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CON LICENZA D E\ SVTERlORI, 9 i ' *■ T >• A > . ■ PR ( ^OS'S /ffiMP lOJSOB^S X tu X mw* PROEMIALE. 1 Alora in fen di bianca nube accolto Tanto fimile imago a fe produce Febo, che 1’ occhio in mezzo a tanta luce Difcerne in van del vero Sole il volto 5 Così da fenfi il pender mio difciolto Me con diletto a contemplare induce In duo bell’ alme egual fplendor raccolto, E un folo obietto agli occhi miei riluce. Oh BONIFACIO, oh CARLO ! Anime eccelfe, Che fegno a dotte rime in quello giorno Onci’ Egida rifuona, Apollo fcelfe. Io Voi contemplo, e di veder fon vago Qual merto fia maggior, qualfia più adorno Di Virtù5 Veggo in Voi 1’ iltefla imago. X IV X DEL SIGNOR DOTTOR D. PIETRO G E N Z O CANONICO PENITENZIERE DI GAPODIìTRIA. SAcro Pallore in quello giorno al Tempio Lieto procedi pur con franco piede Che in di Te con memorando efempio La gran iorte di Dio pender fi vede. Tema di rimirar 1’ antico fcempio Chi al vero Aronne con mentita fede L’ onor tentò rapir qual Datan empio E di fuoco illegal tributo diede. Voce divina nel fublime onore A un degno Aronne Succelfor ti rende, E chiama Te da filenziofo orrore. Se fu Dio che parlò, tra facre bende Oggi nel tempio a trionfai fplendore Te la divina maellade attende. DELLO X V X DELLO STESSO. LUngi, o profani, che mi deda al canto Non già di verdi bellicofe fronde Incoronato Eroe , che in aureo manto Torni di Roma alle vittrici fponde, Ma di Sacro Paftor a eterno vanto Al fuon di lieti carmi Eco rifponde, E religiofa maeftade intanto Timor nell’ alme, e riverenza infonde« Oggi la pompa trionfai precede Lo dendardo di pace, in cui raccolto Traluce Io fplendor di nodra Fede) Oggi il nuovo Pador nel Tempio accolto Con dì voto filenzio adora, e crede. Dunque, o profani, ricoprite il volto. )( VI )( D. ANTONIO R A I N I S (a) SU le cime del!’ Hor alpeftro Monte Del fuo di gloria luminofo Amanto Spogliali Aronne, e da 1’ Augiifta fronte v La liara fi toglie, e ’l Nome Santo. Indi il buon Figlio al caro Padre a canto Di quelle iftefie venerande Impronte Umil s’adorna : due grand’Alme oh ! quanto Al Dio d’ Abramo ubbidienti, e pronte. Di quelli sì fublimi, e fanti Eroi Nell’ atto memorando a i tardi Eredi Saper, Egida, vuoi quel, che fi adombra? CARLO in Aronne, e BONIFACIO puoi Mirar nel Figlio : il duol quindi tu Igombra, rettore del seminario vescovile. (*) ToUe ^aron, & Fi/tum e'jiis cum eo, & duces sos in montem Hor: Cumque itudavtris VAìrem vejis fua, indugi ea Elgazarum Filìum e)us. Num. 20, )( VII }( ALESSANDRO GAVARDO qu: GIO : P. A. Accad. Rifs., e Concorde. SI ALLUDE AL NOME DEL PRELATO. Quando di CARLO il gran dileguo, è giunto A Lui, che del Triregno orna la Chioma , Saggio Ei volfe infilo Cor fin da quel punto Chi degno folle dell’ orrevol foma. Udì voce del Ciel, voce, che appunto Reggea chi d’elfo ebbe le Chiavi in Roma, E dirfi intefe: Al Sacro Solio affunto Quegli efler dee, che dal BEN FAR fi noma. L’Oracolo Celefte il Pio Regnante Tolto comprefe, e BONIFACIO clelfe Carco di Metti , e in bene oprar collante. Or qual ricca di Beni, ed ampia meffe A noi darà chi del BEN FARE amante Anco nel Nome un sì bel genio efprelfe? A 4 DELLO PArte CARLO ii Paftor , cui del fuo Gregge Calie vieppiù, che di fe ftefib} Ei parte, Ed or nel Santuario, e in ogni parte Lo Zelo fuo, la fua Pietà fi legge. In Lui ben fi avverò, che quei, che regge Quanto creò con si mirabii arte, Pregi, e doni opportuni allTiom comparte, Ed atti a quegli Uffizj, a cui lo elegge (i) . Agi Aviti, e pio Core a CARLO E’ diede A prò della fua Spofa, e a prò de’guai Di tanti, che impetrar da Lui mercede. Ma deh! perchè sì buon Pallore ornai Ti lafcia, Egida, e volge altrove il piede? Ah! ti punifce il Cielo, e tu noi fai. DELLO (i) U!os, quas Deus ad aliquid el'ig’t, ita preparai , Ò1 difponit , ut ad id , ad quod eliguntur, inveniantttr idonei. S, Thom, Si’, ti punifce il Cielj ma il Cielo ifteffo Qual dopo alti fragori, e accefi lampi Ch’ empion di orrore il Tuoi, cader fa fpeflb Pioggia opportuna a fecondare i campi* Tal poiché toglie a te CARLO, che preffo Al Tebro orme di onor fia poi che {lampi , Oggi nuovo Pafbor ti ha pur conceflo, Che di egual Zelo avvien che in petto avvampi. Lieta però lo accogli, Egida, e fpera, Che la perdita tua rintegri, e teco Tal BONIFACIO fia, CARLO qual era. Ecco dinanzi a Lui 1’ invido, e bieco Rancor fen fugge, e la Difcordia nera, E vien la Pace, e la Giuftizia feco ( i )• A j DEL 'X X )( G. G. M. F. ALLUSIVO ALL’ ARME CAMOCIO, E PONTE. PEr quel afpro fender pefante, e duro, Che fantamente fino ad or calcafti, Le di cui orme non fia mai che baiti Il venerare col cuor metto, e puro, Ancor fedele il pie franco, e ficuro Qual irluto animai contro i contratti Porgeretti, o Signor j ma rende guaiti CARLO i progrefli tuoi Torrente impuro Non dubitar, che qual di Abramo al monte Iddio fi appaga del tuo oprar contento, L’Alma fia cheta, e i tuoi penfieri arretta Se il guado perigliofo ti funetta, E fe t’affanna il torbido Elemento Per varcarlo ficuro eccoti il PONTE- D. VALERIO PELLEGRINI. QUel leggio augnilo d’ammirata luce Camucio il forte, che fin ora empieo, Tafpetta, almo Paftor, o Tu, cui fèo Grande quel meno fol, che in te riluce. T’afpetta, e il Cielo di fua man Ti adduce Di Lui full’ orme, che non mai perdèo, Lo dice il buon, fe v’ è, lo dica il reo, Di buon Padre le mire, e di buon Duce. Il feguirai nell5 onorato oprare, In quell5oprar, per cui d’invidia a fcorno , Di nuovi fregi rilucente appare. Vola il mio fguardo, e in Y avvenir fi aggira , E non meno che il fuo, tuo nome adorno Farfi vie più di vero onor rimira. \ LfeSOl A 6 DEL' D. PIETRO FABRIS PIEVANO DELLA VILLA DEGAN IVfOrte dell’ alme non più vanne altera, Guardalo, e trema, della Tiara adorno Di CAMOLDOLI il Figlio in sì bel giorno Siegue il granCARLOadebellartua Ichiera. La Legge, che, per tua cagione intera, Pianfe talor, a tuo gran danno, e fcorno Ei fa che forga, e lieta efclami intorno: Pera il perverfo, il contumace pera. L’ alto fa pere, che la mente re 1 petto Forte in Virtude, e al ben oprar prepara, Quelle glorie a Lei reca, a Te difpetto. Egida mia vedrai, quanto più chiara Sarà tua fama, fe a ciafcun fuo detto Pronta farai, e quanto a Dio più cara. X XIII )( D. PIETRO PELLEGRINI. IjEn tu qual folgor chiaro, e qual baleno Che in cava nube fi raggiri ardente Quel divin lampo, che dai bel fereno Sul Giòrdan fcefe al (acro ftuol dolente. Quinci è chi tragge agli ampi Flutti in feno Tracciar perigli in mezzo orribil gente} Ed altri quindi d’aureo ftil ripieno Idoli, e templi è d’atterrar poflente. Indi ancor fua mercè rapida 1’ ale Spiegafti o Santa Fè dal Tebro al Tago E dal fuol d’Aquilone al fuol Allibrale. Superno lume ah! di veder chi è vago Tuo gran poter, d’ Egida aH’immortale Pador fi volga, e ne "fia torto pago. sfUH A rr / DELLO ruote àccefe allor che l’aer fendea L’inclito del Giordan Vate poflente Raggio dal Ciel del fuo più viro ardente L’altro a lui Meflaggier di Dio chiedea. Che intorno ai fogni Egizj errar vedea DTfraele vieppiù l’infida gente5 E in l’ampie Reggie all’empio culto intente Il vero Nume aprir anch’ ei dovea. Fiamma immortai di quel di Tesbe, e quale Al gran feguace doppia arderti in feno Te d’Egida il Paftor non chiede or tale. Sull’ orme fol di Lui, cui defte in forte Suo Gregge pria, col divo almo baleno Segna le vie, onde altrui lume apporte. D. P I E T R O R O S S I A. R. r SOvra d' Egida il mar placido il vento Spingea la Nave, che 1’ antico avea Saggio Nocchiero vigilante , e intento A cuftodir quanto ella in fe chiudea: Quando impetuofa lungamente il lento Legno affali crudel tempeffa, e rea: Onde falvar fra 1’ atre nubi a ftento L’ onufta Nave quel Nocchier credea; Quindi già fianco al Succeffor di Piero L’ agitato additò feffo Naviglio, E ’l fuo primo vigor fcemo, e Smarrito j E allora fu , che Voi' novel Nocchiero Scelto folle a fottrar da ogni periglio Con la Nave il Nocchier laffo, e sfinito. Hfè D. ANTONIO GIURI. V Eoga, deh venga a cogliere Il mio Diletto i frutti De’ Pomi, che germogliano, Già a maturezza addurti. Venga nell’ Orto, e penetri Negl’ intimi recedi, Colga gli Eletti aromati, E fua Mirra con edi. Collo dillante pafeafi Favo di dolce mele: Più non adbrdin 1’ aere Le amare mie querele. Così ne’ Sacri Cantici La cafra Spofa apriva Quella, che il cor ftruggevale Fedente fiamma viva. Tali dal feno d’ Egida Efcon vibrati accenti, Che a Te cortefi portano Su lievi penne i venti. Nuovo )( XVII )( Nuovo Pallore a reggere I Figli fuoi t’invita, E le velligia orrevoli Del buon CARLO ti addita Qui la pietade, e il facile Genio di pace amico, Qui forte petto, impavido. Di Umiliar nemico. Qui Zelo ardente, e fervido Della falvezza altrui, E qui rara modellia, Che cela i pregi fui. Ei liberale al povero Stefe pietofa mano: Vinfe con cor benefico L’onte, e il furore infano. Virtù si rare, ed inclite Ond’è il CAMUCIO adorno Per cui il Romano Oracolo, Dell5 atra invidia a fcorno, Delle Celelti Vindice Leggi, e fedel Cultode Segnò Decreto, e libero Voto di eterna lode, Formano i faulli aufpicii Di tua provida cura, )( XVIII )( PONTE, che un Regno ftabile Di pace ti afficura. Già vinto il nero vizio, Oppreffì i vili inganni, Non più la rea difcordia Spiegherà ardita i vanni. Ah non temer difficile Il Paftoral Governo j Piana è la via, che ferbati L’immobil Fato Eterno. Così gl’invitti Martiri Calcando afpro fentiero, Al Yatican pacifico Refero il Sacro Impero. BEL X XIX )( DEL S I G K O Ji D. PIETRO PELLEGRINI. BEnchè di quello al par eterno lume Che 1’ ombre al ver, e all’avvenir ne toglie Mortai faper invan giunger prefume Dove 1’ uom chiude le fue cupe voglie: Pur falma al Ciel amica in feno accoglie Splendor, che piove 1’ alto Etereo Nume, Sì le tenebre fue fcuote, e dilcioglie, Che fu gli afcofi eventi alza le piume. Spirto, che accefo di sì chiara luce D’ Egida i Figli in fu le vie fuperne Guidafti, e medi or li abbandoni, e lafli Quel, che il tuo cor a noi Paftor adduce Qual entro il tuo Penfier ormai Io fcerne Certo fia, eh’ a te dietro ei volga i paffi. D. PIETRO FARRI S. P I E V A N*0 DELLA VILLA DECANI. Pieno del Nume, che nel volto fplende, Dalle cime del Sina, che atro ardea Mentre Mosè coll’ alta legge fcende. Che aprir ai Figli d’ Ifrael dovea, All’ ime falde i facri fuochi accende, Tempra 1’ ire del Ciel$ la turba rea Fa vermiglia di fangue, e la man ftende Ognun , che fede al fuo Signor porgea. Tale al Formion almo Paftor fen viene Colmo del Divin Foco, e full’ eletta Turba lo infonde a mani larghe, e pienej Cria la unifce col Ciel, e la vendetta Ultrice n’ allontana, onde ogni bene Dalle Virtudi fue ciafcun fi afpetta. D. ANTONIO DEGLENCICH. PIOVANO DELLA VILLA DI M ARE S EG O , A. R. »-ji Seì tu bionda Melpomene Mio primo onor, mio vanto? Sei tu, che a nobil canto Mia voce addeftri, e innalzi il mio pender? Se mai fchiudefti il facile Eftro ad alcun tuo Vate Deh recami temprate D’armonia le immagini del ver. Se il mio primiero genio De’ carmi in ozio giacque Così al deftino piacque, Ch’altre cure, e penfieri all’alma diè. Or per le vie Pindariche Gentil cagion mi fprona Muovere in Elicona Con nobile ardimento il franco piè, / Voi X XXII )( Voi fiete egregio PRESULE L’alma cagion onde armi Di mille eletti canni Febea faretra in quello lieto dì: In quello dì, che ad Egida Volita pietà verace, Volita mente fagace D’alte fperanze largo campo aprì. Voi fin dagli anni teneri Sopra le dotte carte Tutta apprendelle l’arte , Che l’alma può di vera gloria ornar E in Chiollro folitario Figlio di eccello Padre Contro le Averne fquadre Di fortezza fapelle il petto armar. Frattanto il grave incarico Sotto il pefo degli anni Stanco, e di mille affanni Il buon nollro Pallor fcolfe da sè: Che farfi invitto margine Con inflancabil lena De’ vizj alla gran piena Così faci! ìavor certo non è. X *xni )( Quando ecco implora fupplice Di Pietro il Succefìfore Lume difcernitore Di novello Paftor faggio, e fedel. Sul favolofo Tripode Non Ei gli arcani apprende, Ma quel che in Lui difcende Spirto è verace, che fol vien dal Ciel Spirto, che pronto additagli Quale in folingo Chioftro Crebbe il merito Voftro, O PONTE, e quanta fia Voftra Pietà Spirto, che noftra perdita A riparar vi fchianta Da Benedetta Pianta, E dono a noi del bel germoglio fa. Così la perla candida In feno alla Conchiglia Tutto il fuo vanto piglia Onde a collo Beai divien monili La Valle Terebintica Così difcender vide L’impavido Davide A fiera pugna dal paterno ovil. )( XXIV )( Venite a pugna fervida Qui occafion non manca, La fronte ardita, e franca Erge finfidiator del vero ben. Oh! quante volte videfi Virtù, che al mal contrada Suoi progrefsi, per vada Doglia turbar del volto il bel feren. Così fchernir fu folito Le fquadre d’ I fra eie Al vero Dio fedele Pier Gigante de’popoli terror. M’a quelle turbe attonite Cangiodì il lutto in feda, La Goliata teda Quando recife il braccio druggitor. Voi, qual Davide, in Egida Fiero Gigante afpetta, A far fu lui vendetta Quà Vi adduce condglio alto Divin. À Voi fi afpetta infrangere L’orgoglio fuo funedo , Si abbia fugato, e medo Alle porte di A verno il fuo confin. x xxv )( Seco abbiafi la turgida De’ vizj antica madre, Seco le impure, ed adre Immagini nemiche di Pietà. Là fien le cure torbide Con forti nodi aftrette, Là quanto all’ uom promette Vera nelle paffion felicità. Celefle Fede il candido Velo fu Noi diftenda, Dai Veltri detti apprenda Religione ogni protervo cor. Voftra virtude al docile Serva di forte efempio, E ha di feorno all’ empio, Voi noftro Padre Hate, e noftro onor. D. GIOVANNI GAVARDO. e Soli io veggio sfavillare a un punto Sovra il noftro Emifpero$ uno, che i fuoi Raggi altrove già trae, 1’ altro di’è giunto Teftè fu quefto Ciel dai Liti Eoi. Tramonta il primo, e qualfplendea quìappunto In altra parte ei fplenderà dappoi, Ma pria eh’elfo tramonti è ormai raggiunto Dall’ altro, che un bel giorno adduce a noi. Egida fortunata ! il Ciel non vuole Te a lungo condannar notturno orrore Come altra piaggia condannar pur fuole. Il Sol, che parte, è CARLO, il cui chiarore Sì t’ illuftrava ; è BONIFACIO il Soie, Che ti viene a recar nuovo fplendore. X xxvi i )( DEL SIGNOR D. NAZARIO MARCHIO H. 1%/à! Al grato io pur dolce Febeo concento D’ accordar tentarò mia rauca lira? Ahi! che profonda in me piaga rifento Per cui tanto il mio cor langue, e fofpira. Sofpira il cor al lagrimofo evento In cui rapì del giufto Cielo 1’ ira Il Padre a Noi che al comun bene intento Infultato perdona, e fi ritira. Ma de’ Configli eterni il fofco velo, Egida mia, fi fquarcia, e in facro amanto Ecco nuovo Paftor egual di zelo Vien BONIFACIOj CARLO parte, e intanto Vuol che per Noi fi raffereni il Cielo, Ond’ io prendo la lira, e tergo il pianto. Si Si avverta , che in quella Raccolta non fi è potuto avere riguardo nè a grado di Perfone , nè a ordine di Compofizioni, ma fi fono dovu-re porre dal Raccoglitore come gli fono venute . f 4 DMP 11 NEL SOLENNE 101509965 * ; . š l L uh C c-U Ca- f yh ; , « ■ ** ? C 2% C L^f «