I CANTI JUGOSLAVI V E R S I O N I DAL SERBO-CROATO-SLOVENO-BULGARO Dl GIOVANNI KUŠAR VOLUMEI CON PR EFAZIONE JOVANOVIČ - PRERADOVIC - PREŠERN - IVANOV - SENOA RADIČEVIČ - HRANILOVIC - GREGORČIČ - JOVIČ KETTE - JORGOVANIC - POPOVIČ - VRAZ - KACIANSKI - SUPANCIC STOJKOV - KOVAČEVIČ - DRAGIC ROCCA S. CASCIANO LICINIO CAPPELLI, Editore Libraio di S. M. la Regina Madre o 33861 1 PROPRIETA PRIVATA Rocca S. Casciano Stabilimento Tipografico Licinio Cappelli 1910. AL LETTORE L'Italia e geograficamente divisa dal mondo ju- goslavo non gia da una catena di montagne inacces- sibili, da un vasto e periglioso oceano, o da una qualunque barriera insormontabile, o muraglia cinese, ma semplicemente da una larga insenatura di mare — I'Adriatico — un mare di cosi poca estensione che si pub tragittarlo, con un buon piroscafo , in po¬ čite ore. Negli ultimi contrafforti delle Alpi carniche l’ Italia si trova persino in immediato contatto con gli slavi meridionali, i quali, lungo la vallata del Natisone, si estendono anzifin entro i confini del regno. Eppure, nonostante questa immediata vicinanza col mondo jugoslavo, l’Italia non si e mai seriamente occupata delle vicende storiche, nazionali e politiche degli slavi meridionali e della loro coltura. VI AL LETTORE La letteratura degli slavi meridionali — in ispe- cial modo la letteratura moderna — <ž poco meno che sconosciuta in Italia. In Italia le tendenze politiche e la coltura degli slavi meridionali non S0710 giudicati con serenitd e imparzialitd di giudizii e oggi ancora prevalgono, in gran parte, i vieti pregiudizi del quarantotto. Piu di mezzo secolo fa Carlo Tenca deploro la noncuranza degl’italiani per le cose slave. « L'Italia — scriveva il Tenca — che per le venete ar mi aveva super ato le fro^itiere deli’Illiria, non spinse /o sguardo piu in la del Litorale e si tenne paga de.lla traduzione del maggior poema illi- rico e delle notizie sulla letteratura ragusea raccolte dal Fortis e dali’Appendini ». « Eppure — aggiungeva egli — le poesie slave, che hanno per 1’Italia il pregio deli'originalitd, do- vrebbero essere piu note e divulgate che ora non lo s ono ». « Dobbiamo deplorare Vinerzia del pensiero ita- liano, che circoscritto alle proprie riminiscenze e tutto pieno dello splendore della sua arte, appena da qual- che tempo ha aperto uno spiraglio alle letterature dei popoli pid vidni e di contatto piii facile ed immediato ». Nh gli ammonimenti del Tenca valsero a scuotere l’Italia dalla sua apatia per lo studio delle lettera¬ ture jugoslave. AL LETTORE VII Alla distanza di parecchi decenni Donienico Ciam- poli — l’unico forse che in Italia si sia dedicato con amore e con perseveranza allo studio delle lette- rature degli slavi meridionali, ed a cui il mondo slavo deve la sua risconoscenza — ripeteva ali’Italia la stessa ammonizione. « Mentre nella nostra Italia — scrive il Ciam- poli — fioriscono gli studi classici e perfino gli orien- tali, le letterature slave hanno tanto pochi cultori che giungono forse appena al numero dei rami onde si paite quella famiglia ». Nicolo Tommaseo, VAppendini, il Cantii, il For- tis, il Pellegrini, il Cusani, il Carrara, Orsatto Pozza (Medo Pucic) De Rubertis, e Dali’ Ongaro fe- cero, c vero, conoscere a suo tempo ali'Italia le bel- lezze e i pregi dei canti popolari jugoslavi, ma lo studio della poesia popolare jugoslava si ridusse a ben pochi cultori — nella maggior parte dalmati o triesiini — e la esigua schiera di questi volenterosi non ebbe imitatori e seguaci. Le loro opere, per quanto pregevoli e meritevoli di esame e di studio anche a’ giorni nostri, non furono molto divulgate e col tempo andarono in di- menticanza. Le copri il pietoso velo dell’oblio. Le poche copie che ancora si conservano nelle biblioteche — coperte da uno strato di polvere e di tele di ra- gno — rimangono intatte, rispettate persino dai topi. VIII AL LETTORE Nessun editore si b mai sognato di ristamparle, menite oggidi si ristampano opere meno serie e di minor valore letterario e la critica si sbizzarrisce a rivangare la vita intima di poeti e scrittori anche mediocri e a pubblicare volumi su cose frivole, talchb si e quasi costretti a dar ragione ai « futuristi », che imprecano contro questo cattivo andazzo dei tempi. Per piii di due decenni VItalia non si e poi cu- rata affatto dei progressi degli slavi meridionali nel campo letterario e scientifico e il rinascimento let¬ terario jugoslavo — che i piii alti intelletti di Fran- cia e Gennania chiamarono << meraviglioso e sorpren- dente fenomeno e senza riscontro nella storia lettera- ria di altri popoli » — fu accolto in Italia quasi con indifferenza. Nel i8j8 Giacomo Chiudina ■ : — un dalmata —• pubblico .una raccolta di versioni di canti slavi e il Tommaseo — con quell'autoriid che gli veniva dalla sua ben meritata farna — prese 7 ito il libro ali’Italia elogiandolo, ma la pubblicazione del Chiudina non ebbe larga diffusione e lo seppero gli editori M. Cel- lini e C. di Firenze, ai quali rimasero non pochi volumi invenduti. Nel 1884. Pietro Cassandrich •— dalmata pur egli — pubblico il primo volume di versioni di canti epici serbi e lo dedico a Giuseppe Chiarini, ma trovb AL LETTORE IX cost pochi compratori che gli passo la voglia di Štam¬ par e il secondo volume.. Domenico Ciampoli — che non e certo un ignoto . qualunque e onora l’Italia coi suoi scritti — quando si accinse a raccogliere in un volume le sue stupende versioni di canti russi, non trovo in Italia un edi- tore che avesse il coraggio di assumersi la stampa di quella sua opera e ftt costretto — per non lasciare del tutto inedite quelle sue versioni — di pubblicarle nell'appendice di un periodico che usciva a Trieste — « Il pensiero slavo » — il cui editore le ristampo poi in un volume. Ma la stampa di quel volume fu dal lato tipo- grafico un'opera mostruosa. Il libro — stampato su carta ordinaria, con tipi vecchi e logorati — usci zeppo di strafalcioni e di refusi e messo in commer- cio rimase invenduto. Eppure quelle superbe versioni — nelle quali non st sa che cosa piu ammirare, se la fedelta al testo originale , la purezza della lingua o 1’armoniosita del ver so — meritavano ben altro destino! Ma neanche gli eruditissimi-studi slavi del De Gubernatis ebbero in Italia quel successo e quell'at- tenzione che si meritavano. Molti anni fa, per agevolare agl’italiani lo stu¬ dio delle lingue e letterature slave, fu istituita a Bo¬ logna — auspice il prof. Santagata — 1’Accademia X AL LETTORE slava Adamo Mickieiviez, che si proponeva, fra al- tro, di far conoscere agl’ italiani le opere dei pin rinomati scrittori e poeti slavi e di aprire un corso di lingue e letterature slave in quell’Ateneo. Ma PAccademia non attecchi e per parecchi arini visse ignorata e poco a poco intisichi finche un bel giorno cadde in profondo letargo per non ridestarsi mai piu. Ch’io mi sappia, non esiste neanche oggidi in nessuna universita italiana una cattedra per Pinse- gnamento delle lingue e letterature slave e in nes¬ suna scuola d’Italia si insegna, per esempio, il serbo. Eppure — anche prescindendo dai legami di pa- rentela della Časa reale d'Italia con la dinastia re- gnante del Monlenegro — nessuna nazione al mondo dovrebbe avere rnaggiore interesse deli'Italia di stu- diare la lingua serbo-croata, particolarmente ora che Italia e Montenegro sono_ legati da cosi intimi vincoli di amicizia e da comuni inleressi. In questi ullimi anni i tentativi di alcuni volen- terosi di far risorgere in Italia Pamore allo studio delle letterature jugoslave, promosso a suo tempo da Nicolo Tommaseo, non trovarono alcun appoggio morale. Le riviste letterarie in Italia accettano mal vo- lentieri recensioni, sia pure brevissime, sulPattivita letteraria degli slavi meridionali, o versioni di poe- AL LETTORE XI sie, e quelle effemeridi che avevano accolto nel loro programma anche lo studio delte letteraiure jugos la¬ ve, cessarono in breve le loro pubblicazioni. Gli editori in Italia non vogliono saperne di tra- duzioni di poesie slave ed io — che ancora venfanni fa — aveva divisato di pubblicare questa mia rac- colta di versioni, non trovai un’editore che fosse di- sposto di assumersi la stampa e a nulla valsero allora le criiiclie favorevolissime sulle mie versioni di due autorevoli riviste letterarie: « II Crepuscolo » e la « Rivista contemporanea » di Firenze, ne le lettere di raccomandazione di non meno autorevoli letterati e pubblicisti italiani, a far mutare pensiero ai signori editori. Allorche l’anno scorso ritentai la prova, ottenni lo stesso insuccesso. Una delle primarie Čase editrici d’Italia mi scriveva: « In genere i libri di versi, salvo rare eccezioni, non hanno grande smercio in Italia; le sue versioni, certamente piegevoli, non potranno, a nostro avviso, aspirare che a un pubblico di studiosi e di rajfriati » — e mi proponeva di stampare il libro a mie spese. E quand’io accettai.... Quand’io accettai, le esigenze deli’editore diven- nero esorbitanti, tali che nemmeno un milionario — XII AL LETTORE ignaro affatto della ta?'ijfa tipografica e del costo della carta — avrebbe potuto accettare. La Časa editrice, a quanto pare', voleva farsi pagare non il costo deli'opera, ma il prezzo della farna acquistatasi nel mondo librario. Gli editori, ai quali io aveva proposto la pubbli- cazione di questo mio lavoro, mi chiedevano tradiczioni di rovianzi slavi «a iinte forti » ; poesie no, perchb le poesie — ajfermavano essi — « non sono tm arti- colo commerciabile in Italia ». Di questo parere fu anche Marc' Antonio Canini, che sorprese tutto il mondo intellettuale con la sua pile che fenomenale erudizione e che in Italia visse quasi ignorato e mori povero. 11 suo « Libro dell’amore », raccolta di poesie amorose italiane e tradotte da tutte le lingue del mondo, non escluse quelle dei popoli selvaggi, — opera monu- mentale e che so/tanto un titano del pensiero poteva ideare e creare — non ha avuto fortuna in Italia. L'autore ci rimise le spese di stampa e si ramma- rico pubblicamente e in secreto cogli amici , e si penti quasi d’aver sprecato imitilmente tempo e denaro. « La poesia in Italia — egli scriveva — 'e di- venula un articolo di lusso per le persone colte ». * * * Non mi faccio quindi illusioni. Il mio libro non avra sorte migliore. AL LETTORE XIII E nori ne ho neanche la preiesa, molto piu ch’io non posso paragonarlo — non dico al << Libro del- l’amore » di Mart'Antonio Canini, che sarebbe una vera bestemmia —■ ma nemmeno a nessuna delle opere sopra citate, per la semplicissima ragione che , pubblicando questa raccolta di versioni, non ho avuto in mente di offrire al lettore un' antologia delle mi - gliori liriche dei poeti jugoslavi del rinascimento, ma un lavoro saltuario e scnza coesione, un quadro sbia- dito nel quale appena appena si intravvede qualche fiore poeiico della moderna letteratura jugoslava. Nel vasto e variopinto giardino della poesia culta della letteratura moderna dcgli slavi meridionali io non colsi i flori piu belli, ma quelli invece che mi capitavano, per cosi dire, a portata di mano ; non nii inoltrai tra le fiorite aiuole come la Metelda di Dante « iscegliendo fior da fiore », ma come la « Vila » montanina di una canzone serba, che non coglieva i flori piu belli per timore di non sciupare la loro bellezza. Le mie versioni io le composi — non dirb nelle °ne d’ozio, poiche, nella lotta diuturna per 1’esistenza, or e d’ozio, nel vero senso della parola, non ne ho avute — ma in quei rari momenti di liberta che il lavoro, quasi incessante e spesso opprimente, m’ha concesso. Parecchie di queste versioni furono pubblicate anni XIV AL LETTOEE fa nelle colonne di pcriodici e riviste lelterarie ita- liane ed erano quindi destinate alla vita effimera ch’b co?icessa alte pubblicazioni periodiche, nb mi sarebbe mai passato per la mente di raccoglierle in un libro se gia allora non fossi siato consiglialo da valenti letterati italiani e slavi di ristamparle e dar loro maggior pubblicita. Traducendo pero le poesie che ho raccolte in gne¬ sti volumi mi piacque — per quanto me lo conce- dessero le mie deboli forze — di seguire i consigli e gli esempi di Vincenzo Monti, di Andrea Maffei e di Giuseppe Chiarinv. « Fedelta si, ma anzitutto chiarezza ed eleganza di forma, onde i versi non sembrino tirati su pei ca- pelli, ma chi legge la traduzione čreda di leggere una poesia originale ». La, dove mi fu possibile, mi attenni al meh o del- roriginale e mi staccai soltanto quando ne fui co- stretto dallo stile troppo conciso e quasi lapidario di alcuni poeti, senza pero modificare i concetti, mutare le frasi o alterare quel sapore di originalita ch’b il pregio principale di ogni poesia. Ouanto sia ardua fatica tradurre poesie slave in versi italiani ce lo disse Nicolo Tommaseo, che pur conosceia a perfezione non soltanto l’ italiano, ma anclie la sna lingua materna', il serbo-croato, come lo attestano i suoi scritti e in principal modo le sue AL LETTORE XV « Iskrice » ( Scintille), nelle quali non si sa se piu ammirare la sublimita dei suoi pensieri e le sue fa- tidiche divinazioni , o la purezza della sua lingua armoniosa. II Tommaseo infatti — bendih maneggiatore si- curo del verso — non oso tradurre i canti popolari serbo-croati in ver si italiani, ma avto meglio tradurli in prosa. Se al Tommaseo dunque parve ardua impresa tradurre quei canti in versi italiani , che cosa ne do- vrei dir io, povero pigmeo al suo confronto ? — io che non appresi la lingua italiana nelle scuole, ma affaticandomi le notti sui libri dei classici italiani, ajfjascinato dalla bellezza e dalla armoniosita di que- sto idioma purissimo e dagl’ inestimabili tesori della letteratura italiana. Vcggo da me quanto sia nianclievole ed incom- pleta l’opera mia, nb mi attendo la lode, ch io so di non meritarmi, poiche non per vano desio di glo~ ria io diedi alle stampe questo libro — cio che sa- rebbe d'altro canto pretesa assurda e puerile — ma col duplice intento di recare un servigio alla mia patina e far conoscere ali’ Italia, se non tutti, almeno alcuni poeti del rinascimento letterario jugoslavo e invoghare gl' italiani allo studio della moderna let¬ teratura jug o s lav a, la quale, se non pub essere pa- reggiata alla letteratura russa, e ncca tuttavia di XVI AL LETTORE nobili e fecondi ingegni e s'avanza a passi da gi¬ gante verso il cammino detla sua perfezione. E studiando la letteratura jugoslava l’ Italia po trd anche penetrare piic intimamente nelVanimo di questi popoli coi quali si trova a contatto ■ e che, a torto, considera suoi nemici; potra meglic conoscere le loro aspirazioni, i loro ideali, e giudicarli con maggiore serenita di mente che non lo abbia fatto Jinora. Che se avro raggiunto lo scopo che mi sono pre- ftsso ne šaro lieto e scendero nella tomba convinto di aver compiuto un’opera buona. * * * Ma V Italia — maestra di tutte le arti e di tulte le scienze, madre di geni fecondi, erede della gran- dezza di Roma, e ricca di una letteratura che non ha rivali — pub essa avere interesse di occuparsi della coltura di un popolo, che taluni giudicano uscito appena dalle tenebre? Pub la letteratura jugoslava ofjrire serio argomento di studio agl’ italiani, o non e forse una vana illusione quella di considerare — come farmo taluni dotti tedeschi e francesi — questa letteratura pareggiabile a quelle degli altri popoli piu progrediti? Carlo Tenca — che non fu soltanto un ottimo scrittore e patriotta , ma un grande veggente per modo che divino gran parte degli avvenimenti poli- AL LETTOUK XVII hci dei giorni nostri — affenno che nessuna lettera¬ tura piii delta slava poteva ' offrire maggiore argo- niento di studio agl’ italiani e che nella letteratura degli slavi meridionali V ltalia avrebbe scoperto tutto un mondo ignorato. « Oggidi — ammoniva il Tenca - le letterature non possono piii vivere isolate e gelosamente solitarie, >na dcbbono invece procedere armonizzanti fra loro e giovarsi ed arricchirsi nel reciproco contatto ». II Ciampoli chiama gli slavi meridionali « popoli giovani, forti e sventurati, tanto profondamente buoni, quanto ingiustamente negletti da’ nostri studiosi» e accetinando alla letteratura serbo-croata dice che « im- menso e il tesoro delle sue poesie popolari » e che la "vita dei serbo-croati « b tutta un poema ». « Tosto che si comincio fra i dotti a studiare le canzoni slave — aggiunge il Ciampoli — e si in- terrogo il gran poeta — il popolo — si trovo che ta stirpe slava b tra le stirpi d’Europa cio che b 1’usignolo tra gli uccelli ». Nicolo Tommaseo, nel suo <> Dizionario estetico >>, parlando delta poesia popolare jugoslava dice: « L’ 1- talia non ha poesia popolare di tanta bellezza ». Ma non meno della poesia popolare e ricca di P } 'egi la poesia culta degli slavi meridionali, poiche i poeti jugoslavi del rinascimento si sono in gran parte opirati appunto ai canti. del popolo. XVIII AL LETTORE * * * / Umiti che mi sotio imposti daU’indole di questo lavoro non mi permettono — com’io vorrei — di aggiungere a questa prcfazione un ristretto compendio storico della moderna letteratui a jugoslava. II lettore che avesse vaghezza di conoscere, almeno superficialmente, il primo periodo del rinascimento letterario juguslavo, ?ioti trascuri di consultare gli scritti del De Gubernatis e il breve, ma compendioso, studio stille letterature slave di Domenico Ciampoli (Manuale Hoepli — volume I ). Io mi limitero di accennare ali’importanza di questa nuova letteratura valendomi, in gran parte, delle opinioni e dei giudizii di scriltori italiani, non certo sospetti di esa%e?'azio?ii , di parzialita, o parti- gianerie, e brevemenie esporro le cause che contribui- rono nei secoli scorsi alla decadenza della letteratura degli slavi meridionali, provando quanto sia ingiusta e immeritata 1’accusa di coloro — che per ignoranza o malafede — rinfacciano agli slavi il loro regresso. * * * Come la vita politica e nazioiiale degli slavi meri¬ dionali, come la loro secolare esistenza, con anche la storia della loro letteratura e tutta un’ Odissea di dolori e di inenarrabili sventure. Quello stesso crudele destino che infieri per lungki AL LETTORE XIX secoli contro gli slavi meridionali e distrusse i tre loro fiorenti regni: la Bulgaria, la Serbia e la Croazia, noi vediamo incovibe?'e, piu spietato ancora, sulla loro letteratura, sulle opere del loro ingegno, su tutto il loro patrimonio intellettuale . Sembra che una forza ignota, o nn’entitd miste- riosa e crudele, di una crudelta superlativamente Tafjfinata, si sia preša diletto di torturare gli slavi per lunghi secoli, spogliandoli della loro libertd, della ioro indiptndenza, delle loro ricchezze, non solo, rna /z« anco della loro cultura con 1’intent.o di pvecipitarli nelle tenebre e nel nulla. E la dove non pote sufficienteniente ed efficacemente giovarsi della malvagita degli uomini , chiese aiuto alle forze ocenite della natura. * * * Era i popoli slavi — come afferma lo stesso Ciampoli — i primi ad avere una letteratura furono i bulgari, letteratura importante, sia pel valore sto- mco, sia pel tempo nel qziale e porita. I primi albori di questa letteratura sorgono nel novecento, quando i discepoli di Cirillo e Metodio — perseguitati dal clero latino e tedesco — si rifugia- r °no in Bulgaria. Essi dettero origine al moto lel- terario, che toccb Papiče sotto lo Zar Simeone e che ricevette nuovo impulso e nuovo indirizzo con XX AL LETTORE la riforma religiosa iniziala da Bogomilo e prose- guita d n suoi discepoli e seguaci, riforma che l'ortodossia romana-bizantina chiamo « eresia bogo- mila ». Ma fu allora che incomincio per la Bulgaria l’era delte persecuzioni. Cattolici, greci, bizantini, invasi da fanatismo religioso, misero in opera tutti i mezzi per soffocare ogni manifestazione di vita intel- lettuale. Le biblioteche furono devastate o inccndiate. II movimento letterario ebbe una lunga sosta, poi 7'inacque nel secolo decimoterzo sotto gli auspici dello Zar Alessandro. Ma mdaltra piii fiera sventura attendeva il po- polo bulgaro : 1’invasione turca. La conquista turca — osserva il Ciampoli — fu la piu grande disgrazia dei bulgari , come il dominio del clero greco ne fu la masšima calamita ». Sotto il dominio turco si spensero gli ultimi bagliori dell’antica civilta bulgara. Ancora una volta furono inccndiate le biblioteche, arsi i chiostri, rase al suolo le chiese. Unico rifugio limaneva tuttavia il monte Athos, questo santuario della coltura slava, ove si conserva- vano gelosamente i piu preziosi documenti bulgari e slavi. Ma il fanatismo del clero greco supero la fe~ rocia turca. Mentre i turchi massacravano nobili e plebei per AL LETTORE XXI rapire i loro averi, distruggevano i templi e i sem¬ inar li, stup?'avano le vergini, violeniavano le don- ne, eviravano i fanciulli, accecavano i vecchi, il clero greco, mosso da invidia, da ignoranza e da fanalismo feroce , vo/eva veder spenia fin Vultima scintilla del pensiero in Bulgaria e ricacciarc il popolo ne H’ ignoranza e nelle tenebre per dominarlo e sfruttarlo. « Il clero greco — dice ancora il Liampoli — inceneri ogni ricordo delVantica sapienza bulgara, penetrando anche nei monasteri del moiite Athos a di- struggere i monumenti letierarii slavi ». Quante opere preziose non andarono distrutte / lurono salvate, in parte soltanto, quelle che i monaci ebbero cura dinascondere nei sotterranei dei chiostn, nia anche in quei sotterranei penetrarono le fameliche lene, cosicche di migliaia e migliaia di volunn, del- 1 immenso tesoro di manoseritti, di pergamene anti- chissinie, di cimelii preziosi, nuli’altro rimase che un pugno di cenere, anche questa dispersa ai venti. La Bulgaria, come l'Italia, pub be?i dire dunque c °n Giuseppe Giusti : ♦E il piu gran male me l’han fatto i preti ! » Del monte Athos, di questo sacro tempio di Mi¬ nerva, non rimanevano che rovine e su quelle rovine s assisero i corvi gracchianti per annunziai e al niondo che il popolo bulgaro, che il popolo slavo, XXII AL LETTORE intellettualmente piu non esisteva, ch'era un popolo di barbari, di iloti, di schiavi della gleba, e questo grido si ripercuote oggi ancora siclla bocca degli avversarii, dei nemici del mondo slavo. Bizantini, cattolici, islamiti, greci, fanariotti — questi ultimi discepoli ad un tempo e maestri dei gesuiti — raggiunsero, in breve, il loro intento, quello cioe di ridurre la Bulgaria, e con la Bulgaria tutto il popolo jugoslavo, allo stato di cadavere. Cosi la Bulgaria pionibo nelle tenebre. Un de- ■ bole plo di luce penetro appena in mezzo a queste fitte tenebre allorche l’impero turco manifesto i primi segni della sua decadenza, ma il rinascimento lette- rario s’inizio soltanto con la liberazione della Bul¬ garia dal dominio turco e dal giogo — ancora piu odioso — del clero greco. E fu un risveglio meraviglioso. In pochi decenni la Bulgaria rinacque a vita nuova. Coine i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’1 sol gl’imbianca Si drizzan tutti aperti in loro stelo cosi i bulgari, non appena riuscirono ad infran- gere i ceppi' che li tenevano avvinti e videro spun- lare nel loro ordzzonte il sole della liberta , diedero impulso sorprendente alla letteratura, alle arti, alle scienze. Letterati, scrittori, storici, romanzieri e poeti sorsero, corne per incanto, da/la terra fecondata AL LKTTORE XXIII dal sangue di tanti martiri, e la nuova letteratura, come Varaba Fenice, rinacque dalle sue cenen. Ora poi clie la Bulgaria e indipendente e nella sna maggiore floridezza, anche la sua letteratura si av- via trionfante sulla via del progresso per gareggiare con le altre nasioni pik progredite. * * * La letteratura slovena — non pero in cosi vaste proporzioni come la bulgara — subi ancldessa gra- vissime calamita. Anche gli sloveni, come i bulgari, possono van- tarsi di far risalire i loro piu antichi documenti let- terarii al nono secolo e sono questi i celebri « Fram- menti di Freisingen » — chiamati cosi perche sco- perti a Freisingen, in Baviera, nella biblioteca del ve- scovo Abraham (PS/'P4) conosciuti dai dotti col notne di « Monumenta Frisingiana » e scritti nel dialetto sloveno carintiano, o corontano. Le incessanti irruzioni di popoli attraverso i paest abitati dagli slovetii, il continuo sminuzzamento della loro patria, le lotte senza tregua che dovettero so- stenere contro gl’invasori, o impedirono per pik se- coli agli sloveni ogni manifestazione del pensiero, o distrussero poco a poco, o in una volta sola , tutto il loro patrimonio intellettuale che durante questi se- coli avevano accumulato. Inf alti dal nono al decimosesto secolo anche la XX i v AI. LETTORE piii tenue luce di vita intellettuale sembra spenta nel popolo sloveno. Dico « sembra spe7ita », poiche non si conserva, o meglio non e stalo scoperlo ancora, nessim documento atto a provare il contrario , ma non e possibile pero che un popolo detla tempra del po¬ polo sloveno che si trovava in immediato contatto con la dotta Italia da una partc e dall’altra coi pae- si tedescki e C07ifinava con la Croazia ed era in ra- porti d’amicizia coi fratelli della penisola balcanica — abbia potuto per si lungo te7npo rima7iere intel- lettualmente inoperoso e insensibile al/a coltura delle altre nazioni che da tutte le parti lo incalzava. Chi potrebbe dirci quali e quanli preziosi tesori no7i andarono distrutti durante le irruenti invasioni di popoli nelle terre slovene, distruzioni di cui il popolo sloveno no7i serba neanche il ricordo ? La storia ci narra che nelle corti di alcuni prin¬ cipi longobai-di si parlava lo sloveno e che nel deci- moquarto secolo il patriarca longobardo Bertra7id volle fondare a Civida/e un’universita anche per gli sloveni. Ora se gli sloveni non possedevano alcuna coltura come mai al patriarca longobardo poteva ve- Ilire in mente la bizzarra idea di istituire un Ate- neo di studii per gli sloveni ? E probabile quindi che ogni ricordo della coltura slovena dal nono al decimosesto secolo sia andato perduto o non sia stato ancora dissepolto. AL LETTORE XXV Nella seconda mela del.XVI secolo penetro e si dijffuse nei paesi sloveni la Riforma e con la Ri- forma 1’idioma nazionale, purificato alle vrve fonti della parlata popolare , assunse carattere lettirario. II piii attivo, il piii colto e il piii tenace propu- gnatore della Riforma fra gli sloveni Ju Primo Trubar ( 1508-1586 ). Spalleggiato dal munifico barone Giovanni Vngnad — che sacrijicb gran parte del suo dovizioso patrimonio per contribuire alle spese della propaganda e dare ih cremento alla nascente let- teratura slovena — il Trubar si die a fondare stam- perie , ad aprire scuole, a compilare libri per dif- fondere fra il popolo le nuove idce religiose, a pre- dicare , col fervore di un apostolo, ovunque sjidando pericoli , noncurante delle minaccie e delle persecuzioni e del nembo che si andava addensando sul suo capo. L’attivila intellettuale del Trubar fu di ima po- tenzialita addirittura fenomenale. Fgli compose e pub- bltcb un numero inpnito di libri, in parte originali, in parte tradotti, e diede cosi impulso potente a quel movimento leiterario che pareva il preludio di una nuova era luminosa e che non fu altro invece che meteora sfivillante tosto spenta dalle tenebre. La Riforma trovo in principio terreno propizio per attecchire, poichb il popolo aveva perduto ogni fede nel clero cattolico, coirotto e venale, e il Tru¬ bar ebbe nei paesi sloveni numerosi seguaci e so- XXVI A L lettore stenitori, non pochi fr a il clero stesso, e discepoli colti, reduci dalle universita di Jena, di Tubinga, di Padova e Bologna. Fra questi meritano speciale menzione Adamo Bohorič, allievo del famoso umanista Melanchton, pedagogo, poliglotta, filologo, Giorgio Dalmatin, tra- duttore della Bibbia, glHstriani Matteo Konsul, Mat- ieo Vlacic-Frankovic (Flacius Illyricus) e Matteo Garbic, Jan Mandelc, fondatore della prima stam- peria a Lubiana, Sebastiano Krelj, ebraicista e gre- cista famoso, nonche Klombner, Budin, Saeiner Pre¬ gelj, Vlahovič, Kisel, Petelin {Gallus), Rtimpler, Herberstein ecc, tutti scrittori e propagandisti. II Trubar fu amico di Pier Paolo Vergerio {ca- podistriano) di Pietro Bonoma, vescovo di 7 rieste, del serbo Popovič, di Giorgio Juricic e di mo Iti altri dotti tedeschi e italiani. Quando la reazione sollevo il capo e i gesuiti ri- presero il loro potere in Austria, il Trubar dovette rifugiarsi alltestero per isfuggere al carcere e forse anche al rogo. Mori a Desendingen presso Tubinga. In quale concetto lo avessero i dotti della Germania, lo prova Viscrizione sulla sua tomba dettata dal te¬ lebne umanista Martino Grusius (Kraus) : AL LETTORK XXVII « Vir turaulo hoc sanctus de Slava est gentes sepultus, Primus, qui Christi, praeco fidelis erat. Imbuit hic primus vera pietate Labacum. Expulsus Domine nomine multa tulit Transtulit in patriam divina volumina linguam Sparsit in eoas dogmata sancta plagas. Magno ergo nune cum Paulo gerit ille coronam, tempore quae nullo marceat aetheream. Gl'ingegni di queU'epoca pero non si limitarono alla pubblicazime di libri di carattere religioso e mo¬ rale. Fiori contemporaneamente la letteratura classi- ca. La gioventu slovena, reduce dalle universita di Padova e di Bologna, infatuata dag H splendori del rinascimento italiano, porto in. patria il soffio dell’u- manesimo. Ma questo risveglio letterario , cosi pieno di belle promesse, fu sojfocato nel suo nascere dalla reazione del clero cattolico. << La reazione cattolico-gesuitica —- osserva il Ciampoli — fu terribile , spletata , distruttiva : la pianticella fu sradicata ed arsa ». Nel 1596 s’installarono a Lubiana i gesuiti: Lu m breve impegnata una lotta a coltello fra prote- stanti e cattolici, e i gesuiti — che dopo la mor te delfarciduca Carlo, avvenuta nel 1590, ripresero il loro dominio in Austria — non tardarono di scon- XXVIII AL LETTORE figg ere e dcbellare i protestanti seminando il terrore e la dispersione nelle loro file. II vescovo di Lubiana, 1 omaso Hren (Chron) — cteatura dei gesuiti — fece chiudere tutte le scuole e le chiese protestanti nei paesi sloveni, fu chiuso pure il ginnasio protestante di Lubiana e di- strutta la sua ricca bibliotcca. 11 2 p dicembre 1600, sulla piazza principale di Lubiana, per ordine del vescovo Hren, furono dati alle fiamme otto colossali carri di libri; il g gen- naio 1601 furono arsi circa io.ooo volumi\ il /7 feb- brajo del/o stesso anno, nella borgata di K rafij ( Krain- bung) un altro colossale cumulo di libri fu conver- tito in cenere. E i j.dlo continuarono fino a totale distruzione di tutti i libri stampati allepoca della Riforma. (Monsignor Hren), in una lettera al Sommo Pon- tefice Gregorio XIV, si vanta di aver incenerito piii di cento mila volnmi e « riconquistato le provincie slo- vene condotte a perdizione dag H eretici ». Gregorio VIV gratifico il vescovo zelante con 4.0 mila scudi, gli invio la sua san/a benedizione e con Vindulto d. d. 3 agosto 1621 concesse /a rimissione dei peccati a tutti i protestanti ritornati in grembo alla Chiesa cattolica. La liberale citta di Trieste conserva oggi ancora un ricordo di ques to insigne prelato: una vi a di Trie- AL LETTORE XXIX ste — la « Via del Coroneo » — ricorda il suo no- nie. (Vedi « Curiosit& triestine — Trieste antica e moderna » di Ettore Generini — 1884 — Tipogra- fia Morterra čl. C.) Rvnaneva soltanto intatti la biblioteca civica di Lubiana, ove non solo si conservavano tutti 1 libri sloveni, ma documenti di grande valore storico, co- dici antichi e rari, preziosi cimelii. Nello stesso edi- ftcio c’era anche Parchivio civico. Biblioteca ed archivio erano possesso intangibile della citta. Ma i gesuiti tanto fecero, ianto si scal- vianarono pnche la biblioteca civica cadde nelle lorc ma¬ ni. Con patente imperiale, promulgata sotto il regno dt Ferdinando, la biblioteca fu ceduta infatti ai ge¬ suiti. Nel 1JJ4 Vedificio che conteneva la biblioteca fu totalmente distrutto da un incendio, non causale , ma doloso. I gesuiti, a quanto pare, vollero distruggere, non soltanto i libri « eretici », ma fin le ultime ve- stigia della letteratura slovena, per sconfscare, a tutto loro vaniaggio, l’educazione delle generazioni future- « Il fuoco gesuitico — osserva ancora il Ciam- poli — annienio quasi ogni vitalita di pensiero co' libri e non produsse che miserabili prove d’impotenza e di oscurantismo con opuscoletti di devozione, rafjaz- zonature grammaticali e fanaticlie omelie *. XXX Al. I.ETTORE :fc * Cost il popolo sloveno — al quale, dopo ima notte di secoli, era finalmente apparsa 1’auro'ra fo- riera di un giorno luminoso — ricadde quasi nelle tenebre, tenebre rischiarate di quando in quando da fugaci bagliori. Soltanio verso la meta del secolo XVIII << rico- mincia — come bene osserva il Cianipoli — la con- tinuita deli intelletto sloveno » con Pohlin (1755-1801), Zapelj {174.4.-1801'), Linhart (1758-1795), Volkner ( 1741-1816), Zois (barone Sigismondo nobile de Edel- stein ) (1747-1816 ) — naturalista, scrittore, poeta e mecenate sloveno — con Zelenko, Kumerdej e Murko. Il vero rinascimento della letteratura slovena s’inizia appena con Valentino Vodnik (1758-1819) — poeta, letterato ed etnografo. Ammiraiore di Napoleone, il Vodnik esalto le sue gesta, lo chiamo liberatore degli slavi meridio- nali, preconizzo la risurrezione di questi popoli , propugno la loro unione, fu caldo fautore deli' idea deli’ illirismo e d’ogni idea di liber ta, di eguaglianza, di giustizia e di progresso. Questi suoi sentimenti liberali gli attirarono pero le persecuzioni del governo austriaco, allorchb — sconfitto Napoleone — le provincie slovene caddero nuovamente in potere deli’Austria. Il poeta mori po- AL LETTORE XXXI vero e sfiduciato, disperando quasi deli'avvenire del suo popolo. Ma i tempi era.no mutati; V idea nazionale trion- fava ovunque e 1’oscurantismo e la tirannide ave- vano in gran parte perduto il loro malefico potere e nessuna forza valse percio a trattenere il popolo sloveno sulla via del progresso ver so la quale s’era mcamminato con giovanile baldanza. Dopo Vodnik venne Prešern e vennero molti altm. In breve tempo il popolo sloveno fece mirabili progressi in tutti i rami dello scibile umano, ed °ggi — proporzionatamente alle sue forze — supera nella gara di conquiste intellettuali gli altri fratelli della Slavia meridionale. Il lungo, secolare letargo in cui giacque, anzi- che prostrarlo, lo rinvigori ed ora esso rinasce pieno di forze, di giovanile coraggio; di fiducia, di speranze, agguerrito alle battaglie della vita, con la chiara visione del suo avvenire. Ancora, e vero, si combattono le ultime avvisa- ghe contro 1’oscurantismo, che tenta di ricacciare il popolo sloveno nelle tenebre, e contro gli antichi op- pressori, ma oramai sono vani gli sforzi di quei pochi figli degeneri, che sostengono l’uno e gli altri , e il trionfo finale e certo , sicche la predizione del poeta sloveno Domenico Podreka: XXXII AL LETTORE Congiurin pur tutte le furie d’ inferno, raa il gernie slovetio mai speirto cadra. non e p-n v.,na vana c himera. * * * Domenico Ciampoli riconobbe l' importanza dei progressi fatti dalla letieratura slovena dali'epoca del suo rinascimento. Se gli sloveni non avessero che una le.tteratma infantile e se Vodnik, Prešern, Stritar , Vilha>, Lest- vik, Gregorčič, Kette, Aškerc, Zupančič, Cankar e Murk non fossero mai vissuti, basterebbero due soli nomi: Kopitar e Miklošič per assicurare agli sloveni un pošto fra le nazioni civilizzate e colte. II Ciampoli dice: « I due giganti della lettera- tura scientifica moderna sono sloveni: Kopitar e il suo discepolo Miklošič ». Il professore K. Musoni, in un pregevole arti- colo, pubblicato nel 1893 nel periodico milanese « La geografta per tutti », riferendosi agli studii geogra- fici in mezzo agli sloveni, conslatava, fra altro, quanto segue : « Chi volesse farsi un’ idea almeno di parte della produzione letteraria in mezzo agli sloveni, 7 ion ha che a prendere 7 ielle mani il grosso volume del dot- tor Fr. Pasternek : « Bibliografische Ubersicht iibei die Slavische Philologie » 1876-1891, edito a Berlino AL LETTORE XXXIII Lanno 1892 a cura deli’« Arthiv fur Slavische Philologie », diretto dal Jagic. E notisi che anche h son registrati i soli scritti di filologia, mentre degli altri, di argomento dive)’so, si tace affaito. Si ‘vedra come un popolo, non ricco, non patente, non autonomo, composto di appena r.300.000 individui, e la cui letteratura , soffocata nel suo nas cer e dai ge- suiti, e rinata appena ieri , ha fatto in poco d'ora progressi mirabili dando prova di moltissimo ingegno naturale, e il disprezzo , che comunemente si suol farne da noi, dipende, pili che altro , dal non averne perfetta conoscenza e sopratutto dali' ignorarne la lingua ». * * * I primo 7 'di della letteratura serbo-croata rimon- tano alla seconda meta del nono secolo, cioe all’epoca in cui la letteratura bulgara cominciava a varcare i confini della sua patria e a dijfondere la sua luce negli altri paesi slavi. La letteratura dei serbo-croati trasse anzi le sue origini dal/a letteratura bulgara e in principio si immedesimb con essa — specialmente in Serbia — poiche ebbe comune la lingua lelteraria-. il paleo- slavo. Noti e mio compito di riassumere, sia pure in XXXIV AL LETTOKE poche pagine, la sioria di questa letteratura dnipri- mordi ai giorni nostri e pero dovro limitarmi a brevi cenni e rimandare il lettore agli stu Ui pubblicati dal Fortis, dali’Appendini, dal Tommaseo, dal Tenca, dal De Gubernatis e dal Ciampoli. La storia deli i letteratura serbo-croata si potrebbe sommariamente dividere in quatlro periodi princi- pali : i ° — Dal IX al XII secolo. 2" — Dal XII alla fine del XV secolo. 3° — Dal XVI al XIX secolo (cioe fino al 1835}. ejP — Dal 1833 ai giorni nostri. II primo periodo, eh'e quello delle origini, e che il Carducci chiamerebbe « Peta fossile e preistorica » della letteratura ser bo croata, e fecondo soltanto di opere teologiche , dogmaliche, morali; di /eggende, preghiere, sermoni, laudi ecc., recanti, in gran parte, l’impronta bizantina , oppure le caratteristiche della scuola bogomila, che si diffuse in Serbia, nella Bosnia, — Erzegovina , nel Montenegro e in parte anche in Dalmazia, perchb le sue ope7'e di propaganda erano scritle nella lingua del popolo. Nel secondo periodo la letteratura serbo-croata si svolse contemporaneamente in Serbia e nei paesi croati. In Serbia diedero impulso alle lettere gli stessi re della gloriosa dinaslia dei Nemanja, in particolar AL LETTORE XXXV modo i due figli di Simeone Nemanja: Stefano e Rastko ( San Sava), mentre in Croazia fiori la lette- ratura glagolitica. Ma in questo periodo di tempo una delle ptii grandi sventure colpi la Serbia: il disastro di Ros- sovo. La Serbia — sconfitla dai turchi nel campo di Kossovo il 15 gmgno ij8g — cadde colpita a morte. Mario Rapisardi ricorda l’epico avvenimento con gnesti mirabili ver si: Ferita a Coss6vo dal turpe Islainita, Perduto il remeggio de’ giovani vatini, Dai campi raggianti di gloria e di vita NelPombre di morte, stridendo, piomb6. Sbucaro i ladroni giurati ai suoi danili La fissero in croce, sbranarotile il petto: Chi men le die strazio, men prode sembrb. « Con la congnista Unca — osserva Pypi:i — s’in nigura per la Serbia Vera della sventura c delta sckiaviiii: le lettere tacciono, spariscono i monumenti deli'antico valore intellettivo ; ilpaese d corso da eser- citi selvaggi che mettono tutto a ferro e a fuoco e distruggono chiese c monasteri: le devastazioni por- tano seco la perdita d’ inumerevoh mano ser it ti; Vigno- ranza e l' incuria aume 7 itano i disastri deda guerra ». XXXVI AL LETTORE Dalla memorabile fiornata del disastro di Kossovo serbi e croati non ebbero piii uriora di tregua, un’ ora di p.ice, e cio sino alla decadenza deli’ impero turco. Essi dovettero combattere incessantemente quasi viezzo millennio un' impari lotta contro un popolo feroce e sanguinario, nemico d'ogni civilta e d'ogni progresso. I turchi dunque non solo distrussero, in gran partc , i tesoripiii preziosi della letteratura serbo-croata, rha inipedirono e fecero ritardare lo sviluppo di questa letteratura. Dove Marte compie le sue gesta non imperano te Muse. Inter arma silent musae Tuttavia essi ?io?i riuscirono — come hanno fatto in Bulgaria — a soffocare fin Vultimo palpito di vita intellettuale nei paesi serbo-croati, poichh non tutte le regioni occupate da questi popoli fur ono per- cosse dal flagello turco; talune rimasero immuni — p. e. alcune citta e isole della Dalmazia — in altre poi , in principal modo nel Montenegro, i turchi furono piu volte respinti e sconfitti. Laddove gli. abitanti non furono di continuo mole- stati dalle selvagge irruzioni turche, pote fiorire anche la letteratura. AL LETTORE XXXVII La morte dello spirito — come osserva il Pypvn — era dunque apparente e n’e prova infatti la stampa che sorse in parecchi Inoghi. La stamperia slava di Venezia, di proprieta di Andrea Paltasic, trasportata nel 1493 a Segna, nel Litorale croato, inizio tosto la pubblicazione di parec- ehie opere fino allora rimaste inedite. Contempora- neamente sorsero altre tipografie a Obod, nel Mon¬ tenegro (1494), a Gorazd, nell’Erzegovina {1329), poi a Cetinje, nei chiostri montenegrini di Rujan, Milesevi e Mrksin, a Belgrado e d a Scutari. Nel 1333 Božidar Viikovic apri anch’egli una tipografa slava a Venezia, che, anche dopo la sua morte — diretta da suo fglio Vincenzo , denoniinato « Della Vecchia » — stampo ininterrottamente per quasi mezzo secolo libri liturgici ed altre opere di carattere religioso. Un’attivita febbrile animo tipografi, editori e scj-ittori, incoraggiati — specialmente nelLantica Zeta, Vattuale Montenegro — dalla munificenza dei vojvodi o principi, che projondevano tesori per pro- muovere la coltura. Piu volte pero — come accadde nel Montenegro — quando mancavano le munizioni, il plombo dei caratteri fu convertito in palle da fncile. XXXVIII AL LETTORE ^ A questo movimento letierario il popoio pero non partecipava quasi afpatto, poiche i libri non erano scritti nella lingua pailata dal popoio; era una lette¬ ratura riservala ai dotti, ai teologi, alla nobilta, ai monaci e serviva, quasi esclusivamente, a scopi crcle- siastici. II popoio aveva la sna letteratura, che custodiva gelosamente; aveva dapprima i libri manoscritti dif- fusi da/la setta dei Bogomili e distrutti in Serbia dal clero ortodosso, che li considerava «opera del demonio », e da Stefano Nemanja, che fn il piii accanito persecutore dci bogomili ; nella Bosnia e nell’'Erzegovina arsi dai Jrancescani, i quali, piu tardi pero, per combatlere la setta dei bogomili con- trapposero ai libri « eretici » i lorc libri scAtti pure nella lingua pat lata dal popoio, e tennero desto fra i cattolici delle due provincie il sentimento nazionale. Aveva il popoio i suoi canti popolari, le sue leg- gende, le sue favole, i suoi poemi epici ed eroici, le sue canzoni d’amore, che pero i sacerdoli condan- navano come « Lebbra pagana». Ma questa letteratura era piu orale che scritta; a scriverla non era facile cosa, poichb il popoio , it, gran parte analfabeta, von aveva a sua disposizione nh copisti, ne amanuensi, e si correva anche pericolo di veder distrutti i mano- AL LETTORE XXXIX scritti e di subire pei secuzioni. I canti, le leggende ecc. venivano tramandati da padre in ftglio. Molti furono distrutti , o nel corso dei secoli, dimenticati , ma furono anche molti consetvati e Vuk Karadzic pote raccoglierli e pubblicarli. E gnesti canti sono un tesoro cosi grande, cosi prezioso che nessun popolo - come affenna il Grimm — pub vantarsi di averne uno egualc, e che il Ciam- poli dice «superiore a quello di tutte le nazioni del mondo » c che « ci e giunto nel suo candore di igno- ranza, vagine e forte, come forma patetica della bellezsa appunto, come reazione al mondo esteriore, eh'era forse ttoppo nudo e freddo da non doversi tramutare in sogno e in armonia ». « Nessun popolo stavo e nessuna nazione europea ■— dice il Ciampoli — pub eguagliare la Serbia nella pocsia popolare, la quale come potema creatrice resta nel popolo quasi fosse ancora nel magnifico periodo primilivo e come sviluppo supera ogni pro- digiosa fecondita vitnle ». « Pensieri e sentimenti — aggiunge ancora il Ciampoli — dolori e gioie, fede e credenze, storia e favola, feste e funerali, nozze e sortilegi... tutto c cantato: sulla montagna e nel piano, nella foresta e nella capanna , all’alba o al tramonto, la canzone vola consolatricegentile, eh'e quasisempre lieta, vispa, XL AL LETTORE originale; e quand'e pensosa e elegiaca ha vivezza d’im,nagini e profonditd di passioni ». « / fasti eroici sono semplici e gra?idiosi nel- 1'epopea svolgentesi meravigliosamente ancora, e la loro pubblicazione e il maggior fatto nella stot ia delle letteraiure moderne: essi hanno potenza plastica e oggettiva, tale che il racconto e pili azione che vet so: l’eroe diventa itidimenticabile e uguaglia le creazioni omeriche: i cicli si svolgono quasi dettati da una sola mente, eppure vanno dalla freccia alla spada, dallazza al cannone , dali’ ingenuita primitiva alla esatta narrazione storica con pelegrinaggio secolare entro una coscienza sola: e per una sola bocca, quella del popolo >>. « La battaglia di Kossovo — dice Pypin — aveva lasciato nelle anime profondi ncordi: essa divenne il tema delle « lagrime » del popolo; idealizzata dalla poesia, essa cotisacro le rimembranze del passato e coi racconti eroici nutri nei cuori la fierezza patri- ottica che sfido ogni sventura ed ogni sconfitta ». Se il popolo per tradizione orale non avesse con- servato il ricco patrimonio dei suoi canti, la lettera- tura serbo-croata non atrebbe forse mai raggiunto la sna maggiore floridezza nei secoli XVI e XVII coi poeti dalmati e ragusei. AL LETTORE SLI * * * Nella lingua del popolo sorse anche in Croazia una letteratura all’epoca della Riforma, che ebbe il suo centro d'aitiviia e il suo fulcro nei paesi sloveni e di cui furono promotori il Konsul, i due Dalma¬ tin e il Frankovic e trovo appoggio e pi otezione nella persona del conte Giorgio Zrinski (figlio delVeroe di Sige/), che fondo una tipografia nei suoi possedi- menti di Nedelisce per stampare libri di propa¬ ganda. Pero, come nei paesi sloveni, cosi anche m Croa¬ zia quei libri furono arsi dal clero caitolico e dai gesuiti, ckiamati a Zagabria dal vescovo Giorgio Draskovic e dallo stesso bano Tomaso Erdddy, di cui b nota la violenta filippica contro i protestanti pronunciata nei 1607 al congresso di Breslavia e che finisce con queste famose minaccie: « Hoc ferro, si aliter fieri non potuerit, sectam istam a nobis eliininabimus, tresque nobis adsunt fluvii: Dravus, Savus et Colapis, e quibus unum istis novis hospitibus sorbendum dabimus». Questo movimento letterario — che in sullo scorcio del secolo XI/ si andava sempre piu accelerando non XL1I AL LETTORE ostante gli ostacoli frabposti da due contrari elementi, ma concordi nelVodio contro le Eberte/, e il progresso del popolo, ne cessava con la distruzione dei libri e delle stamperie e mutava soltanto di luogo — era il prcludio di un risveglio nello studio di nuove discipline, o meglio il moto di gestazione di una nuova vita intellettuale che si andava evolvcndo, non. biii e/itro la rigida sfera del dogmatismo rcligioso e deli' austerita monacale, ma nel grembo fecondo del- V intetletto popolare e delTuniversalita. Il clero e il vionacato cessavano di avere 1’esclu- sivo monopolio delil letteratura e della coltura in generale; esso passava nelle mani del-popolo c della borghesia, libcra d’ impacci e di freni. Trionfava djmque il pensiero laico e con esso la letteratura assumeva un nuovo indirizzo. Sorgeva cioe la vera letteratura, che attingeva la S07gente della sua vita nel sapere universale e che s’ ispirava all’arte e ali’estetica dei classici; quella letteratura che restituiva al cuore ed alla ragione i suoi diritii. La letteratura serbo-croata, fatta bcrsaglio alle biu feroci persecuzioni in Serbia, in Croazia, nclia Slavonia, nell’Erzegovina e. nella Bosnia, trovava rifugio nelle citta e nelle isole dalmate e nella libera e democratica repubblica di Ragusa (Dubrovnik), AL LETTORIi XLIII ove non giungeva 1’artiglio islamita e dove i gesuiti non avevano ancora esteso il loro dominio. Uidalba radiosa inaigentciva gli orizzonti di. questa letteratura sulici cosia dalmatu e la luce di quest’alba giungeva dall’altra sponda deli’Adriatico, ove gia il sole splendeva in tutto il suo fulgore, giungeva dal- ritalia, la grande maestra di tutti i popoli, ove gta un altro sole, il sole di Roma, aveva irraggiato la sua luce su queste sponde. Sorgevano gli albori della letteratura dahnato- ragusea, che fu la vera madre e creatrice deli’odierna letteratura serbo-croata. S inaugurava Cvsi il terzo periodo di questa letie- ratura. Caduta Bisanzio, si andava mano a ivano estin- guendo nei paesi serbo-croati l’ influenza della coltura bizantina e prendeva dominio negli intellctti la coltura latina ed italica, piu corrispondente allo spirito di questi popoli e percio piu assimilabile. L' Italia mandava in Dalmazia i suoi maeslri come Giovanni da Ravenna [1434), Filippo de Diversis e molti altri , ed apriva ai dalm iti le sue universita, incoraggiava la coltii7'a nazionale, accoglieva i fug- giaschi ed i profughi, concedeva l’ istituzione di tipo- grafie per la stampa di libri slavi, e i dalmati face- va?io o7iore ali’ Italia ed alla loro pat7'ia nativa come ci off7'iro7io luminoso esempio: il raguseo Ilija Cidjevic XLIV AL LETTORE ( 1464-1520 ) — che miito il nome in Elias Lampri- dius Cervinus — beniamino del cardinale Alessandro Farnese e amir.o del Pontefice Paolo III — e che a 18 anni, fu il primo, dopo Petrarca , incoronato solennemente in Campidoglio della corona d’alloio — e Giorgio Sizgoric da Sebenico (144.0-1496), Giovanni Ljndic, slavone ( 1434-1472 ), Giacomo Bunic e molti altri. ' «Fra dalmati e italiani — scrive il Ciampoli — erano strcttissimi rapporti di politica , di convmercio, di religione, d’arte, di geniilezza. L’ Italia dava a quel popolo vergine 1’ impronta della sua grandezza e del suo sapere; gli apriva le universiia, gli man- dava gli echi del pensiero europeo: vi aveva inipor- tato dapprima la poesia trovadoiica , poi col rinasci- viento, 1’umanesimo; in gmsa che, come se f.icesse parte di se stessa, vide svolgere quella letleratura da ’ primordi fino a Metastasio parallelamente e in tutti i generi, epica, drammatica, lirica, didascalica, con lo slrano fenomena che gli scrittori adoperavano spesso tre lingue: l’ italiano, il latino, il serbo-croato, pur serba?ido Vindole nazionale, la cui forza si esplico originalissima, cosl chb Ragusa, 1’Atene jugo-slava non si asservi ne ali’ Italia, la vera maestra, ispira- trice non oppressiva, ne a Bisanzio; ma libera, colta, ricca, valse a congiungere il mondo greco-romano e AL LETTORE XLV porto firesso i popoli parenti Varte, la scienza, persino la galanteria >. La prima cittd dalmata che si cimento veli’agone letterano nella lingua nazionale fu Spalato, ove nacque Marco Maru/ic {1450-1524) — « 1 ’ inauguratore . —- coms dice il Ciampoli — di quest’epoca gloriosa, detto « divino» dall’Ariosto » — ove nacquero Giro- lamo Papalic e Martinic, Nicolo Matulic e Placido Gregorijanic. Vennero poi per ordine cronologico: Lesina {Hvar) — con Annibale Lucic ( 1553 ) e Pietro Hektorovic (. 1487-1572) — e Žara con Giorgio Barakovic (1548- 1628 ) — autore della Vila slovinka {La Vila slava) in 15 canti, e delta «Draga Rabska », nella quale decanta le meravigliose bellezze deli’ isola di Arbe — con Bernardo Karnatuvic (1555-1600), che scrisse « Vaseije Sige ta grada » {La preša di Siget ) epica in 4 cantiche — con Pietro Zoranic {1508-1564), arcade, e imitatore dalle opere di Sanazzaro. A queste cittd si aggiunse7 r o Sebenico , ove nacque Pietro Divnic, e Curzola, che diede i natali a Gio- vanni Vidali. Ma chi terme il primato su queste ciita fn Ragusa, che per due secoli rifulse di luce vivissima e tiede i natali a tanti uomini Mustri di farna mondiale e provo luminosamente a quali altezze pub elevarsi V intelletto slavo quando e lascialo libero, quando non XLVI AL LETTORE e ost.icolalo dalla malvagita degli uomini o da altre calamita. Ragusa pote, indisturbata, coltivare le belle let- tere, le scienze, le a> ti, perche , come la Toscana, fu, meno delle altre reg ioni, accessibile alle irruzioni barbariche, seppe tener a bada il turro e pon r e itn freno, ora con ta forza ed ora con 1’astuzia, alle ingordigie dei suoi nemici, perche fu liber a, indipcn- dente, ? icca, e perche, come Firenze, offri asilo ai fuggiaschi, accolse entro le sue mura e protesse gli uomini d’ ingegno che le chiesero ospitalitd. Gia nella seconda meta, del X V secolo sbocciavano in Ragusa i primi germogli di quella coltura che dovevano poi, nei secoli venienti, po^tarla al/a sna maggiore floiddezza. II primo dei poeti ragusei fu Marino Kristicevic, che il Dolci ricorda nei suoi « lasti letterarii ragu¬ sei ». Lo segue poi Sisko Mencetic-Vlahovic [1457- 1527), che lascio una raccolta di 585 componimcnti Urici. Imperava allora. come in Italia, cosl anckr in Dalmazia, la poesia trooadorica e molti furono a Ragusa i cantori , i bardi, i giullari, permanenti o pellegrinanti, dei quali noti si conserva piu neanche il ricordo, poiche a far perdere ogni iraccia dei loro canti e dei loro nomi giunse a Ragusa, non atteso, uno di qucgli ospiti che ognuno desidera di tener AL LETTORE XLVII ben fontano dalla sua soglia: g mn s e la peste che, in pochi giorni, fece un tremendo reputisti di poeti e analfabeti, di nobili e plebei, e porto seco anche it poeta Mencetic- Vlahovič. Era li prima calamita che colpiva Ragusa ali’ini- zio della sua attivita intellettuale. Pero in pochi decenni la citta rinacque e le bclle lettere trovarono altri cu/tori. Ecco, per ordine cronologico, ‘gl’ ingegni piu pre- clari che onorarono l’eta deli’or o della repubblica ragusea : Nicol 6 Vetranic (1482-1576), benedettino , che, esiliato dalla patria, ando errando pel inondo e Jim la sua vita nelferemitaggio delVisola deserta di 6 . Andrea. Scrisse il « Romito >>, il «Pellegrino », quattto drammi sacri, molte liri che , satire e canti di argomento diverso, fra i quali uno dedicato ali’ Iialia, che si chiude coi ver si che qul sotlo riporto tradotti: «0 somma Regina, per te fa mestieri risorger padrmia, cacciar gli stratiieri; pon fine una volta delle arini al fragor, ne l’aquila e il gallo ti beccliino ognoi. L’ infame oppressore, con arini insolenti, non piu ti divida, non piu ti tormenti. Deciditi! — e dona la mano ad un solo, piu d'un non comandi sull’italo suolo; lo sposo sia figlio deli’ itala terra, tu gli altri discaceia, oombatti ed atterra. Non voglio si a lungo vederli soffrire: se tuo fu il passato, sia tuo 1’avvenire ». XLVIII AL LETTORE Stefano Gucetic e Andrea Ciubranovic, il primo patrizio, il secondo plebeo, 1’uno autore della cantica «Dervis», 1 ’altro della « Zingarellat). Nicold Nalieskovic (1510-1587), il crealore del dramma pastorale. Lascio quattro dramvii pasto¬ rali , tre commedie satiriche e ijj canzoni liriche. Fu viatematico di grande valove, astronomo, oppositore di Gallileo. Marino Drzic ( 1520-1580 ), autore dei drammi pastorali in versi: « Tiienas>, « Storia d’amore « Venere e Adone », « Lo scherzo di Sta7ico ». Scrisse alb e sette commedie in prosa. Domenico Ranjina (154.0-1601), che ottenne il cavalierato da Cosimo de Medici. Fu linco eccellente. Tradusse Jibullo, Marziale, Catullo, Teocrito ed alb'i. Domenico Zlataric (1556-1601) che a soli 25 anni fu rettore deH’universitd di Padova. La repubblica ve 7 ieta gli conferi il cavalierato (Vordine della « stola d’oro »). Scrisse versi in italiano e in serbo-croato. Tradusse V <<.Amintas> di Torquato Tasso, l’ « Elet- tra » di Sofocle e celebro in versi le bellezze di Cvieta Zuzoric (Flora Zuzzeri) (1555-1597) poe- tessa coltissima, che, per la sua bellezza, fu chiamata V « Aspasia ragusea », che scrisse sonetti ed epigrammi in serbo-croato e in italiano. Con Flora Zuzzeri si chiuse il secolo X VI. Altri AL LETTORE XLIX poeti e traduttori di miner valore, e dei quali si ricorda soltanto il nome, vissero a Ragusa, ma con- temporaneamente agli serittori e poeti nazionali, altri ci furono che serissero in latino e italiano e fr a questi va ricordato il benedettino Mauro Orbini ( 1614 .) che e noto per la sua « Storia del regno degli Slavi » (.Pes ar o 1601). >|i ^ >[< Nel secolo XVII la letteraiura dalmato-ragusea raggiunse la sua maggiore floridezza con Giovanni Gundulic, o Gondola (1588-1638), poeta genialissimo e fecondo, ingegno versatile ed eclettico, che si di- stinse per purezza di lingua ed originalita e trasse argomento alle sue opere dalla vita e dalle vicende storiche del popolo slavo. Fu egli il principe dei poeti ragusei; fu il sole attorno al quale s’aggirarono come pianeti, da esso ricevendo luce e calore, tutti gli serittori e poeti suoi co 7 itemporanei. La farna del Gundulic varco i confini del mo?ido slavo. Fu ammirato dai dotti di tutti i paesi, ma gli omaggi maggiori gli rese l’ Italia, ove oggi an- cora si ricorda il suo nome, poiche oggi ancora nelle biblioteche italiane si conservano gli studii che, in varie epoche, furono pubblicati intorno alle sue opere. L AL LETTORE E noto ali’ Italia — e fu anche tradotto in ita- liano — l' « Osman » ( 1 ’Osmanide) di Giovanni Gun- dulic, poema epico in venti canti, e non meno nota e commentata fu, a suo tempo, la sna traduzione della « Gerusalemme liberata v di Torquato Tasso. II Gundulic fu poeta lirico ed epico, ma ebbe maggiori disposizioni per l'epica che per la lirica. Aveva anche grandi inclinazioni per la drammatica e scrisse infatti piii drammi che poesie, ma la sna farna egli la deve al suo poema epico. Co7ne di quasi tutii i poeti e scrittori ragusei anche del Gundulic molte opere andarono perdute. Seguirono le orme del Gundulic i parenti di lui: il figlio Siska (+ 1628 ) e il nipote Giovanni (/<577- 1721). Delprimo non si conserva altro che un dramma in 5 alti, « Raggio di sole », pero due autorevoli scrittori, il Dolci e il Cerva, parlano di questo poeta con la piii grande amniirazione. Il nipote fu anche eccellente poeta: compose idillii, egloghe, liriche, tra- gedie; tradusse l’ « Aminta » di T. Tasso. Giunio Palmotic ( 1606-1657) scrisse dapprbna in latino, poi nella sua lingua materna, poesie di vario genere, molte delle quali andarono smarrite. La sua opera maggiore e il poema epico 1 Kristijade », in 24. canti, ch’egli trasse dali2 « Christiade » di Gerolamo Vida. Compose, tradusse e rifece drammi pastorali melodrammi. AL LETTORE LI G. Palmotic Diodoric, cugino di Giunio (+ 1680) scrisse « Ragusa restaurata», poema epico in 20 canti, e un dramma « Didone » traendo argomento dali' « Eneide » di Virgilio. Giovanni Bunic (-+- J658) fu eccellente poeta lirico: Pasquale Primojevic (+ 1640 ) fu ottimo tra- duttore e rifacitore di drammi e commedie; Giovanni Gucetic, morlo tragicamente nel 166’/, compose drammi e tragi-commedie e tradusse la Iragedia « Leone il filosofo » del Giannitti; Vladislavo Mencetic scrisse drammi pastorali, magnifico in un bellissimo canto le gesta dell’eroe di Siget: Nicold Zrinski; Antonio Glegjevic {1659) compose versi erottici, idillii, drammi e satire. Fu poeta alquanto licenzioso e nelle satire virulento e dovette percio piu volte subire il carcere ; Pietro Bogasinovic compose, fra altro, un canto epico sul/’assedio di Vienna; scrissero drammi, liriche, poemetti ed idillii: Antonio Kastratovic, A. Krivo- nosic, Vincenzo Petrovič e Ignazio Gradič. Contemporanei al Gundulic vissero in Ragusa alt? i poeti e scrittori che il Cerva e il Dolci ci no- mmano; le loro opere pero non si conservano. Dove andarono a finire vedremo poi. Ragusa era giunta ali'apogeo della sua' glotia, della sua ricchezza e della sua potenza allorche fu colpita da una terribile catastrofe: il 7 aprile 1667 un formidabile terremoto — pari a quello che piu Lil AL LETTORE volte colpl Messina — distrusse in gran parte la citta e il contado. Perirono in quel giorno parecchie migliaia di cittadini. Sotto le rovine rimasero sepolti, e poi furono distrutti dal fnoco, quasi tutti i tesori che Ragusa aveva accumulalo in tanti secoli e fra questi le opere dei suoi scrittori, dei suoi poeti, i piu preziosi manoscriiti, che aveva gelosamente con- servato, il suo archivio storico, le sue biblioteche. La citta, riedijicata poi, die spettacolo pietoso delta sua impotenza e rappresento il fantasma della sua prisca grandezza. Il sole di Ragusa scendeva ad Occaso; la scialba luce che per piu di un secolo illumino ancora l'oriz- zonte della sua letteratura, fu, piu che altro, un piacente e ingannevole miraggio. Ne il terremoto fu la sola calamita che in quel tempo distrusse la fiorente repubblica. « Un'altra peggiore sventura — dice Pietro Preradovic nel suo epicedio a Ragusa — porto alla citta il g er me della sua decadenza e del suo disfacimento e attossico il cervello dei suoi figli ». La citta fu invasa dai gesuiti, che distrussero cib che il terremoto e d il fzioco non avevano ancora annientato; fecero sparire od 'ar ser o tutti i libri di carattere profano; istituirono scuole ove educarono la gioventu alle massime ed ai p? incipii del loro ordine, AL LETTORE - LIH e cosi sorse una generazione di inetti, di ingegni infraliti, di intelletti evirati. Una letteratura anemica, artificiosa, pedantesca e noiosa venne su germinando come gramigna in un campo senza sole; un’arte pinzocchera e bacchettona trascino stentatamente la sua esistenza fino al giorno in cui la repubblica cadde, nel 1814, per non piu rialzarsi. Nacquero e vissero, b vero, in sullo scorcio del X VII e nel X VIII secolo poeti e scrittori, mo, salvo rarissime eccezioni, non si elevarono di una spanna dal solito livello delle mediocrita. In mezzo a tali mediocrita emersero per ingegno e coltura: Ignazio Giorgic (1675-1737') — che nei suoi arini giovanili compose liriche pregevoli per forma e concetto, ma poi, entrato nell’ordine dei gesuiti, rinnego it suo passato e si dedico agli studii teolo- gici; compose e tradusse opere di cattere religioso — Pietro Boscovic ( 1714-1804 ), eminente filologo e mate- matico e discreto poeta — e Giovanili Franatic-Sor- kocevic ( 1706-1771 ), giureconsulto e istoriografo e traduttore valente. Gli altri scrittori e verseggiatori di quell'epoca si limitarono a tradurre ed a parafrasare i classici italiani e latini od a comporre inni sacri, salmi ed elegie, e le loro opere non hanno che scarso valore letterario. LIV AL LETTORE La decadenza della letteratura ragusea injlm perniciosamente anche sulle altre citta dalmate che consideravano Ragusa cotne Lunico loro centro di cultura. Anche nelle citta dalmate, come a Ragusa, 1 ’asce- tismo artificioso, prodotto di una educazione falsata, impedi le iniziative del pensiero e isterili le fonti piu pure del sentimente. Nel XVIII secolo tutta la Dalmazia pareva con- vertita in un convento di penitenti. I verseggiatori, piu clie poeti, setnbravano chierici salmodianti. Podli sono i poeti che lasciarono traccia del loro nome. Fra questi pochi e Pietro Kanavelovic da Curzola ( 1631-1719), che sc? is se e tradusse liriche e drammi; compose un poema sul disastro di Ragusa, un canto epico sulla liberazione di Vienna dai turchi {1683) e un poema epico i?i 2 4 canti sulla discesa in Dalmazia di re Colomano {nog), sull’assedio di Žara e sui miracoli di S. Giovanni vescovo di Trati. A Spalato, dopo Marco Marulic, due soli sc?'it- tori emersero fra le tante nullita di poeti straccia- pani: Gerolamo Kavanjin ( 1640-1714 ) e Giovanni Drazic (M- /7/5). II primo lascio un poema epico nel quale magnifico le gesta degli eroi croati; il secondo compose un poema in 10 canti « La bellezza del- 1 ’anima » e la « Preghiera del principe Eugenio di Savoja ». Con ijuestipoeti agonizzo e s'estinse la lelteratura dalmato-ragusea. SjS 5?C H' Chi tenne sempre accesa la sacra fiamma del- l’arte, e nelle licte e nelle tristi vicende trovo sollievo e conforto nel canto, chi non si lascio fuorviare da insegnamenli deleterii, ne subi straniere influenze, fu il popolo, il grande, Veierno, V immutabile poeta, che il tcsoro dei suoi canti conscrvo quasi intatto, ne mai vidc nel corso dei secoli inaridirsi la fonte sempre fresca e zampillante delle sue ispirazioni. Quando la letteratura dalmato-ragusea agonizzava dissanguata dal vampiro deli'oscurantismo, fu il canto del popolo che riaccese negli animi sconfortati Vamore e il desiderio deli’ar te. Fu il popolo che insegno alla letteratura la vera via della sua rigenerazione e de/la sua salvezza. Andrea Kacic-Miosic (1690-1760), nato in Dal- mazia in un villaggio del contado di Macarsca da famiglia principesca, fu il primo che intui le bel- lezze dei canti popolari e fu il primo che, imitando quei canti, seppe invogliare gli altri allo studio e alla ricerca della poesia popolare. La sua * Pismarica » ( Canzoniere \ raccolta di canzoni arieggianti le rapsodie popolari, nelle quali LVI AL LETTORE — traendo argomento dalle iradizioni del popolo e dalla storia — il poeta gloripca le gesta degli eroi slavi, ebbe parecchie edizioni e fu per piii di im secolo, e lo e oggi ancora, in gran parte, la « Bibbia t> del popolo. II Ciampoli, accennando a qucst''opera del Kacic, dice che il poeta « appassionato cultore della poesia popolare, sotto laspetto del vecchio rapsodo Milovan, se ne approprio cosi bene il carattere, le tradizioni, 10 spirito, il metro, che non e facile discernere quanta parte abbia avnto V ar te nel comporla ». Ma ne il Kacic, ne i poeti ragusei — che nelle loro opere riportarono alcuni canti o interpolarono brani di poesie popolari — seppero degnamente ap- prezzare i pregi letteraili di quelle creazioni del popolo. Coi criteri che allora imperavano sullarte, essi certo non potevano nemmeno imniaginare che le canzoni di oscuri ed ignoti bardi potessero avere un valove letterario. Chi veramente comprese quale tesoro si celasse nella poesia e nella lingua del popolo fu Vuk Ste¬ fanovi c-Karadzic (1787-1864) — il celebre filologa ed etnografa, il riformatore della lingua e della orto- grafa serba — che raccolse e pubblico in piii volumi i canti del popolo, e che fece da solo — come dice 11 Ciampoli — « piii di dieci accademie insieme». Il Katic e lo Stefanovič resero i dovuti onori AL LETTURE LVII alla letteratura del popolo, tenuta fino allora in di- spregio dai dotti, e dimostrarono come il dialetio erzegovese, clie il piii puro e il pik arnionioso fra i dialetti serbo-croati, poteva surgere a dignita di lingua letteraria. * * * Mentre la letteratura ragusea volgeva al suo tra- monto, in Serbia, in Croazia, nella Slavonia, nel Montenegro sorgevano i primi albori di quel risve- glio letterario che apri la via al rinascimento della letteratura serbo-croata. I precursori di questo rinascimento, accanto al Kacic e allo Stefanovič, furono; in Serbia: Dositeo Obradovic (1739-1811) — poliglotta , teologo, filosofo e poeta. Anima mistica, assetata d' ideali, insofe- >ente di qualsiasi giogo, tormentata dalla febbre dello studio, volle abbracciare con la mente tutio Vumano scibile, ma non avendo la necessaria cultura , chb la patria non pote offrirgli, perche in lotta continua col turco oppressore, e attanagliata dalioscurantismo, i Obradovic ando pellegrinando per tutta VEuropa, soferma 7 idosi nei centri maggiori per apprendere le lingue, studiare la scienza, la letteratura, il pro- gresso intellettuale degli altri popoli e arricchire lo spirito di sempre nuove cognizioni. LVIII AL LET'I OR E « La sna vita — dice il Ciampoli — e tutta un romamo d’avventure, ma pare il simbolo deli'intero popolo con la sua febbre di sapere e la passione al progresso, coi diversi stadi per cui si e inoltrato verso la civilta. La sua opera fu audace, efficacis- sima : egli 7 uppe le inveterate tradizioni, ispiro nobili ideali, sollevo la lingua schietta e palpitante, che trovava eco in ogni coscienza, fu novatore e rifor- matore nel contempo; volle la cultura , sogno il risor- gimento della patria alla potenza e alla glo 7 'ia; da pat 7 r iotta savio e moralista predico la co 7 icordia, la guerra contro l’ignoranza e la barbarie; resiste alle calunnie e 7 nali arti pretesche; dijfuse i principii d’uguaglia 7 iza, ce 7 'co di distruggere i pregiudizii e l’odio pero verso il progresso; vide sorride/ido ar dere i suoi libri dai nemici, perche il pensiero non si brucia e ottemie alla fine la gioia e il compenso di fondare la scuola novella ch’e pur vita 7 iuova ». Paolo Solaric {1781-1821), seguace e immitatore di Dositeo Obradovic, Jilosofo, poeta e geografo. Lascio molte opere lettera7'ie, ma non eguaglio il suo maestro. Interessante e il suo studio di co7nparazione fra la lingua latina e le lingue slave. Tradusse e rifece opere filosojiche inglesi e italiane. Luca Musicki (1 777-1837), poeta, grande ammi- ratore dei classi.ci greci e latini, uomo colto, inteme- rato patriotta. AL LETTORE LIK Simeone Milutinovič ( 1791-184.7 ). Ebbe vita avven- turosissima. Combatte sempre, con la penna e col fucile, implacabilmente, i nemici della sua patria. Si trovo dapprima nelle file dei congiurati , poi cogli ajduchi e infine a capo di due mila volontari alla frontiera onentale della Serbia. Subi il carcere; fu condannato a mor te; sfuggi al palo e al capestro. Fu poeia lirico ed epico; scrisse dr amini e tragedie, la « Storia del Montenegro » e descrisse l’ insurre- zione serba (1813-1815). Jovan Sterije Popovič (1806-1856) Fu pr ofessore, avvocato, poi ministro deli’istruzionepubblica in Ser¬ bia. Fondo la « Societa della letteralura serba >> e l’organo di questa il Glasnik ( Messaggero), e il Muse o. Scrisse liriche, drammi, tragedie, commedie e s a lir e. Giorgio Magaresevic (1793-1830) Fu professore ; fondo il periodico « Cronaca letteraria serba » e, as- sieme al Milovuk, Hadžič, Tekelija ed altri, la « Matica Srpska » (Istituzione letteraria per la pub- blicazione di riviste e libri). Accanto a questi, che sono i maggioii, coopera- rono al risveglio letterario: Gregorio Terjalic, Ga¬ briele Kovačevič, Vincenzo Rakic, Costantino Marin¬ kovič, Atanasio Stojkovič, Nicolo Simič, Abramo Mrazovic, Giovanm Zivkovic, Giovanni Atanasio Do- LX AL LETTORE senovic, Luca Milovanovič, Emanuele Jankovič, Gioa- chino Vujič, Milovan Vidakovič, Demetrio Davidovic, Giovanni Hadžič, Miloš Lazarevič, Atanasio Niko¬ lič, Giorgio Maletic ed altri. Nel Montenegro : uno dei piii grandi fautori e precursori del rinascimento letterario fti il Vladika ('episcopo e principe). Pietro II Petrovic-Njegus ( 1813- 1851), nobilissima figura di poeta, di patriotta, di riformatore, di meceno-te. Allievo del Milutinovič, co- noscitore profondo dei classici antichi e moderni e com- penetrato dalle bellezze della poesia popolare, lascio opere imperiture, fra le quali « II microcosmo » - poe¬ ma Jilosofico-religioso in sei canti, che rammenta Ion- tanamente il « Paradiso perduto » di Milton, ma nel quale il poeta innesto le teorie e le dottrinc dei bogo- mili — e il « Gorski Vienac >> (// serto della mon- tagna), opera monumentale per ispirazione, sublimita di concetti, sentimento patriottico e per le incantevoli bellezze dello stile purissimo. Scrisse anche /’« Ere¬ mita di Cetinje » lo << Specchio serbo » (raccolta di poesie e imitazioni di canti popolari), il « Castello di Gjusisic il « Finto tzar » e « Slobododijade » — poema epico in dieci canti, descrizione fedelt e meravigliosa dell’epiche e secolari lotte dei montene- grini contro i turchi. In Slavonia : Matteo Antonio Reljkovic ( 1732 - 1798), oriundo dalla Bosnia e nato in Slavonia, e AL LETTORE LXI una simpatica figura di soldato e di poeta. Pubblico « II satiro » o « 11 Dio boschereccio », in versi — che fu rnolto letto e commentato, ma provoco le ire del clero e dei gesuiti — ed altre opere uiinori. Pietro Katancic (1750-1825) fu professore a Za- gabria, poi ali'universita di Budapest; archeologo, numismatico e poeta. In Croazia : Paolo Vitezovic (1650-1713) corhpi gli studi nel Belgio ; ritornato in patria, fu investito delle piii alte cariche. Per le sue idee liberali fu perseguitato dal clero e dai gesuiti, ma protetto dali' imperator e Leopoldo I e dagli alti dignitari di Corte, pote per qualche tempo fronteggiare le male arti dei suoi nemici. Morto pero Leopoldo I, silo protettore — che gli aveva conferito dapprima il titolo di cavaliere, poi quello di barone e lo aveva nominato consigliere della Corona e vice- conte della Lika e della Krhava — fu denun- ziato dai gesuiti alla Corte di Vienna, che lo accu- sarono di aver fondato a Zagabria una stamperia e promosso la pubblicazione di libri profani. Pu de- stituito, degradato, spogliato dei suoi beni. Recatosi a Vienna per giustificarsi e provare la propria in- nocenza, ammalo e mori di crepacuore. Molte delle sue opere furono distrutte. Pubblico opere flologiche, storiclie e poesie, in latino e in ser- bo-croato. Gode ottima farna anche ali’ester o. La sua LXII AL LETTORE « Preša di Siget », poema in 4 cantiche, ha avuto parecchie edizioni. Tomaso Miklousic {1767-1833) compi gli studii a Badapest ; fu professore ali'Accademia di Zagabria. Scrittore fecondo, ingegno versatile, tratto argomenti di vario genere. Si occupo di questioni economiche e morali, di medicina e di astronomia. Pubblico anche un « Enciclopedia popolare ». Questi i maggiori. Poeti e scrittori di minor im- portanza ce ne furono parecchi in Croazia nel X VIII secolo, tutti pero, educati nelle scuole dei gesuiti, la- sciarono opere di carattere religioso e morali, t?-adu- zioni e imitazioni, prive di valore letterario. Dali'epoca della Riforma in poi, sino agli inizii ae rinasc lento, imperavano in Croazia i gesuiti , i quali, dopo aver distnitto tutti i libri che non anda- vano loro a genio, perseguitato gli uomini d'ingegno, osteggiato ogni progresso intellettuale, conseguita la chiusttra delle stamperie, promossero qucl processo dissolvente che aveva mandato in rovina la fiorente repubblica di Ragusa e ridotto ali'impotenza intellet¬ tuale gli sloveni. I gesuiti fondarono scuole latine per osteggiare la culiura riazionale e per educare la gioventii alte massime ed ai principi del loro ordine. In breve, con la distruzione dei libri e la castra- AL I.ETTORE LXI1I sione delle scritture e degli ingegni , essi raggiunsero il loro scopo. Nicolo Krojacevic {Sartorius) (1582-1652), Gior- gio Habdelic (1609-1678), Stefano Zagrebec (-j- 1742), Baldassarre Krcelic {1713-1778), Illariano Gasparotti {1712-1762), Bartolomeo Kocijancic (-[- 1806) Massi- miliano Vrhovac {1732-1827), Tito Brezovacki ( 1734- 1803) e mo Iti altri, gesuiti, o educati alta scuola dei gesuiti, von lasciarono che opere religiose o morali, in latino maccheronico, o nel dialetto del popolo in mezzo al quale vissero, e che un critico chiamo giu- stamente « la.zavor?'a detla letteratura croata ». * * * La breve dominazione f?’ancese porto fra i serbo- croati il germe delle nuove idee di liberta, di giusti- zia, di eguaglianza e di progresso, che la Francia repubblicana aveva diffuso quasi in tutto il continente europeo. Napoleone Bonaparte, sotto il vecchio nome d’Illiria, riuni le provincie adriatiche e diede loro un governo liberale , che non osteggio, ma incoraggio anzi il sentimente nazionale nelle popolazioni promuo- vendo lo studio della lingua del popolo, che, in omag- gio alla denominazione politica, fu chiamata illirica. Poco a poco il popolo comincio a deslarsi dal suo lungo torpore. Il risveglio fu lento, come di chi si LXIV AL LETTORE sente attrappite le membra da un prolungato letargo. La dominazione francese fu, disgraziatamente, trop- po breve, ne potb spazzare le dense nubi delVoscu- rantismo che gravavano ancora sul popolo come cappa di plombo. Cessala la dominazione francese seguirono giorni di hitto e di tristezza. II dispotisnio fece ancora una volta sentire il suo pugno di ferro; la reazione an¬ cora una volta sollevo il suo capo baldanzosa. Ma oramai. i tempi erano mulati. La buona se- mente aveva attecchito. Allidea religiosa si sostituiva l’idea nazionale, che ovunque, si andava ajfiermando con crescente rapidita. La nobiltd ed il clero perde- vano poco a poco il loro dominio assoluto sul popolo. 11 clero ortodosso cedeva palmo a palmo il terreno che aveva conservato per secoli, trascinato, suo mal- grado, dalla nuova corrente, che tutt’aU’intorno lo incalzava; il clero cattolico, non piit aggiogato al carro dei gesuiti, sentiva rinascere in se la coscienza della sua alta missione, quella, cioe, non solo di evan- gelizzare il popolo, ma di redimerlo dalle barbarie, di strapparlo alle tenebre e iddargli la luce, di istruir- lo, di nobilitarlo; sentiva ridestarsi il sentimento na¬ zionale e patriottico e subiva quel meraviglioso pro- cesso d’evoluzio7ie che lo poito poi fin silile prime trincee della difesa nazionale. Ancora una volta il clero cessava d’aver il mo- AL LETTOJRE LXV nopolio esclusivo della letteratura e questa, roito l’in- canto che la condannava ali’immobilita ascetica , si volgeva allo studio della velita e della vita. Un impulso potente al risveglio della coscienza nazionale dei serbo-croati veniva dal Nord, dai fra- telli cehi, e il canto dello slovacco Jan Kollar : « La figlia slava » (la glorificazione della solidarieta sla¬ vaJ squillava alto e potente si da ridestare le piii as- sopite coscienze. Le velleita sopraffattrici dei tedeschi e dei magiari, che volevano imporre ai croati la loro lingua, fecero erompere piii gagliardo ancora il sen- timento nazionale. Nel 1830 Giuseppe Kusevic e il conte Janko Dra- skovic alzarono solenne la voce contro tali soprajfja- zioni e chiedevano il ripristinamento delle antiche franchigie e il riconoscimento della lingua illirica nei pubblici uffici e nelle scuole. Derkos e Stoos, denu- dando le piaghe della patida, Jlagellavano gli oppres- sori e incuoravano gli oppressi. Lo Sporer insisteva perchb tulti gli slavi meridionali adottassero ima lin¬ gua letteraria comune. La gioventii accademica, studiando all’estero, o nelle universita di Vienna, di Graz, di Praga, di Budapest, veniva a contatto con uomini d’ingegno, con letterati, scienziati, patriotti, agitatori e cospira- tori slavi e s’infervorava alle nuove idee di patria e di liberta. Gli študenti dalmati, reduci dalle uni- ( LXVI AL LETTORE versitd di Padova e Bologna, portavano in patria gli echi di quei sommovimenti che preparavano l’Ita- lia ai suoi ?iuovi destini. Vienna, Graz, Praga, Budapest — ove i piu dotti slavisti come Sa/arik, Kopitar, Palacky, Pogo- din, Macicjovski e Miklošič gettavano le basi dei loro mirabili studii sulle antichita e sulle lingue sla¬ ve; ove convenivano letterati, poeti, patriotti, come il Kolldr, il Mihanovic, il Davidovic, il Frusic, il De¬ lne ter, il Kurelaz e tanti altri — divennero centri di preparazione per la letteratura serbo-croata e in pari tempo di agitazione e di lolta per le nuove con- quiste nazionali e politiche. Il movimento dcirillirismo si andava cosi evol- vendo e dijfondendo nei paesi serbo-croati. Mancava ancora ai croati soltanto un centro unico d'azione ed un uomo che sorgesse a capo di questo movimento eccellendo fra gli altri per intelligenza, per cultura, per energia e per sentimento patrioitico. Zagabria divenne il centro; 1'uomo, che accentro in se tutte le qualita dell’apostolo e del riformatore, fu Lodovico Gaj [1809-1872). Il Gaj, che ebbe per maestro e duce il poeta e patriotta slovacco Jan Kolldr, compie una delle piii grandi e benefiche innovazioni nella letteratura serbo- croata. Riformo l’ ortog?'afia, semplificandola, e in- nalzo agli onori di lingua letteraria il dialetto erze- AL LETTORE LXVII govese, o la cosidetta stokavstina, generalizzandolo. II Gaj diede il colpo di grazia a tutti gli altri dialetti e mise fine al caos ortografico. Cost egli ri- genero defnitivamente la letteratura dei croati e in pari tempo compie un’'opera altamente patriottica, poi- che coniribui ali'unificazione morale e intellettuale di tutti i serbo-croati. Egli fu dunque il fantove principale del rinasci- mento letterario in Croazia. La sua attivita fu quanto mai febbrile e intensiva. Fondo tipografe, giornali e riviste, circoli e associa- zioni letterarie, contribui alla creazione della << Ma¬ tica », e raccolse a se d’intorno un eletta schiera di letterati e poeti, fr a i quali Stanko Vraz ( 1810-1851 ) Carlo Rakovaz {1813-1854), Paolo Stoos {1806-1862), Lodovico Vukotinovic (1813-1893), Giovanni Mazu- ranic (1814-18^0), Luigi Babukic ( 1812-1835 ), G. Kukuljevic-Sakcinki {1816-1889), Demetrio Demetar {1811-1872), Antonio Njemcic {1813-1849), Mirko Bo¬ govič (1816-1893), Ognjeslav Utjesenovic {1817-1890), indi il Trnski, il Topalovic, il Suklje, il Tordinaz, il Marijasevic, che poi, assieme al Prevadovic fecero saltre ali’dpogeo la letteratura i?i Croazia. La Dalmazia e la Bosnia si associarono a?ich’esse al movimento illirista. Collaboratori del Gaj, o fau- tori deinilirismo, fnrono in Bosnia: il fukic, il Ne¬ dič, il Martič; in Dalmazia : il Feric, il Kaznacic, LXVI 1 I AL LETTORE il Petranovic, il Pucic, il Ljubic, il Kuzmanič , il Ban , il Kasali ed aliri. L’opera del Gaj fu di cosi vaste proporzioni e cosi feconda che desto l’ammirazione anclie ali’ester o. Il rinascimento croato procedeva cosi nel suo moto ascendente allorchb fu arrestato repentinamente nel 1848, anno memorabile per i suoi grandi sconvolgi- menti politici *. * Nel 1848 i croati dovettero impugnare le armi per difendere i diritti conculcati dai magiari, i quali volevano ad ogni costo asservire la Croazia, la Slavonia e la Dalmazia e convertire il triregno in una satrapia magiara. Alle proteste dei croati, che non volevano sottomettersi, i magiari rispondevano con insulti e minaccie. Lajos Košut, imprevidente in tutto anche nell’organizzazione della rivolta del 48, anziche assicurarsi 1’appoggio dei croati e delle altre nazionalita d’Ungheria, lanciava loro in faccia il piu feroce insulto, asserendo che la Croazia non esisteva neanche nella carta geografica e che le altre nazionalita (cioe rumeni, sassoni, slovacchi e serbi), debellate ed asservite, non potevano vantare diritti di sorta. Allorche i deputati croati, con a capo Metel Ozegovic, fecero conoscere e documentarono i diritti storici della Croazia e pro- varono che la Croazia esisteva gia come regno libero e indipen- dente, governato dai re del suc sangue, molto tempo prima della venuta dei magiari in Europa e che mai era stata da essi sog- giogata, il Košut da Budapest rispondeva : « Se credete di aver dei diritti impugnate le armi ; venite qui e vi concieremo per le feste ! » E i croati ascoltavano i suoi consigli. Il 4 luglio 1848 fu convocata in tutta fretta la Dieta di Za- AL LETTORE LXIX Ma la sosla fu breve. I croati superarono anche la prova deli’assolutismo tedesco. Nel 184.9 H Gaj si ritiro dalla lotta politica, scoraggiato dalle diffuolta che incontrava il suo illi- rismo, combattuto non soltanto dal governo , ma ezian- dio dai serbi e in Croazia dalla nnova generazione, poiche esso non aveva basi storicke, nessuno potendo provare che gli antichi illiri fossero slavi. Cost ebbe fine l’Miriš mo, che nei paesi croati fu gabria, auspice il bano Jelačič. La Dieta decise unanime di ri- spondere alLinsulto con le armi. Allorche il bano Jelačič osservb che soldati e volontari si sareb- bero trovati, ma che mancava denaro, il deputato Herman Bu- zan proponeva che il denaro necessario venisse raccolto mediante oblazioni in tutta la Croazia. La proposta fu accettata. Diedero primi il buon esempio i deputati che vuotarono i loro portafo- gli, poi tutti accorsero a deporre il loro obolo. Chi aveVa denaro dava denaro, chi non ne aveva donava oggetti di valore. Tutte le donne croate, dalle pili ricche alle piu povere, si spogliarotio dei loro gioielli. In pochi giorni, fra denaro i gioielli, fu raccolto tanto quanto era sufficiente per condurre la campagna. I serbi si associarono ai croati. L’undici agosto 1848 il bano Jelačič varcava la frontiera croata con 40 mila uomini e Košut, sconfitto dai russi e da Jelačič, fuggiva a Szeghedin, mentre i suoi amici cadevano Lun dopo 1’altro pugnando da eroi. I croati salvarono la patria da un ignominioso servaggio e contemporaneamente trassero da grandi imbarazzi la monarchia ed il trono degli Absburgo, ma, disgraziatamente, caddero dalla padella nelle brace. Domata la rivoluzione di Vienna e ripristinata la pace in LXX AL LETTORE sostituito dall’idea nazionale croata, menire nei paesi serbi prevalse il principio nazionale serbo , che in Ser- bia, prima ajicora delVillirismo, aveva gici niesso sal¬ de radici. Nel 1860 , avendo 1 ’Avsiria ridonato ai stioi po- poli le liber ta costiiuzionali, la Croazia fu reinte- grata nei suoi diritti nazionali e la lingua nazionale riacquisto il pošto che occupava prima del qg. La letteratura, libera da ostacoli, pote mprendere il suo moto ascendejite e svolgersi in un ambiio piii vaslo abbracciando piii liberi orizzonti. I croati furono preši da und vera febbre di stn- Ungheria, 1’Austria riprese il suo dominio assoluto su tutti i po- poli ad essa soggetti. Venne al poteie Bach che impose l’asso- lutismo e la germanizzazione. La Croazia fu spogliata di tutte le sue nuove conquiste nazionali. La lingua serbo-croata fu con- dannata all’ostracismo. Nelle scuole, negli uffici, in tutti i rami della vita pubblica fu introdotto l’idioma tedesco. Il tentativo dei magiari di snaturalizzare i croati fu esperi- mentato alla sua volta dai tedeschi. Furono osteggiate le aspira- zioni nazionali, ostacolato lo sviluppo della letteratura e 1’illiri- snio fu considerato dannoso agl’interessi dello Stato, perche ten- deva ad aflratellare i popoli di una stessa lingua, e percio fu combattuto. Illirismo divenne sinonimo di irredentismo. Il go- verno di Vienna, ligio al suo principio del divide et impera, ripristind l’antico confusionismo nella denominazione dell’idioma nazionale e la lingua serbo-croata fu chiamata in Croazia, croata, in Slavonia, slavonica, in Dalmazia, dalmata, e cosi via. L’asso- lutismo si valse dei suoi poteri per fomentare la discordia fra croati e serbi. AL LETTORE LXXI dii. Tutti i rami dello scibile umano trovarono nuo- vi e dotti cultori. La letteratura scientifica fece mi- rabili progressi. La stampa politica e letteraria ebbe uno sviluppo s07pren.de.nte. Le istituzio 7 ii letterai-ie, come ta Societa di S. Girolamo, la « Matica » [Ma- tizza) allargarono la cerchia della loro attivita pub- blicando e diffondejido in tutti i pacsi ci'oati a mi- gliaia e migliaia di topie libri istruttivi ed ameni. Nel 1868, sotto gli auspici del grande meceiiate cioato, monsignor Stross77iayer, fu istituita in Zaga- bna VAccademia jugoslava , che il Ciampoli cina¬ ma: « olimpo di dotti, che pubblica volumi di altis- sima erudizione e di sapientissima critica». L’Accademia in pochi anni raggiunse le pili alte vette nell’arte , nella scienz.i , 7 iella letteratura, nella storia, nella filologia, nell’archeologia, ecc. merce l’o- pera infaticabile dei piu eletti ingegni, fra i quali emersero il Bog hišic, il Sulek il Ljubic, il Veber- Tkalcevic, il Torbar, il Mesič, il Tkalčič, lo Smici- klas, il Klaic , il Budmani, il Pavic, il Maretic, lo Strepel, il Markovič, il Vrbanič , il Broz, il Dani¬ ele, il Miklošič, il Kukuljevic, il Kurelaz, lo Stoja¬ novič, ecc. Fra questi eccelsero per ingegno e dottrina e per le loro opere , che acquistaro 7 io farna 7 no 7 idiale, il Rački e il Jagic, dne nomi « che valgono im mo- numento » dice il Ciampoli. LXXiI Al. LETTORE II dottor Francesco Rački {1829-1894), insigne storiografo, si consacro tutto allo studio ; fu per molti anni pi esidente deli’Accademia e lascio opere imperi- ture, che destarorio 1 '' ammirazione dei dotti della Ger- mania, della F?’ancia e deli’Inghilterra. Vatroslav Jagic (1835), che il Ciampoli chiama « sommo filologo di farna mondiale, ricercatore acuto e editore coscienzioso di documenti prezicsissimi », coordino gli studii di storia e letteratura su basi scientifiche; fu professore alle universita di Zagabria di Odessa e di Berlino, ove nel 1875 fondo l’« Ar- chiv fur slavische Philologie >>, raccolse la successio- ne e continuo a Vienna l’opera di Francesco Miklo¬ šič, e lascia anch’egli cosl vasti e profondi studii scientifici sulla storia e letteratura serbo-croata che soltanto un ingegno potente, nutrito di una vasta e sconfinata erudizione, poteva creare e condurre a termine. L’Accademia jugoslava, fra le altre opere, come i suoi « Atli » {142 volumi), i « Monumenta histo- rico-juridica » e i « Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalum » {38 vohuni ) Starine {Le antichita) (32 volumi ), Gli « Annali e le Cronache » {14 volumi) « Scrittori antichi » ( 26 volumi ) e innu- merevoli altri studii di storia, letteratura, critica, fi- lologia, etnografa, storia naturale, biologia, archeo- logia, filosofia, teogonia, numismatica, ecc., diede mano AL LETTORE LXXI1I alla pubblicazione del grande dizionario della lingua serbo-croata, miziato dal Daniele , continuato dal Bud- mani e da altri accademici, opera monumentale, de- gna di competere col famoso vocabolario della Cru- sca, ma compilato co?i vedute piti moderne, piu con- facenti allo spirito scientifico dei nostri tempi. E accanto ali’Accademia s or se in Zagabria il Museo nazionale di storia naturale, di archelogia e numismatica, la Biblioteca civica, con 4.0 mila volurni e go mila preziosissimi documenti antichi, la Pina- coieca nazionale, valutata circa due milioni di fran- chi, dono dell'insigne prelato, monsignor Strossmayer, il Conservatorio, il Teatro nazionale, V Universita ed altre corporazioni intellettuali , come le associazioni dei letterati, dei giornalisti, degli autori ecc. Tutte queste istituzioni, Jra le quali V Accademia e la « Matizza », che incoraggiarono la gioventii studiosa , i letterati, acquistando, pubblicando e diffon- dendo le loro opere, diedero potente impulso alla let- teratura che in pochi anni fece rapidi e insperati progressi. Accanto alla poesia lirica ed epica — innalzate ai supremifastigi dell’arte da Pietro Preradovic, Stanko V?'az, Giovanni Mazuranic, Antonio Njemcic ( Mirko Bogovič, Ognjeslav Utjesenovic- Ostrosinski, Giovanni Trnski, Luca Botic, Giorgio Arnold, Ugo Badalic, Andrea Palmovic, Giovanni Hranilovic, Augusto LXXIV AL LETTORE Harambasic, Silvio Kranjčevič, V. Ilič, e Antonio Tresic-Pavicic, che fra i poeti croati viventi occupa il primi pošto — /tori il roman z o con janko Jurko¬ vič, Augusto Senoa, Eugenio Tomič, Ferdinando Becic, Eugenio Kumicic, G. Kozai r az, V. Novak, Ljubomir Babic ( Sandor, Gjalski) Borotha e Leskovar — e il dramma e la commedia con Demetrio De- metar, Francesco Markovič, Giovanni Vončina, Vladimir Mazuranic, Mariano Derencin, S. Miletič, Giovanni Vojnovič, H. Dragosic, Giulio Rorauer, Milan Sehoa, Cristoforo Pavletič, I. V elikanovic — menil e in questi ultimi anni la tragedia storica fu innalzata alle sommila insuperabili del classicismo greco da Antonio Tresic-Pavisic. Cost Zagabria, come un tempo Ragusa, divenne il cuore in cui pulso potente la vita letteraria ed artistka dei croati , mentre Be/grado divenne il centro della cultura serba. Due citta emule, ma non rivali, che avanzando sulla via del progresso si danno vi- cendevolmente la mano. Belgrado gareggio con Zagabria nella letteratura antena e scientifica , nell’arte , nello studio delle anti- chita e nella filologia , promuovet, do la cultura me- diante la « Matica srpska », fondata gia nel 1826, la « Regia Accademia serba », la stampa, le scuole, le associazioni letterarie ecc. Chi diede il maggior impulso al rinascimento let- AL LETTORE I XXV terario in Serbia fu Giorgio Danicic (1823-1882), che il Cian/poli chiatna « filologo eminente e di farna europea, la eui vita fe tutta studio, feconda di opere profonde ». II Danicic, discepolo di Francesco Miklošič, coa- diutore di Vuk Stefanovič, con la sua eruditissima opera : « Lotta per la lingua e 1’ortografia serba » diede in Serbia il colpo di grazia agli oppositori di Vuk Stefanovič, che avevano in dispregio la lingua del popolo e mino le basi della vecchia scuola lette- taria. Pubblico numerose opere di storia, filologia, etno¬ grafa, uno studio profondo sulla « Sintassi della lin¬ gua serba », la << Storia della lingua serbo-croata », le « Antichita letterarie serbe », uno studio di com- parazione delle lingue 'slave, col quale dimostro che non esiste differenza alcuna fra la lingua serba e la croata. L’opera di demolizione deli’antiquata e gia deca- dente scuola letteraria e di riorganizzazione e ri- generazione della nuova letteratura fu in Serbia con- tinuata con successo da Stojan Novakovič. Poco a poco g/i oppositori di Vuk Stefanovič cedettero il terreno nella lotta per la lingua e Por¬ to grafa serba ritirandosi dali’agone letterario , oppure — come fece Jovan Subotič (1817-1886) — unifor- mandosi allo spiti to dei nuovi tempi. LXX VI AL 'LETTORE Nel 184.6 il Subotič infatti comincio a scrivere nella lingua del popolo, e compose poemi, liriche , drammi e romanzi e, insieme a Branko Radičevič e a Petrovic-Niegus, solidifico le basi della lingua na- zionale e aprl nuovi orizzonti alla letteratura , che fece, come in Croazia, rapidi progressi, e, al pari delle altre letterahtre, attraverso tutte le fasi: il clas- sicismo, il romanticismo e il verismo, sottraendosi pero poco a poco ad ogni influenza straniera e assu- mendo carattere prettamente nazionale. La poesia epica, che aveva gia avuto in Serbia il suo spleridido ciclo storico con le « jtmacke pjesme » ( canti popolari epici ), e la lirica, che rifulse di bel- lesze classiche nei canti popolari erotici, rijiorirono col rinascimento. Neli’epica e nella lirica Giorgio Jaksic ( 1832-1878 ), Ljubomir Nenadovic ( 1826-1895 ), Jovan flijc, Zmaj Jovan Jovanovič, Giorgio Maletic ( 1816-1884)> Stejano Vladislavo Kacianski (1830-1890) Jovan Sundecic, Vojislav Jlijc, J. Tomič, Radovan Kosutic, rappre- sentano e rispecchiano il fiorente periodo del rina¬ scimento. Nella novella e nel romanzo eccelsero : Bogomoj Ata- nackovic (1826-1858), Giacomo Ignatovic ( 1824-1889 ), Milan Gjakov Milecevic [1831), Stefano Ljtibisa ( 1824-1878 ), Milorad Popovič Sapcianin (/847-1895), Vladan Gjorgevic, Cedomil Mijatovic, Draga Ga- AL LETTORE L KX VII vrilovic, Milovan Glisic, Lazar Lazarevič , Janko Ve¬ selinovič, Simeone Matavulj, Milan Savič, L. Ko- marcic, B. Nusic, mentre la tragedia, il dramma e la commedia risorscro per opera di Matteo Ban, Kosta Trifkovic, Milan Jovanovič, Carlo Ilijc, Ma- noilo Gjorgevic, Lazar Koslic, M. Cvetic e Nicolb Gjorgic. II Montenegro, sentinella avanzata e baluardo inespugnabile dello slavismo , si trovo in tutti i tempi ali'avanguardia del progresso e fra tutti gli stati slavi fu il solo che ci tramando intatlo il suo carat- tere nazionale e conservo la sua indipendenza. Esso fu per gli slavi meridionali il tempio di Vesta ove per secoli fu s er b ato vivo il fuoco dello slavismo. Esso fu il vigile custode delle memorie del passalo, la fiaccola sempre accesa del patriottisnio, lunico lembo di terra Jugoslava « ove giammai sten- dardo straniero sventolo ». Le lotte titaniche e secolari che dovette sostenere contro il turco, aggressore e prepotente, rallentarono e ostacolarono il suo progresso civile, ma il Monte¬ negro, terra classica di eroi e di poeti, pur combat- tendo senza tregua, non trascuro mai d.i promuovere la cultura. 1 suoi vojvodi, i suoi vladika, i suoi principi furono sempre i primi e nelle pugne cruenti e nelle lotte per la civilta e pel progresso. Essi non solo LXXVIII AL LETTORE promossero la cultvra istituendo scuole, fondando ti- pografie, pubblicando libri, esumando e conservaudo preziosi documenti storici, sussidiando gli uomini d’in- gegno, via incoraggiarono gli altii col loro stesso esempio. Furono fautori del progresso e de/la cultura e nello stesso tempo artefici e maestri. Al rinascimento letterario dello s c or so s e colo die- dero il maggior impulso i principi deli’attuale časa regnante. II precursore di questo rinascimento fu Pietro II Petrovič Niegus, che rese celebre, con le sue opere immortali, il nome della sua patina. I di- scendenti ereditarono dal loro illustre avo, con la sag- gezza e 1’eroismo, anche lo spirito poetico e la passione per gli studii seri e per Varte. La famiglia dei Pe¬ trovič e umi famiglia di eroi e di poeti. Il voivoda Mirko Petrovič , padre di S. A. R. il principe Ni- colo I, fu anch’eglipoeta. Canto, a guisa degli antichi bardi, improvvisando, canzoni epiche, arieggianti i canti popolari, nelle quali il poeta descrive con sma- glianti immagini poetiche le lotte titaniche degli er- zegovesi e dei montenegrini contro i turchi. I suoi canti, raccolti dali’archimandrita Niceforo Ducic e pubblicati in un volume, ebbero parecchie edizioni. Chi raccolse in larga copia l’ereditci degli avi e predecessori suoi, continuo l’opera da loro iniziata e fece rifulgere di nuova luce il nome gia glorioso del Montenegro , fu Nicolo I , in cui rivive, nobili- AL LETTORE LXXIX tata, Fanima poetica di tutto il suo popolo. Egli in¬ čama e sintetizza come principe e come poeta le glorie , le aspirazioni e gl’ideali di tutta la 7iazione serba. Nei suoi canti egli evoca le glorie del passato e vaticina la futura grajidezza del suo popolo. Le sue opere maggwri: « IPimperatrice dei Bal- cani », i suoi canti epici , le sue liriche sono note in Italia, perche tradotte in italiano. Sull’operosita sua, come poeta e letterato, furono pubblicati in Italia pregevoli studi. Fr a gli alt>i scrittori e poeti, che cooperarono nel Montenegro al rinasciniento lelterario, meritano speciale menzione Vuk Vrcevic, che raccolse e pub- blico numerosi canti popolari, e Simeone Popovič , autore del poema epico in dieci canti « La preša di Antivari ». * * * Col rinascimento leiterario si ravvivo anche, spe- cialmente fra gli scrittori e i poeti serbo-croati, la passione per lo studio della letteratura italiana e in paii tempo il desiderio di far conoscere — sia com- mentando che traducendo le loro opere — i pili ce- lebrati autori italiani. L'Italia, come ai tempi della letteratura dalmato ragusea, cosi anche dalVepoca del rinascimento jugo- LXXX AL LETTORE slavo ai giorni nostri, esercito sempre un grande fascino sugl’ingegni jugoslavi. Le opere maggiori dei classici italiani e i ca- polavori della moderna letteratura italiana sono quasi tuiti tradotti in serbo-croato. L’Alighieri, il 1 Petrarca, il Boccaccio, il Tasso, l’Ariosto, il Pulci, il Boiardo, il Sanazzarro ebbero traduttori e illustra- tori coscienziosi, ancora all’epoca della letteratura dal- mato-ragusea, la quale segui dal rinascimento al settecento arcadico tutto il movimento letterario ita- liano. Gli scrittori del rinascimento juguslavo, nonchp quelli della moderna letteratura, si distinguono pel loro culto sconfinato per Dante Alighieri. Molli sono i commenti e gli studi biografici che in questi ultimi anni furono pubblicati , specialmente in Se?'bia e in Croazia, sulla vita e le opere del sommo poeta ita- liano. Il primo a tentare la traduzione della « Divina Commedia » fu Pietro Preradovic, poi altri lo segui- rono con migliore successo, frd i quali va notato il Tresic-Pavisic . Stefano Buzolic, uno dei piu grandi ammiratori di Dante ci lascio una stupenda traduzione dell\<. In¬ terno » e i traduttori e i commentatori di Dante si moltiplicarono cost che nei paesi jugoslavi fu gene- ralizzato il culto per il sommo poeta. AL LETTORE LXXXI ln serbo-croalo, in sloveno, in bulgaro furono tradotte le opere migliori di tutti i classici italiani: deli’ Alfieri, del Parini, del Monti, del Foscolo , del Leopardi, ne furono trascurati gli scrittori e poeti del romanticismo dal Guerrazzi al Manzoni, dal Pellico al D'Azeglio. Fra gli scrittori moderni il culto maggiore fu riserbato a Giosue Carducci. Non meno conosciuti ed ammirali sono pero il Panzacchi, il Chiarini, il Guerrini (Stecchetti), il Graf, il Maz- zoni, il Marradi, il D’Annunzio, il Pascoli, il Fo- gazzaro, il Rapisardi, Ada Negri e Matilde Serrao, dei quali sono tradotti i migliori versi e le migliori prose in serbo-croato, in sloveno, in bulgaro. Fra gli scrittori e romanzieri italiani godono tuttora grande popolarita nei paesi jugoslavi anzitutto il De Amicis, poi il Bar rili, il F arina, il Rovetta, il Verga, il Ciampoli, il Capuana, 1’ Ojetti, le opere dei quali furono tradotte ed ebbero grande successo. Non c’h rivista, non c'h giornale letterario od anche politico degli slavi meridionali che non segua quasi giorno per giorno, i moderni progressi della letteratura italiana in tutte le sue multiformi mani- festazioni: nella lirica, nell’epica, nella drammatica, nel romanzo, nella critica letteraria e fin anco nella prosa scientiftca. IPItalia dunque non dovrebbe piu oltre ignorare la letteratura e i progressi di itn popolo che studia vi LXXXII AL LEI10RE con tanto aviore, commenia, traduce , animira e dif- fonde le opere dei suoi piu alti ingegni e che si sente forse per la medesimanza del clima, l’identicitd del carattere e degl’ideali, la consanguineita avvenuta per 1’incrocio della razza latina con la jugoslava — qnasi inconsciamente, ma irresistibilmente attraito dalla cultura italiana e portato a simpatizzare piu per ritalia che per qualunque altra nazione. E se altre ragioni non persuadono 1’Italia a stu- diare un po’ meno superficialmente il carattere, le aspirazioni, glideali di questo popolo, che si rispec- ckiano nella sua letteratura, lo dovrebbe fare per ra¬ gioni politiche, poiche il prossimo avvenire ci riserba nei Balcani delle grandi sorprese alle quali 1’Italia, che si trova ai confini del mondo jugoslavo, non po- tra rimanere spettatrice indijferente. Segua dunque V Italia il consiglio di Carlo Tenca, il quale, piu di mezzo secolo fa, eccitava gl’italiani allo. studio della letteratura jugoslava per conoscere piii da vidno gli slavi meridionali, il I 01 o carattere, le loro aspirazioni, i loro ideali. « Tanta ricchezza di poesia — scriveva Carlo , Tenca — tanto tesoro di vergini ispirazioni invocano le nostre simpatie e le nostre ricerche. Una lettera¬ tura cosi antica come la slava, e cosi inviscerata col sentimente nazionale dei popoli , che in meno di trenta anni risorge da ima totale prostrazione e si AL LETTORE LXXXIII rinvigorisce e si feconda in mezzo agli ostacoli ed alle avversita , una letteratura che stretta per secoli d’o- gni intorno dalla invadente cultura europea, conserva ancora intatto Timmaginoso carattere primiiivo e la fede e 1’entusiasmo d’allri tempi , una tale letteratura presenta un problema troppo importante perche la critica non debba farne soggetto di studio. Che se la nostra poesia peregrino in altri tempi alle corti di Praga e di Varsavia e 1’Ariosto e il Tasso suona- rono tradotti nelle bocche degli slavi, tocca a noi adesso per ricambio d’ospitalita a dar ricetto ai piu celebrati di quelle nazioni e far nostre le loro opere ». BIOGRAFIE ZMAJ JOVAN JOVANOVIČ. Fra i poeti dell’epoca del rinascimento letterario jugoslavo Zmai Jovan Jovanovič occupa il primo pošto. Nacque a Novisad (Neusatz) il 24 novembre 1833 di famiglia nobile. La madre del poeta, dell’antico lignaggio dei Gavanski, era parente di re Milan. Bambino ancora, il Jovanovič, stupiva i parenti con la sua svegliata mtelligenza. Era un bambino prodigio. A tre anni sapeva a memoria alcuni canti popolari e le canzoni patriottiche allora in voga. Si direbbe quasi, cbe ali a sua nascita presiedessero le Muse. Egli stesso anzi ci dice, che i suoi canti germogliarono nella sua culla: « Not siarno con te germogliati nella tua culla e appassiremo con te nella tomba » — egli canta. Nel 1840, a sette anni dunque, comincid a comporre versi, quasi senza errori di prosodia e di sintassi. Compl le scuole primarie a Novisad e gli studii ginnasiali a Novisad • Pozun. Frequento le Universitd di Budapest, di Praga e di Vienna, e, in obbedienza ai voleri di suo padre, si addottorb in diritto. Mortogli il padre, nel 1861, e sentendosi attratto dagli studi della scienza medica, si laureo in medicina. In quel torno di tempo si innamoro di Rosa Licianin, fanciulla di rara bellezza e di piu rare virtu; la sposo ed ella fu per lui fonte d’immensa gioia e di profondo dolore. Di gioia, poiche gli fu compagna fedele ed amorosa e fu la sua consolatrice ed ispiratrice, e di dolore poiche gli fu rapita anzi tempo al suo affetto. Mori, nel 1872 e quasi il dolore ch’ei provo por la sua dipartita non bastasse a straziargli 1’anima esulcerata, poco ap- presso gli moriva l’unica figliuoletta, ch’egli amo svisceratamente. LXXXVI BIOGRAFIE Ed ecco dunque il dolore battere la prima volta alle sue porte. Un velo di tristezza adombra ranima del poeta. La sua Musa si copre anch’essa di gramaglia. I suoi « Gjulici » (Boccioli di rose), versi pieni di affascinante dolcezza, inneggianti alBamore, glorificanti le bellezze e le virtu della donna amata, si convertono in « Gjulici uveoci » (Boccioli appassiti). L'illare canto dell'allodola si trasmuta in melanconico gorgheggio d*usignolo, gemente nelle notti silenziose sulPamor suo perduto, sulla felicitž. sua distrutta. II canto dell'amore si traveste in canto del dolore. II cuore del poeta e fatto a brani. L’ineluttabile gli rapi cio che egli aveva di piu sacro e lo lascio solo nel triste mondo. Solo ? No. — Gli saržt d’ora innanzi indivisibile compagno il dolore. « Io non ho infranto il legame che li teneva unilo ai tuoi čari — gli dice la Morte, quand’egli la interroga — esso e indistruttibile . Gli ho mutato nome sollanto. Prima lo chiamavi Amore, ora lo chiamerai Dolore ». E il dolore egli lo affronta quasi rassegnato. Non si scoraggia, non si sgomenta, non indietreggia, non impreca. La sua forte fibra resiste alle av- versiti della sorte come il ferro ai colpi del maglio. Sotto 1’assillo del do¬ lore l’anima sua si ritempra. « Wanima mia — dice il poeta — somiglia al vasto oceano quando si accheta dopo la tempesta . Le acque sue si estendono iranquille e ter se come cristallo di rocca. La luna e le stelle si specchiano sulla sua super - Jicie lucente, ma chi penetra con lo sguardo nei suoi baratri prof ondi, net suoi immensurabili abissi, vede, con terrore, disseminato il fondo di navi sommerse, di carcami, di naufraghi, d'inestimabili tesori perduti. Cost in fondo alVanima mia stanno sommerse le mie splendide illusioni, i miei sublimi divisamenti, le mie speranze ». « Tutto e dolore nel mondo — dice ancora il poeta. — La vita stessa e dolore . Dolorando si nasce, dolorando sivive, dolorando si muore. Ma perche esiste il dolore ? » «Sognai una notte — canta il poeta — di essere salito sino alle superne sfere celesti. Mi irovai di un tratto dinanzi a Dio. Il Signore mi chiese: Come hai fatto a salire sin qui, o caduco m or tale ? Tu, o Si¬ gnore, mi hai soccorso/ Tutti i dolori che tu mi hai dafo, iutte le soffe- renze, tutti i patimenti miei io li racoolsi, li rammontai e ne sorse un altissimo monte; m r inerpicai sino alla sua vetta e venni a Te ». « Non vi scoraggi, non vi abbatta quindi il dolore, se esso vi f a sa¬ lire sino a Me — gli disse il Signore. — Ritorna donde sei venuto, sop- porta rassegnato i tuoi mali, consola i sofferenti della terra e di loro Perche tra voi esiste il dolore ». B 10 GRAFIE LXXXVII E il Jovanovič infatti vinse il dolore. « Con ranimo che Vince ogni battaglia ». E JI dolore lo sollevo a tali altezze che egli ora splende come astro d’insuperabile fulgidezza nell'orizzonte della letteratura jugoslava. Le sue piu splendide gerarae poetiche sono i Gjulici e i Gjulici uveoci (Boccioli di rose, Boccioli appassiti) due raccolte di versi d’inestimabile valore, due monili di perle di una fulgidezza che affascina. I suoi canti sono gorgheggi d’usignolo, tanto ne e arraonioso il verso. Il suo stile ha portenti di bellezza. Ma le sue piu belle liiiche sono intraducibili. Somgliano alle pielre preziose, che adornano gli antri fatati delle Vile. Se mano profana le tocca, perdono il loro fulgore e si sciupano. I versi sgorgano dal cuore, del poeta come getti di fontana zampillante. Si direbbe, con D’Annunzio, che . gentilmente a lui da l’ im o cuore Balzava come n n fior la str o/e viva. Sono portenti di sempliciti, di spontaneita, di sincerit^. «/ boccioli appassiti » hanno grandi analogie con i « Lacrimae » di Giuseppe Chiarini. Il Chiarini piange il suo diletto figliuolo, Dante, raor- togli a 18 anni, minato dal mal sottile ; il Jovanovič piange la sua diletta consorte, la sua fata benigna e la figliuoletta sua, la sua « speranza e la sua fede ». E come il Chiarini scruta sul volto del suo amato figliuolo i solchi, che va scavando il male che lo corrode e si illude e spera, cosi il Jovanovič veglia trepidante al capezzale della sua amata donna e ogni suo improv- viso pallore, ogni suo respiro affinnoso interroga, consulta e giorno per giorno la contende alla morte. Le notti insonni del poeta, le sue veglie al capezzale della donna amata e della creatura sua prediletta, 1’irupari lotta ch’egli combatte con la Morte per strapparle la sua preda, il tumultuare incalzante delle improv- vise speranze e degli improvvisi scoraggiamenti, che dilaniano Ranima sua, tutto ci passa, in nitida visione, dinanzi agli occhi. Lo strazio delRanima sua si ripercuote in noi. Tale potenza suggestiva hanno i suoi versi. * * » Il Jovanovič amo pure di amore sviscerato la sua patria. Rievoco il suo passato glorioso, magnifico le gesta dei suoi eroi e desidero che la leggenda LXXXVIII biogrAfie di Marco Kraljevič non fosse un raito, ma divennisse realtž. e il mitico prence ed eroe, che personifica il popolo serbo-croato, si destasse dal suo sonno secolare, uscisse dalPantro fatato e compiesse la sua missione ; volle che si avverasse cioe la visione di Giosue Carducci, scolpita nei seguenti suoi versi : S er bo , attendi / su'l pian di Cossovo Grande 1’ombra di Lazar o s’alza. Marco prence da Vaniro fuor balza , E il pezzalo desiriero annitri. Spirito caustico per eccellenza, flagello i vizi, fulmind gPignavi, sprono glMnetti, pungendo sul vivo le piaghe che travagliavano la sua patria. Non meno che poeta satirico, egli fu poeta umorista fra i migliori che vanti la letteratura slava. Insuperabile quale traduttore, egli ci lascio delle versioni che sembrano sue poesie originali. Tradusse i capolavori dei piu celebrati poeti della nazione magiara : di Petofi, di Giovanni Aranyi. Si puo dire di lui, come fu detto del Foscolo, che quand’egli traduceva « scolpiva nel porfido». Le sue versioni hanno al pari delle sue poesie originali, valore letterario. Il Jovanovič fu uno dei piu ardenti propugnatori della concordia fra serbi e croati. Fu atnico intimo di Pietro Preradovic. Negli ultimi suoi anni, dopo una vita quasi errabonda, si ritird a Kame¬ nica (Camenizza) piccola, ma amena borgata della Slavonia ; ivi si consacro interamente ai suoi studi prediletti, lontano dal mondo, immerso nel ricordo dei suoi čari estinti, ed ivi mori nel 1905. La nazione serba ricorda con giustificato orgoglio questo suo figlio prediletto delle Muse e il mondo slavo, e il popolo magiaro, riconoscente, e la dotta Germania e la Francia, che tradussero le piu belle liriche del Jovanovič e fecero conoscere al mondo intellettuale le doti peculiari del poeta, s’inchinano rive/enti dinanzi alla sua tomba. PIETRO PRERADOVIC. Accanto a Zmai Jovan Jovanovič, si estolle maestosa la figura di Pietro Preradovic, il piu insigne poeta che vanti la Croazia. Pietro Preradovic nacque a Grabrovnizza (in Croarfa) nel 1818. Com- piute le scuole primarie in patria, si reco a Wiener Neustadt per continuare in quell'Accademia militare gli studi gii iniziati a Bjelovar, poiche seguendo Tesempio dei suoi antenati e il consiglio di suo padre, che milito nelle BIOGRAFIE LXXXIX guerre napoleoniche, volle anch’egli abbracciare la carriera dei suoi avi, benche non si sentisse gran che attratto dalle rigide discipline militari. Tuttavia compl gli studi con successo e raggiunse il grado di generale. Ma sotto la rude divisa militare pulsava il cuore di un poeta. Pero — educato secondo lo spirito tedesco, e per tanti anni lontano dalla patria, immemore quasi della sua lingua materna e in gran parte ignaro del risveglio letterario che per opera del Gaj e della dotta accolta dei suoi discepoli, scuoteva la Croazia dal suo lungo torpore — poeto dapprima in tedesco. Ritornato in patria si ridesto in lui l’assopita coscienza nazionale e si consacro allo studio della lingua materna. Fu fortuna per lui e per la letteratura serbo-croata 1’ amicizia ch’egli contrasse con Giovanni Kukuljevic valente istoriografo croato — e Spiridione Dimitrovic — letterato e traduttore dei piu celebrati capolavori della letteratura europea. — Ambidue si affezionarono al poeta e lo spro- narono a consacrarsi interamente alla sua nazione ed allo slaviemo. A Žara il Preradovic conobbe nel 1844 Antonio Kuzmanič, allora diret- tore del periodico letterario « Zora dalmatinska « (L’aurora dalmatica) e fu in quel periodico ch’egli pubblico la sua prima poesia « Sorge Vaurora » ch'io compresi in questa raccolta. Fu una rivelazione che sorprese grade- volmente il mondo letterario slavo, poiche in quel componimento poetico il Preradovic si rivelava padrone assoluto della lingua materna e maneg- giatore sicuro del verso, affascinante per la sua armoniositi e genuiniti. Il Preradovic era redento. La pecorella smarrita ritornava al suo ovile, il poeta alla sua nazione. Fatto il primo passo, e incoraggiato dal successo ottenuto, il Prera¬ dovic si consacro interamente alla Musa slava in quegl’istanti in cui la sua ingrata, penosa e pericolosa carriera gli concedeva un po’ di tregua. Scriveva versi anche in mezzo al clangor della battaglia. Ingegno ferace, nutrito di buoni studi classici, spirito proclive alla nieditazione e assorto nella soluzione dei piu ardui problemi che travaglia- rono e travagliano la mente umana, egli trasfuse nei suoi versi tutta la grande anima sua, che in essi rifulge come riflessa su nitido specchio. Basta leggere i suoi versi per conoscere tutti, anche i piu reconditi pensieri che agitarono la sua mente e per apprezzare i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, i suoi ideali. Egli e subbiettivo e tutto impronta dell’individualiti sua. Canta la sua patria, ch’egli amo svisceratamente ; illustra la sua passata grandezza e incuora gli oppressi ; propugna l’affratellamento, la solidarieti di tutti gli slavi; vaticina i futuri destini dello slavismo divinando, nella xc BIOGRAFIE sua ode « Al mortdo slavo », 1’alta, sublime, redentrice missione del mondo slavo ; canta i suoi amori giovanili, le sue speranze deluse, ma piu di tutto affronta il mistero deli’ « essere o non essere », quasi un’arcana voce gli ripetesse neH’orecchio insistentemente i versi del poeta italiano : « Medita il mondo ; e impavido Sin con le sfere ignote Mesciti e parla. Un'anima Nata alV amor lo puote, Medita il mondo e intcrroga Donde noi siam venuti, Dove šara che il palpito Del nostro cuor s’attuti; Se questo arcano involucro Si solva nel. piacer O tutto nella polvere 'Non debba rimaner (*). La sua mente e tutta assorta in quest’arduo problema. Ecco perche le sue piu belle composizioni poetiche sono quelle che discutono appunto il pro¬ blema della vita e della morte, il mistero di Dio e della creazione, 1’essenza dell’amore e del dolore. Le sue odi « A Dio », « La morte ». « L' amor e » « Il jirmamento », « Gli apostoli slavi » e la sua epica « I primi up mini » sono capolavori. Il Preradovic e credente, quasi mistico, ma il suo misticismo non e ne cattolico, ne protestante, ne buddista. Oscillante nei suoi anni giovanili fra il panteismo e le dottrine dei neoplatonici, piu tardi — allorche, per opera di Allan Kardec e dei suoi seguaci furono rivelate le dottrine dello spiritismo — la sua mente fu colpita da quelle rivelazioni e non tardd molto a divenire seguace di quelle dottrine e a propugnarle con 1’ardore di un apostolo Egli trovava nelle dottrine dello spiritismo la logica soluzione del pro¬ blema umano. Lo spiritismo era il Nuovo Sole che doveva rischiarare le tenebre che avvolgevano la terra, pianeta imperfetto, abitato da un’umanit& fisicamente, intellettualmente e moralmente imperfetta. E Nuovo Sole egli intitolo l’inno allo spiritismo che lascio incompiuto. La sublime, consolatrice dottrina dello spiritismo — afferma il poeta — sarž. la religione universale della futura umanita. Nessun poeta, alla sua epoca, avrebbe osato glorificare lo spiritismo, (*) Giovanni Prati. BIOGRAFI E XCI che era allora ai suoi primi passi, nessuno senza temere il ridicolo e il discredito. Il Preradovic invece, divinando quasi 1’avvenire, che e riser- vato a questa nuova dottrina, noncurante dei consigli e dei rimproveri degli amici, che tentavano di distoglierlo dallo spiritismo, e sfidando le ire e g]j anatemi dei clericali e le risa e le beffe dei materialisti, continud imperterrito nel suo cammino e rag'iunse coi suoi canti sublimi, inspe- rate altezze. * * * Per i critici e i biografi del Preradovic la credenza del poeta nello spiritismo fu un osso duro che non riuscirono ad inghiottire. Il suo amico e biografo Giovanni Trnski, giustifico la passione del Pre¬ radovic per lo spiritismo affermando che la causa doveva ricercarsi nelle sofferenze morali e fisiche del poeta, nella sua mal ferma salute, che lo trasse anzi tempo al sepolcro. . A hi cieca umana mente Direbbe Torquato Tasso Come i giudizi iuoi so n vani e torti / Tanto varrebbe a dire che ogni poeta, cagionevole di salute e perse- guitato dalle avversiti — come lo furono un tempo e lo sono oggidi in gran parte i poeti — dovrebbe essere spiritista. Glacomo Leopardi, Ugo Foscolo — senza nominare 1’infinita schiera dei poeti che soffrirono e morirono increduli — ci provano il contrario. Ma la mente nel Trnski — pigmeo di fronte a un gigante — non pote elevarsi alle altezze del pensiero del poeta suo amico. L’allodola non rag- giunge 1’altezza del volo dell’aquila. * * * Ne si čreda che il Preradovic seguisse ciecamente le dottrine di Allan Kardec. Egli invece sublimo nei suoi canti la nuova rivelazione e la porto a tali altezze che, leggendo i suoi versi, si rimane perplessi e si intravvede il ge- nio divinatore del poeta. Io ho tentato di tradurre in versi italiani alcuni di questi suoi capola- vori, ma fu opera vana. Non sarei riuscito senza sciupare le bellezze de 1’originale. D’altro canto lo stile suo e cosi conciso, serrato, scultorio, che XCII BIOGRAFIE la dove il poeta usa una parola sola per esprimere tutto un vasto pensiero, io avrei dovuto servirrai di lunghi periodi e non basterebbero dieci versi per tradurre talvolta un solo suo verso. * * * II Preradovic fu poeta e umanista, pensatore e filosofo, e come uorao fu raodello di cittadino, di marito e di padre. Non professo soltanto le dottrine dello spiritismo, ma le raise anche in pratica. Fu sincero, leale, buono, caritatevole. Nessuno ha mai bussato alla sua porta invano. Di lui si puo ben dire con Dante : E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe Assai lo loda e piu lo loderebbe. La sua anima fu lirica per eccellenza, ma ci lascio anche dei pregevoli canti epici, fra i quali : « Marco Kraljevič », « / primi uomini » e « Vla¬ dimir o e Košara ». Il Preradovic, grande ammiratore dei classici italiani, tradusse il V, il XXXII e il XXXIII canto dell’Inferno di Dante e « Il Cinque maggio » di Alessandro Manzoni. Mori il poeta a Vienna nell’ottobre del 1872. La nazione riconoscente, gli eresse un monumento che sorge nel centro di Zagabria e i posteri lo ammireranno piu che non 1'abbiano ammirato i suoi contemporanei. FRANCESCO PREŠERN. Francesco Prešern, il principe dei poeti sloveni, nacque a Verba, nella Carniola superiore, il 3 dicembre 1800. Impard a leggere e scrivere a Ribnizza ove fu raandato da suo zio Giuseppe, che gli faceva le veci di padre, poi nel 1812 ando a Lubiana e per sei anni frequentd 1 ’ « 35 coles primaires» — della quale era direttore Valentino Vodnik, il primo dei poeti sloveni del rinascimento letterario — e quindi il ginnasio ed il liceo, A quell’epoca Lubiana era la capitale delPIlliria, provincia creata da Napoleone I e che comprendeva la Carniola, la Carintia superiore, una parte del Tirolo, Gorizia-Gradisca, Trieste, 1 ’Istria, il Litorale croato, la Dalmazia e Ragusa, e a Lubiana, naturalmente, le scuole erano francesi, ma per ordine stesso del generale Marmont, era concessa ampia libertd alla lingua slovena e il governo francese incoraggiava l’allora nascente risveglio letterario sloveno. BIOGRAFIE XCIII Ma il bel sogno fu breve; Napoleone fu sconfitto e 1’ Illiria cadde in potere delPAustria e non tardo a farsi sentire nei paesi sloveni, e special- mente a Lubiana, il pugno di ferro di Metternich. In quel torno di tempo il Prešern strinse amicizia con Matteo Cop (Ciop), suo condiscepolo, che fu poi la sua anima gemella, il suo « maestro e duce ». Il Cop, divenuto di poi professore, šali in grande farna per la sua feno- menale erudizione, e per la sua classica cultura. Conosceva, a perfezione, il greco, il latino, 1’ebraico, il francese, 1’inglese, il tedesco, 1’italiano, lo spagnuolo, il portoghese, il magiaro, tutte le lingue slave e lo slavo antico, e cio che e piu singolare ancora, aveva cognizioni profonde di tutte le letterature. La tragica fine del Cop (mori annegato nella Sava nel 1835) produsse tale un’impressione sulTanimo del Prešern che ne serbo il ricordo per tutta la vita, ed al suo amico e mentore consacro i piu bei parti della sua Musa * * * Nel 1821 il Prešern si reco a Vienna e s’iscrisse in quella facolta legale. Fu precettore e quindi amico del celebre poeta tedesco, conte Antonio Auersperg (Anastasio Griin). Mentre frequentava 1’universita accetto il pošto d’istitutore nelPistituto di Augusto Klinko\vstrbm (un protestante convertito), ma non pote reggere a lungo. Il Klinkowstrom richiedeva dai suoi docenti Posservanza delle pratiche religiose, mentre il Prešern, per quanto buon cristiano, di certe pratiche non voleva saperne. Il Prešern preferiva ai libri di preghiere i classici italiani e cio era un grande peccato agli occhi del suo superiore. Un bel giorno il Klinkowstrom sorprese il Prešern mentre leggeva il Boccaccio. — Apriti cielo ! Il Klinkovvstrom monto su tutte le furie e lo licenzid. Delle anime pie scrissero poi allo zio di Prešern accusando il poeta di essersi dato anima e corpo ai liberi pensatori e framassoni. Perbacco 1 — fra i suoi molti libri il Prešern conservava la « Divina Commedia », le opere delPAriosto, del Tasso, del Petrarca e del Boccaccio. E lo zio, che gli mandava un sussidio mensile di 30 fiorini, non si fece piu vivo. Cosi il Prešern si trovo in breve senza pane e senza tetto. Che fa il poeta in tale frangente ? Prende stabile e gratuito domicilio nella Biblioteca di Vienna, e Id, come un topo, passa i giorni e spesso anche le notti leggendo, direi quasi, divorando i libri, e facendo tacere le esigenze dello stomaco con qualche tozzo di pane. XCIV BIOGRAFIE Finalmente, con l’aiuto di Kopitar e dello scrittore ceho Celakovski, ottiene un pošto di precettore e continua gli studi alPuniversita. Passa di famiglia in famiglia impartendo lezioni ai giovanetti e vive di quel poco che guadagna. Cosi il poeta prova . si come sa di šale Lo pane altrui e com'e duro calle Lo scendere e V salir per V altrui scale. * * * Nel 1828 il Prešern fu laureato in legge e lascio Vienna per far ritorno in patria. L’amicizia ch’egli contrasse a Vienna col Griin e il Celakovski gli fu molto utile. Il Griin e il Celakovski fecero conoscere, l’uno al mondo letterario tedesco, l’altro agli slavi, la genialita del poeta sloveno. A Lubiana trovo dapprima occupazione nello studio delkavvocato Dottor Baumgarten, poi passo al servizio dello Stato in qualita di praticante alla procura di finanza. Ma, animato da sentimenti liberali e insofferente di qual- siasi giogo e d’altro canto convinto che non avrebbe fatto carriera, perche osteggiato dalla burocrazia auStriaca e dal clero intransigente e fanatico, rinunzio al suo pošto e si dedico ali’ avvocatura. (Dico clero intransigente e fanatico, poiche non tutto il clero gli fu ostile e i sacerdoti, veramente cristiani, o apertamente, o in segreto, gli furono amici e lo protessero). Piu che le Pandette pero il Prešern amo la Musa. A Lubiana s’invaghi, per sua sventura, di una donna non bella e di limitata intelligenza, che non lo comprese, ne poteva comprenderlo. Era costei Giulia Premiceva e il Prešern volle che ella fosse la sua Laura. A lei consacro le sue piu belle liriche, a lei i suoi piu bei sonetti di sapore Petrarchesco, a lei le ballate e romanze. Il pensiero del poeta si aggirava intorno a quella donna come la falena intorno alla fiammella. Giulia leggeva i versi del poeta, scuoteva le spalle e rideva, e in cuor suo deve aver pensato con Carducci : Non kat che affetli? Evvia vanne al malanno Di vacue ciarle insipido cantor i e il poeta poteva ben dirle con Olindo Guerrini : BIOGRAFIE XCV E tu, matia, le forbici cacciavt sempre dentro at miei sonetti. Le mie piu belle pagine diventaron modelli a ’ tuoi colletii. Diffatti ella non faceva altro uso delle pagine di versi che le inviava il poeta, quando non avvolgeva in esse le rinomate salsiccie della Carniola, che raandava di tratto in tratto in dono alle araiche. Un bel giorno — che fu un brutto giorno per il poeta — madaraigella Giulia preše marito. Che fa ella per consolare il poeta ? Lo invita — se si deve prestar fede a Senoa — lo invita a nozze. E il Prešern — per vuotare sin Pultima goccia del calice_amaro, come egli stesso confessa — indossa Pabito di rigore e si reca alle nozze della sua Laura, con qual cuore e facile immaginare. Ma quelPaudacia gli scavo un solco profondo neiranima, una piaga che non guari mai. Dicesi che egli tentasse anche di por fine col suicidio alla sua vita angosciata. * * * AlPepoca del Prešern imperava la scuola romantica ed il Prešern, come poeta, oscilla fra il classicismo e il romanticismo. Poeta lirico per eccel- lenza, egli canto in versi armoniosi 1’amore suo sventurato e la sventurata sua patria. Benche di animo gentile e onesto fino allo scrupolo, le sue idee liberali e talora le sue stravaganti caparbieth, e la sua sinceriteL, e 1’invidia dei pigmei, gli attirarono non pochi neraici. Un solo rimprovero puo farsi al poeta, e cioe di non aver seguito il consiglio del suo amico ed ammiratore Stanko Vraz, che lo incalzava con- preghiere perche scrivesse in serbo-croato, anziche in sloveno. Forse a quest'ora la letteratura serbo-croato avrebbe raggiunto superbe altezze e la sorte degli slavi ineridionali sarebbe diversa. Il Prešern, negli ultimi suoi anni si ritiro a Kranj, sperando di sfuggire alla cattiveria degli uomini e di dimenticare le passate sofferenze, ma la solitudine lo rese ancora piu triste e ritorno a Lubiana, ove mori nel 1849. Sua sorella, Katra, che lo ha assistito durante la malattia e lo vide spirare, benche intensamente lo amasse, istigata da fanatici, arse tutti i libri e dicesi anche i manoscritti inediti, che lascio il poeta. I nemici lo perseguitarono anche dopo morto, discreditando Popera sua a magnificando dei pigmei. Fu appena parecchi anni dopo che lo Stritar rivendico la farna dello sventurato poeta. XCVI RIOGRAFIE Di Francesco Prešern puo ben dirsi con Leopardi ; « Virtu viva sprez - ziam, lodiamo estinta ». La sua farna infatti egli la raggiunse dopo morto. Ora egli e piu vivo di priraa nella memoria e nel cuore di tutti gli slavi e i suoi versi, pubblicati in varie edizioni, risuonano ancor oggi nella bocca del popolo sloveno. BRANKO RADIČEVIČ. Branko (Alessandro) Radičevič nacque a Brod, in Slavonia, nel 1824. Studio a Semlino, a Karlovci e Teraesvar, poi si reco alPUniversitži di Vienna. II munifico principe serbo Mihajlo gli passava ogni anno regolar- mente un lauto sussidio, cosi che il Radičevič aveva agio di compiere gli studi senza brighe e grattacapi. A Vienna conobbe Vuk Karadzic e Gior- gio Danicic, che gli furono maestri e lo spronarono allo studio delle lette- rature slave e straniere, ma piu ancora ad attingere a quella fonte inesau- ribile e sempre fresca, che per la letteratura serbo-croata sono i canti popolari. Studio dapprima diritto poi medicina, ma Ranimo suo irrequieto, la sua incostanza in tutto, la sua passione per la vita libera e quasi randagia 0 non gli permisero di compiere gli studi. E quale e quei che disvol cio che volle , E per novi pensier cangia proposta Si che nel cominciar tutto si tolle. cosi il Radičevič passava da una facoltž. alPaltra, ineoddisfatto sempre dei suoi studi e sempre in cerca di qualcosa di nuovo, Una sola cosa lo attraeva, lo allettava : la poesia. Egli nacque poeta e i classici di tutte le nazioni, ma piu ancora i canti popolari serbi, specialmente i canti muliebri, con le loro smaglianti bellezze, esercitavano su di lui un fascino irresisti- bile. Ed era la Musa la sirena ammaliatrice che lo traeva ad errar solitario pei campi e pei boschi a contemplare, quasi estatico, le aurore e i tramonti e a bearsi al canto delPusignolo. E colPusignolo egli aveva raolte affinita ; sopratutto il suo canto melo- dioso e melanconico. Egli cantava non per far piacere ad altri, o per acquistar farna di poeta, ma perche sentiva un bisogno irresistibile di can- tare. Percio le sue poesie non sono saggi di erudizione, non rivelano una mente matura, riflessiva ed esperta. Sono nella maggior parte canti semplici, goliardici, direi quasi trovadorici, ma in compenso hanno pregi d'inestima- bile valore : la purezza della lingua e Parmoniosita e fluiditž. del verso. BIOGRAFIE XCVII Egli canta le dolcezze delPamore, le spensieratezze giovanili, le incan- tevoli bellezze dei suoi monti, le piacevolezze delFamicizia, la grazia e la flessuosita delle fanciulle'serbe, senza soffermare il pensiero su alcuna, ma in quasi tutti i suoi canti, anche in quelli che sembrano i piu giocondi, risuona una nota melanconica, talvolta appena percettibile, tal’altra piu accentuata, che sembra il gemito incosciente di un’anima angosciata. Pareva che il poeta nei suoi canti presentisse 1’immatura sua fine anche allora, quando si sentiva completamente sano. Piu tardi, quando il male che lo corrodeva preše possesso del suo corpo anche esteriorraente e il poeta incomincid a dimagrire e a presagire la sua fine, la nota melanconica si muto in singulto. Gli amici lo consigliarono di recarsi in un clima piu mite, ma il giovane poeta, sempre incerto e titubante, non si mosse da Vienna, ove lo colse 1’autunno del 1853, uno di quei rigidi e nebbiosi antunni tanto fatali ai tisici. Il male incalzava, il poeta deperiva di giorno in giorno. Ando all'o- spedale, ove fu curato dai piu celebri medici e assistito ‘ dagli amici e da quella santa donna che fu la consorte di Vuk Karadzic. Attese la morte rassegnato. Prima di morire desidero due cose soltanto : vedere Tltalia e visitare il campo di Kossovo, il funesto campo di morte, ove nel 1389 fu sconfitta la Serbia. I suoi desideri non furono esauditi. La morte lo colse nel settembre del 1853. Desidero che il euo corpo fosse sepolto a Strazilovo, che egli amo e magnifico nei suoi versi, e il suo desiderio fu appagato. Due anni dopo la sua morte gli fu eretto un monumento, che porta incise le parole : A Branko — La nazione serba — e piu sotto i suoi versi : Mnogo teo, mnogo zapoceo Cas umrli njega je pome o. (Molto egli volle, molte cose incomincio, ma la morte lo arresto nel suo cammino). * * * Il Radičevič e il piu simpatico poeta serbo : e il beniamino della gioventu. Uno dei suoi piu bei canti e il Djacki raztanak (Il commiato degli študenti). La sua epica Gojko e romantica, e cosi pure «La tomba deli'aiduco ». I suoi due poemi epici « Stojan » e « Uroš » farebbero onore a qualunque VII XCVIII BIOGRAFIE letteratura. « Uannegata » e la « Vendetta » sono pregevoli componimenti poetici, ma troppo impregnati di romanticismo. Nelle sOe liriche il Radičevič s’ispird ai canti popolari muliebri, nelle epiche segul Byron e Heine, ma attinse anche alla ricca fonte dell’antica letteratura ragusea. Graziosi quanto raai sono i suoi brevi componimenti poetici, che sembrano minuscoli poemetti epici o asterischi di cronaca in versi nei quali egli segue il ritmo e 1’essenza dei canti popolari muliebri. Un esempio si ha nel canto « Alla fontana », fedelmente e stupenda- mente tradotto dal Ciampoli, e che qui riproduco : Mentre iersera, qui me ne stava, E d'acqua 1’anfora si ricolmava, Venne un bel giovane daH’occhio nero Sopra un cavallo svelto e leggero. Fece un saluto, poscia Cortese : —■ Dammi, sorella, dell’acqua — chiese. Queste parole strali d’affetto, Mi trapassarono il bianco petto ; Subito sorsi, nPavvicinai, L’anfora teši, la mano alzai Tremante.... L’anfora si rovescio E in due, tre pezzi franta n’ando ! I cocci sparsi qui son tuttora, Ma dov’e il giovane ? Come vorrei Ch’egli tornasse, tornasse ancora ! Pur quest’altra anfora spezzar farei. * * * Fenomenale addirittura fu la produttivita intellettuale del Radičevič, specialmente nei suoi ultimi anni. E da meravigliarsi davvero come in cosi breve spazio di tempo — cioe in otto anni di lavoro, spesso interrotto dagli studi e dalla malattia — egli abbia potuto lasciarci un cosi ricco patrimonio di versi. Come la lucerna che prima di spegnersi arde di fiamma piu intensa, cosi il poeta negli ultimi suoi giorni sentl centuplicarsi la produttivita del suo ingegno. Il Radičevič porto seco nella tomba un tesoro immenso di abbozzi poe¬ tici che la sua mente febbrilmente creava e andava rimuginando, e fra BIOGRAFIE XCIX questi 1 ’idea grandiosa di un poema sull’epopea di Kossovo, che egli elaboro nella mente e del quale traccio 1'ossatura, ma quando volle mettersi ali'opera Gtunse la fredda morte e picchio alle sue fiorie. AUGUSTO SENO A Nacque a Zagabria nel novembre del 1838, ove studio il ginnasio e due anni di diritto airuniversitd. Nel 1859 si reco a Praga per compiere gli studi universitarii, sospinto piu che altro dal desiderio di vivere nella citta ove pulsava allora il cuore dello slavismo e dove dimoravano e convenivano poeti, dotti e letteratl di tutti i paesi slavi, e molti profughi polacchi. Simpatico neH’aspetto, di modi gentili, di sentimenti elevati, affabile con tutti, di vivido ingegno e fervente di patriottismo, come si puo essere nei begli anni giovanili, non tardo molto a stringere amicizia coi piu rino- mati scrittori e letterati cehi, di quell’epoca. Si approfondi nello studio della letteratura ceha. allora in auge, non trascurando pero di coltivare lo spirito nelle discipline dei classici di tutte le letterature. Nel 1864 si reco a Vienna ed assunse contemporaneamente la redazione di due giornali, croato l’uno, tedesco, ma in senso slavo, 1’altro, e con infaticabile lena propugno i diritti della sua patria e dello slavismo, non cessando di dedicare le poche ore libere che gli rimanevano alla collabo- razione di effemeridi letterarie e alla compilazione di novelle e romanzi. Gode la simpatia e la protezione degli uomini piu illustri del rinasci- mento letterario juguslavo, e il Gaj — che presagi nel Senoa un ingegno ricchissimo di promesse — gl’infuse nell’animo tutto il suo ardore di apostolo e rinnovatore. Il Senoa inizio la sua oarriera letteraria nel 1862 pubblicando versi e novelle nei periodici letterari di Zagabria. In quegli anni Zagabria, divenuta il centro di tutte le aspirazioni jugo- slave, rifioriva di nuova vita intellettuale, e come per incanto, sorgevano istituti di cultura, giornali, riviste, e palestre di studii e nasceva quell’Ac- cademia jugoslava che irradio ed irradia tuttora tanta luce in tutto il mondo intellettuale. Il Senoa non pote rimanere a lungo lontano dalla sua cittd nativa e dalla sua patria, che amava, e nel 1866 lascio Vienna, ove Topprimente e nial retribuito lavoro gli aveva logorato la salute, e fece ritorno a Zaga¬ bria, Ivi, con giovanile ardore, coraggioso e fidente, si dedico al gioroalismo letterario ed artistico e si consacro ai suoi studii prediletti. c BIOGRAFIE Fu redattore del giornale « Pozor » e sostenne con successo una cain- pagna per la riforma del teatro. Nominato direttore artistico del teatro della cittž, diede iropulso all'arte draminatica raccogliendo intorno a se i migliori artisti, truducendo e scrivendo egli stesso pel teatro. Ingegno versatile e fecondo, lavoratore instancabile, egli impiego la sua attivitž in tutte quasi le istituzioni intellettuali della citti, animato non da altro desiderio che da quello di recar lustro e decoro alla sua patria. Mentre acudiva al taatro e al suo gravoso ufficio di notaio e piu tardi di senatore della citta, scriveva per giornali e riviste, pubblicava conternpo- raneamente poesie, novelle e romanzi, quasi tutti di soggetto storico, cio che richiedeva una lunga e vasta preparazione e degli studi accurati e diligenti. Si rinchiudeva le notti nella biblioteca o negli archivi della cittž. e li, con la pazienza di un certosino, esaminava anticbi documenti, vecchie pergamene, consultava i volurai di storia, leggeva le cronache, gli annali, le leggende, i canti popolari, storici ed eroici, tutto cio che gli era neces- sario per tessere i suoi racconti e rcmanzi storici. Spesso 1 ’alba lo sorprendeva immerso fra i libri e le carte polverose, ed egli usciva, non per coricarsi o riposare, ma per riprendere il lavoro diurno, senza visibili traccie di stanchezza, quasi avesse passato la notte fra raolli coltrici. * * * Nel 1868 realizzo il sogno da tanti anni accarezzato : sposo la fanciulla del suo cuore — madamigella Slavia nobile de Istvanic — alla quale aveva dedicato tutte le sue belle ed inspirate liriche giovanili, e trovo nella famiglia quella felicitž, che prima, nella sua vita, avventurosa ed agilata, non gli era stata concessa. Fu per molti anni redattore, e piu che redattore, 1 ’anima del periodico letterario « Vtenaz » che pubblico le migliori sue poesie, quasi tutte le sue novelle e alcuni dei suoi romanzi. Piu che poeta, il Senoa e novellista e romanziere di vaglia. Egli fu il vero creatore del romanzo storico in Croazia. Pubblico un infinito numero di racconti, novelle e parecchi romanzi per lo piu di soggetto storico, fra i quali ebbero duraturo successo : « Dtoge- nes », « Il tesoro del gioielliere », « La sommossa popolare », « Il giura- mentor, « Litca il mendicante », « Aquarium », « Branko», « Dto ne scampt dai Segnani » ecc. Parecchi suoi romanzi furono tradotti' in russo, polacco, ceho, sloveno. BIOGRAFIE CI tedesco, francese e rumeno. In Italiano abbiamo le traduzioni di due suoi racconti : «II garofano dalla iomba del poeta » e « Dio ne scampi dai Segnani », la prima e di Doimo Bego, la seconda e mia. Tre delle sue poesie sono di argomento italiano : « La caduta di Ve- nezia », « II venerdi santo a Piša » e « La catena ». II Senoa aveva in mente di aggiungere alla ricca collana dei suoi romanz’ altri tre, pur essi di argomento storico. Volle cioe eternare la memoria di Flora Zuzulic (Zuzzeri) (i), dei due eroi croati Zrinski e Frankopan, e dlustrare 1 ’epoca gloriosa del re croato Zvonimiro, ma il suo bel sogno non pote realizzarsi. Mori nel dicembre del 1881, a 43 anni, dunque, in un’et& tutta ancora piena di speranze e di promesse. * * * Cio che reca maggiore meraviglia nel Senoa non e soltanto la grande produttiviti del suo ingegno, ma anche la sua vigoria, la sua assiduitS. nel lavoro. Ebbe eroica costanza nel lavoro anche in mezzo alle vicende agitate della vita, anche nei dolorosi giorni della sua infermitcL Quando il male che lo tormentava gli concedeva un po' di tregua, e quando rinveniva dopo i lunghi deliqui, che di frequente lo coglievano, s alzava da letto e si metteva a scrivere, e scriveva, scriveva fino a che non cadeva nuovamente spossato, esausto di forze, sfinito. Mori con la penna in mano ; il troppo lavoro lo uccise. * * * Nelle sue poesie e nei suoi romanzi il Senoa segue in gran parte la scuola romantica, ma rigetta tutte le esagerazioni, tutte le fantastiche nebulositci e le astruserie del vecchio romanticismo e si uniforma ai sentimenti, alle aspi- razioni, agli ideali del suo popolo e rifugge — specialmente negli ultimi suoi lavori — da qualunque imitazione. (1^ Flora Zuzulic o Zuzzeri, celebre poetessa croata, nacque a Ragusa, in Dalmazia, nel 1555. Gli storici di quell’epoca e i suoi biografi non mentono quando esaltano la sua bellezza e la paragonano ad una fata. Basta infatti vedere la sua effigie — che ancora si conserva — per rima- nere affascinati. Fu la musa ispiratrice di tutti i poeti ragusei suoi contem- poranei. Il Gucetic, il Ranjina, lo Zlataric, e il Bunic decantano la sua bellezza, le sue grazie, la sua intelligenza, la sua coltura. Torquato Tasso 7- invaghitosi di lei a Firenze, quando nel 1577 ando sposa al ricco gen- tiluomo fiorentino Bartolomeo Piscioni — la chiamo « divina » e le de- dico due sonetti. CII BIOGRAFIH Egli dunque non fornico con quelPidealismo che il Pronudhon chiamo giustamente « scrofola romantica », anzi, in alcuni suoi lavori, e piu rea¬ lista dici del reggimento lo dichiararono « invalido », cioe inabile alPesercizio delParmi e fu quindi riformato. NelPaprile del 1899 il Kette giaceva ammalato in una misera cameretta di un vecchio seco.lare edificio di Lubiana. L’Aškerc, che piu notti aveva vegliato al cappezzale delPamico, accorse alla chiamata del poeta il mattino del 26 aprile e lo trovd a letto alle preše con la morte. « Quando entrai — narra PAskerc — il poeta mi guardo, sorrise ama- ramente, e mi teše la mano umida ed agghiacciata. Aveva sul volto il pal- lore della morte. — E fifiiia / — mi disse. Fece aprire la finestra ; nella stanza penetrd la fresca brezza primaverile e il sole illumino la sua fronte marmorea ». Era spirato ». BIOGRAFIE CV * * * Carlo Kette e il piu simpatico e in parte anche il piu geniale poeta della moderna letteratura slovena. I suoi canti sono il riflesso di nn’anima buona, rassegnata — direi quasi con infantile inconscienza — al dolore ed alla morte. Sono canti semplici, modesti, privi di qualsiasi artificio, ma pur pieni di grazia e di dolcezza, di spensierata gaiezza e di velata mestizia, come lo sono in generale i canti popolari jugoslavi, ai quali, in gran parte, si e ispirato il poeta. Le poesie del Kette — « povere foglie cadute da una pianta moribonda prima di portare i frutit » — manifestano tutta la candida sehiettezza del suo carattere. II Kette ondeggia fra Pesempio venutogli dal Prešern e Pimpulso ad at- teggiarsi con fisionomia propria ed originale. Mentre alcuui suoi canti no n vanno immuni da quelle imperfezioni di forma e di pensiero, nelle quali incorrono di frequente tutti i giovani poeti e da certe nebulositž. Strane che adombrano le concezioni poetiche di parecchi poeti slavi del Nord, altri in- vece — forse perche piu medi ta ti come, p. e. i suoi « Sonetti » — assur- gono ai fastigi della vera poesia e ci discoprono le caratteristiche di un poeta geniale, pieno di belle promesse Benche il Kette nelle sue Roma?ize e Ballate dimostri buone disposi- zioni per 1’epica, egli e tuttavia, prevalentemente, poeta lirico. Se il Kette fosse vissuto piu a lungo ed avesse con gli anni e con lo studio ampliato la sua coltura e fortificato lo spirito nelle discipline dei clas- sici, avrebbe senza dubbio superato il Prešern e molti altri suoi contempo- ranei, poiche in lui c’era il nocciolo del vero poeta, non gii quello del sem- plice verseggiatore. Cosi invece come ci e dato giudicarlo dai suoi canti, il Kette non e che una crisalide che doveva mutarsi in farfalla e che le brume invernali assi- derarono prima che sorgesse la primavera coi suoi tepori a compiere la metamorfosi. * * * lo conobbi il poeta nel breve tempo della sua forzata dimora a Trieste. Era un bellissimo giovane, di una bellezza quasi classica ; il suo pallido volto, coperto da un velo di tristezza, anche allora quando appariva gio' viale — e cid avveniva spesso — aveva un’espressione di dolcezza che affa- scinava quanti lo avvicinavano. Era intelligentissimo, affabile, buono, di una bonti quasi infantile, sinceTO, leale, e rassegnato alle sofferenze della vita, di quella rassegnazione ch'e čaratteristica speciale di tutti noi slavi. CVI BIOGRAFIE Era innamorato di Trieste, raa piu di tutto del suo bel golfo. II mare — questo splendido Adiiatico — era per il poeta il gran mago che lo affa- scinava; e il mare gPispiro le sue piu belle liriche (« L*Adriatico » — « Al molo San Carlo »). Quante volte — potrei ben dire con D’Annunzio : — ■< ,...quanie volte in riva al mare V ho vedtito fissar que y suoi pensosi occhi neIVacqua e starsi ad ascoliare / E alla canzon selvaggia det marosi ne *l fantaslico albor crepuscolare quell'anima dovea per luminosi cerchi di sogni immergersi e nuoiare ». * * * Il Kette mi parlo piu volte dei suoi fantastici progetti, dei suoi sogni di poeta. Aveva in mente di scrivere due poemi traendo argomento dalla sto- ria del suo popolo, ma la morte non gli permise di realizzare i suoi sogni. « Poveri sogni di un tratto sbandati , come branco selvaggio di sparviert' a notte fonda, in mezzo alla burrasca / » SIMEONE GREGORČIČ. Nacque nel 1844 a Vrsno, piccolo ed alpestre villaggio della pittoresca e poetica vallata dell’Isonzo, a’ piedi del monte Corno, non molto lontano dunque dai confini d’Italia. Ancora bambino il Gregorčič desto l’ammirazione dei genitori e di tutti i suoi compaesani per la sua svegliata intelligenza e rivelo, in embrione, la sua natura eminentemente poetica. Piu dei giuochi infantili il Gregorčič, da bambino, amava la solitudine. Sfuggiva la compagnia dei suoi coetanei, ed andava spesso errando pei campi e pei boschi, solo, come un piccolo selvaggio. Piu volte i genitori ed i parenti, dopo averlo cercato invano dovunque, lo trovavano in qualche Iuogo deserto tutto intento a contem- plare le candide vette delle alpi, o lo sorprendevano mentre, quasi estatieo, stava seguendo con lo sguardo il corso serpeggiante delPIsonzo. BIOGRAFIE CVII II limpido, ceruleo fiume lo ammaliava, ed anche adulto non pote sottrarsi al suo fascino e lo provano ad esuberanza i suoi canti nei quali egli ricorda sempre.il caro fiume del suo paese. All*Isonzo il poeta consacro anzi uno dei piu inspirati suoi canti, vibrante di sentimento e di amor patrio. Nel suo luogo natio il Gregorčič apprese a leggere e scrivere e gli furono maestri i due vicari Bevk e Gregorčič, quest’ultimo suo lontano parente, che persuase i genitori a mandare il ragazzo a Gorizia per conti- nuare gli studi*. Nel 1858 il Gregorčič fu accolto nel serainario ioferiore di Gorizia e nel 1864 consegui, con distinzione, la licenza ginnasiale. Giunto a questo punto il Gregorčič si trovo in un doloroso bivio : i ge¬ nitori ed i parenti insistevano perche abbracciasse la carriera ecclesiastica e continuasse percio gli studii nel seminario, mentre egli invece — inna- morato conPera dei classici greci e latini e piu di tutto di Omero — si sentiva attratto allo studio delle belle lettere e desiderava ultimare la sua istruzione alPuniversiti. Non sentiva alcuna vocazione pel sacerdozio per quanto egli fosse sinceramente religioso e inclinato piuttosto al misticismo. Egli ben sapeva che pigliando Pabito sacerdotale avrebbe non soltanto dovuto rinunziare alle sue piu nobili aspirazioni, ma sacrificare anche le ispirazioni piu libere, piu elevate* piu geniali della sua Musa e porre la sordina ai suoi sentimenti, e percio tento di ribellars^. alle ingiunzioni di suo padre. Ma la sua ribellione fu vana ; egli dovette cedere, molto piu che le sue condizioni finanziarie non erano floride, e sacrificarsi in olocausto alPegoismo e al bigottismo dei suoi parenti. Fu cosi che egli, compiuti gli studi al seminario, fu ordinato sacerdote e celebro la prima messa nel 1867. Un anno dopo gli fu conferito il poste di cappellano a Caporetto, ove rimase sino al 1873. Passo poi a Rifenberk,. ma essendo cagionevole di salute, chiese ed ottenne una temporanea quiescenza. Nel 1887 fu nominato vicario, nel 1899 fu pensionato e preše dimora a Gorizia dove mori nel 1906. * * * 11 Gregorčič, prešo Pabito ecclesiastico, si rassegno al suo destino e fu sacerdote modello : pio, buono, modesto, caritatevole e parco sopratutto. Egli non aveva che una sola passione ardente, irrefrenabile : lo studio. Chi pero non volle o pote sottomettersi del tutto al giogo impostogli fu la sua Musa, che gli ispiro dei versi, non certo immorali o men che dignitosi, ma che tuttavia — come direbbe Olindo Guerrini — CVIII BIOGRAFIE «. Misero lo scandalo ne la santa tnbu det paolotti » Alcuni suoi canti erotici, del tutto oggettivi, non atti a turbare la co- iscienza della piu ingenua fanciulla, gli attirarono invece le persecuzioni del clero fanatico. II dottor Antonio Mahnič, allora professore del seminario di Gorizia, incrudeli contro il poeta e censuro aspramente i suoi versi disapprovandoli dal lato religioso e morale e misconoscend®ne persino il valore letterario. Altrettanto fece pure il professore Pajk. Il Machnic riusci anche a suggestionare quasi tutto il clero sloveno, sicche, ad eccezione di pochi, tutti i sacerdoti gli furono ostili. Se essi avessero avuto un po’ d’influenza in Vaticano, avrebbero, senza dubbio, armeggiato tanto sino ad ottenere che i versi del Gregorčič fossero posti all’indice. Ma se non furono posti alPindice, ne fu proibita per5 la lettura a tutti i fedeli e i nemici del Gregorčič si valsero del pulpito e del confessionale per allontanare il popolo dalla lettura dei versi « sacrile%hi » del poeta. Il Machnic, nelle sue acerbe critiche, poneva, fra altro al Gregorčič il seguente insidioso dilemma : Se tu senli cid che seri vi, se i tuoi canti escono dal tuo cuore, come fai a conciliare questi tuoi sentimenti con la tua vocazione sacerdotale ; se poi non senti cio che serivi, tu non sei poeta, poiche i tuoi canti non sono altro che una semplice finzione ». Il Gregorčič alla farisaica domanda non rispose, ma altri risposero per lui e risposero per le rime. Queste persecuzioni, benche ottennessero Peffetto contrario da quello voluto dai nemici del poeta, accorarono grandemente il Gregorčič. Egli — che in fondo al cuore era piu cristiano di tutti i suoi persecutori — non stimava di meritarsele. E poiche si vide danneggiato nei suoi interessi materiali e ostacolato nella sua carriera, fu vinto dallo scoraggiamento, e cagionevole di salute conPera, ammalo gravemente e manco poco non •soccombesse. Sfuggi allora alla morte, ma non pote mai piu ristabilirsi completamente in salute, non pote mai piu rimettersi in forze. Una cosa soltanto gPinfondeva coraggio : la grande ammirazione che tutto il popolo sloveno sentiva per lui e 1’affetto sincero dei suoi amici, fra i quali annoverava alcuni sacerdoti, e prelati, come lo Strossmayer. nonche persone intellettuali e di alto grado. Le amarezze della vita, cagionate piu che altro dalle persecuzione dei suoi nemici, gPinsoddisfatti ideali, le ristrettezze in cui si dibatteva, la malferma salute, le grandi disillusioni provate, il disgusto del mondo, gl’i- spirarono uno dei migliori e piu melanconici suoi canti : « Ma Vuomo non ■crear f... » in cui il poeta invoca il Signore perche dopo morto non lo BIOGRAFIE CIX faccia risorger sotto le spoglie di un altro uomo, e lo muti piuttosto in augello, in fiore, o faccia di lui cio che meglio gli aggrada, purche non sia costretto mai piu a riprendere 1’imperfetta forma umana, ed a provare ancora una volta le amarezze e il disgusto della vita. Questo canto — com’e naturale — sollevo grande rumore nel campo degli avversarii del poeta e il Gregorčič fu accusato poco meno che di eresia. Ma il popolo sloveno giudico in altra guisa il suo poeta. I suoi versi andarono a ruba. In meno di tre mesi fu esaurita 1 ’edizione del primo volume dei suoi canti. L’edizione degli altri volumi ebbero eguale successo. Mai forse poeta sloveno ebbe piu largo consenso di popolaritž.. * * * Questo successo, non certo preveduto dai critici malevoli del poeta, fecero in parte rinsavire ed aminutolire gli avversarii del Gregorčič, la cui schiera ando mano a mano assottigliandosi e defezionando, sicche negli ultimi anni della sua vita, egli ebbe la soddisfazione di vedere come non pochi dei suoi piu accaniti avversarii, riconoscendo i loro torti, tentassero di avvicinarlo e di cattivarsi la sua benevolenza. Era troppo tardi ; il poeta scendeva nella tomba, senza rancori, perdo- nando a tutti. * * H« Come il solitario di Jasnaja Poljana il Gregorčič preferiva alla cittž. la campagna, alla vita artificiosa e convenzionale la vita semplice, ai rumori la solitudine, al lusso la modestia e la morigeratezza. Era timido come un fanciullo e di una eccessiva sensibilita per le sofferenze umane. Aveva un cuore di Cesare. Non dava il superfluo ai poveri, ma si privava invece di tutto per soccorrere i bisognosi. Io conobbi il poeta la prima volta a Žara quand’egli compie il suo viaggio in Dalmazia e nel Montenegro, poi nel 1893 ci siamo trovati a Gorizia. Nei lunghi ed amichevoli colloqui che ho avuto col poeta mi fu agevole cosa di penetrare fin nelle intime latebre dell'anima sua e scoprire gl’im- uiensi tesori che egli vi teneva nascosti : 1’elevatezza dei suoi sentimenti, la sua grande bontž., la sua illibatezza, la purezza adamantina del suo carat- tere. Chi non lo conobbe intimamente non pote apprezzarlo, poiche egli uon era di indole socievole, non era facile a stringere vincoli di amicizia cx BIOGRAFIE con persone che non conosceva a fondo o che a prima vista non gl’ispira- vano simpatia ; amava apparire diverso da quello che egli era in realti e veniva a confidenze soltanto con amici intimi e provati. Negli ultimi suoi anni era divenuto difidente e quasi scontroso. Temeva gli uomini ; evitava di farsi conoscere. Le persecuzioni a cui era stato fatto segno, lo resero tale. Come poeta il Gregorčič occupa uno dei primi posti nella moderna let- teratura slovena. II Gregorčič non si limito soltanto allo studio dei classici greci e latini, ma si abbeverd anche alla fonte dei classici della letteratura moderna. Aveva speciali predilezioni per Shakespeare e Goethe. Conosceva bene la letteratura italiana e per i versi di Ada Negri nutriva un'ammirazione sconfinata. Ne sapeva a memoria parecchi. Negli anni giovanili segui le orme dello Stritar, ma poi lo vediamo emanciparsi del tutto e assumere carattere personale. II Gregorčič rivela nel verso, elegante ed armonioso, squisitezza di sen- timento. Per armoniositci nel verso e purezza di lingua egli supera anzi di gran lunga il Prešern. II Gregorčič pero non pote elevarsi a grandi altezze, benche ne avesse 1’ingegno capace, ne spaziare il volo nei liberi ed eccelsi orizzonti delkarte, perche il sito spirito si trOvo quasi inceppato entro la tonaca sacerdotale. D’altro canto le critiche spietate dei suoi persecutori tarparono le ali alla sua Musa, che ammutoli quasi negli ultimi anni della vita del poeta. Nei quali anni il Gregorčič limito la sua attivitž. intellettuale alla tra- duzione dei salmi di Giobbe. Comunque, il Gregorčič rimane e rimarri per lungo tempo il piii popo- lare poeta della moderna letteratura slovena. I suoi canti — in gran parte musicati — suonano nella bocca del popolo e non c’e giovane o ragazza del piu umile villaggio sloveno che non sappia a memoria le sue piu belle e sentimentali poesie. * * * Degli altri poeti mi occupero nel secondo volume. Giovanni Kušar. Canti Jugoslavi, ( . / INVERNO (Dal croato, di I. Hranilovic) Giu dall’erta montagna scende la neve e il gelo, e i colli e la campagna ricopre un bianco velo ; e notte e un lume incerto illumina morente il niveo deserto, melanconicamente. Sepolto a pie d’un colle e un misero abituro ; šibila il vento folle nei crepacci del muro; sulla paglia, malato, tien la.madre un bambino, ei giace esteniiato, bianco e col capo chino. Oiovanni Kušar. Canti jugoslavi. 1 2 INVERNO Di luce moribonda arde il fuoco in un canto, il freddo li circonda, la fiamma rauor, e intanto il bimbo trema, e forte stringe la madre al petto, bacia le guance smorte e parla con affetto : « O mamma, o mamma mia, nevica fuor, il vento ulula, o mamma mia, il focolare 6 spento, mi sento venir meno, 6 freddo, io son malato, deh, stringimi al tuo seno, o morird gelato ! » La madre guarda mesta, lo stringe al petto anelo, a scaldarlo s’appresta, volge lo sguardo al cielo, ma 1’occhio e quasi spento, piu lento pulsa il core, s’ode un bacio, un lamento, un sospiro e.... poi muore. INVJJRNO 3 Giii dall’erta montagna scende la neve e il gelo e i colli e la campagna ricopre un bianco velo ; £ notte, e un lume incerto illumina morente il nivSo deserto, melanconicamente. Sepolto a pie d’un colle e un misero abituro, šibila il vento folle nei crepacci del muro; fiocca la neve sitio sui corpi e forma un velo, cangia madre e bambino in angeli di gelo. SOTTO IL VERONE (Dallo sloveno, di Francesco Prešern) Splende la luna, battono' Pore tarde alla torre della citta, ma dalPangoscia ch’ange il mio core non dormo e pace Palma non ha. Tu sei, mia bella, tu la cagione dei miei tormenti, dei miei sospir, smarrito ho il sonno e la ragione, la notte e il giorno mi fai languir. SOTTO IL VERONE 5 II tuo bel volto roseo, ridente, scolpito stanimi negli occhi ognor, coi suoi sospiri il core ardente te cerca e brama, mio solo amor. Vieni mia bella, sul tuo verone — ci guardan tacite le stelle in ciel, non altri — ah, vieni che il tuo garzone ti attende; fidat.i del tuo fedel ! Fammi un sol cenno, dolce mio bene, se temi forse di favellar. Nessun risponde_ Ella non viene ; qui solo, o misero, che degg’io far? Trentule stelle, deh, voi guardate s’ella riposa, se dorme ancor ! Del suo verone dietro le grate m’ascolta, o ad altri donato ha il cor? 6 SOTTO IL VERONE S’ella gia dorme; s’ella riposa, luna pietosa, non la destar ! e se in silenzio m’ascolta, ascosa, col tuo bel raggio non la turbar ! Ma guai se ad altri dara il suo affetto e me negletto, tradito avra, tosto il mio core morra nel petto, dal duolo, o misero, si spezzera. Vieni, mia bella, sul tuo' verone — ci guardan tacite le stelle in ciel, non altri— ah, vieni, che il tuo garzone ti attende, fidati del tuo fedel! I/AIDUCO (Dal serbo, di Branko Radičevič) La mia časa e la vetta incantata, e la rupe mio molle giaciglio, dei fratelli la fiera brigata di recente e venuta in esiglio ; - son da poco i miei fidi arrolati, ma son falchi, son prodi soldati, io con essi precipito ognor della patria sui fieri oppressor. L’esecrato tiranno calpesta, inzuppato di sangue il terreno ; ei la croce onorata detesta, i figliuoli ci strappa dal seno ; stupratore di vergini imbelli, egli al palo condanna i fratelli, ma 1’aiduco sa il brando aguzzar e nel sangue 1’insulto lavar. 8 l’aiduco Ah che invano 1’osman sollevarsi tenta contro il cristiano fedele ! Sa l’aiduco di sangue saziarsi dell’osmanica razza crudele ; egli ascende la vetta veloce, se lo insegue una turba feroce a domarlo affaticasi invan ; pochi vivi ritornano al pian ! Quando sento il fucile che fischia, quale ebbrezza m’assal fiera e pazza ! Quando in mezzo alhorribile mischia un osmano di sella stramazza, per l’aiduco che lieto festino ! Se mi riesce a mozzare il canino capo, al palo lo infilzo e nVassal un tripudio, una gioia infernal! E coi capi mozzati la vetta orno — oh, truce trofeo di vittoria 1 — oh, spettacol di fiera vendetta ! per noi tntti che lieta baldoria ! Le mie spalle col turco fucile voglio ornare ed uccidere il vile ; vo’ strappare al feroce oppressor con quell’arme la vita e i tesor! l’aiduco 9 Aga, attendi, deh, attendi un sol giorno, che oppugnar le tue torri io discenda, che al sontuoso tu o ricco soggiorno la tua donna fedele io mi prenda, che dormire mi lasci al suo fianco sul tuo morbido talamo bianco, la tua pipa ch’io possa fumar, col Corano il caffe cucinar. Montero sul tuo bruno corsiero e tu, scalzo, seguir mi dovrai, porrb al fianco il tuo brando guerriero, tu la rocca sul fianco porrai ed un basto di rozza alla groppa ; vo’ veder come il turco galoppa! Per 1’osmano che fiero martir scalzo e a piedi 1’aiduco seguir! E finita la splendida festa, sul tuo capo cessato il flagello, vo’ di un colpo mozzarti la testa e adornare con essa il castello ; voglio in pascolo ai corvi gettare il tuo lurido corpo, e lasciare onde i cani sul corpo di un can faccian strazio feroce ed insan. 10 l’aiduco Quando, o Serbia, si a lungo gemevi schiava, oppressa dal turpe islamita, niun aiuto dal raondo tu avevi! Ma 1’aiduco, dall’anima ardita, una notte, sinistra ed oscura, come belva cal6 giu in pianu ra ; poi sui campi il fucile brilld e alla Serbia 1’aurora spuntd. NINNA-NANNA (Dal bulgaro, di P. Ivanov) Ninnana — nella tua cuna dorini, o bimbo, mia speranza; ninnana — la bianca luna fredda irraggia la tua stanza, la tua culla, o mio tesor, tutta innonda di candor ! Tu sarai gran duce un giorno, tu sarai gran capitano ; nel tuo candido soggiorno dormi, o bimbo ; piano, piano, ninnana ti vo’ cantar : tu sarai futuro Tzar ! 12 NINNA-NANNA E gli schiavi tuoi fratelli liberar saprai colTarmi, dormi, o birnbo, gli occhi belli chiudi al sonno, un di ne’ carini loderanno il tuo valor, dormi, dormi, o mio tesor! II tuo prode genitore fu un di anch’esso duce e fiero ma per man di un oppressore cadde ei pur — in cimitero or riposa, il poverin — dormi, dormi, o mio bambin ! Dormi! Orsu, non ti destare ; crescerai tu baldo e forte, del tuo padre vendicare tu saprai 1’orrenda morte ; scenderai tu colbangiar il tiranno a trucidar. Una schiera alla campagna di fratelli troverai ; sarai Tzar della montagna e sul piano piomberai sopra i perfidi oppressor ; dormi, dormi, o mio tesor! NINNA-NANNA IJ La brigata tua raccolta su nel monte, giii nel piano, suscitata alla rivolta, piombera sul fiero osmano, i cristiani a liberar; dormi, o mio futuro Tzar! Io pregar sapro il Signore che ti salvi dalla morte e tu, possa, vincitore, ritornar con la coorte degl’impavidi guerrier la tua patria a riveder. Verrd incontro al tuo ritorno ; come premio pel tuo merto brillera siccome il giorno sul tuo capo il nobil serto della gloria e del valor; dormi, dormi, o mio tesor ! E dal popolo, festante, acclamato tu sarai, come, oh, come in quell’istante la tua madre abbraccierai, tu dei turchi vincitor; dormi, dormi, o mio tesor! QUANDO ERO IN PROCINTO Dl MORIRE (Dal serbo, di Branko Radičevič) Le foglie ormai gialleggiano e leggere cadon dai rami giti; il verde vostro, o vaghe primavere, 10 non vedro mai pili! 11 capo mio si china, il viso ho smunto, pei lunghi affanni inariditi ho gli occhi, piegano stanchi i deboli ginocchi, piegan le mani, il corpo e gia consunto ; giunge la fredda morte e picchia alle mie porte. Giunge la fredda morte ! O vita, addio, sogno mio bello ; addio fulgide aurore, e tu, candido giorno! O mondo mio, bel paradiso, pieno di splendore, QUANDO ERO- IN PROCINTO Dl MORIRE 15 nOn ti vedro mai piri ! — per un arcano mondo io devo partir, lontan, lontano_ Oh, se te amato non avessi tanto, potrei mirar ancor 1’astro fulgente ; degli usignoli rallegraimi al canto, delFuragano l’impeto furente potrei goder, del tuono il romorio e dei bei fiumi il placido fruscio; potrei seder alla fonte romita ; ma spenta ž la sorgente di mia vita! O mie canzoni, o povere orfanelle, o bimbe mie degli anni i piti ridenti, volli l’iri rapir ai firmamenti, quinci adornarvi di fulgenti stelle e circonfuse di una luce blanda del sol coi raggi ad intrecciar ghirlanda volli, ma dileguo l’arco baleno, si spensero le stelle in un momento ; il sole, anch’esso, fulgido e sereno, precipito dal glauco firmamento. Tutto, tutto io perdei, ne un solo dono darvi potei, ma in cenci io v’abbandono 1 EGU NON VIENE! (Dallo sloverto, di Simeone Gregorčič) Nel giardino cantando giuliva, mazzolini di flori intrecciava, e quand’egli a trovarla veniva arrossiva, confusa, e tremava. « Damrai, o Vaga fanciulla, un tuo flore ; sul mio sen con le candide mani tu lo poni, qual pegno d’amore pria ch’io parta per lidi lontani ». Ella in dono gli die un mazzolino, ma coi flori anche il cuor gli donava, sola e triste ella errd pel giardino ; mentre ei solo pel mondo esulava. EGLI KOK VIENE !... 17 Nel giardino cantava giuliva, mazzolini di flori intrecciando.... Perche mai piti il giardin non coltiva, ne’ s’aggira fra i flori cantando ? La fanciulla il suo capo reclina ; il suo corpo e qual flore appassito, ha nel cuore crudele una spina, piange, e il pianto ha il suo volto sfiorito. Della siepe a traverso ella guarda, , passan molti d’accanto, ma ohime ; da niun lato egli giunge; ei ritarda ; o mia pallida bimba, dov’e? Oiovanni Kušar. C anti jugoslavi. 2 SORGE L/AURORA iDa] croato, di Pietro Preradovic). Tarda e la notte ; d’arcani suoni nel sonno, a un tratto, destar mi sento, l’arpa degli avi manda un lamento, non tocca, e suona balde canzoni, e par che flebile susurri intorno: — Sorge 1’aurora, vicino e il giorno! Tarda e la notte; pace profonda regna dovunque ; zeffiro blando, gid d’oriente vien susurrando e al mar Adriaco carezza l’onda e par che flebile gerna ali'intorno : Sorge 1’aurora, vicino e il giorno! SORGE L’AURORA 19 Tarda e la notte, 1'ampia riviera deserta e muta sonnecchia ancora, ma dove brilla la bella aurora vibra un augello l’ala leggera e col suo canto susurra intorno : — Sorge 1’aurora, vicino e il giorno! Tarda e la notte, nel mare grava Pombra notturna, dorine il creato, ma alPorizzonte, fantasma aurato, splende ed aleggia la Vila slava e in tuon fatidico canta alPintorno : — Sorge Paurora, vicino e il giorno. Sorge Paurora nel ciel sereno, e il nuovo giorno vien luminoso ; sorgi, o Dalmazia, dal tuo riposo, ecco, la luce t’irraggia il seno e i tuoi tesori, sepolti intorno svela alle genti : Eccoti il giorno ! TRE CANZONI (Dal croato, di Ljuba Dragic) Una purpurea rosa ho coltivato nel mio giardino : la rosa appassi ; rma čara sorella ho tanto amato •e nelFeta dei sogni ella mori. E a tergere il mio pianto, oh, l’amorosa mano trovare io non potro quaggiu ; col nuovo april rifiorira la rosa, la mia sorella io non vedro mai pili. TRE CANZONI 21 II. lo possedeva un ricco anello d’oro, ma il mio prezioso anello si spezzd ; un garzone era allora il mio tesoro e quell’ingrato un di m’abbandono. Di quell’anello d’oro che mi cale! i vezzi non m’allettano il pensier, un altro anello, al primo in tutto eguale me lo puo fabbricar il gioiellier. Ma la mia forte gioventu spezzata qual artefice mai potra rifar? sol nella fredda totnba, o sventurata, i tormenti del cor potro scordar ! III. Una colomba candida io nutria, ma un di l’ha uccisa un folle cacciator, amai la sventurata patria mia, fatta mancipia, or geme nel dolor. La candida colomba, o poveretta, alla mia časa piu non tornera, ma la Croazia, mia terra diletta, i ferrei ceppi un giorno spezzera. LA RONDINELLA (Dal croato, di Augusto Senoa) Varca la rondinella il glauco mare il glauco mar, i monti e le vallate, poi sul tetto di un bianco casolare riposa bali trepide, affannate. — Dimmi, gaia e vezzosa rondinella, poičhč sei qui venuta di passaggio, che vedesti nelPumile villaggio ? « Presso il verone sedea una vergine silila cannocchia lana filando, avea le gote di gigli e porpora, Pore passava lieta cantando; presso il camino la vecchierella madre fissava la figlia ognor, del suo orizzonte 1’unica stella dei di suoi grami gioia ed amor; e il ciel con caldi voti implorava alla figliuola lieto avvenir ; povera vecchia, ella sognava e a rosee spemi volgea i desir! » LA RONDINELLA 23 Varca la rondinella il glauco mare il glauco mar, i monti e le vallate, poi sul tetto d’un bianco casolare riposa bali trepide, affannate. — Dinimi, vaga e vezzosa rondinella, ora che sei di nuovo di passaggio, che vedesti nelPumile villaggio ? « Presso il verone, pensosa e pallida, sedea la donna, giovane e bella, avea le tenere manine candide vezzosamente carche d’anella, volgea lo sguardo tutto alPintorno per la campagna : — « Non giunge ancor ! — dicea — deh, quando fara ritorno della mia vita 1’unico amor ? » La vecchia madre, cogli occhi in pianto, tutta tremante, piorava — ohime ! sentia nel cuore come uno schianto e non sapeva dirsi il perche. » Varca la rondinella il glauco mare il glauco mar, i monti e le vallate, poi sul tetto di un bianco casolare riposa 1 'ali trepide, affannate. — Dimmi, gaia e vezzosa rondinella ora che sei di nuovo di passaggio, vedesti ancor tu il misero villaggio ? M LA R0KD1NELLA * Presso il verone, sopra una lugubre bara, la giovane posar vid’io, bianca e stecchita, sul seno turgido tenea la santa croce di Dio ; la madre accendere funerea face vidi, ed agli occhi chiudendo il vel : « Figlia — ella disse — riposa in pace la nel silenzio del cupo avel! » Quindi, coll'acqua santa, la faccia della figliuola morta bagno, poi sul cadavere, pallida e diaccia, forte gemendo, cadde e spirb. Varca la rondinella il glauco mare, il glauco mar, i monti e le vallate, ma sul tetto del bianco casolare ha riposato 1 'ali affaticate ? Cercai quel vago augello notte e giorno, con la schiera delPaltre sue compagne la rondine non fece piu ritorno. TU PARTI fDallo sloveno, di Carlo Kette). lo ti dissi per Pultima volta : non partir, qui rimani, amor mio, capricciosa bambina, m’ascolta ! No? Tu parti ? Buon viaggio ; anzi addio ! Kd ancora una volta lo sguardo tuo m’avvinse e destommi nel core celestiale un incanto e maliardo. Fischia il treno ; tu parti, o mio amore ! Fischia il treno e lontano sfavilla e sparisce dei colli dappie ; tu in un angolo siedi tranquilla e di certo non pensi piu a me. RIMEMBRANZA (Dal serbo, di S. Jovič). Ti ricordi di quel giorno, che le candide tne braccia mi gettasti al collo intorno, e, celando la tua faccia sul mio seno, o mio tesor, quasi inconscia, trepidando, il secreto mi svelasti deirincognito tuo amor ? Ti ricordi lo sgomento che provammo allor che insano giunse un ordin : sul momento di partir, lontan, lontano? A quell’ordine ol)bedire mi fu imposto, e te lasciar io dovetti, o mia diletta, e la patria abbandonar RIMEMBRANZA 27 Sul tuo ciglio allora il pianto tremolar, brillar vid’io; quale affanno, quale schianto fu pel povero cor mio! II mio labbro restd muto nella foga del dolor, muto e il duol se al cor trabocca, čredi, e interroga il tuo cor! Da quel di che nii staccai dal tuo sen, non ha conforto piti il mio cor ; ah, non lo sai che il mio cor per sempre e mortof Come flor senza rugiada muor chinato sullo stel, cosi pur, da te lontano, si consuma il tuo fedel. Quando mai verra quell’ora, che avran fine i miei tormenti e ammirare potrd ancora gli occhi tuoi cosi ridenti, mia diletta, e sul tuo labbro dal colore del rubin, quando mai potrd succhiare il tuo nettare divin ? TRE AIDUCHI (Dal croato, di K. Jorgovanic). Tre fieri aiduchi, ratti qual lampo, su tre corsieri varcano il campo ; dove galoppan con furia insana, risuona come fessa campana Cal6 all’intorno la notte oscura, ma che mai brilla nella pianura ? e perche questa strana allegria ? Giunto & 1’aiduco a11’osteria. « Vecchia, da brava, presto il bicchiere, vermiglio vino portaci a bere ; perche la gioia ci sia con lorde, sbrigati, o zingaro — tocca le corde ! » TRE AIDUCH1 29 Suona lo zingaro le note pazze, mentr.e di vino s’empion le tazze, e dell’ostessa, le figiie belle, danzano vispe come gazzelle. Cinge ogni aiduco la sua diletta ; oro non 1’offre, ma l’ardua vetta del monte accenna, 1’offre il destriero dal volo ardito dello sparviero. La vecchia ostessa, quieta e serena, avea tre peccheri versato appena, ne’ ancor 1’allegro, pazzo concento finia lo zingaro col suo strumento, che gia 1’aiduco dei baci scocca, alle fanciulle succhia la bocca, poi come un lampo pone la bella del suo cavallo sopra la sella. « Anna, mia stella, mia figlia amata, col fiero aiduco tu fuggi, ingrata ? — « Perdona, o mamma, superbo e il guardo del mio diletto e io tutta n’ardo! » « Maria, mia gioia, Maria, amor mio, tu pur mi fuggi... tu pur ? Mio Dio ! » — « Mamma perdona,. dice sommesso, sai, delPaiduco forte ž 1’amplesso ! » 30 TRE AIDUCHI Elena, speme dei giorni miei!... « Ah, maledire io vi dovrei !... » — « Marama, 1’inferno non e che un giuoco... « e il mio diletto baci ha di foco ! » Guarda lo zingaro, meravigiiato, i fieri aiduchi fuggir pel prato ; fa un passo ed ecco, dietro la porta, la vecchia e a terra, pallida, morta. MESTO AUTUNNO (Dal serbo, di M. Popovič). E 1’autunno ! — la pioggia scroscia gelida ; invano, o bella, a consolarmi 1’anima tenti, oramai gl’incanti miei finirono, tutti i miei sogni, i dolci sogni rosei dalPorizzonte mio tutti svanirono. — Svanirono ! II mio povero cor ridotto e in cenere, le mie gagliarde spalle s’incurvarono ; non vedi gli occhi miei gonfi di lagrime ? Tutti, tutti dal ciel caddero gPidoli ed i marmorei templi orrnai crollarono. — Crollarono! 32 MESTO AUTUNNO E una rovina la mia vit i, un orrido tempio, ove s’odon pianti solo e gemiti, ove i bei sogni dell’eta mia splendida erran qual spettri fra le fitte tenebre, e intorno, intorno ecbeggia un canto funebre. — Funebre 1 Avranno tregua i miei dolor? DelTanima le angoscie cesseranno ? 11 sole fplgido vedrd brillar ancor su nell’empireo ? E fortunato sarb ancor ? Rispondermi sento il core : Giammai 1 — dispera, o misero. — Misero! SELIM-BEG (Dal serbo, di Zmaj Jovan Jovanovič) Non ha pipa si costosa, non ha donna si formosa il Sultan di Stamboli, si com’ha la pipa ornata e la donna innamorata il superbo Selim-Beg. Ma un bel giorno il gran Sultano al superbo musuhnano manda espresso un ordine. Un devoto niessaggero giunge a lui sopra un corsiero, giunge, e reca un pecchero. Giovanni Kušar Canti jugoslavi. 3 34 SELIM-BEG « Questo amabile licore bevi e inneggia al tuo signore con un lieto brindisi I » Chiuse g)i occhi il gran visiro, bevve il vino e die itn sospiro, un sospiro e un gemito. Strinse il petto con la mano, si distese sul divano pensieroso e pallido ; (juindi accese la costosa pipa e un bacio die alla sposa, poi.... restd cadavere. VERSATE IL SANGUE MIO!... (Dalio sloveno, di Simeone Gregorčič) II caldo sangue del mio cor versate e pei monti dal sole irrad'iati tutto airintorno lo disseminate e giii pei divi e i campi sterminati. La priinavera a mille a mille i flori fara sbocciar della terra vermiglia, nutrichera, coi suoi dolci tepori, tutta la variopinta sua famiglia. Le fanciulle ed i giovani verranno sui colli e i campi a favellar d’amore. e quei vezzosi flori coglieranno e in mazzolini li porran sul core. 36 VERSATE 1L SAN G UE MIO L. Al contatto dei fior che il sangue mio germino dalla terra, avvampera il loro cor pel sacro suol natio di lin amore che mai si spegnera. I FRATELLI (Dal croato, di Pietro Preradoyic) Milan: ' Che mai t’ange, o fratel, che il tuo sembiante volgi da me ? Tu m’eviti. Secreto, cupo dolor, tu mi nascondi. Parla; al fratel tuo t’affida e sul mio seno riversa tutta del dolor la piena. Forse Foffesi? Orsu, parlami e svela ci6 che turba il tuo cor. Cirillo: — Ardimentosa Oggi inchiesta mi fai, fratel ; melate son le parole tue piti delFusato; innaspettata tenerezza e questa! Prosegui, orsii, 1’amaro nappo or colma, colmalo fino alPorlo onde trabocchi. Non ti pentir pero, non incolparmi se di un tratto di tosco amareggiata tua dolcezza šara. 3 « I FRATLLLI Milan: Cirillo : — Fratel, sognai lugubre sogno cjuesta notte; or vedo che il sogno s’avverd. Del cor presaghe fur di mia fantasia l’orride larve! II tuo parlar, si gelido e beffardo, mi da ragione a dubitar. Trapassa ogni tuo detto il cor come pugnale, come lama fatal. L’ombra funesta, che in sogno io veggo, ognor sull'orrne erranti il mio cammin seguir, fantasma e quello che il tuo sdegno m’annunzia. Oh, sul tuo [labbro 10 non udii giammai si lieri accenti, ne l’occhio tuo, si dolce, ebbe giammai lampi di sdegno cosi truci. — Dimmi, per qual ragion cosi mutato or sei? Non indugiar, ma parla, onde 1’affetto da nube alcuna ottenebrato sia, 11 puro affetto che nel cor ci vive. Che ne direbbe mai la vecchierella madre qualora la fraterna guerra nota le fosse un di? Su via, rispondi. O sciagurato 1 — come il vile al ferro talor s’aggrappa, della madre al seno tu ricorri cosi, stolto, e al giudizio di lei, le eause tue, le tue ragioni. sommetti e vinci; difensor fedele ella t’e ognor, lo so ; tu pur sei certo di sua difesa e percid a lei ricorri. Tu il beniamino sei. Stupir degg’io che ancora in fasce non. tV teng^i, avvinto I FRATELL1 39 Milam : ClRILLO Milan : Cirili. o e non ti culli dolcemente e canti, o fortunato pargoletto I Ascolta : furtivamente il cor tu della madre occupasti a mio danno, o sciagurato ; e non ti basta ancor 1 — la mia fanciulla, l’amor mio, la mia speme, il mio tesoro tenti rapirmi con insidie audaci.... Perč se čara t’e la vita, oh bada, incauto bada a non varcar la soglia della vergine mia ! Giuro, sni sacro nome di Dio, sul limitar fattende un feroce leon_ — Sia pur, fratello ; ma se il leone nel lion si scontra? : Vince il piCi forte, e il men forte soccombe. Sta ben, comprendo. C’incontrammoentrambi sullo stesso sentier ; volger le terga, indietreggiar non vo’, n cosi Ii definisce : « Gli aiduchi si considerano tutti come eroi, talclie non si fa aiduco se non colui che puo contare su se atesso II vi ver da nomade e alla ventura impo- neva loro di frequente la rapina e il saccheggio, ne deve far meravi- glia se fatti di questo genere, coiistunati tal fiata a danno di cristiani, abbiano offuscato la farna di qualcuno di loro. Niccolo Toinmaseo considera gli aiduchi « un inisto di uinanita e di violenza, di lealta generosa e d’ inganni audaci: quella lealta che non e ignota alPuomo anche reo, ch’abbia provato il dolore e il peri- colo. L’aiduco, mezzo assassino e mezzo ero\ e pure amato dal po- polo, non solamente per quell' istinto di pieta che s’af'eziona al valore infelice, ma perche 1’aiduco e Pultimo, sebbene indegno, punitore del 1’ottomana tirannide, 1’ultimo, sebbene indegno, sucessore di Dušan e di Marko. Il clefta greco non e punto piu puro delPaiduco croato- serbo, ma le macchie di lui vengon come nascoste dalPagilita dei canti che volano quasi palla infocata ». Sugli aiduchi pubblico anni or sono, in italiano, un breve, ma interessante studio Doimo Fortunato Karaman. « Gli aiduchi - egli scrive — non sono come si crederebbe a bella prima, tanti banditi, o grandi facinorosi, simili a quelli che nei tempi andati infestavano le piu belle contrade d’Italia ; sono invece i vendicatori della nazione ; sono eroi nazionali, che, non potendo sop- portare un giogo abbietto, giurarono una guerra sterminatrice alPabor- IJ2 rito musulmano. La loro vita e tutto un succedersi di esempi d’ indo- mabile coraggio e di raro valore. » « L’aiduco rappresenta 1’uomo libero in terra schiava. Egli e il protettore dei deboli, il difensore dei miseri, il vendicatore dei diritti conculcati; egli e 1’arma che sta fra il sanguinario e la vittima inno- cente. » Angiaro o cangiaro: Specie di pugnale turchesco la cui lama e molto larga, e il suo manico e per lo piu curvo, in guisa da poterlo attaccare al braccio Fanfani . Beg : Voce turca e vale Nobile, Signore. Mujo : Nome proprio : Moše. Samodiva: E lo stesso che Vila. E la « Vila » dei bulgari. Vila : Fata, Ninfa. Sulle vile ha acritto, pure in italiano, Doirno Fortunato Karaman un bellissimo studio. Le Vile — egli seri ve — ritenute dal popolo esseri fantastici o meglio spiriti femminili, hanno alcunche delle Apsarode indiane, delle N inf e dei greci, delle Rusalke dei russi, che non possono considerarsi ne come divinita, ne coine furie, ma devono annoverarsi fra i semidei. Sono avanzi della mito- logia slava e alla loro esistenza il popolo ancor ci črede. « La tradizione popolare, di nessuna altra deita mitologica ci conservo tante meniorie quante sulle vile. Esse occupano un pošto importante nei canti e nei racconti popolari, specialmente nei canti erotici. » « Sono miracoli di avvenenza e leggiadria ; il popolo le dice belle come stilla di rugiada rnattutina, vergini di perpetua giovinezza, di bianca seta vestite, con rosso berretto in capo, la chioma d’oro inanel- lata, che discende fino a terra. Fresche le guance, tutto rose e gelso- mini; occhi azzurri, vivaci, voluttuosi; labbra procaci del color del corallo. Alcune hanno in fronte una stella, ma sono rarissime. Hanno a tergo candidissime ali, pari a quelle del cigno, piu spesso d’oro; piedi dal ginocchio in giu cavallini, secondo altri di capra. Ascondono i piedi nella lunga serica veste. » Visire o visiro: M/nistro della corte del Gran Sultano. INDICE Al Lettore . Pag. v Inverno (Dal croato, di J. Hranilovici .» 1 Sotto il verone (Dallo sloveno, di Francesco Prešern) . . » 4 Vaiduco (Dal serbo, di Branko Radičevič) . . . . » 6 Ninna-Nanna (Dal bulgaro, di P. Ivanov) . . . . » 11 Quando ero in procinto di morire (Dal serbo, di Branko Radičevič).» 15 Egli no n viene!.. (Dallo sloveno, di Simeone Gregorčič) . » 16 Sorge Vaurora /.. (Dal croato, di Pietro Preradovic) . . » 18 Tre canzoni (Dal croato, di Ljuba Dragic) ...» 20 La rondinella (Dal croato, di Augusto Senoa). . . . » 22 Tu parti! (Dallo sloveno, di Carlo Kette) . ...» 25 Rimetnbranza (Dal serbo, di S. Jovič;. » 26 Tre aiduchi (Dal croato, di R. Jorgovanic; . . . . » ' 28 Mesto autunno (Dal serbo, di M. Popovič) ...» 31 Selirn-Beg (Dal serbo, di Zmaj Jovan Jovanovič) . . . » 33 Versate il sangue mio /.. (Dallo sloveno, di Simeone Gre¬ gorčič).»35 I fratelli (Dal croato, di Pietro Preradovic; . ...» 37 Sorgi, candida Aurora ! (Dal serbo, di Branko Radičevič) . » 44 A liri tempi L. (Dallo sloveno, di Carlo Kette) . . . » 47 134 INDICE Che cosa e Vatnore? (Dal croato, di Stanko Vraz) . . ;> Vabituro della Peste (Dal croato, di Augusto Senoa) . . Varnico e Vombra (Dallo sloveno, di Simeone Gregorčič) . » Perche piangi? (Dal croato, di Pietro Preradovic) . . » 11 mio cuore (Dal serbo, di S. V. Kacianski) . » Vieni! (Dallo sloveno, di Otto Supancic) . . . . » Tre aiduchi (Dal serbo, di Zmaj Jovan Jovanovič; . . » Castelli in aria (Dal croato, di Augusto Senoa) . . . » Rimproveri (Dallo sloveno, di Simeone Gregorčič). . . » Cessa, o povero mio cor! (Dal croato, di Pietro Prera¬ dovic) . » Spiriti alcoolici (Dallo sloveno, di Simeone Gregorčič). . » Vedi tu nel firmamento ? (Dal serbo, di Zmaj Jovan Jova¬ novič) .. » Vatnore dei ricchi (Dal croato, di Riccardo Jorgovanic). . » Dove ? (Dallo sloveno, di Francesco Prešern). . . . » Sotto il verone (Dal serbo, di Zmaj Jovan Jovanovič) . . » Vedova (Dal bulgaro, di P. Ivanov). » lnconsolabile (Dal serbo, di Branko Radičevič) . . . » II serpente (Dal croato, di Pietro Preradovic) . . . » Le onde dorate (Dal serbo, di G. Kovačevič) . . . » La ballata del morto (Dal bulgaro, di I. Stojkov) . . » Tardil (Dal croato, di Pietro Preradovic) . . . . » Tramonta il sole (Dal serbo, di Branko Radičevič) . . » II morto atnore (Dal croato, di Pretro Preradovic) . . » La voce di una morta (Dal bulgaro, di J. Stojkov) . . » Note .. » 49 51 67 68 70 72 74 82 84 86 89 91 93 102 103 105 108 110 117 118 125 126 127 129 131 Erm Narodna in univerzitetna knjižnica v Ljubljani 338613 _ A