem partis capto in rogatis de pecunijs dieti datij mude aliquid non expendatur. Idcirco vestram Sp. ex offitio nostro requi-rimus ut vigore ipsarum litterarum nostrarum ipsi comunitati prohibitioneni aliquam 11011 inferatis ne hedificent sen construi faeiant dictum palatium. Vernin contra formam diete partis capte in rogatis die XXIII! aprilis proxime preteriti denarios dieti datij in ipso hedificio nullo modo expendatis. Nicolaus Bernardo | . , . ,, aduocatores comums \ enetiarnm Andreas Contareno f Ibi XVIIII lun i j MCCCCLII. A te njo Spectabili et Egregio viro domino Antonio Marcello honorando potestati et capitaneo Iustinopolis, Amico carissimo. (Areh. munieip. di Capodistria. — Registrirni generale oinnium et singn-larum ducalium etc. Car. 127 b, 128 a N.o CCCCVI a, b, e.) Trieste, giugno 1903. Caniillo De Francesclii. 1)1 PIETRO KANDLER Appunti e memorie. (Continuazione, vedi faseicoli 1 e 3) ---^^ Dallo studio deJ Ros- /({setti si tram uta al Fisco, r ).^lVj. come pratieante, e, in l j '], seguito, come aggiunto V3Vsotto il Dr. Miniussi, Wi ^cjie pren(je a ]3en v0_ lerlo e gli si affeziona ' come a fra tel lo. Anche in q»esto uflicio, cio jjšH^ tp^^ilkSiiŽOT^fc. ('I)e preoccupa e la fejšPllSt- ISkmBI^. sua I)assione l)0r ]o stLl" m> I \gy f\ 11R|% dio del ijassato>e inve- sš^k?- stiga e fruga e procura VV J IV^v con ogni mezzo di ri-costruirne la storia. Al De Francesclii eol quale divide gioie e dolori, serive: «Caro Carlo, proseguiamo alacremente, noi non giungeremo a ve dere il risultato, ma lo vedranno i nostri nepoti, pe' quali abbiamo debito di pensare; che un olivo 11011 da frutto tosto, ma non manca di darlo; poscia, quelli che verranno troveranno la via sbarazzata e potranno fare moglio di quello che noi possiamo fare in mezzo a tante tenebre, a tante diffieolta.* Ei faceva come colui «Che porta il lame dietro, e §k non giova, Ma dopo se fa le persone dotte.» Ed i fatti, oggi, non potrebbero meglio provare cio ch' egli allora andava scrivendo: oggi, che l'albero da lui piantato d& i frutti; oggi, che gTingegni nostri migliori, trovata la via sbarazzata, hanno squarciato le tenebre in molte pagine della nostra storia, rivendicandoci un passato che ci nobilita. »Dal Fisco passa al Magistrato, in allora politico-econo-mico, come Assessore, perclie dice, che per conoscere le con-dizioni del Comune, fa mcstieri servire nell' Amministrazione del medesimo. Vi riniane lino a che venne nominato avvocato.» Pronto d'ingegno, conoscitore profondo della legislazione, in «una citta di grandi affari, di vasti commerci, non gli man-cano occasioni di lauti guadagni», ma dominato dali'idea d'il-lustrare la citta e la provincia nativa, dimentica tutto, prefe-rendo di morir povero, per quella scienza, a cui tutto avea sacriflcato. Assunta, alla morte di Domenico Rossetti, la carica di Procuratore civico, mantenne la promessa fatta al letto di morte deli'amico di continuare le esplorazioni storiche e ar-cheologiche. E se incarico fu aclempiuto lino agli ultimi momenti della vita, e con fervore da apostolo, fu certo questo ; quasi a dimostrare 1'amicizia anche oltre tomba al Rossetti e ren-derne sempre piu čara a' cittadini la memoria, centuplicando il materiale scientifico iniziato dali' amico. Occupato com' e in continue ricerche e nel metter ordine alle gia fatte, pur non traseura di mantenere una costante corrisponclenza cogli amici e co' dotti d'Italia, tra' quali era anche il Tommaseo, grande estimatore del Kandler, se cli lui diceva, che «ove questi non avesse altro merito, non gli si sa-rebbe potuto negare quello della generosa diffusione del suo sapere*. Le sue ultime lettere, cli pochi giorni anteriori alla sua morte, attestano le sofferenze ch' egli provava, e sono quasi illeggibili; eppure in esse sono poche le frasi che riguardano il suo stato e le sue sofferenze; ma son consigli, sono domande, sono sollecitazioni, son suggerimenti, sono aiuti, sono in una parola, lo specchio di un' attivit& portentosa, che conserva in tutta la' sua pienezza la vita della men te, che non conosce limiti e ciie non ha, li, sul letto di morte, che un solo ideale, di accrescere il lustro alla patria. — «Oh se Dio mi clesse — e son parole sue, e delle ultime — di veder fatta anche nelle miniine cose la Corografia romana, prima di andarmene avrei consolazione. Molto si e fatto, ma piu rimane a fare.» AH'amico De Franceschi che gli offriva delle pergamene da leggere ed esaminare, scrive «di spedirgliele subito, subito... lavorero giorno e notte, non fa nulla, purche me le mandi.» Eseinpi di una tale attivita, in un corpo stanco, amma-lato, affranto da dolori morali e lisici, nel quale di solito prevale 1' egoismo della propria conservazione, non si riscontrano che in rare nature. Illustrare Trieste e 1'Istria, rispetto alla lor storia, ecco 1' ideale che piu gli sta a cuore, che non 1'abbandona fin che ha respiro nel corpo, finche puo aggiungere assieme pensiero a pensiero, finche puo articolar parola. Talvolta escono dalle sue labbra accenti amari, ironica-mente amari: quando deve lottare cont.ro l'indifferenza, 1'apatia de' suoi coneittadini, per quegli studi a' quali egli dona tutta l'anima sua, e quando alla noncuranza uniscono lo scherno su ricerche, su scoperte, su problemi lungamente da lui stu-diati e risolti, sono queste le espressioni che gli scappano nelle lettere all'amico : «appartengono a quella scuola che črede alzarsi il sole per la prima volta in questo mondo, e tocca ad essi di vederlo» oppure: «credono che il sole sia comparso la prima volta sull' orizzonte e di aver soli 1' intelligenza, prima di loro eravamo talpe alle quali non approdava il sole.» E quando nelle sue lettere, coll' animo inacerbito cla un simile andazzo, ricorda i molti che pur potrebbero occuparsi degli studi, che egli tanto ama, perehe hanno le cognizioni bisognevoli e non si curano di essi: «ma con tutto cio non fio-riranno questi rosai, su' colii Euganei non c'e obsidiano ne ambra.» (Continua) Nlcolit CoI)«l. L'egregio nostro amieo, Sig. Alberto Priora, študente di filologia, rintraceio a Graz nella biblioteea universitaria un' eftigie di P. P. Vergerio il seniore, e precisamente nell' opera rara ed ignota a molti bibliografi : P. Freher, Theairum virorum eruditione clarormn, Norimberga, 1688 in fol. — Di quest' opera il sig. Priora ci promise una deserizione critica ; del- ritratto poi del Vergerio veni fatta quanto prima una riproduzione fotografica. RECENSIONI Idrografla sotterranea carsica del prof. C. Hugues. Gorizia, Paternolli, 190;3 *). Le notizie che.1'egregio professore Hugues ci d& nel capitolo primo, e che si riferiscono a tutti quei risultati positivi delle terebrazioni idrografiche che vennero da lui, a suo tempo, promosse, dirette ed eseguite nel calcare cretaceo sulla costa occidentale deli'Istria, sono del massimo valore e ci ricliiamano giustamente al detto deH'illustre prof. Taramelli, che 1'A. pure ricorda, che «la geologia non e la Irirella Se la geologia, seri ve l'A., vale a dare delle indicazioni generali, certo utilissime quali punti di partenza e di finale coordinamento; la geologia pero, da se sola, non varra giam-mai a risolvere concretamente quel problema, la cui soluzione e di eselusiva competenza della trivella.» Delle trivellazioni praticate in prossimita della citta di Parenzo, con lo scopo di studiare la risoluzione attesa, di un provvedimento d'acqua potabile per quella citta, diedero risultati soddisfacentissimi, tanfo in riflesso alla natura ed alla temperatura dei maggiori zampilii trovati, quanto aneora sul fatto importantissimo della direzione da cui proviene l'acqua. Questa constatazione che T A., coll' aiuto di osservazioni dirette, intraprese sopraluogo, sulla natura del suolo e di sco-perte fatte in quei pressi nell'anno 1896 di alcuni pozzi geo-logici, o pozzi d' erosione, e il collegamento infine delle fessure soffianti dalla roccia calcarea, danno »motivi decisivi per rite-nere che 1' acqua viene dalla direzione della Zattica, e cioe da levante; e precisamente seguendo una diaclasi o, secondaria incisione, dal cui allargamento per erosione origino la vallicola tra la Zattica e i Varvarani (Madonna del Monte); il cui pri-migenio orografico prolungamento sboccava nel porto di Parenzo, alle polle sottomarine di S. Lucia, passando vicino alla sua trivellazione del 1895.» * L'Autore non si sofferma soltanto a queste osservazioni, ma con ricchezza di dati studia la probabile idrografia sotterranea sulla costa di Parenzo, quella tra il Quieto ed il Canale *) Continuazione o, fino, vedi N. 3, pag. <58 di qup,stn periodico. di Lerae e infine quella fra qaest' ultimo e l'Arsa, esponendo la concomitanza che dovrebbe sussistere tra 1'orografia sub-aerea delle regioni trattate con quella sotterranea, particolar-mente «questa singolare rispondenza deli'orografia negativa deli'altipiano, col frastagliamento della costa marina, da cui deriva, cbe le punte che si protendono .in m are, e i valloni od insenature che rientrano verso terra alla costa, si riprodu-cano piu in alto, rispettivamente con corrispondenti promontori spinti orizzontalmente in direzione della marina, e con solca-ture rientranti a monte, lungo il tracciato delle curve orizzon-tali alle quote di 50, 100, 150, 200, 250, 300 e 350 metri di altezza sni livello marino, porger/i occasione ad altre deduzioni interessantissime.» Rileva ancora, «come nulla in natura sia fatto a caso, e senza ragione; e come quindi anche il fenomeno della tere-brazione delle foibe siasi compiuto seguendo una legge natu-rale bene determinata; in modo che la disposizione delle foibe stesse, sulla superficie degli altipiani calcari, benehe apparen-temente appaia del tutto casuale e non conformata a regola alcuna, si mostri invece collegata intimamente colle cause generali, cui fu disciplinato cola il fenomeno di erosione, dovuto agli effetti dissolventi deH'acqua ricca di acido carbonico, ope-rante sotto la pressione di parecchie atmosfere.* Lo studio piu approfondito di questo particolare della storia geologica del Carso istriano potra conclurci al tracciamento preciso del corso delle acque sotterranee, come, asserisce 1' A., gia si scorge dalla sua carta topografica originale non ancora pubblicata. Accenna alle due profonde incisioni del Canale di Leme e del Canale di Bado, e alla loro relazione con le due fratture abisso-dinamiche del Quarnei'o e alla depressione adriatico-padana, passando poi succintamente ad esaminare le foibe del Carso istriano, triestino e goriziano, e toccanclo piu volte, cosi di.volo, le tanto discusse opinioni sui presunti percorsi sotter-ranei del Timavo superiore (Recca) e del Merzlek, sgorgante ai piedi del Monte Santo di Gorizia, sulla sponda sinistra del-1' Isonzo. L' esposizione che l'A. fa sul numero medio cli foibe per chilometro quaclrato, rispettivamente sul valore di questo coef-ficiente, e, a parer nostro, azzardata. Non possiamo darci spiegazione su quali basi l'A. fondi l'asserzione che «sulla zona larga 4 chilom. che intercede tra la punta di Molino del Rio e Spada presso Parenzo, e che ha una profondita di 2o chilom. quadrati circa, con un' area c-osi di 100 chilom. quad., si trovano circa 10 foibe al chilom. q.; e quindi un totale di circa 1000 foibe.» Che l'A. intenda forse. comprendere nel vocabolo tfaiba* tutte quelle depressioni o avvallamenti, le quali tanto nelFIstria, quanto nella regione carsica triestina, vengono chiamate gene-ralmente col nome di «doline?» Ma quand'anche cio fosse, il valore di quelle cifre rimar-rebbe sempre discutibile. Preziosa e all'incontro l'affermazione deli'A., che «lungo la eosta tra il Canale di Leme e il Quieto, le polle sottomarine risalgono probabilmente da profondita notevoli, poiche non fu-rono constatate a meno di 6 metri sotto il livello marino, cer-candole entro terra.» L'Autore pero, quando parla sni quantitativo delle acque sgorganti dalle sorgenti sottomarine, e sostiene che le sorgenti d' Aurisina abbiano una minima portata di 6400 metri cubi nelle 24 ore, e in errore per il semplice motivo che mai fino ad ora fu possibile conoscere ne la minima ne la massima esatta potenzialita di quelle sorgenti. L' erroneita di questo apprezzamento, — per quanto ri-guarda la portata delle sorgenti d'Aurisina, — che si ripete troppo spesso in buon numero di scrittori, e nel quale incorse appunto, a sna volta, in passato anche lo scrivente, viene dimostrata da cio che segue. Dagli studi iniziati da insigni specialisti idraulici, e dalle recenti ulteriori ričerche eseguite dalla Commissione grotte della Societa Alpina delle Giulie nella regione della Carsia Triestina, riesci quasi accertato, che le sorgenti d' Aurisina, non solo vengono alimentate direttamente dalle acque meteo-riche del bacino soprastante cli Nabresina, ma anche, e forse in maggior copia, da spandimenti del grosso corso d' acqua sot-terreneo, che, lasciando la caverna di Trebiciano, si scarica poi alle foci del Timavo presso Dnino. Le sorgenti cPAurisina non dovrebbero quindi rappresen-tare lo sbocco finale ed unico di un corso d' acqua incanalato nelle viscere della terra, ma appena uno scarico parziale delle acque scorrenti in quel sottosuolo. Quest.a supposizione oggi viene avvalorata tla dirette osservazioni eseguite nei bacini co-struiti per 1'ampliamento di quell'aequedotto e per 1' allaceia-mento di tutte le sorgenti d'Aurisina scaturenti a mare. Cosi, il livello deH'aequa raceolta in questi serbatoi ar-tiflciali, quando le pompe aspiranti e prementi non vengono poste in funzione, si innalza, gradatamente e tanto meno, qnanto piu alto e il livello deli'aequa; tinche, raggiunta una eerta al-tezza, appareii temen te sembrerebbe che s' arrestassero nel loro deflusso, e pah*ebbe d'essere innanzi a grandi serbatoi d'acqua morta. Questo fenomeno segue la legge fisiea dei vasi comu-nicanti: 1'acqua rinchiusa nei bacini forma equilibrio colle acque del sottosuolo, che sol tanto allora seguono veloci il loro cammino sotterraneo, detluendo in maggior copia alle foci del Timavo inferiore quando l'acqua ne' bacini e bassa. Per cio maggiore sara l' aspirazione delle pompe nei bacini di allacciamento e maggiore sara allora il deflusso delle sorgenti. II trovare poi il limite massimo di detlusso sarebbe consta- tazione interessantissima, che pero ancora oggi non si possiede. * * Le funzioni delle fenditure diaclasiche e degli strati im-permeabili clel calcare, come pure quella deli' argilla intersti-ziale bianca o rossa nel conferire 1'impermeabilita al calcare stesso, vengono trattate con vera competenza e con un corredo di citazioni che dimostrano la perfetta conoscenza dell'Autore delle piu recenti pubblicazioni si nostrali che straniere in que-sto riguardo. Fra gli indizi offerti, per la ricerca del corso delle polle sottomarine entro terra, di un valore grandissimo e quello rica-vato dali'esame della flora, indizio a cui l'A. da molta importanza, e a ragione, mache purtroppo flnora viene messo poco in pratica. «La presenza, egli scrive, di alcune piante entro terra, in corrispondenza delle loealita di spiaggia dove esistono delle polle sottomarine di acqua dolce, pno oflrire dei preziosi ca-pisaldi, per tracciare la percorrenza e la orientazione cli dette vene d'acqua dolce nel sottosuolo.» Cosi, cita l'A., «la cannetta comune si presenta sulla re-gione della spiaggia parentina, esclusivamente nell'insenatura in cui zampilla la polla sottomarina detta della Peschiera, e prečistimente per il brevissimo tratto fronteggiante il pozzo geologico dal cui fondo risorge la polla stessa.» Cončludiamo eol porgere al professore Hugues vivi sensi di gratitudine per questa bclla ecl istruttiva pubblicazione, non senza stimolare quegli Istriani, veramente amanti del loro paese, a seguire 1'egregio professore nella lodevole via degli studi e delle osservazioni idrologiche e speleologiche, che in tal maniera soltanto la soluzione dei vari provvedimenti d'acqua per le diverse citta deli'Istria potra essere in breve risolta. Eugenio Boegan. Duecento proverbi reneziani raccolti dal Dr. Cesare Musatti. Venezia, Tip. deli'Ancora. Ditta L. Merlo, 1891, in -16° d i pag. 34. Dutt. Cesare Musatti. Dei proverbi, reneziani (aproposilo d'una recente publicasione) con dne dozzine di proverbi nuovi. Venezia, Tip. Orfanatrofio di A. Pelizzato, 1902, in -8° di pag. 11. Di cosa nasce cosa e il tempo la governa: E cosi accadde, per confermare una volta di piu la verita, che s' asconde nel proverbio e nei proverbi, che il primo de' due opuscoli, di cui il titolo sta di sopra, non direttamente, ma apparendo —- dopo aver gustato le lodi di Giuseppe Pitre — in una seconda edi-zione, di se generasse 1'altro. Vero e che questa seconda edizione io non vidi se non citata dali'autore a pie di pagina deli'opuscolo secondo. Ma dal titolo'), un po' diverso da quel primo, si potrebbe a occhio e croce arguire ch'ella contenga un numero anehe maggiore di proverbi che la prima. Comunque sia, eccone la genesi. Per non sciupare, adopero, a narrarla, la parola eolorita agile e franca dello stesso autore. «11 delitto — dice dunque il dottor Musatti — a quanto si legge in un libretto teste publicato dal professor Cristotoro Pasqualigo *), e questo: che, avendo io tre anni fa per occasione ') Proverbi veneziani raccolti dal Dr. Cesare Musatti. Seconda edizione. EstivA&\VAtenec Veneto, aprile-giugno 1893. Venezia, Fontana, 1893. 2) Cenni sui dialetti veneti e sulie lingue maearonica, pavana e ru-stica (con proverbi raccolti dopo il 1882). Lonigo, Gaspari, 1903, nuziale cstratti dalle note X Tarok l) presso la Marciana una diecina di vecchi nostri proverbi contro il niatrhnonio ''), oniisi in quel raio opuscolino di strombettare ai quattro venti che il Pasqualigo pure ne aveva riportati parecchi nella sua Itnr-colta di Prorerbi Veneti 3); anzi (un' aggravante) esprimevo il desiderio, qualche studioso ne intraprendesse la ristampa, pel loro valore storieo, glottologico, folkloristico; tanto piu, avrei potuto soggiungere, che il Pasqualigo non tutti li a in-seriti; non sempre nei riferirli adopero la necessaria, doverosa esattezza4); non sempre v' aggiunse il proverbio quale oggi corre.» E qui il Pasqualigo a far contro aH'adagio, che dice (a Capodisti 'ia): La cdlera de Ju seru lassilu per domaltna, a darle sfogo, in quella vece, dopo tre anni e a gridare che il Musatti nelle sue publicazioni sni proverbi veneziani non disse mai parola di lui, che pure vi spese quasi 1'intera vita. Al contrario il Pasqualigo dalla seconda edizione, di sopra citata, dei proverbi veneziani si sarebbe indotto a cavarne appena tre, per inserirli nella sua Aggiunta"') del '90 e sol-tauto per aver il piacere di citare tre volte il nome e cognorne del Musatti. «Ma sta ancora — continua il Musatti — che altre venti volte fece suoi i proverbi da me raccolii, senza citarmi.» E ne da le prove. Poi continua: «Se non che, in fin dei conti, osserverete, i proverbi non sono 116 vostri ne del Pasqualigo: son del popolo. D' accordo. Ma mi concederete insieme che questo vendemmiare nella 1) Dieci tavole de proverbi, sentenze, detti ei modi di parlare che hoc/f/i da tutt' homo nel, comun parlare d' Italia ni umno ecc. ecc. Torino, Cra-votto, 1535. 2) Di alcuni vecchi proverbi veneziani contro il matrimonio. Per nozze Coen-Fries. Venezia, Ivirchmavr e Scozzi, 1899. 3) Raccolta di proverbi veneti fatta da Cristoforo Pasqualigo. Terza edizione aecreseiuta dei proverbi delle Alpi Carniche, del Trentino e dei tedesehi dei Sette Comuni vicentini. Treviso, Coi tipi di Luigi Zoppelli editore, 1882. 4) Cfr. E. Teza. Dei proverbi popolari in Orecia raccolti da Napoleone Polites. I11 Atti del Jteijio Istituto Veneto. Anno 1899. 900. T. LIN P. II, c. 103. 5) Aggiunta di proverbi e modi proverbiali nelle parlate venete raccolti nell'edizione trevisana del 1882. Lonigo, Coi premiati ti])i di ( ;io. Gaspari, 1896. vigua degli altri 11011 e punto lodevole in tale, che s' atteggia a scrutatore nell'anima appunto del popolo, a psicologo delle sue tendenze, de' suoi appetiti, de' suoi pregiudizi. Convenitene che corre divario tra chi i suoi proverbi consegna al pubblico soltanto dopo averli appresi, e ripetutamente, da bocche po-polari, rilevando cosi anche dal discorso, in cui vengono in-tarsiati, il vero loro senso; e chi non vi bada tanto pel sottile e ammassa di qua, ammassa di lit, tanto per ammassare.» Parole d'oro, che tutti i raccoglitori e i raccoglioni di tradizioni popolari dovrebbero bene imprimersi nella mente e raeditare, senza dimenticarle mai un istante. Ma il Pasqualigo se la prende inoltre col Musatti specialmente perche scrisse che una collezione di proverbi veneziani manca tuttora. II bello si e che oggi il Musatti lo riscrive piu convinto di prima. E per mezzo di esempi e di raffronti tenta di con-vincerne anche il lettore. Pure si potrebbe qui, tra parentesi, obiettare: Va bene che tutti i proverbi veneziani citati e confrontati a pagina < si presentano per senso piu esatto e per forma piu piena in veste ben migliore nella lezione del Musatti che in quella del Pasqualigo; ma diremo per questo che la colpa debba essere tutta e sempre di quest' ultimo? Passando d' una bocca in altra e d'una in altra generazione, č forse a meravigliarsi, se il proverbio subisca nella parola e nella frasc qualche modifi-cazione, pur dentro al recinto della stessa citta? Per quel po' d'esperienza, che ne feci, io čredo di 110. E passo oltre. Non e vero del resto che il Musatti non abbia citato il professore mai. Lo cito e nella prima e nella seconda edizione dei Duecento proverbi e, per giunta, lo lodo: ne lodo la fina diligenza e la fortuna. In fond o. anche per dare alla sua cicalata — cosi chiaraa la spigliata sua polemica — una goccia di sugo, le fa seguire due altre dozzine di proverbi veneziani, ossia grani della sa-pienza popolare '), da lui raccolti e, per quanto ne sa, non publicati prima d'ora ne dal Pasqualigo (»gli sembrera impos- i) Cosi felicemente chiama i proverbi il Musatti nel suo artieolo Proverbi istriani nel 11." 2 delle. Vagine istriane a pag. 30. sibile», esclama il Musatti) ne da altri, perehe in un'ultima Aggiunta quegli se ne serva con ogni liberta. E cavallerescamente si commiata dali'avversario con queste parole: «In cambio gli chiedo una grazia sola: Mi faceia 1' onore di non citarmi neanco una volta. Non mi pare di pre-tendere troppo.» A me ali' ultimo dei ventiquattro novi proverbi or ora ricordati: Co' vien le dogie - passu le rogie, mi piace ag-giungere, a mo' di complemento e fine, quest'altro di Capodistria: Passa la dota — lovna la rdia. Cosi forse potrebbe tornar la voglia del polemizzare ai due beneineriti folkloristi e alle nove polemiche di far seguire qualehe altra dozzina di novi proverbi. Ogni male non viene per nuocere. Cosi capitasse la voglia di accingersi a quella raceolta di proverbi veneziani, la quale e convinto che manca tuttora, e di condurla a fine al dottor Musatti, che n'a tutta la buona attitudine e la necessaria preparazione! Con quest' augurio — tanto per fare qualche cosa di me-glio di quel che sono andato facendo fin qui - chiudo la mia strampalata recensione. G. >>a. BIBLIOGRAFIA Gli Ezzelini, Dante e gli schiavi (lioma e la schiavitii pemmale domeniva) con documenti inediti, ricca bibliografia sulla schiaritu e memorie autobiografiche di Filippo Zamboni, Firenze, liemporad, 1902. Lo Zamboni e un ingegno originale per eccellenza. Ha uno stile a scatti, nervoso, con certi periodi brevi che fanno pensare al secco schianto d' una fucilata. E di fueilate ben dirette e quindi micidiali, e pieno zeppo 1' elegante opuscolo che teniamo sott'occhio. L'illustre uomo, com'e suo costume, a quando a quando si abbandona a delle digressioni, che se a taluno possono parere non sempre opportune, dicono pero splendidamente del nobiiissimo animo dello Zamboni, il quale dalla rappresentazione ter-ribilmente effieace dello torture fisiche e morali cui erano condannati gli schiavi delle galere veneto e di altri stati ancora, per logica e naturale associazione d'idee e tratto a parlar della strage d'innocenti promossa e voluta dagli Inglesi nei celebri «campi di concentrazione» durante la re-cente guerra anglo-boera. Tra le lorme di castigo adottate nei secoli andati dalla giustizia ('?) punitrice, quella del vemo fu certamente la piii temuta. II colpevole, o presunto tale, sperava invano di rivedere il desiato volto de' suoi čari, anche dopo scontata la pena (!). I governi si vendevano scambievolmente i rispettivi condannati : cosi l'Austria cedeva i propri a Venezia, la quale li adibiva al servizio pesante e spesso letale del remo ; e sovente la orribile sentina serviva loro di prigione e di tomba, donde 11011 useivano ehe cadaveri per essere gettati in pasto ai pescieani. Ne vi era speranza di redonziono : i sopracoiniti avevano tanti niezzi di prolnngar loro la comlaima, ebe fra i documenti riferentisi a quell' epoca infame, cercheresti iudarno la lista dei liberali. L' A. descrive da par suo i sen limon ti diversi che agitavan i niiseri galeotti durante 1' infuriar della teni-pesta, o nel fragore della miscbia e le interne, ribellioni e il cupo abbat-timento dei i-ematori di agiata condizione, incatenati al banco maledetto per un nonnnlla, per una vendetta privata, per aver abbracciata la fede protestante ed, anche, per isbaglio ! Segue 1' antobiografla dello Zamboni ed in chiusa la descrizione e la riproduzione di un' effigie di Dante rimasta ignota, dali' A. rinvenuta in un codice eugeniano. Le bi srh c e il yiuoco d' azzardo a Venezia 1112... 1X07. Dolcetti Gio-vanni. Venezia 1908. Libreria Alda Manuzio editrice. L. o. L'A. nelle sue «assicliie visite agli Archivi, alla ricerca ed allo studio di documenti necessari per la eompilazione di un' opera storica silil' A rte de' barbieri vede passarsi dinanzi un popolo che, deposta sulla soglia pa-terna 1' antica virtn, correva alla bisca, ovc s' innebbriava pazzamente nel giuoco«. II Dolcetti, un pamicchiere veneziano che ali' occorrenza sa trasfor-marsi in un dotto e amoroso raccoglitore e illustratore di cose pa trie, ha diviso il suo lavoro in otto capitoli, uno piu interessante deli' altro, nei quali descrive con profonda analisi psicologica e con grande verita storica i giuochi, le bische, i barbieri biseazzieri, i casini da giuoco (quei eelebri ridotti da cui le famiglie piii spettabili di Venezia e non solo di Venezia, useivano rovinate per sempre nella farna e. negli averi e che furono non ttiiica causa della caduta della Serenissima), la posta del giuoco, i bari, che fonnavano una specie di camorra con i cosidetti «mezzani di giuoco« e 11011 di rado periino con la polizia e coi magistrati ; donde la loro im-niunita. II capo VII, che tratta dei delitti dei giuocatori, per 1' arte con cui e con dotto, non sarebbe indeg-no della firma di un Lino Ferriani o di uno Scipio Sighele. Da esso impariamo che la mala passione aveva vinto completamente anche le donne, e non solo quelle deli' alta aristocrazia, ma fin le piu umili tiglie del popolo le quali, dimentiche dei loro doveri di spose e di madri, traevano alla bisca mentre nelle čase i figli languivano cli fame. Riuscitissimo poi e il cpiadro morale che l'egregio Autore fa dell'ebreo usuraio e del prete giuocatore : due individui cui i principi religiosi contrari avrebber dovuto tener lontani 1' uno dali' altro, ma che il tappeto verde miniva talvolta in effimero accordo. II capo VIII discorre delle condanne alle quali dovevano sottostare i giuocatori. Per concludere, il libro del Dolcetti si raccomandatanto allostorico, che al folkloristanonche ai seguaci della scuola del Lombroso, avendovi egli aggiunto parecchie appendici, delle quali bella in modo speciale la quinta, come quella che raccoglie le parti, le ducali, le terminazioni, le provvisioni, le addizioni, gli ordini, i proclami, le con-cessioni ecc. ecc. emanate dalle varie magistrature veneziane sni giuochi d'azzardo puhlici e privati e su (jnelli che recavano damio alla sicurezza cittadiua. Capodistria e nominata due volte nell'opera del Dolcetti: un «divieto» del 27 gelinaio 17(i(i, che inibisce il giuoco d' azzardo nella nostra citta, e una «polizza d' incanto per 1' inipresa del puhlico Lotto in Capodistria.« Notiaino inline che 1'A., oltre i giuochi d'azzardo, cita pure i pas-sateuipi innoceuti e innOcui, i cui nomi. con dizione quasi egnale, eseono spesso di hocca al nostro popoln. L'edizione onora altainente la tipogralia Callegari e Salvagno di Venezia. \c «La corruzioiie dei roshtnii veneziani nel rinasrimenlo» (estratto dali' Arcliivio Storieo Italiano, dispensa 2.a del 1903, Firenze, Galileiana, 1903) 1' illustre e infaticabile Poinpeo Molmenti partondo dal principio che a una raffinata eoltnra segue sempre una dec-adenza piu o meno pronun-ciata dei buoni costnmi, ne offre un quadro perfetto e smag-liante dello stato morale della sna Venezia attraverso il cinquecento. Se nel libro del Dolcetti e il basso popolo quello che, eoltiva con inaggiore intensita il vizio, qui, invece, sono i nobili che danilo tristo esempio di se, esercitando, a dispetto deli' avito blasone e deli' onore cavalleresco, le piu turpi azioni e i piu turpi mestieri, non esclnso quello del lenone. L' opuscolo del Molmenti assume speciale importanza per gli Istriani, perche esso indirettaniente dimostra che con le virtu noi non ereditammo aneora i vizi della Serenissinia, lo stato dei costnmi. in lstria, essendo in quel torno di gran lunga niigliore. Ponderosi articoli di scienze, lettere e storia reca 1' ultimo Ateneo Veneto (marzo-aprile 1903), fra i quali attrasse particolannente la nostra attenzione qnello intitolato : Per la eom/iiista deli'Ailriatico, in cui Davide Levi-Morenos leva un inno agli umili e disprezzati lavoratori del mare, ai poveri e ignorati ]>escatori deli' Adriatico settentrionale, ehe traggono la loro oscura esistenza in lotta perpetua con 1' infido elemento lungo tntto l'e-stuario veneto, mancanti del necessario, trascurati dal Governo, che se ne ricorda sol quando ne abbisogna per fornire di ottinii marinai la regia fiotta. La pittura ehe il Levi-Morenos tratteggia degli usi e costnmi dei pescatori delle lagune di Venezia, s' attaglia mirabilmente al modo di vivere e di pensare dei nos tri lupi di mare : tanto la differenza e minima fra la osta orientale e la occidentale deli' alto Adriatico. Secondo 1' A., 1' Italia deve la perdita del dominio asHoluto delt'Adriatico non gia alla ferita di Lissa, bensi ai cantieri del Llotjd ed alla inefflcace tutela morale e materiale degli interessi adriatici che scontissero di nuovo e piagarono nel suo or-gano piu vitale 1' Italia risorta. I>. V. I. L i dc.sc/i. Das Seeboden-Relief des Adriatischeu Meeres (mit einer Isobathen-Karte). In «Viertel-jahrshefte fiir den geographischen Unterricht» I 1902 Wien. Di questo iinportante articolo, comparso nella pregiata rivista geo-grafica, diretta dal prof. F. Heiderich, vogliamo fare un breve riassunto, certi di fare cosa non discara a' nostri lettori. II mare adriatico consta di due bacini, di differente struttura e dif-ferente profondita, separati 1' un dali' altro da un rilievo sottomarino, che congiunge la pc.nisola di Sabbioncollo (Dahimia) a qnella del M. Oargano (Puglie). II bacino settont.riouale e basso o, in diresiofffr di N.O.—S.L., va acquistando sempre. maggior profondita. Nel golfo di Trieste esso non su-pe.ra mai i 30 m., men tre l'ra Pescara (Abruzzi) e Sebenico raggiunge i 250 m. di profondita. Le isobate, o curve di egnal profondita. sono assai vidno fra loro alle eoste d' Istria e Dalmazia, lnentre alle coste del Frinli, del Veneto e della Uomagna sono molto distanti, locche signiflca che ad oriente la penden/.a del fonrto marino e grande, ad occidente essa e pic-eola ; ne risulta che la costa italiana e qnasi affatto priva di buoni porti, mentre quella di rimpetto e fornita di profonde e bon riparate baie: Muggia, Pirano. ITniago, Fasana, Pola. La costa orientale deli'Istria a maggiori profondita deli' occidentale ; <10-70 m.; vicino a quella croata furono tro-vate profondita di 100 m. Anche la Dalmazia possie.de baoni porti, che sono molto piu numerosi a sud che a nord. II baciuo meridionale e molto piu profoudo del settentrionale: a la forma di un imbuto, con una profondita massima di 1645 m., fra Monopoli iPuglia) e Durazzo (Albania). Anche qui la costa orientale fdalinato-albanese) a eccellenti porti (Gravosa, Cattaro, Vallona); la costa italiana a buoni porti solo al sud, nelle Puglie (Molfetta, Otranto, Bari, Brindisi . (juanto concerne la eostituzione del suolo del mare adriatico, le in-dagini linora eseguite, non ginnsero a risultati definitivi. Vicino alle coste basse troviamo sabbie, depositate da' fiiuni; vicino alle alte, rocce del medesimo carattere di quelie del continente ; nelle baie e nelle profondita maggiori il fondo e costituito da fango. "" L' interessante lavoro contiene anche una carta batimetrica del mare in parola. Italmhe La ndcskunde con Ifeinricli Xis.sen - 1 V. Land und Leute - Berlin JVeidmannsche Huchhavdluny 1883. II V. die Staedte (/. und II. Ilaelfte), 1902. In questa importante opera il cui primo vohune e uscito gia nel 1*83 e il secondo, iliviso in due parti causa la sua mole, nel 1902, sono ricor- dati gl' Istri. , . Nel I. vol ume, di questi popoli si fa un breve cenno a pag. 493 n-cordando la loro origine e la sommissione loro alla potenza romana. Piu a Iungo l'A. s' intrattie.ne a parlare dei Veneti e d' altri popoli vidni aglTstri. Nel volume II. parte I. capitolo III. parla della Venezia e dellTstria da pag. 195 a pag. 237 ripetendo pero molte cose gia dette da nostri scrit-tori 'di storia patria. Questo capitolo e diviso in quattro paragrafi. II primo riguarda i Cenomani popoli vicini ai Veneti ; questi poi sono vidni ai Carin, dei quali parla il terzo paragrafo. II quarto, breve, da pag. 237 a pag. 242 e, dedicato agli Istri : l'A. accenna somniariamente al sito di loro dnnora, alla penisola istriana, ai Iuoghi di essa e ai fatti piti impertanti delle epo-che ]>reromana e romana. II capitolo riassuntivo preselita, per chi e un poehino addentro nelle cose storiche nostre, un relativo interesse. Gli mivi recenti ml Foro romano. Prof. Dante Vat/licri. BuUettino della Commissione archeologica comnnale di J/orna. Fasc. 1 e 2. Anno XXXI. Roma. Ermamio iMHtcher e C. (Hretschneider et Regenberg) 1903. 1 vol. in S". Agli scavi recenti nel foro romano, «al eni riordiuamento ha fatto metter mano 1' onor. Baccelli, il qualo ha legato indissolnbilmente il suo nome a quella saera localita», il prof. Dante Vaglieri, trie.stino di nascita, e attualinente segretario del Ministero d' Istruziono, dediča un volume di 200 e piu pagine. II lavoro e corredato da 121 splondide tavolo illustrativo, riproduzioni di fotografi«, di disogni, di piante, di monumenti ecc. ecc. Contiene i seguenti eapitoli : (ili scavi recenti nel foro romano pag. il, Vullo Veli a pag. l(i, Sacra Via pag. 19, Necropoli arcaica pag. 33, Regia, tempio di Vesta e easa delle Vestali pag. 42, Arco di Angusto e tenipio di Cesare pag. HI, Basilica Emilia pag. «3, Area del Foro pag. 99, Comizio pag. 102, Rostri e Volcanalo pag. 152, Vico Tusco o tempio de' Castori pag. 164, Sacrario Giutnrna pag. 166, S. Maria Antiqua pag. 199. A quest' opera, tanto dognamonto illustrata dal nostro illustre com-provinciale, oltre il nome deli'onor. Baccelli, va congiunto anche quello deli' architetto Giacomo Boni, che fu chiamato a dirigere i lavori, portando come dice il Hiilsen «nell' eseguire il sno compito piona intelligenza, ener-gia insolita e instaneabile attivita.« // amministrazione comnnale di Trieste nel triennio 1900-1902. II Municipio di Triente editore - Slabilhnento ari. tip. Ci. Capriv, 1903. "E antico canone di sincera democrazia che, sottratta al dominio di poehi privilegiati, la cosa puhlica abbia a reggersi con la eooperazione diretta o incliretta di tutti i cittadini, intenti onestamente e saviamente al bene comune. Cosi e che allo antiche amministrazioni loeali, o rette dallo Stato onnipotonte e irresponsabile, o aftidato ali' ereditario privilegio non controllato, si sostituirono lo rappresentanze comunali liberamente elette.» A richiamaro sull' opera propria il cooperanto interessamento del-1' opinione puhlica o ad ovviare eh' essa sia condotta ad errare perche non e in tutti i cittadini esatta la conoscenza dello stato vero delle eose, e de-dicato il presente volume, nel quale si e cercato di (lare esauriente notizia di ogni parte deli' amministrazione affldata al Consiglio della citta nel re-cente triennio della sna funzione statutaria (sia comnnale che provinciale) e pure deli'attivita partieolare degli uffiei municipa i nello stesso periodo, cosi nella loro funzione di organo comnnale, come in quella piu onerosa (indipendente affatto dali' indirizzo della ra p p rosen tan za comnnale) di eser-cente poteri appartenenti allo Stato. Lo splendido volume, riceo di circa 400 pagine, corredato da nu-merosissime illustrazioni, piante, disegni ecc. ecc., e publicato per cura della Presidenza Municipale, fa fede della straordinaria attivita, quasi feb-brile, spiegata dal Consiglio Municipale di Trieste nel triennio 1900-1902. Pochi, certo poehi comuni italiani possono mostrare un si fecondo lavoro portato a compimento con tanta rettitudine, con tanta coscienza, con tanto buon volere in cosi breve tempo. II volume in parola e titolo di grande onore per il Consiglio municipale di Trieste, e assoggettato a una critica serena e oggettiva, mette in chiara luce quanto vale 1' operosita congiunta ad un intenso affetto per il proprio paese. (*,.]. Dovtrmco Vkntukim. direttore — Caklo Priora, fditore e rpdattore 1'pspimsabilc, Ttpografla Cobol & Priora, Capodistria.