ì I I i I ITfyTTtTyVTTTTTT>TmiT»»TITT»»T.TTITT,-TrTTTTTTITTITnTTITITITTtI1TirTt»imrTr»t''T"TITfJTTTTT | l D0MENie6 VENTURI s 1 rr - \ r :< (ì 1 \ 1 ! ì: 1- a; I É Suite JciViera |ibUroie< (Impressioni e note) •ritta : qui'-ta tiara v iiu>tra ! D'.r NAZARI» » sii: \i>i /<< "ti I I ì I 1 ! I .1 I 1 .1 ttTtTTTTTTYTTTTTTYTTTTTTTTTTTTTttTVTTTTTT+ftT?T»rTT"TTTTTTTTTTTT»?TTTTTTT*TTTfTTTTTTTTTT'frtft 1 ; ,'j .A ,___** ~V l f in M K A,1 \ ' j- Stabili in'iitn iipopTali» •»> A. l'liiiiz/clin & Co \ 18 '••7. V | ' -.a ; > ■ ' <, /■■■V'-' DOMENICO VENTURINI Sulla riviera liburniea (Impressioni e note) fa legge ò scritta; questa terra è nostra! Da' NAZARIO STRADI- FIUME Slabilimonto tipografico A. Chiuzzelin & Co. 1897. •Mila mia s Eccoci alla Prefazione.... Quando, or sono due mesi, un mia benerola annunz'iaea e narrava COtne e una/mente io mi fossi proposto di dimostrare, a, base, ili documenti antichi e recenti, l'italianità di quitte terre, rimasi dì princisbecehe e dissi fra me 6 mr: —- Jhirr diàscolo l'ònno pescata ? dimostrare che cosa? La dìmo- Strazione ammette il dubbio, e tlubbi stili' iusnxsistenzu di mi diritto storico croato nella Litniruia, ex Istria austriaca, non ce ne sona mai stati ila. citi montlo è mondo. Iht secoli c sero/i i figli tirila ridente ririero lifiurniea, sulla irrequieta tolda ilei mirigli in aito more, nella ritti pitbii.ni e /trinifa, nella manifestazione scritta del pensiero, sui banchi delia scuoia, pensano, parlano e scrinino in italiano: lo slaro lo apprendono nelle loro relazioni Coi coniatimi tifila montagna. E poi che lai toccato tìi documénti antichi e recenti, per sodisfare il desiderio espresso fitti colleghi della stampa t di eo/oro, che per fortuna sono pochi, i quali per credere abbisognano di dimostrazioni svolte con matematica precisione, nel corpo ili questo rolnmetio e ne/Ifin nesso ri appendice, publico alenne Vecchie carte, le quali serviranno a testimoniare come l'uso e n predominio delia lingua del sì, nello Libar uni, non siano deWogai, e nel tempo medesimo, a giustificare colf efficacia dei documenti umani il forte attaccamento dei ceri Libumi al dolce idioma. In ano mio io : — Perchè dorrei rinnegare ano parlala che era quella de' miei padri, e a cui tulio itero, coltura, posizione, fortuna ? perchè ripudiarla se i miei orali r trisavoli V (adoperarono <■ studiarono con amore secolare, costante ? Ma qui, il perchè è da chiedersi al podestà 'li Volosca e alla nSo-eiefà di imcigaziane a capare angora-croata", che rifiutano grazie ed onori a chi non giura per i SS. Cirillo c Melodio obbedienza cieca e fedeltà inconcussa oq/i ordini perentori di Xto/obritt : dunque /noi (tutor di piti rat, non lutili nobile, ardente per uno causa Qualunque : ma puro interesse^tnateriale. Domani, mutandosi lo sfato delle cose, i croati dell'ogni ridiventano italiani-istriani e magari... irredentisti. Ali'e poeti del parroco Sieri,-, Volt naie vescovo ili Trieslc-t 'apodistria, capi del partito nazionale italiano figurarono gli sfessi che di presente mandano periodicamente alfa „Naia Sloga" gli articoli comico -emetico -crei ino-arlecchineschi die tutti sunna. Quel prelato non dece a cere ilei Ialiti dimenticato i mille tlispe/lucci, le mille trame che i patriotti di un tempo venivano ordendo contro fa sua persona. Però sembra ili s) ; or non è mollo uno t/i costoro, il più c&ldo, ricevette mediante la poèta «no lettera col ritratto di monsignore, avvolto in una banconota da cinque. E l'effige del supremo pastore tifila diocesi tergestiua flore subire felonio ili boccia urriuute e la sgualci-tura tti mamircie apveZZe a spegnere i lumi ijiocoutlo la mora... M metri di altezza, pianeggia dappertutto, ('berso è montuosa e. secondo 11 Taramelli, rappresenta ..la continuazione stratigrafica della catena del Montemeggiorc", ond' essa sembra una parte staccata del continente istriano. La città ili Cherso, stando alla, tradizione, è anteriori1 a Pola, e sulla. Punta Sonte, presso Ossero, sarebbe avvenuta b uccisione di Abslrto per oliera, di Giasone, istigato da Medea, sorella, a! giovine assassinato. La leggenda di Medea, come più innanzi narrerò diffusamente, corre ancor fresca tra le popolazioni sparsi' sulla ridente riviera liburnica; per conseguenza io do pienamente ragione al De Franceschi, là dove afferma die la comunanza della favola mitica degli Argonauti abbia originato nei — 1 i — • tempi; antichissimi tiri rapporti di stirpe e di storiai tra Cherso-Lussino e. la terra ferina istriana. E difatti i Libai ni credano che la divina eroìna del vello d'oro sia venuta qui proprio dalla vicina isola di Cherso. Nella quale tutto è vetusto; e quanto è vetusto è veneto: venete le case, le vie, le calli, veneti i ruderi delle mura ohe cingevano la città. In molte delle più ragguardevoli famiglie chersine, nei vecchi armadi si conservano quasi intatti gli abiti di gala, trapunti d' oro e d' argento e con ricami in raso bianco alla filettatura della giubba e al limite delle maniche, degli antenati, e I' elegante spadino delle grandi occasioni. Dinanzi quelle reliquie sbiadite e tarlate riappariscono di un tratto il sorriso automatico di etichetta e la bomboniera profumata del cicisbeo. È ben vero che questi preziosi testimoni della gloria e della potenza del tèmpo che fu, vengono talvolta profanati dai tardi nepoti, i quali, mandando a quel paese il rispetto e la venerazione per gli oggetti antichi, li sfoggiano sacrilegamente al corso del giovedì o unirteli grasso.,, Forse in nessun luogo dell' Istria, nò della Dalmazia perdura cosi vivo il ricordo della cessata Repubblica quanto a Cherso, (die, essendo circondata dal mare, ha avuto pili campo di conservare immacolati gli usi, i costumi e le memorie storiche. E pure dagli spalti cadenti, dai palazzi piiblici. dai fondachi e dalle caso patrizie qui non guarda maestosamente pensoso il fatidico leone di S. Marco, sostenente fra le zampe anteriori il sacro libilo degli ovangelii, famoso palladio delia città delle lagune, contemplando il (piale, la nostra fantasia si popola di un mondo «li provveditori veneti cordiali, semplici, alla, mano, come le sgrammaticate relazioni che ogni anno mandavano al Senato: nel 17!>7, ferita a morte la regina dell'Adriatico, un maggiore austriaco, (die fungeva da comandante di piazza, non so se ispirato dall'alto Oppure di motti proprio, fece abbattere in un sol giorno tutti gli stemmi veneti della città. Ora non essendo avvenuta, la stessa, cosa indie altre (dita istriane e dalmate, 1' ordine di quell'ufficiale superiore dimostra esuberantemente (die a Cherso l'attaccamento a Venezia era tortissimo; e (die dal nuovo governo si era stimato necessario e opportuno un simile atto di eccessiva prudenza politica. Del resto è noto, (die all'annunzio della caduta della Repubblica, conseguenza di una delle tante ribalderie del piamo Napoleone, in molte terre della Dalmazia ex bizantina si pensò di difenderne il vessillo all'ultimo sangue; e piene di lacrime sincere, e d'indomato amore sono gli .,addio" di alcuni podestà ai rappresentanti della Serenissima. Queste scene di fede inconcussa per un reggimento morituro ma altamente benefico e beneviso dalle popolazioni soggette, si svolgevano sotto gli occhi dei soldati dell'imperatore Francesco, i quali, commossi, lasciavano fare, quasi fossero dirette al loro sovrano. Il 5 giugno del 1797 Isola e Capodistria, insospettitesi che i nobili per non perdere i titoli e i privilegi meditassero di dare sè stessi e il paese all'Austria, si levano a tumulto, e nella mischia che ne segue rimane sul terreno il podestà veneto e diversi fra i principali cittadini. Poco dopo a Capodistria entrano le truppe del generale Klenau.1) Non basta: il letterato tedesco, I. G. Wiedemann. nel L804, sette anni dopo l'estinzione di Venezia, a Capodistria si imbattè in alcuni fanciulli, (die, accarezzando la giubba di un leone di pietra, esclamavano pieni ili compassione: „oli povero san Marco!,.,"2) Altro (die odio e avversione profonda, come temilo fa osava pubiicare (pud Indio spirito di pre' dakió. direttore del „Pensiero Slavo" di Trieste, in una recensione di un libro francese sugli „lIlustrisslmi della Serenissima", credo. E questa è storia e non sbrigliata fantasia di qualche epico da strapazzo. — Certi usi e certi costumi dei contadini dell' isola di Cherso, se devo credere a un mio amico ehersino, meriterebbero di ossero studiati piii da vicino e descritti con maggior copia di particolari che non lo comportino la mole e 1' indole del presente lavoretto. Alcuni, specie le donne, vestono come ai bei tempi della Repubblica e negli sponsali la moglie, finita la sacra cerimonia, giunta al limitare della chiesa, scappa (dio neanche il diavolo: la destrezza e l'astuzia del compare si riconoscono dal minor o maggiore spazio di tempo «di' egli impiega per rintracciare la bella fuggitiva, la quale, alle volte, rimane nascosta per un giorno intero. Resta a, vedersi poi so il bravo compare d'anel approfitti o meno della sua posizione di cacciatore straordinario: un gran bel costume questo!... Cherso, fortunato paese in verità, non ha l'alto onore d' essere la sedo di alcuna società slava, nemmeno della miseria d'una cttaonica qualunque: sotto questo riguardo la gentile Isolana del Cantaro può venire proposta a modello d'un vero e forte patriottismo italiano-istriano. 1 contadini, — come dalle nostre parti!! . vivono in piena armonia con gli abitanti della citlà. i quali vantano con legittimo orgoglio uno dei più vasti c(l (doganti casini sociali dell' Istria. Viva Cherso! — ') Cario De Franceschi; L'Istria, note storiche. -) Idem. L'isola, ili generale, è fertile: produce, anche per l'esportazione, vino ed olio in quantità, e una prelibata qualità di fichi piccoli, clic viene smerciata sulle piazze di Fiume e di Pola. I suoi laghi e le sue paludi abbondano di squisitissimi uccelli acquatici, e sull" isoletta di Planik, strano da vero!, prolifica il sinistro avoltoio degli agnelli, dalla testa calva e dall' aspetto ributtante; e come tutte le borgate del Carnaro, V antica Absirtide è marinara iter antonomasia. A Cherso, il cui commercio a motivo della sua posizione geografica, è quasi del tutto paralizzato, con lievissima spesa si vive da papi: il prezzo delle derrate e dei quartieri è irrisorio addirittura, per cui io consiglio tutti gl' impiegati a riposo con grossa famiglia di venir a trapiantar qui le loro tende.... mia riviera iibUritica La sosta a Cherso è «li mezz'ora, circa; poi, navigando fra il ('amaro e il Canaio di Farasina, si tocca Porto Rabaz, a sinistra del quale, a trecento metri d'altezza, biancheggia Alluma, illustro cittadina istriana, che nella notte del 19 gennaio 1599, diretta dal, coraggioso parroco Priamo Luciani e dal valoroso cavaliere Cristoforo Negri, ributtò dalle suo mura gii Uscocchi che avevano tentato di scalarle. Abbandonato l'augusto e incomodo porto di Rabaz un gruppo di casette adagiate sulla spiaggia scoscesa o arrampicate sul ripido pendio delle colline circostanti s' imbocca il Canale di Karasina, seccante parecchio nei giorni di bora o di scirocco, ma non quanto la Lanterna di Promontore, di scellerata memoria: e da Rabaz comincia a spiegarsi il panorama stupendo della rìdente riviera liburnica. Impressione prima : una costa ertissima, arida lino a Mosohienizze, in seguito verdeggiante come uno sterminato giardino artificiale, guardala, alle spalli1, dalle giogaie brulle, pittoresche del Caldiera. ricca di molli insenature mai battute dal vento, seminala, da un estremo all'altro, di villini e casolari alpestri velati da evanescenti vapori azzurrini elio il sole irradia poeticamente di mille pulviscoli d'oro. Dopo Rabaz, che un di raccolse all'ancoraggio le venete galere trattenutevi dalla, tempesta e lo ardito l'uste degli Cscoccbi, donde, in sul rompere dell'alba, dopo una burrasca, volavano a portare la strage ed il terrore sul classico Adriatico, il piroscalo fila sempre a brevissima distanza dalla riva profumata dagli acuti ciiiuvii dell'alloro, e dietro Bersez slancia alle stelle, affilato rome lama di coltello, il suo vellico nudo Monte Sisol (833 ni.), figlio minore alla catena del Calcherà, la quale staccandosi dal Monte-maggiore (139(1 in.) precipita nel mare sotto Kianona. Monteinag-giore e le creste più basse (die gli tanno corteggio, spiccano così nettamente nell'opalino carico del (dolo, die io, senz'essere professore di geografia, dall' imperiale del vapore avrei potuto tracciarli con la massima facilità. Monte Sisol. lo accenno qui di volata, ha ai piedi Cosliaco, i cui coloni, con un'audacia rara per quei tempi, nel L574, trucidarono il proprio signore Giuseppe Xicolich per le soverchie angherie ond'egli li opprimeva, è l'incantevole panorama del lago di Cepicli che ora si vuole bonificare per ragioni di saluto e per mutarlo in terreno produttivo. Cosliacò, Com'è noto, anticamente era runica strada possibile che per il Montemaggiore conducevà nella Liburnia austriaca. A Bersez il mare non è mai tranquillo, e per colmi» dei colmi il Governo marittimo, finora, non si è preso alcun pensiero di costruirvi una diga o un moletto qualunque, magari di legno. l>a questa parte con lo scirocco le onde, d'un cilestrino scuro, spumeggiano rabbiosamente come so una mano invisibile vi versasse sopra il contenuto d'un liquido effervescente, e giungono all'altezza di dieci-ùndici piedi, mentre in larghezza no misurano da venti a trenta pendio l'impulso viene da lontano e la pressione dell'aria è minima. E dire che con tutto questa po' po' di roba, tanto per imbarcarsi (die [ter isbarcare, bisogna giocare la propria esistenza sur un fragile legnetto, (die. sballottato dai marosi come una scatola di zolfini vuota, la balenare alla mente atterrita dei disgraziati (die vi si trovano entro le parole del troppo sfruttato adagio popolare: „loda il mar. ma tienti alla terra". Veramente da tre mesi circa il Governo marittimo si è svegliato ed ha cominciato a capire ohe fra i porti più o meno importanti dell'Istria contano pur qualohecosa anche questi della tanto trascurata eppure bellissima riviera liburnica; e, mentre scrivo, Laurana ha già il suo scalo in pietra e ferro, e tra breve uno consimile verrà effettuato nelle vicine Mosohenizzc e Rabaz, che ne sentono pressante bisogno. * * (pianilo nelle giornale limpide, trasparenti di luglio, ferino sotto la caldura affocante che mi scioglieva l'amido del solino, e luti' intorno le cicale frinivano sui gelsi, dalla strada polverosa di Sissano, in quid di Poia, vedovo spuntare dietro i colli dell' albonese la sua calotta tondeggiante come una titanica caldiera capovolta, io me lo figuravo altrimenti il gigante dei monti istriani, o lo credevo ricco d' insidie e di perìcoli al pari del Tricorno, del Mangart e del Canino, i terribili sovrani delle Giulie. .Ala ora che il destino, (piasi interpretando ciò che da parecchio tempo formava, la meta delle mie più care aspirazioni, ni' ha sbalzato di punto in bianco in questa gentile Laurana, la Posilip-po austriaca, coronata di lauri, di olivi e di castagni, mi sono convinto che il re del Caldiera è un colosso rispettabile sì, ma buono, di facile ascesa, e largo di ([nella confidenza clic inspirano i monti cosidetti carrozzabili. Montemaggiore, lo convengo, non si eleva a custodia del nostro bel Paese per tentare il bastone ferrato d'un ascensionista di professione, degli alpinisti arditi o temerari, come si voglia chiamarli, (die nelle peregrinazioni alpestri amano e cercano con avidità lo strano, il nuovo, 1' orrido. 1' insormontabile, quanto insomma, può rievocare ad ogni pie' sospinto 1' immagine della morte e con essa il nobile orgoglio di averla affrontata senza impallidire ; pure non temo di cader nell' iperbole affermando che il panorama che si gode dal suo vertice calvo supera in magnificenza e vastità quello pur stupendo delle Giulie, dove il quadro non è vario ma spesso troncato per metà da altre catene più alte, le quali, con una specie d'indiscrezione (die confina con la malizia, attraversano improvvisamente la via all' occhio smanioso di scoprire nuovi orizzonti e nuove scene. Montemaggiore è runico signore dell'aspra giogaia che porta il suo nome : e, come gigante innamorato, egli sorride alla marina aperta, mentre alle sue spalle gloriosa e scintillante, si spiega l'ampia cortina delle Giulie sorelle. * * La leggenda, questa figlia prediletta dei luoghi (devali, ha voluto impadronirsi anche del grigio cocuzzolo del Monte-maggiore popolandolo, nei tempi remotissimi, di una gente di membra robustissime, chiamata Zidovi, della quale nel corso dei secoli, è scomparso ogni ricordo. Era forse la stessa cosa che i giganti (die in (pud di Rozzo si gettavano pesanti martelli da un monte all'altro?1) <> appartenne forse a quella schiatta semi- l) Giuseppe Caprili Alpi Giulie. divina, che sotto il regno del tonante Giove, con audacia suprema, tentò la scalata did (dolo mitologico? Mistero. La tradizione li qualifica „gvnto robustissima" e dice che si chiamavano Zidòvi; e nient' altro. Abitarono ossi queste falde nell'età della pietra o in quella del bronzo V Ls viscere dtdla terra, interrogate in proposito, nulla risposero ; ma in compenso la storia universale, dopo profondi studi sugli antichi autori greci e latini, si credette in diritto di affermare (die i più vetusti abitatori, ricordati dalla maestra dei popoli, che dimorarono attorno il Camaro, furono i Celti, nel quinto secolo avanti Cristo, senza però appoggiare la sua asserzione su alcun documento. Altri scrittola recenti escludono affatto i Celti, e danno ai Veneti la priorità del dominio sulla Liburnia; altri infine, fra cui il Mommsen, V Helbig e il Paul!, ci vogliono Illirici ad ogni costo, mentre è noto (die Villino correva dall' Kpiro alla Xarenta. senza comprender la Dalmazia, la Liburnia e V Istria.1) l'orò se il Moniemaggiore, almeno dalla parte del mare, nell'infanzia della civiltà umana fu, come d' altronde non c' è dubbio di sorta, culla di uomini primitivi, cultori della caccia e della pastorizia, questo clev' essere avvenuto nel secondo periodo notalo dai paleontologi, in quello cioè, in cui la creatura ragionevole oltre che un'industria bambina assai, possedeva, sia pure in proporzioni rudimentali, il sentimento del bello. Dalle numerose collezioni preistoriche apprendiamo che i trogloditi, -— abitatori delle caverne —, lavoravano esclusivamente materiali duri senza preoccuparsi troppo dell'estetica degli oggetti che andavano fabbricando; gli abitanti dei castellieri, al contrario, non volevano soltanto la solidità degli utensili di caccia o di cucina, ma curavano con una specie di rozza civetteria la proporzione simmetrica della lancia, del vaso o dell'anfora, e talvolta li ornavano di arabeschi e di altre eleganze che non sfigurerebbero nò pure ai nostri giorni. — Ora nei fianchi del Caldiera di raro, o (piasi mai, vaneggiano caverne e spelonche, le quali, all' opposto, spesseggiano sul Carso e sulle Giulie; e i due o tri1 antri visibili sull'orrore di sasso della romantica valle di Medea, presso Lau-riana, sono troppo angusti e quindi si prestano pochissimo- a, ricoverare sotto la loro volta più o meno ospitale degli esseri pensanti, per (pianto trogloditi e preistorici. Queste considerazioni e la scoperta di alcuni cocci preistorici, composti di una rozza ]) Giuseppe Caprin: alpi dulie. pasta nera, friabile e cotta malamente al fuoco, intrapresa da me con la intelligente coopcrazione del signor G io vanni PuCalovich, socio del „Club Tornasti Triestini", sulla vetta maggiore del „Mons Laurentus", — Knesgrad —, in quel di Lauriana, mi rappresentarono come del tutto insussistente 1' asserzione d' uu presùnto soggiorno dell'uomo, dirò così, speleo sul Caldiera, alméno, lo ripido, in quel tratto che fa parto della riviera liburnica e (die cado a piombo nel Carnaro. Inoltre nei nostri storici leggo che i castellimi erano frequentissimi sul Montemaggiore, i quali, come tutte le fortificazioni preistoriche consimili, formavano ah olisse irregolare di pietre senza cemento, buttate a casaccio una sopra l'altra: questi villaggi murati comprendevano una o più (ùnte, che ospitavano, separatamente, uomini e bestie. Il capitano Riccardo Burton, celebre viaggiatore inglese, starnilo una fantastica descrizione di questi strani rifugi prima della storia: egli ritiene che le capanne sieno state di legno o di paglia, aventi nel mezzo un pronunciato rialzo donde i guerrieri lanciavano le frecce, i già Velotti e le fiondo sui sottostanti nemici; e infine parla di uno spazio sgombro, dove i giovani, armati di lance, mazze e scuri, durante la Motte, avrebbero vegliato alla sicurezza del vallo. Di solito, nell'interno dei càstellieri finora scoperti, specie in quelli della Carinzia e del Carso, si ebbe a notare la presenza della, terra, nera, conseguenza della decomposizione del legname e dello sterco degli animali ricoverati indie cittadelle in miniatura dei nostri aborigeni, e numerosi pezzi di basalto rosso. E poi (die in un canto riservato di queste, spesso ci era la così detta „pietra del segnali", furono rinvenuti degli avanzi di carbone, resti delle gran fiammate di cui gli antichi si servivano per corrispondere con gli alleati da un monte all'altro.1) Tempi invidiabili e beali, se per difendersi bastavano pochi mucchi di fascine spinose, un muro bassissimo, cedevole, rozze armi di silice e di bronzo, e quattro tizzoni ardenti ! E la vita intellettuale? Nulla, o tutt' al più, degli Americani allorché Cristoforo Colombo, con la luce di Dio noli' intelletto 2) spiegò al Vento caldo delle loro balze fiorite il Spagna, debellatrice dei Mori di Granata ') J. Ranke, antropholog-vorgeschichtl, Beoboclitungen. *) Giovanni Bennati, Conti ingenui, ver. i. simile a quella giallo-rosso di E la vita domestica ? Vediamo un po'. Siamo nelP età della pietra, che è quanto dive, nelP infanzia della civiltà umana. Montemaggiore, da Castua a Fianona, si rappresenta alla fantasia riscaldata dall' ambiente e dal cumulo dei ricordi storici, con i suoi colli coronati di castellici'!, come diademi di pietra: i grigi, foschi villaggi tondeggiano sulle alture quasi inaccessibili, e sulle sconnesse muraglie scendono i raggi sanguigni del tramonto. Una formosa fanciulla, dalla folta matassa di neri capelli spiovente per le spalle scultorie, con un' anfora di terra cotta sulP anca, smove i cardi e le fascine spinose che otturano runica entrata, e si avvia al vicino fonte per coglierne la limpida acqua corrente, mentre un tenero bimbo semi-nudo, agitando un ramoscello d'albero, insegue accanitamente una capretta spaventata. Fra tanto cala la notte, e la prima cinta del castelliere brulica dell'esercito mugghiante dei buoi e delle mucche, mentre la seconda risona «logli urli spasmodici dei corvi e dei cignali che la silice, preistorica ma affilata al pari di qualunque coltello moderno, sgozza inesorabile per il pasto della sera: e sulla affumicata „pietra dei segnali11, biscie incandescenti, si snodano, contorcendosi, livide lingue di fuoco, che illuminando di rossi bagliori la fonda osculata della notti1, esortano le tribù alleate a vigilare le mosse del nemico. Appellavansi proprio Zidòvi gli aborigeni del Caldiera o pure erano gii stessi Celti che si presentarono ad Alessandro il Grande di Macedonia quando questi, varcati i Balcani, mosse contro i Traci? 1 primi vivono solo nelle tradizioni popolari, mentre i secondi sono ricordati da storici illustri, da Tolomeo Lagi e da Giustino, i quali parlano di una conquista celtica dal Golfo di Trieste al (-amaro. Disgraziatamente, finora nessuna società di patria archeologia ha pensato di iniziare su queste pendici quegli scavi che con esito felicissimo e zelo instancabile vennero praticati nel sepolcreto di santa Lucia, presso Corizia, dove a mezzo delle importantissimo scoperte fattevi, si fu in grado di rischiarare molti squarci oscuri della storia del nostro paese avanti l'imperi» latino; e, doloroso a dirlo, qui, nella Liburnia, non si cercò nè meno ai impedire che il vandalismo e l'ingordigia umana distruggessero quel poco che il tempo avea voluto risparmiare. *) Ma non por nulla diversi scrittori antichi e moderni accordarono noi notare la presenza 0 l'esistenza di molti castellimi sul Montemaggiore: dunque tutto non può essere sparito, e ciò che più non giace alla superficie, potrebbe benissimo dormire a parecchi metri dalla crosta terrestre, aspettando, chi sa da quanti secoli, la punta aguzza del piccone indagatore. 1 cocci da noi rinvenuti sul vertice del „Mons Laurcntus" sono preistorici senza dubbiò, tali essendo stati dichiarati anche dall'illustre professore dott. Carlo Moser del ginnasio dello stalo di Trieste, che sene intende un pochino; quindi essi non piissimo appartenere all'epoca romana e tanti» meno poi alla longobarda, alla franca o alla bizantina. K se è vero (die i prefati Celti tennero per qualche secolo queste pittoresche pendici prima che la Città eterna vi stendesse sopra il suo manto vittorioso, gl'infórmi avanzi, di cui sopra, un dì devono aver figurato fra le stoviglie componenti la loro primitiva e rustica cucina. Dei ZidòVi non parlo nò meno: questi, per il popolino, non furono di carne e d'ossa come noi, bensì una specie di semidei plasmati a somiglianza nostra, ma infinitamente superiori di spirito e di corpo, di modo (die (piando stavano ritti sulle «dine din colli, sembravano statue gigantesche poggiate su immènsi piedestalli. * Che cosa resta dell'occupazione celtica? La gran madre terra, tutt'ora vergine dell'intelligente zappa dello studioso, tace (piasi attendendo che qualcuno, squarciandole il seno, le strappi il segreto. Della romana poco o nulla, se si eccettui un molino a mano in USO presso i montanari di Draga, a' piedi del Montemaggiore, (die consiste di una pietra rotonda, concava, per ricevere il grano da macinarsi, con la (piale eoni-baecia una seconda pietra convessa di sopra, piana, di sotto. E come gì' invincìbili padroni del mondo, così anche gli odierni eira-ghisani, in un angolo della cucina hanno un postò riservato, dai latini chiamato pistrinum, dove stritolano il grano e arrostiscono il pane. L, curioso da vero!, se gli slavi della Liburnia, conservano nelle loro abitazioni qualche strumento casalingo aulico, esso ') .Mi ii^sinii'iMio elio due anni or Bono un BOrdo-mutfl di Lcturicinn a'appropria LndehitHincnte delle rovine del castello franco esistenti Bullo iretts del Mons Lnurentus, per fabrìcarsl unii capanna!... Scmzìi cònuneàti. è sciupìi' romano, ad onta che uno storico fiumano modernissimo, il Kobler. li Miglia far discendere direttamente dui Croati calati nel VI! secolo!! * * * I sentieri erti e sassosi che conducono sulla vetta del „Mons Laurentus" vengono battuti gioì aia Imeni e dai contadini draghisani, (die, aggravati di sacca, di materassi, di tavolini e d'ai inadit ! ), curvi tino a terra, ne salgono o scendono il ripido pendìo, rossi, infocati in viso e in silenzio, por rendere più agevole la salita. Tacciono sempre, e solo quando v'incontrano sul loro passaggio, si decìdono ad aprire la bocca per salutarvi col caratteristico e strascicato: boogì. o pure, col non meno originale e tipico: addìòooi I villani di Draga, quantunque slavi di nascita, di lingua e di costumi, sono fortemente attaccati al partito italiano di Lau-riana. che. diciamolo di volata, è considerevolissimo. Essi a chi. con un destro giuoco di bussollqtti, li vorrebbe gabellare per croati della più bell'acqua, rispondono fieramente: — Noi siamo istriani ! Le ultime elezioni comunali informino. Inoltro come, del resto, gli siavi in generale, sono molto ospitali e loro sembra di toccare il cielo col dito (piando un cittadino, sfidando coraggiosamente i disagi di (bHi metri, viene a visitarli nelle loro case. Se poi, magari per ladia. promettete di tenere al sacro fonte un loro neonato o di fungere da testimonio in uno sposalizio, allora non v' è favore che voi non possiate ottenere dal core naturalmente Inumo di quella gente. La parola compare li elettrizza, e fa loro perder la testa addirittura! * * * L'irruzione longobarda non lasciò alcuna traccia del suo passaggio, fors'anche perchè tutto distrusse (pianto non potè mantenere stabilmente sotto il suo ferrei) giogo; mentre della franca, unico crollato testimonio, lino al principio dello scorso anno, sul cocuzzolo maggiore del „Mons Laurentus" biancheggiavano le rovine del castello del duca Enrico d'Istria, generale di Carloma-gno. lanieri che. coinè dissi, un sordo-muto del contado di Lau-riaua involò per costruirsi un casolare.(!?l) Povero duci', Enrico, morto tragicamente tra le gole profonde del Caldiera, le pietre del tuo potente maniero recami, forse, date gloriose, si trovano ora immurate nelle pareti d'un miseri» tugurio alpino: e quelle lapidi e quelle inscrizioni che per tanti secoli hanno resistito al dente edace del tempo, giacciono sepolte sotto un fitto e prosaico strato di malta, aspettando invano di ritornai1 a riveder le stello. Carlo de Franceschi scrivo che il Kàndler e molti altri storici provinciali e stranieri, confuselo i castellieri preistorici coi valli romani. Simile abbaglio reca mera viglia non poca, quando si rifletta (die i detti valli formavano dei quadrati con il fronte rivolto a oriente, o pure dei rettangoli, nei quali, allora, il lato frontale era tinello situato in maggior prossimità del nemico, e che meglio si prestava per l'approvigionamento dell'acqua o delle vettovaglie. Dunque quadrati e rettangoli e mai olissi, costruzione usuale e preferita dagli aborigeni del nostro paese. L'arte strategica dei legionari vantava uno sviluppo troppo grande per stimare sufficiente alla propria sicurezza quattro macigni ammonticchiati alla carlona, senza cemento, muraglie tanto basse che un uomo di media statura le avrebbe scavalcate senza torri ambulanti e senza scale. 1 fortini, fortini per modi» di dire, dell' antica Etoma, cinti di formidabili mura munite di larghi fossati e protette da torri ineriate, le quali ultime, come taluno erroneamente sostiene, non erano invariabilmente quadrangolari, ma spesso ovali, chcolari, poligonali e, tal fiata, rotonde ali" esterno e quadrate all'interno1), arieggiavano le cittadine autèntiche con la „porta principalis dex-stra", „porta principalis sinistra", con la „via principalis" e l'abitazione del „COmandant6 generale" davanti il Pretorio. Altro che muri nani e cadenti e cardi e fascine spinose per impedire l'ingresso al nemico! — La ferocia dei barbari, come uomo dalla testa di vetro (die vada a battaglia coi sassi, stringendosi intorno a (pud bastioni imprendibili, veniva ributtata con una costanza che decimava le file indisciplinate e sanguinarie e che da ultimo le costringeva a desistere da ogni ulteriore assalto. In tal modo i forti nepoti di Romolo, avanzando palmo a palmo, in breve soggiogarono l'intera regione Giulia, «piale segno del loro passaggio rizzando qua e là un baluardo, una torre, un campo fori idrato. ■ Del resto è ammissibile che Ì Romani abbiano approfittato dei castellieri per sfruttarli (amie punti provvisori di difesa e pia* intendersi, mediante segnali ottici, con le truppe attendate in altri siti. Chi non avrebbe fatto altrettanto in tempo di guerra? I castellieri, di solito, sorgono sulla (dina di colli elevatissimi, di ') .1. ftanite : lavóro citato, preferenza sulle vette più aite o pur su quelle che per un capriccio qualunque della natura sono completamente isolato dalle altre. Di sentieri, magari caprini, che menino su, nò pure la traccia, ma sempre dinanzi gli occhi un pendìo a picco come una muraglia, veri deserti potrei, da cui, solitario rappresentante della flora, germoglia stentatamente la ginepra nana, pungente come aghi da cucire. Considerata la forza offensiva delle armi d'allora, simili ripari, per quanto primitivi, bastavano per tenere a bada momentaneamente dei soldati che erano in grado di colpire il nemico con qualche efficacia a pochi metri di distanza soltanto. Ma le vere fortezze romane, come abbiamo veduto, erano ben altra cosa! Il de Franceschi, nel suo libro: ,,'L' Istria, note storiche", è dell'avviso la migliore testimonianza, della presenza d'un castellile essere costituita dalla terra nera, humus, dai cocci preistorici e dai termini italiani di groinazze e slavi di gradischie, gradine, gradaz che significano a punto „rovine di castelii e luoghi murati", l'orò simili località, con denominazioni aventi un po' dell'italiano e un po' dello slavo, vengono chiamate ancora Gradi-scutta e Castelc: questi appellativi, secondo gl'illustri scienziati austriaci, or defunti, Desohmann e de Ilochstetter, comparvero fra noi in tino alle orde slave (die ce li portarono nel 774 dell'era volgare, le (piali, apprezzando giustamente il valore delle opere fortificatorie lasciate in retaggio dai nebulosi tigli della preistoria, so ne impossessarono battezzandole nel modo da noi piò sopra accennato. Il Castello di Veprinaz. Quando, verso sera, il sole sparisce dietro il pettine del Caldiera, e Fiume o parte dèlia costa croata ardono nel tramonto, sulla cima d'un monte conico, (olissimo, a tergo di Abbazia, a mezzo del Montemaggiore, scintillano con lampi fulminei, abbaglianti, i tersi cristalli di una chiesetta bianca, guardata amorosamente da uno snello campanile dal pinaeolo piramidale, assorto, in una muta e pensosa contemplazione del piano increspato del Camaro, già irrequieto testimone della sua passata grandezza quale punto strategico di capitale importanza: è il castello di Veprinaz, ì'Eberstein dei diplomi medioevali, contro cui s'infranse replicatamentc l'impeto feroce degli l'scor<-hi. e (die dall'alto dei suoi cinquecentodiciannove metri assistette, impassibile, all' imponente stilata delle venete galere all'epoca della guerra con l'Austria, le quali, dal mare, gli facevano invano 1' occhio di triglia, al bombardamento di Fiume e di Lauriana, nel 1702, per opera della flotta gallo-ispana, che, nella rada di quest'ultima città (così una tradizione conservatasi fresca sino al di d'oggi) perdette un vascello colato a picco, dicono, dalle palle incendiarie della Torre. Veprinaz vantava un proprio statuto del 1444 in lingua illirica, nel 1629 voltato in italiano da Giorgio Barbo o Pietro Corradini; e fu l'inespugnabile baluardo naturale fra le cui mura andò a rimpiattarsi L'aquila austriaca, allorché nel 1813 i Francesi, comandati dal generale Gauthior. tentarono di prendere tra due fuochi lo truppe dell' imperatore Francesco, inconsci che alle falde occidentali del Caldiera a uno a uno cadevano i loro fratelli barbaramente scannati dalle falci lucenti dei Cicci. E come nel medio evo i castelli del Montemaggiore tagliavano, merlati, l'azzurro tenero del (dolo per ispiare la venuta dei barbari nel nostro Paese, Veprinaz, anche di presente, è la rupe insormontabile che chiude ogni valico alla moderna barbarie d'oriente desiderosa ili agguantare, con mano ingorda, la festante Liburnia, perla del Cantaro. Dalla sommità del suo eolle, vigile sentinella alpina posta là su dalla civiltà italiana a custodia dei passi del Caldiera, sorveglia incessantemente le porte croate, pronto a lanciare un poderoso grido d'allarme qualora il bisogno stringesse e il torrente slavo minacciasse di allagare le nostre campagne. Monte FlaniK (1237 ni.).1) Altro colosso del Caldiera è il monto Fìanik, che é diviso dal Montemaggiore da una grande insellatura, la quali1 viene (piasi tagliata in due dalla strada erariale Voprinaz-Istria. La vetta del Planik. contrariamente a quella del Montemaggiore ricordante una enorme caldiera capovolta, è si reità ed allungata, e vi si accede non senza sudare parecchie camicie, dopo aver superato felicemente l'erte terrazzi1 del Carso dei Cicci, scalato muri' crollanti. 1) Per In descrizione del Planik ho approfittato largamente ili un bellissimo uni-colo del cKiar. prof. dott. Carlo Moser, distinto naturalista e presidente dell'instancabile e benemerito Club Touristi Triestini, inserito nei Touristo d.d. G novembre e I dicembre is, (Argano Uellà preiatto società'. girato doline, attraversalo rampi fittissimi di felci rigogliose e. finalmente dopo aver tolti di mezzo i mille ostacoli (die di solito, specie agli esordienti, usa opporre il tetro bosco di faggi che circonda il piede della cima. Sento dire che la salita del Planik, intrapresa al chiaro di luna, è (dò (die può maggiormente tentare Vestro d'un poeta o la tavolozza d'un paesista: i trilli armoniosamente diatonici dell'all'allodola montana, le tenebre paurose, fonde del faggete, le tinte pallide, bizzarre, fantastiche del calcale influiscono potentemente sull'immaginazione dell'alpinista impressionabile o non ancora avvezzo agli spettacoli romanticamente selvaggi, degni della penna di Anna Radcliffe, delle alte regioni viste all'incerto lume delle stelle. Le ombro bislunghe o raccorciate, a seconda dei capricci di monna Cinzia, dei tronchi, dei massi spaventevoli pendenti sull'orlo di precipizi senza fondo, i lugubri ululati dei gufi in agguato nelle fenditure delle rupi. La luce affumicata, rossastra della lanterna, l'incertezza penosa del canini ino. contribuiscono Largamente a risvegliare, anche nelle menti dei più arditi e incalliti escursionisti, le macabre visioni onde sciaguratamente abbondano le favole dello nostro buone nonne. E la non meno tediosa preoccupazione di non raggiungere La cima innanzi la levata del sole? A che scopo provare sì duramente la problematica forza dei propri garreti, se dai vertici eccelsi non ci è dato poi di poter assister al indino destarsi della natura onnipossente? 11 cono del Planik, quantunque sassoso, in confronto a quello del Montemaggiore, sfoggia una. vegetazione relativamente lussureggiante; e (piando l'inverno, indugiandosi a lungo sulla terra, fa un buco nella primavera, le chiome rosse degli alberi rievocano la mestizia autunnale: e anche le altre erbe, avvampi pure il sole di luglio, rappresentano uno sviluppo lasciato a mozzo da una morte prematura. Così fra il humus - terra nera, — e le rocce biancastre della (dina, si uniscono in ardente abbraccio i gràppoli giallo-pallidi ih*]]'asportila odorata alle spiche corte, voluminose e alle stelle ^'gialle delle Gymnadenia conopsea, odoratissìma e dell' arnica montana, Il rosso-cinabro delle doppie stello, in parto spalancate e in parte chiuso, del giglio camiolico contrasta con le ciocche azzurro-carico della veronica pi rinati fida; e, ardito, rigoglioso, petulante vi sbarra la via l'esercito inniiniorahile delle alpine cineraria aurantiaca, degli immusoniti, chiusi cynanehom conti-gnuni, che vengono (piasi sfuggiti dai solitari guaphalium divienili. Qua e là spiccano le ricche tavolozze delle ihalietrum aquilegifo- lìum, della polygala vulgaris, mentre poco discosto si arrampicn leggiadramente la geni ile mìa gherardi, che il Unum narbonense cova con i grandi fiori appariscenti. ('osi monte Planik, nel suo piccolo, è il vero e proprio rappresentanti1 di quella dora smagliante o svariatissima delle prealpi e delle Alpi, lauto avidamente ricercata dai botanici di professione e dalle coraggiose e vezzosi» alpinisti', che, non di raro, s'inerpicano su per le balzo impervie dei nostri giganti per puntarsi fra i capelli la simpatica rosa alpina, dai petali bianco-rossi, o per ornarsi il seno del celeste languido della gentiana utriculosa. Del resto, fatte lo debite eccezioni, quale altro scopo si é prolisso il moderno alpinismo? Molto volte il bastone ferralo si spinge lino alle più alte regioni per una scommessa, per un capriccio di gente annoiata del piano, per una. spacconata di giovani scoppiauti di forza e di salute e, ciò che si riscontra india maggior parli1 dei oasi, per posa: rarissime iiale soltanto per amor della scienza. Da Moschenizze a Laurana. Moscliieiiizzo, che, con Gas tua e Veprinaz formava il triangolo fortificato della Liburnia, è lutt'ora murata; ma, la cerchia è composta dalle abitazioni stesso, le quali, essendo unite una all'altra mediante lo facciate laterali, un tempo surrogavano a meraviglia i bastioni e tutte le altre opere di difesa in uso nel medio evo. Il medesimo fenomeno tattico riscontrasi a, San Daniele di Vipacco, dove il giro delle case-muraglie è triplo: noi mezzo sorgono la chiesa e il campanile. Moschienizze dovette essere punto strategico di grande importanza, se gli arciduchi d'Austria, all'epoca della guerra coi Veneziani, se hi tennero tanto cara, e se questi ultimi, nello stesso torno di tempo la onorarono di due assalti in tutte le regole, dopo lungo e aspro battagliare occupandola, ma per pochi mesi soltanto. Ora le bombardo del castello e delle torri tacciono da un pezzo: della sua passata forza e grandezza non resta che l'unica porta crollante, sul cui architrave, nei L634, il Comune di Moschienizze potè scrivere con tacitiana brevità: HANC PORTAM G F. F. COMVNIT MOSCHIENIS ANO 1634. Nel medesimo anno, mentre gli uomini di guerra pensavano e provvedevano alla sicurezza del castello erigendovi la porta, sunnominata, il piovano Francesco Negovetich volgeva il pensiero alle cose di religione facendo restaurare la chiesa, ridotta a mal partito dai frequenti assalti dei Veneziani e dogli l"scocchi. Nel l'abside del duomo si legge, scalpellata, la seguente inscrizione: IESUM CU RISTIA! A DO RAS HJAV NEGOV1TICH PLEBA.S ANM) DM! MDCXXXIIIl Altra leggenda, pure latina, fregia la facciata del palazzo di città, Kraj, Kraj, il microscopico paesino rannicchiato sotto il livello della si rada maestra, (die da Medvea verso Bersez è ertissima, troie ta o quarantanni or sono dovette godere d'una, tal (piale importanza, se andava fregiata del pomposo titolo di Comune : al presente c(mta poco nieu (dio nulla, ed è abitata da un pugno di marinai e di contadini. Il paesaggio attorno Kraj è forse uno dei più belli e più attraenti «Iella Liburnia. La via rotabile altissima, coni1 ho detto, serpeggia (piasi a piombo sul mare turchino e rasenta i maestosi gioghi, verdeggianti di lauri e di quercieti, che, dipartendosi dai fianchi do! Montemaggiore, vanno a lambire le onde pressi» Km-nomi. Da questo lato i colli presentano un pendìo dolce e un vertici1 curvo come un'immensa caldiera capovolta: sembrano ereati a posta per celare tra la rigogliosa vegetazione onde vanno adorni le lineo semplici ma gentili dei villini stile rinascimento. Ma qui le dimore estive non mostrano ancora la faccia bianca, ridente, semivelata dalla corona bruna, sottile dei cipressi: la positura é troppo nnnila. troppo discosta dai luoghi abitati; e ano, per quanto misantropo, non si rassegna cosi di leggeri a vivere solo di silenzio e col mare aperto in fronte. * Kraj, il minuscolo villaggetto patriarcale, ha il vanto di ospitare un operoso artista e integerrimo patriotta istriano, il quale, a somiglianza del poeta, può dire di sè di non essere dei peggiori. Egli è il pittore Valentino Laicas. dell'accademia di Venezia, da. parecchi anni domiciliato in queste regioni poetiche ma abbandonate, por vivere in compagnia dell'arte ohe adora e della magnificente natura, ministra inesauribile di materia al suo pennello instancabile e fecondo. Il Lucas è un innamorato dello stile grandioso e imponente introdotto dai Maestri della rinascenza; per (dò i suoi lavori, nella maggior parie dei casi, riescono dei quadri colossali addirittura, nei (piali si agita, vive e parla una moltitudine di ligure grandi al vero. Toro qualche volta nf è partito che il titolo non corrispondesse pienamente al soggetto del dipinto: come, per un esempio, in quell'abbozzo, dove al piede di una rovina romana circondata da rieri Quiriti india classica toga spicca, militarmente rigida, la figura marziale del sire austriaco. Quale il significalo di questo lavoro in embrione? Forse el preteso dominio degli l scocchi non rimane nessuna traccia se non nel cervello riscaldato di pochi croatotili arrabbiati : i famosi e ferocissimi pirati di Segna, indie loro frequenti scorrerie in Istria, avevano ben altro per il rapo (die di trasfondere nei poveri assaliti i germi fecondi della loro avanzata e antica civiltà, Aggredire proditoriamente, rubare, incendiare, scannare, ecco la maggior loro preoccupazione. * * K posto che siamo murati nel campo scollante delle questioni di parie, volete una prova evidente, palpabile, visibile dell'antipatia tauranense verso i cari fratelli Qscocchi? — La torre-fortezza di piazza del Duomo, rizzata appunto per guardare la città dagli assalti dei nemici esterni. Quando fu innalzala? In (die anno raccolse ossa gli ultimi soldati? La Storia non dice niènte, o gli anziani nulla ricordano, perchè, probabilmente, nulla avranno inteso o visto. 'A' % In giorno io 1 dio voluta salire per visitarla in ogni suo più minuto ripostiglio. È tozza, quadrangolare, arcigna come i tempi in cui fa costruita : le muraglie ricordano lo stile italico antico, e somigliano a quelle della città di Cherso. si entra per una porta bassa, rozza, situata sulla gradinata d'ingresso delle scuole popolari : qui, al posto degli scalini, una volta dagli armigeri di guardia veniva alzato o calato il ponte levatoio, del (piale lesta una carrucola tissa di t'erro conficcata nel muro grossissimo. Nel pianoterra, Convertito in legnaia comunale e deposito dei morta reti i. si conserva un fusto minuscolo, sul quale, un tempo, poggiava uno dei cannoncini (die facevano parte dell'armamento della torre.1) lai scala per montare al primo piano è erta, rovinata, scricchiolante, o arrivati su. si visita gli antichi dormito! dei soldati, mutati ora in prigione provvisoria per gli sfrattati di passaggio a Laurana e por gli arme Reisender senza tetto e senza culla. Negli angoli, corte cavità murale india parete indicano il posto dove erano collocali i pezzi : in tutto ne coniai dieta. Il secondo e ultimo piano, dall' impiantito oscillante, cedevole, pericoloso, è cosparso (li rottami e macerie d'ogni fatta ed è munito di Larghe e Spesse feritoie: era destinato, probabilmente, agii archibugieri, che da quell' altezza rispettabile potevano sparare impunemente e senza fatica alcuna sui sottostanti nemici, e prevenire mediante una vigilanza oculata qualunque sorpresa Sta dal lato di terra (die di mare. U In cannoncino ili hrouxu col fusto, il quale, dicono, appartenesse alla torre, trovasi presentemente uri romantico parco dell'hotel Villa Lovrana: una decina d'anni ta. un marchese stravagante parecchio e possessore ili quell'amena tenuta, si divertiva spesso a tirare colpi innocenti alto onde il<"l Camaro, remp're impassibile alle velleità bellicose ilei signor marchete, Questa la torre: del restò nessuna inscrizione, nessuno stemma sulle muraglie annerite dal tempo e screpolate: si direbbe che essa nasconda la storia
  • , in cui cominciarono, al L843, in cui finirono, nella dolce e dotta lingua dels/ venivano composti i resoconti delle conferenze dei monsignori della collegiata. La forma dello su detto relazioni lascia parecchio a desiderare, è vero; ma (die per ciò? Lssa è italiana, e un tanto è piti (die sufficiente por dimostrare la vacuità dei ragionamenti e la stol- ') Anzi, a proposito di <|urstii Famiglia, l'egregio signor Giorgio Zupar di qui, mi trasmise una lettera indirizzata il 10 maggio L7M da certo Francesco Franai, Inu-ranense, a una persona autorevole di Fiume, I/epistola in discorso è curiosissima, ori-finale quanto mai: con essa l'autore ripudia 1'amante, e con mille motiva/ioni, che I lettori apprenderanno più sotto, tenta giustificarsi pressò il personaggio su citato dell' improvvisò e crudele proposito. Lo scritto in parola, oltre testimoniare che. regnante Maria Teresa, i lauranensi adoperavano esclusivamente la nostra lingua per esprimere i loro pensieri, dimostra ancora che anche nel secolo passato le Indie radazzo, quantunque promesse e in procinto di accasarsi, amavano il flirt con trasporto, ne andasse pure di mezzo il matrimonio. Il manoscritto, come tutti i documenti consimili dell'epoca, abbonda di solecismi piramidali, di latinismi goffi e pretenziosi, di parole che non sono né italiane, uè latine e di altre indefinibili bestialità. Meco per intanto la Lettera : Ommetta t'indirizzo, perchè indecifrabile. „ Prima. chi1 io l'accia La mia. sopra Lia dichiarazione della Fraile (Sic) Margarita de Orlando spiegatasi pei- il passato mia ventura sposa, et ora lata mia, aversariy ; mi conviene rispondere, che La protestata tacita condizione nella di Lei mente ritenuta: si Parentes consenseril' sia di nisuna el'lie u-eia, et operazione, s ipendosi elie „coutra-ditio parentes non sit causa, soluendi sponsalia, et quod talis conttitio non posit alligari à Sponsa ne prctareatnr ausa instigandi Parentes et Ilic disoluendi prò Libjtu sponsalia in praegiudiciu Spensi": talmente che questa coedizione io potrei elidere con stare ai sponsali, non ostante la. contraddizione ilei Genitori della Sposa. Oltre di ciò à me, et alla mia sposa et à tutta la città manifesto era il consento di N'obli. Sigri. Genitori ile Ori; lido allorché publica e continua era li mia frequentazione in casa Poro, la conversazione e corteggio della lor Figlia non diretta e non giudicata ad altro, che al mesto (???) line di sponsali, e se a questo line non -i credesse diretta la frequente conversazione tezza delle pretese dei nostri avversari politici e, nel tempo medesimo, pei* confermare la rettitudine della santa causa che da parecchi lustri andiamo propugnando. Qui, su quéste spiaggie ridenti, dove la Natura sembra aver profuso a piene mani tutti i tesori della sua magnificenza, se un tempo ci fu una coltura, essa fu cèrtamente l'italiana; por la qualcosa noi, a buon diritto possiamo esclamare col D.r Xazario Stradi: Lo leggi è seni hi: questa ferro é nostro ! * * Case patrizie. Laurana, tranne la già descritta torre e la chiesa parrocchiale, nulla offre d'interessante, di notevole, di artistico che possa tentare la curiosità dello studioso. Loro ossa ha il vanto di possedere delle case che hanno assistilo al rapido succedersi di parecchie generazioni e che, por soprasello, sono le più solide e lo più vaste. Sull'architrave del portone d'ingresso del signor Antonio Ih'adicioh leggo la data del 1(187; al porto, sopra il cancello di ""a vigna, che appartiene alla famiglia Mattioni di Piume, sta scritto: Sic f) questa opposto fi mio, e non à suo benelizio. per non dover secondare in altra guisa,, 8ÌCÒme ne' Sponsali, cos'i nel Matrimonio il di lei beneplacito. l'io presaputo, questa è una condizione opposta per infringero li Sponsali, che anzi la Sposa mi diede tempo per purificarla e 111111 1111 PUÒ Levar ne tempo ne puritì- cazione per sciogliersi dal vincolo de sponsali. In somali sponsali, che la Fraile Margarita con me ha contratti, SOM) stati pensati, liberali, giurati, triplicati, e siccome essa mi disse, di consenso de suoi (ienitori, e consigliati con Dioj e perciò in coiisegueiiz ~ : si ultimi) accompagnato da ima leggenda iu latino incisa sull'antico palazzo di città, dovi1 c'è anche una variopinta scultura raffigurante san Giorgio, il glorioso cavaliere di Capa doccia, indi'atto d'infilzare il simbolico drago alato. La casa Bradicich, stando alle parole dell'attuate proprietario, nel 1(>87 non venne già costruita, ma soltanto restaurata. Durante l'assalto dei gallo-ispani, nel 1702, anno della guerra per la successione al trono di Spagna, essa, grazie all'astuzia e alla destrezza spiegati1, nell'occasione, da' suoi padroni, riuscì a (ainipare dal generale esterminio. Laurana era in fiamme: i vascelli francesi, fermi india rada, vomitavano dai fianchi nuvole di fuoco e di fumo, mentre la fanteria, penetrata nel castello, tumultuava per le straducole anguste della cittadina incendiandone le abitazioni rimaste deserte, nude, spoglie le bianchi1 pareli perline delle iniagini sacre. Solo il palazzo Bradicich colla porta spalancata come per una festa da hallo, con una tavola imbandita e un sacchetto di quattrini preparato in un angolo della stanza, attendeva, sereno, l'onda irruente degli armati. Iteatro non c'era anima viva, e gli assalitori, sparecchiata la mensa e presi i dmiari.se n'andarono senza lan- ricordi la Fraile Margarita de Orlando dell'onesta mia. con cui ho corrisposto ai suoi famigliari(?!) amori, si ricordi della Fedeltà e costanza mia con cui ini fece abbandonare altri e linoni partiti e mi ha lusingato e prima e dopo del pretestato dissenso dei genitori 6 delle iinaginate condizioni. Si ricordi alla fine, che siccome li sponsali meco contratti per parte mia erano sinceri, fìdeli," fondati sul puro affetto, e lontani da ogni interesse, cosi la di lei volubilità, incestili/, a et infedeltà, mi sono per evitare le funeste conseguenze d'un sforzato Matrimonio, che mai sperar potrebbe la benedizione di Dio, fare la seguente dichiarazione : lo Francesco Franili non ostante li sponsali validi, validissimi contratì meco, e confesali dalla nobile Fraile Margarina de Orlando, avendo riconosciuta la di lei volubilità, incostanza et infedeltà, dopo aver sprezzate altre sue amorose accoglienze, essa abbandono, e ritinto, dichiarandola indegna del mio affetto, cancellandola perpetui.....iute dalla mia memoria." Li lettera di questo amaut ' modello del secolo dell i cipria, dei nei, delle bomboniere, dei cicisbei e delle parrucche, termina con una calda raccomandazione al nobile signore dell'indirizzo illeggibile, di conservare „al perpetua rei memoriali)" una copia dell'originale della sua dichiarazione nell'archivio arcidiacOnale di Fiume, K finalmente per far toccare con mano ai nostri avversari come anche in tempi ili molto posteriori al succitato 17">.i a Laurana fiorisse rigogliosamente il dolcissimo idioma che Dante trasportò ad altezze vertiginose, publico qui un certificato battesimale dare le iìaceole micidiali sul pavimento : V attenzione, non monta se interessata, li aveva indotti a risparmiare il tetto ch'era stato loro sì largo di accoglienze ospitali e gentili. Se questa narrazione non ò vera, perù è ben trovata, e dimostra una volta di più (die la leggenda può contribuire moltissimo a dilucidare singoli brani della storia istriana non ancora del tutto affermati o nò pure di volo accennati. 10 credo fermamente che chi volesse sobbarcarsi al non lieve compito di raccogliere in un solo volume bene ordinato tutte lo tradizioni popolari onde va sì ricco il nostro bel Paese, si renderebbe benemerito e della Patria e degli studii storici di questa nostra diletta Provincia. In Italia, specie nelle provincie meridionali e nel distretto di Udine, grazie alla vivace agitazione organizzata dall'illustre professore Angolo de (kihernatis in favore delle indagini folkloriste, vengono continuamente alla luce opuscoli di leggende, tradizioni, costumi e canti del popolo ; ed a Roma esce un giornale apposito destinato alla pubblicazione e alla diffusione dei lavori sunnominati . del is-Jo, rilasciato dal parroco di allora, Gianantonio Fracassa, a certo Francesco zlupar: „Nell Inclito Commissariato Distrettuale di Laurana (e non Rovinimi rotto L'imp, Efceg,°Capitanato Circolare di Fiume. 11 Reverendissimo Sign. Francesco Persirh, Arciprete della Collegiata Cine-.a di San Giorgio in Laurana, battezzò nel giorno delli 16 Settembre i7s<> mille settecento Ottanta T infante Saverio 'l'omaso de Villanova Zmpnr tìglio legittimo di Francesco ed Elena jugalii Li padrini furono Simon Maurici* e la Signorina Marianna, l'olcicli. La presente ci.pia fu da ..... Parroco infrascritto dal Libro dei Nati e dei Rigenerati estratta, e col Parrochiale Sigillo di San Giorgio munita, Laurana li t Gennaio 1820. Gian Antonio fracassa parroco.11 * La copia eia accompagnata àia visto, pure in italiano, de) commissario distrettuale. Da questo scritto emerge ciliari......nte che nel 1820 Laurana era centro importante, se poteva vantare un capitolo di canonici e un commissario distrettuale; e (die l'aspro e ingrato zakaj non aveva, ancora osato varcare la, soglia, delle sue scuole. Difatti fin dopo il LS48 Castua e Laurana esercitavano una, specie di egemonia aiiuiiinistrativo-politica sulle altre borgate Ilo della Liburnia. Il castello di Veprinaz, smantellato da IMI pezzo e sguernito di bombarde, èra considerato, rome ora, poco men che niente; fu solo negli ultimi anni che Vnlosca risorse a, vita novella in seguito alla soppressione dei commissariati distrettuali di Castua e Laurana e grazie alla, continua crescente prosperità della, vicina Abbazia. Ma a Laurana, per il suo (dima putissimo e per l'attraenza del paesaggio onde va adorna, è serbato uno splendido avvenire: da, qui a non molto essa, se non l'unico, sarà almeno il luogo miglioie di ritrovo per coloro che nei candidi villini in riva al mare apèrto cercano soltanto una sana e tranquilla solitudine, Le borgatelle della riviera lilmrniea. e per essere situate in riva al mare, e per i continui rapporti ch'esse hanno coi centri grandi e popolati, non presentano nulla di particolare negli usi e costumi che contribuisca a farlo distinguere dalle città e borgate marinare della rimanente Istria. Si potrebbe formare un'eccezione per Moschenizze, che sorgendo alquanto fra terra ed essendo murata come ne' più bei tempi medioevali, avrà dovuto conservare, almeno nei principali riti publici, le tradizioni dei vecchi abitatori della Liburnia. In generale però, gii anziani di questa costa di nulla si ricordano, e al di d'oggi, come, del resto, in tutto il Litorale, uniche signore regnano anche qui le birichine e gaio canzoni triestine. * Il cimitero. Sorge nei pressi del molo, a capo del paese, l'ingresso sulla strada di Moschenizze, la parte posteriore sulle roccie della Spiaggia, alla quale, con lo scirocco o la bora il Carnaro mugghia terrìbilmente in modo da far tremare la terra : spesso le onde varcando il basso muricciolo di cinta, spruzzano sacrilegamente le ultime fosse, e i cupi latrati della tempesta, indie notti tonde, turbano il sonno eterno ai poveri defunti. Stanilo a tergo del camposanto, seduti sugli enormi massi corrosi dal lavorio lento ma continuo delle acque marine, (piasi in sul limitari1 di esso si scorge un'umile e disadorna cappella, e oltre la rustica palizzata spuntano, modeste, poche croci di pici re e di ferro; duo 0 tre cipressi, diritti come fusi, si slanciano in alto, bruni e sottili, mentre qua e là. „ Dimesso il flessuoso /'omo *) (ìinvanui lìennati, Canti ingenui, uisi, Orbene qui, a Laurana, sur uno dei massi che chiudono il piccolo porto, a sinistra del cimitero, attorniato da tre o quattro lettere sibilline, si scorge una rottura in forma di triangolo isoscele terminante in un foro, una volta forse profondo, adesso otturato con del terriccio friabile: in quella fessura, lino a pochi anni fa, e' era nascosto un tesoro. Chi ce l'aveva messoV Porse qualche pirata useoero sorpreso e inseguito a morte dalla guarnigione della torre; forse qualche cittadino lauranense all'epoca dell'occupazione francese.... Chissà!.,., L'importante si è che il morto esisteva per da vero, e a giudicare da poche monete d'oro lasciate cadere nella commozione del momento dal fortunato scopritore, esso aveva dovuto dormire in quella buca da molti secoli.... In quel giorno la novella si sparse colla celerità del baleno: Lorenzo, il vecchio lupo di mare, aveva scovato il deposito! E non c' era dubbio dì sorta, che lo avevano visto appressarsi al prezioso sasso, guardarsi attorno circospetto, introdurre con mille cautele la mano nella cavila misteriosa, da lui allargata durante la notte, poi fare l'atto di nascondere qualche cosa sotto la giacca. Interrogato, rispose che aveva voluto burlarsi della credulità de' suoi concittadini col mettersi una pietra sotto i panni... Si; ma e le monéte rimaste sul terreno? E la terra (lolla fenditura smossa? Fra tanto, mentre i buoni lauranensi lavoravano di fantasia a tutt'uomo por sciogliere V astruso problema del tesoro nascosto, Lorenzo, malgrado la supposta fortuna piovutagli dal ciclo, continuò ad affrontare le ire e le stia nozze dell' elemento infido, e morì tuff altro che ricco, a Costantinopoli, nella città delle stragi. Nelle piccanti narrazioni dei tesori nascosti si trovano spesso coinvolti dei Greci misteriosi, (die, secondo il popolino, furon visti parecchie volte aggirarsi, muniti di zappa e di ima carta geografica, per i dintorni di Laurana. Ohe cosa volevano costoro V Venivano a cercare gì' invalutabili tesori sotterrati nella Liburnia dai loro padri nei primordi del medio evo.' È qui, forse senza saperlo, gl' industri e sobrii lauranensi danno piena ragione alla storia, la (piale, sebbene un po' confusamente, vuole (die i Greci e Bizantini abbiano appunto dominato in Istria intorno il 774, quando cioè i Longobardi furono stanchi di vessarla con ogni specie di angherie e di soprusi. La tradizione, contro il suo solito, non fa altro che conformare (dò (dio ulteriori indagini storiche hanno poi esuberantemente dimostrato: Bisanzio, signora dell'Istria prima di Carlo-magno. Scienza e leggenda si prendono qui dunque per mano, e da buone sorelle; l'ima con l'indiscutibile precisione delle date e dei nomi rischiara e spiega quanto l'altra ha saputo creare con la sbrigliata e intemperante vivacità d' una fantasia inesauribile e pronta. Gli strani e inverosimili racconti di tesori abbandonati nella Liburnia dai Greci fuggiaschi, trovano piena giustificazione, se non credenza, nel fatto ormai accertato che i Greci vi dimorarono un tempo, e che se ne andarono a precipizio perchè incalzati dalle formidabili lancie del franco re. La ricca imaginazione dei Libami va, dunque, scusata, anzi lo Storico erudito e appassionato non può che fortemente rallegrarsi della felice concordanza delle due versioni. * * * L'elenco dei punti scavatili è numerosissimo: in Loqua*) esisteva un castagno colossale, più volte centenario, per abbracciare il quale non bastavano quattro uomini riuniti insieme. Uri giorno neH'aecendero il fuoco attorni» il fusto, i contadini, meravigliati, notarono che dalla corteccia colava dell' oro liquefatto. Non basta. n Loqua è una l'unte d'acqua potabile, situata in una vasta pianura..., sul monte, al Nord
  • ia, e in breve fummo alla baso della calotta dello storila» monte. (}\\\ moriva ogni traccia di sentiero: la ginepra selvatica. Surrogava l'erba: qua e là delle piante nane, dai rami pungenti e tlessibili ci sferzavano il viso e minacciavano ogni momento di strapparci gli occhi; e da per tutto un disordino caotico di sassi ') Sembra impossibile, ma il Caletterà, dalli parte del' Carnaro, è ripido e sec-caute quanto Le fette medie delle Giulie enormi, giacenti alla rinfusa sul terreno ripido come erta, scoscesa muraglia, spaventevole in modo da produrre il capogiro. Prima di avventurarci alla pericolósa scalata sostammo per ammirare, alla nostra destra, un bellissimo masso, che, visto di profilo ricorda la faccia d'un negro, finora non ancora marcato da nessuno. È uno stupendo esemplare, per nulla inferiore alla „Sflnge naturale" di San ('anziano, al presso Montona e -dW „ orrore c/i sasso" in Carsano, citati dal Caprin nel suo splendido volume „Alpì Giulie" : noi lo battezziamo su due piedi „testa del negro", e il mio compagno ne schizza rapidamente i contorni in una pagina del suo albo. Ritratta inoltre la zampogna d'un piccolo montanaro, con una certa peritanza del resto giustificata ci risolviamo ad arrampicarci su por la (duna indiavolata. 11 P., più destro e più esercitato di me. saltando da una rupe all'altra come una capretta spaventata, in pochi minuti guadagnò la cima; e da quell'altezza^ a ino' d'incoraggiamento, mi stimolava col noto grido degli alpinisti: — In alto! in alto! Si, ma a (die giovano gli in alto (piando il terreno è sdrucciolevole e i sassi taglienti (amie lame di coltello v'insanguinano le mani, e le ginepro vi pungono da tutte le parti, e i rami dogli arbusti vi penetrano arditamente nelle orecchie? La vita delle alpi procura gaudi ineffabili, indescrivibili, soddisfazioni morali grandissime, e offre spettacoli nuovi, imponenti, tanto al poeta che cerca sui vertici eccelsi il pensiero che maggiormente lo approssimi a (pioli' infinito, cui il suo spirito tende senza posa, (pianto allo scienziato desideroso di studiare la natura dovi1 (jssa si presenta più orridamente bella e.meno profanata dalla mano industre dell'uomo. Un in alto ancora, e sono in vetta anch'io. Pn (arnie (pianilo al levarsi del telone la scena rappresenta un paesaggio delizioso con uno sfondo di montagne all'orizzonte. Superbo, solenne, massiccio sulla nostra fronte, diméntica del sudore della salita, torreggiava Montemaggiore col suo dorso nudo, ripido, venato, con lo sue forre tetre, profonde, con le catene imboscate o rocciose che gli fanno corona, e (die in dolce curva corrono lino al mare, presso Pianóna. Lo spettacolo, sublime nella sua semplicità, era di quelli che una volta veduti non si scordano mai più, e lasciano, spende nel core dei novellini in questo genere di divertimento, un'impressione indimenticabile. Al Settentrione, oltre le prime creste dei monti croati, scintillava ai raggi del sole il candido cocuzzolo dell'Alino : a cento metri sotto i nostri piedi biancheggiava il campanile di Veprinaz, già antico castello di grande importanza che aveva il suo porto a Ica, ora un misero villaggio appollaiato a oli) metri d'altezza sulla strada del Montemaggiore. Alla nostra sinistra un'enorme fenditura nel Caldiera avvertiva la misteriosa gola di Medvea, e dall'angusta valle di Draga saliva distinto l'abbaiare d'un cane, e a brevi intervalli, lenta, monotona, echeggiava una canzone slava. È tutte le alture della pittoresca riviera liburiuca, seminate da numerose casette, sorridenti nella luce tenera di quella splendida giornata d'autunno al burbero ('amaro, avrebbero offerta ricca e inesauribile materia al pennello di un paesista di professione. - Al mezzodì, semi-velate dalla nebbia, veri frammenti d'una catena di montagne corrosa dalle acque e inaridita dalla bora, le isole di ('berso e Veglia, e fra questa e quella lo scoglio Planik, nido degli avoltoi degli agnelli. La costa croata, marcatamente delineantesi nei pressi di Fiume, sfumava in lontananza come un disegno a matita, a contorni indecisi, fondentisi ben tosto noi vapori dell'orizzonte. La campagna a grado a, grado ohe s' avvicinava ai piedi della vetta, mutava tinte e colori, tanto che a 500 metri essa era d'un verde sbiadito tirante al grigio: strano fenomeno <*. di Torquato. Ma, lo ripeto, nell'Abbazia d'oggi si stenta a ravvisare il luogo di cura: è piuttosto una grossa ed elegante borgata, che s'incammina a divenire città, illuminata a luce elettrica, ricca di parchi di tutti gli stili, messi su con un lusso veramente sfarzoso di statuì1, statuette, fontane zampillanti e coltivati con gusto artistico da sapienti giardinieri italiani e tedeschi. Nei pressi della ormai famosa „Villa Angiolina", cara alla arciduchessa vedova Stefania e, quando capitano da questi1 parti, a Guglielmo di Germania e ai reali di Rumenia l), tondeggia un chiosco, rustico anzi che no, sotto il quale tutti i giorni, verso sera, l'orchestra localo svolge programmi non sempre classici e scelti; e mentre le note or meste, or liete della „Lucia" o del „ Trovatore" vibrano armoniosamente nell'aria festante di fiori e di (ailori, le fulve ledosolliue sentimentali passeggiano in giro por la spianata cosparsa di ghiaia minutissima, bianca, o più romantiche ancora, dagli scanni della terrazza s'indugiano estatiche nell'apocalitico tramonto, che, in fondo in fondo, verso mezzogiorno sembra avvolgere in un titanico cerchio di fuoco aranciato Fiume e un lembo di costa ornala. Il concerto del pomeriggio presenta un quadro abbantanza animato e vario, durante il quale il visitatore ha largo campo di fare il lisnnomista a buon mercato alle spalle degli ospiti, che non sempre appariscono sofferenti o infermi: son lutto facce di persone ben pasciuto, che in questa Nizza istriana più che la guarigione da pericolosi malanni cercano lo svago, la ricreazione e innanzi a lutto la gloria del verde. I veri inalali, gii autentici, preferibilmente prendono la via di Laurana, sita in prossimità di Abbazia, dove possono riposare nella certezza (piasi assiduta di riacquistare il bone più prezioso della vita : la salute. Eppoi vi è un altro guaio, se si vuole, ben maggiore delle caso affastellate alla rinfusa: Abbazia, e in generale la liburnica riviera da Volosca e Laurana. mainai affatto di sorgenti dolci, chiare, consumandosi ovunque il non sempre limpido contenuto delle cisterne, il (piale se altrove può passare, è senz' altro incompatibile in un luogo di cura. Nei primordi del suo sviluppo, •) III illuminiti1, ili •>! di aprile, ad Aliliazhi venni1 iiuiiiLriiniOi inni iiuovii strada detta ^.Passeggio Re Carlo1', perchè costruita i[u;isi esclusivamente con pecunia rumena. la direzione di questa attraente stazione si provvedeva d' acqua della virin i Fiume, nel cuor della notte, par non allarmare i forestieri e per mantenerli nell'utile ere lenza eh' essa foss.- il prodotto delle fontane del paese. Questa dispendiosa astuzia durò lungo tempo, lino alla costruzione del presente serbatoio, che, però, è insufficiente ai bisogni della popolazione, d'ale insuftieenza leste venne riconosciuta anche dalla direzione sunnominata, la quale, con lodevole pensiero, stringendo alleanza con la rivale ,.S(ndetà Quarnero", affidò alla nota impresa del barone Srhwarz di fiume il non lieve incarico di condurre 1' acqua dal dorso del Montemaggiore, che ne è abbondantissimo, ('osi, d'ora innanzi, la ridenti1 liburniea riviera non avrà più a lamentare la mancanza di un (demento tanto utile e indispensabile, e Abbazia, percorrendo trionfalmente la via del progresso, in quindici anni si san fatti miracoli, tra breve raggiungerà la magnificenza fastosa di Nizza, perla della venduta Savoia.. Glielo auguro proprio di coro, che se lo merita. Due parole sulla liturgia vetero-siava nella Liburnia. Questo capìtolo, come il lettore vedrrà «la se, e per l'indole sua essenzialmente storica e per il contenuto non avrebbe dovuto figurare nel presente volumetto, scritti», più che altro, allo scopo di far emergere Laurana come luogo di cura, l'uro, e perchè mi trovo india mia beva e perchè se v'ha regione in cui la liturgia slava, costituisca un abuso e sia inoltre una semplice arma impugnata dai moderni panrussisti a scopi» di propaganda polilicn, questo paese è Certamente la Liburnia, la cui storia è strettamente legata a «juella dei Romani, dei Longobardi, dei Bizantini e franchi e (die, cristiana già ai tempi «li san Metodio, «lai primordi dell'evo medio tino alio spuntato del secolo corrente segue i destini dia vescovi «li Fola, nemici dichiarati del glagolisni >. * * Prendiamo le mosse dall'epoca romana. Occupata l'Istria nel 178 av. Or., i Romani, varcato il Caldiera e spinte le agili quinquennio nel classico ('amaro, nell'anno sessanta, imperante Giulio Cesare, debellarono la Liburnia, che, unitamente alla Dalmazia e alla Giapidia t'ormava la COSÌ detta .,provincia illirica". Erano slavi gli llliriV II noto slavista, Pr, Miklosic, nel suo trattato „ Albanischeh Porschungen" Io nega recisamente mentre gli storici concordano 11 eli' a fi ormare che quei pochi slavi che abitavano la Liburnia all'epoca di san Metodio erano stati introdotti nel VI secolo dell'ora volgare per la vici* uanza di questi paesi alle terre abitate dai barbari. ') M Nella stessa L'iiisa s1 inlilti*>> il forestierume nelle lingue ronianiehe dell' Uria 8 del (arse. L'odierna Liburnia, da Castua a Bersez. denominata ..litorale giapidico", fu dall'imperatore Ottaviano Angusto aggregata alla „Liburnia dalmata", md qual tempo sembra ul passato del nostro disgraziato paese; metodo, ,i cui, purtroppo si attiene a maggior parte degli scrittori (?) croati modernissimi. che conoscessero a fondo la lingua slava. Allora il signore di Bisanzio ordinò ai due fratelli (drillo e Metodio del convento ..l'olychron" di Costantinopoli, di partire immediatamente alla volta di Moravia per predicare il verbo redentore a quelle rozze e feroci popolazioni. I due fratelli di Tessalonica accettarono animosi il duro fardello e si avviarono verso la loro nova patria. Dove giunti, di prim'acolito intuirono tutta la difficoltà della situazione e convennero che a voler usare il latino per toccale il core a simile genia, sarebbe stato fiato gettato; onde di motu proprio impresero a slavizzare la giovane chiesa moravo-pannonica. Ho «letto di motuproprio perchè san Metodio introdusse arbitraria* mente la liturgia slava nella diocesi da lui governata; la bolla emanata da papa Giovanni Vili per impuro sentimento d'amicizia verso il duca Svatopluk. «lai pontefice suddetto considerato, e ben a ragione, come il più forte baluardo della causa cristiana in oriente, questa bolla restringeva l'uso della lingua slava alla predicazione soltanto. E quando il neo-arcivescovo fu chiamato a Roma a discolparsi il male era già fatto e al papa non restava altro (dio... constatarne l'evidenza e lasciar correre. l'orò questa concessione straordinaria si limitò alla sola chiesa morava escludendo tutti i rimanenti paesi slavi non spettanti alla corona del duca Svatopluk. là poi ò noto «dio lo leggi ecclesiastiche violano severamente a un vescovo d'ingerirsi indie faccende interne di diocesi non sue. e io non sono inclinato a erodere (die i papi d'allora, por amore di san Metodio, abbiano inteso di mutare i paragrafi del codice sacro. La liturgia slava, (amie tutte le innovazioni (die si reggono tin che sono ritenute necessarie, lini col suo fondatore nel!' 885, nel qual anno Svatopluk ripristinò ne1 suoi stati il rito romano dopo aver fatto tradurre al (aniline con la forza delle armi i discepoli dell'estinto Metodio. 1 (piali, sbattuti a destra e a sinistra, dopo lungo ramingare di terra in terra, parte sostarono fra i bulgari, dove abbracciarono senza scrupolo alcuno lo scisma intorno alla processione dello Spirito Santo, e parte si rifuggiarono mdl'odierna Dalmazia, dove poco a poco, lavorili dagl'imperatori di Bisanzio, introdussero (pud benedetto rito glogolitico, da cui più tardi dovevano trarre origine gli scandalosi avvenimenti, (die, fomentati dalle miro ambiziose del vescovo di Nona, avvolsero in un mare di lotte le chiese dalmate. A tutto questo brusfìo del diascolo la Liburnia era rimasta estranea affatto, in primo luogo perchè essa non slavi pagani da convertire*, e secondariamente, anche se li avesse avuti, il vescovo di Tarsattica, che le cronache dell'802 ricordano, avrebbe potuto battezzarli comodamente e senza l'intervento indiretto «li Metodio o quello diretto dei seguaci di questo. D'altro canto nessuno è in grado di affermare che al tempo in cui parliamo ci fossero qui degli slavi. Considerata renorme preponderanza dell'(demento latino, il (piale solo dava i nomi alle città, ai monti, e ni mari.1) non si cade nell'iperbole scrivendo (die i pochi slavi introdottisi nel VI secolo debbano aver subita la stessa sorle dei loro fratelli dell'Istria, dei quali, dopo il memorando „Placito al Risano", 804 d. Cr. non si ha più nessuna nova, sicché sembrano spariti dalla storia. Ora l'essere posta la Liburnia fuori dei limiti della Dalmazia e quindi non compresa fra le province o zupanie didlo stato ematico — vedi alla pag. 75, nota 7. ; inoltre il fatto compiuto del cristianesimo già rigoglioso e profondamente abbarbicato al primo apparire della liturgia, slava e il contemporaneo sviluppo con l'Italia della lingua italiana dal latino rustico, inducono a credere (die i discepoli di Metodio avrebbero perso qui il loro tempo inutilmente ove avessero insistito indi'ostinalo e inconsulto proposito di predicare il Vangelo e dei convertiti e in un idioma a questi sconosciuto poi' giunta. A! principio del secolo XIII l'elemento italiano è talmente diffusi» a Segna (!!) da influire potentemente sui costumi e perfino sitila lingua di quella popolazione: cosi noi assistiamo allo strano e inusitato spettacolo di una gente ostata di sangue croato ohe ripudia la favella e gli usi dei propri padri per parlare esclusivamente il nostro idioma e per scimmiottare entusiasticamente i nostri costumi. Lo statuto di Vinodol del 1280, vergato in lingua croata, abbonda di italianismi in modo da convertire i singoli paragrafi in un ibrido amalgama di due parlato fra loro marcatamente distinte : e nella croatissima Segua l'affetto e l'attaccamento alla lingua italiana fanno preparare Cesie e solennità grandiose al re d'Ungheria ('arlo il Piccolo perchè principe italiano : e da tempo antichissimo i canonici di Segna chiamavansi cavalieri del Sacro Romano Impero, e nel capitolo cattedrale, come in Italia, troviamo gli arcidiaconi, i prepositi, gli arcipreti, i primiceri anzi che i prepositi capi, i ') t'astila da lasteii-castello; Veprinaz, il Veprìnadinii dei latini, da vepris-spi-iiain; Moschionizze dalla „Moseliiena" dei (ireci; Viili>M'a-valle-nsca. del Caro aro chiamati a coprire i numerosi posti di parroci e cooperatori nello cittadelle dell i Liburnia. rimasti vacanti per mancanza di sacerdoti paesani. Dunque non è stato Metodio in persona (!!!) 0 i suoi discepoli a introdurre il rito glagolitica nelle chiese giapidiche, ma i prefati ministri forestieri, i (piali, molto probabilmente, saranno capitati in coda alle orde morlacche della Bosnia, cioè in sul finire del XIV secolo. Di fatti il più antico messale glagolitico rinvenuto a Laurana e. more solito, trasportato subito con golosa sollecitudine a Zagabria, reca la data del 1483, anno, come si vedo, alquanto posteriore al trapasso di san Metodio e do' suoi scolari. Il rito vetoro-slavo fu adunque importato qui da. preti stranieri, i quali, vantando l'intelligenza o la coltura dei ciucili, ignoravano perfettamente la, lingua latina: per la qual casa, nello loro mani, avvezze alla marra e al piccone, diventava uno strumento inutile il messale romano lauto raccomandato dai pontefici, dai concili e dallo sinodi diocesane. Pianta esotica, trasportata in un (dima non suo e per nulla-adatto al suo organismo, la liturgia slava india Liburnia doveva estinguersi col cessare della ragione della sua esistenza, ossia (ani la partenza dia preti dalmati e isolani, ohe ve l'avenno recata. La stragrande maggioranza della popolazione parlava, l'italiano ') Giov. Kobler, <>p, e, cap. XI, pag. 268-254, *) Ibidem, cap, II, pag. 32. perche in italiano è redatto un esemplare degli statuti del 1598 7 all'imperatore Giuseppe [ per la riconferma, e in italiano sono copiati i sei atti aggiunti allo statuto sunnominato, tra i (piali si legge un mandato dell'imperatore Massimiliano I dd. aprile 1493. *) Dopo «dò. chiunque disponga soltanto di un po' di senno, troverà logica la breve durata tra noi della liturgia slava e la sua conseguente rapida sparizione non appiani coloro (die ci- l'aveano regalata si furono restituiti ai patri lari con armi e bagagli in seguito all'assunzione india mira d'anime di preti indigeni ; i quali venivano educati nel collegio latino dei gesuiti a Fiume.1) Che il rito glagolitico non andasse troppo ai versi ai liburni ce lo attcsta un conchiuso municipale di fiume del 1444, con cui si procurò di ripristinare nel domo la liturgia latina : e dalla ,,serie cronologica di notizie spettanti alla chiesa parrocchiale di Fiume**, inserita dal Kobler nella sua puldioazione : Memorie per la storia della liburnioa città di Fiume", apprendiamo (dio nel 1598 sorse una grave questione per la lingua di ufficiatura (die il vescovo*) voleva tosso la latina: e che nel Hill e 1668 1 vescovi di Pola rinnovano l'ordine di celebrare in latino secondo il rito romano, mentre quasi nello stesso torno di tempo il capo della diocesi di Segna e Modrussa. in visita canonica a Buccari, ascolta benignamente la seguente dichiarazione di quel capitolo: «Abbiamo un messale croato nuovo e parecchi messali breviarii antichi; ma messali latini non ne abbiamo".8) Dalla olimpica indilforenza del prolato segnano e dalla ingenua franchezza del capitolo buccarano non è difficile arguire (piale enórme divario corresse fra le condizioni storiche e linguistiche di Segna e quelle della nostra diocesi; là i vescovi ascoltano e tacitamente permettono, qua, invece, nel corso di più secoli, noi li vediamo diligentemente occupati intorno all'opera di demolizione della liturgia slava perché contraria alle bolle pontificie, all'idioma e alle consuetudini antiche delle chiese liburne. E non solo i su- ') Giovanni Kobler, <>p. e, cap. XII.. pag. 866, *) 11 Célèbre Collegio dei Gesuiti, d il quale, italianamente ('durati, dovevano u->cire quei <'lianisu. Cigancich. Persici) e (Vividi, che, oltre a tornare in «mure tra noi il rito romano, Ornarono di belle inscrizioni latine gli architravi delle nostre chiese, tu ingtitnito nell'anno 1640, largamente dotato di principi e signori. Fondato precipuamente contro l'irruenza impetuosa del protestantismo invadente, esso da principio fu destinato ad accogliere esclusivamente giovani di nobile lignaggio; più tardi le sue piote rimasero aperte anche al pupillo minuto, sicché questo considerava i (lesuiti come suoi benefattori. Il collegio cessò di esistere nel 177.'!. (I. Kohler, op. e. cap. IX. pag, 106. -) La Liburnia, lino dal 1028, apparteneva ai vescovi di l'oia. !i (ìiov. Kobler, op, e, cap. X., pag. 288. premi dicasteri ecclesiastici, ma ancora i consigli municipali, elie rappresentano la nazionalità e, sopratutto, la volontà d'una popolazione, non appena la barbara Favella risona sotto le arcate delle nostre concattedrali, insorgono unanimi contro l'abusiva introduzione del rito glogolitico, oliò essendo questo l'espressione del più basso grado di coltura, non coopera certo a crescere civiltà e gentilezza di costumi a una città, a una borgata o a un villaggio che sia. Il consiglio municipale di Fiume dev'essersi intorniato a questo punto di vista allorché nel 1444 deliberava di fare le pratiche necessari!1 per reintrodurre il latino nello (diiese della città ; per venire a una simile risoluzione bisogna ammettere che quell'autorità civile sia stata tutt'altro che croata! * (die il rito vétero-slavo non vigesse de jure nella Liburnia ma (die. ignorato dai vescovi, si sostenesse perchè unicamente fondato sull'attaccamento di queste popolazioni alle loro costumanze1), varrà a dimostrarlo il seguente fatterello; Il vescovo di Pola, mons. Giovanni Andrea Balbi da Veglia,2) visitando le parrocchie e le (diiese colleggiate appartenenti alla sua diocesi ma situate iodio stato austriaco, cioè nella Liburnia. vi notò lo strano uso di (aiutare ., nell'occasione di sepolture certe preci in lingua illirica, (die dai periti stessi di tal lingua non erano bene intese". Ma proceduto alla traduzione dei detti canti da parto dei revisori illirici della Inquisizione di Venezia, si rilevò l'ortodossia del contesto; per cui, considerato lo straordinario amore di questi abitanti alle loro vecchie costumanze, al vescovo che voleva proibire (pud canti anche perchè l'Inquisizione di Venezia gli aveva fatto sapere ch'erano contrari ai riti della chiesa, la Santa Sede impose di chiudere Un occhio per non foia-are la facile suscettibilità dei Lihurni. Ciò significa che il vescovo Giovanni Andrea Balbi non conosceva l'esistenza giuridica del rito slavo nella propria diocesi,') ma (die (pia e là, come avvenne indi' Istria veneta e nelle isole del ('amaro, si era notato qualche isolato risveglio della liturgia slava, risveglio originato dall' ignoranza crassa, fenomenale di alcuni preti, che non sapevano leggere che nel proprio messalo.1) ') Le quali, perà, non risalgono a tempi ìmmemorabi/i, come scriveva l'ex vescovo e.....8. dott. (iiavina a un parroco della Liburnia. '-) Il fatto accadeva nel ITU. ■■) Giovanili Pesante: „Lu liturgia slavi con particolare riflesso all'Istria", pag. 11 6 noti 1 alla pag. -tessa. n Nella, prima metà di questi) secolo a Laurana viveva il canonico TuivifI]. \e glieae, famoso per la sua ignoranza : ini anziani del luogo lo ricordano ancora. Dopo aver riportato il suesposto e dopo a voi1 riflettuto olio la Liburnia faceva parte della diocesi di Lola lino da tempi del vescovo Vérnerio contemporaneo di san Metodio,-) chiara apparisce come il sole l'illegalità delle funzioni religioso in lingua slava nelle nostre (diiese, come non si può spiegare altrimenti che con l'esagerato sentimento nazionale l'instancabile tenacia dei preti croatoftli moderni nel conservarle o, peggio ancora, nelì'ih-introdurle di propria iniziativa a marcio dispetto dei brevi papali e della dichiarazione officiale del 1 s57, che le faceva sparito del tutto. La vitalità ostinata della liturgia slava nella Liburnia anche dopo la fondazione del collegio dei Gesuiti a Fiume, trovò un potente alleato nella gelosia, piuttosto spinta anzi che no, dopo il 1420 sorta fra la Serenissima e gli arciduchi d'Austria, i «piali quantunque religiosissimi, vedevano di mal'occhio i vescovi di Lola perchè sudditi veneti e perchè in quel tona» la potente Regina dei mari mirava al possesso tanto delle torri1 del patriarca di Aquileia, (pianto della limitrofa ..Istria austriaca". Oltre di cioè noto «die i prelati d'allora, fra i tanti diritti, godevano pur quello di infliggere castighi temporali per reati ecclesiastici: ondo non di rado accadeva che sudditi austriaci venissero condannati al remo sopra galere venete3); la (piai cosa, com'è naturale, non doveva certo garbare uè agli abitanti dell' ./Istria austriaca", uè ai loro padroni. Ed ecco spiegato il motivo per cui lino dal 1570 ai vescovi di Lola era. interdetto d'ispezionare la loro diocesi nella parte austriaca, e questa diffidenza raggiunsi1 il col ino allorché nel 1606 l'arciduca Ferdinando fece accompagnare il capo del vescovato pelouse, india visita canonica, dal proposito di Lisine in qualità di commissario governativo1). Queste sospettose disposizioni, ohe impedivano al véscovo di comunicare spesso, come il dover suo lo avrebbe richiesto, coi propri diocesani e «die toglievano a lui tutte le prorogativi1 annesse alla dignità vescovile,6) favorirono il mantenimento dello ') ('arlnmagno. radendo al suolo Tarsattira, uccise per cos'i dire anche quell'antico vescovato. «Indi' non è improbabile che queste terre siano entrate nel greniio della diocesi poh-use all'epoca del su ricordato Vérnerio. Comunque, è certo che allora i Liburni erano già cristiani e chi' come tali non avevano quindi Insogno dell' intervento di Metodio per riconoscere la vera fede, Giov. Pesante; op. e, pag. '.'7. 3) Vedi: „Noii/ie storiche di Trieste", edite nel 1851, pag, 164, *) Giov. Kobler. op. e. cip. IV.. pag. GÌ. ■"■) I vescovi di l'oia, varcato il confine, perdevano tutti i privilegi annessi alla loro carica e dovevano perfino pagarsi le spese di viaggio, Due soli di e-i godettero eccezionale fiducia dal governo austriaco, cioè Bernardino Borniani e Giuseppe Maria iiotiari, che fu anche consigliere di Sua Mae tà Imperiale. abuso, il quale visse occulto e ignorato nelle chiese liburne perchè liberò affatto dal controllo di chi sarchilo stato al caso di annientarlo Ibko facto sul che ne fosse venuto a cognizione. E pure, allora, i vescovi non avversavano il glagolismo in obbedienza a quegli attriti di nazionalismo che ili presente travagliano la nostra diletta Provincia : ossi |0 combattevano perchè la sua esistenza, de facto o de jure, india Liburnia non era stata riconosciuta da nessun concilio, La concessione di Giovanni \ III si era fermata alla sola Moravia, e uè mono il più arrabbiato panntssista avrà il togato di vedere in Metodio .,il carattere di mosso pontifìcio cum potestate a latere por tutta la nazione slava" e tanto meno per la Liburnia, che alla tino dei conti fu l'ultima ad ospitare il rito vetero-sloveuico. a) Se Y indulto suaccennato si fosse esteso anche a questi paesi, il sauto di Tessalonica dovrebbe ora ornare gli altari di queste chiese, oppure i Laburni in una data epoca dell'anno ne celebrerebbero la festa: ciò che realmente ha anche luogo presso i moravi, boemi e croati: qui. invece, neanche la miseria d'una sagretta qualunque in onore del missionario dei Cftzari e dei Bulgari! C'è proprio di che rodersi le unghie! Volete sentirli un po' i nomi dei santi in venerazione presso le genti di Liburnia? A ('astila sant'Ebani e la ss. Trinità; a Veprinaz le sante Maria ed Anna: a Moschienizze i santi Andrej e Cesare, del (piale ultimo i niosebienizzaiii venerano una mano: a Volosca S. Rocco, s. Giorgio, s. Fosca e sant'Anna; a Laurana. parrocchia di orìgine antichissima, san Giorgio, patirono della città, san Lio-vanni Battista, la ss. Trinità, s. Francesco, santo Antonio e s. Nicolò, protettore dei marinai. E CirilloV o Metodio? Essi, per la Liburnia, e intendo por quella porzione tutt'ora vergine di pressioni panslaviste, son due X incognite in tutta la ostensione del lormino: ch'io sappia, qui non c'è nemmeno lo straccio d' uno sgorbio a guazzo più <> meno recente, «die li ricordi. E poi conio mai potrebbe sopravvivere al piede del Lal-diera una reminiscenza sia pure sbiadita dei due apostoli slavi se essi, a detta dell'em, cardinal Lartolini. che se n'intende un pochino, e (die a sua volta cita io Starzadobskv. autore della ..Sacra Moravia IUstoria'", dettata intorno il 17L>, predicarono soltanto alle genti di Moravia. Iloemia, Slesia, Kazaria. Croazia, Mongre-lia, Circassia, Bulgaria, Triballia, Bosnia, Russia, Dalmazia, Pan- ') Il quale, com'ho già detto, venne qui introdotto nel XiV secolo per opero di preti dalmati e delle ìsole del Cantaro. nenia, Dacia, Carinzia, Carinola e gran parie di Sia votila? Ora non essendo mai siala compresa la Liburnia in aliamo degli stali su riferiti, ci è senz'altro permesso di dubitare, e fortemente dubitare, dell'autenticità del seguente Breve Pontificio del pana Urbano Vili dil. 2!) aprile 16.31, allegato a un veeohio messale glagolitico esistente nella chiesa parrocchiale di Veprinaz: „('U]ii itaqiie aeeepimus Glissale idioinate slavonieo, oliai a felicis recordationis Papa Johanne Vili Praedecessore Nostro concessimi, quod a centum circiter annis typis editum non fuit, at-que ita acciderit, ut Slavorum Ecclesia? Missalium inopia adeo la-boraverint, ut plerisque in locis nec sacerdotes S, Missae sacriti* (dum oll'erro uec popoli Ecclesia? praecepto de isto accedendo sa-tisfacere potuerint, Nos Missalium inopia1 occurrere yolentes" ecc. ecc.1) (> che c'entra papa Giovanni Vili coi rito glagolitico a Veprinaz? \on consta che legnante il predati» pontefice Veprinaz appartenesse al duca dia Moravi, per il (piale appunto vide la luce quella famosa concessione che gli odierni eroatofili vorrebbero estesa a tutti gli Slavi del mondo, e che (auto non poteva essere ignorata da Urbano Vili (piando faceva, imprimere su quel messale vetero-sloveilico il breve, di Cui sopra. Pendio di qui non si es(a". o il breve è apocrifo e in allora lia Lo stesso valore di un documento adulterato; o è autentico e in allora, poiché non è lecito ammettere tanta e sì t'aita ignoranza in un Vicario di Cristo, bisogna concludere che il detto messale venne importato, in uno al breve pontificio, da qualche sito della Dalmazia o dell'isola di Veglia, dove il glagolitico era. so non permesso, tollerato (amie una tristo ma ineluttabile necessità causa il basso grado di coltura spirituale e intellettuale in cai versava quel clero slavo.-) A dunque che c'entra Veprinaz con la concessione di Giovanni Vili? ') Beco, la traduzione Letterale dej breve: „ Avendo pertanto rilevato che il méssale In lingua slava, concesso dal papa Giovanni Vili nostro predecessore
  • '■'>■), — si Non furono, no, i Liburni a implorare «la Pio IX di poter celebrare ai cinque di luglio la festa di Cirillo e Metodio. bensì i boemi e moravi di schiatta slava e i croati: l) e nella verificazione officiale del 1857 il vescovo Bartolomeo Legai dichiarò compiutamente estinta la liturgia glagolitica anche nella Liburnia, la quale, so fu l'ultima a riceverla, fu eziandio la prima a congedarla per mai più rivederla, specie a Laurana. fino alla nomina di mons. Sterk a parroco di questa borgatella. * Ed ora una leggera infarinatura di storia modernissima, con la quale anche termineremo. Sotto il vescovo Giovanni Domenico Juras di Arpe, ohe fu l'ultimo didla serie. -') paiTÓCO di questa (diiosa collegiata ora certo GianantoniO Fracassa, un buon vogliose, la cui unica ambizione consisteva indio scrivere a stampatello tutti gli atti d'ufficio. Venuto qua sotto il governo napoleonico, egli registra in italiano i casi di morte e di nascita e i contratti matrimoniali : e poiché bazzica un po' anche coi paragrafi della legno, quando funge da uodaro publico. il (die gli accade più spesso che non si creda, egli adopera esclusivamente la dolce lingua del sì. Chi volesse accertarsene o. come san d'omaso, per credere ficcare il naso, basta si prenda la briga di sfogliare pazientemente gli enormi e polverosi registri custoditi nell'ufficio parrocchiale di Laurana. — Ora non è ammissibile che il Fracassa, essendo fornito d'un'edùcazione prettamente italiana, abbia officiato m'Ho schiavetto*) e unni che meno in glagolitico: dopo tanti» diluviare di bolle papali e dopo la fondazione del collegio dei (ìesuiti a Fiume, le messe in vetero-slovenico avrebbero costituito una mostruosità senza pari. E non pochi anziani del paese, ora restituiti alla gran madre terra, ricordando l'ottimo proto vegliese. affermavano aver egli sempre usato il latino inalino india lettura dell'epistola e del vangelo nonché nell'amministrazione dei ss. Sacramenti. Lei resto anche M Giov. Pesante, o. e. pag. 162. ' Muri iicITauno Isu-J. :ì) 11 quale però è tutt .tir r i cosa della liturgia slava propriamente detta: nella stessa guisa elie ai Maroniti è concesso di recitare e < untare in arabo 1 epistola e il vangelo dopo cantati nella lingua liturgica siriaca, il concilio «li Trento permise agli Slavi di dire queste parti della -. Me->i nella lingua materna, però dopo averle eseguite in latino. Ma i cooperatori pan occhiali di ipieta chiesa seminano ignorale com- pletameute la clausola aggiunta da quel sacro Consesso e continuano allegramente a intonare l'epistola e il vaimelo nel setto idioma d'oltrcnmntc e d'oltremare... le autorità governative d'allora, corrispóndendo con le parti, si servivano di preferenza della dolce favella di Dante : eloquente testimonianza questa che i lauranensi apprendevano io slavo soltanto nelle loro diuturne comunicazioni coi villici del Caldiera. * * Un vecchio lauranense, morto novantenne or son quatti1'anni, contemporaneo del parroco Cercich e di don Duchich, succes-sore del primo, richiesto dall'attuale pastore, il quale, perchè contrario alle idee panslaviste moderne, intendeva ripristinare nel domo il rito latino, se a' suoi tempi si rammentasse di messe vetero-sloveniclie o slave semplicemente nella nostra chiesa, rispose press'a poco così : ..La lingua slava — lo schiavetto ora in uso soltanto nelle (diiese filiali di Laurana. cioè a s. Giovanni e a s. Rocco, a s. Nicolò e nella chiesola del eivico camposanto ; ma a s. Giorgio, ossia nel domo, si celebrava sempre in latino". — All'arrivo di mons. Sterk la, scena si muta come per incanto. A poco a poco, lavorando con la pazienza, della formica e con l'astuzia della volpe, alla chetichella e sotto il pretesto di ricercare l'utile (?) della popolazione, egli ini/da la serie delle sue innovazioni con la versione croata dei notissimi „cantici di gloria", (die dai fedeli venivano cantati in italiano. Poi, animate) dal contegno passivo del bon puldico, (die lasciava lare, slavizzò le litanie ..per renderle più intelligibili ai lauranensi" (!!); e da ni timo, passando audacemente il Rubicone, introdusse arbitrariamente le messe slave. Fu allora (die lo spirito popolare, forse per vendicarsi dell'oltraggio inconsciamente palilo, straziò spietatamente il suo nome mutandolo in ..siereu" : che le signore di Laurana. quasi per un'intesa, si rifiutarono di partecipare all'abbellimento della chiesa e che i giovanotti dtd paese, in odio al parroco panslavista, principiarono a organizzare festini da Italie in tempo di Quaresima. Ma ormai il male era fatto e non serviva rimedio anche perchè sulla, cattedra di Trieste sedeva, mons. Giorgio Dobrila, slavo di nascita e di core. Sicché al parroco attuale non rimase altro (die mettere in pratica il celebre nihil innovetur, tanto più (die questo gli era stato imposto dall'ex vescovo di Trieste mons. dott. X. Glavina, di non troppo lieto ricordo.1) ') Questo capitolo venne aggiunto (pianilo il presente lavoro era già al completo. Il lettore, poiché l'argomento il comporta, vi troverà svolte in modo più diffuso quelle notizie storiche riguardanti la Liburnia, delle quali, forse, avrà notato l'assenza negli altri si antecedenti che precedenti capitoli; Gli è che lo tonti, cui attingere, mi tacevano difetto. PER FINIRE Giovanni Kobler nelle sue nmemorie per la storia della lilmr-nica città
  • aI secolo XIII in poi. e particolarmente nei secoli XV, XVI,«e XVIII, si trova la scrittura glagolitica, assai propagata nei paesi intorno al Quarnero, coinè risulta da numerosi atti di chiesa, comunali e privati, e da molte epigrafi, che tutt"ora esistono". Premetto che l'autore1) è slavojfilo da disgradarne pre' Jakic* in persona, e (dio nutre una tenerezza più che liliale verso le pipe, le quali, a sentirlo, sarebbero già state in uso mi 15Ò0, mentre è noto (die furono introdotte appena nel isls. quando (dee, alla vecchia subentrò la nuova ortografia croata. - lo mi sono assunto il compito di discorrere esclusivamente di Laurana e dintorni.: permetterò quindi (die lo storico di Fiume si sbizz-a-risca a sua posta india lodevole ricerca d' inscrizioni croate, secondo lui esistenti a Veprinaz lino dai secolo XVI e in altri o li KoldeV era consigliere ministeriale, crèdo: morì nel 1898, La parzialità spiegata dall'autore, specie là dove nana ilclla riviera Liburnica, sellila addirittura: nota zelantemente un1 iscrizione croata die non esiste, ma min fa uè pure cenno di quelle inulti1 alile Latino, nude vanno adorni il duomo, il cimitero, e diveive case private di Laurana. siti della Liburnia: dirò soltanto (die a Laurana non In» veduto nò atti comunali o privati, e tanto meno epigrafi redatto nel dolce idioma di Zagabria, L' unica inscrizione croata, che, stando al Kbbler, dovrebbe campeggiare nel muro della casa Pcrsich con la leggenda : ,,1595. Gaspar Bekaric Piovati Lovranski tu lezi", strano in vero, non fu mai avvertita da nessuno, nò meno dai moscoviti del paese, e allorché no parlai all'attuale proprietario, signor Ferdinando do Persica, questi cascò dallo nuvolo, assicurandomi (die lui non ne capiva nulla, o (dio L inscrizione croata senza dubbio doveva averla sognata il prelato cronista dell' emporio commerciale ungherese. K poi ammessa la sussistenza della lapide sepolcrale ricordata dal Kobler; (dio cosa si avrebbe preleso di dimostrali1 con (dò? Forse l'impero del zac su LauranaV Ina isolata pietra scritta non decide della nazionalità d'un paese, come pure non ha la forza, nò il diritto di tarlo appai ire diverso di (podio che realmente è. Nella patriottica Capodistria, nel XVII secolo, i frati di san Francesco adoperavano l'idioma glagolitico: ma (pud padri erano dalmati di nascita, i «piali abbandonando la patria per venire in Istria, avevano portato con loro i libri e i messali slavi: le messe in croate non erano por la popolazione italiana della città, bensì per gli Schiavolli di guarnigione.1) Ora chi avrà il coraggio ola spudoratezza, per questo semplice latto, di proclamare croata la vecchia e tòrto GiustinopoliV Ed è così (die si scrive la storia: ed è così, (die per servire le losche miro d' un partito, si diffondono bugio, a costo magari d'insultare il sentimento nazionale di un'intera città, E, doloroso a constatarsi!, questa storia, dettata secondo lé inspirazioni di Zagabria, viene publioata per cura del Municipio di Fiume, un municipio, che, pur affermandosi buon suddito ungherese, e ne lui ben donde, finora ò rimasto sempre attaccato alla idea nazionale italiana. * E pure anche india Liburnia austriaca non si può parlare, con qualche fondamento, uè di dominio uè di influenze morali croate: non esiste nessuna fonte, nessun documento inoppugnabile ■j Dott. K Behussi: La liturgia alava nelT latria; ss che lo attcstino e che sorgano a smentire la nostra asserzione. Percorrete palmo a palmo la ridente riviera liburnica, e poi sappiatemi riferire (pianti siano i monumenti croati che avrete incontrato sul vostro cammino. Al contrario, ovunque avrete campo di leggere inscrizioni latine, e di ammirare, con un vivo senso di compiacimento, lo stile tutt altro (die croato delle case, delle vie, e lo spirito schiettamente istriano delle singole popolazioni. Volete una prova evidentissima, certa della romanità, e per naturale conseguenza, della italianità di queste terre benedette da Dio e ammirate dagli uomini? Andate negli archivi degli uffici parrocchiali e comunali delle cittadine liburniche, buttate sossopra i vecchi registri, le vecchie carte, e io brucerò l'oliera mia. se saprete citarmi un solo zupano o un benché debole accenno a una conquista croata dei paesi dal Tarsia al Montemaggiore o da (dana a Fianona. È noto che i Croati mai riuscirono a scavalcare il Tarsia. Anzi il De Franceschi, intrattenendosi sul castello di Castua e sul conlino croato, alla pagina 4H2 del suo lavoro .. V Istria, note storiche", dico : ..Questo castello (di Castua) dove avere avuti» un proprio nome qualificativo che dagli altri lo distinguesse; e potrebbe essere quello di Albunum — rammentato dal PorArogenito, e celato col nome di Halublje, dato tuttodì dagli slavi a quella parte del territorio, (dio da Castua s'estendo verso Fiume. Scrivendo osso PorArogenito nel X secolo, dice (die la Croazia arrivava allora sino ai confini dell'Istria, cioè sino ai castello d'Albunum. Non può sup-porsi ch'egli intendesse indicare Albona, ch'era citta notissima, il cui nome avrebbe rettamente scritto, come fa di tutte le altre città colla desinenza in ona. 1/opinione che il castellimi Albunum possa essere Castua, il (ili territorio, conio fu detto, si estende sino al Tarsia, odierna liooina, viene avvalorata dalla circostanza (die. a (pianto sinora e' insegna la storia, /'/ confine della Croazia verso occidente non oltrepassò mai questo fiume, che ne rimase limite sino al dì d'oggi, che so qualche scrittore asserì essersi i croati intorno all' sto estesi sino all'Arsia, ciò può essere dipeso dal facile scambio di questo nomo (ani quello del Tarsia." Il barone Vicarilo Valvassore, che nel 1689 publicò una descrizione della contea istriana con veduto e notizie storiche, viaggiando india Liburnia. notò che, specie gii abitanti di Mo-schienizze, nel discorrere concitato, nelle fisionomie vivaci, nei movimenti Spigliati o india statura bassa, ricordavano a maraviglia I' aulica schiatta liburnica, la quale non si (stinse completamente nò per sovrapposizione di altre genti, nò per 1' adozione di nuove puliate. Dunque non solo Veprinaz, Laurana, Moschienizze, Yolosca e Lersez. ma nò pure Castua ebbe mai a patire invasioni e tirannidi croate: i croati calarono e si stanziarono in Dalmazia, — n»m però nella bizantina —, col consenso dell'imperatore Eraclio: Rorfirogenito li dipinge gente pacifica, mite, nemica della guerra e della violenza, e talmente desiderosa di amicarsi il pontefice, (die abbracciò il cristianesimo spontaneamente, quasi senza l'intervento dei missionari. K, osserva il prof. Uenussi, „se a questo aggiungiamo ohe l'Istria (e, quindi, anche la Liburnia) apparteneva essa puro all' imperatole Eraclio, e ch'egli si sarebbe opposto all' occupazione croata di altro Provincie dell'impero loro da lui non assegnate, resta con ciò storicamente esclusa una irruzionef e tanto più una occupazione croata défi' Istria (e della Liburnia)/1) Non basta. Lo parrocchie, da Ciana a Fiamma, erano subordinate all'ar-diaconato di Piume, il (piale, a sua volta, sottostava al vescovo ili Lola (e non all'arcivescovo di Spalato), che dipendeva dal patriarca di Aquilina o di Crado. (Quindi, non essendo possibile constatare nò invasioni, nò occupazioni croate india Liburnia. non si capisce bene come il citato Kobler possa scrivere ,,ohe gli Slavi cattolici intorno al Quarnero sono progenie dei ('reati calati nel VÌI secolo."2) Che sorta di progenie possono ossero, se i loro supposti antenati non mossero piede dalla Dalmazia, dove, come dissi, li aveva ricoverati la carità o, meglio, la politica volpesca dell'imperatore Eraclio?3) l'orò, pensandoci su. l'asserto alquanto arrischiato e gratuito del defunto consigliere misferiale fiumano potrebbe essere anche vero: la storia naturale c'insegna che le nozze e la (ani-seguente propagazione dei fiori avvengono mediante il vento, che d'asporta gii stami tee.....latori di una pianta sui pistilli d'un'altra: perchè, dunque, la patria bora del VII secolo non avrebbe potuto recare sulle suo ali formidabili e gelate mi germe croato nell'ovario liburnieo di queste terre?... n Vedi opera citata, -') Memorie per la storia della liburnica cittì il Piume. ;ii circa L'orìgine degli odierni laburni e la venuti delle gènti croate, radi il rapitoli) precedente Dunque se il verbo del Kobler fosse merce genuina, incoro! t a come il vino delle nostre campagne, qualcosa dovrebbe pur rimanere in piedi della pretesa invasione croata del VII secolo: inveci1 neanche la miseria ott. Umilisi: Opina citata. Oh, certi storici!... lo. che, grazie al cielo, non sono miope, lui avolo occasione di leggerne parecchie, che trascriverò, od ho già trascritto, in altra parte del proselito lavoretto: ma. sona il proverbio, non v'ò peggio!' (doro di »>>■. :u)7 ■. ,,1/tirbarÌH, da. cui venne estratto questo piccolo quadro delle gravezze publiclie. era cuni-pilato in lingua tedesca, Chi ebbe la cura di conservarlo osserva che per il popolo si flicevano traduzioni sempre in italiano: mai si videro traduzioni slave." "i li'Istria, Lo ripeto, si divideva in Istria veneta e in Istria austriaca., -"........ APPENDICE Ecco il manoscritto consegnatomi gentilmente dall'egregio signor Vincenzo Zagabria, possidente del luogo e forte patriotta isriano: è un vecchio testamento del 1683, rogato dal no darò della Contea di Pisino, Matteo Lazarich, dietro incarico del Podestà di Laurana Matteo Franili. I >i fu old : ..Testamento del Podestà Franul delli 10 Febraro 1683. Copia, In nome di Lio Àmen L'anno dell' Inumimi. Salute. L683. lodittione ti" giorno di Martedì. Adi lo di Colmare in Laurana india Dasa deli'Ond0 podestà Matteo Franul (e non Franjul come si scrivono, in giornata, i tardi nepotiH) in presenza Sua e di me Xod". et infrasti. d'est'"' à (parola indecifrabile)....., chiamati, e pregati. Dove giacendo in Letto Sud1" OmL LodtA con il Corpo debole, sano veramente della memoria, Senso, et Loquella, quelle considerando la brevità di questa Miserabil vita, dalla (pialle non vole, mediante la Divina Grada, passare ab intestato, perciò gli Ito posso (??) far scrivere per mano di me Xodaro Sua ultima volontà, et dVstani'" con «pialle vide dispore didla sua facoltà concesagli dalla Divina Misericordia, in modo e maniera come di..... Ante omnia racomanda umilmente L'anima Sua al Suo creatore, Alla Glorios""' Sua Sud"'" Madre, el al Angelo Suo Custode Su- plicando humiut" La Sua Divina Maestà, che per Viscere della Sua Misericordia volesse perdonargli li Suoi peccati, et il Corpo alla Madre d'eia, racomandando alla Sua figliuola, ohe quando Dio comanderà, ohe L'anima se separi dal suo Corpo, il Suo Cadavere sij Sepolto nella Capello ili 8and° Rosario, accompagnato con gli San*1 Sacrifici,)', el Divini Officij......... et 40m0 giorno come si conviene ad un Cattolico, ordinando la sud* Sua figliuola di pagare tale funzione con ogni liberalità, ot senza dimora.(???) It" Idee Testa e Lassa al Suo Nepote Matteo Du" Hun ipu'dli gii sia obligata dar La Sua figliuola Catarina. h' Idee. Testa, e Lassa al Sud1" Suo Nipote Matteo la sua L' parte di Barca patronegiata dal Suo Ladre. Tr Lassa al sud10 Matteo suo Nipote la sua Vigna chiamata indie ..N'eresine", con patto, (die l'Erodi o sucessori suoi siano obligati far dire una Messa (fintata da <|'" Capitolo per l'anima della d" sua figliuola Matea. et Madre di detto Matteo, et non pagandole, ehe <['" Capitolo se l'a-sa pagar oau quelle so]ira. \ porto d'Ica. Ricevuto troppo tanli per essere rasento nel corpo del presente la vinetti», pubireo qui il seguente frammento di lettera, dovuto alla dotta e brillanto penna d'un impiegato lauranense certo l'olendo il ijualo prima e dopo il IS. navigava indie aite sfere di Vienna; per la (piai cosa oblio campo di rovistare largamente gli archivi pnldiei e privati di ra un poco di erudizione patria! I! mio antico e invariabile attaccamento alla nostra Laurana rendendomi interessanti-lutto quello (die riguarda la medesima, In» rivangato indio biblioteche pubìieho quanto poteva istruirmi sulla storia di quel luogo, facendone io un trasunto di cui spero un giorno far lettura in mezzo ad un crocchio di buoni compatri otti. Sebbene sia cosa noia «dio la costa orientale dell" Istria venne appena popolata da un drappello di Argonauti spinti, al ritorno dalla Lobdiido. dalle procelle a .pudle sponde, non però si sa generalmente (die fu appunto Medea, figlia di Lete, la (pialo mosse lo sposo Giasone a fondare a piccola distanza dall'attualo Laurana una colonia, la quale dalla sua fondatrice prose il nome di Medeja (falsamente Medveja)1) e fiord sino al secolo sesto della nostra Era, epoca in cui venne purtroppo distrutta dai Saraceni \" hanno Inaisi degli storici, fabbricatori di Genealogie, i (piali pretendono che un Principe dogli orsini abbia avuto sul medesimo punto verso il Idia» dell'Era cristiana una Villa*, che i contadini, volgarizzando il suo nome, chiamarono poi Medweja o Mecf-wedja: ma la maggior parto degli scrittori di Cronache adottano la prima versione; Le continue guerre in cui si avvolse, nello sviluppo delle sue repubbliche, la Grecia, indussero in seguito molti eroi e letterati lettera reca hi dota «li Vienna 18 febbraio 1846, ed è reperìbile pressi» il signor Francesco V'rllussì», al cpuilc [inryo pubbliche grazie. *) La parentesi appartiene all' originale. greci a ritirarsi coi loro allori alle spande occidentali della Liburnia. indie vicinanze dell'antica Colonia Gioca di Medeja ove, piantati i verdi simboli della gloria, e della tranquilla gioia, spuntarono in pochi decenni quei boschi, i quali valsero poi al passetto tino ai nostri tempi la poetica denominazione di Laurana. Vogliono anzi taluni che da queste notabilità letterarie, le (piali sparsero gran lumi nel corso di più secoli in quelle conti-ade, sia penetrato in Italia e più oltre l'uso della Laurea, e' la terminologia dei Baccalaurei (Baccae lauri), (die poi il circondario della nostra. Laurana abbia dato già nei primi tempi della Grecia la vita a personaggi di t'ama immortale, lo prova Ovidio col noto verso: „Icarus icarias dedit aquesu; il che vuol dire primieramente (die il porto d'Ica (ove. sia detto Ira noi e di passaggio, si mangia dell'ottima uva moscatella) è più antico ancora di quello di Civitavecchia, ed in secondo luogo (die la città di Annonay in Francia rivendica a torto l'onore dell'invenzione del dell'Aeronautica al suo Montgolfler, mentre è patente che tal merito compete ad un nativo d'Ica. Sarebbe troppo lungo il ripetere qui e-stesamente quanto si logge in un manoscritto dello storico Appiano nostro compatriota, sulle vicende e sui t'asti di Laurana. Le dirò soliamo, dir l'agricoltura e l'arborologia di quel distretto indicano ancora in oggi e le inclinazioni e le origini dei loro cultori, tutti immigrati dall'Oriente. Cosi fiorivano giù ai tempi del. l'imperatore Valente in Laurana lo più belle pianto di „Celtidi armene- (Lodognizze), di ..cipressi di Cipro" r). di ., Persici" di „Bassora", di „CÌriege" della ..Crimea" non meno (die il ^Saraceno- didla .. Palestina". Anche dopo il trasferimento della sede dell'impero da Lorna in Bisanzio servi la modesta Laurana, «amie a Tusculo un di a Cicerone e come Salona a Diocleziano, di ritiro a più di un illustre tiglio od allievo dell'eterna Città; oltre le famiglie patrizie romane dei Frangipani, orsini, etc, ci serbano le cronache il nome di quella „de Laetis". cambiato poi in ,.Lcttis" mi ramo dei quali stabilitosi nell'antica Venezia volgarizzò il suo patronimico in «podio ..degli Allegri". Anche i sistemi medita' e lilaiit copici, ora in voga nel mondo, ebbero già un secolo e più in quelle parti i loro creatori o fautori, •) Altro che Croati calati nel \ Il secolo ! ') Presentemente, rinnegando In sua, origino, latina, una parte di ipiosta famiglia ti r> votata anima <• corpo al inodorilo panslavismo ed 8 (Iiventata, croata pura: lmon prò le faccia ! e per addurre un solo esempio nominerò i Vocfopia, autori del sistema d'idropatia e di temperanza, e predecessori di Priesnitz. Lo spazio ristretto di questo foglio m'impedisce di dilungarmi in questo articolo scritto per altro solo per noi ad esclusione d'ogni ferzo." Ed è proprio un vero peccato che il signor Francesco Vellnsig, proprietario del manoscritto, non ne abbia d'altri, che così avremmo potuto intrattenerci più a lungo sullo vicende passato di Laurana. ERRATA CORRIGE Pag. IS linea 21 ossero — essere 15 Sfi Jlsihaz — I5erse/. „ .'14 „ 2« dei Lussini di (lieiso ,, 38 „ ultima, itentò — tentò, (ili altri errori di minor conto il Lettore Intelligente potrà correggerli da se. INDICE Feeoei alla prefazione ......,..................pag. f> Sul ('amaro . . . . .........................., 7 La prima sosta.............................. lo Sulla riviera liburnicn...........*............. 11 Mojlteraagfflore : I Zidòvi I Celti I castellieri - Vita preistorica — 1 >i-.*-_ • di Laurana — Il „eastello del principe" Fortini romani — Il castello di Veprinaz — Monte Planik..........„ In l».t Moschenizze a Laurana: Moschienizze — Kraj — Un pittore originale Il ..giudizio universale" Leggenda di Kraj A Medvea — Leggenda di Medvea Alle porle di Laurana.......» 20 A Laurana: In po' di storia — La torre di Laurana — Il Duomo ('asc patrizie Jl cimitero - - \ tesori nascosti — LOQUfl - Al-l'ombra del „lodogno" — Pro" Celligoi e Federico Augusto di Sassonia — 1 ,.l!racclii lovranesi".............J, 88 Fn' ascensione.................•...........<><• Abbazia...............................' . Olì Due paride sulla liturgia votem->lava india Liluirnia............M 7:', l'or finire...............................„ su Appendice ...............................,, !»G cirrata corride............................. ,. Idi