Dello stesso Autore : ( tta vìttima, novella. Sfumature, racconti. A suoli di campane, racconto. Movimento intellettuale in Francia prima e durante la rivoluzione, due conferenze. I nostri Nonni, pagine della vita triestina dal 1800-1830. Tempi andati, pagine della vita triestina dal 1830*1848, sèguito ai Nostri Nonni. Marine Istriane. Lagune di (ìrado. Pianine Friulane. Documenti per la storia di (ìrado. I dissidi tra i figli ,li Raimondo /7 della Torre, documenti inediti. GIUSEPPE CAP1UN ALPI GIULIE SEGUITO AI LIBRI MARINE ISTRIANE - LAGUNE DI GRADO PIANURE FRIULANE Diacgni originali di : HAUISuN Giuseppe {IViest«), BIGNAMI iv<»f. Vespasiano (Milano), JiRESSANIN V. (Veneitó), CROCI Emetto ITrfwte), DE FRANCESCHI Giulio (Paino), DELLA VALLE A. [denm», LAURENT! Cetàrc [Yeneria), SAVORQNANl Giuuppe (Trieste!. SCOMl'AKINI IV. .f. Klicni.. Tri.- -le . 'l'i 'MIN/ Alfr-t.. Tri.-t.-', TRIESTE Stillili'inclito Artistico Tipografico lì. Caprili, ttiitore 1895. 41 741 v''ii i diritti ili proprietà letterarie ed artistica buoni vennero acquistate dalla Casa libraria . H. SCH1MPFF di Trieste. A L P I GIULIE I. IN FACCIA ALLE ALPI Voci del nutre - Sfondo tli montagne Viaggio intorno alle Alpi Battesimo romano Scienziati alpini — il romanzo di un'ondina. Non si tratta d'una semplice ascensione sur uno dei giganti delle Alpi Giulie; ma di percorrere tutta la catena, internandosi nei labirinti, ove asconde il suo scheletro. Gi siamo messi in cammino e non ci spaventano nò i disagi, nò la fatica; abbiamo tutto ciò che ci abbisogna: la piccozza, il beccastrino, il bastone ferrato e la buona compagnia delle storiche ricordanze. I carrettieri e le contadine salgono la strada erta, tutta al sole, impolverando la loro ombra, che ora si allunga ed ora si accorcia. II Carso, orrida e biancheggiante vallata, va giù sino a pie' delle montagne. Si presenta come un'immensa città, scossa ed inghiottita da un terremoto, della quale non sia rimasto che un affioramento di sassi vulcanici e di lave raffreddate. Ma da quest' altezza dominiamo ancora i nostri bei porti dell' Adria, e ci volgiamo a guardarli. Non le vedremo per lungo tempo quelle piccole città pescarecce, fatte scure dalla vecchiezza, superbe di una superstite porta merlata, su cui il leone di San Marco 8 AI.l'I GIULIE figura come un suggello sopra un documento della storia di Venezia. Non incontreremo più le svelte donne olivastre, dalle grosse matasse di capelli neri ed i grandi denti bianchi, che lavorano intorno alle reti sugli usci delle cucine, o corrono al pozzo col bicollo in ispalla, dondolando i secchi VEDUTA DELLE GIIJLH di rame; nò ci verrà più alle nari l'odor salso dell'alga ammucchiata sulle sabbie umide della spiaggia. Ci risuona solo la eco di una canzone : Son nato e go vissuo nel mìo datelo, E 110 lo posso proprio abandonar ; Glie lasso a chi li voi, la tera e ci culo, A mi me basta la mìa vela e e! mar ! * * A IN FACCIA AULE ALH 9 Eccole là in fondo, e tutte in giro, quelle montagne, -che serrando il nostro paese ne determinano fisicamente il confine. Si disegnano sull'orizzonte come se fossero schierate in fila. Sembra che nascondendoci ogni altro lembo
  • KL 1'KKDIL 27 Gorizia se ne sta in mezzo a (mei giardino, seduta sotto il grosso castello, e gli ultimi cipressi di Salcano fanno guardia alla porta delle Alpi. * * Da Gorizia in dicci o dodici ore, con due buoni cavalli da posta, costeggiando l'Isonzo a contrario della sua acqua, si raggiunge 1" alto ed angusto valico del Predil. I / antico predominio italiano ha tante pietre miliari nella storia e nel nome dei paeselli tagliati dalla strada, o che le stanno ai margini. II fiume, che in pianura si dilata, ed e in qualche punto guadabile, restringendosi presso il monte San Valentino, scende sveltissimo. Il suo corso a Canale diventa angoloso e rompe tra i massi vellutati di musco, gettandosi contro le sponde, fortificate dalle ficaie gommose e silvestri. Il bel villaggio con le case grigie sta a cavallo di quello scompiglio di fiotti ed i portoni ad arco, i ballatoi di legno, la chiesa eretta nel 1401, ristaurata nel 169S, gli danno una schietta fisionomia friulana. La giurisdizione di Canale venne accordata da Massimiliano I nel 1504 a Simone degli Ungrispach; nel 1623 l'arciduca Ferdinando la concesse alla famiglia Rabatta. Cipressi di Salcano. CANALE. Poco più in sii Volzana lasciando alla destra la pingue gola dell' lei ria e del Bacia, apre un'ampia valle e presenta Tolmino. Questo nome è una cara conoscenza fatta nei documenti delle biblioteche e degli archivi. Sopra la villa stava il guscio di una torre: reliquia di vassallaggio feudale; il campanile raccoglie sotto di sè abitazioni nuove, nette, Molino .1 sr^a sul fiumi- lincia. bianche, appena spalmate di calce fresca. Tolmino, propugnacolo del Patriarcato e gastaldia, era la residenza di un rappresentante, che per maggior sicurezza veniva scelto nelle persone dei parenti del patriarca. Raimondo della Torre nominò gastaldo il proprio nipote Febo; così fece Ottobono de' Razzi e così Pagano della Torre. Qualche storico narra che il patriarca Raimondo vi fabricò un girone, forse un palazzo fortificato, nel quale poi si recavano a soggiornare ti'estate i vescovi aquileiesi, distrutto nel 1508 dai Tedeschi. 11 «.MINO CASTELLO J)l TOLMINO. (Da un ditegli} doli'ingegnere cesareo G. Pi croni, secolo XVIL) A poca distanza vi ha la cosiddetta Grotta di Dante, in cui si suppone fosse entrato il grande fiorentino. TI primo a bandire questa notizia fu Giovanni Candido, giureconsulto udinese, autore dei Commentai} AqrHleiesi, stampati in Venezia nel 1521 ; lo segui nell' affermarla Jacopo Valvasone di Maniago, che nella prima metà del 1500 occupò la cattedra di eloquenza greco latina in Venzone, lodato per i suoi scritti da Lodovico Ariosto. Nella vita di Pagano della Torre, egli narra come * fattosi questo protettore di dotti, ricoveri'-) Dante Alighieri, Poeta e Filosofo celeberrimo, fuoruscito per le fazioni dei Bianchi e dei Neri, col (piai Signore con molta sodisfazione egli dimorò per buon tempo, e con lui frequentò sovente la bella contrada di Tolmino; luogo nei tempi estivi molto dilettevole, per la bellezza e copia incredibile di fontane e fiumi limpidissimi e sani, per l'aria saluberrima, per l'altezza dei monti e profondità spaventosa delle valli, per li passi strettissimi e novità del paese; il (piale tenendo molto del barbaro, accompagna perciò con l'orrore del sito una graziosa vista di campagne, di rivi, di terre grasse e ben coltivate. Tu questo sito sì mirabile, che par nato per speculazione di filosofi e poeti, si tiene, che Dante scrivesse 5 compiacenza di Pagano alcune parti delle sue eantiche, per aver li luoghi descritti in esse molta corrispondenza con questi; et a quésta credenza consente uno scoglio posto sopra il fiume Tolmina, chiamato fin al dì d'oggi dai Pae sani Scdia a1! Dante, nel qual luogo di mano in mano si la conservato memoria, ch'egli scrivesse anche Delta natiti a dei Pesci. t L'abate Giuseppe Bianchi, nel suo libro Del preteso soggiorno dì Dante in Udine ed in Tolmino, publicato nel 1844, volle distruggere la credenza che l'Alighieri fosse stato Ospite di Pagano della 'Porre e lasciasse il suo nome alla spelonca di Tolmino, ora .albergo di topi e di nottole; eppure la tradizione perdura tra la gente del luogo, senza che un sentimento od un interesse ne .abbia fortificate le • GROTTA DI DANTE, radici. Ma quando pur fosse leggenda la presenza del poeta in queste terre, convien dire che da oltre quattro secoli vive tra noi l'orgoglio di aver dato asilo al padre della nostra favella. * * -x- Caporetto, stazione romana sulla strada che da Aqui-leia, per dividale, andava a Virano, apriva il passo di Tarvisio. Il valico è una profonda squamatura nel ventre delle Giulie superiori; la strada che lo percorre s'incurva seguendo gli scontorcimenti delle montagne; a volta s'innalza per schivare le improvvise rabbie del fiume e poi bruscamente ridiscende a lambirne le sponde: in questo continuo serpeggiamento è fiancheggiata da noccioli e giunchi amari. Sui pendii, all'ombra di qualche alberello, stanno aggruppate alcune cascine, con un lembo di pascolo davanti alla porta; tre o quattro mucche nere scuotono il campanaccio, quando un ciuffo d'erba cade sotto la sega dei loro denti. Sopra un'eminenza spuntano i ruderi, o meglio i rottami di un maniero intorno ai quali s'incespuglia un siepone di more, chiudendone 1' accesso per modo da costituire, con la forte armatura di spine, una vera difesa ed una tacita minaccia. È strano come la natura cerchi talvolta di stornare l'insidia ed il vandalismo degli uomini. I pirati normanni volendo impadronirsi delle mura di Slains, la chiave della Scozia, si gettarono, di notte, sicuri della riuscita, nei fossi della cinta; senonchè caduti in mezzo ad una foresta di cardi, sentendosi lacerare le carni, gridarono tanto forte, che la guarnigione, avvertita della sorpresa, riuscì a vincerli ed a sbandarli. Così la prunaia, presso Caporetto, ricaccia i villani, onde almeno gli ultimi ruderi della rocca siano conservati alla storia dei feudi. ' 34 AT.I'I GIULIE A Plezzo le giogaie chiudono una valle elittica, mostrando tutto il formidabile asserragli amento che prepara, no alle chiuse. Dove tra vetta e vetta dovrebbe aprirsi libero il cielo, sbucano nuovi picchi pietrosi. Da una parte il Rom-bone cerca di celare ìe prominenze del Canino; dall'altra Maina sul Rombone. il gruppo del Mangart s impone con il masso del Grugno, a cui s'innesta la grande chiocciola capovolta. Hanno tutti un mantello verdastro sulle spalle e le teste calve. E in questo anfiteatro ventilato che le acque si ritrovano. Il Coritto o la Coriteuza, dopo aver accolto i rivoli vagabondi che incontra sul proprio cammino, dopo aver roso le sponde scomparendo talvolta nei meandri traforati con irruente violenza, si congiunge all'Isonzo, che abbandonata la valle di Trenta, spiega la vaghezza della sua tinta opalina, ■VXN3HI KI M'l'I VA V'J'JIX OZXOSI/IT.HI U.KOA JH 36 AI,l'I GIULIE Ma né l'uno uè l1 filtro, benché abbiano assunto placido aspetto, sanno celare i danni della loro impetuosità : massi Primo letto dell' Isonzo. enormi divelti assieme con scheletri d'alberi, giacciono sul greto, testimoniando il rovinio che compiono quelle acque dopo le crude invernate. Valle Ji Plezzo Il Passo del Predil. NKL VALICO DEL PREOtL 45 -x- # * Plezzo, V Ampicium dei codici medioevali, MAmpktium delle scritture ecclesiastiche, se ne sta appiattato sotto il Rombonc, guarda l'arco di vegetazione che si spande intorno, e domina il rilievo plastico dell'inclinata vallicella. Qui, quando il grande emporio aquileiese alimentava i fori mercatori del Norico, si tenevano i cavalli di rinforzo per 1' ascesa del Predil; oggi, poco dopo superata la stretta, una carreggiata torta e faticosa mena a millecentosessantadue [| Montasin ed il JÒf Kuait veduti dalla .ima del Rombonc. metri di altezza, aprendo sotto a' piedi 1<> spettacoloso affossamento da cui si e levata. Scendendo verso iva ibi, a sinistra, il Schdnkopf mostra il suo annodamento al Jòf Fuart (Wischberg) che prolunga gli accumulati scaglioni delle sue propaggini sino a Tarvisio. 11. PASSO ROMANO. NliL VALICO DEL PREDI L 47 Il nome di Tarvisio credesi provenuto da Tres vias. Nelle miniere di Raibl si sono trovate le tracce di escavazioni attribuite ai Romani ed un passaggio nel gruppo tlel Mangart porta ancora il nome di tacca romana, che i Tedeschi e gli Sloveni chiamano Romerscharte, la quale mette nella valle romana, detta Rouierthal. Lo Czdrnig, che spesso fece propri gli errori degli altri, pretese che dal Prcdil, il monte Picianum e J'icis dei latini, sgorgasse il Natisone; e cerco di avvalorare l'asserto con la seguente frase di Giornande, segretario del re dei Goti in Italia: Civitas AquUeui, cuius ab oriente muros Natisso amnis /ìncus a monte Pieis elambit. * * * Il paesaggio spiega tutta la sua bellezza nella riunione di tante montagne, alle cui falde si riproducono sempre gli stessi orridi motivi e si ripete lo stesso squallore: brevi sorgenti che cascano, o che per riuscire dalle fratte urtano come i ciechi in tutti gl'intoppi; buche vuote e limacciose; viottoli, di cui l'erba ed il movimento della terra cancellano le tracce; villaggi coi tetti, coi campanili, con le grondaie c gli abbeveratoi dì legno; barre ed arginature per frenare le alluvioni; ponticelli volanti, che vengono di spesso rimessi a nuovo e trasportati da un posto all'altro, a seconda delle colmate. Un grande vuoto; il susurro del fiume, simile a quello di una carretta, che corre sempre senza avvicinarsi mai; il balenio di qualche falce tra la malinconica foltezza dei rovi. Il noce, che le fraterie italiane piantavano, insegna di ospitalità, davanti ai conventi, e il gelso, sono gli ultimi abitanti meridionali, che si spingono sino alla scarpa del Predil : gran signori tra le acacie stradaiole e la bambagia selvatica, che sperde i suoi fiocchi nell'aria. 4 - 1 fife»mu .i" - >rìflSmr'''-' / £?- v figurava affatto sino a quel giorno nella nostra istoria. Noi sappiamo, grazie a quelle utili violazioni, che si bruciavano i morti sui roghi; che vi esisteva una divisione sociale facilmente riconoscibile nella differenza fra le stoviglie grossolane ed i vasi di bronzo ravvolti in lini e molte volte riparati da un coperchio intessuto di vimini ; inoltre si trovò, ma solamente nei vasi enei, una specie di resina gialla o balsamo, che bruciata manda ancora un odore acuto di bulgaro, e si scoprì clic per l'incinerazione dei cadaveri di persone ricche s'adoperava il legno di tiglio e di pero. Negli ossari dei più agiati si mettevano ciotole, Lucia, Vasi-tombe. Coperchi dei vasi-tombe. l8ó ALPI GIULIE che probabilmente contenevano cibi e bevande per rinfrancare il defunto nel suo viaggio misterioso ; almeno questo lasciano supporre i resti di piccoli animali rinvenuti in quelle coppe. Accanto ai personaggi maggiori si sotterravano i loro cavalli, con i morsi e le complete bardature. Il culto della morte era, come si vede, il pensiero dominante, l'afflizione della vita, dalla (piale non si poteva separarsi senza portare nel mondo ignoto almeno quella parte di essa, che aveva lusingato le più attive vanità ed i più miserevoli orgogli. Nella vallata goriziana, giudicando da (pianto oggi si è strappato alla terra, possiamo dire predominasse il gusto per l'adornamento della persona; e davvero alcune fibule possono servire di modello a quegli orafi che s'affaticano ai nostri giorni per soddisfare il gusto ed i capricci della moda ; alcune sono, per esempio, graziosamente composte o sopraccariche di secchicile, pinzette, pallottoline, ruote raggiate, cerchi ed istrumenti per la pulizia delle unghie e la depilazione; altre rappresentano una triga guidata da un auriga affatto primordiale. La comparsa della figura umana e della sfinge, su questi fermagli, spiega come l'uomo cominciasse a ricercare nella propria iniagine e nel simbolismo più vaghe e più varie ispirazioni, ed indica come andasse sorgendo il primo crepuscolo dell'artistica spiritualità. Abbondano inoltre le ambre, che allora tenevano il posto delle nostre pietre preziose ; oltre a frammenti di stoviglie precorinzic e della Magna Grecia si raccolsero vasi di vetro d'importazione fenicia. Dal giudizio emesso dai più notevoli paletnologi, risulta che tutta questa suppellettile funeraria, appartenente ai Veneti, rimonta al VI secolo e va sino al IV secolo avanti Cristo. Il professore Ilochstetter di Vienna, preside della Commissione preistorica, stampò il, seguente giudizio: * che i ritrovamenti istriani concordano molto bene con quelli antico-italici dell'Italia superiore, derivati dai sepolcri umbri., _ .SCAVI DI S.ta LUCIA. N. i Ossario di bronzo (cent. 93 d'altezza); n. 2 Ossario di terra, n 3 Calice a stralucido; n. 4 cista metallica a cordoni; n. 5 vaso pcdato con ornamenti di piombo; n. 6 vaso a coste di vetro verde opaco con linee gialle e bianche (52 mm. d'altezza) ; n.ri 7, H spilloni di bronzo a globetti; n.ri 9, 17, 18 pendagli da collane; n. 10 orecchino di bronzo; n. ir disegno 0 marca sul fondo di ciotole; n. 12 collane di perle di vetro colorato; n. 13 pentola situlifoinu- ; 11, 14 coppa di terra a piede forato; n. li ciotola di terra a costole; 11. if< anello di bronzo. Il dott. Carlo Marchcsctti, per quelli del Goriziano, conclude * che accennano ad una probabile unità etnica del popolo che abitava la vallata dell'Isonzo, con quello che teneva l'ampia pianura, che si estende da questo fiume ai colli Euganei: forte schiatta, che, venuta dall'Oriente attraverso la penisola Balcanica, occupò il versante meridionale delle nostre Alpi, spingendosi fino al Po ed ai laghi di Lombardia ; a quei Veneti, che allato e forse prima degli Etruschi estesero i loro commerci alle più remote contrade, attingendo un alto grado di coltura e di floridezza, e dai quali le nostre giogaie alpine presero il nome di AI pes vemtete t Gli storici narrano di due emigrazioni celtiche, avvenute nel V secolo a. C. ; la prima, abbandonando la Gallia, si sarebbe estesa dalle rive del Danubio all'Adriatico; la seconda, varcate le barriere franco-italiche, avrebbe occupati i paesi sparsi sulla riva sinistra del Po. Alcuni concordano nell'asserire che dopo quella nuova invasione i Veneti scomparvero, ridotti in servitù dai nuovi venuti. Altri invece oppongono che tra i popoli Celti, che occuparono violentemente i due estremi punti delle Alpi, stavano i Veneti, come una solida barriera divisoria, che non permétteva loro di congiungersi. 'Polonico Lagi, grande generale macedone, narra che (piando Alessandro nel 336 a. C. movendo contro i Traci dimoranti al di là dei Balcani, penetrò nel nord della Penisola, vennero alcuni Celti, residenti presso l'Adriatico, a chiedergli alleanza ed amicizia. Il gran re li ricevette amichevolmente, li invitò alla sua mensa e chiese ad essi quale fosse la cosa che temessero maggiormente. I Celti delle sponde dell' Adria risposero : eh' essi non temevano altro se non che la vòlta del cielo potesse un giorno elider loro ,9o M.i'i GIULIE addosso ; per altro ambivano l'amicizia d'un re così potente coni' era quello dei Macedoni. Strabone vede in queste parole I' impàvida alterigia e la rozza baldanza dei Celti. Secondo l'opinione di Giustino, i seni di mare ove stanziava quel popolo sarebbero i golii di Trieste e dei Quarnaro, paesi donde veramente parti 1' ambasciata ad Alessandro. Raccogliendo tutte le notizie che danno gii autori greci e latini, e approfondendo il campo dell'erudizione, i nostri storici credettero poter affermare che l'occupazione delle Giulie, nel V secolo a. C., da parte dei Celti è confermata da fatti importantissimi, da autori contemporanei, dai nomi dati a monti, ad acque e paesi e da altre non disprezzabili particolarità. Ma purtroppo il gran libro dell'umanità, la terra, sino ad ora è muto ! l) l) F. Ccmlenons, nel suo recente e pregevole lavoro sugli Euganei-Veneti, osserva in proposilo : « Già sin dal principio del secolo — quand'era in voga la teoria celtica e che geografi e storici voleano scorgere quasi dappertutto celtici elementi, vi sono stati alcuni scrittori — di qualche rinonian/.a — i quali, basandosi su alcuni nomi geografici veneti aventi una tal quale risonanza gallica, gabellarono i Veneti per Celti. Ma poi altri fecero rimarcare che la regione veneta presenta un numero ben maggiore di nomi slavi, e quindi ci fu un periodo nel (piale il panslavismo — pivi o meno scientifico — minacciava di abbrancare anche la nostra regione. Ma già da parecchi anni anche questa teoria e tramontata ed ora è in voga quella del Mommsen, dell'llelbig, del Pauli e loro seguaci, secondo la (piale dobbiamo ritenerci d'origine illirica. t E sia pure, vada dunque per Illirici; mi fo però lecito l'osservare che lino ad ora mancano anche per questa teoria prove convincenti. » Del resto si sa che l'Illirio, nei tempi onde si hanno le memorie, abbracciava il paese dall'Epiro alla Narenta, avendo per centro Sentali: escluse da esso la Dalmazia e la Libumia ; e s'intende l'Istria. Il Cordenons ritiene i Veneti originari dalla Lidia, che avendo il monopolio del Mediterraneo esercitavano la navigazione di cabotaggio su quasi tutte le sue rive, in ogni dove disseminando i loro prodotti e le loro colonie. Soffermatisi durante la loro emigrazione nella regione balcanica e dacica, sarebbero venuti alla spicciolata e per mare approdando alle loci dell'Adige, TI gusto e la coltura d'un popolo sì trasmettono nel-1' arte, e come ogni uomo ha una scrittura propria, individuale, quasi inimitabile, così le nazioni ebbero un'arte, magari primitiva, che espresse in modo singolare e con forme del tutto caratteristiche il loro sentimento estetico. Le antichità celtiche sono di rozza modellazione, ma così tipica, che riesce facilmente riconoscibile. Ora nei castellici-! dell'Istria e del Goriziano si passa dal periodo veneto ai cocci scritti, ai vetri opalizzati, alle lucerne, alle monete dell'impero, cioè dopo i resti funebri dei Veneti, si entra subito in piena romanità. Le spoglie celtiche sono rarissime ed appartengono al III secolo a. C. ; diedero pochissime cose Corridico e Slap. In Idria di Bacia, il professore I. Szombathy trovò un elmo, cpialche tronco di spada, coltelli d' aratro, falci fienaie, rastrelli, molle di ferro, alcuni vasi ed una statuetta di bronzo, che vennero ritenuti lavori d' artefici celtici. Tanta scarsezza d'anticaglie dà diritto a concludere che i Celti, venuti poco prima dei Romani, o furono in così poco numero da non lasciar traccia del loro dominio, oppure, se numerosi, subirono la. civiltà del paese. Il patrimonio artistico fa parte di quella eredità che i popoli lasciano su quest'immenso sepolcro, che tutti ne inghiotte; l'arte resta a far testimonianza della grandezza o miseria delle nazioni. Edgardo Ouinet così colorisce poeticamente tale verità : * L'uomo, questo essere fragile, producè con la sua mano oggetti non fugaci ; ei perirà e lascierà dietro di sè un libro scritto sulla scorza d'un albero, una statua e ne gii anni nò i secoli cancelleranno le lince di quel libro o abbatteranno assumendo il nome di Euganei; in un'epoca posteriore la loro seconda emigrazione avrebbe occupala l'Istria, — F. Cordenons, Un po' di luce sulle orìgini, idioma e sistema di scrittura degli Euganei-Veneti, Venezia, Ferd. Ongania edit., 1894. t02 am'i giulie quella statini. Tutto s'altera, soccombe, perisce, fuorché l'arte. L'antica Grecia è lacerata a brani, e la statua della sua Niobc è ancora in piedi qual vedova sopra un sepolcro. L'impero romano è nella polve, ed a lui sopravvive la statua del Gladiatore morente, il quale col suo labro di marmo sorride a cosi fatta spari/.ione di tutti gii spettatori del Vaso a iin disegno di A. Ricgcr sulle indicazioni di Pietro Kandler.l Ma volendo rispettare il vero, bisogna dire, che i vestigi delle opere difensive erette dai Romani contro i Pan-noni cd i Giapidi, si rinvennero soltanto in alcuni punti ed interro tt amen te ; per modo che manca la pretesa continuità: s'incontrano saltuariamente alcune fortificazioni, fabri-cate nelle aperture fra monte e monte o nei più depressi avvallamenti, le quali dimostrano che invece di erigere la grande e meravigliosa chiusura, si cercò di completare la sicurezza naturale con ostacoli, sbarri e castelletti massicci e permanenti, dove i varchi erano più facili, e dove il confine poteva venire o veni\ a più spesso violato dai popoli transalpini. + Aquileia era 1' arsenale militare da cui si sbandavano le strade necessarie a portare pronti ed immediati soccorsi ; una di queste, anzi la principale, andava a Castra, ìlaidovium (Aidussinaì, ed accostandosi al monte K e, si rivolgeva a Strada romana presso Eianona. Nauporto; un'altra correva per il canale del Ferro a Tarvisio ; una terza solcava le gole del Predil ; una quarta, uscendo da Trieste, si piegava verso l'Istria, toccando Parcnzo e Pola e terminando a Fianona ; ed una quinta, tagliando il Carso, terminava a Tarsatico. Castra, accampamento stabile, di forma quadrata, aveva dodici torri rotonde: quattro sono ancora visibili, ed una di esse raggiunge l'altezza di venti metri. Questa specie di posto avanzato stava in comunicazione con i castellici^ e le città a mare ; dipendeva da Aquileia, che la riforniva di armi, di attrezzi e di vettovaglie. Torre in Aitlussina Per due secoli la provincia ebbe uno sviluppo essenzialmente militare. Giulio Cesare ed Augusto vennero a comporre in essa gli eserciti tratti alla conquista dei Germani, e cosi fecero Marco Aurelio e Lucio Vero allorché mossero contro i Marcomamm; ma appunto quando il grande dittatore imaginò un mondo universale romano, e riuscì a domare le Gallio, l'Elvezia, il . Belgio e la Brettagna, e le aquile segnarono sul Danubio il dominio degl'invincibili legionari, Aquileia, trasformatasi in emporio commerciate, vide lentamente sguarnirsi le Alpi. Ottaviano Augusto per facilitare il movimenti) alle truppe fece terminare la via che da Aidussina, scavalcando il Piro, doveva congiungersi con la strada piana che andava alle Arce Postìmmùc. I propugnacoli alpini, posti a protezione di tutta la penisola, perdettero però presto ogni loro virtù difensiva; e le porte, dacché vi passarono le schiere dei dominatori del mondo, restarono aperte anche per le milizie turbolenti, che rotta la fede agl'imperatori, volevano imporre i propri condottieri. *Da quel momento, dice Gibbon, le sorti di Roma furono decise in questo remoto angolo dell'impero., La floridezza e la prosperità che avevatio arricchito la provincia, scemando, fecero presentire il decadimento e la rovina della nazione. Nel 235 Massimino il trace, fatto assassinare Alessandro Severo, salì al trono; tre anni più tardi, venuto a conoscere, mentre si trovava in Sirmio, che il Senato aveva diviso la porpora tra Massimo e Balbino, ordinò al suo esercito di abbandonare il Danubio. Erodiano, storico di quel tempo, descrive la marcia di cmesto esercito sino a Lubiana, l'abbandono in cui giacevano tutte le opere fortificatorie delle Alpi, e la tragica fine del cupido condottiero, gigante di corpo quanto crudele neh' animo : "Massimino arrivato ai confini delle Giulie, mandò a spiare se per le valli e le selve delle Alpi gli si fosse teso qualche agguato. Egli poi, ridotte le sue truppe nella pianura, comanda che marcino in isquadroni anzi radi che stretti per più spazio abbracciare e, messi in mezzo tutti i carriaggi ed altre bagaglio, se ne veniva, seguitando coi soldati della guardia per accorrere dove fosse bisogno. •'Passata ch'ebbe la pianura, pervenne ad una citili d'Italia, che gli abitatori chiamano Etna. * Le alpi sono monti lunghissimi che si elevano a tanta altitudine che paiono gli stessi nugoli trapassare, e tanto si estendono che lambono col sinistro lato l'Adriatico e col destro il Mediterraneo. Aspri e folti boschi gli ricuoprono, segnati da sentieri angustissimi e malagevoli a cagione delle ripe altissime e pendenti, e delle roccie erte e ronchiose, entro le quali tuttavia gli antichi italiani forarono a grandi stenti dei viottoli che fan capo in Italia. Grande e ragionevole paura prese i soldati quando gli occhi loro andarono su alla cima di quelle moli sterminate eh' era duopo varcare, con sospetto eziandio che i più alti gioghi fossero in mano de' nemici, i quali concorrerebbero a far loro faccia ne' passi i piti difficili. Ma poiché superate le alpi senza alcun incontro, scesero nei piani, quietarono totalmente la paura, e tutti allegri si rinfrescarono prendendo cagione a bene sperare. Massimino spezialmente disegnava tutto dovergli riuscire, non si essendo speranzati gli italiani di poter difendere neppure quei dirupi, entro i quali poteano e appiattarsi e difendersi: e tendendo agguati a' nemici, combattergli vantaggiosamente dalle alture. Ma entrati nella pianura, ecco gli esploratori portar nuova che Aquileia, grandissima città d' Italia, ha chiuse le porte, e che l'avanguardia ungarese, ita con ferocia e replicate volte all' assalto, essendo stata ributtata, se ne tornava rifinita dalla fatica, e respinta dalle aste, da' sassi, e dalla tempesta delle saette, che dalle mura piovevano., Erodiano illustra l'attacco contro Aquileia', ed ogni particolare dell' espugnazione ; gli assediami, stanchi dal tormento che loro davano gli Aquileiesi, trucidato Massimino, ne portarono alla città il capo mozzato su d'un'asta perchè 1' offrisse in olocausto al Senato. La città di Ema, citata da Erodiano, non è altro che la fortezza di Emona, colonizzata nell'anno 47 d. C. dai veterani di Claudio, l'imbecille marito di Messalina, fondatore ili molte colonie nella Pannonia ; per alcuni ossa sorgeva nell'area attualmente occupata tla Lubiana, per altri invece nel posto ove si trova il villaggio d'Igg, e questi sostengono che la capitale della Carinola sia sorta sui ruderi ti' un borgo chiamato Aquilia. Non la bisogno di rilevare che nel quarto secolo i famosi valli non erano, e già da lungo tempo, più custoditi. Erodiano non ne fa punto cenno ; nel 374 i Ouadi, i Mar-comanni scavalcarono tranquillamente le Giulie, e da quel momento si riversò l'onda di tutti i popoli barbari: Goti, Svevi, Borgognoni, Vandali, Unni, Eruli, Rugi e Turcolingi piombarono siili' indebolita Venezia. Gli ammutinamenti delle legioni composte da stranieri e da stranieri guidate, e che più non conoscevano il sentimento dell'onor militare; la mobilità della porpora, tolta dal cadavere dell'imperatore trucidato per porla sulle spalle di quegli che ne aveva ordito l'assassinio; la tirannia, che intimoriti gli animi aveva spenti i più nobili ardori ; la corruzione, che preparava agli anneghittiti cittadini le piìi eccitanti e lussuriose orgie carnali: tutti questi sinistri fattori affrettarono la caduta dell' impero. Lo Stato aveva virtualmente cessato di esistere sin da quando si era spento lo spirito ed esaurite le forze delle sue istituzioni. Come la termite guerriera, il noto tarlo distruttore, entra in un edifizio di legno, e moltiplicandosi all'infinito lo divora lasciandovi sino all'ultimo l'apparenza esterna della solidità, facendolo poi rovinare di colpo, cosi i vizi publici e privati, e tante miserie morali avevano corroso il colosso romano, che all'urto dei popoli invasori si sfasciò. Attila nel 452 portò il ferro e la strage su Emona, (astra ed Aquileia; ventiquattro anni più tardi, Odoacre, nato fra i Kugi, calato con le schiere d'Oreste, acni aveva promesso un terzo delle terre italiche, s'impadroni della Penisola. Teodorico, raccolte a nome di Zenone, imperatore d'Oriente, le tribù gotiche, si pose in cammino, e posto il campo nella pianura friulana, dopo un fiorissimo combattimento pose in fuga Odoacre. Fu questa l'ultima battaglia combattuta in nome di Roma alle rive dell" Isonzo. Dal seno dell'Adria erano pattiti i primi Cesari a portare tra i popoli nordici, col genio della guerra, il genio della civiltà; ma l'abbandono delle Alpi affretto la caduta fatale di Roma. Cosi in questo piccolo lembo di terra ebbe compimento il commovente dramma, inaugurato coi trionfi dei conquistatori e con l'espansione della potenza universale latina, terminato con la battaglia tra due stranieri, (piando 1' ultimo imperatore, Romolo Augustolo, noto soltanto per la virtù della personale avvenenza, viveva relegato in Campania, con la pensione accordatagli da colui che aveva distrutto per sempre l'impero d'Occidente. Capretta
  • Nel nostro paese le reliquie architettoniche segnano chiaramente le stratificazioni storiche, che si sovrapposero una siili' altra. I castellieri si presentavano come borghi abitati dai primi popoli, ridotti da un'infantile strategia a piccoli fortini vigilatola. I monumenti romani biancheggiando coi marmi a Pola, a Parcnzo, a Trieste, rotti ed abbandonati in Aquileia, additavano lo splendore- d'oltre sci secoli di vita romana, di cui l'arte*era stata una delle più alte espressioni. Le chiese bizantine, con le doppie file di colonne di marmo pano e gli sfolgoranti mosaici d (irò, facevano testimonianza d'una prosperità che si era profusa intorno agli altari, ultimo omaggio reso all'ideale" del bello dagli imperatori d'Oriente. Ma tutta la cospicua ricchezza di questi due granili periodi si trovava agglomerata nelle città della eosta ; da lungo tempo le Alpi, difese e munite dai Romani, guardate dai Bizantini, erano state abbandonate ai loro eterni silenzi. 11 feudalismo, quasi figlio d' una selvaggia poesia, rifuggendo dal mare e dalle ridenti pianure, si appressò alle giogaie, chiedendo a quei vergini antri sicurezza ed asilo. Mai come allora risonarono gli spechi alpini di tanti echi lugubri e festevoli ; mai come allora i grandi giganti delle Giulie videro tanta gente celarsi nelle boscaglie c varcare armate i sentieri che mettevano dall'una all'altra g<»la. Le città cd i comuni minori, anche senza chiedere una speciale concessione, si cinsero di mura ed al paia dei baroni innalzarono la rocca e la torre; gli uomini d'arme si vestiron di ferro. Il paganesimo viveva ancora tra le sbandate tribù degli Slavi, mentre gli attributi delle divinità olimpiche erano passati nella simbolica degli stemmi baronali. Sul pianoro del Carso, sui rialti, alle due sponde del Frigido, le rocche e le torri vennero levate a piombo delle voragini : furono talvolta nient' altro che costruzioni continuate sulle creste di una rupe, e come certi animali cancellano la strada che mena ai loro covi, cosi i castellani mascheravano con spini vivi i viottoli conducenti in quegli asili alti e sospesi. Questa sfilata di eastellacci cominciava con quelli di Dornberg, Rcifenberg, Sant'Angelo,1) detto poi erroneamente ') Il castello eli Sant'Angelo venne preso dai Veneziani durante le guerre del 1508; poscia passò in feudo ai Cobenzl di Prosecco. Ricostruito da imo di questi, conserva ancora nella parte posteriore un torrione ed un'ala antica. Il villaggio circuito da mura, e con due porte, è il piìt bello esemplare di un borgo aggruppalo intorno alla uaslellanla, TORRE UI MONTONA. torre di piemonte d'istria, Al.l'I GIULIE San Daniele ilei Carso ; venivano quindi Santa Croce, l) Yipaceo, Trillcck, Lueg, Kleinhàusel, Haasberg, Prestrane ed Adclberga. Quello di Senosecchia difendeva la strada di Prcwald'-') e l'altro di Nigrignano (Schwnrzeneggi si ergeva sopra un monte che sbarra una conca poco lungi da San Canziano del Timavo.3) ') Santa. Croce, nei documenti latini Villa Crucis, fu benefìzio dell'abbazia di Rosazzo per donazione di Bernardo duca di Corinzia; nppnrlennc ai conti di Gorizia, clic vi tennero per custodia un proprio capitano; data ai Torriani, questi la trasmisero nel iOU a Gerolamo Atlems. Il borgo, ben difeso, ebbe, dicono, titolo onorifico di citta; sotto gli Atlems stava a guardia del luogo un corpo di 165 soldati ed un alfiere. *) Senosecchia, secondo il Lazio, ottenne il nome dai Seno ni, 1111:1 delle tribù celtiche, che si pretende abbia varcate le Alpi nel IV secolo a. C. Ebbe un grosso castello sul monte, che appartenne ai Duinati e passò dopo all'Austria'; occupato dai Veneziani, venne preso da Cristoforo Frangipani, che l'ebbe in dono dall'imperatore, e lo cedette ai conti di Lamberg, che lo lasciarono rovinare. Il castello di sotto appartenne ai principi di I'orcia. a) digrignano venne dato in pegno nel 1343 dal conte di Gorizia Enrico III al conte Chrupp; quindi dal conte di Gorizia Enrico IV a Martino Raunacher; Ferdinando II lo vendette a Benvenuto Tetazzi, capitano di Trieste. CASTELLI DEL CARSO. In origine questi castelli appartennero al Patriarcato, sin da quando Ottone TU regalava la metà del distretto goriziano e della Carsia alla chiesa d' Àquileia. I conti di Gorizia, all'alba del XIII secolo, n'erano però venuti in possesso di buona parte, per investitura diretta, per acquisto ed in molti casi per indebita appropriazione. La instabilità dei feudi cagionata dalle usurpazioni e dagli scambi frequenti, la non rispettata differenza tra la semplice sovranità feudale concessa su d'una terra e la pretesa proprietà assoluta di essa, non permettono di portar luce su ([nel tempo e su cpici fatti, che dimostrano come la prevalenza individuale mirava ad ingrandire il patrimonio dei singoli, impoverendo e rendendo nullo il potere publico. I conti di Gorizia, di nome avvocati e difensori della sedia patriarcale, di fatto spogliatati di quel principe ecclesiastico, ponendo il piede nella bella valle dell1 Isonzo, trassero intorno alla loro corte un grosso nucleo di gente straniera, che beneficarono ed a cui diedero il battesimo nobile d'alcuni campi e d'alcune vigne. Meno pochi, i principi di Gorizia erano tutti analfabeti, cresciuti in un braccio della Carinzia, chiuso allora ai contatti della risorgente civiltà; quando erano stanchi delle astuzie, rompevano i patti affidandosi alla brutalità delle loro masnade, comperavano al tradimento le trippe patriar-chine, s'appropriavano l'erario ecclesiastico, usurpavano i feudi e li regalavano ai più devoti tra i propri ministeriali. Prestarono denari ai Patriarchi per aver in pegno i frutti della terra e delle imposte. Pagano della Torre si trovò ridotto a tali strettezze da dover vendere la propria biblioteca e la nutria preziosa. * * * Le famiglie castellane dei Dornberg e dei Reifenberg erano tra le più benefiziate e le più notevoli della contea di Gorizia. Quella dei Reifenberg derivava, secondo il Lazio, dai Greyfenbercli, bavaresi, e comparisce per la prima volta nel 1232, (piando i fratelli Volchero ed Ulrico pongono la firma come testimoni nello strumento con cui Mainardo III Keifeubcrc, XVII secolo. di Gorizia conferma la commenda dell'ordine teutonico di Precenico. Aveva diritti sul castello di Pietrapelosa in Istria, sopra una parte della decima di Muggia e della villa di Figarola; inoltre poderi nel territorio di Capodistria, campi e servi in Gila nella Carinzia ; possedeva il bosco tra Visinada e monte Tormento, la terra ed il castello di Gri-signana, mulini sul Quieto. S'inviluppò in tutte le controversie che agitarono e commossero il paese. Nel 1370 cessa ogni notizia sul suo conto, e se pur visse ancora qualche tempo, è affatto morta per le cronache. Il castello amministrato da un ga-staldo, passò nel 1500 all'Austria; dato prima in pegno nel 1529, venne poi venduto nel 1649 alla famiglia Lantieri, che attualmente lo possiede. della stirpe che figurò negli avvenimenti provinciali è [''niellerò, il (piale godendo la fiducia di Kngelberto II e di Maìnardo II, venne inviato in qualità di arbitro a definire le differenze insorte col patriarca Pellegrino II, e tre anni più tardi, con grande solennità, ottenne nel duomo d'Aquileia la spada ed il titolo di cavaliere aureato. I membri più noti di epiesta casa occuparono le cariche di vicedomini, di camerari, di capitani, di gastaldi e di comandanti della milizia paesana di Gorizia ; alcuni furono ambasciatori dell'Austria presso la Repubblica veneta ed il Governo ottomano; consiglieri distato; capitani di Trieste, di Belgrado, di Pordenone, di Pisino e di Piume. Nel 1407 il loro castello passò ai Rabatta. Dopo l'estinzione della dinastia goriziana, entrarono nell'esercito austriaco e presero parte alle guerre del Friuli. Leonardo morì alla difesa di Gorizia nel 15°^- Nel XVIII secolo la famiglia decadde è perdette le ricchezze ; senza aggiungere nuove fronde all'albero antico, si spense col centenario Ignazio barone di Dornberg, morto nel marzo 1779.1) Rovine del castello di Vipacco (dis. di G. Savorynani). Vipacco offre il più bell'esempio di quelle spogliazioni che i conti di Gorizia commettevano per pagare i l) Per maggiori notizie sui singoli personaggi delle famiglie Domberg e Reitenbcrg reggasi l'articolo di Gius. Don». Della-Bona nelle Notine peregrine di numismatica ed archeologia, publicate per cura di F. Schweitzer. Decade seconda, Trieste, tip. G. Stallecker, 1S54. servig| dei propri ministeriali e per allargare il cerchio delle proprie sudditanze. La prima notizia che abbiamo di questo luogo accenna alla guerra che deve imprendere il patriarca Gregorio di Montelongo per punire il vassallo, che aveva intimi legami con (pici suoi occulti nemici ; per allora riesci a conservare il diritto su quel posto a cui si attribuiva importanza commerciale e militare. Ancora nel 1329 Pagano concede quella gastaldia a Corrado di Vuguhod, che lo aveva aiutato a ricacciare il despota goriziano. La corte aquileiese v'invia spesse volte propri castellani con 1' obbligo della custodia. Nel 1351 il patriarca Nicolò I, figlio di Giovanni re di Boemia, regala il castello supcriore ad Alberto, duca d'Austria, e quello di sotto al conte di Gorizia, col patto però di dover aprire quando che sia le porte alla soldatesca patriarchina. Una lunga serie di feudatari si succedette, e le investiture riguardano talvolta campi, mansi e decime, ma non sono chiaramente indicate. Gli Ostcrwitz precedettero gli Her-berstein; Nicolò Torriani, prefetto di Gradisca e Marano, Nobile della famiglia Lnnticri ambasciatore di Spagna e nei Paesi Bassi, morì nel 1557 nel maniero di sotto, avuto in dono da Ferdinando I per gl'importanti servigi resi allo Stato. V'erano dunque due castelli antichissimi, uno con la villa sul monte ; T altro a pie' di questo. Distrutto il primo, la borgata si formò presso lo sbocco del Vipacco. ove sorse il bel palazzotto dei Lantieri, che accolse Carlo Goldoni. I Lantieri, originari da Bergamo, vivevano alla fine del XVI secolo in Lubiana; trasportarono quindi il loro domicilio in Gorizia, ove ottennero il patriziato ed il titolo di baroni. Lorenzo Lantieri, signore di Vipacco, venne condannato nel 1584 ad una ammenda di 1000 ducati, con l'ingiunzione di rientrare subito coi suoi coloni in grembo della chiesa cattolica, rinnegando il luteranismo, oppure abbandonare il paese. La signoria di Vipacco venne ai Lantieri verso la fine del XVII secolo per via di matrimonio ; tre membri della famiglia coprirono la carica di capitani cesarei della città di Gorizia. Nobile della famiglia Lantieri. 230 w.i'l GII LI E 11 conte Livio Lanticri, uomo assai colto e studioso, lìi il primo che in quella provincia pensasse a formare una raccolta di libri. La sua biblioteca comprende un grosso numero di opere scelte e rarissime, nonché alcuni autografi : preziosissimo quello del principe Eugenio di Savoia. •x- Presso Aidus-sina i feudatari si arrampicarono sino alla sommità della montagna; difatti gli Abramsbcrg furono gli ultimi ad abitare il castello di Trilleck, mentre i Flachenfeld levarono a poca distanza un secondo castello, proprio a cavaliere della strada, piantandovi ai lati due torrioni e legandoli con nii arco. Viaggiatóri e mulattieri dovevano passare portico e pagare il pedaggio. 1,autieri in Vipa Avanzi del castello di Trilleck (di*, di (',. Savorgnani). 18 sulla strada dei mak b \H\ 237 Il monachismo fabricava i suoi alveari presso alle più ricche giurisdizioni; nella pineta del Piro i templari, al tempo delle crociate, eressero con i sassi del castro romano la cappella di Santa Geltrude, il cui nome restò quindi alla selva, Avevano i templari proprie cappelle e tempietti in Adelberga, Cornialc, Reifenberg, al Risano, a Visinada, Parenzo, Pola e Muggia. In quella regione però i castelli si fan più radi; ed i villaggi si compiacciono del cercato isolamento, congiunti da pessimi e faticosi sentieri, per cui le tradizioni restano confinate nei gruppi di capanne, in tutta la loro purezza originale, come la neve caduta in luogo deserto. Sono brandelli di favole che perdono il loro contorno nelle forme seducenti del mistero: la solita tela su cui ricamano le tre muse popolari coi magici fili dell'orgoglio, dell'amore e della sventura. TI castello di Lueg sta incassato in una grotta del monte Re, sopra una larga bocca trivellata da un piccolo fiume che s'incaverna. Già a vederlo con le sue fondamenta minate dall'acqua, con gl'immensi massi gravitanti sulla vòlta, si prova una specie d'ammirazione per colui, che bravando i nobili, volle fare per se un asilo quasi inaccessibile, collocandolo spavaldamente tra due minacce. Tutto all'intorno lo vela l'ombra d'una fitta macchia ti'alberi, che d'autunno sì cangia, in un bosco d'oro. Un ponte di legno univa la porta con la sponda destra del fiumaccio. I muri interni sono di nudo masso ; i gradini scalpellati nella pietra viva ; l'ultimo piano, che con una terrazza guarda da una parte la campagna, mette dall'altra in una profonda galleria, che s'interna nel monte ed ha il suolo coverto da una sabbia minuta, nera, molle, che ha 1' aspetto della fuliggine umida. Le pareti sembrano friabili, e destano il senso delle cose porose, che attutiscono il suono ed emanano l'odor disgustoso delle spugne. Questo castello apparteneva, verso la fine del secolo XV, ad Erasmo Lueger, il cui spirito ancora s'aggira sdegnando il riposo della morte. Erasmo era forse l'ultimo rampollo della schiatta; nell' aspetto e nei modi accusava la maschia risolutezza dell'animo; usciva sempre con tutte le armi indosso, inseparabili compagne della sua vita, e le portava per decorare pomposamente la sua fierezza, come una donna orna coi gioielli la propria vanità. 1 capelli incolti, la barba lunga, le vesti dimesse, girava il paese a cavallo, seguito da' suoi bracchi, perseguitato dai cercatori, a cui sfuggiva con una sorpresa imprevista ed ingegnosa. Batteva alla porta di un barone e si faceva aprire le cantine per bere un solo sorso di vino ; avvisava un signorotto che il tal giorno, alla tal ora, avrebbe mandato a far legna nei suoi boschi ; spariva improvvisamente, sempre introvabile e sempre dappertutto. Avendo ucciso nel bollore dell'ila, ad un banchetto militare, il maresciallo di corte de Pappenheim, che offese la memoria d'un suo fedele amico, venne arrestato e gittato nel fondo d'una prigione, da cui riuscì ad evadere con circostanze romantiche. Inoltre lo si accusava di parteggiare per gli Ungheri e d' averli guidati sotto le mura di Trieste con animo d'impadronirsene. P'rasmo, dopo la fuga, sapendo che venne posta una taglia sulla sua testa, si rifugiò nel castello di Lueg, risoluto di darsi con pochi servi e garzoni alla rapina. Le vittime delle sue ladronerie erano i ricchi abati c gli ingordi amministratori ; all' incontro amava mostrarsi cavallerescamente amico dei poveri e degli oppressi. Si travestiva in tutte le guise; visitava or P una or l'altra città, lasciando traccia del suo breve soggiorno. L'imperatore incaricò un Kauber, capitano di Trieste, di scovare il ribelle e darlo vivo o morto alla giustizia. Il Rauber con un forte drappello di soldati mosse subito alla ricerca dell'audace bandito; CASTELLO DI LUKG. sui,i,a .strada dici CARI!ari 24I scoperto il luogo ove riparava tli notte con la sua banda, comprese non essere possibile di prendere quella fortezza se non per fame, e la strinse ti'assedio. Erasmo di tutte quelle misure si beffava, regalò un giorno le truppe assediatiti di un quarto di bue, perchè assaggiassero la carne squisita di cui disponeva la sua cucina, e poco dopo di un agnello vivo ; nella successiva primavera domandò al Rauber un salvacondotto per un suo messaggero, a mezzo del quale intendeva inviargli tutte le gustose rarità di cui era provvisto. Difatti, raccomandato ad una corda, calò un giovane che recava alcuni corbelli pieni di fragole, di ciliege e di frutta. Il Rauber, convinto che sarebbe impossibile di prenderlo colf assedio, pensò di ricorrere al gran mezzo, che solitamente apre tutte le porte, cioè alla corruzione, e riuscì col denaro a guadagnare il giovane messaggero, e ne fece un Giuda, giacché questi indicò il posto ove Erasmo ogni sera soleva recarsi, e promise che in momento opportuno vi collocherebbe un lume, oifdc il Rauber volgendo le spingarde da quella parte potesse colpirlo. Così avvenne: Erasmo cadde morto, noti per essere stato tocco dalle palle, ma perchè gli erano caduti sul capo alcuni pezzi di roccia, Posto il cadavere in groppa ad un somiere, venne portato a Kleinhàusel. Per molto tempo nessuno oso penetrare nel castello; a poco a poco s'incominciarono con i legni della boscaglia a fabricare verso la Pitica case e villaggi. La signoria, dì Lueg venne acquistata dai Gallenberg, da epiesti passò ai conti Cobenzl, verso la fine del XVII secolo fu di Filippo, capitano di Trieste, quindi l' acquistarono i Coronini, e finalmente i principi di Windischgràtz, che tuttora la possiedono. * * Giunti dove le Alpi declinando barricano quel facile ingresso con una successione di colline, voi trovate ancora qualche radice di rocca, che sorge in mezzo ad una campagna, su cui 1' uomo moltipllca il lavoro per fertilizzarla e domarla, mentr' essa con irrefrenabile selvatichezza vorrebbe coprirsi di dense foreste. Gli antichi tuguri di legno si sono cangiati in casucce di cotto coi tetti di paglia e formano frazioni di villaggi sbandati. Una gran parte dei castelli profila il suo scheletro nell'aria; alcune piante erranti, quasi non trovassero pace e riposo, cercano alimento tra i crepacci dei muri. Nel ventre di quelle torri, un po' d'acqua piovana marcisce nelle pozze, ed i rospi saltano in quella melma liquida, più verde dello smeraldo. 1 lembi delle cortine proiettano delle grandi ombre per cui un senso di diffidenza trattiene il passo, ed obliga a guardare il contorno pittoresco delle rovine, limato dal tempo. Ripugna di entrare in quel fulminato recinto, che sembra nascondere nel suo grembo il segreto di qualche delitto. L'occhio cerca una pietra mortuaria, una sepoltura; si vorrebbe sapere dove riposano quei feudatari. Ed una dopo l'altra le domande corrono al labbro : — Sono forse fuggiti ? i loro corpi sono stati divorati dai corvi ? o le loro ceneri vennero gettate al vento ? Come in una rapida apparizione, si veggono quei nobili cavalcare i loro destrieri : par di sentire il rumore delle maglie, degli elmi, delle ingabbiature squamate : si crede che tornino da una giostra o da una battaglia : inesorabili tiranni della plebe rustica a loro sottomessa;, soldati per brama di grandezza, per iniquità, per vendetta o per fede ; gente che scriveva un motto sulla spada o sul blasone molto spesso per non rispettarlo, che pronunciava un giuramento per romperlo senza rimorso, spinta a seguire quei torrenti di passione che straripavano da ogni parte, rimbalzati dall'avidità degli interessi, de^li odi e degli egoismi. Si cerca di ricostruire quelle rocche e di animarle ; ma il mistero s'intromette a recidere il filo che potrebbe congiungere gli abitatori ai fasti principali delle cronache patrie. Si riesce tutt'al più per via d'un richiamo della memoria a trovare il loro nome, ch'era quello del castello. Ma nient'altro; essi non vi si presentano come personaggi della storia, ma come eroi anonimi, come spettri lucenti nelle tenebre, evocati dall'imaginazione sotto un fantastico lume, clic dà loro fatue parvenze. Ecco Prestrane : del suo castello si racconta, che scomparso il vecchio, si fabricò nel XV secolo uno più vasto, in cui menavano orrido baccano gli spiriti. I nobili Edling lo vendettero a Bernardino Barbo, questi al barone di Oderburg ; finalmente nel 1688 lo teneva il barone Valerio de Leo. Ecco i ruderi di quello d'Adelberga : non vi stanno piìi in piedi se non poche morse del girone. I principi goriziani lo rubarono in bel modo ai patriarchi ; i signori di Duino lo donarono alla Casa d'Austria; nella seconda metà del 1600 dipendeva dal principe d'Auerspcrg. Brancola però nella oscurità un'antica stirpe degli Adelsberg, di cui una fanciulla andò sposa ad Ermanno conte di Cilli ; narrano che questo lignaggio si spense assai presto. I Veneti fecero sventolare sulla vedetta, nel 150S, il loro stendardo col leone di S. Marco; i Turchi, cinquant1 anni più tardi, incendiarono il paese ed il fortilizio. V'accostate a Kleinhàusel, ma il torrione orfano svela solamente la passione di Erasmo Rauber per la bella mugnaia. Acquistato dagli Eggenberg, cominciò a spogliarsi delle tegole, a scoprirsi ; spari lentamente, non lasciando sussistere che V unico corpo circolare da cui Erasmo guardava al molino e preparava il ratto funesto. Ecco un unico sasso della bicocca di Ilaasbcrg. Voi chiedete a chi appartenne, e vi si risponde: che il conte di Gorizia nel 1362 la diede in dote a sua sorella Eufemia; che si sospetta appartenesse poco dopo ai Gallcnberg. quindi ai Ilaasbcrg. V'era dunque una famiglia di questo nome? E che ha fatto? E inutile spingere più oltre l'inchiesta; Rovin« del castello d'Adelberga 20932315076729 Castello di Kleinhauscl nel XVII secolo, Rovine del castello di Kleinhausel. :4" ALl'l GIULIE vi si dirà soltanto che i Carniolini, per conto di Alberto d'Austria, espugnarono quel fortilizio merlato ; che uno dopo l'altro l'ebbero i Raunach, il contedi Cidi, i principi d'Eggenberg e che finalmente il terremoto del 1509 rovesciò gran parte delle muraglie. E qui il libro si chiude e si perde ogni traccia, giacché nulla si è publicato e nulla si è tentato per galvanizzare quelle mummie feudali. La storia ha i suoi pudori : quando non vuole che-certi avvenimenti vengano alla luce, li copre pietosamente d'un velo e li toglie alla vista della posterità! ' *• • * " '' Rovine del castello di Haasberg nel XVTI secolo. XI. IL GRAN SIGNORI: DULIE ALPI Rocche e ville baronali — // castello di Sali-ano — Due fa /.ioni •• / castelli del Caglio — Quadro campestre — La leggenda della rugiada Ciana, Carst-berg c Castelnuovo — Gerolamo Savorgnau e Cristoforo Frangipani - Assedio di Osoppo — Cattura del Frangipani ; sua prigionia in Venezia — La contea d'Istria — Costituzioni feudali ^- Il fabro della villa — Pigino — San Pietro in Selve — La B. V. delle' Lastre'-— Pedata e luoghi minori — Castel-bianco e Castclnero — Vendette di feudatari. I gratuli signori delle Giulie erano i conti di Gorizia; dall'un capo all'altro della provincia contavano vassalli o alleati, pronti a sfoderare la spada e ad impegnare i beni e le decime per soccorrerli nelle rappresaglie e aggiungere splendore alle loro festività. I conti si succedettero rispettando le odiose tradizioni che avevano giovato ad innalzare la loro dinastìa ed a renderla temuta. Foggiarono la propria corte secondo il pomposo e quasi villarcccio cerimoniale dei duchi di Carintia, de' quali s'erano appropriati anche il trivialissimo gergo, e si mantennero, sino nelle abitudini, stranieri alla terra dominata dal loro pugno di ferro. Negli stessi capricci palesavano la loro natura di prìncipi montanari. Alle nozze di Guglielmo degli Ungrispach, per rinfrescare le vivande della mensa, inviarono venti dadi di ghiaccio tolti alle cuspidi del Kern ; e vollero che i festoni destinati a decorare la corte, bandita in Sinarola per solennizzare la pace coi Veneziani, fossero tutti di fiori colti sulla cresta del monte Cavallo. 250 ali i (aulir: La reggia era contornata da castelli che stavano a cavaliere dei bivi o nelle scantonatine delle strade alpine. Correva a sinistra di Gorizia tutta quella fuga di rocche che abbiamo veduto prolungarsi sino ad Adelberga ed air Albio. Alle spalle di Gorizia la rocca di Tolmino custodiva lo sbocco della valle dell' Idria, del canale del l'ulfaro e di quello del Predil. Se n'erano impossessati e vi mandavano propri capitani a presiederla, ed anche (piando forzatamente la restituivano ai patriarchi, andavano nella villa a tener corte di giustizia ed a riscuotere i tributi. I castelli sparsi alle due sponde dell' Isonzo, severi nell'aspetto, mancavano d'ogni abbellimento. Qualcuno di forma elittica, a merli ghibellini, aveva angustissime prigioni e trabocchetti, fossati, ponti levatoi e saracinesche ; la maggior parte però era formata da grandi massi di pietre nude e crcpate, unite ad una torre quadrata, simile ad un campanile tozzo, con la piramide tronca. Le case dei servi, grigie e basse, s' aggrappavano alle falde dell'altura, appoggiandosi (piasi una sull'altra, formando tanti scaglioni di topaie, involte nel fumo che usciva dalle porte; sui tetti di scorza d'albero i muschi stendevano il loro feltro impermeabile. La miseria lugubre e funesta s'intrecciava alle radici del fortificato edifizio, che la teneva schernevolmente ai piceli. In tutto ([nell'ordine sociale predominava la brutalità della forza ; i principi ladroni avevano alla propria dipendenza altrettanti nobili ammaestrati noli' arte delle rapine. Così le strade erano in balìa dei malandrini, che assalivano le carovane dei carrettieri, o dei signorotti che mandavano i propri segugi a fermare i carri delle mercanzie e ad Imporre pedaggi arbitrari, i (piali variavano a seconda dei bisogni e del capriccio. Nel I324j <->ssendo il passo di Caporctto infestato da liberi predoni, il gastaldo di Cividale, a Cui premeva di tenerlo libero e sicuro, diede ai capi di quelle bande una patente con la facoltà di esercitare rappresaglie in tutte IL GRAN SIGNORI; DELLE ALPI lo strade, ad eccezione di quella detta Strafa Canatis To/nt ini. 11 castello di Salcano, prima sede dei conti di Gorizia, era abitato nel XIII secolo da una famiglia di ministeriali, che s'intitolava da quel luogo ottenuto in feudo; cento anni più tardi apparteneva agli Herberstein, che lo ingrandirono. Ouasi nascosto, rinfrancato da una spalla di monte, vigilava la stretta imboccatura dello scheletro alpino ; aveva di faccia la pianura ed alla sua destra 1' ultimo pendìo del Coglio, ove serpeggiava il sentiero, ila cui i d'Orzone piombavano per commettere, su quel minuscolo feudo, gli atti del più forsennato vandalismo. La nobiltà nel 1313, allorché Enrico II si trovava al campo imperiale di Pisa, era spartita da questi odi, e parteggiava per uno o 1' altro di questi due contendenti. I d'Orzone, d'origine italiana, ottenuto il diritto di cittadinanza in Udine nel 1210, si trasportarono prima nel territorio, quindi nella città di Gorizia; ebbero fama di gente turbolenta, ma in pari tempo d'animo alto e severo. Levarono una torre sul monte Formalis, presso Cividale, distrutta nel 126S dal patriarca Gregorio Montelongo, per punire Giacomo d'Orzone, uno dei complici dell'assassinio del vescovo di Concordia; ma la rifabricarono subito. La lotta più fiera s'era impegnata tra Giovanni d'Orzone e Pellegrino degli Herberstein. Partirono per strade diverse e nella stessa sera, all' ora istessa, s' abbruciarono a vicenda i castelli, per modo che al loro ritorno s'accorsero come in tutti e due era nato il medesimo disegno, e tutti e due lo avevano perfidamente eseguito. Nel 1377, distrutto il castello di Salcano, con le rovine si eresse un piccolo tempietto ; la torre degli Orzone, acquistata da Ulvino Canussio, forni i suoi sassi alla costruzione del monte di pietà di Cividale : le pietre macchiate da tanti delitti, servirono ad innalzare due edifizi, che richiamavano il pensiero a Dio ed alla povertà. * Il Coglio era gremito di castelli; distavano uno dal l'altro a vista d'occhio: così breve era il confine fra tante riva lità. Non sarebbe certo facile cosa sciogliere il viluppo delle complicate parentele ed ordinare le singole genealogie, oppure indicare cronologicamente le frequenti trasmissioni dei feudi. I Cciuvo. San Floriano. I CASTELLI DEL LOGLIO (do tu Dagli Orzone derivarono i Jonama, castellani di Braz-zano; i Marquàdi, castellani di Cerovo ; i Conici, castellani di Nosna. Alle falde del monte di Ruttars sorgeva il famoso asilo munito dei Trussio, rifatto nel XIII secolo da Gerolamo di Fratta. Gli Strassoldo possedevano il castello di Ouisca. Gli Attems stavano chiusi inique! di Barbana. I conti di Man-zano, tli Ritisbergo, i signori di Solesenchia e quelli di Visnivico possedevano i castelli omonimi. Nella rocca di IL GRAN SIGNORE DELLE ALPI 253 San Floriano vivevano gli Ungrispach, ma veramente quella a cui diedero il proprio nome si trovava nel luogo ove si formò P attuale borgo di Yoghersca. La famiglia degli Ungrispach, una delle più ragguardevoli della provincia, diede origine ai conti di Madrisìo, ai de Turri di Gorizia ed ai conti di Floiana. Giacomo degli Ungrispach occupò il seggio vescovile di Concordia; Giovanni, quello di Trieste ; Simone, nella difesa di Lucinico contro le masnade ]»atriarchine, cadde per mano dei rivoltosi ; Guglielmo e suo figlio perirono vittime del ferro dei nobili: il beato Daniele degli Ungrispach, monaco camaldolese, venne assassinato in Murano nel 1411. Gli Simiglio, che compariscono nei publici atti del Friuli già nel il20, c tra i pochi della prima nobiltà goriziana, si divisero in altri rami: quello dei Kibisini teneva il castello di Cormons. ^54 ALTI GIULIE Dei molli castelli del quelli di San Floriano, di per modo che non serbano Coglio non esistono più clic Ouisca e di Vipulzano ; rifatti più tracce antiche. Nella rocca di San Floriano stavano i Formentini ; venuti, come si crede, dall' Ungheria, accolti nel 1341 tra i nobili di Cividale, difesero il Patriarcato e ne furono largamente ricompensati coi feudi di Savogna e di Ven-/one, e più tardi con un seggio al Parlamento friulano. Filippo nel 1379 fu chiamato a riformare gli statuti CÌvi-dalesi; Arminio nel 1390 ebbe P incarico di porgere le congratulazioni a Francesco di Carrara allorché riacquistò la città di Padova. Antenore, Pu-liotto e Federico, fratelli, formarono nel secolo XVI tre linee; i due cugini dei suddetti, Panfilo e Vinciguerra, crearono altri due rami : Vinciguerra fissò la residenza in San Floriano del Coglio ed i suoi figli vennero accolti nell'ordine teutonico. I rampolli di questo casato, ascritti tra i nobili goriziani, sedettero agli mi Nobile della famiglia Formentini. II. ORAN SIONORF. Dia.I.K AI.l'I !55 Stati generali ed ottennero da Ferdinando II il titolo di baroni. J)i Vipulzano, luogo in cui i dinasti goriziani mantenevano razze di cavalli, si fa menzione già nell' XI secolo: era abitato da un soprainten dente alle cacce del conte ; decaduto per fellonia il primo feudatario, che aveva assunto il nome del castello, fu ceduto agli 1 lerberstein, cioè a Federico nel 1311 ; quindi passò ai conti della Torre, che lo l'istaurarono. Nel 1616 fu preso dai Veneti ; il Giustiniani vi pose a governatore Gianpaolo Pompei. -X- * Il castello di Dobra, acquistato nel 1501 da Federico di Collorcdo, è all'esterno quasi compie-t ani e n te con se r va t o nel suo stato primitivo; con i quattro torrioni angolari, domina tutta quella campagna a Nohile della famiglia Formejtfini. ;randi ondate, che da una parte s' avvalla e presso al mare si perde nei fanghi della laguna, dall' altra s' accosta alle Alpi, clic la recingono con un diadema di neve rosea. L occhio vi spazia senza riposo e trova soltanto i campanili merlati di alcuni villaggi, che accennano all' antica fisionomia del paese. Carri e villani si presentano sulle strade, che sbucano al fianco d'un pendìo, e spariscono subito nelle svolte. Giù per i declivi corrono a scale serpeggianti le pergole, descrivendo tutte le sinuosità del suolo: il mandorlo presta i rami ai tralci delle viti accampanate. Sul grande mareggiamento verde si sparpagliano per ogni verso alberi carichi di prugne, che sembrano coperte d'una polvere violetta; dovunque si guarda colpisce l'intensa coltura, e la vegetazione, che costretta dalla falce e da infinite legature a crescere a spalliera, si svincola, si ribella c gode sfrenatamente della sua libertà. L'erba spunta sulle cornici dei muricciuoli, alle sponde dei viottoli, circonda i ceppi ilei noci maestosi, veste i fossati e rallegra con i suoi rabescamenti 1' ultimo palmo di terreno che 1' uomo non ha vangato o non ha rotto con lo zappone. La flora delle ombrellifere, dei card amini, delie-ortiche e delle vitalbe si spande come un sorriso allegro, i fiori del fieno s'associano ai fiori delle zizzanie tra la biondezza dei frumenti. Dalle contorte ficaie e dagli esili peschi pendono i frutti, bucati dagli uccelli e dalle vespe golose; i tronchi dei ciliegi gemono gocce o fili vermicolari di gomma trasparente e densa. La pianura ha mandato lassù i verbaschi salini, e dai monti è discesa, per trovarsi in quella sagra campestre, la ginestra dei carbonai. Colpisce uno svotamento di farfalle gemelle, color zolfo, o nero fosco, coi margini delle ali punteggiati di carminio, cosparse di talchi argentini. Quella fertilità lussureggiante e rigogliosa della natura trasmette nell'anima la gioia della luce, dei profumi e dei canti. Si lavora negli orti, nei prati, nei vaneggi. Davanti le porte delle capanne, su graticci di canna, stanno esposte al sole le susine, che dopo essiccate, si comprimono e si mandano in commercio col nome di prugne dolci del Coglio. "Jo'.* Il ùraH signore delle alpi 2ì>i Case rustichr nel Coglìo, Una credenza villareccia pretende che di notte si oda partire dalle chiusure dei campi un frequente fruscio, il quale annunzia la radunanza degli spiriti notturni. Le fate scendono giù nelle vallicele e girano cercando l'oscurità in cui le loro vesti trasparenti scintillano come se fossero seminate di piccole schegge diamantine. Ma al primo albore del giorno, fugate dalla luce, perdono quelle gemme, che staccandosi dai veli, cadono al suolo, sciogliendosi nelle piccole perle d" acqua della benefica rugiada. Che delicata c vaporosa poesia questa, che spicca il suo gambo da una zolla di gente incolta ! * Appartenevano al dominio comitale goriziano : il ca stello di Ciana, situato nelle gole dell'Albio, non lungi dalle sorgenti del Recina; quello di Carstberg, presso un filone di monti del C'arso istriano, e Castel nuovo, della Val-secca, tra i monti della Vena e le alture che serrano il Timavo supcriore; aveva così in mano le arterie di tutta la nostra provincia, i"—'—1--- - 11 castello di Ciana servì a contenere 1' irruzione dei Turchi del 1559; fu un baluardo contro l'impeto di quelle orde Era protetto da rocce, che formavano un vero sistema di naturali barricate. 11 gesuita Martino Bauzer narra che * gli aggressori calarono, coi loro piccoli cavalli, da monti tutti di pietra, dove non si troverebbe tanto di terra da empirne un pugno od un cucchiaiot. Il castello, dai Barbo fu trasmesso ai Tanizzolli, poi agli Scampicchio e finalmente ai baroni d'Oberburg. Di Castelnuovo erano stati investiti i signori di Ncu-haus o de Domo nova, che qualcuno pretende fossero i Borsa d'Argento di Trieste; i Neuhaus vivevano in Gorizia ed in Cormons già nel XIV secolo; se derivassero dalla 2551 2Ì>4 Al,l'I Gli in: cospicua casa patriziale tergestina, non è accertato ; quando il loro nome, cioè circa cento anni dopo, entra veramente nel dominio della storia, il castello era stato acquistato dalla città di Trieste. Nella guerra del 1508, contro Massimiliano I, i Veneti se ne impossessarono e l'occupò Gerolamo Savorgnan; questi per meglio avvantaggiarsi sul teatro delle operazioni militari, si fortificò in Primano, ove assalito dalla soldatesca di Cristoforo Frangipani, fu costretto a capitolare e darsi prigione; venne poi riscattato con l'esborso della taglia di mille settecento ducati. Dopo che i Veneti sgombrarono il paese, 1" imperatore costituì un governo militare, che aveva lo scopo di custodire i confini, e l'affidò fra altri al Frangipani, che s'Intitolava capitano d'Adelberga e di Castelnuovo. Il fato svolgeva così nella Carsia il prologo d' un dramma, in cui due uomini, che s'odiavano, erano predestinati ad insidiarsi militando ]' uno per l'arciducato d'Austria e l'altro per la republica di Venezia. La famiglia Frangipani, tra le più antiche e famose d' Italia, avrebbe preso il nome da una distribuzione di pane, fatta al popolo romano in tempo di terribile carestia, e quella generosità passò simbolicamente sulla sua arma. * * * Dopo il tacito armistizio tra i Veneti e Massimiliano I, i condottieri cesarei molestavano il Friuli. Intorno a Cristoforo Frangipani si stringeva quasi tutta la gioventù castellana, ed a lui s' associava nel disegno di non dar pace alle truppe marchesche il vescovo di Lubiana, Cristoforo Rauber, che aveva combattuto col grado di luogotenente sotto il duca di Brunswick. Il Frangipani riuscì, col tradimento di un prete, a prendere Marano. La Republica ordinò subito ai comandanti dei presici i più prossimi alla fortezza di ricuperarla; agli li. GRAN SIGNORI'. DELLE ALPI 2ÓS inutili tentativi degli assedianti, il Frangipani rispose vigorosamente sbaragliandoli, e si diede nel 1514 a scorazzarc il Friuli, commettendo ogni sorta d'iniquità. Gerolamo Savorgnan, di moto proprio, pensò di chiudersi con pochi fidi nella fortezza d'Osoppoe di ritardare con un disperato tentativo il passaggio agli arciducali, che intendevano d'occupare il Trevigiano ; perdute Udine, Cividale e tutte le piti piccole borgate, soltanto sul colle d'Osoppo sventolava, sfida altera e temeraria, la bandiera di San Marco. Non parve vero a Cristoforo frangipani d'essere comandato all'oppugnazione di quel forte e di poter misurarsi un'altra volta, e più accanitamente, col suo provocante nemico. Prendendo le armi, egli ubbidiva all'istinto feroce della sua natura, inasprito dalla generosa baldanza dell'avversario, lieto di portare la spada contro Venezia, che obligò la sua famiglia a deporre sulla piazza di Veglia e innanzi al popolo la sovranità che aveva esercitato per cinque secoli in quell'isola; prodigo di sangue, s'impegnava in una guerra che interessava le passioni più attive e più violente del suo cuore: l'orgoglio e la vendetta. Gerolamo Savorgnan era un esempio di quel fervoroso patriotismo, che nulla vede c nulla sente oltre la causa, che ha preso a difendere, e rinunzia alla vita assai prima che all'onore, Tre grandi qualità: la fede, l'ingegno ed il coraggio, gli avevano conquistato l'altezza del grado e la stima de' propri commilitoni. Quando in Osoppo si presentò un trombetta cesareo ad intimargli la resa, offrendogli larghe condizioni ed onori se cedesse, minacciandolo di ferro e fuoco se pensasse a resistere, rispose con nobile serenità, che * tentarlo con promesse acciò abbandonasse la patria, non poteva essere approvato nò da loro, ne dall'imperatore, il quale detesterebbe come vera perfidia e ribellione un tale atto nei suoi sudditi; che aveva nel cuore ferma la fede e il vincolo del giuramento fatto a Venezia, per la gloria e il servizio della quale aveva deciso difendersi sino alla morte., A t.l'I GIULIE Il Frangipani a capo dei lavori d'espugnazione, si travestiva per poter sopravvegliare gli approcci c le opere dell'assedio che andava alacremente stringendo. Sperava gli sarebbe caduto in mano per una seconda volta quell'impàvido provocatore, che pareva prendesse a scherno le forze numerose scaglionate nei piani di Gorizia e nella valle del Fella. Il Savorgnan, mentre imbaldanziva coi nemici, si lamentava con la Rcpublica della scarsezza dei viveri; la siccità lo aveva costretto ad abbeverare i cavalli col vino; nulladimcno disturbava il campo dell'assedio, talché il Frangipani restò ferito ila uno scheggione di pietra contro cui aveva urtato la palla d'una spingarda. In Osoppo si credeva che fosse stato colpito mortalmente; anzi scrivevano al Senato, che alcuni pellegrini boemi avevano veduto una cassa coperta di panni neri, che si portava verso 1' Ungheria, seguita da alcuni Croati. Ma il Frangipani, con la testa fasciata, ritornò presto al campo, mancante dei migliori soggetti. Guido della Torre, Gregorio Rauber, Riccardo di Dorimbergo, Sigismondo degli Auersperg e Bernardino Raunachcr erano stati fatti prigionieri. Dopo quarantasei giorni d'assedio, sbigottito dalle vittorie riportate dall'Alviano in Pordenone, deliberò di levare le tende e riparare a Vcnzonc. I Veneti vittoriosi marciavano alla conquista di Gorizia, (piando il Frangipani, che presidiava Gradisca, cadile, con sessanta lanzi, in mano del provveditore stradiotto Giovanni Yitturi. Imbarcato sopra una Insta, condotto a Venezia, vi giunse il <) giugno 1514- Marin Sanudo dice eh' era giovane di trentadue anni, di bell'aspetto, grande della persona, magro, vestito alla tedesca, d'indole fiera e leale. Fsaminato, fu posto alle 'Porri-celle. Oui la storia interrompe il racconto, per non (lanche dei brani slegati; ma le lacune stimolando la curiosità rendono più interessante il romanzo. Dalle segrete giungono ad ogni quàl tratto brevi e laconiche notizie per avvertire (di'egli è sempre là, ghiotta preda della Rcpublica. Invitato II. gran signore dell k Al.l'I a recarsi sotto Marano ad intimare la resa, rispose sdegnosamente: 'Non voglio essere un traditore; se mi conducete sotto le mura, griderò che resistano ! „ Abbandonato al Consiglio dei X, subì gli esami senza paura; il suo labro non si disonorò per alcuna viltà; ai giudici inesorabili dichiarò ch'era nato per difendersi conia spada, non con la parola. Chiesto di giustificare l'tffera-tezza commessa contro gli abitanti di Mozzami, a cui fece cavare gli occhi e tagliare due dita della mano destra, disse che il vescovo di Lubiana, Raubcr, e quattro consiglieri volevano impiccare quei contadini perchè favorivano i Veneziani, ma preferì far loro cavare gli occhi 'che posti in un bacile erano in grande numero,; La cronaca poco dopo annuncia che i Cai dei X lo esaminarono in camera del tormento; aggiunge inoltre che-si lamentò perchè davanti alle finestre della sua cella, con grande folla di popolo, s'erano impiccati due malfattori, e lo spettacolo si fosse dato a posta per commuoverlo. K qui interviene una donna a velare con la sua passione lo spettro del tribunale misterioso di San Marco ed il cinismo di ([nell'uomo, che vissuto tra le battaglie e la morte, senza rimorso, confessava d'aver commesso le più inique barbarie. Questa donna, Appolonia Lang, moglie di Cristoforo Frangipani, era sorella del cardinale Gurcense; le sue grazie e la sua gioventù avevano forse servito a creare 1' accusa che fosse stata la favorita dell' imperatore ; ma nulla venne a confermare la verità di questo sfregio fatto al suo pudore. Dacché comparve sulla scena, dacché la sventura venne a trarla dall'oscurità, essa santificò l'indissolubilità del suo legame, che tutti riconobbero formato dal triplice nodo della virtù, dell'amore e ilei sagrifizio. Quando suo marito dovette arrendersi al Vitturi, essa si trovava nel luogo in cui lo aveva incontrato per la prima volta, nel luogo in cui era nato il loro affetto; la fatalità la riconduceva desolata e sgomenta nel!1 asilo delle prime gioie. In quel lungo isolamento, combattuta dalle penose incertezze, dilaniata dai più sinistri presagi, il suo amore parve rafforzarsi oscillando nei sogni del timore e della speranza. Confortava il marito scrivendogli, intitolando le lettere "al conte Cristoforo, principe dei Frangipani, mio grazioso e carissimo consorte; potente ed alto e ben nato signore., K gli diceva: 'Non ho nessuno: solo a Dio posso rivolgermi, e lo prego ; lo prego con l'amore che vi porto, ed egli ascolta la voce del dolore; avete ricevuto il mio anello; io ho ricevuto il vostro; (mesto secondo matrimonio della sventura è grande. Se voi morirete, io amerò la morte., Da quel momento non pensò che alla liberazione del consorte: pregò con le sue grosse lagrime il sovrano, impietosì il pontefice: il pianto, la sua costernazione dovevano aprirle le porte delle segrete. Dicono che per i lunghi patimenti perdesse la splendida avvenenza; se ciò è vero, essa provò che la bellezza più ammirabile della donna è tutta nel cuore. La tradizione aggiunge, che recatasi in compagnia d'un servo fedele a Venezia, ottenuto il permesso di visitare il marito, lo fece evadere prestandogli i propri abiti, indossando a sua volta quelli del domestico, che poi riuscì a fuggire ed a raggiungerla a Trieste. Ma la favola piega le sue ali d' oro davanti ai documenti della verità. Il conte Frangipani venne liberato per intromissione dell' imperatore, e per istanza del papa e del re di Francia. La più oscura delle tre sale delle armi del Consiglio dei X occupava una parte della celebre Torricella. L'illustre Emanuele Cicogna vi scoperse la seguente inscrizione: F.....L . JNCHLUSO . Qua in Torise.....fina terzo zorno de septembra del MDXV1II io Cristo/. Fraugcpanibus ehonte de Vegia, Seuia^et Madrasa et io Apolonia Chonsorte de sopradito signior Chonte vene far ehompania a quelo a di XX senar 1516.... Il, GRAN SIGNORI-'. I >KLI.F. AI.1'1 2ÓQ Breve fu però la gioia di Appolonia Lang per la ricuperata liberta di suo marito. Cristoforo Frangipani, schieratosi nelle file di Giovanni Xapoly, che contendeva la corona d'Ungheria a Ferdinando I, cadde fulminato da una palla di cannone sotto i bastioni di Yaradino il 21 agosto I5-Nj. * * * I dinasti goriziani possedevano inoltre la contea d Istria, che confinando con la Carsia, abbracciava la parte montana ed il cuore della penisola. Mettersi in capo di voler trovare il germe1 dell1 origine di questa contea, gli elementi primigeni della sua costituzione e di voler chiarire esattamente il suo graduale ampliamento, equivarrebbe a cacciarsi nella caligine d'una notte con l'intenzione di descrivere la forma cd i colori degli oggetti sepolti nell'oscurità. Si suppone che andò formandosi e s' ampliò mercè le donazioni degl'imperatori, dei vescovi, quindi con usurpazioni e con permute, in ogni caso a danno del patriarcato. I conti di Gorizia covavano il disegno d'insignorirsi dell'intera provincia; tenevano le chiavi della Yallisonzo, della Yalfrigida, della Vallussandra, della Valrisano, della Yaldragogna, della Valquieto e della Valpisino; s'erano Spinti in alcuni luoghi sino al mare. I limiti della contea furono però instabili, elastici ; mutarono, ora allargandosi da una parte, ora restringendosi dall'altra. Tu alcuni luoghi s'intrecciavano i diritti vescovili con quelli del conte, per modo eh' erano in due a disputarsi 1' osso d' alcuni censi e tributi. Pisino, residenza titolare del conte, preponderava sulle terre e ville dipendenti. Obbedivano, secondo quanto fu possibile eruire dai codici c dagli urbari, Antignana, Gimino, Yisignano, Visinada, Vcrmo, Rosario, Santa Maria di Campo, Treviso, Monde]lebotte, Padova, Pedena, Gallignana, Lindaro, Zarez, Novaco, Cerretto (Cerovlie), Moncalvo (Gollogorizza), Scopiiaco, Topliaco, i castelli di Gerdosclla, Sovignacco e Rachele; la Camera comitale possedeva inoltre metà di Torre, riscoteva le decime dei castelli di Montona e San Lorenzo e quelle della macina dei molini sul Quieto. ]) L'amministrazione generale era nelle mani del capitano, aiutato negli affari giudiziari da un giudice, nelle riscossioni da un gastaldo; in ciascun luogo dodici uomini, eletti della banca, eletti dal popolo, provvedevano all'interesse comune, e senza leggi scritte scioglievano le cause minori, tanto civili che criminali. I nobili dipendevano direttamente dal conte ; a lui solo rispondevano de1 propri atti; dovevano prendere le armi e seguirlo nelle guerre. Esercitavano la giustizia sui contadini, eccettuati i casi di gravi reati, cioè: l'uccisione, 1' omicidio, la rapina sulle strade, il furto e il 'forzo di dettine». Se i servi commettevano disordini alle sagre, il giudice arrestandoli aveva diritto di pronunciare condanna : ma se ') Tomaso Luciani divide in tre categorie i possessi della contea : i" i propri; 2° i fetidi conferiti dai vescovi di Pareii/.o, di Pota, di Trieste e di Ciltanova; 3" i fetidi donati ai conti stessi dai patriarchi, prima che fossero marchesi d' Istria. Nella prima categoria pone il territorio del vescovato di Pedena ; luoghi importanti: Lindaro, Gallignana, Pedena e Felici*. Di questa stessa categoria, il capitanato di Raspo, ossia tutto 1' altipiano della Vena, dal contine di Trieste a l'ingueiite. Finalmente la signoria ili I.upoglavo, aggregata nel II 12 per cessione del patriarca Ulrico al fratello conte Engelberto. Nella seconda categoria annovera le castella e le terre di Torrenuova, À "////////, Visignano, MondelIeboUe, Montona, Anlignana, Pisiuo, (limino, Ter-viso, Padova di Pigino, Caschierga, Rosario e Santa Maria dei Campi, «lunate dai vescovi di Parenzo ; lìarbana e Castello, donale dai vescovi di Pola; Albunsano, Castagnedo, donati, come pare, da quelli di Trieste, ed alni fendi nel territorio episcopale di Cittanuova e derivanti da investiture di quei prelati. Nella terza categorìa i luoghi provenienti dal patriarca d' Aquilein, cioè: Phiguenle, Ro/./.o, Colmo, Due Castelli, tinaie, Urania (Vratna), Retai, Bellai, Cosliaco, Corte Alba. Da Aquileia più tardi pervennero Mondano, Grisignana, Cisterna 'Sterna), Castagna e San Pietro di Montrin. t ( IL GRAN SIGNORE DELLE ALPI 275 giungevano a toccare la terra del loro padrone, spettava a questi il giudizio. 11 feudatario poteva cedere ad altri o liberare i propri servi ; ed è lecito supporre che ne facesse mercato, perchè Venezia sino al secolo XIV acquistava schiavi recati a Trieste ed a fiume, tolti dalle contrade alpestri. Tra le deliberazioni del Senato veneziano in data 23 fe-braio 1552 si legge, che arrestate due barche di schiavi, venne ordinato di tradurre sotto buona custodia alla galea dei condannati i due mercanti trovati nella stessa barca, e di far dire al segretario del re dei Romani, 'che per questa mcrcantia di schiavi christiani della natura e qualità ch'ella e, noi come quei che non l'habbiamo mai permessa nè approvata nei nostri subditi havessimo volonticri fatto qualche demonstrazione contro i ditti mercanti. Però per rispetto del re, dal (piale i mercanti stessi tenevano patenti si crede conveniente informar del tutto il segretario. „ Il documento seguente c' informa (piali fossero le autorità principali dei comuni rustici e spiega il modo usato per eleggerle. "Fra tutte le cose che sono da osservarsi in questo Contado (di Pisino) è particolare quella cui ogni città o Borgo ha un Zuppano che da loro viene nominato Giudice assieme con dodici assessori, cioè sotto Giudici, alli quali incombe di sbrigar le liti di poco momento.... Nella Festa di S. Giorgio si radunano questi 12 Assessori con il Giudice e Cittadinanza ____ Uno delli Assessori va con una mazza o verga di legno attorno li congregati, a ricevere il voto per la nomina del Zuppano, va addimandando il nome e con un Coltello fa il segno sopra la Mazza o verga, e cosi prose-guisce di mano in mano a raccogliere i voti e quello che ha più segni o siano voti resta elletto Zuppano o sia Giudice, quale poi viene dalla Co m munita presentato alla Superiorità di Pisino per la conferma che molte volte per non esser d' aggradimento gli viene riggettata e per conseguenza vengono obligati a nuova Iniezione sin tanto che venga eletto uno di genio del Dominio. 'I stessi voti si vanno raccogliendo per il Portinaro della Città, per il Sbirro della medesima così anco per il Mesner ed altri sallariati e Fabro della Comunità, l'ultimo di questi cioè il Fabro viene appo ogni Città o Borgo eletto per ben Publico il (piale è obligato di far li lavori piccioli e di poco momento, come sono d'agguzzare le falci si del Fieno come dei Grani, Zappe ed altri Ordigni ordinarj gratis, e senza pagamento, cosa molto notabile, all' incontro ogni uno è obligato annualmente contribuirli una certa misura di grano, Spelta, Avena ecc. e benché in quella Comunità il Fabro non facesse questi lavori non ostante ciascheduno è obligato corrisponderli la detta misura., l) Il castello di Pisino certamente rifatto nel XV secolo, scopre qualche lembo delle vecchie sue mura, e benché ricordi nella massima parte il carattere fortificatorio dei Tedeschi, reca impronte d'architettura italiana, dal cui influsso i costruttori non seppero sottrarsi. Pisino i Androne del Cantelli). M Detenutone del Caste/lo di Mitlerbitrgo raccolta da molle antichità e Si rittoii, ora detto Pisino fPisinumJ, «Atti e Memorie deliri Società Istriana di archeologia e sloria patria». Voi, Vili, fase. 34; l'arenilo, 1S92. CASTELLO DI PISINO. \I.1M GIULIE (ìli stemmi gotici, in pietra, stanno sulle mura come funebri lapidi della signoria forestiera. La foiba (fovea) che vi si spalanca di sotto, con cento-ventotto metri di profondità, è considerata uno de' più interessanti spettacoli naturali. 11 professore Tarameli i dice che * come fenomeno d'erosione, per opera d'un torrentello normalmente umilissimo, è sublime!, Guardando poi quella poca acqua che scorre, non si crederebbe che abbia potuto compiere il vertiginoso scavamento. Essa sparisce come il Timavo superiore per una grande arcata, che s' aperse mordendo gli ostacoli. Il conte Ensdoff con una barchetta tentò di penetrare nella grotta, ma al punto ove si restringe, dovette fermarsi e sospendere T esplorazione. Carlo Yriarte racconta d'alcune perle d' ambra, gettate nella foiba, che furono pescate nel canale di Leme. Giulio Verne, valendosi di questa panzana, fa evadere 1' eroe del suo romanzo, Mattia Sandorf, e il conmagno Stefano Battory, dalle prigioni di Pisiho ; difatti giungono sani e salvi davanti all'ingresso della cupa caverna, e travolti dai vortici, seguendo la fuga del torrente, riescono dove il misterioso canale sbuca a cielo aperto. Adriano Martel ha voluto recentemente accertarsi quanto fosse di vero nella descrizione del grande autore dei viaggi nella luna e nel centro della terra. S'interno in quel labirinto con il suo piccolo boat, ma dopo breve cammino non potè proseguire. L' acqua formava un lago chiuso da tutte le parti, che deve spandersi per fratture invisibili, aperte forse sotto il letto profondo. Così il signor Martel ha distrutto tutte le peripezie del viaggio sotterraneo inventato dal Verne, il più popolare scrittore di romanzi scientifici. !7s Pìsino figura nel 929 in un atto, con cui Ugo di Provenza, re d'Italia, donava il castntm Pisimtm al vescovo di Ih ORAN SIGNORI-; DKI-f.K Al.l'I 2g( Parenzo ; ma probabilmente si trattava di Pisinvecchio, che è oggi ridotto a pochi casali. Il nome comparisce in ogni modo nelle cronache delle donazioni che nel tempo di mezzo venivano fatte alle istituzioni ecclesiastiche, favorite cospicuamente da un regime che speculava sul loro appoggio e da un nobilume che cercava, con le frequenti e copiose largizioni, d'acquetare la propria coscienza. Per quelle genti, dice Scussa, sacerdote, Ma religione equivaleva a paura momentanea soltanto, a superstizione, a mercato d'anime,. Chiostro del convento di S:\ii Pietro in Selve. 2$: ALPI oiri.n: Gli edilìzi religiosi allora si moltiplicarono dappertutto. V erano nella contea abbazie di Benedettini in San Michele di Monte e in Santa Maria di Verino; maggiore di tutte considcravasi quella di S. Pietro in Selve, chiamata cosi perchè stava nascosta tra un bosco di quercie. Federico III dono nel XV secolo questo monastero agli cremiti di S. Paolo, che vivevano in quello della Madonna del Lago, presso Ceppici, distrutto durante la guerra del 1617. Il convento di S. Pietro venne soppresso da Giuseppe li e fu quindi ridotto a granaio. La chiesetta contigua è coperta internamente di cuoi d'oro, di puro stile italiano, fatti impiastricciare da un pittore girovago, che li guastò tutti ; al campanile, che aveva forma di torre, venne aggiunta una piramide, poi tolti i merli. Poco lungi da Verni o esiste ancora il santuario della Beata Vergine delle Lastre ; le pareti sono fregiate di dipinti a fresco, che rappresentano P adorazione de? Magi, con seguito di cavalieri, militi e donne, tutti vestiti nelle fogge del XV secolo. Sulla porta d'ingresso v'ha una danza macabra, lavoro di Cuoio d' oro nella chiesa ili S. Pietro in Selve, ii. gran signore delle alpi 2S Adorazione del Magi nel santuario della < Beata Vergine delle Lastre». pennello tedesco. Uno scheletro suona il mandolino e conduce per mano un vescovo; un altro scheletro balla, dà fiato alla tromba e tiene per mano un re; un terzo abbraccia una regina; un cantiniere è a sua volta Rancheggiato da due scheletri, che chiudono la sfilata. * Pedena era sede vescovile; Cimino ed Antignana avevano capitolo. Schonleben narra in modo leggendario l'origine del vescovado petinate : 'Costantino il Grande nell'anno 324, desideroso di onorare il corpo di san Niceforo con nuova sepoltura, ordinò che tolto dal luogo ov'era stato tumulato, venisse insieme con la bara posto in una barca, sotto scorta di alcuni sacerdoti, che dovevano tenere in mano dei ceri accesi ; date le vele al vento, si lasciasse la barca andare in balìa delle onde, e dove si fosse fermata si fabricasse una chiesa in DANZA MACABRA, nel santuario della i Beata Vergine delle Lastre l'KDKN'A la Porta. 2${> ALl'l GIULIE1 memoria del santo. Così fu fatto, ed essendo la navicella entrata nel porto di Fianona, venne posto il feretro sul dorso d'un cavallo selvaggio, clic abbandonato a sé stesso, prese la corsa e s'arrestò nel luogo ove s'erge la chiesa, che Costantino innalzò a dignità di sedia vescovile., Pedena figura tra i comuni, che protestarono al Placito del Risano contro l'importazione degli Slavi. 11 suo vescovato data dal VI secolo, ma si ridusse ad estrema povertà, e, compreso nella legge delle riforme di Giuseppe II, venne soppresso mentre l'occupava il dotto triestino Aldrago dei Piccardi. Della cinta massiccia che proteggeva il luogo, si vede ancora una delle due porte. Quasi tutti i borghi e tutte le terre della contea erano murati. Antignana, circondata da tre bastioni e fosse, possedeva non meno di cinque chiese. Pindaro, fabricato su colle alto, era protetto da una difesa con torrioni. -> Gulliunaio. Gallignana, serrata da tre gironi in forma di fortezza, si pretende avesse rango di città. Si veggono ancora gli »88 Al.l'l GIULIE avanzi del palazzo dei vescovi di Pede-na, distrutto nel 1570 dal luogotenente della contea Arardi ; inoltre esistono la cappella vescovile, la berlina ed una casa di bello stile veneziano. Treviso, poggiato sopra un'altura, possedeva una torre, segno di baronia, che serviva per combattere i nemici : nel-1' interno di questa mole grossolana giravano intorno ad un palo, confitto nel suolo, i ponti che mettevano alle feritoie. li Itìlt ** f......j-..x;. Vjì •.... >*:aifl8rffir l^^m^M^ . ■ 7^ *- '; — j£?Sr W*~ Gì utili 0. Gimino era castello ; la chiesa di St. Antonio e la chiesa parrocchiale sono del XIV secolo : la prima con volta II. C-KAN SIGNORE DELLE ALPI 2S9 a sosto acuto e le pareti già ornate di pitture a fresco, la seconda ricca di bellissimi marmi tratti dalle cave vicine. Cimino: Avanzi delle torri. A Carsiaga, adesso Caschierga, presso il mons Patina, e il villaggio di Padova, esisteva il castello dei baroni Rampelli, che assunsero il predicato di Kaisersfeld, e dei tpiali Cristoforo occupò il posto di capitano della contea. * * * Per tutto il temilo che 1" Istria montana fu soggetta ai conti, subì le conseguenze d'un governo sempre in armi, ora alleato del patriarca contro i comuni ribelli, ora alleato di questi contro cpiello, ora di tutti e due contro Venezia. I principi goriziani soffiavano nel fuoco, per attizzarlo o spegnerlo a proprio talento. I vassalli li favorivano in tutte le mire, oppure si collegavano per congiurare a loro danno. I baroni, quando non si schieravano sotto le bandiere dei maggiori contendenti, venivano tra loro alle mani. Non bastando le più prossime, e perciò le più gelose inimicizie, andavano a cercarne fuori dei confini. Lo radici di Castclbianco e Castclncro, che si scorgevano poco lungi da Rozzo, fecero durare una tradizione che illustra questa pagina ili tristi ribalderie. Il signore di Castclncro venne invitato dal capitano di Castua, nella Liburnia, a trattare la pace ed a firmarla. Accolto con grande festa, gli si preparo un suntuoso banchetto ; ma al momento in cui si servivano i vini piti squisiti, il capitano propinò alla buona ventura dell'ospite, il cui castello, soggiunse, era già in preda alle fiamme. Il castellano balzo in sella e, datosi a corsa sfrenata, raggiunta la via di Rozzo, ville la propria rocca distrutta dall' incendio. Dicesi che gli odi durati per tale fatto ottennero l'onore d'una lapide, tolta dalle mura di quest'ultimo borgo nel [848, la quale conteneva la seguente inscrizione: Ad repellendam audaciam Castuanorum o illorum de Casina, Convento di S Pietro in Sci XII. LA REGINA DEL MARE l'assaggio della contea d'Istria all'Austria — // castello di Lupoglavo — Pene contro la stregoneria — Castelli nella Val d'Arsa — La leggenda dell'arena di Pola — Vragna — La vendita della contea d'Istria — Decime e robotte — Aspirazioni della republica di San Marco — L'Istria veneta — Rinascimento delle città marinare — Fine dell' elemento germanico. La Corìnzia e la Carniola orano già incorporate all'Austria, quando nel 1366 i Duinati, "signori di Primano e Scnosezza,, fecero atto di sommissione ai Duchi, obligandosi d'aprire alla loro soldatesca quelle rocche, clic avevano ricevute in feudo dalla Chiesa d'Aquileia. * Questa defezione — dice lo storico dei Torriani — divenne tanto più facile perchè preparata da lunga mano., Il patriarca, ritenendo violati i diritti d'alto dominio, richiamò Ugone VI al dovere ; ma questi gii rispose accortamente, che, oramai suddito dell'Austria, nulla poteva, se l'intendesse con questa e facesse valere le sue ragioni. Estinto otto anni più tardi il ramo goriziano dei conti d'Istria, in forza del patto di fratellanza passò all'Austria anche la contea, ampliata dalla cessione fatta dai patriarchi, della Val d'Arsa, la quale comprendeva i castelli di Finale, Letai, Passo, Bollai, Cosliaco, Ceppici, Carsano e Suinbergo. Il castello di Mahrenfels, o Lupoglavo, assai grande, con vasto territorio dipendente, piantato sui fianchi occidentali 294 ALTI GIULIE del monte Maggiore, conceduto dalla Chiesa aquileiese ai conti d'Istria, era passato nel 1371 a Marzigo di Cornomel, quindi agli Herberstein. Uno di questa famiglia nel secolo XV fu colto da pazzia, ed una vecchia del luogo, sospetta di averlo ammaliato, mori in carcere prima di venir giustiziata. Le pene per i delitti di stregoneria erano gravi, anzi crudeli; lo statuto d'Albona del 1341 contiene speciali istruzioni sulla tortura della caldaia, a cui venivano sottoposti gli accusati di maleficio. Si ordinava, cioè, che uno dei rettori "e due uomini della cristianità, dovessero portare la caldaia nella chiesa di S.ta Maria, riempirla d' acqua *c far fuogo di sarmenti di vigna, sinché questa caldamente boggi,. Legato un piccolo sasso con una cordicella, il cui capo restava in mano del rettore, l'incolpato doveva porre la mano nel liquido bollente, tentando di estrarre il sassolino : concessagli tre volte la prova. Se non riuscisse, dice un articolo di quella barbara legge, gli uomini ili guardia gli porranno 'uh guanto inserrato sopra la man e sigillino il guanto, et debban far uardia al colpevole tre giorni interi, e sei'Incolpato volesse far il suo besogno del corpo, menino quello al luogo qual par a loro pur che non sii fuor della Terra d' Albona., Tradotto quindi davanti ai rettori sotto la loggia del comune, rotti i suggelli, se la mano non recherà segno di scottature verrà assolto, in caso diverso si dovrà punirlo, nò più nè meno come se avesse confessato il maleficio. Era una forma del giudizio di Dio, e lo statuto di Trieste del primo decennio del secolo XIV contiene le particolarità del duello giudiziario. l) Lupoglavo, preso dai Veneti nel 1509, venne trasmesso poco dopo ai Crussich, cavalieri di Segna, uno dei quali, ') L'archivio ilei Sant'Ufficio della nostra provincia contiene diversi processi per stregherie, sortilegi ed arte magica. A Pola era proibito alle donne che vendevano al mercato pane, vino, latte e frutta, di filare, sospettandosi sortilegio in quel]'occupazione. La Uh;ina DEL MARE 295 di nome Pietro, capo degli Uscocchi, perdette la vita combattendo contro i Turchi. La sorella di questo, Caterina, cedette tutto il possesso nel 1542 ai conti Banissa, i quali poco più tardi lo diedero in appannaggio ai Thunzler ; nel 1576 venne in mano dell'imperatore Ferdinando e net 1617 lo teneva Ulrico degli Eggenberg, che acquistò la contea di Gradisca e che favorì grandemente i gesuiti di Trieste. Castello
  • degli amministratori a cui l'aveva allogata.1) Nel 1574 Giuseppe Nicolich, signore di Cosliaco, restò ucciso da' propri coloni, ribellatisi per le soverchie angherie. ') Carlo de Franceschi, nelle sue Note storielle dell' Istria, fa la storia di queste vendite o locazioni della contea. Nel 1380 il duca Leopoldo d'Austria dava in pegno ad JJgone di P_uino, per 14,000 fiorini la provincia dell'Istria e la contea di Pisino, con tutti i nobili, e tutte le cappelle, villaggi, ttrbarì, diritti di avvocazia, uffici, beni ecc. Ne furono quindi investiti i Walsce, successori ai I)uinatj.. Nel 1447 ebbe la contea di Pisino Febo della Torre; nel 1478 Nicolo Rauber; la conseguirono nel 1493 in eambio della signoria di Stctenbergp fratelli Pruschnig. L'imperatore Federico la riacquistò e la conferì a Giacomo D\trer; Ferdinando 1 nel 1532 la vendette per 20,000 fiorini ad Alessio Moscon, dal quale nel 1540 passi') a Giovanni e Cristoforo Mosconi; nel 15O0 l'ebbe in pegno Adamo barone de Svetkowitzj^ nel lj"4 il barone Giorgio Kbj^ven.-lniber; nel 1578 Leonardo de Kaitschach pel mutuo di 120,000 fiorini; Giorgio Lugger l'ottenne nel iòoo; IJernardino Barbo la prese in affitto nel l6oi ; e nel 16II l'acquistò il principe Ulderico degli Kggenberg. Ritornata alla Casa d'Austria, allorché Ferdinando III deliberò d'alienarla, Venezia fece delle pratiche per venirne al possesso, ma fu ceduta per 350,000 fiorini ad Antonio e Gerolamo Flangini conti di San Oderigo, sudditi veneti. Questi ultimi rivendettero nel 1660 7a contea al conte Giovanni Ferdinando Porcia, il cui figlio la cedette nel 1665 per 550,000 fiorini alla Carniola, che da lungo aspirava al possesso, ina clic per lo stesso importo la diede al principe Vaicardo degli Auerspcrg, coll'obligo che l'osse soggetta in materia civile per la seconda istanza a Lubiana, e che la Carniola avesse \\ diritto delle imposizioni dominicali, rusticali, ordinarie e straordinarie. Sollevatasi dopo questo mercato l'indignazione degli abitanti della contea, il principe Auerspcrg riuscì a far cancellare dal contratto le durissime condizioni, quindi nel 1701 vendette la contea alla Camera arciducale della Stiria, chela permutò con altri beni posseduti da Ercole Turinctti de Pries, il quale poi l'affittò a Daniele Calò triestino, e in line la vendette nel 176Ó ad Antonio Laderchi marchese di Monleeuccoli di Modena per 240,000 fiorini, la cui famiglia, dopo la legge del 1848, ricuperato il capitale d'esonero di (Orini 240,000, mantenne i beni allodiali esistenti in campi, boschi ed il castello di Pisino. Nel 171ó Daniele Calò, triestino, che aveva preso in affitto la contea, sull'accusa degli abitanti, venne arrestato e condotto nel castello di Lubiana. Un atto di quel tempo dice, 4che ritenuto colpevole di estorsioni, omicidi e molte altre scelleratezze, fu posto più volte alla tortura per mano del carnefice, ma dopo venticinque anni di prigionia, persistendo sempre nella negativa dei suoi delitti, fu liberato, poco sopravvivendo in Trieste ali a sua misera liberta.. Un urbano del 1578, inedito, ci permette di conoscere gli oblighi della contadinanza, e di poter dedurre come dovessero essere ancora più dure le condizioni delle plebi sotto il precedente governo dei conti goriziani. I sudditi della contea pagavano un censo urbariale in denaro, il fitto fermo, la decima del prodotto, le regalie e una contribuzione al clero, detta delle primizie ; dovevano inoltre prestare il servizio delle robottc, cioè delle comandate. Questi diritti dominali costituivano un diritto acquisito legittimamente da tutti i compratori o locatari della contea, contenuto nel primo contratto di vendita e trasmissibile. T sudditi di Pisino erano tenuti a dare la decima di ogni sorta di grano battuto, cioè sempre la decima misura ; così la decima del vino che cresceva nei loro vignali e degli animali minuti. * Dal tempo che vengono mature le uve li guardiani porteranno ogni venerdì al castello una cesta d' uva. *La gente di Pisino dovrà prestare ogni opera manuale quando si fabrica o lavora nel castello e città, di Pisino. Contribuirà ogni giorno due portinaia alle porte della città ; così anche dieci guardiani, di cui otto devono essere presentati in castello. Sono obligati a portar lettere concernenti S. Altezza ed il contado di Pisino : ed in ogni bisogno od occorrenza serrar l'orto spettante al castello e portar legno necessarie per la seraglica.. In caso di guerra sono costretti tutti li sudditi del contado alla guardia della città di Pisino, e di notte e di giorno, secondo il bisogno e le disposizioni del capitano., 4Quelli di Pisin vecchio, oltre la decima, ciascun suddito che possiede cavallo condurrà per Natale una soma di legne in Castello ; ogni aratro lavorerà una giornata quando vicn ricercato; cadaun suddito è obbligato sesolar la biava una giornata e se gli da il vitto. , * Quelli di Vermo oltre 1' imposta invieranno tredici galline per Natale ed altre tredici per Pasqua ; mentre la decima spetta ai sacerdoti,. Quelli che hanno cavalli condurranno acqua, vino, grano e letame, quando occorresse al castello, e quelli *che non hanno cavalli dovranno impiantar nell'orto del castello capuzzi ed un altro giorno zappatdi. Quindi nettare, rastrellar ed ingrumar il fieno nel prato di Santa Croce e condurlo al castello. Et in occasione di fa-brica condur sabbia, pietra, calcina e quant'altro occorre., Gli abitanti degli altri luoghi dovevano fornire le opere di servitù a seconda dell' importanza e della condizione della loro villa o borgata : così variava anche la misura e la qualità degli oneri e degli aggravi. L1 urbario, da cui venne estratto questo piccolo quadro delle gravezze publiche, era compilato in lingua tedesca. Chi ebbe la cura di conservarlo osserva che per il popolo si facevano traduzioni sempre in italiano : mai si videro traduzioni slave. L'elemento germanico nelle Giulie verso la fine del XV secolo cominciava però a diradarsi : la decadenza del patriarcato e della casa goriziana ne affrettava la scomparsa. Ma il vero motivo che accelerò il tramonto della sua egemonia va cercato in quegli avvenimenti che si andarono svolgendo all' ombra del vessillo di San Marco. Del resto, quella nobiltà errante, che alienava senza rimpianto le proprietà territoriali per assumerne delle altre meglio rispondenti alle sue volubili ambizioni ; che mutava sempre di domicilio ; mai ferma ; non vincolata alla terra che le apparteneva) doveva correre la medesima fortuna serbata a' suoi protettori. Levatasi con essi a splendore, era destinata a cadere con essi, come l'edera attorcigliata ai tronchi degli alberi partecipa alla loro sorte (piando vengono abbattuti. ,5oS alti giulie Venezia, già nell* undecime secolo, aveva saputo guadagnare la coopcrazione delle città istriane della costa in quella caccia ostinata che dava ai pirati : voleva libero e purgato il mare, sicuro il commercio marittimo. Era riuscita ad obligare Pula, Capodistria, Umago e Rovigno a tributi di vino per la mensa ducale e di olio per la basilica tli S. Marco ; prometteva d'altra parte di correre in loro aiuto quando ne fosse richiesta. Le barche istriane, sotto gli occhi degli stessi gastaldi patriarchini, battevano bandiera veneziana. I patriarchi, per la maggior parte tedeschi, non prevedevano le conseguenze di queste particolari alleanze, innocenti all'apparenza; Seguivano gl'imperatori di Germania nelle guerre contro l'Italia ; assistevano a quegli assedi che resero gloriosa la resistenza di Milano e di Cremona ; comperavano per quelle imprese le braccia degli alpigiani tirolesi e carin-tiani ; prestavano a quelle spedizioni la propria insegna; bivaccavano negli attendamenti d'Ancona e tli Roma (piando le città italiane firmavano nel convento di Pontida il patto della Lega lombarda : oppure, tornando alla residenza, studiavano d'estendere i confini della giurisdizione ecclesiastica, distratti dalle gravi e complicate cure d'uno stato quasi sempre esausto di denari, diviso dalle fazioni non avare di sangue. II movimento clic s'andava svolgendo in. Lombardia per la ricostruzione dei comuni cominciava a dilatarsi dappertutto. Come le sirene delle sfere invitavano col canto i mortali alle virtù, cosi Venezia, chiamata dal destino a mantenere vive le antiche tradizioni del libero governo popolare ed a trasmetterle^ suscitava intorno a se i più smaniosi desideri d'indipendenza. Le città marinare dell' Istria, di giorno in giorno Strappavano, o meglio carpivano al Patriarca nuove concessioni in favore della sospirata autonomia ; bastava elle mostrassero di volersi dare a Venezia per ottenere immunità e privilegi, prima inutilmente implorati. Erano riuscite, dopo la pace di Costanza del 1 r 83, a nominare consoli, a mantener vivo il germe dei piccoli municipi, che poi affidarono alla saggezza di podestà veneti, chiamati a coprire la carica con generosi stipendi. Mentre la provincia era in iscompiglio, 0, con le mani levate, tutti si facevano guerra : baroni, conti, marchesi, patriarchi, quasi volessero distruggersi a vicenda, le città a mare, compromesse in ([nelle lotte micidiali, e 1'una all'altra nemiche, pensavano di costituire una confederazione marittima, foggiata secondo il modello della Republica, la quale, dal mille duecento sessanta in poi, o con arti lusinghiere, o con la destrezza, o con le minacce, studiava di conseguire il suo intento. Voleva, cioè, acquistare tutte le Giulie, impossessandosi anzitutto di quei piccoli porti, che stavano raccolti nei seni della riva orientale dell'Adriatico; e ad uno ad uno li guadagnò, e li ebbe o per volontarie dedizioni, o anche coli'abuso della forza, per modo che alla fine del secondo decennio del XV secolo riuscì ad aggiungere 1' ultima gemma istriana al corno ducale. Venezia allora aveva raggiunto 1' apogeo della propria grandezza; era riuscita a tenere in rispetto gl; invidiosi vicini ; vinti i Genovesi nelle acque di Chioggia, tremila navi sventolavano sulle coste del Bosforo e del Mediterraneo il suo gonfalone scarlatto. Prosperose le industrie della lana, dei panni, delle sete, degli arazzi e dei vetri; tutte le maestranze s'affaticavano ad abbellirla; l'oro dello Stato e quello dei patrizi scintillava, come un segno di publica abbondanza, nei templi e su alcuni palazzi. rissa, che tutto doveva al mare, tuffava le fondamenta delle sue chiese e delle sue case nelle placido onde, che Circolando por gli innumerevoli canali, pareva volessero alpi r.iuur. stringerla in un poetico abbraccio. E del mare essa aveva fatto un mito : ogni anno mandava il suo doge a compiere Io sposalizio, obligando il clero a benedire quella festa pagana. GÌ' Istriani, pur temendola, si sentivano attratti dal suo prestigio e dalla sua potenza. La comunanza d' origine e di linguaggio era vincolo che piegava gli uni e l'altra ad un'inclinazione di benevolenza scambievole. Venezia si reggeva sugli alberi tagliati dai boschi istriani; era fabricata con pietre istriane: si poteva dire che 1' Istria aveva dato una parte di sè stessa, perchè mille artisti legassero il loro nome immortale a quello della regina delle lagune. Molti veneziani erano venuti a scegliere le loro spose in Istria ; Carlo Zeno, grande ammiraglio e valoroso capitano di terra, che successe a Vettor Pisani nel comando della armata contro i Genovesi, si congiunse in matrimonio, la terza volta, con una ricca gentildonna di Capodistria. Da varie famiglie di Capodistria, di Tirano, di Parenzo, di Umago, di Rovigno e di Cittanova, uscirono notevoli procuratori, tribuni e capitani di terra e di mare; due figli di Pola salirono al seggio ducale. Quando Venezia venne in possesso delle città della eosta istriana, ne rispettò gli statuti; giacche nulla poteva la legge generale su quella dei comuni ; e considerava lesa maestà ogni più piccola violazione delle accordate e confermate franchigie. • L' Istria a mare, rifattasi alquanto dopo tante guerre intestine, sorse a nuova vita. Narra lo Scherer, che quarantamila cavalli, ogni anno, dalla Croazia, dalla Carinzia e dalle parti orientali della Germania, venivano a prendere il suo sale ; dicono che nei primi tempi la Republica non occupasse la popolazione povera che nel taglio delle legna ; ma non è mcn vero che concedette facilitazioni alle barche, che le portavano vino, olio, biade, pesce fresco e salato, foglie di lauro, pietra bianca e legna da fuoco. E che le condizioni economiche dell' Istria marinara migliorassero presto, prova il fatto, che dal secolo XIII al XVI (piasi tutte le città rifabricaroito i propri palazzi municipali. Ter la prima volta l'arte, cosi negletta dal feudalismo, veniva chiamata ad abbellire la casa dei comuni e a tradurre la gioia e 1' orgoglio per la risurrezione dei civici ordinamenti nell'architettura della nuova sede della SO-\ ranita popolare. Noi vediamo che durante (pici periodo si costruiscono i fondachi o publici granai, le logge, le fontane, le cisterne, gli edilìzi dei nobili con le finestre trilobate ; che si rassettano le mura e si decorano le facciale dei publici uffizi con le armi dei rettori, con medaglioni, busti, tavole onorifiche. Si fondano i monti di pegno, si crea un seminario per i chierici; mentre esistevano scuole in tutte le città. Capodistria inviava allo studio di Padova quattro giovani dottorandi, sovvenendoli con duecento ducati, ed altrettanto faceva Pirano. Venne per cura del governo estesa la coltivazione degli olivi e dei gelsi ; istituiti i provveditori alle strade Montona: Croce d'argènto. c le guardie campestri. Sono opere di quei quattro secoli l'arca del Beato Bembo ed il reliquiario di 1 )ignano, la palla Portole : «La Trinità ■>. (Quadro attribuito al Carpaccio ) d'oro di Pareruo, la sua croce d'argento, e quelle di Capo-distria e di Montona'. i calici di PjDjrtole e Piemonte, Tanti-pendio di Rovigno, il tabernacolo di Pisino, 1' altare lombardesco del convento di S. l'rancesco di Pirano, i quadri di Vittore e Benedetto Carpaccio, del Vivarini, del Ventura, del Cima da Conegliano, dei due Palma, del Mera, e quelli attribuiti al Santa Croce, al Tintoretto e agli allievi di 1. V REGINA DEL MAKI'. Paolo Veronese. Si ampliarono lé saline, si eressero ponti e a sicurtà delle barche un gran numero difcTav^me^ nelle anconette piantate lungo le strade, Dio dava la destra ad un doge, e Cristo risorgeva dal sepolcro tenendo in mano il vessillo della Republica. Alcune abitazioni, secondo i cronisti, avevano le pareti coperte di cuoi d oro, mobili tappezzati di soprariccio, lampadari di Murano, piatti centinati e fiamminghe d'argento per servir le vivande, Capodistria istituì la Compagnia della calza, che alternava gli esercizi letterari con i cavallereschi. A Pirano il giorno di san Giorgio, a Visinada in quello di santa Eufemia si bandivano giostre. A Cittanova durante la fiera franca di san Pelagio si correva all' anello e al saraceno. A Pinguente in quella di san Giovanni si dava un banchetto a tutti i soldati a cavallo, chiamato il pasto delle milizie. Le istituzioni, le costumanze, i divertimenti veneziani trovarono un terreno fecondo in quelle popolazioni, che amavano il fasto e la pompa con cui la Serenissima rivestiva le forme del governo e del culto, quasi pensasse che per guadagnare gli animi bisognava prima comperare gli occhi. Appena la Republica s'accomodò nel marchesato d'Istria, sentì che il suo vicino della montagna, il Conte, le era una grossa spina nel cuore ; e voleva levarsela. Tentò tutti i mezzi per ottenere lo scopo. Alle proposte pacifiche, alle oneste sembianze di voler comporre in via amichevole una rettificazione di confini, fece seguire le ostilità, iniziando in pari tempo trattative private coi singoli signorotti. La stessa ripartizione territoriale, fatta sulle orme romane, innalzando quattro delle citta marittime: a rango nobiliare, e dividendo il dominio in baronie maggiori e minori, aveva lo scopo di contrapporre altrettanti gruppi di stabili difensori contro i baroni vagabondi e d'abbandonare alle suscettività dei sudditi ed al timore che destava il suo nome, la cura di rendere inoffensiva la feudalità. Cominciò allora la scomposizione dell'elemento germanico, assediato da tante nuove ed ardenti aspirazioni e dall'orgoglio dei comuni, che ad ogni momento sonavano a stormo la campana e s'armavano, spinti dall'amore inquieto e dalle gelosie che destavano le ricuperate franchigie. Alcune case di quella nobiltà, per via di maritaggi, s'imparentarono con gl'indigeni o con i Veneziani; altre s'estinsero; altre finalmente abbandonarono il paese. Così quella colonia avventizia, che aveva le radici soltanto nelle istituzioni, scomparve affatto. Il popolo istriano con la ricostruzione dei municipi diede il segnale della lotta per la riconquista dei titoli naturali ed antichi : Venezia ne affrettò la vittoria. C:i|>odIstria : Palalo del Comune, XIII CAPITANI!: DEL PASENATICO Marin Fui i ir — San Lorenzo; la basilica -•- Crisiyuanu — Pingunik l.p grotte e le vedétte della Vuirisan». Capitante del Pasenatico La republica di Venezia nel 1304 nominò per tutte le terre istriane che le appartenevano Marco Soranzo a capitano del l'ascnatico, con la sede in San Lorenzo al Lcmc. Cinquantadue anni più tardi, per ragióni di guerra e di sicurezza interna, creò una seconda capitatila in l'mago, che poco dopo venne trasferita in Grisignana. I due rappresentanti provvedevano alla difesa del paese ; nella loro qualità d'inquisitori e giudici dell'esercito, sindacavano l'opera dei comandanti, ne riferivano al Senato le disposizioni, ed avevano facoltà di prevenire, reprimere e condannare gli atti di ribellione e di comporre le divergenze tra comune e comune: erano in una parola le supreme autorità militari. Nel canale di Leme e in quello del Quieto stanziavano le stole, barche grosse a prua, ristrette a poppa, destinate-ai servizio di trasporto della truppa, dei cavalli e degli istrumcnti ed attrezzi guerreschi: una squadra di galere faceva il servizio di guarda-costc. ALL'] GluLlÈ Tra i capitani inviati a San Lorenzo troviamo JUarin Falicr, noto per il suo carattere impetuoso, moderato però da sottile ed attenta accortezza ; in San Lorenzo egli salì il primo gradino di quella scala che lo condusse alla suprema dignità dello Stato c nelle mani del carnefice. Sini L0HM170 ilei l'aseiinticn : la Torta. Narra la cronaca, che mentre era podestà di Treviso, schiaffeggiò il vescovo, perchè il giorno del Corpus giugno 1616 al Senato, cosi descrive le prime dne rocche: *San Servolo Castello posto nella r.wii-zivù del Carso fondato sopra il sasso del monte inaccessibile per altre parti che per una sola porta ristretta, doppia di cinta et co I ponte 1 evalore angusto fatto Sopra una voragine del monte profonda e lar ga, è presidiato da cinquanta L'scocchi, come anche Cernicalc d'altri vinti di loro, 1 orrc fondata sopra il sasso vivo, et discosta tanto d isola, et vi si entra pe m fili ' '-41 >uvl * 4* Làr Sei <>!( cingio del monte che resta in un angusto ponte levatore, che Koviiit- del i.aslullo di Ceniirule, capitani e del pasenatico 335 s'estende sopra al precipitio che resta tra la Torre e il monte., ') I Veneti tenevano ( )spo, già castello baronali- donato da Enrico IV nel 1067 ai vescovi di Frisinga, Antiumano, signoria del vescovo di CapodiStria, quindi Lotiche, Covcdo, Popccchio, Gemme, Cfistóvia, Yalmovrasa e Villa dei Sassi o Xaxid, tutti luoghi fortificati al tempo delle incursioni turchcschc. -j Dalle lettere dei rettori possiamo apprendere l'importanza di questi posti collocati sulla costiera della Valrisano e conoscere lo scopo a cui veramente servivano. Alvise Soranzo addi [5 maggio 1592 scrive (die fra i castelletti *sc ne ritrovano alcuni parte con torrazzi-, et parte ') Questi castelli Vennero conquistati due volle dai Veneziani e pni restituiti all'Austria; nel XVII secolo l!en\enulo l'etaz/i comperò San Servolo. che nel 1702 venne venduto .-il marchese
  • Moniecavo, copriva le milizie die operavano nella valle di Zaule, e slava sulla via mulattiera che metteva in [stria. Appartenne prima ai vescovi, poi al Comune di Trieste, che vi mandava propri capitani. Cadde piìi volte in mano dei Veneziani e per li Archeologia e Storia patria,, Vol, VI, 1890. e Voi. VII, 1891, ■^'^ìTSìa* r*it- rj.U.F la Grotta *La villa di PopCCchio anch'ella ha una fabl'ica di natura nel concorso del monte che pende sopra di essa, et si chiude con porta di ferro da un custode che la guarda, alla (piale non si può andar per l'angustia del'ascesa se non uno solo alla volta : ha dentro l'acqua viva et perenne et serve al medesimo che la grotta d'Ospo. Di sopra nella schena dell' istcsso monte vi è una torre custodita da persona deputata e che domina tutto il contorno, Ila la solita via mal-agevole et più delle altre diffìcile, tiene il primo forte due moschettoni soli e la torre due falconetti di bronzo, cinque spiccardi, cinque codette, tredese arcobusi et sei harme d' basta. 'Cuovedo, un altro Castello posto in mezzo del Territorio in bel sito sopra un monte del quale si può dar aiuto agli altri luoghi per essere anco spaccioso, che alloggiarebbe dusento fanti et cinquanta cavalli, et al tempo delle guerre passate era ridotto dove stava il Provveditore Civrano con li stradioti. *Hora va in mina, et non ha pur le porte per scrarlo et è senza custodia alcuna. *Altrc ville dello stesso territorio, non molto distante dalli medesimi confini sono Antignan, Crestoia d'un parti-colar cittadino, et Gemme,,1) # * La Rcpublica riparti in quattro classi il territorio acquistato, cioè in città, in terre, castelli e baronie alte e l) CristoVÌ8 << CristOglie apparteneva alla famiglia /amili. Siili' architrave della porla 'li questa rovina di castello sta incisa la seguente inscrizione: (\tshum hoc Cristoviae Rusq. Iptani Adiacens eum /uri.utictionc Redditibus Et /V/;'//f';'/« Su/s l'jtaHaer Zui'ottts .Ir. et Medicine Doctor A lui mi lìti tVeausar .Volili Germanica Emit, MDLXXXf. La famiglia Zarotti di Capodistria diede parecchi medici, ira* quali Cesare ( i imo-1 070 , che visse in Venezia ed acquisi ò fama per i suoi talenti. 342 Al.l'i GIULIE basse. Città: Capodistria, Cittanova, Parenzo e Pola. Comuni liberi od affraiìcati eoi titolo di terre e castelli : Muggì a, Isola, Tirano, Uni ago, Buie, Orsera, Rovigno, Valle, Digitano, Albona, Fianona, Docastelli, San Lorenzo del Paaenatico, Montona, Pinguente, Raspo, Rozzo, Portole e Grisignana. Erano baronie alte: Pietrapclosa e San Vincenti ; baronie minori: Momiano, San Lorenzo di Daila, San Giovanni del Corneto. Piemonte, Castagna, Visinada, Calisedo, o Geroldia, Fontane, San Michele di berne, Barbami e Racizze. Venezia, bene agguerrita, tenendo in mano i passi ]>iù importanti, potè nel 1508 conquistare la contea, ma costretta poco dopo a cederla, ritornò nei propri confini, (die comprendevano la più bella parte e circa la metà dell' Istria. XIV. I CASTELLI DELLA SERENISSIMA Montana — Le ire fate campagnole — lì nappo d'uu re dell'Istria — Trasparenza delle leggende Evoluzioni del leone di S. Marco - Andrea Antico Altarino da campo di Bartolomeo Colleoni — La foresta montonate — Piemonte - Buie —Portole — / casati di Momiano e Pictrapelosa — San Vincenti dei Grimani — Una borgata deserta Valle — Barbano e Castellinovi) - Fianona — Decadenza e fine della rcpnblica di Venezia. i Castelli della Serenìssima Il baluardo veneziano in terraferma era Moutona. Scendendo nella vallata del Quieto, la sorprendete a quasi trecento inetri d'altezza, e pensate che a guisa di quegli uomini, i quali sfuggono i contatti con i loro simili, vi siano citta e borghi di gente misantropa, che cerca con le difficoltà delle comunicazioni di separarsi dai propri vicini e di stare un po' in disparte dal mondo. Ma accostandosi al monte, su cui essa poggia come un diadema, scorgendo intorno al grosso delle case i bastioni ilei castello e su questo salire nell'aria la torre merlata, locchio della memoria vede come i primi abitatori cercarono soltanto i vantaggi della posizione, e come nell'avvicendarsi dei secoli una serie ininterrotta di famiglie, aumentando di numero, ingrandì ed abbellì il luogo, sempre mantenendolo munito, rispettando quelle opere fortificatorie, per documentare il proprio passato anche (pianilo non servivano più. Un castelliere preistorico si mutò tu oppilo romano; questo in un maschio baronale. Montona domina un paesaggio che s'affonda tra vinchi bianchi e folte cresciute prative, o che sbalza con cumuli accerchiati di vigneti, o che pianeggia con le falangi giallastre del fermento. A' suoi piedi la provvidenza ha sempre nuovi fiori da offrire al bacio del sole. I casolari dispersi si riparano sotto un secondo tetto di fronde Vive. I villani credono che la campagna era abitata da tre fate: la fata del vino, la fata dell'olio, la fata del sale; tre figure gioconde, che formano un' allegoria pittorica felicissima, la cui pura trasparenza lascia comprendere come si abbia voluto personalizzare e idealizzare la coltura e i prodotti del luogo. Narrano inoltre che le galere romane risalivano il fiume, oche il calice, di grosse venticinque oncie d'oro, posseduto dalla chiesa di S.to Stefano, era in origine una coppa appartenente ad un re d'Istria, donata da una benefica regina, il cui corpo fu rinvenuto, con corona in capo, in un sepolcro sotterraneo, presso la porta del vecchio tempio demolito. II calice veramente venne regalato dalla Republica, quando nel XV secolo il gran bosco comunale fu dichiarato bene inalienabile dello Stato. Tuttavia le due favole nascondono un filo di verità, giacché le barche liburniche o litorarie romane, che si crede risalissero il fiume, spiegano come il Quieto fosse in antico navigabile sino a Pietrapelosa, e la presunta regina d'Istria, che avrebbe offerto il nappo al tesoro della collegiata, non sarebbe altri che la castellana Riccarda, indicata dal Morteani come ultima discendente dei conti di Plain e Wieselberg, potente casa baronale, vassalla dei vescovi di Parenzo, dai quali aveva ricevuta l'investitura di Montona. „, * * Sino da quando si formò il marchesato, e la suprema autorità fu data, dal volere imperiale, a Volchcro, patriarca d'Aquilcia, cioè nel 1209, Montona divenne suddita di quei principi ecclesiastici. I vescovi parentini avevano bensì trasferiti i diritti di decima nei conti d' Istria, ma la reggeva sempre il gastaldo. Acconciatasi di mala voglia al nuovo governo, imitando le consorelle, che aspiravano a riguadagnare le libertà soffocate da straniere dominazioni, gettò con l'arengo, assemblea composta puramente di popolo, le basi del municipio, ed affidata la carica di podestà, per la prima volta, nel 1248, al conte Mainardo di Gorizia, e per 1' ultima volta, nel 1271, al veneto Tomaso Mi-chicli, spezzato il gioito marchionale, fece nel 1278 atto di dedizione a Venezia. Costituì un consiglio maggiore, formato di membri appartenenti a famiglie patrizie, ed un consiglio minore ; il popolo venne escluso da qualsiasi importante rappresentanza. T ... ,i Montona: Porta Nuova. To spinto del tempo riteneva che gl interessi della patria fossero più sicuri nelle mani delle caste nobiliari, inclinate a conservare gl'istituti derivati da germe democratico. Questo risorgimento civile ha lasciato le sue tracce incancellabili, talché in Montona predomina il carattere 3 ts AI.l'I GIULIE veneto. Alta e slanciata, finisce con una merlatura ghibellina la bella torre che apparteneva al pretorio, nome eh' ebbe in Trieste il palazzo del Comune ed a Firenze il palazzo del podestà e del bargello. Moruuna: l'orla del camello c loggia. La loggia, L'edificio municipale, le abitazioni d'alcuni privati, qualche pozzo, gli stemmi dei Cappello, dei Soranzo, degli Zusti, dei Nadal, dei Mommo, dei l'asqualigo, dei Donati e dei Moliti attestano i cinque secoli di dominio della Serenissima. Il leone di San Marco presenta tutte le lasi della sua metamorfosi : uscito dall'officina di un rozzo scultore del secolo XIV sotto la forma d'una civetta, mutatosi poi in sirena, spiega finalmente sulla porta d'ingresso del castello il bel tipo quattrocentista. Ma dalla prima sua comparsa sino all' ultima sua trasformazione, meno in un solo bassorilievo, ha sempre tra gli artigli il libro chiuse». Argomentano dovesse significare che Montona non ebbe mai pace perchè di continuo minacciata dalla contea; oppure che Venezia, in quella città ch'essa considerava quale castello di confine, sopprimesse con sdegno, e quasi con intenzione provocatoria, il dolce motto evangelico : Pax libi Marce evangelista incus. Queste supposizioni non hanno però alcun valore ; il leone di San Marco fa la sua comparsa, per la prima volta, sul soldo di Francesco Dandolo, nel 1328, in atteggiamento rampante, senza ali ; quindi torna a mostrarsi, ma di faccia, iti uiolecca, sul soldo di Andrea Dandolo, dopodiché s' introdusse il costume ili così rappresentarlo. Il regio Archivio generale di Stato in Venezia possiede un leone in pietra attribuito al secolo XIII e che ha il libro chiuso ; ed hanno il libro chiuso tutti i leoni rappresentati di fronte che figurano sulle monete e nei sigilli del XV secolo, epoca in cui l'emblema della Republica comincia a presentarsi nelle sculture, nei quadri e sulle bandiere con 1'evangelo aperto e la scritta leggendaria. Il duomo, la cui ricostruzione data dal 1614, sarebbe sorto su disegno di Andrea Palladio; la processione notturna del Venerdi Santo la si vuol derivata dalle rappresentazioni dei drammi liturgici, che si davano in tempi remoti sulla piazza incastellata. 11 chierico Andrea Antico da Montona, che appartenne alla schiera dei maestri veneti di musica popolare, ideò la stampa delle note mediante tavole silografiche. Dopo aver figurato tra i compositori della grande raccolta di canzoni italiane del Petrucci, impressa con caratteri mobili, licenziò col suo nuovo sistema nel 1510 in Roma, Le Canzoni nove con a/enne scelte de varii libri di canto, e nel 1510' il Liber quindecini niissaruiu, del quale singoli esemplari si trovano nella Biblioteca Angelica di Roma, nel Dicco musicale di Bologna, nell'Archivio della cattedrale di Modena ed a Parigi. La patria dell'Antico se non ha potuto procurarsi una copia del prezioso incunabulo musicale, possiede però Molitoria : Altare tla campo. un altarino da campo, che appartenne al famoso comandante dell'esercito di terraferma della Republica, Bartolomeo Colleoni, e dal quale passi» al generale Alviano, che dopo d'essersene servito durante la guerra di Cambra}', lo donò al duomo. é Rinomanza vera gode il bosco di Montona ; Venezia se l'appropriò già con le prime ordinanze del [452 e ne volle esposta la pianta topografica in una sala del grande arsenale. Il collegio eccellentissimo, a Cui venne sottoposto, era formato di tre patrizi, che dovevano giurare di non possedere beni entro il raggio di cinque miglia da questa selva e dall'altra di Montello nel Trevisano. 'Tanto si rispettava la coltura degli alberi da costruzione, che avviene spesso di leggere nei decreti prescrizioni speciali per la tutela del sacro rovere. La foresta ha una lunghezza di oltre diciotto chilometri. S'infolta con famiglie di quercic longeve, che si sono continuamente riprodotte, ma che non mostrano più i loro giganti secolari. Olmi e frassini, frammettendo i loro tronchi sugherosi, intrecciano le chiome nella vòlta trasparente. La quiete lunga e profonda, come un silenzio notturno, lasciercbbe avvertire la caduta d' una foglia, eppure si svolge tale un movimento continuo, che pur sottraendosi allo sguardo, fa credere alla coscienza vitale delle piante. Il vischio, strisciando in cerca di un sostegno, sfugge (piasi con senso di ribrezzo i fusti morti o prostrati, fila il suo gambo attorno ad un albero e s'avvolge e s'arrampica sino là dove può guardare con l'ultima gemma T arco aperto del cielo. Steli flessibili assaltano piccole piante fragili e le inviluppano, ne succhiano gli umori, le uccidono e fioriscono sui loro cadaveri; dove qualche torrente impozza, la pin-guicola, tenendo le radici abbarbicate nel fango, s1 allunga sinché mette a pel d' acqua una ciocca di calici, poi si tuffa, sparisce e va a deporre i semi nel morbido letto del fondo. Il terreno nutre fiori delicati e fugaci: tirsi color spuma di sangue, spighe giallastre, ed è cosparso di frutti legnosi, ghiande e bacche. Sulla scorticazione" di un ceppo marcio T esca per le pipe distende il suo feltro. Alcuni bruchi avvolti in una foglia accartocciata, si dondolano in quell'amaca odorosa, sospesa con un filo di seta alle verghe d' un arbusto. Mentre un' erba si prepara alla riproduzione, mille semenzai naturali si vuotano al suolo. All'inesauribile vitalità pullulante s'alterna il segno della morte continua: il principio e la fine si rincorrono con perpetuità. 1 ( asTelli della serenissima IS .5 T.c quercie vanno sii col portamento tragico, superbe d'aver gettato a' piedi del!'uomo i rami per inghirlandare i suoi orgogli e la sua forza. La foresta ricorda il" aver partecipato a tutte le glorie veneziane e d'essersi spogliata per quella flotta che usci vittoriosa dalla battaglia di Lepanto. Erano del suo legno le galere andate alla presa di Costantinopoli o a combattere all' isola di Cipro e alle coste della Barbcria; furono fatti con i suoi tronchi gli zatteroni pensati da Angelo Emo, l'ultimo eroe della Dogaressa. Cadevano quegli alberi sotto la scure, e poco dopo tornavano galleggianti, presso la foce del Quieto, col leone sulla prua e cento remi ai fianchi. 354 Al.ri GIULIE Montona aveva importanza strategica, perchè veniva presto e facilmente soccorsa e rifornita di gente, ti' armi e di viveri ; il suo territorio si formava di diciotto ville, tra cui le maggiori erano : Visionano, Novaco, Mondcllebotte, Caroiba, San Giovanni della Sterna, Montreo, Santa Domenica e San Vidal. Il luogo più ben serrato dal nemico e più vicino a Montona, sebben piccolo, era il castello di Piemonte, collocato nell'alta scila di due monti. Lo riparava un doppio giro di mura. Sull'unica porta, all'esterno, sta murata Parma dei Contarmi. Respinti nel 1348 i Croati, discesi dalla Liburnia. venne preso d'assalto nel 1412 dagli Ungheri di re Sigismondo, che ritenendo appartenesse ai marcheschi, con loro grande sorpresa s' accorsero dell' equivoco in cui erano caduti. Il castello verso la fine del XVT secolo veniva custodito, per conto dell' imperatore, dal capitano Pietro Pi'ncz, portoghese, cd i Capodistriani tentarono più volte di conquistarlo per la Kepublica, alla quale nel 1508 fece la sua dedizione. Occupato dagli arciducali durante la guerra della Lega di Cambra}- e restituito per effetto dei trattati di pace ai Veneziani, nel 1530, il giorno 7 di luglio, sotto il portico della chiesa di S. Giacomo di Rialto in Venezia, presenti i Savi, fu venduto al puhlico incanto per settemila cinquecento ducati, assieme con le ville di lìercencgla, Castagna, Rosara, Visinà, Medolin e Santa Maria di Campo, a Giustiniano Contarini c Gerolamo Grimàni, Fatte due parti e tirate a sorte, Piemonte con le prime due ville tocco al Contarini, "rispettati i diritti e titoli e consuetudini elei 1 i Piemontesi, ; gli altri luoghi restarono al Grimani.1) * Tra i comuni liberi ed affrancati, non molto lungi da Montona, si trovavano Buie e Portole Buie andò a sedersi sulPestremo angolo d'un monte, per cui domina quasi tutta la penisola e signoreggia il proprio territorio, formato da giacimenti di terra generosa. Sorride a tutta quella natura obbediente che inghirlanda il lavoro, a tutti quei villaggi ed a (picile case sparse tra i campi come alveari d' api presso a pascoli di fiori. Scioltasi tardi dalla soggezione patriarcale, serbo in vita per lunghissimo tempo le istituzioni religiose fuse con le costumanze paesane. Ancora al principio del secolo scorso contava nel suo non troppo vasto contado, ben venti chiese dipendenti dalla collegiata. Le rogazioni, che ci ricordano le feste romane dilla primavera, in Buie conservavano molte particolarità delle processioni campestri descritte da Virgilio. Narra un cronista che * benedette le campagne, nel ritorno della processione, il primo giorno dalle finestre si gettavano sopra le croci e i devoti grani di frumento, e le croci di spichc novelle erano inghirlandate : che nel secondo si gettava dell' uva secca e le croci avevano corone di pampini ; che il terzo giorno gettavansi olive e si accerchiavano le croci con ramoscelli di olivi,. Cristo ed i santi tutelari delle fraterne venivano ono rati con le pompe pagane delle feste di Cerere. ') La chiesa della I». V. di Campo di Visinada sorge sulla strada romana clic* congiungeva l'arenzo a Trieste, opperò si rinvennero in « j nelle vicinanze sepolcri ed inscrizioni romane, tra cui una colonna militare. La chiesa venne edificata nel secolo XV, probabilmente sul pon.\. ' r Uri® cespugli. Emerge quel lembo di muraglie, disegnandosi sul ciclo, nel fondo di una prateria fiancheggiata da due monti sterposi, solcata dal torrente Brazzanà. Il molinaro, (piando non lavorano le macine, intesse coi giunchi ceste e panieri. L' erba del prato è formata di uno strato fitto e basso che tappezza il suolo e di un velo sovrapposto ed inquieto di avene selvatiche alte sino alle spalle. L' alicriso, che cresce alle sponde della stradicciuola, esala un acutissimo odore di liquirizia. Qualche falco spicca il volo e sale danzando in cerca di preda viva. * 11 4 di maggio del 1597 a Venezia aveva luogo il ricevimento trionfale nel palazzo della dogaressa Morosina Morosini sposata a Marin Grimani. Esiste alla Biblioteca Marciana un codice con la descrizione di quelle feste e nella galleria dei quadri del castello di Duino un dipinto, che porta il nome del Tintoretto e che rappresenta quella sfolgorante processione. Se la firma non è apocrifa, questa tela apparterrebbe a Domenico Robusti, figlio del celebre Iacopo, morto nel 1594. Pompeo Gherardo Molmcnti dice che " la pompa licenziosa spiegata in tale occasione non potè essere resa nò pure dallo scoppiettio dei concetti, dal lustro delle immagini, dalla sonorità delle frasi degli scrittori di quel tempo Quattrocento gentildonne accompagnavano la principessa, vestita di panno d oro, con gran manto d' oro riccio a fiorami d' argento ; della stessa stoffa il corno. Piaceva parte del corteo donna Lodovica Ilofer, moglie di Raimondo della Torre, ambasciatore cesareo, la figlia e la nipote vestite di panno d' argento con perle e brillanti, e un nano ed una nana, l'uno vestito d'argento e seta verde, l'altra d'oro e seta verde. 11 Bucintoro trascorse il Canal grande fra il suono delle musiche e delle campane, fra il rimbombo delle artiglierie, degli archibugi e dei mortaretti. Nel corteggio v'era .\r,i-i GIULIE la navicella elei bonibasai, incantevole di bellezza ; poi una peota con il tempietto disegnato dallo Scamozzi, in cui avevano preso posto i quaranta gentiluomini ordinatori della festa; e venivano poi le gondole e le bissone, coi sodalizi. Si associavano ai festeggiane i maestri dell'Arsenale, i patrizi, le confraternite, alcuni rettori del Friuli e dell' Istria ed i gastaldi dei feudi di casa Grimani e di casa Morosini. Tra quella folla si trovava pure il capitano del castello di San Vincenti. San Vincenti era in origine dei vescovi di Parcnzo ; poi dei Sergi di Pola, che nel ] 265 furono spodestati e cacciati in bando. Nella pace tra Carlo V ed i Veneziani fu assegnato a quest'ultimi, i (piali lo cedettero alla famiglia Morosini, clic già nel 1384 aveva ricevuto l'investitura della metà del villaggio dal vescovi) parcntino Gilberto /orzi. Nel 1560 appartenne alle sorelle Angelica e Morosina Morosini, clic si sposò a Marin Grimani. Questi da podestà di Brescia venne scelto a sostenere 1' ufficio di riformatore degli studi di Padova, e, trovato distrutto il castello dall'incendio, lo fece riedificare, come attesta l'inscrizione murata sopra il portone d'ingresso: tasti uni hoc fui Ittita incendio consunti/ut anno c/tris. nat. MDLXXXV1 Mai inus C rintani! s Eques et Divi Marci Tra iiirator restauravit et in contutodiorciu usti ut redu.v il anno M DI.XXXIX. Marin Grimani, per la squisita intelligenza artistica, per l'amore alle arti belle, fu deputato alla fabrica delie prigioni di Venezia e della fortezza di Palma, fu amico e protettore dello Scamozzi e del Campagna, ed essendo il castello di San Vincenti uno dei più belli e dei più classici monumenti feudali, è lecito supporre che il piano ed il disegno siano stati eseguiti da taluno dei valenti architetti che Venezia contava in quel tempo. i castkllJ i>ei.ì.a SERENÌSSIMA ;7 ( Di forma quadrata, in un angolo è posto il palazzo de' signori, negli altri tre le torri, congiunte dalla cortina a barbacani, internamente corsa da un ballatoio riserbato alle guardie, che in caso di difesa dovevano dalle feritoie offendere il nemico. I.a saracinesca a caduta formava un forte sbarramento dopo il ponte levatoio. 11 castello oltre al gran cortile interno contava l'abitazione per il rettore del luogo, il fondaco per le publiche Siiii Vintemi: la Piazza. ALPI GIULIE" entrate, il deposito per le munizioni ; la sala d' armi e l'alloggio per duecento moschettieri e uomini da picca; inoltre le carceri. Il villaggio ha una fisionomia gentile : la loggia illustra il fatto, che i nobili veneziani accordavano ai propri dipendenti uno statuto ed una rappresentanza eletta dai più agiati e presieduta dal capitano, rivestito del potere giudiziario e militare. Pochi anni fa i Grimani vendettero il castello e le unite possessioni alla mensa vescovile di Parcnzo, a cui spettavano certe contribuzioni annue, a titolo di frutto perpetuo, sin da (piando venne accordata la prima investitura ad Andrea Morosini. Nel 1615 sei bandiere d! arciducali tentarono di forzare P ingresso del castello e di scalare le mura, ma furono respinte e sbandate dalla guarnigione. Un anno dopo gli Uscocchi corsero l'Istria e Doca-slelli è rimasto a far prova delle distruzioni compiute da quei saccheggiatori odiati sin nella memoria. Appena una borgata cedeva al loro assalto, davano mano al guasto. Senza disciplina, seguivano però ciecamente i propri capitani ; portavano calzoni aderenti, scarponi di corda o di cuoio crudo, uniti insieme da legacci ; un corsaletto rosso bruno privo di maniche, callottina rossa di feltro in testa, capelli lunghi divisi in trecce, mustacchi selvaggi, orecchini di ferro o d'argento; falci lunate e coltelli alla cintura. Alcuni vestivano alla maniera degli zingari, braccia c petto ignudi. Erano avvezzi a tutte le fatiche; scivolavano giù dalle rupi come gatti ; dormivano a ciclo aperto ; di solito preferivano la tattica delle sorprese; non pensando che a saziare la propria cupidità. Spogliavano le case, derubavano le chiese; vivevano di carne ed al caso di sole ghiande, s'ubbria-cavano nelle cantine e durante le marce bevevano P acqua putrida degli stagni. t CASTELLI DELLA SKkKNisslMA 373 Nove chilometri da San Vincenti sorgevano nel vallone che va al porto di Lcmc, Castclparcntino c Monca-stello, su due lingue di terra, una contrapposta all' altra, simili a sproni innalzati tumultuariamente per difficoltare il passo. Compresi questi due luoghi nelle prime donazioni fatte dagl'imperatori ai vescovi di l'arenzo, Castclparcntino spari nelle onde delle turbolenze del Medioevo, mentre Moncastello, che assunse il nome di Docastelli. chiuso in un precinto turrito, fu destinato a narrare le ultime iniquità degli Uscocchi. Le viuzze s'intrecciano p;/.■'l^|fti,.,,. tra case smantellate. Lo spettacolo che si presenta fa credere che il terremoto, scrollate le fondamenta, squarciate le mura, rovesciati i tetti, le scale, i veroni, gli archi, abbia lasciato sussistere solo il nudo scheletro della borgata morta. Mo n sign o r T o m m asini scrive : *A1 presente (fine del XVII secolo) il luogo è solo abitato da tre poveri contadini. È in esso la chiesa di S.ta Sofia, antichissima e grande di tre navi, e sovra la vòlta della nave di mezzo si vedono pitture antiche e cose longobarde, quali rappresentano la città di Gerusalemme combattuta, e vi si vede un' armata di mare Avanzo delle pitture a fresco a chiesa di S.ta Sofia. DoCAStelli : Pulpito. Doraste Pulpito. con forma di stravaganti galere. Vi sono altre pitture del testamento vecchio con la vita e passione di Cristo dipinti all' uso greco ; dalla parte opposta li dodici apostoli ed altro. X eli'aitar maggiore la beatissima Vergine, con figure di bassorilievo antico, ed è mi-^»''■ni-L: ■ ram'c «--he questa chiesa K^rli'ifil vicn conservata bene, Ptfftr,* caduto il resto del ca-•^V'si.'^ stello sino il palazzo del rettore. Vi è però la casa del fontico e del capitolo. s Gli abitanti rifugiatisi in Canfanaro, vi trasportarono, oltre gli arredi sacri, anche il pulpito, che è probabilmente lavoro del XIII secolo. Al sommo della valle, verso mezzogiorno, esiste un lembo di muro, unico avanzo dell' insigne abazia di S.ta Petronilla, che una pia tradizione vuol fondata da san Romualdo. Docastelli, preso e saccheggiato dai Genovesi tre secoli prima della sua totale-caduta, cioè nel 1377-1381, — OD R Avanzi dell' abazia di S.ta Petronilla, s'assoggettò spontaneamente a Venezia e, con ducale 1 libraio 1413, del doge Tomaso Mocenigo ottenne che il podestà le venisse inviato da Capodistria. * * * Valle. Valle, il Castrimi romano posto a tutela della strada che da Parenzo andava a Pola, si ribellò ai patriarchi, ed Valle : Costello d. a. Facchinetti, Degli Slavi fslriatii. * Istria », anno II, n. 22-23, marzo 1S47. del secolo XVIII colla stessa facilità che in Italia. L'ambasciatore Magalotti scrisse da Vienna nell'anno 1675 al gran duca Cosimo III di saper leggere il tedesco abbastanza bene, ma di non progredire nel parlare perchè non ne aveva esercizio: "Qui non è chi abbia viso e panni da galantuomo, che non parli correntemente e perfettamente 1" italiano., Un ufficiale francese sul principio del 1S00 volle mettere in carta l'impressione prodottagli dalla capitale slovena: "Qui a Lubiana — egli dice — non è difficile convincersi che i confini degli Italiani sono vicinissimi ; si ode sovente parlare italiano; si vedono tipi italiani e costumanze italiane. La lingua tedesca ed il carattere tedesco sono però preponderanti., M. Prime immigrazioni di Slavi nelle Giulie — Significato dei castellieri e trulli antistorici -- Inscrizioni funerarie simboliche. Riassunta rapidamente una parte dei debiti che la Slovenia ha contratto con gV Italiani, esaminiamo le condizioni ed i diritti di quelle numerose famiglie, che dal tempo delle prime trasmigrazioni, e quindi per otto secoli continui, vennero ad accasarsi sui nostri altipiani. Francesco Levec scrive che * ned' anno 568, in cui Ì Longobardi abbandonarono le vaste pianure della Pannonia per iscambiarle con le campagne d'Italia tutte piene di sole, gli Sloveni eh1 erano del seguito, dalle rive del Danubio dilagarono nelle valli della Sava e della Drava». Secondo Koch, gli Sloveni si stabilirono nella Carinola nel 582; Ankershofen ed Alschker affermano che s'assisero ai margini della Carin ti a nell'anno 591; Muhar fissa la loro comparsa nella storia dal 600 al 670. Luigi Spincich vuole che gli Sloveni ed i Croati sieno penetrati nell'Istria alla prima metà del VII secolo 'quando l'antica popolazione rurale si era riparata nelle città e villaggi murati. Gl'indigeni — egli soggiunge — chiamano volentieri, ancora oggi, gli Slavi schiavi, mentre questi dicono a quelli Ialini^. Paolo Diacono e' insegna che gli Avari Slavi si presentarono intorno Cividale nel 604; i Longobardi, che pur li avevano nel proprio seguito, allorché si accorsero, che abbandonate le rive della Sava, tentavano di gettarsi sulla città ducale, si fecero a respingerli senza indugio e senza pietà. Vogliamo ammettere che allora si sieno accampati, a piccole caravane, nelle selvagge ed alpestri insenature aperte ai confini occidentali e meridionali della Carniola. Erano un popolo nomade, che s'andò spandendo come fa l'acqua, dopo riempiuto il bacino in cui sarebbe destinata a stagnare. Non avevano città, come i Greci ed i Romani ; non castelli, come i Celti ed i Veneti; ma frazioni di borghi, una specie di attendamenti campali. I professori Hochstetter e Deschmann, ne' loro studi filologici ed archeologici, vennero ad un' interessante deduzione, cioè conclusero, che la denominazione data dagli Slavi alle rovine romane ed agli avanzi di villaggi preistorici, prova come entrati tardi in queste regioni, appellassero con una voce unica, la quale forse subì lievi storpiature, tutti i resti, che trovarono sulle cime dei colli e che avevano appartenuto a due civiltà precedenti; chiamarono e chiamano ancora queste opere abbandonate, ed in parte distrutte, gì adisce, grades, gradez, o gradina. Ma queste voci istesse possono non essere di origine slava, inquantochè abbiamo Gradizza fieli' Emilia, Gradoli nel territorio romano ; e ci racconta G. Morici nella Rivista delle tradizioni popolari, che in quel d'Ancona, a fianco della grotta del monte Cornerò, che cade a picco sull'Adriatico, vi ha una valletta cupa e fantastica su cui s'eleva un altipiano artificiale, fatto probabilmente -ad usi militari, detto la Gradina. Chi non ignora come gli Slavi immigrarono in condizioni di completa barbarie, trova naturale che abbiano accolto non solo alcune antiche nomenclature dei luoghi, ancora in uso al tempo della loro invasione, ma anche qualche piccola parte d'eredità lasciata dalle popolazioni scomparse. Difatti in tutto 1' agro polese si trovano in grande numero certi ricoveri fatti con schegge di pietra, a secco, simili in tutto ai trulli della campagna di Bari, di Mol-fetta, di Trmitapoli e del comune di Alberobello. Sono ca-pannucce cilindriche con la calotta a scodella capovolta. Pio Alberto Nencha, parlando di queste costruzioni, afferma che appartennero ai populi primitivi dell' Apri Ha petrosa, e clic rimasero senza ulteriore sviluppo. Quando si pensi alle relazioni commerciali eh' esistevano tra i porti delle due coste adriatiche, ai molti oggetti della Magna Grecia che si scoprirono tratto doli'agro potae. m quel di Parenzo, si troverà facilmente il filo genealogico e remoto che con-giungc i ricoveri della Puglia a cpielli del Polese. Gli Slavi, sia perchè trovarono facile quella architettura, sia perchè 1' unico elemento di cui è costituita abbondava in quelle parti, la fecero propria e la continuarono, serbando, inconsapevolmente, Trulli di AlWobdlo, al nostro paese una delle reliquie più caratteristiche del tempo di molto precedente all'elmo, ai vasi ed alle maioliche degli Apuli, scavate nella necropoli dei Pizzughi. lui è da notarsi che i tritili slavi dell'Istria non varcarono le Giulie, ma rimasero proprio entro a quei confini ove si estendeva la civiltà sparsa dai mercanti di Taranto. Reputava taluno che il linguaggio simbolico delie-lapidi scoperte in vecchi cimiteri alpini, che risalgono al tardo Medio evo, fosse una singolarità slava degna di nota, giacché poteva servire di guida a chi avrebbe voluto ricercare tutto un materiale nuovo, ignoto e prezioso di tradizioni religiose e riti funebri. Su quéi dadi o tavole di pietra greggia figurano aratri, erpici, ruote di carro, falci, mannaie, bovi, pecore, alberi, tenaglie ed altri emblemi incisi per indicare la condizione del defunto. Ma anche in questa forma di espressione col mezzo di attributi, del resto molto remota, gli Slavi erano stati preceduti dai Romani. Nel museo del seminario patriarchino di Venezia si conserva una lapide sepolcrale venuta da Pinguentc d'Istria, che certo Valente pose a ?è, ai genitori Caio Petronio figlio di Lucio e Nevica Prisca, ed alla consorte Lepoca Tertulla. Vedonsi scolpiti il martello, la riga ed il groma, ossia la misura degli agrimensori. A Pola, nel musco, esiste un frammento di lapide sepolcrale dedicata ad un artefice, sulla (piale sono scolpiti un fascio di corde, il groma ed una grande mazza. Pure a Pola esiste la lapide sepolcrale che Tizia Kutichia pose a sè, al figlio Lucio Mesio Modesto, alla figlia Valeria Vera ed a L. Mesio Tercntino fabbro pettinarlo. Ai lati dell'epigrafi sono scolpiti dei pettini e delle forbici. Fu da Pola trasferita a Venezia, ove si conserva alla Marciana, altra lapide che Marco Aurelio lùitiche ed Aurelia Rufena posero a sè stessi e sulla quale vedonsi scolpiti il traguardo, il piombino e P ascia. Nel museo di Trieste si conserva l'epigrafe posta da Ostilia Provincia, liberta, ai suoi padroni Caio Ostilio frugone, padre, e Caio Ostilio Nepote, figlio, come pure al proprio figlio Lucio Mutililo Ninfodoto, liberto. Al disotto scorgesi un apparato dell' arte di pulire i panni, cioè della fullonica, consistente d'un fornello, sopra il quale sono sospesi dei drappi. Come si vede, gli Slavi entrando nella nostra terra nulla portarono di proprio: non eressero i loro villaggi originari di legno, vissero quasi interamente isolati, ribelli all'incivilimento, esempio raro di Sterilità intellettuale. TU. Epoche in cui gli Sloveni, i ('ronfi ed i Morlaeehi occuparono le campagne della Canta e dell' Istria — Proteste delle città, lagni dei commissari imperiali c dei rettori veneziani contro le genti importate. Per ordine di tempo gli Sloveni furono, tra gli Slavi, i primi ad occupare le vallate intcralpine delle Giulie; singole famiglie di Croati entrarono in Istria nei secoli XI e XII, ma poi sparirono senza lasciar traccia; i Morlaeehi vennero importati dai principi austriaci e dalla Republica veneta, dopo la morìa delle pesti, cioè consecutivamente dal XV al XVII secolo. ') La resistenza dei comuni alla translazione di rurali slavi è provata dalle proteste del Placito al Risano (S04-8T0) !) La Republica veneta popolò di Monacelli il territorio di Buie nel 1449; »el '4°3 »c importo a Salvore; nel 1470 a Castelveaere; ne tradusse nel 1525 nella campagna pareatlna, poi a Villauora di Rovigno ed a San Lorenzo di Letne nel 1558; nell'istessa epoca a Montreo, San Giovanni della Cisterna, Mondcllebotte, nel territorio di Montona ; a" Varvari e Sbandati nel 1570; quindi a Fratta, Albenga e Torre sul Quieto; poco dopo nel territorio 'li Cittariova ed Umago ; nel 1571 a Marzano, Pomer, Mon-ticchio, Sissano, Lisignano, in Aquadizza, Monte Pignora; nel 1585 a I'ro-montore: nel 1590 nel territorio di Dignano, Gallcsano ed a Fontane; nel 1628 nell'agro di San Vincenti e Due Castelli; quindi a Filippano nel 1635 ; nel 1647 in Altura, San Martino, Monticchio e Castagna ; nel 1Ò80 nei dintorni di San Lorenzo del Pasenatico. Veggasi pei- maggiori particolari: Carlo de Franceschi, l'Istria, note storic&f, pag. 348 e seg., Parenzo, Tip. C <'oana. Don Angelo Marsich, Quando e conte vennero gli Slavi in Istria, "Archeografo triestino;,; nuova serie, vol. XIII, fase, secondo, luglio 1887, Trieste, tip. I lerrmaustorfer. Pietro Kandler, Codice diplomatilo istriano. e dalle susseguenti avanzate alla corte imperiale, ai dogi, oltrecchò dalle informazioni dei rettori. I rapporti dei commissari arciducali dipingono i Croati come gente turbolenta, che non ha rispetto della proprietà, nemica della convivenza, restìa a fondar ville ed inclinata a preferire la solitudine, talché fu giocoforza scacciare coloro che si erano impossessati d'alcune grotte per fissarvi dimora. II 13 marzo 1490 l'imperatore Federico ordinava a BaldaSSare Durer, capitano di Trieste, d'espellere i mandriani 'esteri,, morlacchi e croati, calati nelle parti montuose di quel territorio, perchè distruggevano i boschi. Quando nel 1533 la cancelleria aulica di Graz consigliava ai riformatori, inviati in Istria, d'accogliere nella contea quei Bossinesi che lungo il Timavo superiore ed il Carso andavano vagando con desiderio di rapine, gli abitanti di Pisino dichiararono *di non voler che altri sudditi venissero imposti, perchè il paese non ne aveva di bisogno, uè potrebbe nutrirli Il 30 luglio 1349 il veneto Senato * vista la fierezza della popolazione slava e la primazia della città di Capo-distria, ordina che si rifabbrichi la baracca di legno che stava fuori del Castel Leone, perchè i villici venendo in città vi deponessero, come d'uso, le loro armi,. I podestà veneziani, alla lor volta, riferivano che gli indigeni mal sopportavano le nuove genti serbe o dalmatinc, e che l'odio tra nuovi e vecchi abitatori eia l'unica pianta cresciuta in quei domini della Serenissima. Bernardo Pisani, podestà di Parenzo, con proclama del 21 marzo 1556 ordina che 'tutti li Contadini et Mor-lachi sieno tenuti star, et habitar la casa delle loro habi-tationi et cortivi entro li confini a loro prefissi, et limitati nel loco di Villa nova, et sieno tenuti tuti quelli che ha-vesserò la loro casa fora da essi confini in termine di giorni 30 haverla redatta dentro di essi confini sotto pena di D. 50 per chadauno,. Gerolamo Friuli, capitano di Raspo, il 21 aprile 1659 informa, che 'dietro ordine andò nella Polesana per reprimere i latrocini, estirpare i malviventi, e poner in quieto quei fedelissimi sudditi, e vi è riuscito con gli ultimi supplizi di alcuni, prigionia di molti e numero considerevole mandati in galera. Poi andò a Valle, per consolare quei sudditi dannificati negli averi e nella vita dai Morlacchi di Santa Maria Alta con le corrispondenze di quelli d'Altura». Giacomo Renier il 20 giugno 1594 nella sua relazione al Senato, cosi si esprime riguardo ai Morlacchi: '....barilaia gente, inutile per la dappocaggine e era pura e fuga della fatica al remo, alla spada, alla campagna, solo nata per ubbriacarsi, stare alle strade ed assassinare i popoli, cagione principale per li loro infiniti furti di animali, ed altri danni che fanno, non si abiti l'Istria, anzi si diserti, ed i vecchi Vassalli vadino in rovina; pieni di superstizioni, di costumi barbari, empi e scelerati alla fede e divozione, dei quali prego la Divina bontà, che mai a questo Serenissimo Dominio venga occasione di farne esperienza; nò altro è il pensiero loro, come in qualche parte gli ha successo, che di esterminare gli abitanti vecchi con le chiese ed ogni autorità di magistrato, come si vede per la poca stima e sprezzò che ne fanno, ed ogni cosa ridurre in potere e libertà loro----» *) Tra le carte del Senato Marc vi ha il seguente proclama con la data 10 marzo 1544. spedito alle comunità dell' Istria perchè venga publicato : documento che giova a dare un'idea delle difficoltà incontrate da (pici governo nel far rispettare le leggi dai sudditi forastieri, a cui aveva regalato o concesso possedimenti : 'Perchè ditti Murlachi hanno una diabolica consuetudine tra loro di chiamar la urasèa, che è una congiuratione ') Archivio provinciale dell'Istria e De Franceschi, Il [striti, note storiche ecc., pag, 4ù4 ÀLpI ca i; Ufi et sacramento di vendetta, che quando intendono che alcuno li babbi accusati, over testimoniato contro di loro o babbi agiutato li prendergli, et altre simili ingiurie clic li fosse fatto se ben con ragione, et astretto da li magnifici Rettori, alcuno facesse simil operatione quello, che si tien offeso over li patri et fratelli cava fuori la spada, dove sia moltitudine di Morlachi, et con giuramento chiama la vendeta invitando lor parenti, amici e ben voglicnti, ad offender, et amazzar quello over quelli, che li hanno ut sopra offesi, la qual Urasba congiurata)!) è molto temuta da cadauno, et da lor murlachi principalmente, itachè per essaminatione, per giuramento mai volcno dir la verità, ne discoprir li ladri.... * Che sia commesso alli Rettori nostri dell'Istria, che essendo querelato, et giustificato sufficientemente contra alcun Murlaco di haver chiamato la Urasba, over di haver minacciato et offeso alcuno, per aver accusato, et testimoniato contro Murlachi, overo agiutato à prender alcuno di loro possono dargli fino a tre tratti di corda, et tenerlo in pregione, ò bandirlo de'1 suo territorio per mesi sei, et quello che chavera la spada et sarà principa! auttor sia bandito per anni X oltre la corda.,1) Il vescovo Tommasini, testimonio e scrittore dei fatti del suo tempo, cosi tratteggiava alla fine del XVII secolo questi coloni: <( . . . . Li Schiavoni che vengono dalla Dalmazia o Schiavonia, popoli forti ed atti alle fatiche, sono sparsi per tutti i luoghi, ... A motivo delle guerre coi Turchi, molti Morlacchi sono stati condotti da quelle parti ad abitar questa provincia, ma essendo avvezzi alla rapina che esercitavano ordinariamente in quei paesi, inquietano tutti i contorni delle loro abitazioni, che riescono molestissimi e dannosi., ') Senato Mare. Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia C Storia patria, vol. IX, lase. I e 2, Parenzo, tip, CofUM, 1X93. Durante le guerre gradiscane i villani imperiali, valendosi quale pretesto delle ostilità riaccese tra Vienna e Venezia,, correvano a saccheggiare i casali entro il confine di San Marco. T Cici alla lor volta invadevano la contea di l'isino commettendo ogni sorta di violenze. Gli Stati respingevano la responsabilità di questi delitti e cercavano di castigarne gli autori. Narrasi che la Republica, per mostrare che voleva reprìmere i ladronecci, ordinava di circondare con la cavalleria il villaggio di Dane, che le apparteneva, e ch'era diventato un covo di grassatori, e vi facesse appiccare il fuoco, dopo aver appesi ai quattro angoli i più sospetti. IV. I,' Istria nei XVII secolo — Quadro di confronto tra i Comuni noi/ili e liberi dei/li Italiani ed i Comuni rustici degli Slavi. L'Istria nel XVII secolo presentava un aspetto curioso: nelle terre murate le cittadinanze ed i villici italiani che partecipavano alla vita civile ed i figli del popolo dediti alle arti ed alle industrie casalinghe; sulla riviera i commerci, la pesca, il lavoro delle saline, la costruzione di marcilianc e galeotte, e la piccola navigazione barchcreccia ; nell1 aperta campagna la popolazione slava, confusamente sparpagliata, che cercava di rompere la imposta unità, e che non voleva comporsi a villaggi, a borghi, in onta alle condanne pronunciate per obligarla a comunione. Gl1 Italiani avevano nelle città il comune nobile ; nelle terre murate e castelli il comune borghese: palazzo per il municipio ; loggia per gli arrenghi e per le adunanze popolari; sigillo civico, stemma e gonfalone. Gli scudi di Pirano, Buie, Cittanova, Rovigno, Pola, Dignano, Albona portavano il simbolo della croce; quegli di Pcdena, Muggia, Umago mura turrite; torri con mura quegli di Montona, Antignana, Pisino, Lindaro, Treviso, Verino e Gallignana; Portole: mura merlate e croce ; Capodistria la testa di Medusa. Nei villaggi slavi perdurava invece il comune rustico, che si raccoglieva all' aperto, sotto V ombra del tiglio o del lodogno. DcfllCO dei giudici dei Comuni slavi. Gli Slavi non conobbero altra forma di reggimento, e continuarono quel sistema amministrativo, che dai signorotti venne tollerato per le plebi campagnole: non crearono un solo luogo chiuso, non seppero dar forma comunale ai loro villaggi, soggetti all'autorità d'un villico analfabeta, che veniva detto zuppano. Pietro Kandler, che studiò ogni fase ed ogni aspetto del nostro passato storico, è riuscito a rappresentare con brillante evidenza le condizioni degli informi comuni slavi, durate sino a vent'anni fa. * In qualche villaggio slavo — egli scrive — ci venne dato di riconoscere due condizioni di persone, libere e serve, o piuttosto possidenti e famigli, e questa distinzione ravvisavasi in qualche parte di vestito che era di colore determinato. Avevano comuni le fatiche e gli usi della vita; la padrona lavava i panni insieme con la plebea, con lei nutriva i porci, dormiva sulla stessa paglia, mangiavano insieme, mutua era la confidenza dei secreti, sorelle erano nò altrimenti vocavansi che col tu, ma la plebea non era ammessa al ballo della villa, che spettatrice, nò poteva ornarsi di certe ghirlande, uè invitarsi a danzare, uè pigliarsi in sposa che da villano plebeo : ci sembra che alle plebee ed ai plebei si desse il titolo di servo; i soli possidenti formavano il Comune. *Nel quale conviene distinguere il potere patriarcale ed il potere di governo; il primo era del suppano, l'altro era dei Giudici, due di numero; questo e quelli eletti da capi di famiglia, radunati ogni anno sotto il lodogno o sotto il tiglio. Il suppano era solitamente il più vecchio, e la carica non solo diveniva frequentemente a vita, ma spesso perpetua nella famiglia di anziano in anziano. Al potere del suppano corrispondeva cieca e pronta filiale obbedienza, contro gli ordini suoi non v'era reclamo, anche se eccedesse, anche se abusasse ; il diritto di castigo arrivava sino alle percosse, però non solitamente inflitte di sua mano, ma sempre accettate con pronta e silenziosa sommissione.... * In una villa ci è accaduto di vedere che la decisione di baruffe, di litigi, anziché devolversi ai giudici si demandava ad una fanciulla di prima adolescenza, che decideva nella semplicità del suo cuore, con quella improntitudine che i villici reputavano essere la vera giustizia, perchè di persona innocente. Ma non pensiamo che tale costumanza fosse frequente e regola. ... * Di opere ed istituzioni comunali non potemmo rilevare che ve ne fosssero più che il pozzo o la cisterna, il lago, il cimitero, in qualche luogo il forno. Del pozzo, del fonte, del lago avevano qualche cura, secondo il grado d'intelligenza loro; nessun provvedimento s'ebbe mai in comune pei poveri, pei malati, pei derelitti, che sono onninamente lasciati alla pietà del passante; a differenza dei comuni italiani nei (piali la puhlica carità provvedeva a questa bisogna. * Di scuole alcuna traccia fuorché in tempi modernissimi ; il titolo di comunità usato di rado, dato piuttosto dagl'Italiani, di quello che attribuitosi dagli Slavi, 11 Comune slavo non s" alzò mai oltre la condizione di tribù, mai raggiunse la posizione di corpo politico. Non intendiamo dei piccoli villaggi, ma di un grandissimo tratto lungo più di 60 migliai nel quale non solo nessun comune borghese ebbe a formarsi, ma sul quale nemmeno e per lunga serie di secoli, nessun medico stanziò, nessun ospitale sia di ammalati, sia di vecchi o di spossenti ebbe mai a formarsi. E durò la cosa sino ai nostri giorni. M Comuni italiani dell'Istria improntati su quelli dei romani si riconoscono alle istituzioni, vedendosi anche dove non sono comuni nobiliari, distinta la plebe dal popolo, distinto il comune dal popolo, formato il Consiglio da numero determinato di membri, fissata per numero determinato di voti la deliberazione ; il Consiglio sempre elettivo quand'anche in vita i consiglieri, quand'anche eletti dal Consiglio medesimo; ninna obbedienza, bensì parizione ed ordini legittimi, provvedimenti per ammalati, per 1' educazione, per l'annona, per la carestia, certezza di pesi e misure, provveduto perchè vi siano avvocati e periti agrimensori ; provveduto per la sanità pubblica e privata ; per la sicurezza; divisione di proprietà fondiaria, finanze mediante tasse regolate, cassa, monti di pegno, fraterne di mutuo soccorso, corpi d'arte, facile aggregazione al comune. , ') ) Pietro Knndler, /.' A7//k, ;iiiiki VI, n 6, p*g. feltraio iN^i. Varietà linguistiche dei coloni Slavi — Pogge divcisc — Toponimia singolare Rimaste immutate le condizioni etniche, sia perchè gl'Italiani trascurarono le genti slave legate all'aratro, sia perchè queste vivendo nelle segregazioni dei loro speciali vernacoli, non riuscirono a fondersi adottando una comune parlata, ma corrompendo invece i propri dialetti, la Giulia montana e pedemontana presenta perciò ancora oggi un arcipelago linguistico slavo, anzi una tavolozza, dalla cui varietà si ravvisano le diverse schiatte che vi presero stanza violentemente o che vi vennero introdotte per lavorare terre incolte ed infeconde. A p i e ci i del Canino, nella valle di Rcsia, i quattromila abitanti, sparsi nelle borgate e frazioni di quel Comune, parlano una lingua, che prima si credeva di derivazione celtica, poi russa, ma che dopo un miglior esame venne classificata per un dialetto misto del ceppo serbo-croato. Da Tarvisio lungo tutte le Giulie prime, nel Goriziano alto, nella valle del Vipacco, nel Carso di Trieste e nel-l'Istria superiore sino al fiumicello D l'agogna, l'Argaonte degli antichi, che presso Tirano va a gettarsi nella poetica valle di Siciole, vivono nella campagna gli Sloveni. Da Salvore alla foce dell'Arsa, sparpagliati a filoni ascendenti, si trovano i Morlacchi, la stirpe più numerosa, la più barbara e di più recente importazione. Dal monte Maggiore al centro dell'Istria, diffusi in quel di Montona e in quel di Pinguente, troviamo i Croati, e Croati di origine diversa si riscontrano intorno ad Albona. Nella campagna di Parenzo e di Pola, la Republica veneta trasportò nel XVII secolo, e più tardi, gente dell'Albania e dell'Isola di Candia. Uscocchi si fermarono, dopo le guerre gradiscane, nel distretto di Pisino e nella Val d'Arsa; ed a ricordare 1' origine di questi predoni assoldati dai conti di Tersatto, dai Barbo e dai Petazzi, vi ha nel comune di Cimino la villa ModriìSSaiti, ossia della gente di Modrussa, ed una frazione porta il nome di Ottocani ; a Bogliuno esiste la contrada Segnano, ed alcune famiglie si distinguevano col nomignolo di Clissau ossia di Glissa, ov' era comandante Pietro Crussich, signore della contea di Lupbglavo . Due frazioni di Romanici, slavizzati, abitano una parte dei distretti di Castelnuovo, Pinguente ed alcuni villaggi della Val d'Arsa, conservando ancora in singoli luoghi le ultime tracce del loro parlare romanico. Finalmente nel 16*57 una colonia di montenegrini di Cernizza veniva collocata a Peroi, presso Pola. Gli stessi abiti e calzari formavano sino a pochi anni fa un caleidoscopio di fogge in uso nei paesi più lontani e piii disgiunti fra loro, della Slavia. I Resiani ebbero una foggia di vestire molto caratteristica e propria, che va scomparendo: 'cappello nero con tese larghe ed orizzontali, giacca o paletot di panno caffè scuro o nero, calzoni corti, calze bianche, scarpe basse con fibbia, panciotto colorato e d'ordinario scarlatto, o rosso e giallo o rosso e bleu. Dallo sparato usciva il pettorale della camicia inamidata e dalle tasche laterali della giacca le cocche di due fazzoletti, uno bianco e l'altro a colori molto chiassosi. Le donne portano ancora un abito tli pannilano scuro, corto, a mezza gamba: sopra questo un camiciotto o tonaca nera, senza maniche, fatto ordinariamente di Orleans, raccolto sopra i lombi da una larga cintura, la quale nelle ricche ha sul davanti una grossa e bella fibbia d'argento. La calza è bianca; la scarpettina bassa, colle fìbbie. In capo un fazzoletto a colori l12 Al.l'I GIULIE smaglianti, intrecciato senza nodo sotto il mento, in modo che i due lembi rialzati s1 inseriscono fra la guancia ed il fazzoletto ; tutto il capo resta cosi coperto, e non si vede che la faccia circondata come dal soggolo delle monachelle.»1) I terrieri intorno a Trieste portavano calzoni corti e larghi; calze di filo, scarpe di pelle naturale; cappello di pelo di volpe a forma di seggiolone, chioma lunghissima. I Carsolini si riconoscevano per la giacchetta a falde, calzoni stretti al ginocchio di pelle di dante o di pecora, cappello a tesa larga, scarpe e calze bleu o stivali a tromba. I Croati sino al 1848 sfoggiavano sulla cintura e sul cappello il tricolore ungarico. 1 Fucki, in quel di Pinguente, si coprivano il capo con un berretto da notte di cotone bianco, I dei si distinguono per il cappello a tese assai larghe, palali-drano di griso castagno, senza maniche, calzoni stretti di griso bianco e sandali. Gli Slavi d'Albona e Fianona hanno il corto cappotto e il panciotto di griso scuro al pari dei calzoncini larghi arrivanti al ginocchio, e fino alla metà delle tibie quelli di l'edemi e Gallignana, e calze di lana grossa, in testa una specie di berrettino minuscolo od un cappello a larghe falde ed unici tra tutti gii Slavi dell'.Istria, un fazzoletto multicolore intorno al colletto della camicia ; gli Schiavoni del barbanese, dignanese e della polesana hanno calzoni lunghi di griso bianco stretti alle gambe e sopra di essi calze pure di griso, superanti di poco i malleoli, cappotto e panciotto bruni e tocco di feltro. Quelli di Canfanaro e San Lorenzo del Pasenatico differiscono soltanto per il panciotto lunghissimo lino alle anche e la casacca breve da non toccare i fianchi, così ad un dipresso quelli di Parenzo. 1 contadini di Portole, Montone e di parte del Pinguentino usano calzoni stretti di tela fino al ginocchio. *) Guida del Calta! del Ferro; Società Alpina Friulana, editrice, Udine, 1S04. Più vario ancora e differente da comune a comune è il costume delle donne. Capelli lunghi, baffi e talvolta barba portano gli albonesi, baffi soltanto e costantemente quelli del distretto di Pola, baffi e barba lunga ed intera quelli di Pisino e Cimino, tutti gli altri hanno liscio il labbro superiore e raso il mento e le guancie. ->:- * Che tra le diverse schiatte slave regnasse quel senso di avversione, che nei volghi ignoranti predomina per tutti che non parlino la loro lingua o dialetto, viene a confermarlo il fatto degli appellativi schernevoli che reciprocamente si affibbiavano, chiamando deci i romanici del Carso, Cicerani o Ciribiri quelli sotto il Montemaggiore, Berchmi quelli del distretto di Castclnuovo, Bcsiachi i Croati, Fuckì i villani dei cinque castelli del Pingueutino, Bodoli gl'isolani del Ouarnero, Maurovlahì i dalmati montanari dell'agro parentino o po-lesano. E siccome alcune famiglie appartenenti all'uno o l'altro dei rami accennati mutarono domicilio, cosi la denominazione spregiativa venne data ai luoghi da esse nuovamente prescelti, per cui vi ha un gruppo di casali nella Valdarsa, in mezzo ai Croati, che porta il nome di Fuchi, una frazione di Dragucce, che in mezzo ai Fucki ha il nome di Besiachi, ed una di Grobnico, in quel di Pisino, detta Cicerani: circostanza che protesta contro la classificazione ufficiale che volle dividere le popolazioni slave delle nostre Provincie in due classi, cioè di sloveni e serbo-croati. Bisogna ancora aggiungere che dove una di queste stirpi si tocca con l'altra, vi ha sempre un territorio in cui la gente ha una parlata, che non si sa a quale lingua scritta appartenga, ed avviene perciò d'incontrarsi in isole di Sloveni croatizzati, di Croati serbizzati od italianizzati, o di coloni i quali, secondo il giudizio del barone Carlo de Czoemier. 'vestono all'italiana, hanno costumi slavi ed usano una lingua che è un miscuglio di vocaboli serboitaliani,. J) 1 la detto uno storico che la nomenclatura dui luoghi è una manifestazione del grado di civiltà alla ([inde sono giunti coloro che l'adottarono. Ebbene, se i nomi geografici della Carsia e dell'Istria montana appartengono nella massima parte ai popoli che precedettero le invasioni barbariche, i nomi imposti dagli Slavi ad oltre quattrocento insignificanti casali, trecentocinquanta frazioni e ben centotrenta villaggi, sorti dopo il "XV secolo — esempio unico di toponomastica — portano il cognome od il nomignolo del primo colono, che in quel posto lubricò la sua casa; fatto bastevole a dimostrare come nelle famiglie slave importate prevalse solo il sentimento della personalità, e le ville cd i gruppi di case si andarono formando attorno alla capanna di colui che prima aveva posseduto i terreni ad essa circostanti. 2) ') Die Etfutologisehen l'irhàttnisu des Oesttrrtichischtn k'nsieiilundes in Triest ecc. ecc., F. II. Schimpff, 1885, Nel inai) Tonco ìUarnavieh, il correttore della nuova edizione dei messali glagolitici fatti dalla Propaganda, asseriva clic *il dialetto slavo dell'Istria ò mezzo italiano, il Gragnolino mezzo tedesco, lo sloveno mezzo tedesco e mezzo nngaro, il bulgare) mezzo greco c mezzo turco-». Notizie inedite 'li Giovanni dott. Cleva. -) Appena nel XII secolo compariscono nei documenti singoli nomi di villaggi slavi. In un diploma, del 1102 si fa cenno di Golgorizza per Mom-alvo e lìellegradus e Cernogradus, traduzione dei nomi originari Ialini Albinianum e Nigrignanum, mentre sino allora paesi slavi non figurano mal, sia nelle donazioni di Berengario 9ti, di Ugo 929, sia nella conferma di Ottone 974 o nelle donazioni al vescovo di l'arenzo 9.S3-1030, del vescovo di Trieste 1072 e dei marchesi d' Istria 10Ó4. ECCO alcuni nomi di villaggi sorti dopo il trasporlo ili genti slave e dalmatiche.- Ivanussich, liarbich, Diininich, V'iscovich, Terkohich, Zancovich, Xustovich, Iescnovich, Ralclich. Marlicicli, Marciiieich, Matelich, Pavidi, X'usich, Bartolich, l'cllctich, Sinosich, Zlldeticb, lìralclich, Urbanich, Princsich ecc. ecc. Bisogna notare che alcuni luoghi assunsero la desinenza italiana, e cosi abbiamo in rpiel di Pigino le seguenti ville: laxielii, Ftincichi, Bellichi, Rimanichi, Simicichi, Braicoyichi, Toncetichi, Tureinovici". Udovicici ecc.; in cpiel di Portole: C'instici, Snidane! ; in (pici dì Pinguenle : Bernobichi, ('larichi ecc. ecc. VI. Condizioni agricole delle diverse stirpi slave delle Giulie — Giudizi dati sugli Sloveni da diversi autori. Uno studio statistico, fatto abbastanza recentemente, allo scopo di provare che lo stato dell' agricoltura di una regione e della sua maggiore o minore agiatezza è il riflesso delle (piatita del popolo che la abita, venne alla seguente classificazione intellettuale degli Slavi immigrati nelle Giulie. Tutto il litorale presenta allo sguardo uno squilibrio di coltura agricola: tra territori lavorati vi hanno campi su cui l'uomo non si è curvato per renderli utili. Gl'Italiani posseggono le campagne meglio coltivate; tengono loro dietro quei comuni ove gli Slavi vivono presso gl'Italiani a modo che questi abitano i luoghi murati e quelli i dipendenti territori, come a Grisignana, Portole, Piemonte, Visinada ecc. Qui gli Slavi si appropriano il modo di coltivazione degP Italiani, dei quali usano anche la lingua. Vengono poscia per ordine d'inferiorità i Croati; al più basso grado sono i Morlacchi. Gli Sloveni soltanto, traendo vantaggio dalla benefica vicinanza del mare, meglio appresero il lavoro dell' aratro e più presto si lasciarono sedurre dal ricco guadagno che danno le frutta, l'olivo e la vite; talché i loro campi sono diventati gli orti cd i giardini di Trieste. In frequente contatto con Lubiana, che in questi ultimi tempi si ornò il capo coi fiori fecondati da una AI,l'I GIULIE frettolosa agitazione, essi, più pronti degli altri, obbedirono al cenno di risveglio bandito dalle società incaricate della propaganda nazionale, e diedero ospitalità a epici sentimento di avversione contro gì' Italiani, che alcuni preti e maestri vanno seminando a piene mani. Da questo movimento, o meglio dal susurro delle riunioni e dalla gazzarra dei giornali, alcuni trassero la convinzione che gli Sloveni, dopo il pesante sonno di dodici secoli, improvvisamente si destarono pronti e maturi per una civile trasformazione. Non sembra vero, ma anche nel vicino regno d'Italia si formò qualche sporadica alleanza spirituale con questa stirpe; recentemente un opuscolo, venuto in luce a Palermo, deplorando che gli Sloveni siano poco conosciuti, accentua *alla loro grande capacità intellettuale, attestata dall'ottima riuscita che fanno negli studi, esse/tifosi distinti nelle scienze e nelle lettele. * G li Sloveni — è detto in quello stampato — persuasi che finora tutto diedero, senza nulla ricevere, ai Tedeschi, che la loro lingua e la stessa esistenza nazionale corsero perciò pericolo, smaniosi di riguadagnare il tempo perduto, cercano raddoppiare di attività tutti i giorni, cogliendo tutte le occasioni e servendosi di qualsiasi mezzo per affermarsi come popolo a se e conquistarsi quei diritti che loro competono. * Quindi le molte associazioni politiche, le società per la diffusione ed il mantenimento della lingua, come quella di san Cirillo e Metodio, per lo sviluppo della letteratura nazionale, la fondazione di scuole e giornali, le disperate-lotte nelle elezioni; quindi la violenta guerra all'elemento italiano, nell'Istria e nel Litorale, per cui gli si contende palmo a palmo il terreno : guerra condotta con mirabile buon accordo, con una perseveranza e tenacia da prendersi ad esempio, con una organizzazione che in Italia non sarebbe forse possibile, in cui il trionfo dell'idea si mette sopra ad ogni altra cosa e non e pericolo che venga compromessa da interessi e screzi personali o da insidie; 416 gli si,avl ■M 7 di chi della politica si fa uno strumento per salire, E non solo le classi colle ma tutto il popolo è ormai compreso della necessità e del dovete di lottare, sorretto dalla fiducia nell'avvenire, dalla sicurezza di combattere per una causa giusta e santa., Noi (die non conosciamo classi colle in quelle popolazioni dei nostri altipiani, che sono occupate solamente, interamente ed esclusivamente del lavoro dei campi; noi che nelle Giulie non conosciamo un demento italiano, ma un popolo italiano, che il suo diritto storico, inanellato alle istituzioni romane, seppe difendere e serbare sino ai nostri giorni, vogliamo, con l'autorità di valentissimi autori, esaminare se gli Slavi posseggono le facoltà indispensabili a conseguire oggi un vero e luminoso rimutamento civile. * Oli Slavi istriani scriveva nel [847 D. A. bachinetti — amano la loro indipendenza domestica, e vogliono vivere in case proprie, e col frutto delle fatiche e dei sudori sparsi nelle campagne. Non vogliono esercitare arte o mestieri di sorta. Vogliono essere agricoltori o pastori, e si terrebbero disonorati, se per divenire artisti mercenari, abbandonassero le condizioni e le massime dei loro padri. * Nelle case dei più ricchi trovatisi anche orologi da muro. Dessi non hanno piti bisogno di tali macelline, perchè nella misura del tempo, di giorno sorvolisi de! sole, e di notte del giro delle stelle: e di poco s'ingannano. Ed alle stelle danno nomi tratti dagli oggetti che li circondano, e di cui più sono occupati. Le vesti, tranne la camicia, sono tutte della loro sargia domestica, anche nell'estate. Il portare vesti di tela lo terrebbero per disonore, e come trasgressione imperdonabile degli usi antichi. 1 veri Slavi, cioè quelli che non hanno alterato i loro costumi ed usi, non vestono mai, neppur d' inverno, il braccio destro, che e coperto dalla sola manica della camicia. Sembrano perciò sempre in procintò tli tuga o di lotta. Quando vanno in viaggio gii uomini cavalcano e le donne fanno loro da pedoni, l'uà donna slava crederebbe di vilipendere il 4 iS ALL'I GIULIE proprio marito, facendolo fare da pedone, e massime a vista di popolo.„l) Gli Slavi, dice il dott. Weber, superbi della propria nazionalità, disprezzano tutto ciò che ha per loro carattere forestiero, benché siano atti ad appropriarsi le particolarità più caratteristiche degli altri popoli. Essi non mirano come le stirpi germaniche e romane a levarsi veramente a soda ed estesa coltura. Srezniewsky giudica gii Sloveni confinanti col Friuli a questo modo: ^Sono è vero amichevoli ed ospitali, ma non posseggono un carattere aperto e probo; nell'animo loro si annida la diffidenza, perchè sono avvezzi a considerare la vita sempre dal lato peggiore. Vendicativi, orgogliosi e talvolta intrattabili, mai succede che uccidano imo della propria razza, ma tanto più frequentemente si narra di omicidi commessi da loro su Friulani.,9) Il prof. L, Spincich scrive che 'gli Slavi dell'Istria compiono gli atti di vendetta (piasi mai sulle persone, più spesso sugli animali e sulle campagne dei nemici, ; inoltre che 'rare volte si danno ad un mestiere e solo nei casi di estrema necessità ; operai forastieri fabbricano ad essi le case e le stalle, i pochi mobili, gli arnesi indispensabili e più utili, le vesti e le calzature,,. Il dott. Klun nella Rivista mensile di Westermann osserva: "Vi ha un'analogia tra il carattere di questo popolo e le regioni che occupa; cosi quello del Carso è povero come la vegetazione, rigido come il vento che vi soffia, inospitale ed aspro come il terreno che fende. 3 ") E il dottore Daniel nel suo Manuale di Geografia, vi aggiunge che sopratutto è per natura ruvido, brusco e maligno. M & Istria, anno II, n. S47; aniio II n. 21 e scg. '-') Die Slorenen ; Ethitogrdphisckt Skfast ; Dritta Jakrtsberìckt ■ Jcntsiheu Staats-Oberrealsi/iulc in Triest, fiir tias Schitljahr 18jj ; T.loyil, 1873. s) Westermann, Mmats //<;//,■, vol. XIll, pag, 557. II professore Guglielmo Urbas ha voluto fare il ritratto fisico-morale de' propri connazionali in una sincera ed imparziale monografia, dalla quale traduciamo i seguenti brani: "In complesso Io Sloveno è forte, resistente al freddo, al caldo, alla fame; ma l'abuso che fa delle bevande spiritose e del tabacco, viene via via logorando la sua robusta natura. Superbo della propria nazionalità, possiede più orgoglio che sentimento d'onore; ama la patria, ma va per il mondo spinto da un vago desiderio di girare. Ha grande paura della publica opinione ; e la sua stessa pietà non è che bigotteria: crede di poter con l'apparenza darla ad intendere anche a Dio. *Sc può elevare la minima pretesa verso un diritto vi s'impegna con tutte le forze ed impiega tutti i mezzi per conquistarlo. 'È più proclive a vantarsi che non a conseguire dei veri meriti; coraggioso, non a parole, ha dato prova di valore nelle sollevazioni contro i Franchi, nelle battaglie contro i Germani, nelle incursioni dei Turchi, nelle guerre contro Venezia, in quella dei trent'anni e dei sette anni e nelle più recenti contro la Francia e l'Italia; ad onta di ciò, quando la ferma militare durava quattordici anni, tutti i covi delle Alpi erano occupati da refrattari. . *Se il dottore Daniel afferma che gli Sloveni della Carinola centrale sono bruschi e maligni, io sono disposto ad ammettere che specialmente gli abitatori dell'inospite (.'arso non sono cosi cortesi ed ilari (pianto quelli della valle del Vipacco. Ma chi li conosce davvicino non può attribuire carattere di malignità a ciò che è semplice diffidenza e riserbo, difetto che se non si può giustificare, trova però la sua scusa nella triste storia di questo popolo. * Il tranquillo agricoltore sloveno ci si presenta dapprima come schiavo degli Avari, nelle cui guerre era costretto a battersi in prima fila. I/ insurrezione di Samo gli Conquistò un secolo d'indipendenza, ma questa, comperata col sangue, dovette essere difesa col sangue. Poi 4'ló M.ri GIULIE venne il Franco e impose al popolo sloveno, avverso ad ogni innovazione, il cristianesimo e lo impose con la spada< Onesta vinse bensì, ma per lungo tempo il popolo rimase nell'ignoranza, amareggiato, senza un raggio di civiltà, accettando con avversione la religione (.Ioli'amore, clic non era quella de' suoi padri, bensì quella de' suoi oppressori. Quanto abbia pesato su lui il feudalismo lo dicano le numerose sommosse dei contadini del XVI e dei seguenti secoli. E forse non si connetterebbero a queste vicende quella sete di sangue e ([nella bramosia di vendetta che il Weber rinfaccia agli Slavi in generale e dalle (piali non vanno assolti neppure gli Sloveni; *Però, mentre bene spesso neppure i più stretti vincoli di parentela trattengono lo Sloveno dalle esplosioni d'una condannevole brutalità, conviene tuttavia attestare ch'egli non è lacile a rendersi colpevole di perfidia, neppure verso estranei, poiché con tutti i suoi difetti, non manca d'una certa fierezza virile; la parola data ha ancora qualche valore per lui, la sua stretta di mano è spesso più sacra che non un contratto. Infine quanto il Daniel scrive degli Sloveni del Litorale devesi attribuire soltanto ad una piccola parte di quegli Sloveni, che abita il lembo che si protende verso l'Istria. * Benché ingegnosi e capaci di eseguire lavori manuali e meccanici senza averli appresi, gli Sloveni non vantano artisti notevoli; quantunque Lubiana conti una società filarmonica, che é la più antica della Germania e dell'Austria, quantunque il celebre maestro della cappella imperiale Giacomo l Linei, contemporaneo di balestrimi, si pretende sia nato nella Carinola, e quantunque compositori moderni s'affatichino ad accrescere il repertorio delle canzonette slovene, meschino è il risultato ottenuto. Molto di rado fra la popolazione maschile, e sino nelle chiese, vien fitto di udire un canto veramente armonico ;_ed a provare quanto poco questo popolo^_ami il canto basta dire che la maggior parte delle canzoni non esistono che nei testi, senza che alcuno ne conosca le melodie. gLi slavi 12 t 'Così l'attitudine per la musica tanto spesso attribuita agli Slavi in generale, non si riscontra negli Sloveni, i quali non posseggono nemmeno un ballo nazionale. 'Anche riguardo alla poesia tutti gli sforzi fatti, da circa un secolo a questa parte, per opera dei migliori ingegni sloveni, diedero scarsissimi frutti. Per amore del vero bisogna convenire, che il solo poeta paragonabile all' Uhlatld è Francesco Prcschern morto nel [849; il tanto festeggiato Vodnig (17^8-1.819) raggiunge a mala pena il valore di un Gleim, cd i numerosi poeti di questi ultimi giorni si potrebbero paragonare tutt'al più ai cantori dilettanti della leo-a di Gottinga., ') l) Guglielmo Urbas. Die Slovene// ; Bihtograpkische Siivse; Dritttr Yahrtsberickt d il propagatore dell'alfabeto glagolitico. Come avvenne adunque che ancora nel XVII secolo si desiderasse che nel messale venisse mantenuto quel parlare di san Girolamo? Il divieto di usare la lingua liturgica slava nelle chiese dalmate, pronuncialo dalla prima sinodo di Spalalo nel 92 |, era rimasto senza effetto, onde il pontefice Nicolò li commise a Mainardo di l'omposia, poi cardinale, un'altra sinodo provinciale, la (piale nel io><) riconfermava le decisioni della precedente e proibiva I' uso nelle chiese della lingua e scrittura gotica emiliana «che un certo eretico Metodio aveva inventata (l'omaso arcidia cono, //istorili salonitnim, c. XVI, 552.) La decisione della sinodo di Mai-nardo, Confermata in una sinodo romana del papa Alessandro II, riempi di dolore i preti slavi, ma non li sgomentò: Male sopportando la condanna iniqua e stolida (è il prete Kopitar, che lo dice della liturgia emiliana e del suo autore Metodio, mutati artatamente i caratteri, li attribuirono a san Girolamo. E la «pia» frode giovò» Dobrowsky in B. Kopitar, Glagotit. ciò/., p. III. DUmmler, Sit:-uHgsbtnckU il. Ahaii. d. Il'issensi/i. Wien, vol. XX, p. 420 ss. ('omunica/.ione del iloti. Giovanni Clbva. loro giurisdizione ecclesiastica, rispose il primo che si era mantenuta sino al fójfò in tutte le parrocchie delle provincie lihurniche, nelle quali officiavano preti che venivano dalla Dalmazia ; ma che anche là il rito latino era tornato in aumento. Il secondo dichiarò che nelle unite diocesi di I'a-renzo e Fola, le quali appartengono alla provincia ecclesiastica di Gorizia, in nessun luogo era usato il glagolitico nel servizio divino.1) 11 professore Klodic dopo aver frugato in tutti gli atti e documenti del medioevo, con così poca fortuna, fu costretto di un punto a rifare la strada che lo aveva condotto a quattro e più secoli di distanza per ripresentarsi coi libri ed opuscoli usciti in luce nel 1850. Egli mostrò così che tra i volumi sacri, ingialliti, fatti con la pelle delle pecore di Schiuda, e quelli stampati ai nostri tempi v' era una interruzione lunga, profonda, sconfortante: nessun bagliore artistico, nessuna incubazione letteraria: il silenzio dell'anima morta. I primi ch'egli presenta come fautori del modernissimo movimento letterario croato sono il proposito Francesco ed il parroco Matteo Volarich, nati in un piccolo luogo delle isole del Ouarnero, il primo dei quali publicò un libro di lettura per adulti, una grammatica illirica per le scuole elementari e la traduzione delle opere del Galura ; il secondo è giudicato semplicemente come satirico acuto. E fa seguire a (piesti il fondatore dell'edificio intellettuale Giacomo Yolcic, che, venuto da un paesello della Carinola superiore, esercitò il suo ministero in otto parrocchie; ebbe parte nella fondazione del primo giornale croato e nell' edizione di ducccntottanta poesie popolari, che formano una collana di canzoni, di ballate, di lamenti e brindisi. La maggior parte di queste musiche sentimentali furono raccolte nella Liburnia e nelle isole del Ouarnero, importate dai marinai ')• VeceMi : Dott. B. Benussi, La liturgìa slava fée/f/stria, Pàrenfcfrj tip, 2< °4°5< ^4< 86-87, '$4- a(" sono del prof. G. Bolle, direttore dell'r. i. latitato sperinienlalc chimico agrario di Gorizia. I.e fotografie a pagine 4,5-44, 2S0 sono dello stabilimento fotografico A. Becr «li (lagenfiirl. Le fotografie a pagine 30, 35, 40, 55, 07, 68, Sj, 91. qj, io::, 241, 301 sono dello Stabilimento fotografico B. Lergetporer «li Veldes. Le fotografìe a pagine 1 io, t2i, 157 sono «ledo stabilimento Seba-stianutti & Benquc «li Trieste, Le incisioni in autotipia e sincotipU vennero fatte dagli stabilimenti Meibenbacb, Riffarth & C. di Berlino, Fratelli Treves di Milano. Vittorio Turati «li Milano. MRROONP IH UNIVERZITETNA KN.JI2HICR 0000015525 A00000155259A