ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 321 received: 2021-10-02 DOI 10.19233/ASHS.2022.21 INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE Mojca CERKVENIK Università del Litorale, Facoltà di studi umanistici, Piazza Tito 5, 6000 Capodistria, Slovenia e-mail: mojca.cerkvenik@upr.si SINTESI Il contributo ha l’obiettivo di illustrare e valorizzare i punti salienti delle riflessioni espresse da Gian Rinaldo Carli nella dissertazione Intorno la difficoltà di ben tradurre (1743). Lo studioso capodistriano focalizza il proprio ragionamento sulle peculiarità ovvero sul genio delle lingue e rifiuta l’imposizione di regole e modelli universali poiché questi non garantiscono la buona riuscita della traduzione. Riconosce, invece, la necessità di optare per un approccio traduttivo più o meno libero, a seconda dell’intento della traduzione. L’analisi degli aspetti indicati e la contestualizzazione dei ragionamenti di Carli, che derivano dalla sua esperienza di traduttore della Teogonia di Esiodo, comprovano le sue approfondite conoscenze pure nel contesto della più aggiornata cultura della traduzione del Settecento. Parole chiave: Gian Rinaldo Carli, traduzione, traduttologia, Teogonia, Esiodo INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI AND TRANSLATION ABSTRACT The article sheds light on some topical reflections on the translation process as presented by Gian Rinaldo Carli in the treatise Intorno la difficoltà di ben tradurre (1743). In his exposition, the Capodistrian scholar focuses mainly on the genius or spirit of languages (il genio delle lingue) and instead of universal rules, which in his opinion do not contribute to the success of translation, suggests choosing an approach allowing more or less freedom or fidelity to the source text, depending on the purpose of translation. The analysis of the mentioned aspects and the contextualization of Carli’s thoughts, which derive from his own experience in translating Hesiod’s Theogony, show that he can also be considered an expert of the translation guidelines and discussions of his time. Keywords: Gian Rinaldo Carli, translation, translation studies, Theogony, Hesiod ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 322 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 INTRODUZIONE Nel 1744 viene pubblicata presso l’editore Recurti di Venezia la Teogonia ovvero la generazione degli dei d’Esiodo Ascreo. Tradotta per la prima volta in verso Italiano dal Conte Gianrianldo Carli Giustinopolitano. Con Annotazioni, e tre Lettere critiche. Una copia di quest’opera, autografata dall’autore, è oggi conservata presso la Biblioteca del Ginnasio di Capodistria a lui intitolato. La traduzione con testo greco a fronte è preceduta da diverse premesse redatte nell’estate del 1743, tra le quali vi sono tre dissertazioni in forma epi- stolare. La prima, Intorno la difficoltà di ben tradurre, riporta alcune riflessioni sulla difficoltà della tradu- zione ed è indirizzata a padre Michelangelo Carmeli, professore di ebraico e lingue orientali all’Università di Padova, che Carli frequenta negli anni degli studi universitari per perfezionare le conoscenze del greco e dell’ebraico. A seguire troviamo una seconda lette- ra, Intorno ad Esiodo, incentrata sui problemi della biografia di Esiodo e dedicata a Girolamo Tartarotti, e infine, una terza, Intorno alla Teogonia, dedicata al cugino Girolamo Gravisi, nella quale viene trattato il problema filosofico dell’origine degli dei. Il presente articolo si propone di illustrare le riflessioni di Gian Rinaldo Carli sulla traduzione contenute nella prima delle tre premesse alla Teogonia con l’obiettivo di valorizzare i punti salienti del testo considerando in particolare la loro attualità, in quanto spesso lo studioso si sofferma su problematiche ancora non del tutto risolte, come ad esempio la scelta tra una traduzione creativa che tende all’adattamento alla lingua e cultura ricevente o una traduzione più ade- rente al testo originale, che sono state e sono tutt’oggi rilevanti nel contesto degli studi sulla traduzione. La dissertazione di Carli viene indicata come significativa da diversi studiosi dell’autore e delle sue opere nonché da studiosi di storia e teoria della traduzione (Apih, 1973; Mattioli, 2001; Laurenti, 2016), tuttavia fino ad oggi non è ancora stata oggetto di approfonditi studi. LA TRADUZIONE DELLA TEOGONIA NEL CONTESTO DEGLI STUDI DI GIAN RINALDO CARLI NEL PERIODO 1739-1744 Dal novembre 1739 Carli è impegnato negli studi presso l’Università di Padova, dove si reca a seguito dell’ottenimento di una borsa di studio messa a dispo- 1 Oltre al fondamentale studio di Apih (1973) sulla formazione culturale di Gian Rinaldo Carli, sul periodo padovano si veda il contributo di Del Negro (1997). 2 Nel 1748 sarà eletto Principe dell’Accademia dei Ricovrati, ne migliorerà l’organizzazione e grazie al suo contributo l’istituzione vedrà un periodo di nuovo splendore. In merito all’operato di Carli nell’ambito delle Accademie, soprattutto capodistriane, si veda gli studi di Žitko (1997; 2004). 3 Degli stessi anni è anche la tragedia Ifigenia in Tauri, composta nel 1743, stampata e recitata a Venezia nel 1744. In una lettera del 1755, indirizzata al Conte Giammaria Mazzucchelli, Carli includerà alcune osservazioni sull’Ifigenia di Euripide unitamente alla traduzione in versi delle scene più interessanti, al fine di rafforzare le riflessioni espresse nella dissertazione sul teatro (Carli, 1787b). sizione dalla città di Capodistria. A Padova1 studia le lingue latina, greca e francese e approfondisce gli studi di storia e legge; presto entra anche a far parte della rinomata accademia patavina dei Ricovrati2. Nella corrispondenza intrattenuta con l’abate Bini, Carli racconta di dedicarsi ai componimenti poetici solamente nel tempo libero e di essere impegnato soprattutto nello studio delle leggi, del greco, nella lettura di libri moderni e di antichi filologi nonché nella raccolta dei materiali per la dissertazione sulla spedizione degli Argonauti che si accingeva a pre- parare e che vedrà le stampe nel 1745 (Apih, 1973). Spiega inoltre di recarsi per tre giorni alla settimana da padre Michelangelo Carmeli, il quale lo assiste nello studio del greco e dell’ebraico. Gli anni degli studi a Padova trascorrono all’insegna delle indagini sulla storia istriana, incoraggiate da Apostolo Zeno, in particolare sulle origini e le vicende mitiche e storiche della civiltà istriana, conformemente agli indirizzi delle nuove metodologie storiografiche fondate su metodo critico ovvero su un’adeguata documentazione e un rigoroso accertamento della validità delle singole asserzioni (Apih, 1973). È pertanto ragionevole pensare che per Carli in quel momento l’attività traduttiva non rappresentasse l’occupazione principale ma fosse complementare allo studio delle lingue antiche, alla ricerca storica e fosse, con molta probabilità, anche un’esercitazione sul linguaggio e sullo stile. La traduzione di Esiodo e la redazione delle tre lettere introduttive nascono in un periodo in cui Carli si dedica allo studio di autori classici, anche questa, attività perlopiù fun- zionale alla stesura dell’opera sulla spedizione degli Argonauti, considerata dall’autore stesso il lavoro più importante della sua giovinezza. L’ampia eru- dizione e l’interdisciplinarità che lo caratterizzano lo portano ad affrontare in questo periodo anche il tema del melodramma nelle Osservazioni sulla musica antica e moderna (1743), al quale seguirà la riflessione sul teatro nel saggio Dell’indole del teatro tragico (1744)3. Si tratta di testi che assieme alla dissertazione sulla traduzione approfondiscono lo studio di forme linguistiche, poetiche, musicali e della rappresentazione teatrale nella prospettiva del rapporto tra i modelli dell’antichità e la realtà moderna, e gli permettono di entrare nel vivo del dibattito sul rinnovamento e di acquisire rilievo nel mondo delle lettere. ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 323 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 La volgarizzazione della Teogonia avrebbe potuto, infatti, portargli notorietà, visto che all’epoca ancora non si disponeva di una versione italiana, seppure An- ton Maria Salvini si fosse già cimentato in una traduzio- ne che fu però stampata dopo quella di Carli, nel 1747, a Padova, in versione trilingue greco-latino-italiano. Tocchini (2004), nel suo studio sulla religione degli an- tichi nell’Italia dei Lumi e i culti misterici in Carli e in Filangeri, ipotizza che questa anticipazione da parte di Carli abbia portato a polemiche che avrebbero influito sfavorevolmente sulla diffusione della sua traduzione di Esiodo e ciò avrebbe avuto una ricaduta negativa anche sulla fama e la diffusione delle tre disserta- 4 Come illustrato da Cantoni (2001, 209), nel Settecento a Padova rinascono gli studi classici e nel 1744 viene rispristinata una specifica cattedra di greco e lingue orientali dove opera Michelangelo Carmeli, “studioso che avvertì l’istanza di rendere le opere dei classici patrimonio condivisibile oltre le cerchie di eruditi e accademici. Significativamente, in tale prospettiva il suo interesse si rivolse prevalentemente alle opere drammaturgiche. Dopo aver pubblicato nel 1742 sotto pseudonimo il Miles gloriosus di Plauto, sua fu l’impresa di tradurre tutto Euripide, che apparve in 20 tomi tra il 1743 e il 1754, cui nel ’52 affiancò anche il Pluto di Aristofane”. A Carmeli sarebbe poi succeduto Melchiorre Cesarotti, particolarmente sensibile alle nuove correnti di pensiero diffuse dal movimento illuminista. zioni in premessa. In più, come evidenziato da Apih (1973, 60) nel suo studio sulla formazione culturale di Carli, “questa traduzione si può anche considerare un contributo agli interessi classicisti dell’ambiente universitario padovano ed al fervore di studi greci che faceva allora di Venezia il principale centro di questa disciplina”. Non solo, come già accennato, Carli a Padova è allievo di Carmeli, che dal 1744 ricoprirà la cattedra di greco e lingue orientali contribuendo alla rinascita degli studi di greco all’Università di Padova dopo un periodo sfavorevole, nel quale l’insegnamen- to di greco e latino erano stati accorpati in un’unica cattedra4 (Cantoni, 2001). Immagine 1: Frontespizio del volume La Teogonia con dedica autografa dell’autore (Biblioteca del Ginnasio Gian Rinaldo Carli di Capodistria). ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 324 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 La Teogonia tradotta da Carli ebbe successivamente al 1744 almeno altre tre edizioni ovvero nel 1787 in Delle opere ecc., con diverse correzioni e integrazioni per quanto riguarda la lettera introduttiva a padre Carmeli; nel 1794 in Parnaso de’ poeti classici d’ogni nazione, dove appare senza le tre lettere introduttive e senza testo greco a fronte (presente in entrambe le edizioni curate da Carli) ma con un’introduzione del curatore, il letterato Andrea Rubbi; e nel 1839 in Par- naso straniero, con l’Avvertimento del traduttore e le tre dissertazioni introduttive nella loro versione del 1744, anche in questo caso la traduzione compare senza testo greco a fronte mentre in conclusione è corredata di note e di un indice dei nomi propri contenuti nella Teogonia di Esiodo, presumibilmente predisposti dal curatore Franceso Zanotto (Carli, 1787a; 1794; 1839a; 1839b). DIFFUSIONE E INFLUENZE DELLA DISSERTAZIONE INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE Per quanto concerne specificatamente la diffusione della dissertazione sulla difficoltà di ben tradurre e il seguito che ha avuto negli anni successivi alla prima pubblicazione, Apih (1973) rileva alcuni interessanti riscontri, seppure non particolarmente significativi in termini specificatamente traduttologici. Tra questi troviamo un giudizio sulla traduzione di Orazio di Francesco Borgianelli, espresso da Carli nella propria dissertazione, che originò quasi cinquanta anni dopo una polemica tra Carli e l’accademico fiorentino Clementino Vannetti5, autore delle Osservazioni intorno ad Orazio. Vannetti (1792, 115) indirizza infatti all’abate Saverio Bettinelli una dissertazione sopra le satire ed epistole di Orazio tradotte dall’arcade marchigiano Francesco Borgianelli, nella quale spiega di aver letto con stupore uno “strano giudizio” del celeberrimo letterato, il signor conte Gianrinaldo Carli, intorno al volgarizza- mento di Borgianelli, contenuto proprio nella prima delle tre lettere critiche premesse alla Teogonia. Carli (1744, XV) definisce quella di Borgianelli una delle migliori traduzioni di Orazio, seppur con alcune manchevolezze dovute a un’ostinata fedeltà, in quanto il traduttore “lega- to anche alla rima ha fatto tutto ciò, che far potevasi in tal mestiere”. Dopo aver riportato la traduzione in italiano di alcuni semplici versi della V Epistola, loda certe so- luzioni adottate da Borgianelli, per le quali ritiene che egli sia riuscito a trovare un buon equilibrio tra il genio della lingua latina e di quella italiana, e ne critica altre, riguardanti le scelte lessicali, il metro e la rima. Vannetti (1792, 116) si meraviglia del giudizio di Carli; secondo lui, la traduzione di Borgianelli avrebbe spento la forza e la bellezza del testo e non ne avrebbe reso il giusto senso. A sostegno del giudizio di indebolimento e mala interpretazione del testo segue quindi una disamina dei difetti della versione di quest’ultimo. 5 A tal proposito si veda quanto riportato da Pasini (1903) sul carteggio tra Vannetti, Bettinelli e Carli, risalente al 1793. La discussione di Carli sul tradurre viene succes- sivamente ricordata anche da Lorenzo da Ponte nel 1828, in un’orazione sulla letteratura italiana rivolta ai suoi allievi e amici in occasione del suo 79º comple- anno, come riportato nel III volume delle sue Memorie datato 1830, dove in nota, per ribadire l’importanza della figura del traduttore, specifica: Quelli che non conoscendo nè le bellezze degli originali, nè quelle de’ differenti idiomi, riguardano i traduttori, come letterati di secondo ordine, non hanno, per cangiar opinione, se non a leggere il Magalotti (lett. famil.) il Bettinelli (tom. 8. pag. 221) il Conte Carli (t. XVI. p. 9.) (e Redmond del Mard. t. 3. lett. phil. p. 55.) Io credo con essi che un ottimo traduttore non vaglia meno che un ottimo scrittore originale. (Da Ponte, 1830, 91) Immagine 2: Prima pagina della dissertazione Intor- no la difficoltà di ben tradurre, contenuta nel volume La Teogonia, di G. R. Carli (Biblioteca del Ginnasio Gian Rinaldo Carli di Capodistria). ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 325 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 Da Ponte riprende così il ragionamento espresso da Carli (1744, II) nel primo punto della sua disser- tazione, riferito ai traduttori spesso considerati figure secondarie rispetto agli autori, perché pigri o incapaci di dedicarsi alla produzione di opere originali. Nei primi decenni del Novecento compare nell’Annuario del R. Liceo scientifico ‘Gian Rinaldo Carli’ di Pisino per l’anno scolastico 1930-31 un breve scritto con fine divulgativo dal titolo La dottrina e l’arte del Conte Gian Rinaldo Carli nella traduzione della Teogonia di Esiodo, nel quale l’autore Gennaro di Nuzzo6 afferma che le originali osservazioni di Carli sulla traduzione, come anche quelle sulla figura e sull’opera di Esiodo, vengono riprese da Giacomo Leopardi7 nella sua premessa alla traduzione della Titanomachia di Esiodo (di Nuzzo, 1932). Nel 1817, nel periodo delle sue prime prove po- etiche di rilievo, Leopardi si cimenterà infatti nella traduzione di un passo della Teogonia di Esiodo, la Titanomachia, che secondo il suo giudizio si con- traddistingue per la sua semplicità e sublimità mentre ritiene l’opera nel suo complesso poco apprezzabile8. Nel tradurre farà riferimento alla versione della Te- ogonia di Carli e sceglierà soluzioni traduttive ana- loghe, riprendendo letteralmente, in diversi passaggi, la traduzione di Carli (Mazzocchini, 2005). Nel pre- ambolo Leopardi (1817a) tratta la figura e l’opera di Esiodo9, una buona parte è però dedicata all’analisi di alcuni principi relativi alla traduzione di testi classici. Il poeta si sofferma sul concetto di fedeltà nella resa italiana, sulla valutazione di alcune traduzioni e sulla convergenza presente o mancata tra gli stili di autori e rispettivi traduttori polemizzando in particolare, e a tratti in maniera incoerente, riguardo alla traduzione dell’Eneide di Virgilio per opera di Annibal Caro, ritenuta troppo italianizzata, eccessivamente lontana dal carattere dello stile dell’autore. Come spiega Mazzocchini (2005), è molto probabile che Leopardi abbia letto la traduzione di Carli contenuta nel XVI volume delle Opere, tut- tavia, l’influenza del volgarizzamento di Carli non viene mai dichiarata dal poeta, che sceglie di intro- 6 Dagli Annuari del R. Liceo scientifico ‘Gian Rinaldo Carli’ di Pisino per gli anni 1926–27 e 1930–31 risulta che di Nuzzo fu insegnante di lettere italiane e latine presso tale istituto dal settembre 1927 all’agosto 1931. 7 Apih (1973, 62) presume che Carli abbia introdotto nella dissertazione sulla difficoltà del tradurre pure un giudizio su un volgarizzamen- to della Batracomiomachia di Omero (del quale, tuttavia, a seguito dell’analisi effettuata, non troviamo riscontro) in seguito impugnato da Leopardi nel suo Discorso sulla Batracomiomachia (1815), nel quale il poeta indicherebbe Carli come Rubbi. In verità, è più probabile che Leopardi citando Rubbi si riferisse al curatore della raccolta Parnaso de’ poeti classici d’ogni nazione, visto che proprio il decimo tomo datato 1794, nel quale compare la traduzione della Teogonia di Carli, comprende altresì la Batracomiomachia tradotta dall’abate Antonio Lavagnoli. Nella prefazione a quest’ultima, Rubbi scrive che quella di Lavagnoli è per lui la migliore traduzione italiana della Batracomiomachia mentre Leopardi (1817b, 60) la ritiene fredda, letterale e poco elegante. Ciononostante egli si cimenterà in una ritraduzione del poemetto Omerico, a cui lavorerà in diverse riprese a partire dal 1815, attingendo in maniera importante dal volgariz- zamento di Lavagnoli (Condello, 2016). 8 Secondo Mazzocchini (2005) vi è un’alta probabilità che tale valutazione derivasse da quella espressa da Rubbi nella premessa alla tra- duzione di Carli, contenuta nel X tomo della raccolta Parnaso de’ poeti classici d’ogni nazione, volume tutt’ora presente nella Biblioteca di casa Leopardi (Condello, 2016). 9 Mazzocchini (2005) ipotizza che Leopardi avesse potuto trarre notizie sulla questione esiodea dalla seconda epistola di Carli posta in premessa alla traduzione della Teogonia ristampata nell’edizione in più volumi delle sue opere. Il tomo XVI delle Opere dello studioso capodistriano compare infatti tra i volumi registrati nel Catalogo della Biblioteca Leopardi (Campana, 2011). durre alcune soluzioni carliane solamente in ultima fase ovvero successivamente a una propria stesura della traduzione. Come precisato: “La traduzione del Carli orienta spesso l’interpretatio leopardiana del testo greco e detta frequentemente non solo alcune scelte lessicali isolate, ma interi segmenti di frase; è, inoltre, il canovaccio costantemente ri- conoscibile anche quando Leopardi vi opera i suoi Immagine 3: Ritratto di Gian Rinaldo Carli, Bartolomeo Nazari, 1749 (Wikimedia Commons). ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 326 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 pur notevoli scarti metrico-sintattici e le sue ardite soluzioni retoriche” (Mazzocchini, 2005, 17). Ciononostante, il confronto con la traduzione carliana rivela, secondo lo studio di Mazzocchini, un netto distacco della versione di Leopardi, che ripren- de le suggestioni del modello classicista settecentesco e lo ripropone in una propria, originale veste retorico- -stilistica. Le riflessioni teoriche sulla traduzione tro- veranno poi nell’Ottocento sviluppi originali proprio nelle idee di Leopardi, soprattutto come risultato del forte collegamento tra poetica, poesia e teoria della traduzione, il che dimostra come la pratica della traduzione abbia influito in maniera importante sulla poesia di questo autore. LE RIFLESSIONI DI GIAN RINALDO CARLI SULLA TRADUZIONE Lo scritto nel quale Gian Rinaldo Carli presenta le proprie considerazioni derivate dall’esperienza pratica di traduttore della Teogonia è scandito in sedici punti10, che articolano il ragionamento sup- portato da esempi e commenti a traduzioni di testi classici nonché ricco di rinvii a considerazioni di altri autori e studiosi che precedentemente avevano riflettuto sulla specificità della traduzione. Le riflessioni sulle problematiche e i metodi traduttivi riguardano esclusivamente traduzioni di testi letterari, classici greco-latini, e fin dall’Av- vertimento iniziale Carli (1744) si schiera a favore dell’arricchimento linguistico difendendo la neces- sità di ricorrere a neologismi, in particolare a parole composte, grecismi come “occhi-amorfa, brac- ci-rosea, alt-imperante e simili”, che egli si trova a introdurre nella versione italiana della Teogonia non trovando equivalenti adatti che potessero riflet- tere “la mente dell’Autor greco”. Specifica inoltre che tali espressioni composte non possono essere sostituite da sinonimi perché contraddistinguono la persona descritta, ne specificano le caratteristiche individuali, e mantenerle significa anche essere fedeli all’“anima dell’Autore” e conservare così la forza d’espressione degli autori antichi. Seppure i Padri della lingua italiana, Dante, Boccaccio e Petrarca, non essendo stati traduttori dal greco, non abbiano utilizzato espressioni del genere e nem- meno voci e forme composte entrate in uso suc- cessivamente, dopo la diffusione di termini derivati dalle discipline scientifiche, queste contribuiscono all’arricchimento dell’italiano e Carli considera tale “accrescimento” sempre auspicabile. 10 Ai fini del lavoro di analisi presentato in questo paragrafo sono state prese in esame entrambe le versioni dell’epistola di Carli sulla difficoltà della traduzione ovvero la prima versione pubblicata nel 1744 e la seconda pubblicata nel 1787, contenente am- pie integrazioni ai punti VII e XIII. Lievi aggiornamenti rispetto alla versione del 1744 sono stati apportati anche in altri passaggi della dissertazione sulla traduzione pubblicata nel 1787, tuttavia questi non sono particolarmente rilevanti in quanto non modifi- cano o non integrano significativamente le posizioni originarie espresse dall’autore. In entrambe le versioni due punti successivi del testo risultano numerati con V. Per quanto riguarda i criteri seguiti nella tradu- zione dichiara di aver guardato ai più bravi Anton Maria Salvini e Scipione Maffei. Ammette in conclu- sione all’Avvertimento di aver trovato delle difficoltà nel tradurre alcune espressioni greche per l’oscurità del poema e per l’impossibilità di fare riferimento a traduzioni precedenti, e si augura che altri possano migliorare la traduzione in futuro. Specifica altresì che le citazioni latine che compaiono nelle note al testo sono tratte dalla traduzione latina di Jean Le Clerc (Amsterdam, 1701), sulla quale si era basato per predisporre la propria traduzione. L’epistola indirizzata a padre Carmeli si apre con un elogio alla sua eccellente traduzione dell’E- cuba di Euripide, la prima delle diciannove tragedie tradotte da Carmeli che a Carli piacque tanto da stimolare in lui “lo spirito di tradurre”. Carli (1744, I) giudica Carmeli un eccellente traduttore che sa ritrovare le espressioni giuste in italiano, tanto da suscitare dubbi nel lettore “se il testo italiano sia traduzione del greco, oppure il greco dell’italiano”. La traduzione di Carmeli sarà successivamente commentata anche nella corrispondenza con il cugino Girolamo Gravisi, che nell’ottobre del 1743 in una lettera a Carli esprimerà alcune osservazioni sulla traduzione del verso 21 del Prologo (Flego, 1997). Pur ammettendo di aver alcune volte criticato i traduttori che scelgono la traduzione perché non in grado di comporre opere originali, Carli spiega di aver sempre ritenuto la professione del tradur- re tra le più difficili. Muove una critica a coloro che pretendono di definire delle regole su come tradurre, in quanto queste non garantiscono una buona traduzione: “o traducete con libertà poco badando al sentimento del vostro Autore e niente all’ordine delle parole, oppure, come altri preten- dono, trasportatelo parola a parola; che sempremai comparirà egli ne’ vostri scritti in maschera, ma in una maschera la più deforme del mondo” (Carli, 1744, III). All’epoca vi era un’ampia diffusione di traduzio- ni definite belles infidèles, che privilegiavano la resa nella lingua d’arrivo e trasformavano notevolmente il testo originale al fine di ottenere sul lettore lo stesso effetto che aveva in mente l’autore e pertanto di adattarlo secondo il gusto del tempo, spesso sen- za tenere conto del contesto culturale e linguistico di provenienza dell’opera. Si tratta di “traduzioni che in nome dell’eleganza e dell’attenzione nei confronti della lingua di arrivo, modificano il testo ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 327 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 originale e talvolta lo alterano per rispondere ai canoni dominanti nella cultura d’arrivo” (Laurenti, 2016). In Europa, a partire dal Classicismo e dal Neo- classicismo primeggiano così le traduzioni orientate all’adattamento del testo tradotto ai criteri estetici dell’epoca e soprattutto in Francia, autori e scrit- tori, per conquistare il lettore adattano le proprie opere originali e le traduzioni al gusto prevalente, in quanto “l’epoca di Luigi XIV era dominata dalla convinzione che il costume e le norme della vita sociale avessero raggiunto in quegli anni una tale perfezione da dovervi adeguare qualsiasi prodot- to culturale che ne fosse estraneo” perciò “ogni elemento proveniente da altre culture veniva ad- dolcito e modernizzato, vale a dire, francesizzato” (Laurenti, 2016; Guglielmi, 2002, 160). Tuttavia, nello stesso periodo vi sono pure traduzioni di testi letterari predisposte secondo principi opposti al modello delle belles infidéles, più fedeli al testo originale e conseguentemente vengono formulate anche proposte di regole per tradurre. Guardando più specificatamente all’Italia del Settecento osserviamo una forte predilezione per la cultura e la letteratura francese. Vengono tradotte molte opere dal francese o opere che sono state tradotte in Francia, spesso senza fare riferimento all’originale, unicamente sulla base della traduzio- ne francese. Troviamo anche due correnti di pen- siero per quanto concerne le traduzioni: da un lato vi sono coloro che promuovono un approccio più libero alla traduzione e chi, come Maffei, predilige una traduzione più fedele all’originale (Laurenti, 2016). Successivamente, agli inizi dell’Ottocento, sarà il filosofo e teologo tedesco Friederich Schleierma- cher a elaborare ulteriori considerazioni sull’idea riguardante l’approccio più o meno aderente al testo di partenza nel suo discorso Sui diversi me- todi del tradurre (1813), una delle più importanti riflessioni sulla traduzione, e indicherà due diversi metodi di tradurre. Nel primo caso il traduttore lascia in pace l’autore originario e chiede al lettore di fare uno sforzo per avvicinarsi e comprendere l’autore del testo, mentre nel secondo caso viene privilegiato il lettore in quanto l’autore originario viene privato della propria alterità per avvicinare il testo al lettore della traduzione (Laurenti, 2016; Morini, 2007; Nergaard, 2014). Entrambe le opera- zioni sono secondo Schleiermacher molto ardue e non conciliabili ovvero scelto uno dei due percorsi, questo va rigorosamente seguito senza la possibili- tà di passare all’altro nell’ambito della medesima traduzione. Carli (1744, III) individua in sostanza due ragioni della difficoltà del tradurre: “La prima sta nella diffi- coltà d’esprimere il genio dell’una lingua nell’altra; e la seconda in quella di rappresentare il carattere legittimo di quell’autore che si trasporta”. Il diver- so genio delle lingue, concezione determinante, anche questa derivante dal pensiero francese, che influenza fortemente le riflessioni dell’epoca sulla traduzione, è dato dalla diversa armonia delle lingue “la qual è prodotta da quel tale accozzamento con cui si legano le parole; e da quelle tali parole, che risalto danno al concetto” (Carli, 1744, IV). Nel ra- gionamento Carli (1744, III–IV) ricorre all’esempio di una traduzione in greco o latino di una novella di Boccaccio. Se il traduttore si servisse dell’armonia della frase italiana ne verrebbe fuori una pessima traduzione, un pessimo greco o latino; ma anche seguire esclusivamente il genio della lingua greca o latina “riducendo a questi confini le opere del Boccaccio” non rappresenta la soluzione migliore in quanto i contenuti e la struttura potrebbero non risultare alterati ma i modi di dire, le sfumature dei concetti non sarebbero più gli stessi. Con ta- gli, aggiunte, alterazioni il traduttore si allontana dall’intenzione dell’autore per assecondare il genio della lingua in cui traduce, rischiando di alterare lo spirito dell’autore. Tutto ciò è conseguenza della diversità delle lingue e da qui la significativa osservazione di Carli (1744, IV–V) sulla necessità di assecondare le specificità proprie di una lingua diversa: “tutte le nazioni hanno una particolare maniera di parlare, e d’esprimersi, e che noi scrivendo in lingua diversa ci vestiamo d’un carattere che non è nostro, ma ch’è però talmente necessario per quella lingua con cui si scrive, che senza d’esso languirebbe ogni nostro attentato”. D’altra parte l’armonia viene inevitabilmente a mancare, portando a una perdita della forza espres- siva, anche quando si è fedeli alla lingua del testo di partenza e si traspongono concetti comuni a diverse lingue. La riflessione di Carli si sofferma a questo punto su un altro aspetto pregnante in contesto traduttivo ovvero sui modi di dire. Inizialmente lo studioso constata che è possibile trasporre diverse espressioni e modi di dire in altre lingue quando il concetto è comune a tutte le lingue. Diverse lingue hanno però modi specifici per esprimere determi- nati concetti e tali espressioni sono ottenute con l’unione di parole che danno la migliore sfumatura al significato e sono disposte secondo un’armonia diversa per ogni lingua (Carli, 1744, VI). A determinare il genio delle lingue sono quindi anche caratteristici idiomatismi, che spesso posso- no creare difficoltà nella traduzione “siccome in quella lingua in cui sono propri fanno mirabilmente risplendere il concetto; così trasportarli in un’altra di cui sono forestieri, estremamente l’oscurano, e l’av- viliscono” (Carli 1744, XI). Riguardo a questa osser- vazione Carli (1744, XI–XII) si serve di un esempio ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 328 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 ovvero della traduzione dal greco dell’espressione con cui Ecuba si rivolge a Ulisse, letteralmente: “O cara barba”, che padre Carmeli, allontanandosi dal testo originale ragionevolmente tradusse con “caro Ulisse” perché corrisponde meglio al genio della lingua italiana. La traduzione letterale in questo caso non avrebbe reso il senso visto che il modo di dire usato dagli antichi si rifaceva all’abitudine dell’epoca di toccarsi la barba prima di chiedere un favore o fare una richiesta. La dissertazione prosegue con altri esempi riguardanti i modi di dire in lingua greca, che trasposti in italiano tramite una traduzione letterale non hanno lo stesso significato e diventano espressioni improprie. D’altra parte però, Carli (1744, XII) constata che discostamenti dal testo per assecondare il genio della lingua nella quale si traduce potrebbero portare ad accuse di infedeltà e la questione concernente un approccio più o meno libero o fedele nella traduzione verrà in seguito ripresa diverse volte. Il ragionamento di Carli comprende altresì una riflessione puntuale sull’armonia delle lingue. Ri- tiene vi siano concetti che non hanno forza espres- siva di per sé stessi, che ricevono forza e risalto dall’armonia della lingua in cui sono concepiti. Per spiegare l’idea dell’effetto dell’armonia, Carli (1744, VII; 1787a, 17–18) si serve della metafora del violino, che avrà un’armonia diversa a seconda delle modifiche subite dagli elementi che lo com- pongono (la forma, la lunghezza delle corde, ecc.), fino ad arrivare a compromettere tale armonia e persino a recare noia e avversione all’ascoltatore. Lo stesso accade con le lingue, infrangendo l’ordine delle parole svanisce l’armonia, il concetto perde forza o si dissolve, e a conferma di questa idea Carli (1744, VII–VIII) riporta un’ampia citazione dal trattato De Sublimitate di Dionisio Longino11, nella quale viene illustrato come modificando le parole e quindi l’armonia si pregiudica la composizione. Tenendo conto delle considerazioni fino a qui espresse, Carli si chiede chi possa essere così audace da definire delle regole che permettano di conservare il genio della lingua anche in pa- role espresse in lingue diverse. Concordando con quanto già espresso da Scipione Maffei nel volume 11 In realtà l’opera risalente al I sec. d. C., una delle più significative dell’antichità nel campo dell’estetica, è ritenuta di autore ignoto. Il documento viene generalmente indicato come Anonimo del sublime o come Pseudo-Longino. 12 La citazione introdotta in questo punto della dissertazione è tratta dall’opera Traduttori italiani o sia notizia de’ volgarizzamenti d’antichi scrittori latini e greci, che sono in luce. Aggiunto il volgarizzamento d’alcune insigni iscrizioni greche e la notizia del nuovo Museo d’iscri- zioni di Verona, col paragone fra le iscrizioni e le medaglie, stampata nel 1720 a Venezia, per Sebastian Coleti. 13 Il commento sulla traduzione dei primi due versi dell’Odissea contenuti nella Poetica di Orazio compare alle pagine 28 e 29 nella versione rivista e significativamente integrata al punto VII dell’epistola sulla difficoltà del ben tradurre pubblicata in Delle opere ecc., tomo XVI. 14 Laurenti (2016) indica come autrice della traduzione dei versi di Orazio Madame Dacier, tuttavia, Carli (1744, XVI; 1787a, 31) cita come traduttore M. Dacier e presumibilmente intende monsieur Dacier, marito di Anne Le Fèvre Dacier. La nota a piè di pagina nell’epistola di Carli rimanda infatti al tomo quarto dell’opera Oeuvres d’Horace, stampata ad Amburgo nel 1733, dal titolo completo Oeuvres d’Horace en latin et en françois avec des remarques critiques et historiques Par Monsieur Dacier (Dacier, 1733). I versi e le righe citate da Carli sono alle pagine 74–76. Traduttori italiani12, prima di definire delle regole sarebbe più opportuno, secondo Carli (1744, X), esaminare il genio delle diverse lingue, considerare le espressioni, le parole, le forme e fare attenzione che con le varie modifiche e alterazioni non se ne disperda il carattere. Infine, constata nuovamente che l’armonia e il genio di tutte le lingue consistono nella specifica disposizione delle parole, proprie e particolari di quella tale lingua, che se cambiate e alteratane la disposizione nella traduzione, né l’armonia né il loro genio si conservano (Carli, 1744, X–XI). Carli riflette quindi sulla scelta di un approccio letterale o più libero nel processo traduttivo (1744, XIII) e si chiede quale sia la soluzione migliore per trasporre il genio e l’armonia della lingua da cui si traduce. In tal senso considera le soluzioni di diver- si traduttori che traducendo si sono allontanati dal testo di partenza e di altri che invece hanno scelto di essere fedeli all’opera originale. Riporta l’esem- pio di alcuni versi di Teocrito tradotti in latino da Virgilio, che adatta la traduzione al genio della lingua latina, come anche alcuni versi dell’Odissea tradotta da Orazio13, entrambi esempi di traduzioni più libere rispetto al testo di partenza, che Carli ritiene legittime e riuscite, perché facendo proprio il concetto espresso dai due poeti, questo acquista pregio e bellezza anche nella lingua d’arrivo. Il ragionamento prosegue con una critica ai traduttori che invece si ostinano a rimanere fede- li al testo originale, con l’intento di provare che “traducendo il testo secondo il genio d’una qualche lingua volgare è di necessità d’abbandonare la forza, e’l genio della lingua da cui e’ si trasporta; come al contrario traducendo parola per parola non abbiamo il genio nè dell’una, nè dell’altra” (Carli, 1744, XVII). A tal riguardo compara due diverse traduzioni dei versi di Orazio tratti dalla V Epistola, tradotti in italiano dal già citato Borgianelli e in francese da André Dacier14. Come precedentemente illustrato, Carli riconosce le manchevolezze della traduzione italiana in versi, con la quale si tenta di far risaltare il pregio del testo originale “a forza di fedeltà”, ma è ancora più critico verso quella ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 329 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 francese in prosa, non riuscita perché per nulla in grado di riproporre il componimento oraziano15 (Carli, 1744, XV–XVI). La suddivisione tra coloro che sono a favore della fedeltà al testo originale e coloro che predi- ligono la libertà risale ai tempi antichi e spesso le scelte dei traduttori non vengono ritenute soddi- sfacenti, ecco perché vengono proposte traduzioni nuove, rivedute e migliorate, di opere già tradotte, conseguenza necessaria e indispensabile, secondo Carli, del ben tradurre. Tra gli esempi di traduzioni riproposte, Carli (1744, XIX) cita anche quelle delle opere di Omero che Andrea Divo Giustinopolitano stampò a Venezia nel 1537, benché già tradotte da altri precedentemente. In seguito, visto il gradi- mento del pubblico, queste furono ristampate più volte con revisioni e modifiche apportate da altri traduttori16. Un’ulteriore questione cruciale a incidere sull’esito della traduzione è secondo Carli l’affinità tra autore e traduttore perché “tutti non possono perfettamente tradurre tutto, e che un solo carattere d’un traduttore, non possa accomodarsi giammai alla diversità de’ caratteri di tutti gli altri” (Carli, 1744, XXI). La diversità dei caratteri incide sulla traduzione quando il traduttore cerca di adattare l’autore alla propria indole e la traduzione non risulta fedele perché “lo scrittore è in altro carattere trasformato” (Carli, 1744, XXII). Se invece il tradut- tore asseconda eccessivamente il carattere diverso dell’autore, la traduzione risulterà forzata e non naturale e quindi non piacevole per il lettore. Nel passaggio successivo Carli (1744, XII–XIII) ribadisce la propria critica verso coloro che pre- tendono di definire regole e imporre modelli ideali da seguire, sostenendo, ad esempio, che in poesia sia da imitarsi solamente Petrarca, come se il suo stile possa adattarsi ai diversi caratteri degli altri autori e viceversa tutti gli autori possano adattarsi al suo. In verità, però, non tutti hanno la fortuna di potersi adattare allo stile petrarchesco e nonostante ciò possono esprimersi in forme diverse altrettanto valide. 15 Carli (1787a, 32) integra questo punto nella versione contenuta in Delle Opere ecc. per sottolineare quanto siano importanti la scelta e la collocazione delle parole nel formare l’armonia specifica di una lingua nonché per evidenziare la difficoltà e quasi l’“impossibilità di rappresentare con la traduzione il genio dell’autore, e la forza delle parole medesime”. Aggiunge e commenta anche alcuni versi della Merope di Maffei, tragedia in versi sciolti che ebbe molto successo in Europa, di cui loda l’armonica collocazione delle parole e la buona resa in italiano. Il testo fu tradotto in francese da Voltaire, versione che Carli (1787a, 32–34) giudica mal riuscita perché non presenta l’armonia del testo originale, anche per le diverse caratteristiche della lingua francese, meno poetica dell’italiano e più vicina a “una prosa metrica rimata”. 16 Sulle traduzioni di Andrea Divo e le edizioni latine delle opere di Omero nel XVI e XVII secolo si veda l’approfondimento di Štoka (2016). 17 Filologa e traduttrice francese, Anne Le Fèvre Dacier è una figura di spicco nella Querelle degli Antichi e dei Moderni. È autrice delle traduzioni in prosa dell’Iliade (1699) e dell’Odissea (1708), attraverso le quali vuole far conoscere Omero tra coloro che non lo cono- scono o non possono apprezzarlo nella lingua originale. Fu membro dell’Accademia dei Ricovrati. 18 In merito alla difficoltà della traduzione di testi poetici, nella versione rivista della dissertazione contenuta in Delle Opere ecc. troviamo una significativa integrazione al punto XIII, pagine 46–51, nella quale Carli illustra ampiamente i limiti delle traduzioni di versi dal greco e dal latino in italiano, dovuti alle differenze relative al metro, al ritmo, alla specificità della sintassi. Le sue affermazioni sono sostenute da riferimenti a traduzioni come anche a versi tratti da componimenti originali. In questa parte Carli si sofferma approfondita- mente sull’impossibilità di tradurre la poesia, il genere più impegnativo, poiché i poeti “hanno nel numero legato un’armonia più sensibile, un’espres- sione dalla prosa diversa, come diversa hanno pure la maniera di pensare, e di riflettere; non ponno che ridurre il Traduttore ad una totale disperazione d’eseguir bene il suo offizio” (Carli, 1744, XXIV). Il testo rinvia nuovamente a esempi concreti di tradu- zioni dei versi di Omero, in particolare a quella di Salvini, più fedele, e a quella di Madame Dacier17, più libera e creativa. Secondo Carli, la traduzione di Salvini è quella che tra le due riesce a riportare il senso delle parole dette dal poeta, sebbene met- tendo in secondo piano la forma per l’impossibilità di essere riprodotta in tutto nella lingua d’arrivo. Sarebbe quindi errato pensare che sia possibile tra- sporre in volgare il carattere dei poeti greci o latini o il genio della loro lingua, come è errato pensare di poter gustare pienamente il carattere dell’autore o il genio dell’altra lingua grazie alla traduzione (Carli, 1744, XXV). Tuttavia Carli ritiene l’italiano la lingua più adatta alla trasposizione del carattere degli autori e del genio delle lingue greca o latina, che per la consonanza con queste ultime ha un forte vantaggio sulle altre lingue, pur non riuscendo a imitare la forza prodotta dall’armonia della poesia greca e latina18. In conclusione alla propria riflessione sulla difficoltà della traduzione, Carli (1744, XXV–XXVI) è ben consapevole del fatto che non sia possibile formulare regole definitive che possano servire a tutti, viste le problematiche legate alla diversità delle lingue e del carattere degli autori. Per tradurre nel miglior modo possibile, il traduttore dovrebbe avere una sottile sensibilità, il “fino gusto” rispetto alle specificità della lingua dalla quale traduce e allo stesso tempo dovrebbe essere in grado di valu- tare se il carattere dell’autore che traduce si adatta al suo, per poter così ritrovare al meglio nella lingua d’arrivo i “colori” che possono far risaltare il concetto e l’immagine data nella lingua straniera. Il ragionamento termina con la constatazione che ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 330 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 nel tradurre non è opportuno optare per soluzioni estreme e pertanto né restare necessariamente fe- deli al testo di partenza né tradurre con la massima libertà, ma è necessario di volta in volta individuare la soluzione migliore a seconda dell’intento del traduttore, che conseguentemente sceglierà se ri- manere fedele, tradurre con libertà oppure preferire una via di mezzo. CONSIDERAZIONI FINALI I punti nodali della riflessione sulla difficoltà della traduzione toccano, in sintesi, quattro questioni fondamentali: la difficoltà di conser- vare nella traduzione il genio specifico di ogni lingua, la necessaria affinità tra autore del testo originale e traduttore per la buona riuscita della traduzione, il rifiuto verso l’imposizione di regole o modelli da seguire che possano servire per tutti, la necessità di scegliere un approccio traduttivo più o meno libero, che sia conforme all’intento della traduzione. La questione riguardante l’idoneità di un approc- cio alla traduzione più libero o più fedele rispetto al testo originale trova ampio spazio nell’ambito delle discussioni in corso nel Settecento in Italia. Come Carli, pure l’ecclesiastico e accademico della Crusca Paolo Gagliardi, autore del Discorso delle Traduzioni (1757) e Melchiorre Cesarotti, in quegli anni, riflettono sulle modalità e difficoltà traduttive e in particolare sul genio specifico di ogni lingua, sulle specificità di diversi autori e la sensibilità del singolo traduttore, toccando anche la questione dell’intraducibilità del testo poetico (Laurenti, 2016; Mattioli, 2001). Riguardo all’idea di optare per una strategia traduttiva in linea con l’intento del traduttore trovia- mo riscontro, ad esempio, negli anni 1794 e 1795, nell’opera di Melchiorre Cesarotti, che terminò e pubblicò una versione in prosa e una in versi dell’I- liade proprio con due diversi scopi: la traduzione in prosa, letterale e accompagnata da un approfondito apparato critico, aveva l’obiettivo di far conoscere Omero in tutti i suoi aspetti, mentre la traduzione in versi, più vicina a una riscrittura, è un adattamento ai canoni dell’epoca, che ha l’obiettivo di far gustare il testo al lettore del Settecento. La scelta tra una tendenza orientata all’aderenza al testo di partenza e al mantenimento delle sue specificità linguistiche per cui il lettore percepisce di essere di fronte a una traduzione, e una tendenza naturalizzante, che avvicina il testo originale al lettore adattando la traduzione alle convenzioni linguistiche e culturali della lingua di arrivo, diverrà uno degli aspetti fondamentali nell’ambito delle riflessioni sulle modalità traduttive e degli studi traduttologici, e rimane tutt’oggi una questione di rilievo. Se ne sono infatti occupati, tra gli altri, gli studiosi Umberto Eco, Eugene Nida, Gideon Toury, Lawrence Venuti. È possibile pertanto concludere che le riflessio- ni di Carli esposte nella dissertazione Intorno la difficoltà di ben tradurre confermano la sua piena consapevolezza rispetto alle molteplici specificità da considerare nell’attività traduttiva, facendolo così rientrare nel contesto della più aggiornata cultura della traduzione settecentesca, che come constatato da Mattioli (2001) vede la compresenza di diversi approcci a seconda del rapporto verso la tradizione classica e le correnti moderne di rinnovamento. ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 331 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI IN PREVAJANJE Mojca CERKVENIK Univerza na Primorskem, Fakulteta za humanistične študije, Titov trg 5, 6000 Koper, Slovenija e-mail: mojca.cerkvenik@upr.si POVZETEK Pisatelj, zgodovinar in raziskovalec Gian Rinaldo Carli je avtor razprave z naslovom Intorno la difficoltà di ben tradurre, v kateri opisuje težave, ki nastajajo v procesu prevajanja. Besedilo je bilo leta 1744 objavljeno v epistolarni obliki, in sicer kot predgovor njegovega prevoda Heziodove Teogonije v italijanščino. Carlijeva razmi- šljanja zadevajo predvsem razlike in specifičnosti posameznih jezikov ter vpliv le-teh na proces prevajanja. Ob tem je avtor posebej kritičen do tistih, ki zagovarjajo opredeljevanje pravil za prevajanje, saj le-ta ne zagotavljajo uspešnosti pri prevodu. Po drugi strani pa izpostavlja potrebo, da se vzpostavi ravnovesje med prostim prevaja- njem in prevajanjem, ki zvesto sledi originalnemu besedilu, skladno z namenom prevajalca. Članek obravnava poglavitne Carlijeve refleksije o postopku prevajanja, da bi predstavil in osvetlil besedilo, ki v času izdaje ni bilo širše prepoznavno in do danes še ni bilo deležno poglobljenega preučevanja (Laurenti, 2016). Carlijeva razprava ponuja številne, danes še vedno aktualne iztočnice o težavah, ki nastajajo pri prevajanju besedil, o različnih jezikovnih posebnostih in vplivu značajev ter slogov različnih avtorjev in prevajalcev na prevode, kar potrjuje njegovo široko poznavanje področja prevajalstva v 18. stoletju. Ključne besede: Gian Rinaldo Carli, prevajanje, prevodoslovje, Teogonija, Heziod ANNALES · Ser. hist. sociol. · 32 · 2022 · 3 332 Mojca CERKVENIK: INTORNO LA DIFFICOLTÀ DI BEN TRADURRE (1743): GIAN RINALDO CARLI E LA TRADUZIONE, 321–332 FONTI E BIBLIOGRAFIA Apih, Elio (1973): Rinnovamento e Illuminismo nel ‘700 italiano: la formazione culturale di Gian Rinaldo Carli. Trieste, Deputazione di storia patria per la Venezia Giulia. Campana, Andrea (2011): Catalogo della biblioteca Leopardi in Recanati (1847–1899). Firenze, Olschki. Cantoni, Giovanna (2001): Eredità degli antichi e tra- duzione dei moderni. Intellettuali greci nell’Età dei Lumi tra Ellade e Occidente. In: Catalano, Gabriella & Fabio Scotto (a cura di): La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedismo e epoca romantica. Roma, Armando, 200–213. Carli, Gianrinaldo (1744): Hesiodoy toy aekraioy teogo- nia. La teogonia ovvero la generazione degli dei d’Esiodo Ascreo: tradotta per la prima volta in verso italiano dal conte Gianrinaldo Carli Giustinopolitano con Annotazioni, e tre Lettere critiche. Venezia, Giambatista Recurti. Carli, Gianrinaldo (1787a): Intorno la difficoltà di ben tradurre. In: Carli, Gianrinaldo: Delle opere del signor com- mendatore don Gianrinaldo conte Carli presidente emerito del Supremo Consiglio di pubblica economia e del Regio Ducal Magistrato Camerale di Milano e Consigliere Intimo Attuale di Stato S.M.I.R.A, Tomo XVI. Milano, [S. n.], 9–55. Carli, Gianrinaldo (1787b): Lettera al Conte Giammaria Mazzucchelli intorno ad una contesa letteraria con Cardina- le Quirini. Giuntevi alcune osservazioni sull’Ifigenia d’Euri- pide, con la traduzione in versi delle scene più interessanti. In: Carli, Gianrinaldo: Delle opere del signor commendatore don Gianrinaldo conte Carli presidente emerito del Supremo Consiglio di pubblica economia e del Regio Ducal Magistra- to Camerale di Milano e Consigliere Intimo Attuale di Stato S.M.I.R.A, Tomo XVII. Milano, [S. n.], 319–398. Carli, Gianrinaldo (1794): La teogonia ovvero la gene- razione degli dei d’Esiodo tradotta da Gianrinaldo Carli. In: Parnaso de’ poeti classici di ogni nazione, Tomo decimo. Venezia, Antonio Zatta e figli, 143–197. Carli, Gian Rinaldo (1839a): Lettere di Gian Rinaldo Carli sulla traduzione, sulla vita e sulla Teogonia di Esiodo. In: Par- naso straniero, Vol. IV. Venezia, Giuseppe Antonelli, 13–84. Carli, Gianrinaldo (1839b): La teogonia ossia la genera- zione degli dei d’Esiodo Ascreo. Traduzione di Gianrinaldo Carli. In: Parnaso straniero, Vol. IV. Venezia, Giuseppe Antonelli, 85–120. Condello, Federico (2016): Giacomo Leopardi tradutto- re-filologo (e plagiaro): rilievi sulla Batrachomyomachia. In: Pietrucci, Chiara (a cura di): Leopardi e la traduzione. Teoria e prassi. Atti del XIII Convegno internazionale di studi leo- pardiani (Recanati, 26-28 settembre 2012). Firenze, Olschki, 237–263. Da Ponte, Lorenzo (1830): Orazione di Lorenzo da Ponte. In: Da Ponte, Lorenzo: Memorie di Lorenzo Da Ponte da Ceneda, II ed., III vol., parte 1ma. Nuova Jorca, John H. Turney, 84–127. Dacier, André (1733): Oeuvres d’Horace en latin et en françois, avec des remarques critiques et historiques. Par Monsieur Dacier, V ed. Hambourg, A. Vandenhoeck. Del Negro, Piero (1997): Alcune note su Gian Rinaldo Carli tra Padova e Venezia. Acta Histriae, 5, 1, 135–156. di Nuzzo, Gennaro (1932): La dottrina e l’arte del conte Gian Rinaldo Carli nella traduzione della Teogonia di Esio- do. In: Annuario. Anno scolastico 1930-31. Parenzo, Stab. Tip. G. Coana & Figli, 1–19. Flego, Isabella (1997): Gian Rinaldo Carli e Girolamo Gravisi. Acta Histriae, 5, 1, 109–134. Guglielmi, Marina (2002): La traduzione letteraria. In: Gnisci, Armando (a cura di): Letteratura comparata. Milano, Bruno Mondadori, 155–184. Laurenti, Francesco (2016): Tradurre. Storie, Teorie, Pratiche dall’Antichità al XIX secolo. Roma, Armando editore. Leopardi, Giacomo (1817a): Titanomachia di Esiodo. Lo Spettatore Italiano, Tomo ottavo. Milano, A. F. Stella e comp., 193–201. Leopardi, Giacomo (1817b): Discorso sopra la Batra- comiomachia, del conte Giacomo Leopardi. Lo Spettatore Italiano, Tomo settimo. Milano, Antonio Fortunato Stella, 50–64. Mattioli, Emilio (2001): La teoria della traduzione in Italia fra Settecento e Ottocento: le linee guida. In: Catalano, Gabriella & Fabio Scotto (a cura di): La nascita del concetto moderno di traduzione. Le nazioni europee fra enciclopedi- smo e epoca romantica. Roma, Armando, 88–101. Mazzocchini, Paolo (2005): Introduzione. In: Leopardi, Giacomo: Titanomachia di Esiodo. Roma, Salerno, 1–23. Morini, Massimiliano (2007): La traduzione. Teorie. Strumenti. Pratiche. Cusano Milanino, Sironi. Nergaard, Siri (2014): La teoria della traduzione nella storia. [S. l.], Bompiani. Pasini, Ferdinando (1903): Per una citazione da Gian Rinaldo Carli. Pagine istriane, I, 4, 73–83. Štoka, Peter (2016): Značilnosti nastanka latinskih knjižnih izdaj prevodov Homerja v 16. in 17. stoletju. In: Pobežin, Gregor & Peter Štoka (a cura di): Divina: Andreas Divus Iustinopolitanus. Koper, Osrednja knjižnica Srečka Vilharja Biblioteca centrale Srečko Vilhar, 137–166. Tocchini, Gerardo (2004): La religione degli antichi nell’Italia dei Lumi. Simbologie sapienzali e culti misterici in Carli e in Filangeri. In: Trampus, Antonio (a cura di): Gianrinaldo Carli nella cultura europea del suo tempo. Trieste, Deputazione di storia patria per la Venezia-Giulia, 37–96. Vannetti, Clementino (1792): Al Medesimo sopra le sa- tire, ed epistole d’Orazio Volgarizzate dal Dottor Francesco Borgianelli. In: Vannetti, Clementino: Osservazioni intorno ad Orazio del Cav. Clementino Vannetti Accademico Fioren- tino, T. I. Rovereto, [S. n.], 111–151. Žitko, Salvator (1997): Carlijevo delovanje v koprskih akademijah 18. stoletja. Acta Histriae, 5, 1, 59–78. Žitko, Salvator (2004): Il ruolo di Gian Rinaldo Carli nell’affermazione delle Accademie di Capodistria nel XVIII secolo. In: Trampus, Antonio (a cura di): Gianrinaldo Carli nella cultura europea del suo tempo. Trieste, Deputazione di storia patria per la Venezia-Giulia, 153–171.