GUIDO BUGGELLI 42869 ITALIANI E SLOVENI IN FRIULI UHI DRAMMA IGNORATO PER LA LIDERAZIDNE COMUNE : ■ ■ • • * 'г?ш. , № CYA EDITORE FIRENZE GUIDO SUGGELLI ITALIANI E SLOVENI IN FRIULI UN DRAMMA IGNORATO PER LA LIBERAZIONE COMUNE C V A EDITORE FIRENZE ■ V..; V-'"''' ОЗОО^^^З INDICE Gli sloveni nel 1848 .................../»„g. ]д Gli alpini sloveni 12 Contro gli italiani!................» 16 Le donne slovene e la regina . . . . . » 17 Monsignor Faidutti ....... B jg L’ invasione slovena . . . . . . . » 19 1 fiori di Mazzini ••.....» 20 La grande guerra ....... B 22 Cospirazioni comuni ••.....» 25 L’olocausto di Francesco Petrič . . . . . » 27 In queste pagine sono narrati fatti non molto conosciuti dal grande pubblico; alcuni di essi penso debbano esserne del tutto ancora ignorati. Chi voglia conoscere a fotuio il problema della Slovenia consulti gli scritti di Francesco Musoni insigne geografo che per le proprie origini ebbe a particolarmente studiare la questione. Rimando coloro che vogliono avere qualche notizia sulla lotta per la difesa deli’italianità nel Friuli contro l'invasione slovena alla lettura deWintera raccolta del periodico « Pagine friulane ». La storia completa delle vicende friulane in rapporto alla guerra e ai movimenti politici che la precedettero si trova nei due primi volumi de « La guerra e il Friuli » di Giuseppe Del Bianco che seguendo il luminoso esempio paterno dedica la sua attività alle memorie della piccola patria nativa. I\el licenziare queste pagine ricordo mio nipote Armin Africh. marinaio e aviatore, di pura razza slovena пш che tanto amò l'Italia, perito a Spalato per tragico incidente il 3 di febbraio 1934. Roma - Luglio 1941-XIX g. I». . In seguito ai recenti avvenimenti politici e militari altre popolazioni di razza e di lingua slovena vengono poste all’ombra e sotto la protezione del tricolore italiano. Questi nuovi cittadini d’Italia sono accolti fraternamente e vivranno fratelli tra fratelli. Con il trattato di pace che conchiudeva la guerra del 1866 condotta dalla Prussia e dall’Italia contro la monarchia ahsburgica un certo numero non trascurabile di sloveni veniva a far parte del giovane regno d’Italia che liberando la Venezia sino al confine del Judrio attendeva l’imman-eabile avvenire per completare l’unità nazionale. Gli sloveni calati nel territorio italiano da tempo immemorabile, secondo alcuni storici addirittura dal VI secolo dopo Cristo, furono prima sudditi fedeli del patriarcato d’Aquileja e dopo della repubblica veneta. La servirono sempre con fedeltà e con onore, sia nella vita modesta ma esemplare dei campi e di qualche limitato traffico sia nelle armi e sui mari. Con indicibile melanconia Ippolito Nievo nelle pagine in cui narra l’agonia della repubblica veneta sopraffatta iniquamente da Napoleone Bonaparte, rappresenta con quel- l’efficacia artistica che era il suo luminoso dono, il saluto virile degli « schiavarli » che scaricavano le loro armi al momento di deporle non servendo più esse alla difesa della Serenissima ormai imbelle preda mercatata dal vincitore. Dice il Nievo : « E intanto io vedevo più in giù sulla riva i fedeli Schiavoni, che mesti e silenziosi s’imbarcarono ; forse le loro lacrime consolarono sole la moribonda deità di Venezia ». E più oltre : « Tutto a un tratto rimbombano alcune scariche di moschetteria ; il Doge si ferma costernato e vuol discendere i gradini del trono ; una folla di patrizi spaventata gli si accalca attorno gridando : « — Alla parte ! Ai voti! — « Il popolo urla di fuori; di dentro crescono la confusione e lo sgomento. Sono gli Schiavoni ribelli! (gli ultimi partivano allora e salutavano con quegli spari l’ingrata Venezia) ». Fra tutti i popoli della grande famiglia slava, scriveva il Musoni nel 1918, l'unico con il quale l’attuale guerra ci avesse messo a diretto contatto, sono gli sloveni. Essi formano il ramo pili occidentale del gruppo jugo-slavo, cui linguisticamente appartengono pure i bulgari ed i serbocroati. Il loro habitat attuale è nelle Alpi orientali dove le medesime si allargano sulle ampie vallate della Sava e della Drava che tendono al Danubio e al Mar Nero; mentre per via più diretta e men lunga l’Isonzo naturalmente, quantunque in piccola parte, e le strade ferrate artificialmente li avvicinano all’Adriatico e a Trieste. - 8 - Occupano la Carniola, parte della Stiria, della Carin-zia e gettano propaggini in Ungheria, nella Venezia Giulia e nella provincia di Udine. Chiusi fra tre masse etniche tutte assai più vigorose della loro, i magiari, i tedeschi e gli italiani, solo dal lato sud-est comunicano col mondo slavo di cui, dopo i Boemi, rappresentano la sentinella più avanzala verso occidente. Tale posizione, causa anche la scarsità del loro numero — dopo i serbi lusaziani, sono il più piccolo popolo slavo — crea agli sloveni condizioni estrema-niente difficili di esistenza. Gli sloveni che con il trattato di pace del 1866 entravano a far parte della famiglia italiana erano nel Friuli e precisa-mente nei distretti di S. Pietro al Natisone, Tarcento, Ge-mona, Cividale, Moggio Udinese. Il nucleo più compatto è quello di S. Pietro al Natisone dove quasi integralmente si conservava Fuso della lingua slovena e dove i costumi sono particolarmente caratteristici della Slovenia. Chi volesse tracciare una linea ideale separante la popolazione slovena del Friuli da quella detta ladina, dovrebbe tracciare un segno separante la falda dei monti e dei colli che sono interamente sloveni mentre la pianura è del tutto friulana. L’Italia ha sempre rispettato le costumanze e le pratiche di quel nucleo sloveno che in molte chiese ascolta e segue i divini uffici non in latino ma in velerò slavo, ha rispettato l’uso della lingua o del dialetto avito ricevendone in cambio una dedizione a tutta prova. In tanti decenni di convivenza mai il più piccolo inci- dente ebbe a essere registralo a carico delie popolazioni slovene del Friuli le quali spontaneamente reagirono a tutti i ripetuti tentativi stranieri di distrarli dalla fedele devozione all’Italia. Gli sloveni nel 1848 L’amore per l’Italia nel loro sentimento non era cosa nuova, e alla formazione dell’Italia unitaria gli sloveni del Friuli sono fieri di avere dato contributo di armi e di sangue. Quando nel 1848 scoppiava la rivoluzione italiana e Pio IX benediceva l’Italia e Carlo Alberto dichiarava guerra all’Austria, fra le altre provincie insorgeva quella di Udine. Non appena giunta a S. Pietro al Natisene la nuova dell’insurrezione di Udine, tutti gli sloveni prendevano le armi, abbattevano le insegne austriache, facevano prigionieri i gendarmi e i funzionari e discendevano verso Cividale, organizzati in bande armate per difenderla. Conosciuta una mossa delle truppe comandate dal Generale austriaco Nu-gent le bande armate slovene si impadronivano di una importante strada confinaria attendendo battaglia. Tutti i comuni della Slavia italiana diedero soldati, armi e munizioni alla causa insurrezionale. E quando giunse tra Judrio e Natisene la nuova dell’infausto Patto di Udine gli sloveni non volevano arrendersi e cercarono ancora di proseguire la lotta. Ad essi Nicolò Tommaseo di certo con un segreto palpito rivolto agli slavi della sua Dalmazia in un proclama dettato dalle circostanze così diceva : « Una parola anche a Voi, slavi del distretto di S. Pietro al Natisene : slavi fratelli che consentite nei dolori e nelle speranze d’Italia; alle cui anime l’Austria più provvida che spietata, insultò. « Al primo rumore di guerra da Cividale assaltata Voi pronti accorreste a difenderla : le vostre donne si proffer-sero ad armarvi contro l’austriaco a prò’ dell’Italia minacciata ». Qualche combattente sloveno riusciva a raggiungere la fortezza di Osoppo che per quattro mesi ancora resisteva al nemico trattenendone l’esercito. Lo stesso avveniva per il glorioso episodio delle bande armate del Dott. Andreuzzi che nel 1864 operavano un tentativo insurrezionale. Uno sloveno veniva fucilato nel Castello di Udine (e una lapide ricorda il tragico evento) per avere conservato armi e munizioni. Finalmente Quintino Sella veniva in Friuli Commissario del Re d’Italia e gli sloveni rivolgevano a lui un cordiale indirizzo. Chi ricercasse nella storia degli anni che dal 1866 conducono ai nostri giorni un solo fatto, anche minuscolo, ricordante la esistenza di una, « minoranza » etnica in Friuli nulla troverebbe. La qualcosa sta a dimostrare che circa un secolo di storia trascorse in pacifica operosa concordia tra sloveni e italiani uniti nello stesso amore della Patria comune. Gli alpini sloveni Ma i tempi nuovi si avvicinavano e agli sloveni del Friuli doveva essere data Г ambi ta occasione di un ulteriore diretto concorso alla causa nazionale. Nel 1909, e precisa-mente il 1° ottobre, veniva fondato Г8° Reggimento Alpini con i battaglioni « Tolmezzo » e « Gemono. » tolti dal Т' e col battaglione « Cividale » di nuova formazione. Quest’ultimo battaglione veniva costituito quasi lutto da elementi sloveni. E nota la gloriosa storia di questo reggimento fondato da Antonio Cantore che ne tenne il comando dal 1° ottobre 1909 al 31 gennaio 1914 e che conta fra i suoi figli sopravvissuti a tante battaglie Pier Arrigo Barnaba il purissimo eroe che serve ancora la Patria in modestia disinteressata e amorosa, quale Podestà di Udine. In una pubblicazione ufficiale il comando <1е1Г8“ Alpini cosi parla del Barnaba : « Di antichissima famiglia friulana, nota per il suo patriottismo e devozione all’Italia, allo scoppio della guerra, quantunque fosse dichiarato inabile al servizio militare per un vizio cardiaco, si arruolò quale volontario neH’80 Alpini. Assegnato quale Ufficiale al Battaglione « Val Fella » ebbe campo di farsi distinguere in varie occasioni. In una ricognizione eseguita nel settembre 1917 nelle linee nemiche della Val Seebach dette prova di ardimento e di elevato spirito militare guadagnandosi una ricompensa al valore militare. Sopraggiunta l’ora tragica di Caporetto tenne testa, fino all’estremo dalle posizioni affidategli, ai ripetuti e rabbiosi attacchi nemici riportando una ferita e meritandosi una seconda medaglia al valore. In conseguenza della grande ferita riportata, venne dichiarato inabile alle fatiche di guerra. Dopo qualche tempo, si presentò al Comando dell’Ottava Armala ed espose il suo audacissimo progetto : Farsi gettare da un aeroplano nel territorio invaso, mediante un paracadute, per poi fornir notizie, raccogliere in bande i nostri soldati, specialmente alpini, sfuggiti alla prigionìa e vaganti per le montagne e campagne friulane, servirsi di essi per molestare il nemico nei suoi rifornimenti, favorire rivolte ed insidie ai danni dell’avversario, risollevare lo spirito delle nostre popolazioni oppresse. L’audace progetto, studiato a lungo dalle Autorità Militari venne approvato. E così, nella notte del 23 Ottobre 1918, il Barnaba legato ad un paracadute, fu lanciato da 500 metri d’altezza nel vuoto. Benché nel cadere al suolo fosse rimasto alquanto pesto e contuso, si pose subito all’opera e sfidando in ogni momento pericoli non indifferenti, riuscì a far pervenire, a mezzo di piccioni viaggiatori non poche importanti notizie ai nostri, a recare non pochi danni al nemico, a diffondere nei paesi invasi la fiducia nella liberazione. 11 5 novembre, infatti, le truppe liberatrici entrarono in Buia. Al Tenente di Complemento Pier Arrigo Barnaba ven- > ne, nel 1922, concessa la Medaglia d’Oro al V. M. con la seguente motivazione: u Sebbene inabile alle fatiche di guerra per ferita riportata in combattimento; con elevato senso di amor patrio, si offrì volontario per essere trasportato in aeroplano e calato con paracadute in territorio invaso dal nemico. Sprezzando le gravi conseguenze nelle quali sarebbe incorso, se scoperto, inviò per vari giorni, con mezzi aerei, importanti notizie sul nemico. Ogni suo atto fu un fulgido esempio di valore e di patriottismo ». Anche in fatto di guerra gli italiani nulla hanno da imparare ! 11 16 settembre 1912 in seguito a ordine del Comando di Stato Maggiore il Comando del Reggimento e il Battaglione « Tolmezzo » venivano mobilitati per partecipare alla campagna di Libia. Il battaglione « Tolmezzo » veniva portato sul piede di guerra in grazia all’afflusso di elementi volontari dei battaglioni « Gemona » e « Cividale » tra i quali numerosissimi gli sloveni. Nella campagna di Libia gli alpini dell’8a avevano modo di compiere memorabili gesta e di dare cruento generoso contributo. Scoppiata la guerra contro gli Imperi centrali le reclute slovene, quasi tutte alpini venivano chiamate a far parte di battaglioni di nuova formazione, e cioè del battaglione « Val Natisone » « Monte Matajur », propaggini dell’antico battaglione « Civiilale », il solo di essi che doveva essere conservato al reggimento conchiusa la pace dopo il trionfo di Vittorio Veneto. Non è questo il luogo per ricordare anche fuggevolmente le imprese dei battaglioni nominati durante la grande guerra. Ma tutti sanno che l’olocausto di vite e di sangue fu immenso e numerosi e folti gli allori conquistati. Riteniamo però opportuno riprodurre, desumendoli dalla storia deH’80 Alpini pubblicata a Cura del Comando del Reggimento presso lo Stabilimento Tipografico « Car-nia » di Tolmezzo le cifre indicanti le perdite e le ricompense al valore nella guerra italo-austriaca dei tre Battaglioni formati da contingenti allogeni. Battaglione Cividale: Ufficiali morti 16 - feriti 70 -dispersi 15. Uomini di truppa: morti 200 - feriti 1285 -dispersi 948. Ricompense al valore: una medaglia d’oro - 42 d’argento e 40 di bronzo. Battaglione Val Nati,sane: Ufficiali morti 14 - feriti 38 -dispersi 15. Uomini di truppa : morti 200 - feriti 1285 -dispersi 948. Ricompense al valore : 13 medaglie d’argento e 23 medaglie di bronzo. Battaglione Monte Matajur: Ufficiali morti 3 - feriti 30 - dispersi 15. Uomini di truppa: morti 200 - feriti 1285 -dispersi 750. Ricompense al valore: 3 medaglie d’argento e 4 di bronzo. Contro gli italiani ! A questo punto della nostra trattazione il lettore si domanderà come e perchè da molti e molti anni si sia in particolare nelle provincie d’oltre Judrio soggette all’Austria scatenata una lotta a morte tra italiani e sloveni che non trovava assolutamente eco tra gli italiani di razza slovena leali cittadini del Regno. In verità la lotta tra italiani e sloveni nelle provincie soggette all’Austria non è cosa molto antica e durò mezzo secolo appena. Dal punto di vista storico questa lotta ebbe l’effimera esistenza di mi fiore, sia pure velenoso. Di fatto sino al 1880 e anche oltre, nella Provincia di Gorizia, e la trattazione non intende estendersi ad altre zone, l’elemento sloveno abitante nel contado serbava verso quello italiano, padrone delle città e dei paesi di una qualche importanza, un atteggiamento indifferente e spesso amichevole, comunque mai ostile. Fu il Governo di Vienna che per combattere gli italiani pensò di fare invadere Gorizia e i paesi principali della provincia da rurali sloveni aizzati da preti politicanti, da impiegati statali appositamente comandati, da aziende e da banche create con denaro viennese. Si voleva così spingendo innanzi una popolazione buona ingenua e primitiva creare un’arma di guerra contro gli italiani che non volevano rinunciare al patrimonio della loro lingua, della loro razza, della loro storia. Fu così che gli abitanti sloveni di Gorizia che sino al 1890 costituivano una minoranza trascurabile divennero una massa imponente, temibile, molto bene diretta contro lutto quanto vi era d’italiano. Si cominciano così a vedere le prime scritte bilingui, si pubblicano giornali sloveni, vi sono scuole slovene, e manifestazioni di masse impressionanti con bandiere slovene imprecanti all'Italia. Come abbiamo detto tutto ciò non aveva eco tra gli sloveni cittadini italiani che conservavano la loro lingua i loro costumi alimentando nello stesso tempo il più sincero amore per la patria italiana. Le donne slovene e la Regina Qui vogliamo ricordare un fatto sconosciuto quasi, affidalo ormai alla memoria dei superstiti. Quando nel 1903 i Reali d’Italia visitarono Udine, una deputazione di donne della Slavia italiana indossando i caratteristici pittoreschi costumi della regione chiese e ottenne l’onore di essere ricevuta da S. Maestà la Regina Eden a originaria anch’essa di un popolo slavo. Dopo gli inchini protocollari le donne slovene domandarono il permesso di esprimersi nel natio idioma, al che la Sovrana consentiva, impegnando una cordiale conversazione in lingua slovena. Monsignor FaidulH Gli sloveni del Goriziano incitati e sobillati da Vienna domandavano scuole, istituzioni proprie e tentavano, inutilmente di impadronirsi del Comune che rimaneva inviolata rocca di italianità. Purtroppo il campo italiano era diviso. La grande maggioranza si stringeva attorno agli elementi irredentisti, in specie nelle città e nei paesi. Ma nel contado, per contro, prosperava un partito cattolico popolare capitanato da Mone. Luigi 'Faidutti. Era questi un uomo ragguardevole per ingegno, forza d’animo ed esemplarità di costumi privati. Nato a Scrutto, proprio nella Slavia italiana, ma di famiglia italiana, nel 1882 chiedeva e otteneva la cittadinanza austriaca. Organizzatore di prim’ordine egli seppe mobilitare le masse agricole del Goriziano tenendole separate, sia dall’elemento sloveno che da quello italiano, rincorrendo una fisima di autonomia provinciale. Chi scrive è stato avversario risoluto e combattivo del Faidutti quando era un uomo potente. Ora deve però riconoscere che gli errori di lui, nemico dell’italianità, furon determinati da un accecamento di carattere morale, ma che ne lasciano intatta la memoria da qualsiasi accusa o rilievo che non sia puramente politico. Assunta la cittadinanza austriaca parve al Faidutti dovere morale di obbedire a ogni costo alle leggi dell’Impero e contribuire alla prosperità di esso. Quantunque proveniente da una famiglia di longevi egli si spense non ancora vecchio, apolide, in una lontana città del Baltico dopo avere contemplato la rovina dell’Impero austriaco e avere visto Gorizia e il Friuli tutto unito per sempre all'Italia. L’opera del Faidutti se ostacolava grandemente quella degli irredentisti italiani non poteva di certo essere sufficiente al governo di Vienna il quale intendeva snazionalizzare il Friuli Orientale. Il Faidutti si diceva, come confermò in una sua difesa dopo il crollo dell’Austria « buon austriaco e buon nazionale italiano ». Al Governo di Vienna occorreva invece che ogni traccia d’italianità scomparisse dalle rive dell’Isonzo come da tutta la Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Mezzo per raggiungere tale intento era il piccolo popolo sloveno, il minore per numero e per importanza di tutta la famiglia slava e in altre parti dell’Impero Austriaco fieramente combattuto. L’invasione slovena E così — nota il Musoni — si vide il singolare fenomeno che quelli stessi sloveni cui altrove sempre oppresse, il governo austriaco nella Venezia Giulia si diede ad accarezzare, a favorire, a proteggere unicamente allo scopo di farne strumento di lotta contro l’elemento italiano. E gli sloveni cui non parve vero di essere presi finalmente in considerazione, almeno in parte dall’Impero, abboccarono facilmente all'amo e si prestarono, consapevoli o no, alle mene della politica di Vienna. Tutto ciò spiega i mirabolanti progressi che poterono fare negli ultimi tempi, specialmente a Gorizia ed a Trieste, le due città che, volendosi colpire Titalianità nel cuore, furono prese principalmente d’assalto; nella prima delle quali — pur ammettendo che le statistiche ufficiali austriache debbano essere accolte con largo beneficio d’inventario — durante il decennio 1900-1910 crebbero del 60 % nella seconda del 130 »! I fiori di Mazzini L’italianità è un sole che riscalda chiunque gli si avvicini, anche nel tentativo vano di oscurarlo o di spegnerlo. Chi scrive queste note ebbe a riscontrare proprio all’epoca dei censimenti indicati dal Musoni come la gioventù slovena calata a Gorizia per combatterne l’italianità si appropriasse invece la cultura italiana alla quale non poteva sottrarsi. Chi scrive vide negli studi di professionisti sloveni politica-mente schierati contro l’ilalia. libri italiani in maggior copia di quelli in altre lingue. Nella stessa massa slovena il giuoco dell’Austria appariva manifesto e non erano pochi coloro che si domandavano se e quanto avrebbe giovato al popolo sloveno di avere rotto gli amichevoli secolari rapporti con gli italiani per servire gli scopi occulti di una politica di gabinetto. Nel mentre i socialisti di Trieste, esponenti i deputati al Parlamento di Vienna Pittoni e Oliva, stringevano un patto di alleanza con gli slavi della città a tutto danno del-Telemenlo italiano, a Gorizia si verificava l’opposto. I liberali italiani erano rimasti soccombenti nella lotta elettorale del luglio 1913 per la Dieta Provinciale. Rimaneva ai liberali italiani l’amministrazione del Comune di Gorizia, palladio d’italianità che doveva a ogni costo essere salvato dalle pretese slovene nelle elezioni indette per la primavera 1914, alla vigilia della guerra europea. Ferveva di già la polemica elettorale nei giornali : si susseguivano le riunioni : i partiti stavano per schierarsi avversi gli uni agli altri, quando nel campo italiano si verificò una grande sorpresa. Dobbiamo notare che la lotta politica in quegli anni e in quella città era talmente fiera da impedire tra avversari anche i più elementari rapporti personali. Più che l’avversario si riconosceva in chi militava nelle opposte file un vero e proprio nemico. Grande fu quindi la meraviglia nel campo italiano quando un esponente di esso fece sapere agli amici che il capo del Partilo Liberale sloveno Andrea Ga-bersceck, aveva chiesto di parlargli. Il colloquio venne autorizzato e il lecuier sloveno manifestò francamente il suo pensiero. Egli disse che la lotta accanita che combattevano dilaniandosi italiani e sloveni era tutta a vantaggio del governo di Vienna e tutta contraria agli interessi reali dei due popoli destinali a vivere concordi. Egli proponeva quindi che i due partiti si concedessero per lo meno una tregua allo scopo di rivolgersi poi, al momento opportuno, contro il governo viennese iniquo dominatore. Il signor Gaher-sceck a un certo punto del colloquio trasse dal portafoglio una busta contenente alcuni fiori secchi e disse di averli raccolti a Genova, sulla tomba di Giuseppe Mazzini, maestro amato e studiato anche dagli sloveni e che aveva vaticinato la concordia tra le due razze in una Europa rinnovata, sgombera dagli imperi di Vienna e di Costantinopoli. Quantunque significativa, l’offerta generosa non venne accettata, anche perchè gli italiani sapevano di avere forze sufficienti per vincere, come vinsero, l’imminente battaglia. Ma essa rimase come un segno dei tempi. E merita ricordarla anche oggi. La grande guerra Qualche mese dopo le elezioni per la conquista del Comune di Gorizia, in seguito all’attentato di Serajevo scoppiava la prima grande guerra europea, che doveva durare dall’agosto 1914 al novembre 1918. Vediamo quali reazioni si produssero nell’ambiente sloveno del Friuli al verificarsi del grande avvenimento. Per qualche giorno gli ambienti austriaci credevano, o mostravano di credere, che l’Italia si sarebbe schierata a fianco del governo di Vienna, quantunque nessun obbligo ne derivasse per essa dal trattato di alleanza. Si ebbero perciò manifestazioni d’italianità promosse dalle autorità austriache, e nella piazza grande di Gorizia la banda militare suonava gli inni nazionali italiani pochi giorni prima rigorosamente proibiti : si videro bandiere tricolori sventolare dagli edifici pubblici: vennero promosse, dalla polizia, manifestazioni e cortei al grido di evviva l’Italia e di evviva l’Austria. Ma nessuno abboccava. A ogni modo si trattò di una farsa durata pochi giorni soltanto. In breve si passò al serio. Nessuno poteva illudersi delVamore improvviso dell’Austria per l’Italia, non solo per i precedenti storici del nostro Risorgimento, ma per tutte le inimichevoli manifestazioni del Governo e dello Stato Maggiore austriaco il cui capo insistette due volte per proditoriamente attaccare l’Italia: la prima nel dicembre 1908 in occasione del terremoto calabro-siculo e la seconda durante la campagna per la conquista della Libia. È del 24 settembre 1911 la seguente lettera del capo dello Stato Maggiore austriaco al Ministro Aerhenthal: « Io credo che l’Italia animata da grandi ambizioni politiche e prospera dal punto di vista economico, miri, sviluppando attivamente la sua politica militare, a conquistare i territori italiani soggetti all’Austria ad avere il predominio nell’Adriatico, ad impedire lo sviluppo della potenza austriaca nei Balcani a sostituirvi la sua influenza. Nello stesso tempo l’Italia aspira in Tripolitania alla identica situazione della Francia in Algeria e in Tunisia... È necessario ora sapere se la Monarchia intende o no attraversare la politica dell’Italia; se cioè, nel caso attuale, si opporrà ostilmente alle aspirazioni italiane in Tripolitania, impedendone così la realizzazione, oppure, ap- pena Vltalia sarà impegnata in Tripolitania, regolerà i conti con essa, allo scopo di distruggere per un lungo periodo, le sue mire sui territori austriaci, sul dominio del-l’Adriatico e sulla preponderante influenza nei Balcani ». Poteva mai essere preso sul serio l’ordine dato dal Colonnello Mayer che comandava a Gorizia il 47° reggimento fanteria, alla banda reggimentale di chiudere regolarmente i propri concerti al suono dell’inno imperiale austriaco e della Marcia Reale italiana? Già appena scoppiata la guerra, le Autorità di Polizia goriziane si erano messe alia caccia degli esponenti politici sloveni per arrestarli e quindi internarli in località remote dell’impero. Cominciò una emigrazione a Udine di liberali italiani nella massima parte giovani che ripugnando all’idea di indossare la divisa austriaca si rivolgevano a quel Comitato della Dante Alighieri — animatore Ugo Zilli valoroso quanto modesto, immaturamente scomparso — per avere appoggio e possibilità di arruolarsi nell’esercito italiano. L opera di questo comitato è stata illustrata da altri nè questo è il luogo per diffusamente parlarne. Dobbiamo però dire che tra i fuorusciti d’oltre Isonzo non vi furono soltanto cittadini di razza italiana, ma vi furono anche sloveni desiderosi di combattere per l’Italia nell’interesse della propria Patria. Dall’elenco dei fuorusciti irredenti compilato a Udine risultano nomi sloveni. Cospirazioni comuni Sta di fatto che giovani di razza slovena parteciparono alle riunioni irredentistiche di giovani friulani che si tennero in Udine nel periodo della neutralità italiana e cioè dalVagosto 1914 al 24 maggio 1915. Verso la fine del 1914 si presentava al Comitato della Dante Alighieri di Udine lo sloveno Francesco Scarlounick che aveva disertato per arruolarsi tra noi contro l’Austria, seguito poco dopo da un altro compatriota Janos Szimann, disertore anch’esso. Non si sa con precisione per quale motivo quest’ultimo poche settimane dopo si toglieva la vita. 11 funerale dello sventurato al quale parteciparono irredentisti italiani e sloveni diede luogo a una manifestazione di solidarietà anti-austriaca. La salma venne avvolta nella bandiera slovena e lo Scarlounick al momento dell’inumazione pronunciava nella propria lingua una commossa allocuzione che era un inno alla futura imminente liberazione del Friuli orientale e della popolazione slovena. Le parole dello Scarlounick venivano ripetute in italiano da Romeo Battisti", il fiero udinese che quasi sessantenne doveva perire volontario di guerra, tra i primi caduti al Ponte di Sagrado, quale patto di solidarietà per l’imminente sacrificio. Questi fatti che dimostrano come il romanticismo non muoia, vennero seguiti da altri ben più tragici ancora. Attorno al Comitato della Dante Alighieri, o per meglio dire attorno a Ugo Zilli, Bandii„ Battistig. V alentinis, si era creata una organizzazione che favoriva la diserzione dei giovani italiani soggetti all’Austria e raccoglieva informazioni militari e politiche che venivano direttamente comunicate al nostro Comando di Stato Maggiore. 1 rapporti con Gorizia venivano tenuti a mezzo di quel Podestà, Giorgio Bombig, che poi doveva morire Senatore del Regno. I mezzi meno pensabili venivano impiegati per quel lavoro che era disinteressato e pericoloso. Durante il periodo della neutralità italiana le cose quantunque difficili potettero procedere senza intoppi dando modo al nostro Comando di Stato Maggiore di entrare in possesso di informazioni preziose e di dati certi, anche perchè i rapporti tra Udine e Gorizia erano rimasti pressoché normali. Le cose si complicarono quando l’Italia ruppe in guerra e Gorizia venne fatta sgomberare da quasi tutta la popolazione civile. Si dovette provvedere affinchè il prezioso rivolo di notizie non venisse interrotto e la sede del centro che da Gorizia informava Udine, venne trasportato a Lubiana. Giorgio Bombig garantiva la lealtà e la serietà degli amici sloveni. Le informazioni dovevano giungere a Udine via Svizzera e il Comitato udinese quindi inviava un proprio membro nella confederazione elvetica, a Ravenshons. Era questi il goriziano Gino Tornari, impiegato del Bombig. Francesco Petrič, particolarmente caro a Giorgio Bombig assunse da Lubiana le redini della cospirazione. L’olocausto di Francesco Petrič Alcuni elementi sloveni collaboravano con il Petrič. Ricordo il negoziante Ratzeberger di Lubiana, certo Gomil-schek di un villaggio della zona di Montenero e il Podestà di Zolla, Andrea Rovan. Deve rimanere ben chiaro che questa collaborazione e l’opera di Francesco Petrič erano del tutto disinteressate. Qualche gentile figura femminile come la Signora Ina Persa Avanzini e la Signorina Furlani Giuseppina aiutavano i cospiratori. Le notizie, importanti sempre, il Petrič le mandava a Giorgio Bombig a Gorizia, e questi trovava modo di farle pervenire al suo fiduciario Tornar! nella Svizzera donde raggiungevano il competente ufficio italiano. Chi era Francesco Petrič? Era un uomo agiato sulla sessantina, a capo di una fiorente impresa edile, dimorante a Lubiana in Via Maria Teresa n. 32 unitamente alla moglie e alla figlia adorate. Uomo di straordinario coraggio e di consapevole audacia non rifuggiva da rischi pur di raggiungere l’intento. Così potè per mesi e mesi lavorare ai danni del governo di Vienna. Frattanto nel carcere di S. Pietro a Lubiana venivano rinchiusi patrioti goriziani incolpati di favorire l’Italia. Tra questi era l’Avv. Mario Verzegnassi, tuttora esercente la professone in Gorizia, messo ai sicuro dai gendarmi per un tenialivo di diserzione. Il Ratzeberger più sopra nominato, veniva esso pure arrestato e condannato a quindici anni di reclusione. La rete si stringeva attorno ai cospiratori. Giorgio Bombig veniva prelevato a Gorizia e internato in una lontana località deirimpero. Egli aveva però avuto il tempo di sapere che l’Autorità austriaca aveva sospeso da qualche giorno la distribuzione delle lettere per sottometterle tutte a un’iu-dagine chimica sospettando, giustamente, che i cospiratori adoperassero inchiostro simpatico. Prima di partire per l’internamento il Bombig incaricò la Signorina Furlani di recarsi a Lubiana per avvisare il Petrič dell’imminente pericolo. Il convegno tra i due si svolse in un caffè quasi fosse un appuntamento galante. AH’annuncio che tutto stava per essere scoperto il Petrič non si turbò, ma per contro si dichiarò disposto a difendersi con accanimento e pregò la Signorina 'Furlani di rassicurare gli amici del suo più assoluto silenzio. La Furlani ritornava a Gorizia e due giorni dopo Francesco Petrič veniva, di buon mattino, arrestato nella propria abitazione. Impassibile egli assistette alla minutissima perquisizione del suo appartamento; perquisizione infruttuosa avendo avuto il tempo necessario per distruggere ogni traccia. Egli entrava sereno nel carcere di S. Pietro consapevole delFimminente martirio. L’Avvocato Verzeyiassi ebbe fretjuenti contatti durante la prigionia con il Petrič e ricorda come quest’ultimo mai si turbasse nè cedesse o solo vacillasse di fronte all’accanimento con cui il giudice militare istruttore lo interrogava contestandogli prove documentate sempre più gravi e stringenti (1). Nel tragico succedersi di quelle giornate eccezional- (1) Ricordo sempre con viva emozione i tempi della mia prigionia trascorsi con Francesco Petrič nelle carceri militari della Caserma S. Pietro di Lubiana ai tempi della grande guerra. Per la verità storica assicuro che esso era un grande patriota, ferocissimo odiatore dell’Austria e di fermissimo carattere. Come forse già saprete, il Petrič era un informatore del nostro Stato Maggiore e eollaborava con i patrioti goriziani, prestava la sua opera senza lucro, ma unicamente per servire la causa dell’ Italia. Una lettera caduta nelle mani dell’Ufficio spionaggio dell’Austria fu la causa della sua condanna a morte, eseguita nei primi giorni del novembre 1915 mediante fucilazione al bersaglio militare di Lubiana. Più volte durante l’istruttoria penale, condotta dal Maggiore Roth ebbi occasione di ammirare la sua fermezza e il suo sentimento di odio verso l’Austria. Quando un giorno ebbe il presentimento della condanna mi disse, esprimendosi in tedesco perchè non conosceva la nostra lingua, le testuali parole : « Mi potranno impiccare magari con una corda così grossa ma io non rivelerò mai i miei complici »; e tenne fede. Nella notte antecedente alla sua fucilazione (era stato condannato all’impiccagione ma fu graziato alla fucilazione) il famigerato Maggiore Roth assieme a un capitano dell’Ufficio spionaggio di Vienna si portò nella sua cella per indurlo a confessare la sua colpa e denunciare i complici, promettendogli anzi assicurandogli la grazia della pena di morte. Il Petrič sdegnoso rifiutò di tradire sostenendo la propria innocenza. Questo episodio mi riferì lo stesso Roth quando venni da lui stesso scarcerato. Il Petrič meriterebbe di essere dai suoi compatrioti per lo meno eternato nel marmo. Non sono in grado di dare le altre informazioni che mi chiedete. Se avremo la ventura di incontrarci a Gorizia o meglio ancora a Lubiana potrò dare maggiori ragguagli sulla vita del Pelrie: faremo opera buona a ricordare la gloriosa e tragica sua vicenda. mente afose il Petrič ripeteva al suo compagno di prigionia che comunque le cose andassero, qualunque dovesse essere il suo destino, egli non avrebbe mai parlato e tanto meno rivelato il nome degli amici con lui compromessi. La lotta tra l’eroico sloveno e il magistrato inquirente durò parecchie settimane senza che egli cedesse di im pollice alle pretese dell’accusatore, il qual considerata vana ogni ulteriore insistenza rinviò al Tribunale di guerra di Lubiana il Petrič quale colpevole di alto tradimento. Il processo durò quattro o cinque udienze negli ultimi giorni di ottobre e si chiuso con la condanna alla fucilazione. Le autorità austriache fecero un ultimo disperato tentativo per estorcere all’infelice una confessione qualsiasi. Un funzionario di polizia appositamente inviato da Vienna si presentava nella cella del Petrič e gli mostrava un decreto di grazia in bianco che sarebbe stato subito intestato a suo nome qualora egli avesse parlato. Ma inutilmente. Sembra anche che la polizia abbia tentato di carpire qualche segreto facendo ascoltare da un proprio fiduciario nascosto l’estremo colloquio tra il suppliziando, la moglie e la figliuola. Egli consolava le donne disperate e piangenti e le confortava dicendo esser meglio per un uomo perire da prode che vivere ignobilmente. La fucilazione venne eseguita la mattina del 2 novembre 1915 al Poligono di Lubiana. Il Petrič volle comparire dinanzi ai carnefici in abito elegante e calzando secondo l’uso del tempo guanti di pelle bianchissima. Di fronte al plotone si comportò stoicamente sdegnando di essere hen- dato. Respinse un ultimo invito a parlare e avanzò a passo fermo verso la morte ch’egli preferiva alla servitù. Sarebbe molto interessante poter leggere l’incartamento del processo di Francesco Petrič, ma sembra eh’e sso sia stato fatto scomparire per non palesare e documentare i mezzi odiosi adoperati da uomini che usurparono il nome onesto di giudici. Il ricordo del martire di Lubiana rimane fermo nella memoria e nel cuore di quanti, italiani e sloveni, pensano che la vita meriti di essere vissuta soltanto se posta al servizio di grandi e puri ideali. NARODNA IN UNIVERZITETNA KNJIŽNICA § i l 00000438150