Liliana Spinozzi Monai Udine CDU 804/806.558 L'ARTICOLO DEL ROMANZO 'FIGLIO' DELLA DIATESI PASSIVA? UN'IPOTESI ISPIRATA A MONTAGUE E SVI-LUPPATA IN CHIAVE CONTRASTIVA SLAVO-ROM ANZA* PARTE I Romanzo vs slavo = passivo w attivo = Art(icolo) vs Des(inenza) = AUX "avere" vs "essere" 0. E in corso un vivace dibattito sulla categoría semantica délia definitezza (Def) e sul grado e le modalità del suo esplicitarsi come determinante. Nel presente lavoro ci concentreremo sulla categoría dell'articolo (Art), in prima istanza su quello Det(erminativo), elaborando alcuni spunti ricavati da disamine sul-l'argomento compiute su versanti differenti, come quello dell'indoeuropeistica (p. es. Nocentini 1996), délia germanistica (p. es. Ramat 1984b) e délia slavistica (p. es. Benacchio 1996ae 1996b; Gebert 1996, Parenti 1996). Interessanti spunti di riflessio-ne sono offerti anche da opere di carattere monográfico sulla deissi (cfr. Vanelli 1992), sulla sintassi dei determinanti (G. Giusti 1993), sull'articolo italiano (cfr. i due voll. di Korzen 1996), o da rassegne come quella relativa aile diverse interpretazioni del rapporte Nome/Riferimento (Bersani-Berselli 1995) - intendendo per Nome il SN rappre-sentato dalla sola testa nominale - o quella sul passivo nelle lingue slave (Fici-Giusti 1994), che supporta non poco l'ipotesi da cui muovono queste pagine. Infatti, nel prendere atto che le lingue slave, ad eccezione di búlgaro e macedonico, ignorano l'Art, che caratterizza invece le lingue romanze, riteniamo che il diverso evol-versi dei due complessi linguistici, rispettivamente dal paleoslavo e dal latino, riguardo a questa categoría, possa correlarsi ad un diverso comportamento del verbo nei due domini. L'incidenza del verbo su una categoría come l'Art, cosi strettamente legata al SN, dovrebbe del resto essere cosa relativamente attesa, nella misura in cui l'insorgenza dell'Art viene sólitamente correlata alla perdita della flessione casuale, e nella misura in cui quest'ultima esprime le relazioni argomentali del verbo. * Parte di questa ricerca é stata presentata al 2. Convegno Internazionale di Dialettologia/2. mednarodni dialek-tološki simpozij, tenutosi a Maribor nei giomi 11 e 12 febbraio 1999, sotto il titolo Središčni pomen slovenskih narečij v sistemskem preučevanju kategorije člena "Central itá dei dialetti sloveni per uno studio sistemático della categoría articolo". Ringraziamo la Prof. Dr. Zinka Zorko per aver concesso di utilizzare detto contributo in questa sede. 17 Il verbo dunque costituirebbe quell'elemento dirimente che, come tale, andrebbe comunque postulato, dal momento che la correlazione tra la perdita della flessione nominale e la nascita delPArt non trova riscontro universale. Vediamo di chiarire l'assunto, iniziando dal mancato riscontro di tale correlazione. Se invero essa pare valevole per un'equazione secondo cui lo slavo, dotato di decli-nazione, starebbe al romanzo al pari del latino, viene poi invalidata da controesempi come il greco antico o il moderno tedesco, dotati bensi di Art ma anche di decli-nazione, sia pure di diversa 'densità'. Tuttavia, se alia luce del contrasto latino-greco (lingue entrambe declínate, di cui una sola dotata di Art) e di quello romanzo-greco (l'uno sistema privo di declinazione e dotato di Art, l'altro dotato sia di declinazione che di Art) la correlazione tra perdita di flessione e nascita dell'Art si dimostra inefficace a spiegare la nascita stessa, è pro-prio l'inefficacia a metterci sull'avviso che la discrepanza dovrebbe dipendere da un fattore terzo, sovraordinato ai due tratti tipologici Art-flessione nominale e collocabile immediatamente a monte della flessione stessa. È cosi che si perviene al verbo, considérate che, lo ribadiamo, la flessione funziona da connettore tra SN/Arg e SV. Ma quale degli innumerevoli tratti che caratterizzano il sistema verbale dei due opposti domini - slavo e romanzo - potrebbe spiegare la discrepanza tipológica rap-presentata dalla presenza/assenza delPArt? Come cercheremo di dimostrare, la spiegazione sembra riposta nel diverso collo-carsi di slavo e romanzo nei confronti della diatesi passiva. Tale risposta è ovviamente condizionata dalPimpostazione teorico-metodologica prescelta, insieme alia quale viene a costituire l'ipotesi alternativa a quelle finora avanzate circa la nascita e la funzione dell'Art. 1. L'INTERPRETAZIONE DEL NOME SECONDO MONTAGUE La base teórica prescelta è stata suggerita dalle pagine di Bersani-Berselli dedícate all'interpretazione del Nome secondo Richard Montague, con innesto dei principi della lógica intensionale nel campo della lingüistica (Bersani-Berselli 1995: 53 sgg., 121 sgg. e 183 sgg.). Semplificando più di quanto non abbia fatto lo stesso Bersani-Berselli i termini del procedimento interpretativo ideato da Montague, ci limiteremo a rilevarne il punto cruciale ai fini della discussione, rappresentato dal trattamento unitario del SN, sia che la testa nominale consti di un nome proprio, sia che consti di un nome comune. In entrambi i casi, infatti, nel quadro teorico menzionato la valutazione appropriata è data da un oggetto strutturalmente complesso, concepito come un insieme di propriété. Si vedano ad es. i due sintagmi nominali [Marzo] e [un ragazzo]la cui 'traduzione' in termini di lógica intensionale dà rispettivamente 18 "Mario" = XP[P(mario)] "un ragazzo" = ^jD3x[ragazzo(x)A/,(x)] ovvero l'insieme di proprietà possedute da Mario e, rispettivamente, da un (qualche) ragazzo. Poiché il nome proprio è Def per costituzione (cfr. Longobardi 1994) e perianto un eventuale Art gli assegna il tratto ridondante Det che qui non intéressa, terremo conto solamente del SN basato sul nome comune (o sintagma quantifícazionale), l'unico pas-sibile di ricevere Art Det funzionale, opponibile al tratto Indef (anche in maniera 'latente', ovvero a livello di Forma Lógica: cfr. Nocentini 1996). Diamo qui di seguito un esempio di interpretazione del SN un ragazzo e délia sua ripresa mediata dal Pron(ome) personale lo, esempio che ci servirá da modello nel corso della discussione sull'Art Det, che qui non compare, ma sul quale arriveremo in un secondo momento (l'es, è tratto, con qualche adattamento, da Bersani-Berselli 1995: 184 sg.). Un periodo composto come 1 .a Un ragazzo è gentile e Giovanna lo apprezza viene interpretato I .b XP3x[ragazzo(x)AP(x)](Àxi [è-gentile^^Aapprezza^'ovanwa, Xj)]) che esprime la proposizione secondo cui la proprietà (P) di essere gentile ed essere apprezzato da Giovanna è nell'insieme (XP) di proprietà che un qualche ragazzo (3x[ragazzo(x)) possiede: ovvero, che esiste un essere umano che ha le proprietà di essere 1) un ragazzo, 2) un ragazzo gentile 3) e apprezzato da Giovanna. II passaggio per noi rilevante riguarda l'assorbimento da parte di ragazzo dei tratti lessicali del verbo apprezzare della frase coordinata, dove detto Nome figura sotto forma di ripresa anafórica di tipo sintattico, data dal Pron. Se esplicitiamo sia l'anafora, con ripresa piena del Nome, sia l'assorbimento dei tratti verbali da parte sua, vediamo come esso implichi un processo di passivizzazione del verbo disponibile per tale operazione, con passaggio del Nome ragazzo dalla fun-zione originaria di Ogg (es. 1 .a) a quella di Sogg e, paralelamente, con il suo passaggio dalla forma Indet a quella Det: 1 .c Un ragazzo è gentile e il/questo/quel ragazzo è apprezzato da Giovanna. Se poi, a parità di criterio applicativo, in un esempio qualsiasi di coordinazione o sequenza frasale, collochiamo il verbo transitivo di forma attiva nella frase di apertu- 19 ra, come in 2.a, la passivizzazione trasforma in Sogg l'Ogg della prima delle due frasi (cfr. 2.b), cosa che nell'esempio precedente non era possibile, avendo la prima frase un predicato nominale; inoltre, come nell'es. precedente, il passaggio dalla prima alla seconda menzione contrassegna come Det i Nomi (comuni) che ne vengono interessati: 2.a Un cucciolo morse un servo [Ogg/PAZ], II servo [Sogg/AG] lo catturo. 2.b Un cucciolo morse un servo [Ogg/PAZ]. II servo [Sogg/AG] (che era stato da lui) morso, lo catturo. In 2.b il servo sta in realtà per il morso, con passaggio integrale dei tratti lessicali del verbo al Nome, come risulta chiaramente in esempi del tipo 3.a Un servo amava un'ancella e la guardava mentre quella la.vora.va in giardino 3.b Un servo amava un 'ancella e guardava l'amata mentre essa/quella lavorava in giardino II principio interpretativo di Montague riesce dunque a dar conto in maniera relativamente semplice del processo di determinazione dei nominali di lingue dótate di arti-colo. Infatti, negli esempi appena dati, come in quelli che seguiranno, qualunque Nome che nella prima frase (o menzione) appare come Indet, nella seconda diventa Det. Questo passaggio, generalmente considerato come uno dei possibili modi di determinare il SN (cfr. ad es. Renzi 1988: 369 e 383 sg.), risponde invero - nell'ottica di Montague - ad un principio rigoroso, data l'equiparazione, già ricordata, di nome comune e nome proprio, entrambi intesi come oggetti quantificazionali complessi, owero insiemi di proprietà1. Limitandoci al Nome, vediamo invero che l'esplicitarsi dell'opposizione semántica Indef/Def nelle marche Art Indet/Det, è risolta da Montague in termini quantificazionali, che qui riporteremo per sottolineare come il passaggio un -> il, parafrasabile come "un qualche" -> "il solo", dipenda, in ultima analisi, dalla specificazione semántica del Nome ad opera del predicato.. La notazione quantificazionale per un SN Indet sarà: P[(3x)(a'(x)AP{x})] * Nel presente contesto viene presa in considerazione soltanto la componente semantica della teoria di Montague, mentre si prescinde da quella sintattica, per quanto sia strettamente legata alia prima. 20 secondo cui (premesso che P = un insieme di proprietà; 3 = quantificatore esistenziale; x = variabile nominale; a' = 'traduzione' di un SN in termini di lógica intensionale; P{x} = concetto individúale), l'espressione un ragazzo denoterà l'insieme di tutte le proprietà che un qualche ragazzo ha (l'unione di tutte le proprietà di tutti i ragazzi di un mondo possibile) (cfr. Montague [1973] 1974:267 sgg. e Partee 1976: 60). Tali proprietà emergono in una frase a referenza generica (p. es. Un ragazzo non puô non essere generoso), ma anche in una non generica, se il SN non viene ripreso in alcun modo (p. es. Ho visto un ragazzo, dove il Nome riflette la definizione 'da dizionario'). All'incontro, la notazione quantifícazionale per il corrispondente SN Det sarà: p[(3jO((v*)[a'(*K«=yWiy})] secondo cui (in aggiunta alla decodifícazione operata per il SN Indet, V = insieme universo) l'espressione il ragazzo denoterà l'insieme di tutte le proprietà tali, che esiste un'unica entità {y} che è un ragazzo e che possiede quelle proprietà (Partee: ivi). Più esplicitamente, benché y appartenga alla classe degli x, in quanto ne condivide i tratti descrittivi, se ne discosta grazie a delle proprietà esclusive (P{jy}) derivantigli dalla predicazione. Nella formula precedente, invero, le proprietà di x - (/'{x}) - erano quelle riferite alla classe ragazzi, se pure ristrette ad un unico membro sotto forma di concetto individúale. Le proprietà specificanti di un SN Det derivano dunque dal discorso, e precisamente dal predicato relativo alla sua prima menzione (N,), nella quale il SN ha la forma Indet. Rivedendo pertanto l'es, l.a, diremo che il Pron lo (N2), sostituito con il ragazzo nell'es. l.c, acquista il tratto Def grazie al predicato nominale è gentile, e cosi per tutti gli altri casi. La differenza tra Nt e N2 potrebbe essere pensata anche come estrapolazione di un insieme chiuso unimembre {y}, costituito da un individuo o da un insieme-collettivo di individui, da un insieme aperto, potenzialmente infinito, di individui o di loro insie-mi (se il Nome figura al plurale), cosa che appare chiaramente nella notazione , dove y è Fuñica unità sottratta all'insieme di tutti gli x attualizzabili (cfr. Montague [1968] 1974: 99; altri, in questo caso, parlano di contenuto olistico o tota-lizzante di un SN: cfr. Korzen 1996: 35, 151 e 210). Abbiamo insistito tanto su quest'ultimo concetto per dimostrare che, se x è diverso da y, per la seconda menzione del Nome non si potrebbe propriamente parlare né di coincidenza referenziale tra antecedente e ripresa, né di identifícazione anafórica diret-ta o indiretta, né di "effetto copia" vs "quasi copia", secondo che l'antecedente venga ripreso o meno nella sua integralità (per queste ed altre distinzioni si veda Korzen 1996, II vol., Cap. 8.). Sappiamo invero che in una sequenza frasale composta come 2.a - Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturô -, la ripresa lo non sta per un cucciolo, bensi per il 21 cucciolo che aveva morso il servo. Di conseguenza neppure la ripresa con questo/quel-lo, Agg o Pron, verrà ad 'indicare' semplicemente il N¡, il che pone quantomeno in dis-cussione il concetto di identità anafórica tra antecedente e anafora (Korzen 1996: 525) o quello di deissi testuale o metatestuale e via dicendo (anche per questo rimandiamo a Korzen 1996: 113-133). A dimostrare che non si tratta di semplice deissi basterebbe una sola considerazione: illelillu di lat. servus Ule - lat. tardo illu(s/m) servu(sfm) - in riferimento ad un antecedente servu(s/m) ha sviluppato l'Art Det, privo di funzione indícale, e persino privo, di per sé, di funzione anafórica, se è vero che, nel suo uso più astratto, owero con un SN a riferimento generico, dove alterna con Art Indet, esso rin-via ai tratti predicativi 'interni' al Nome, di tipo paradigmatico (cfr. UníL'uomo (è moríale) = Un essere tale che è umanol(Quel)l'essere che è umanó). D'altronde, nel passaggio da Dim ad Art/Det si è soliti cogliere un progressivo inde-bolimento del tratto deittico, fino alla sua totale scomparsa: dovremmo tuttavia appurare quanto ció sia fondato e verificare che cosa propriamente si indebolisce e scompare. Riconsiderando il passaggio Nome Indet Nome Det, registrato nell'es. 2.a, riba-diamo che i tratti Det possono derivare solamente dai tratti Det del predicato, che ànco-rano la designazione 'usuale' o generica del Nome (p. es. un ragazzo) agli indici co-testuali presentí nella forma verbale morse. Potremo ancora dire che la prima delle due frasi dell'es. 2.a segna il momento della costruzione del SN Det, il quale, nel farsi tale, si correda deH'intorno semántico rilevante della prima menzione. Ma su che cosa s'intenda per rilevanza lo vedremo tra poco. 2. RUOLO DELLA DIATESI PASSIVA NELL'INDEBOLIMENTO DELL'OPPOSIZIO-NE SOGG/NOM-OGG/ACC Abbiamo finora appurato che a determinare il Nome è la predicazione nominale (es. 1.a) o verbale (ess. 2.a e 3.a) sulla sua prima menzione. Tuttavia, pariendo dal-l'assunto che la presenza o meno dell'Art nei domini romanzo e rispettivamente slavo è legata alia presenza/assenza della diatesi passiva, si comprende perché terremo conto solamente dei casi in cui il predicato di N¡ consti di un verbo transitivo attivo, che nella ripresa è riducibile ad un participio passato passivo (PPP). Passando al dominio slavo, se volessimo cercare in una lingua come lo sloveno l'equivalente degli ess. 2.a (Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturô = slov. 4.a, che diamo qui sotto) e 2.b (Un cucciolo morse un servo. II servo (che era stato da luí) morso, lo catturô: cfr. slov. 4.b), vedremmo che l'equivalenza non è raggiunta nel se-condo esempio, dal momento che il Nome della ripresa non riceve i tratti lessicali del verbo: in 4.b., infatti, it. II servo (che era stato da lui) morso viene reso come "II servo che il cucciolo lo aveva morso", con mantenimento della forma attiva del verbo "mordere": 22 4.a Psiček je ugriznil hlapca. Hlapec ga je ujel "Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturó" 4.b Psiček je ugriznil hlapca. Hlapec [Sogg/Nom], ki [connettore relat. indecl,] ga [Pron person.] Ogg/Acc] je bil psiček [Sogg/Nom] ugriznil, je psička [Ogg/Acc] ujel "Un cucciolo morse un servo. II servo che [connettore relat. indecl.] il cucciolo [Sogg] lo [Ogg] aveva morso, lo [Ogg] catturó" Come si vede, la ripresa di Nj viene bensi specificata da un modificatore ricavato dal verbo transitivo della prima frase, come aweniva in italiano e come avviene in generale applicando il criterio di Montague, ma qui il modificatore assume la forma di relativa con verbo di forma attiva, non riducibile a quella passiva: lo sloveno 'canónico', invero, blocca una frase come Hlapec je bil ugriznjen od psička "Un/11 servo é stato morso da un cucciolo", mostrando una netta predilezione per la diatesi attiva (cfr. Fici-Giusti 1994: 152 sgg.). Questa restrizione spiega la funzione prettamente attribu-tiva di un PPP come ugriznjen "morso", che sembra soggiacere al principio di "slitta-mento verso lo stato", registrato per i PPP slavi in -n!-t (cfr. Fici-Giusti 1994: 44 e 75). Diciamo súbito che la scelta dello sloveno come termine di confronto per il romanzo, nella fattispecie per l'italiano, non é affatto casuale, ma dipende dalla combi-nazione di due circostanze: 1) la restrizione sulla diatesi passiva interessa lo sloveno piü di ogni altra lingua slava, come risulta dall'esame comparativo eseguito da Fici-Giusti 1994 (per lo sloveno si veda pag. 153 sg., dove é detto chiaramente che frasi del tipo Okno je bilo odprto od očeta "La finestra é stata aperta dal padre" sono accettate dagli informatori con una certa diffidenza e sostituite con Oče je odprl okno "II padre ha aperto la finestra"); 2) esiste una serie di pubblicazioni aggiornate (Steenwijk 1992; Benacchio 1994, 1996a, 1996b) sulla presenza presso i dialetti sloveni di forme assai prossime all'Art (i cosiddetti 'articoloidi'), che ci permetteranno di verificare, in un secondo momento, la tenuta dell'ipotesi che stiamo sostenendo. A questo punto pare legittimo chiedersi quale relazione possa sussistere tra la restrizione a formare il passivo e la nascita della categoría Art. Ancora una volta, prima di rispondere, ci rifaremo a Fici-Giusti 1994, e precisamente alie riflessioni preliminari sullo status del passivo, quali emergono alia luce delle diverse prospettive teoriche ivi esaminate. Preso atto di un progressivo abbandono da parte degli studiosi dell'idea di una sim-metria necessaria tra costrutto attivo e passivo, si rileva la tendenza verso un approc-cio al passivo sempre piü spostato dalla sintassi alia semantica ed alia pragmatica. I concetti base per noi piü interessanti della nuova impostazione si possono cosi rias-sumere: a) il passivo si caratterizza come costrutto in cui il Sogg e l'AG non coincidono ed é proprio delle lingue a preminenza del Sogg sul tema; 23 b) i participi attivi sono orientati verso l'AG, quelli passivi verso il PAZ; c) le lingue indoeuropee privilegiano i costrutti attivi, cioé quelli orientati sull'AG, e il passivo viene usato quasi esclusivamente per esprimere fatti antecedenti; d) il prototipo di costrutto attivo é dato da un Sogg/AG e da un verbo di azione, espri-mente un'attivitá tesa ad un target esplicitato (p. es. Unpoliziotto ha ferito Paolo); e) le nozioni di Sogg e AG prototipici vanno distinte: é Sogg prototipico quello che é anche AG {Unpoliziotto dell'es. in d)), mentre per AG prototipico si intende l'Arg piü direttamente coinvolto nella realizzazione del costrutto passivo prototipico, dove funge da Arg agentivo (p. es. Paolo é stato ferito da un poliziotto); f) i ruoli semantici AG e PAZ corrispondono sul piano concettuale ai due macroruoli source e affected entity e la frase che descrive la loro relazione puó partiré dall'uno o dall'altro: nelle lingue di tipo attivo, quindi anche nelle indoeuropee, risulta basica, owero non marcata, la relazione entro la quale la posizione di contrallo del verbo é occupata dal Nome con maggiori caratteristiche di source (AG o ESP(eri-ente); trascuriamo i tratti [+/- umano] ecc., in quanto qui non rilevanti); se il SN con le caratteristiche di source é rimosso dal ruolo di contrallo e dalla posizione tematica, la frase riflette un orientamento non básico; il costrutto passivo prototipico, in quanto vede una affected entity, owero PAZ, in posizione tematica e in funzione di Sogg, risulta fortemente marcato. Muniti di questi presupposti di carattere generale, possiamo ora riprendere il que-sito lasciato in sospeso sulle possibili connessioni tra la categoría Art (in particolare l'Art Det) e la scarsa propensione dello sloveno per la diatesi passiva. Rivediamo allora gli ess. 2.a (Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturó = slov. 4.a) e 2.b (Un cucciolo morse un servo. II servo, che era da lui stato morso, lo catturó = -» slov. 4.b "II servo, che il cucciolo lo aveva morso"), dove un SN Indet dell'it., che nella prima frase funge da Ogg/PAZ (un servo), nella ripresa (in 2.b) ac-quista i tratti lessicali del PPP, a diíferenza di quanto avviene nello sloveno (per il quale non si puó certamente parlare di SN Indet, relativamente alia prima menzione, dato che manca ogni tipo di Art, e si parlera semmai del tratto Indef privo di marche). Quale conseguenza comporta questa discrepanza? II funzionamento del verbo sloveno segue un modello costante: il predicato permane nella forma attiva, e la coincidenza tra Sogg sintattico e AG viene osservata puntualmente. Quello che in italiano diventa un PPP, che, se esplicitato, viene reso con una relativa attributiva (quando il PPP non venga addirittura a sostituire l'antecedente, grazie ad un processo di sostantivazione, secondo l'es. 3.b Un servo amava un 'ancella e guar-dava l'amata mentre essa/quella lavorava in giardino), in sloveno manca del tutto, e l'esplicitazione dei tratti predicativi della prima menzione che ritagliano il referente tra i tanti possibili puó awenire solamente attraverso una relativa. Lo sloveno insomma non contempla l'equivalente di "l'amata", "la (ragazza) vista" e via dicendo; nel primo 24 caso, "amata", anziché con il PPP Ijubljena, sarà resa con il sostantivo Ijubiccr, quanto a "vista", che lo sloveno renderebbe non altrimenti che con la relativa "che la ho/hai... vista", e non col PPP videna, sarà il caso di ricordare che il russo documenta la completa perdita del componente verbale del PPP vidano, passato all'Agg/Avv vidno, in forza verosímilmente del principio già ricordato di "slittamento verso lo stato". Le lingue slave, dunque, evitano accuratamente di collocare in posizione di Sogg Nomi con ruolo diverso dal macroruolo di source: l'AG o l'ESP sarà sempre e solo Sogg e il PAZ sarà sempre e solo Ogg: e poiché il ruolo insieme semántico e sintattico (AG/ ESP-Sogg a fronte di PAZ-Ogg) si córrela alie rispettive marche di caso, Nom e Acc, queste ultime non vengono intaccate, dato che la loro funzione viene puntualmente rispettata. La circostanza che lo sloveno per i tempi composti, e in particolare per il perfetto, di cui ci stiamo occupando, conosca esclusivamente l'AUX "essere" (biti)2 accompa-gnato dal participio preterito di forma attiva in -/, -la, -lo concordato col Sogg, ci fa ri-guardare questa lingua come spiccatamente orientata verso l'AG, con andamento della frase non marcato, con esaltazione della prototipicità 'attiva'. Se applichiamo all'italiano i parametri applicati alio sloveno, la situazione appare assai diversa per il fatto che questa lingua ammette lo scambio tra ruoli sintattici e semantici in forza del passivo, per cui un Sogg/AG della ripresa, con antecedente Ogg/PAZ come nell'es. 2.b, che riproduciamo come 5.: 5. Un cucciolo morse un servo [Ogg/PAZ]. II servo [Sogg/AG], il quale/che [Sogg/PAZ] era stato morso, lo catturô ha attraversato, perlomeno in Forma Lógica, la fase passiva (PPP morso) nel ruolo 'antinómico' di Sogg/PAZ. La sfasatura di ruoli intacca il vincolo tra sintassi e semántica, col sancire la prevalenza della prima sulla seconda, confermando cosi che "il passivo si caratterizza come costrutto delle lingue a preminenza del Sogg sul tema" (cfr. Fici-Giusti 1994: 13)3. ^ Nella Tav. 4. di pag. 33 in Fici-Giusti 1994, lo sloveno appare contrassegnato con "+" per imeti "avere" come AUX in un costrutto col PPP, cosa che va interpretata nell'ottica del perfetto possessivo, secondo gli esempi prodotti alla pag. 154 dell'opera cit. A scanso di equivoci, va comunque sottolineato che per lo sloveno - come per tutte le lingue slave, escluso il macedónico, come si vedrà nella sez. 4. del presente lavoro - non si puô parlare di un verbo "avere" AUX, dal momento che, come viene continuamente ribadito dalla stessa Autrice, detto verbo nel costrutto possessivo mantiene il tratto semántico di possesso. 3 La sfasatura tra il ruolo sintattico di Sogg e quello semántico di PAZ, con prevalenza del primo sul secondo, farebbe prevedere, per il principio di simmetria, la possibilité del suo opposto, dato dalI'Ogg/AG. In effetti questo avviene in casi come: 11 ladro è scattato in piedi, ma lo hanno bloccato, dove la ripresa lo, in funzione di Ogg, sta per il ladro [Ogg] che [AG] era scattato in piedi. Lo sviluppo nel romanzo di un participio passato - ovviamente attivo - per i verbi intransitivi del latino, imporrebbe una ricerca sull'evolversi della transitività a partiré da quello stadio, e a partiré dal principio che contempla la transitività come propriété scalare (cfr. Fici-Giusti 1994: 28). Il quesito è intimamente legato al tema che stiamo trattando, e forse un'applicazione del principio di Montague potrebbe esplicitare la trafila che ha portato agli esiti attuali. 25 Questa affermazione sembra cogliere il fattore più importante dell'evoluzione del latino verso il romanzo: nella misura in cui la marca casuale si córrela a ruoli semantici (cfr. Nocentini 1996: 39 e 41), col prevalere délia sintassi sulla semantica la valenza di detta marca non puô che neutralizzarsi, implicando la cancellazione délia marca stessa. Se confrontiamo italiano e latino dal punto di vista dell'oscillazione tra Sogg/AG e Sogg/PAZ, vediamo che i due sistemi vi sono interessati in egual misura: 6.a [= 5.] Un cucciolo morse un servo [Ogg/PAZ]. Il servo [Sogg/AG], il quale/che [Sogg/PAZ] era stato morso, lo catturô 6.b Catulus servum [Ogg/PAZ] momordit. Servus [Sogg/AG], qui [Sogg/PAZ] morsus erat, eum/illum captavit Ciô consente di rawisare in entrambi i sistemi l'alternarsi dell'andamento non mar-cato proprio délia diatesi attiva con quello marcato del passivo, quindi l'alternarsi del-l'orientamento verso l'AG ed il PAZ, secondo un criterio di 'imparzialità' che si traduce nella assoluta parità fórmale (a livello di Forma Fonética) conseguita dal Nome nel suo divenire romanzo, indipendentemente dal ruolo sintattico di Sogg o di Ogg4. La preminenza délia sintassi sulla semantica, correlata alla diatesi passiva, si traduce quindi nella perdita delle Des di Nom e Acc e nella nascita di Art, che segna un incremento progressivo del carattere analitico già presente nel latino, e parallelamente un potenziamento delle rególe sintattiche, che 'convertono' il livellamento fórmale dei casi Nom e Acc nel nuovo ordine básico SVO. Le cause fin qui individúate délia omologazione dei due casi diretti del latino non sono certamente le uniche, come emergerá dall'esame délia ripresa anafórica del Nome accompagnato dall'Agg Dim. 3. RUOLO DELL' AGGETTIVO DIMOSTRATIVO NELL' INDEBOLIMENTO SEMANTICO E SINTATTICO DEL NOME In assenza di dati puntuali per quella fase del latino che trascolora in romanzo, ricorreremo a modelli strutturali (ri)costruiti sulla scorta delle attestazioni che, se sono indubitabili per l'italiano, sappiamo quanto risultino problematiche per il latino tutto, per motivi troppo risaputi per doverli qui ricordare. 4 II livellamento fórmale dei casi retti va visto come tappa finale di un 'travaglio' che traspare dalla resa del Sogg all'Acc testimoniata a partiré dal sec. IV: cfr. poenas aguntur (Commodiano, Instr. I 24 16), nervus, qui est... dominatorem (Mulomedicina Chironis 51 7) e, all'inverso, dalla resa al Nom dell'Ogg o di elementi che ne dipendono (per valle illa, quam dixi ingens) (gli ess. sono attinti a Durante 1981: 41). 26 Partiamo dall'es. 7. (giá presentato come 6.), dove viene evidenziato lo scarto tra italiano e latino, dato dall'Art a fronte della marca casuale: 7.a [= 6.a] Un cucciolo morse un servo [Ogg/PAZ]. II servo [Sogg/AG], il quale/che [Sogg/PAZ] era stato morso, lo catturó 7.b [= 6.b] Catulus servum [Ogg/PAZ] momord.it. Servus [Sogg/AG], qui [Sogg/PAZ] morsus erat, eum/illum captavit Tralasciando l'Art Indet, gli elementi Det dell'italiano (l'Art II ed il Pron lo) rin-viano alie forme latine volgari (o quasi romanze) Illu {servu) e illu. A parte la caduta della nasale, Illu servu mostra due innovazioni rispetto alia forma integra Servus: la presenza dell'Agg Dim e la posizione prenominale di questo. La sua presenza si puó ricondurre a motivi di natura prettamente pragmatica, rias-sumibili nell'attitudine del parlato a ripetere l'antecedente, enfatizzandolo, in una sorta di "ridondanza di sicurezza" (cfr. Korzen 1996: 540 sg.)5; la sua risalita, invece, richia-ma fattori di altra natura, che cercheremo di ¡Ilustrare, muovendo, questa volta, da attestazioni tardo latine, come VItinerarium Egeriae (o Peregrinado Aetheriae), dove, per la ripresa del Nome, si osserva anzitutto la preferenza accordata ad Agg/Pron Dim illelipse rispetto all'anaforico is6 e secondariamente l'alternarsi di quattro moduli in riprese con Dim, che ordiniamo qui di seguito secondo un grado di innovazione crescente: I. Nome (antee.) Nome+Dim (p. es. II, 4-5 ...ad montem Dei. Mons autem ipse...) II. Nome (antee.) —» Nome+Dim+Relativa (p. es. I, 1-2 ...vallem infinitam, ingens —> per valle illa, quam dixi ingens) III. Nome (antee.) —» Dim+Nome+Relativa (p. es. II, 6 ...montes... tam excelsi,... quam nunquam me puto vidisse —> toti illi montes, quos excelsos videramus) IV. Nome (antee.) -» Dim+Nome (p. es. III, 3-4 ...eclesia [sic] non granáis... -> ad hostium ipsius ecclesiae) Alie tipologie elencate se ne aggiunge una del massimo interesse, che potremmo considerare la piü innovativa (quindi del tipo V), che si allinea al tipo III nella secon- ^ Per contesti piü complessi di quello ridotto ai minimi termini dell'es. 7. andrebbe invocata anche una seconda motivazione, "la necessitá di una ricerca piü difficile del referente", vale a diré del l'antecedente, quando questo sia alquanto distanziato nel testo (cfr. Renzi 1988: 384). Non é escluso che a monte dell'innovazione siano pensabili entrambe le motivazioni - quella dell'enfasi e quella della non-ambiguitá -, dal momento che la prima pare dettata dalla seconda. ® Tenuto conto del fatto che le varietá romanze continuano o ille o ipse, la divisione di ruoli attestata per le due forme Dim in fase preromanza diventa irrilevante ai fíni del nostro ragionamento, ed é per questo che abbiamo stabilito di operare fin da principio solamente con il progenitore di it. il (per gli usi distinti di Ule e ipse cfr. Renzi 1976,: 23 sgg., 30; Nocentini 1996: 20 sgg.). 27 da parte, quella della ripresa (Dim+Nome+Relativa), ma se ne discosta in quanto manca dell'antecedente, che la narratrice presuppone come noto, trattandosi di rife-rimenti a personaggi o luoghi della Bibbia (un'anafora di questo tipo viene di norma ascritta alie conoscenze comuni a parlante e ascoltatore, conoscenze che in questo caso derivano da una cultura religiosa condivisa). Ecco un esempio (che numeriamo con V), dove locus nel senso di "passo (di un testo)" é privo, per l'appunto, di antecedente: V XXXVI, 3 item legitur ille locus de evangelio, ubi comprehensus est Dominus. Volendo esplicitare la presupposizione di locus avremmo :"Sappiamo che c'é un passo del Vangelo in cui si racconta della cattura di Gesü". Ripresa: "Viene letto il/quel passo del Vangelo, dove Gesü venne/viene catturato"7. Dato che la disposizione dei singoli casi dati sopra tien conto del gradiente inno-vativo, le domande cui dobbiamo rispondere in prima istanza sono due: da che cosa é data l'innovazione; come mai il Dim é risalito dalla posizione postverbale. L'innovazione sta proprio nella risalita del Dim, considerato che PArt romanzo, evolutosi da esso, é prenominale (a parte il rumeno). Ma potremmo riguardare come innovativa anche la caduta della relativa attributivo-restrittiva in IV rispetto a II e III, dato che ció comporta una condensazione di tratti semantici nel Dim stesso - nella misura in cui esso li richiama - con le conseguenze che vedremo. La 'condensazione' riguarda naturalmente anche il primo tipo, ma é proprio questa circostanza che accresce, per cosi diré, il peso del tratto arcaico dato dalla posizione postnominale del Dim. Quanto al tipo V, l'assenza di un antecedente testuale conferisce un maggiore grado di astrazione - quindi di grammaticalizzazione - del Dim. Sara appena il caso di sottolineare come il processo di astrazione si correli a conoscenze comuni di tipo cultúrale, e dunque come l'anafora segni effettivamente un "progresso comunicativo e culturale dei parlanti" (pensiero di J. Wackernagel cit. in Nocentini 1996: 3 e 39 sg.). Ma veniamo alia risalita del Dim. Se confrontiamo tra loro i tipi II e III, notiamo che, a differenza dei tipi I e IV, entrambi riprendono in maniera esplicita, tramite una relativa, i tratti specifíci che ' Moduli con Dim del tipo V vengono sólitamente ascritti alla notoriété testuale ottenuta mediante catafora o, con altra terminología, per 'specificazione sintagmatica' (Renzi 1976: 10 sg. e 29), che, insieme alla 'seconda menzione' (o anafora), avrebbe dato l'avvio all'articolo romanzo (Renzi cit.: 11). Come cercheremo di dimostrare in questa stessa sezione del nostro lavoro, la catafora sembra segnare il momento debole del-l'anafora, 'la ripresa' per eccellenza, cui andrebbero ricondotte tutte le sue possibili (e/o parziali) varianti. La 'debolezza', nel caso dato, deriverebbe dalla compresenza dell'Agg Dim ille e della relativa restrittiva cui esso rinvia, mentre il momento 'forte' riguarderebbe la ripresa del SN complesso subito dopo la sua prima enunci-azione in una data situazione comunicaticava: in concreto, quella dell'opera di catechesi in seno alla comunità cristiana di cui Egeria fa parte (C'é un passo del Vangelo in cui...Quel passo...). L'Agg Dim, in tal caso, concentra in sé i tratti restrittivi di sintagma che, se esplicitati, ne evidenziano il potenziale 'anche' cataforico nei riguardi della relativa specificante (Ouelpasso, in cui...). Una ripresa non marcata del testo evangélico da parte di un qualsiasi membre della comunità cristiana catechizzata, in un incontro successivo con uno o più membri 'omogenei', non potrebbe essere altro che cataforica, grazie alie presupposizioni condivise di esistenza e consistera dell'oggetto di discorso. Con ció vorremmo dire che la notoriété testuale veicolata da ille non proviene dalla catafora, ma dal testo inglobato nel bagaglio cognitivo della comunità, che vi attinge per il suo tramite. 28 corredano il Nome della seconda menzione; tuttavia lo fanno in maniera speculare, con Dim in II orientato a destra, verso la relativa (vale a diré con Dim cataforico), e con Dim in III orientato a sinistra (quindi anaforico), verso il Nome nella sua prima menzione, corredato dalla predicazione specifícante. Poiché l'esplicitazione dei tratti specifíci tramite una relativa puó benissimo mancare (come in I e IV), la sua cancel-lazione non intacca l'orientamento del Dim, che in I verterá su una relativa implícita ridondante, in IV sui tratti giá presentí nella prima menzione, non ridondanti, poiché non ripetuti. Dal punto di vista semántico, perianto, il Dim anteposto é assai piü motívate di quello posposto. Questo tipo di motivazione, connesso con un fatto puramente sintattico, vale a diré con una diversa collocazione nella catena del discorso, suggerisce un'ultima osservazione: dal punto di vista dei processi percettivi e degli stati di memoria, il tipo arcaico si córrela ad una esecuzione orientata verso l'interlocutore piü che verso il parlante, giacché quest'ultimo, codificando per ultimi i tratti specifíci, ne facilita la decodifica. II tipo evoluto, all'incontro, sottende una maggiore tenuta di memoria da parte dell'ascoltatore, dato che il segmento rilevante gli viene proposto in anticipo. Ora, poiché la distinzione tra parlante ed ascoltatore é tutta teórica, per non diré fittizia, dato che lo scambio dei due ruoli é costitutivo della comunicazione e dunque della lingua stessa (s'intende diré che, attribuendo al parlante l'intenzione di favorire l'interlocutore, la attribuiamo parimenti a quest'ultimo, che é prima di tutto un parlante), il mutamento osservato é ovviamente di natura sistemática; e poiché implica una maggiore capacita di astrazione da parte dei parlanti, puntualmente registrata nella lingua, si sposa bene con il passo successivo compiuto in tal senso dal tipo V, di cui il tipo IV costituisce l'antefatto. Che la direzione del mutamento sia proprio questa parrebbe provato da un altro per-corso euristico, che per comoditá seguiremo sulla base degli esempi che avevamo ideato a dimostrazione che i tratti specifíci del Nome, per quanto inespressi, corredano per costituzione la sua ripresa. Riconsideriamo allora l'es. 7.b, qui riproposto in una versione che ricalca la casistica rilevata nella Peregrinatio (l'antecedente e la ripresa, con o senza relativa, figurano in grassetto): 8.a [= 7.b] Catulus servum momordit. Servus ille illum captavit 8.b Catulus servum momordit. Servus ille, qui morsus erat, illum captavit 8.c Catulus servum momordit. Ille servus, qui morsus erat, illum captavit 8.d Catulus servum momordit. Ille servus illum captavit Come abbiamo accennato piü su, ille "quello" testuale non puó essere un Dim. Alio stesso modo di io, il Dim é un designatore assolutamente rigido e come tale richiede un complemento paralinguistico, di tipo ostensivo8, spesso accompagnato da un raf- 8 Per una equiparazione del Pron pers. di 1. e 2. persona a quello di 3. persona anche dal punto di vista dell'in-tegrazione ostensiva si puó vedere Spinozzi Monai 1998: 49. 29 forzativo (nel nostro caso un awerbio): "Dammi quel libro li". Cessa di essere Dim non appena 'perde il gesto', che ad es. nelle risposte "Quello che è li/Quello che è qui" alla domanda: "Quale?" passa ai rispettivi awerbi, nel senso che si accompagna a quelli e non più al Pron Dim. In fondo, che deittico sarebbe un "quello" indicante tanto il "qui/qua" quanto il "li/là"?...(Per la neutralizzazione del tratto deittico di "quello" cfr. Manzotti 1977 cit. in Korzen 1996: 30; e Vanelli 1992: 117 sgg.). Ma esistono argomenti più 'seri' a dimostrazione che un Dim testuale richiede una valutazione diversa da quella di deittico. Sviluppiamo questo concetto sulla base degli esempi in 8. Servus ille sta per Servus morsus. Rispetto a servum délia prima menzione Servus morsus si configura come un SN la cui testa contiene i tratti generici di classe, mentre l'attributo è portatore dei tratti specifici, che rapportano i primi al referente del discorso, único membro della sottoclasse creata dal parlante. Come si è dimostrato negli ess. in 3., ai fini comunicativi solamente il PPP costituisce il segmento rilevante, tant'è che puô sostituire (cfr. I 'amata) i tratti lessicali del Nome (/ 'ancella), conservando quelli grammaticali di genere e numero. Coniugando il rapporto semántico dei costituenti del SN che funge da ripresa con l'evoluzione semantico-sintattica osservata nella trafila I-V (sulla base degli ess. tratti dalla Peregrinado, per i quali assumiamo che ipse/ille = Ule), possiamo ricavare i seguenti passaggi: servus —» = morsus servus ille/ille servus = servus morsus/morsus servus ille = morsus servus ille = servus ille [cataforico] (qui) morsus —» (servus) ille morsus -» ille morsus ille servus = ((qui) morsus) ille [anaforico] servus ille servus Osservazioni: 1. Iniziamo ad analizzare il SN ille servus. Se Dim ille equivale a morsus, e nel SN morsus servus il PPP morsus contiene i tratti rilevanti ai fini della specificazione di servum della prima menzione, nel sintagma ille servus soltanto Dim è portatore dei tratti semantici rilevanti e come tale rafforza il proprio tratto semántico di caso, inde-bolendo quello del Nome, fermi restando i tratti grammaticali dell'accordo interno al SN (genere e numero). La riduzione di Dim ad Art segna il pieno assorbimento da parte del Dim della marca di caso presente nel Nome e la completa perdita di ogni altro tratto, vuoi di quello detto 'deittico', in quanto 'sostituito' da quelli del PPP, vuoi di questi ultimi, in quanto costituzionalmente implicati dall'esito il servo (che significa in realtà il servo morso). Quanto alia forma assunta da Dim nel farsi Art, poiché pare appurato che il si evolva da illu (-» lu lo -» / -» il; cfr. Vanelli 1996: 372), due sono le ipotesi sul perché del prevalere di illu: nella sua versione 'leggera' l'ipotesi vedrebbe illu influenzato dalla forma -u(s/m) comune a tutti i participi passati (anche 30 di quello dei deponenti), sistemáticamente sottesi a Dim portatore dei tratti di un PPP; nella versione 'pesante', che comprende la precedente, l'ipotesi riconduce la selezione dell'Acc illu(m) a quella più generale compiuta dal latino (con pochissime eccezioni) nel suo divenire romanzo. Naturalmente con 'Acc' si allude al penúltimo passo del-l'evoluzione che sfocia nella 'fusione' dei due casi diretti, dato il livellarsi dei ruoli AG/PAZ nella diatesi passiva e Paffidamento esclusivo dei ruoli sintattici di Sogg/Ogg alia sintassi per Pappunto, che registra il passaggio awenuto nel nuovo ordine básico SVO SOV. II prevalere dell'Acc sul Nom potrebbe essere ulteriormente chiarito da quest'altra considerazione: la perdita di sensibilité per un Sogg prototipico (che sappiamo dover essere 'anche' AG (cfr. sopra, sez. 2., punto e)), connessa con la diatesi passiva, che riduce a PAZ 'anche' un Nome di animato umano, source per eccellenza (cfr. Fici-Giusti 1994: 21), ñnisce col trattare i Nomi di animati e per di più umani come quelli degli inanimati per eccellenza, rappresentati dai neutri, per i quali l'opposizione AG-PAZ non ha senso e, se vogliamo, si neutralizza in PAZ. Nel momento in cui servus del SN servus morsus cessa di essere solo e soltanto Sogg/AG, giacché il PPP lo rende insieme PAZ, vede intaccato il suo tratto di animatezza e puó pertanto venire accosta-to ad es. a tempus, che non distingue morfológicamente le funzioni sintattiche di Sogg e di Ogg, dal momento che Pinanimatezza eselude Palternanza AG/PAZ. II punto d'in-contro tra Nomi di animati e di inanimati si ha esclusivamente all'Acc, il caso del PAZ per eccellenza, dato che riduce ad ... 'oggetto' (trattandolo da inanimato) persino un animato di rango superiore (p. es. Lodiamo Dio). Al Nom, invero, l'opposizione ani-mato/inanimato continua a funzionare, anche in frase passiva, grazie alla potenzialità di un animato, ma non del suo opposto, di alternare le funzioni Sogg/PAZ e Sogg/AG, a seconda della diatesi. Il convergere delle due tipologie nominali verso il tratto di inanimatezza - diverso da quello lessicale, perché correlato alie nozioni di ruolo semántico (AG/PAZ) e funzione sintattica (Sogg/Ogg) - riesce pertanto a dar conto, a nostro avviso, del fatto che il livellamento dei due casi diretti sia awenuto all'Acc, una specie di 'arcicaso' correlato alP'arciruolo' PAZ, derivante a sua volta dalla neutraliz-zazione del tratto di animatezza del tipo sema-sintattico. Queste ultime considerazioni, insieme a quelle compiute sulla stretta osservanza del legame tra agentività e ruolo sintattico di Sogg da parte dello sloveno, dovrebbero allora far riguardare come largamente attesa la propriété di questa lingua, e dello slavo in generale, di marcare il tratto di animatezza, sia pure in misura residuale (lo sloveno distingue invero tra un Ogg masch. sing. animato ed uno inanimato, ponendo il primo al Gen e il secondo all'Acc, che - fondatamente - concide col Nom, proprio come avviene per i neutri). 2. Passiamo ora al SN ille morsus "quello morso", dove Dim funge da Pron avente PPP come modifícatore. Rispetto al caso precedente, qui il processo avviene nella 31 direzione inversa, con svuotamento dei tratti lessicali del Dim, dato che ora equivale a servus, semánticamente meno rilevante del PPP, perché portatore dei tratti generici del SN servus morsus. Per quanto riguarda invece i tratti strutturali di genere, numero e caso, verranno mantenuti nuovamente quelli in prima posizione, dal momento che il SN ille morsus é governato dal Pron Dim che, ridotto ad Art, promuove il PPP ad Agg sostantivato, sintatticamente equiparabile al Nome. La riduzione di Pron Dim ad Art Det potrebbe essere spiegata anche cosi: data l'e-quivalenza ille-morsus, la giustapposizione di questi due elementi nel medesimo SN ille morsus attiva la neutralizzazione del tratto 'deittico' di Dim in quanto Dim non puó 'richiamare' dall'estemo del sintagma i tratti del PPP, che giá vi figurano per la pre-senza del PPP, e per questo stesso motivo tanto meno puó 'sostituirli'. Che cosa rimane allora del Dim ille/illu di entrambe le tipologie sintagmatiche? I tratti di genere e numero, ed il caso. Nel sintagma del tipo 1 Dim li rafforza, in quanto sottende il PPP; nel tipo 2 li conserva per forza d'inerzia, in quanto giustapposto al PPP. Come si vede, nonostante il percorso inverso, l'esito dei rapporti di forza che si vengono a creare nella ripresa del Nome é sempre lo stesso: un Nome preceduto da Art Det. II fatto che i rapporti di forza siano diversi, vale a diré polari, non é tuttavia privo di conseguenze. Per comprenderlo occorre riconsiderare il prospetto che mostra come ille servus e ille morsus siano esito rispettivamente di una struttura sintattica anafórica e di una cataforica. Nel primo SN Dim é semánticamente pregnante, nel secondo praticamente nullo. Ci pare che l'analisi fin qui condotta riesca a spiegarne il motivo e riesca a spiegare parimenti la restrizione sulPimpiego di Dim in luogo di Art in una lingua come l'it. (cfr. Korzen 1996: 576). II SN cataforico 'contiene', esprime giá i tratti specifici del SN Det, perció seleziona i puri tratti grammaticali espressi da Art; l'anafora, invece, 'rinvia' ai tratti specificanti e puó farlo in due modi: uno debole, realizzato in lat. col solo Nome e in it. mediante Art+Nome; uno forte, realizzato con l'Agg Dim in entrambi i sistemi: antecedente: Catulus momordit servum - Un cuccio-lo morse un servo; ripresa: Servus/Ille servus... - II servo/Quel servo... A costo di apparire pedanti, sottolineeremo ancora una volta che la forza e quindi l'efficacia comunicativa e informazionale del Dim - e questo vale per qualsiasi lingua dotata di Dim - deriva dal suo 'contenuto' specificante - quello del PPP - che lo svuo-ta come Dim, sia che detto contenuto assuma la veste di Agg Dim, sia che appaia 'visi-bilmente' come PPP modificatore di Dim Pron. Qual é il valore di una ripresa anafórica forte come Quel servo? Risposta: II servo morso, dove II... morso equivale a Quel. E qual é il valore di una ripresa debole data da II servo? Risposta: II servo, quello morso, con Pron Dim debole (come emerso dalle argomentazioni fatte poco sopra, al punto 2), che trasforma il SN in II servo morso, vale a diré in un'altra ripresa debole. Un tale avvicendamento ricorsivo riesce a spiegare il fenomeno della ciclicitá a spirale, registrata per le categorie qui trattate nel loro evolversi dal latino (cfr. Nocentini 32 1996: 20 sgg.). Una ciclicità tuttavia non gratuita, ma che si alimenta delle forme auténticamente deittiche, quelle accompagnate dall'ostensione, le quali cercano di raf-forzarsi di fronte all'usura provocata loro dall'impiego meramente testuale, che le fissa nella grammatica (cfr. Giannini 1995: 224). La circostanza che la ciclicità registrata in diacronia trovi riscontro nel funziona-mento ovviamente sincronico dell'it. ci permette di considerare l'evoluzione rigorosamente stutturata nel suo divenire. Riunendo poi i due piani (dia- e sincronico), potremmo inferire che l'anafora, per essere tale, s'indebolisce sistemáticamente nel passaggio obbligato attraverso la catafora, e deve pertanto sistemáticamente rafforzarsi per rimanere tale, vale a dire una ripresa forte a livello discorsivo. La distinzione tra anafora debole e forte qui operata permette di opporre la prima (Il servo) come un tutt'uno alla seconda (Quel servo), dove l'anafora è data dal solo Dim, mentre il Nome funziona únicamente nei tratti grammaticali, come prova il fatto che Quel servo puô essere 'coperto' da Dim Pron: Questo/Quello (mentre II servo non puô esserlo da Art II). A questo punto corre l'obbligo di una precisazione. Classifícare e definire 'auténticamente' deittici quelli integrati dall'ostensione, se da un lato risponde al bisogno di distinguerli dai deittici testuali, dall'altro pone il problema del loro status lingüístico, in quanto un loro componente di estrema rilevanza - a giudicare dalle implicazioni che sappiamo, owero la 'rincorsa' tra deittici contestuali e co-testuali — rimane costituzionalmente fuori dalla lingua ed è affidato alla libertà del parlante quanto ai modi délia sua realizzazione: alia domanda "Quale?" riferita ad un qualunque oggetto in situazione si puó rispondere infatti con uno sguardo, con un movimento del capo e via dicendo ('sostanze' variabili del contenuto, per citare Hjelmslev: [1943] 1987: 111 sgg.). Questo fatto farebbe pensare che la categoría délia determinatezza, entità visibile della grammatica, muova da un elemento puramente semantico-pragmatico, significativo (in quanto strutturato, se pure in maniera latente), benché inespresso (il cenno del capo di cui si è appena detto non puô non significare "quello" o "quella", secondo che si riferisca ad es. ad un uomo o ad una donna), ed entri poi e/o si manifesti nella lingua perdendo in pregnanza nel passaggio da Dim ad Art, fino a raggiungere il polo opposto a quello di partenza, owero la contraparte più astratta (la 'forma' di Hjelmslev: ivi). L'opposizione o polarità si instaurerebbe insomma tra la matérialité del gesto, significativa ma irrecuperabile sul piano della Forma Fonética, e un elemento lingüístico il più possibile fórmale, diverso da Art, dal momento che Art è altamente pregnante riguardo ai tratti [+/- noto] [+/- Def] ed alla quantificazione (Q). L'identità di tale elemento emergerá nella Parte II del presente lavoro, quando ana-lizzeremo il rapporto tra Art e Des casuale, che stabiliamo fin d'ora, avendo constata-to che l'esito di ille/illu delle due tipologie sintagmatiche Dim+Nome (Ule servus) e 33 Dim+PPP (ille morsus) implica per cosi dire il trasferimento in posizione prenominale del 'segnacaso', nonostante il processo inverso nella desemantizzazione del Dim. A questo proposito non sarà fuori luogo allineare il fenomeno osservato a quello analogo dei casi obliqui del latino, per i quali lo spostamento a sinistra delle marche di caso nel passaggio al romanzo si fa 'visibile', in quanto la perdita della flessione viene recupérate dall'impiego delle preposizioni, segnando cosi, insieme all'Art dei casi diretti9, un incremento progressivo di quel carattere analítico che la preposizione assegnava alio stes-so latino, nonostante la presenza delle declinazioni. Che si tratti di una matrice comune -senz'altro più complessa di quanto non si dica in questa sede - viene del resto suggerito dalla circostanza che tanto il Dim quanto la preposizione comportano un certo grado di enfasi, se è vero che la preposizione altro non è che un antico awerbio teso a rafforzare la desinenza (cfr. Traina-Perini 1982: 179). Del valore enfático del Dim si è già detto. Parlare di un Art portatore di caso con marca zéro derivantegli dalla equiparazione con le preposizioni, implica che ad es. it. il servo sia 1'equivalente di un Nom/Acc neutro di latino e sloveno o di un Nom/Acc masch. inanimato dello sloveno, indipenden-temente dal fatto che la flessione nominale di latino e sloveno si articoli in più declinazioni. Naturalmente Art Det+SN riguarderà la seconda menzione o comunque un SN noto per altra via, mentre per il [- noto] avremo l'Art Indet. Che l'italiano conosca la flessione nominale, sia pure ridotta ai minimi termini, è cosa universalmente ammessa, ma generalmente riferita all'alternarsi delle desinenze, che non oltrepassano la soglia del genere e del numero, catégorie che del resto Art rap-presenta assai meglio, in quanto lo fa in maniera non ambigua. II quesito che ci ponia-mo e che affronteremo nella Parte II, riguarda, invece, il ruolo di Art a prescindere dal suo portato morfologico. Abbiamo percorso, finora, due vie che conducono alia perdita della flessione casuale ed alia nascita dell'Art: la prima, che riguarda l'incrocio dei ruoli sintattici Sogg-Ogg e di quelli semantici AG-ESP-PAZ, dà conto della omologazione fórmale dei due casi diretti; la seconda, che riguarda il rapporte Dim-Nome-PPP della ripresa anafórica, viene a con-fermare l'omologazione e a dar conto di Art. Entrambi i percorsi indicano il PPP, quindi una forma passiva, come elemento determinante del mutamento tipologico. II secondo per-corso, in particolare, ci consente di rispondere in maniera più esauriente alla domanda a suo tempo formulata per lo sloveno circa il rapporte tra la restrizione a formare il passivo e la nascita della categoría Art. Riprendendo una deduzione già fatta, diremo che nello sloveno Art non nasce perché l'assenza di un PPP modiflcatore di N2, passibile di sostantivazione 9 La ricostruzione da noi prospettata sembra coerente con il supposto ritardo con cui i casi obliqui - ormai pret-tamente preposizionali perché privi della desinenza casuale - avrebbero attestato l'Art Det rispetto ai casi diretti. Una segnalazione precoce del mutamento tipologico su questi Ultimi indicherebbe invero che esso è inizia-to da Ii. Per argomenti pro e contro l'ipotesi di una precocità di Art Det nei casi diretti rimandiamo a Renzi 1976: 19 sg. e aNocentini 1996: 4L 34 (secondo le osservazioni fatte sopra, nella sez. 2., a proposito del PPP Ijubljena "amata", che viene rimpiazzato dal nome Ijubica a fronte di it. Vamata), non producendo l'incrocio di ruoli appena ricordato, favorisce la conservazione delle desinenze; ora possiamo aggiun-gere che lo stretto vincolo semantico-sintattico che le contraddistingue impedisce loro di indebolirsi fino al dileguo a favore di un Agg Dim prenominale. É ben vero che anche nello sloveno la ripresa del Nome implica i tratti predicazionali specificanti la sua prima men-zione, come awiene in italiano e latino, e che la ripresa puó essere accompagnata da Dim; ma nello sloveno quest'ultimo rimane tale, perché, ceteris paribus, la sua única funzione é quella di antecedente della relativa restrittiva, non riducibile ad un PPP sostantivato. Se valutiamo la situazione slovena alia luce dell'equivalenza ille mor sus = ille servus instau-rata per il latino, potremmo diré che, mancando alio sloveno l'equivalente sintattico di morsas, all'Agg Dim viene a mancare un supporto di tipo nomínale cui attingere i tratti lessi-cali fino ad azzerare i propri e ridursi a puro morfema grammaticale; e se la riduzione é preclusa sul versante del PPP, lo deve essere altrettanto su quello del Nome. 4. RUOLO DELLA DIATESI PASSIVA NELLA FORMAZIONE DEL PERFETTO PERIFRASTICO ROMANZO Se riandiamo alie premesse elencate sopra ai punti a) - f) della sez. 2., vediamo che rimane da considerare il punto c), secondo il quale le lingue indoeuropee privilegereb-bero i costrutti attivi, orientati sull'AG, riservando al passivo il compito 'quasi' esclu-sivo di esprimere fatti antecedenti. Una tale prospettiva sposta l'indagine verso le eventuali implicazioni tra il tratto 'tempo' e da un lato il carattere 'attivo' della frase slovena, dall'altro il carattere insie-me 'attivo' e 'passivo' dell'italiano e, prima ancora, del latino. Che l'implicazione esista parrebbe dimostrato, in maniera fin troppo semplice, da sequenze del tipo Una ragazza legge il giornale. Si alza e lo lascia sulla sedia, dove la ripresa Pron lo é effettivamente interpretabile come "il giornale che é stato da lei letto", facendo si che la progressione temporale 'reale', data dalla linearitá del discorso, venga esplicitata con il riferimento a due momenti diversi in cui il flusso temporale viene lingüísticamente segmentato: il presente lascia sulla sedia il giornale ed il pas-sato prossimo che é stato letto. II duplice riferimento temporale é recuperabile únicamente - nel caso dato - grazie al passaggio della diatesi da attiva a passiva. Se rimane attiva, infatti, mantiene il tempo delle 'battute' precedenti, senza dar conto lessical-mente, cioé in Forma Fonética, di quanto é registrato nella Forma Lógica. Se applicata a frasi realizzate al tempo presente, l'implicazione si rivela pero assai piü complessa di quanto non emerga dall'esempio appena visto (in una frase come Osservo una ragazza. La ragazza legge il giornale il PPP osservata, che correda la ripresa, esprime contemporaneitá - mentre viene osservata -, a meno di correlare una 35 sua interpretazione di passato al iato tra l'inizio di una percezione - nel nostro caso visiva - ed il suo oggetto); senza contare che, sia nell'italiano che nello sloveno, anche la forma attiva sembra sottostare a pari titolo ad un processo di anteriorizzazione, quando una frase viene coordinata o giustapposta ad un'altra avente il medesimo tempo grammaticale: si veda per questo l'es. 4.b (= it. 2.b = 5.), che qui ripetiamo come 9: 9. Psiček je ugriznil [perfetto] hlapca. Hlapec je ujel [perfetto] psička, ki [connettore relat. indecl.] ga [Pron person. Acc] je bil ugriznil [piucche-perfetto]. "Un cucciolo morse/ha morso un servo. Il servo catturô/ha catturato il cucciolo che [connettore relat. indecl.] [sottint. egli/il servo = Sogg] lo [il cucciolo = Ogg] aveva morso" Ma la relazione passivo-anteriorità implicata dal PPP di un verbo transitivo puô ricevere una diversa lettura, come cercheremo di dimostrare, muovendo ancora dagli ess. in 6. e 7., ora riproposti come 10., che presentano forme verbali al passato: il perfetto latino e il passato remoto e prossimo italiani. 10.a Un cucciolo morse un servo. Il servo lo catturô lO.b Catulus servum momordit. Servus eum/illum captavit Abbiamo già osservato che predicati verbali di frasi coordínate o giustapposte di forma attiva con lo stesso tempo grammaticale non riescono a dar conto dello scarto temporale di due azioni successive, scarto che emerge in superficie solo attraverso il passivo assunto 'automáticamente' dal participio passato modificatore délia seconda menzione del Nome. Poiché l'angolo di osservazione prescelto è quello che dal latino guarda al romanzo, cercheremo di ripercorrere tutte le possibili tappe correlate al PPP-modifícatore muovendo dal latino, quindi dall'es. in lO.b, dove le due azioni devono essere neces-sariamente pensate in successione temporale, alio stesso modo, del resto, che in 10.a. Vediamo di sviluppare il primo dei due predicati: A -Catulus servum momordit "Un cucciolo morse un servo": perf. storico di valore aoristale/pass. rem. di un verbo di azione: l'azione è semplicemente collocata nel passato; il Sogg è AG, l'Ogg è PAZ; B -Catulus habet servum morsum "II cucciolo ha il servo morso": risultato dell'azione riportata al presente della coscienza del parlante; habet è verbo stativo; il Sogg non è AG, bensi POSS(essore); la frase assume un "valore aspettuale di risultativo-pos-sessivo di stato" e la struttura habere+PPP "è interpretabile come una relazione di possesso tra il Sogg e il risultato dell'azione espressa sull'Ogg" (pensiero di Benveniste ripreso da Ramat 1984a: 152); l'Ogg è semplicemente tema (di tipo sin-tattico, non pragmático!) (per la nozione cfr. Graffi 1994: 141; Chierchia 1997: 236 sg. e 386 sgg.) e il PPP funge da complemento predicativo esprimente lo stato rag- 36 giunto dall'Ogg/PAZ; ció che va sottolineato per questo costrutto di tipo possessivo è che esso produce complémentarité tra il passaggio al Nome (un Ogg privo di un ruolo specifico) dei tratti lessicali del verbo mordere, grazie al PPP attributivo che rimarca il ruolo PAZ del Nome, e la non agentività del Sogg: siamo di fronte ad una situazione statica, che raggiunge il suo massimo grado nella terza ed ultima fase, ovvero in C; C-Servus morsus est "Il servo è/risulta morso (= porta i segni di un morso)": predi-cazione di tipo nominale che attribuisce i tratti del nome del predicato al Sogg, assegnandolo ad una (sotto)classe, nel nostro caso quella dei servi morsi. Pur mante-nendo un legame semántico con il verbo azionale mordere, e quindi con la presup-posizione di un AG, il PPP perde il legame con l'AG della fase A, e funge da Agg attributivo-restrittivo di un Sogg portatore di una propriété supplementäre rispetto a quella intrínseca alia testa nominale (servus); questo stadio segna il massimo di astrazione dal co-testo dato in A. La domanda che si impone a questo punto è la seguente: quäle dei valori assunti dal PPP in B e rispettivamente in C va attribuito al PPP morsus sotteso alia ripresa Servus dell'es. 10 (Catulus servum momordit. Servus eum/illum captavit)? Nessuno dei due. Una risposta del resto scontata, dato che sia in B che in C il PPP riguarda il Nome della prima, non della seconda menzione, e che il suo passaggio alla seconda comporta dei cambiamenti. II passaggio implica invero l'esistenza di un preciso AG, che va espresso (catulus), e non un AG presupposto únicamente dalla valenza del verbo transitivo, come awiene nella fase C. Quanto al punto B, una sua applicazione al Nome della ripresa darebbe: Catulus servum momordit et servus, quem (catulus sibi) morsum habet [anziché habebat], eum/illum captavit "Un cucciolo morse un servo ed il servo, che il cucciolo ha/si ritrova morso [predicativo dell'Ogg], lo catturó." L'inapplicabilità del modulo possessivo al Nome della seconda menzione deriva dall'incoerenza prodotta da habet al presente, accettabile solamente se inteso come presente storico, cosa improbabile, dato che verrebbe ad interrompere la continuité della forma grammaticale dei predicati precedente e seguente. Tuttavia, considerato che neppure i due predicati momordit e captavit riflettono fedelmente la relazione lógica di successione temporale delle due sequenze frasali, ma che ciononostante lo scarto logico-grammaticale viene tollerato, in nome di questa compatibilité potremmo sosti-tuire il costrutto possessivo che figura al presente (quem (catulus sibi) morsum habet) con uno al passato: quem catulus momordit. II latino, tuttavia, come l'italiano, in questo caso ricorrerebbe alia anteriorizzazione: quem catulus morserat "che il cucciolo aveva morso", dove l'antériorité è riferita al tempo della ripresa, ed è estrinsecata in duplice maniera: con un tempo grammaticale di antériorité e con il richiamo semántico all'azione precedente. Date queste prérogative, la sostituzione ipotizzata non puó aver luogo, dal momento che il costrutto possessivo procede al modo esattamente opposto: 37 esso invero registra il momento successivo al primo predicato, avvicinandolo cosi al tempo dell'esecuzione del discorso, senza tener conto del secondo predicato. Ció av-viene grazie allo sviluppo in forma analítica délia potenzialità tipica del perfetto latino (a struttura sintética) ereditata dalP indoeuropeo, quella cioè di esprimere il valore aspettuale di stato conseguito al termine di un'azione espressa da un verbo risultativo. L'unione del presente di habeo e del passato, costituito dal participio passivo (per cui si parla di perfetto presente), è tesa a cogliere il dopo dell'azione espressa dal perfetto storico: il costrutto passivo ne coglie l'aspettualità, ossia le conseguenze; il passato prossimo romanzo ne coglie la temporalité. Come e quando avviene il passaggio? Considérate il mutamento morfosintattico e semántico che il passaggio comporta, come spiegare - per riprendere le parole di Ramat (1984a: 154) - il fatto che litteram scriptam/-um habeo diventa habeo scriptum litteraml Torniamo alia prima parte dell'esempio lO.b - Catulus servum momordit - e imma-giniamo che un ascoltatore voglia sapere come mai il cucciolo abbia morso il servo (come mai questo sia potuto accadere, dato che, p. es., il cucciolo era notoriamente inoffensivo). Come formulera la domanda? Va premesso che la domanda è comunque una ripresa, ma di un tipo spéciale, in quanto non aggiunge nuovi predicati e/o nuovi Nomi, ma implica ulteriori informazioni su una frase già formulata, i cui componenti perianto risultano noti (e determinati). Inoltre, essendo il predicato di tipo aoristale, la domanda/ripresa sottende sia gli effetti (nel caso dato) dell'atto del cucciolo, sia il fatto che la domanda segue l'atto stesso. Vogliamo allora saggiare come funziona il costrutto possessivo in una ripresa di tipo iterativo-dialogico, se cioè sia più orientato verso l'aspetto o verso la temporalità? Prendiamo la domanda "Come mai il cucciolo lo ha morso?" in una versione latina alquanto improbabile, puramente strumentale come ad es. Per quid [= Cur\ catu-lu(s) illu(m) morsu(m) habetl L'interpretazione di costrutto possessivo non potrebbe che daré "Perché (= per quale motivo) il cucciolo (ora) ha/si ritrova il servo morso?", al che non si potrebbe rispondere altrimenti che Per quid (= quia) catulu(s) illu(m) morsu(m) habet", che nell'interpretazione di costrutto possessivo darebbe "Perché (= per il fatto che) il cucciolo ha/si ritrova il servo morso", una risposta tautológica di tutta evidenza, che, insieme alia domanda, rende il dialogo inefficace quanto assurdo. II che eselude che il costrutto habere+PPP in riprese di questo tipo possa avere valore aspettuale, mentre suggerisce che proprio in tal modo abbia acquistato quello temporale. E il valore temporale, per distinguersi dal possessivo, che pure persiste non solamente in latino ma anche nel romanzo, richiede quantomeno una diversa collocazione dei costituenti, pena un'odiosa ambiguità: Per quid catulu(s) illu(m) habet morsu(m)l (oppure: ...habet illu(m) morsu(m)l) "Perché il cucciolo lo ha/hallo morso?" Un accorgimento, questo, di natura squisitamente pragmatica, e quindi sintatticamente marcata, che tuttavia cesserà di essere tale una volta generalizzata. 38 La risposta ad una domanda formulata in questi termini implica il medesimo criterio (Per quid [= quia] ille/illu ei habet tollitu(m) ossu(m) de bucea), dal momento che in entrambi i casi l'oggetto del discorso non è il contenuto proposizionale, già noto, ma il movente dell'azione. La differenza tra questo nuovo costrutto di tipo perifrástico e quello possessivo è profonda: il possessivo implica due Sogg, di cui uno espresso, e precisamente quello con ruolo POSS di un verbo "avere" autonomo, e l'altro inespresso, tuttavia presup-posto come AG dell'azione sottesa al PPP, i cui i tratti peraltro vengono assegnati all'Ogg-tema grazie alla sua 'passivizzazione': nell'insieme il costrutto possessivo è altamente statico; quello perifrástico, all'opposto, è altamente dinámico, dato da un único Sogg AG di un único predicato esprimente azione (o attività, owero azione con target inespresso: cfr. Fici-Giusti 1994: 41), realizzato in maniera composita, owero da un PP attivo che assegna al Sogg i tratti lessicali del verbo tramite la marca grammaticale costituita da un verbo "avere" AUX desemantizzato e átono10. Questo recupero del carattere azionale/attivo da parte tanto del predicato quanto del Sogg permette di allineare il perfetto perifrástico al perfetto storico da cui l'abbiamo fatto derivare nell'ambito del discorso-dialogo. A parte l'opposizione strutturale sin- A questo punto vorremmo fare due osservazioni: 1) se è vero che un mutamento come quello appena illustra-to è attecchito nella pratica del dialogo, è bene rammentare che il primo ad aver avviato la ricerca su questa forma di discorso, sviluppando l'idea humboldtiana che vi scorgeva l'àmbito in cui una lingua si crea e si dà una norma, è stato Baudouin de Courtenay, ai cui allievi Síerba e Jakubinskij si debbono i primi tentativi di analisi della forma dialogica (cfr. Di Salvo 1977: 98 sgg.); 2) l'analisi della ripresa 'dialogica' potrebbe forse offrire qualche risposta sul perché il futuro latino, nel divenire romanzo, abbia seguito una direzione opposta a quella del perfetto. Ad un primo approccio, il passaggio da videbo a videre habeo (-» vedro) non sembra infatti implicare le considerazioni fatte per il perfetto latino. Qualunque fosse il valore del costrutto "infinito + habere" (p. es. quello di 'predestinazione', secondo il pensiero di Benveniste [1968] 1977: 95 sgg.), non analisi della forma dialogica (cfr. Di Salvo 1977: 98 sgg.); 2) l'analisi della ripresa 'dialogica' potrebbe forse offrire qualche risposta sul perché il futuro latino, nel divenire romanzo, abbia seguito una direzione opposta a quella del perfetto. Ad un primo approccio, il passaggio da videbo a videre habeo (-> vedrô) non sembra infatti implicare le considerazioni fatte per il perfetto latino. Qualunque fosse il valore del costrutto "infinito+Ziaèere" (p. es. quello di 'predestinazione', secondo il pensiero di Benveniste [1968] 1977:95 sgg.), non poteva essere modi-ficato nella ripresa formulata in forma di domanda, come emerge dal confronto delle due frasi Cras scri-bam/scribere habeo epistulam. - Per quid illam scribes/scribere habesl I due costrutti latini che stanno a monte del perfetto perifrástico e del futuro romanzi sembrano perianto avere assai poco in comune, il che giustifica ampiamente il diverso esito. Poiché la struttura dell'odierno futuro ricalca quello del suo progenitore, potrem-mo pensarlo assai precoce rispetto al perfetto perifrástico, e riportarlo all'epoca in cui la flessione nominale era vitale. Il perfetto perifrástico, all'incontro, potrebbe essere maturato insieme alia perdita della flessione, quan-do ormai le marche casuali gravitano a sinistra sotto forma di prefisso, alio stesso modo della marca grammaticale data dalI'AUX "avere". Una tale lettura verrebbe a invertire i termini della cronologia relativa che colloca l'anteposizione di "avere" al PP in época anteriore alia fusione di Infin. e "avere", ché altrimenti la sequenza PP(P)+"avere" sarebbe stata investita dal processo di univerbazione (cfr. Ramat 1984a: 158). Una riprova della nostra ipotesi sembrerebbe offerta, con un'operazione di ricostruzione 'interna', da sequenze come avró detto, dove un futuro semplice sintético avró funge 'anche' da marca grammaticale della forma perifrástica. Potremmo insomma pensare che all'epoca dell'univerbazione del futuro perifrástico il costrutto possessivo con "avere" in posizione finale fosse ancora vitale, salvo a rimodellarsi con "avere" in posizione iniziale, quando il costrutto acquista valore temporale, ritrovandosi cosi in linea col mutamento tipologico in corso. 39 tetico-analitico, su cui torneremo, le uniche differenze sono date dal 'tipo' di tempo -assoluto nel perfetto storico, relativo nel passato prossimo -, dalla diversa posizione (finale vs iniziale) e dal diverso statuto fonologico delPelemento grammaticale (affis-so vs forma proclitica libera). I tratti grammaticali, invece, coincidono, in quanto espri-mono in entrambi i casi la persona e il numero, essendo andata persa la categoría genere nel passaggio del PP da passivo ad attivo. La forma 'neutra' assunta dal PP attivo e la conseguente non concordanza con il SN/Ogg dipendente dal verbo perifrástico11 puô essere imputata proprio alla sovrap-ponibilità tra il perfetto storico e il nuovo passato. L'uscita in -o del PP verrebbe cosi spiegata da un lato con la coincidenza funzionale tra la desinenza delle forme verbali finite (momordi-t) e le forme finite di "avere" (habe-t), esprimenti bensi il numero e la persona ma non il genere, dall'altro con la diatesi attiva di entrambe le varianti di tempo passato (cfr. Tekavcic 1980: 391, dove l'uscita in -o è interpretata come un tentativo di creare un PP attivo). La neutralizzazione délia categoría genere accusata dal PPP nel divenire attivo (PP) viene cosi a riflettere la nuova opposizione attivo-passivo creatasi nell'ambito del participio passato dei verbi transitivi. La nuova opposizione appare chiaramente se riproponiamo l'esempio 10.a (ora 11 .a) e lo sottoponiamo alla interpretazione derivata dalla predicazione (11 .b): 11 .a Un cucciolo ha morso un servo. Il servo lo ha catturato 11 .b Un cucciolo ha morso [attivo] un servo. Il servo morso [passivo] lo ha catturato [attivo] Sappiamo che l'equivalente latino contempla únicamente il PPP morsus attributivo del Nome ripreso: 11 .c Catulus servum momordit. Servus morsus [passivo] eum/illum captavit Quanta rilevanza ha - se ne ha - la differenza tra latino e italiano? È noto che in moite varietà romanze l'opposizione tra passato prossimo e remoto si è neutralizzata per il prevalere dell'uno o dell'altro (per cui, ad es., al francese e all'italiano settentrionale si contrapppone l'italiano delle regioni meridionali), il che ha fatto riguardare l'esito romanzo come una 'trasformazione conservatrice' (cfr. Benveniste [1968] 1977: 92). Questa interpretazione del fenomeno sembrerebbe cogliere nel segno, dato che, delle differenze rilevate poco sopra tra il perfetto storico e il nuovo tempo emerso da 11 La non concordanza non appare in esempi come Per quid catulu(s) illu(m) habet morsu(mP., data la coincidenza di genere tra illu(m) Ogg e il PP morsu(m), membro lessicale del tempo composto; mentre si osserva chiaramente in una fräse come haec omnia probatum habemus (Oribasio, Syn. 7, 48, esempio tratto da Ramat 1984a: 146; per i modelli tardo-latini con il PP in -o, che riaffiorano nell'italiano rinascimentale, come p. es. veduto la bellezza, cfr. Tekavfiic 1980 II: 390). 40 una ripresa di tipo iterativo-dialogica, viene a cadere quella piü consistente, che oppone un tempo assoluto ad uno relativo. Ma se rivediamo l'analisi ai punti A e B, che abbiamo fatto seguire agli ess. in 10, ci accorgiamo che, in realtá, l'opposizione riguarda solamente la prima frase di una sequen-za, nel senso che essa si instaura tra due diverse modalitá (rispettivamente assertiva e interrogativa) di esprimere una medesima proposizione nel corso di un dialogo (Catulu(s) ser-vu(m) momordit - Per quid [= Cur] catulu(s) illu(m) morsu(m) habet?), e non riguarda dunque l'opposizione tra una sequenza frasale al perfetto - che ormai identiñcheremo col passato remoto italiano - (Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturó) ed una al pas-sato prossimo (Un cucciolo ha mor so un servo. II servo lo ha catturato). Questa circostan-za fa riguardare come non rilevante l'opposizione tra tempo assoluto e relativo, venendo a confermare il carattere conservativo del mutamento. II mutamento tuttavia c'é stato, e va coito in due passi: quello in cui il valore aspettuale di 'stato che viene dopo un'azione' viene reinterpretato in termini di successione temporale, e quello in cui il nuovo tempo verbale viene esteso da una ripresa di tipo dialogico ad una di tipo monologico, rappresenta-ta dalla sequenza di frasi con predicati diversi ("Un cucciolo morse un servo. II servo lo ha catturato"). L'innovazione naturalmente si completa con la generalizzazione dell'e-stensione awenuta, e ció si verifica quando la periírasi compare anche nella frase iniziale (es. 11.a), riproducendo cosi pienamente le relazioni temporali all'interno della sequenza, giá proprie del latino, come si evince confrontando tra loro ll.be ll.c12. Infatti il PPP della ripresa nomínale ("morso") esprime in entrambi i casi anterioritá ("il servo che era stato morso"), con richiamo dell'azione che precede ("mordere") portata ad un momento anteriore ("era stato morso") rispetto all'azione che segue ("catturó"). In ultima analisi, il mutamento coincide con la grammaticalizzazione (o assorbimen-to nella sintassi) di un costrutto (sintatticamente) marcato nato nella prassi dialogica. Verificata la convergenza delle due strutture, latina e italiana, rimane il dubbio legittimo che un travaglio come quello ripercorso a grandi linee non abbia sortito altro che un mutamento conservativo. Che non sia proprio cosi pare dimostrato dal fatto che, a paritá di relazioni temporali nell'ambito di una sequenza frasale, l'italiano presenta simmetria nell'opporre un PP attivo al PPP sotteso alia ripresa nomínale (Un cucciolo ha morso un servo. II servo morso lo ha catturato), diversamente dal latino, che gli oppone la forma sintética di perfetto attivo (Catulus servum momordit. Servus catulum morsum captavit). Ma la simmetria non riguarda tanto la forma quanto la sostanza: perché, al di la della forma sintética del perfetto, la diatesi del participio ad esso sotteso (secondo quanto detto al La circostanza che il valore temporale della nuova formazione si sia evoluto da un costrutto di tipo aspettuale non fa che ribadire una tendenza tipica del latino spesso sottolineata; come puré é stato sottolineato il carattere ciclico del passaggio da una fase aspettuale ad una temporale, documentata fin dalle prime attestazioni del sistema indoeuropeo (cfr. Ramat 1984a). 41 punto B), non é attiva, bensi quella passiva del costrutto possessivo 'statico', con un PPP che separa dal soggetto del costrutto stesso l'azione ad esso connessa (il mordere), riducendo il Sogg a semplice 'possessore' di un Ogg, cui sono passati i tratti lessicali di "mordere", fino ad eclissare del tutto il Sogg come AG, secondo quanto é detto sopra, al punto C. Nella sequenza di frasi non iterative, ovvero nel discorso mono-logico, il latino viene dunque ad opporre al PPP della ripresa (servus morsus) un PPP dell'antecedente (servum morsum) il cui AG rimane oscurato, e che pertanto non puó emergere nella ripresa: si sa che il servo é stato morso, ma non da chi. Questo esito, che implica la rimozione dell'AG, é tipico del costrutto possessivo, e si evidenzia ad es. nel dativo di possesso latino (Mihi est bene aedificata domus), dove non é detto che la casa sia stata costruita dal suo POSS, che, se espresso, figurerebbe come agentivo a me "da me") ed emerge nel suo omologo russo (Stat'ja u menja perepisana "L'articolo ce l'ho (ri)copiato" letteralmente "L'articolo presso di me copiato", dove, quello che nella forma attiva Ja perepisal stat'ju "Ho (ri)copiato l'articolo" funge da Sogg/AG, nella passiva esprime localizzazione; cfr. Fici-Giusti 1994: 64-67). II superamento della fase aspettuale del costrutto possessivo latino e la generaliz-zazione del nuovo tempo perifrástico, rendendo dinamici tutti i predicati a qualsivoglia livello, riequilibra, per cosi diré, la situazione all'interno della sequenza frasale, man-tenendo vivo nella forma passiva il ruolo di AG della forma attiva (nella passiva funge per l'appunto da complemento agentivo: "il servo che era stato morso dal cucciolo"), cosa resa possibile grazie all'opposizione attivo/passivo dei due participi passati. Riproponendo il quesito circa l'eventuale incidenza del parametro passivo/anterio-ritá sul rapporto Sogg/Ogg nel passaggio dal latino al romanzo, potremo allora soste-nere che, nel caso del PPP, il tratto deH'anterioritá é irrilevante (sappiamo infatti che esiste giá in latino: cfr. Catulus servum momordit. Servus ille, qui morsus erat, illum captavit) rispetto alia prototipicitá di passivo che il PPP viene a creare nel suo oppor-si all'attivo: solamente in questo modo, infatti, si crea polaritá tra un Sogg/AG pro-totipico e un AG prototipico (il Sogg/AG divenuto un agentivo, secondo quanto detto sopra, sez. 2. punto e)). Potremmo diré che l'opposizione al PP attivo 'riattiva' il con-tenuto azionale di quel PPP che in Servus morsus est del punto C si era ridotto ad attributivo, spezzando il legame AG/PAZ tra catulus e servum della fase A. La polaritá attivo/passivo, nel chiarire i ruoli semantici AG/PAZ e quelli sintattici Sogg/Ogg, imprime maggiore forza neutralizzante al loro incrociarsi nel punto in cui un Ogg/PAZ della prima frase diviene Sogg/AG della seconda, con conseguente livel-lamento delle marche di Nom e Acc, di cui si é detto. Se il livellamento é iniziato da qui, si puó comprendere quale peso possa avere per un sistema la dotazione di un predicato composto da AUX "avere" + PP attivo di un verbo azionale, che, insieme al PPP specificante che ne deriva a livello di discorso, crea un'opposizione perfettamente calibrata tra l'AG ed il PAZ. Abbiamo infatti visto come l'indebolimento delle desinenze casuali dei casi diretti, conseguente a detta dota- 42 zione, abbia favorito lo sviluppo dell'Art che, se per un verso 'determina' (ossia rende Det) il SN anaforico, assumendone inoltre i tratti grammaticali di genere e numero, per altro verso sürroga la categoría del caso. 4.1. AUX "avere" —> diatesipassiva = mutamento tipologico del sistema slavo Che il ragionamento fin qui sviluppato abbia qualche fondamento sembrerebbe provato dalla circostanza che la lingua slava che ha massimamente sviluppato l'Art e ha perso la flessione casuale - vale a diré il macedónico -, é anche Fuñica ad aver por-tato alie ultime conseguenze la trasformazione del perfetto possessivo (relativamente diffuso nel dominio slavo) in un tempo in tutto simile al nostro passato prossimo. II macedónico, inoltre, all'opposto dello sloveno, contempla la presenza di un PPP so-stitutivo della relativa specificante nella ripresa nomínale, il che starebbe a dimostrare la stretta correlazione tra la diatesi passiva e quella attiva del passato perifrástico di verbi azionali con AUX "avere". I restanti fenomeni risultano conseguenti. Ma vediamo un paio di esempi illuminanti della situazione del macedónico (il primo é tratto da Fici-Giusti 1994: 144; il secondo si deve alia cortesía di un'informa-trice di Skopje, profuga in Friuli): 12.a Toj mi ja pokaza, no jaz vek'e ja [femm.] imav videno [neutro] "Egli me la indicó, ma io la [femm.] avevo giá visto ['neutro'] [it. = femm. vista]" 12.b Mar jan sakase edna devojka, no sakanata/ljubovnica go ostavi "Mario amava una ragazza, ma 1'amata [PPP sostantivato/Nome] lo ha lasciato" Procediamo ad una rapida descrizione. In 12.a il piuccheperfetto attivo é costruito con AUX "avere" e PP attivo a desinen-za neutra, non concordato in genere e numero con Y Ogg ja "la" (Pron personale al femm. sing.). Sulla discrepanza con l'italiano, che in questo caso osserva la concor-danza, essendo il Nome ripreso con un sostituente, torneremo tra poco. II macedónico si allinea invece all' italiano - ma, assai piü significativamente, al greco moderno che conosce forme del tipo s%ú) ypa[i/usvo\ cfr. Banfí 1985: 158) nel trasformare in attivo un PPP in -n, che viene cosi a creare l'opposizione attivo/passivo senza modificare la veste del participio passato, salvo a mantenere il tratto di genere in quello passivo. La conservazione del genere e quindi l'accordo con il Nome é documentata in 12.b, dove la ripresa dell'antecedente di genere femm. edna devojka "una ragazza" é eseguita con il PPP Det al femm. sakanata "l'amata"13. Fici-Giusti 1944: 143 sgg. sembra condividere la tesi secondo cui in macedónico il participio in -n!-t non andrebbe considérate come passivo. Sarebbe troppo complesso discutere qui una questione tanto delicata, con- 43 Due sono i punti di carattere generale che andrebbero approfonditi: la discrepanza it./maced. in 12.a. riguardo all'accordo del PP attivo con il complemento Ogg e la sostantivazione di un PPP in 12.b. Iniziamo dal secondo, per il quale vorremmo sostenere, alia luce del quadro com-plessivo sinora emerso, che la possibilitá di sostantivare un PPP fino a cavarne un nuovo lessema é legata al perfetto equilibrio delle due diatesi - attiva e passiva -, il quale a sua volta é reso possibile dall'incrocio di ruolo semántico e sintattico del Nome ripreso. II passaggio da PPP sostantivato a sostantivo presuppone naturalmente un contesto generico del tipo: "Anticamente i militari venivano assoldati", da cui: "Un (as)sol-dato spesso e volentieri tradiva l'esercito che lo arruolava". E cosi che devono essere nati lessemi come (il) dato, (il) viso e sim. Un nome siffatto, oltre a recare i tratti lessi-cali del verbo corrispondente, presuppone le rispettive valenze di tipo diretto, ovvero un Sogg ed un Ogg: "il viso" é una cosa vista da qualcuno che la vede. Ció significa che un nome siffatto presuppone entrambi i macroruoli di source e affected entity. L'assunzione del principio secondo cui la transitivitá ha carattere scalare (cfr. Fici-Giusti 1994: 28) riesce a dar conto anche di nomi come corso, parto, che, pur rinvian-do a verbi intransitivi, presuppongono ad es. qualcuno che fa o segue un corso14. Nello sloveno questo non accade, perché il suo sistema non contempla un PPP ambivalente. Ma, con pochissime eccezioni, non prevede neppure sostantivi derivati dal participio preterito attivo in -/, -la, -lo, che puré é generalizzato per transitivi e intransitivi nella formazione dei tempi perifrastici, tutti con AUX "essere", (sem videl "ho visto", sem sel "sono andato")15. Conosce invece derivati dal PPP di genere neutro in -je (nomina actionis: cfr. Nahtigal 1952: 173 sg. e 105) come petje "canto", ma anche in questo caso l'azione é di tipo attivo: il fatto di cantare. Diversamente avviene per it. canto, un antico PPP, correlabile sia ad un AG/Sogg sia ad un tema/Ogg, che esprime "una cosa che qualcuno canta". Tutto questo non fa che confermare l'orienta-mento esclusivo dello sloveno verso l'AG/Sogg e la polaritá dell'italiano. sapevoli, peraltro, che quanto andiamo svolgendo in proposito andrebbe minuziosamente verificato. Un approccio fruttuoso potrebbe essere quello di confrontare certe analogie tra l'italiano dialettale e/o antico e alcuni dialetti macedonici, che segnalano reazioni affini al mutamento sperimentato o in corso di sperimen-tazione. Per il macedónico ricorderemo AUX "essere"+PP attivo in -nl-t in luogo del preterito il -/: Taa e jade-na (Fici-Giusti 1994: 144) secondo slov. Ona je jedla, letteralmente "Ella é mangiata" per "Ella ha mangiato"; per l'it. dialettale te so vvisto per "ti ho visto" o, all'inverso, ha statu "é stato", secondo il tipo delle aree romanze laterali (cfr. Tekavíic 1980 II: 335). La conversione (o transcategorizzazione) registrabile per participi siffatti potrebbe dar conto del proliferare di formazioni participiali 'ibride' come chiusto, visto e sim. (cfr. Tuttle 1997: 35 sgg.), tese a distanziarsi fonéticamente dalle forme originarie lat. clausu(s/m)—> chiuso, visu(s/m) viso, ormai avviate verso la sostantivazione. Una trafila come PPP viso Nome viso PPP visto -> Nome visto -> vistare -> PPPP vistato potrebbe dunque trovare spiegazione nell'incrocio di ruoli semantico-sintattici tipico del dominio (neo)latino. Un'eccezione é data ad es. dal termine di genere neutro poreklo "cognomen", una formazione relativamente recente sorta come ipostasi dal SP *po rekle "preko imena" (Bezlaj 1995), dove reklo é un participio preterito sostantivato in -lo. 44 Resterebbe ora da esaminare il diverso modo in cui macedónico e italiano rappor-tano il PP attivo al complemento Ogg, come emerge dall'es. 12.a, che oppone e ja [femm.] imav videno [neutro] a it. me la indicó, ma io la [femm.] avevo giá vista [femm.], anziché visto ['neutro']. Una delle probabili cause dell'opposto trattamento del Pron anaforico nei due sistemi potrebbe dipendere, a nostro parere, dal fatto che il macedónico conosce etimi dis-tinti per Pron personale clitico e Art, contrariamente all'italiano, che li attinge entram-bi a lat. ille/illum, con il conseguente pericolo di fraintendimenti delle rispettive fun-zioni e la necessitá di ovviarvi in qualche modo. Abbiamo in mente anzitutto quella fase dell'italiano in cui da un lato le due categorie sintattiche erano omofone ed il Pron poteva essere enclitico rispetto a forme verbali finite, e dall'altro un PP poteva fungere da membro di una forma verbale perifrástica o da Nome, dando luogo a contesti ambigui. Uno dei rimedi contro una simile eventualitá potrebbe essere individuato non soltanto nella regolamentazione fórmale e sintattica di Pron e Art illustrata da Vanelli per i dialetti italiani settentrionali (Vanelli 1996), ma anche nell'accordo del PP con il Pron anaforico ad esso anteposto, pena la interpretazione di una sequenza siffatta come Art+Nome. Per maggiore chiarezza trasferiamo l'ipotesi su una frase-modello, assolutamente 'strumentale', in cui il segmento fonico [lo] della seconda frase potrebbe stare tanto per lo Art quanto per l 'ho <— Pron la + AUX ho. Immaginiamo dunque una sequenza di parlato come Ho scritto una lettera. [lomessoalpostoindicato], dove il segmento [messo] potrebbe fungere tanto da PP di genere 'neutro' del verbo metiere (<— lat. mit-tere) - che sta giá sviluppando il valore "mettere, posare" accanto all'originario "inviare" -, quanto da Nome messo, scaturito dal PPP lat. missu(s/m). Con tali premesse, ricostruite ad hoc, ma che non debbono essere lontane dal vero, la frase chiusa in parentesi quadra poteva trovare due interpretazioni, di cui solamente la seconda attribuibile alie intenzioni del locutore: "II messo ha il posto indicato (sottinteso: "sulla lettera")" oppure "L'ho messa al posto indicato". Come si puó notare, il senso deside-rato implica un 'accordo superficiale' del PP con il Pron (la ho messo la ho messa). La nostra ipotesi, a fronte di altre, che scorgerebbero ad es. in detto accordo una sfumatura aspettuale (cfr. Ramat 1984a), muove dall'equivalenza instaurabile tra una coordinazione al passato remoto, dal valore prettamente temporale (Scrissi una lettera e la misi al posto indicato), ed una al passato prossimo (Ho scritto una lettera e l'ho messa al posto indicato), che, rispetto alia precedente, rifletterebbe semplicemente un diverso uso, regionale o infórmale, dell'italiano. 45 PARTE II Art ví Des - Dim vs Art - Art [+/- Def] alla luce deir 'articoloide' dei dialetti sloveni Nell'analisi contrastiva eseguita nella Parte I del presente lavoro abbiamo contrap-posto dapprima il latino e l'italiano alio sloveno, sulla base délia presenza/assenza délia diatesi passiva e dell'Art; abbiamo quindi trasferito l'opposizione alPinterno del dominio slavo, distinguendo tra sloveno, lingua priva di passivo e di Art, e macedónico, caratterizzato invece proprio da tali catégorie, con in più il perfetto perifrástico e l'AUX "avere", tipici del romanzo. In questa seconda parte volgeremo Pattenzione a tre dei tanti dialetti sloveni che, per essere dotati, come già ricordato, di una sorta di Art Det, o 'articoloide', da questo punto di vista, perlomeno, sembrerebbero collocarsi a metà strada tra lo sloveno standard e il macedonico. Nostra intenzione non è certo quella di allargare troppo gli orizzonti délia ricerca, che ci condurrebbe troppo lontano. Intendiamo anzi restringerla alla sola problemática dell'Art, la quale richiede un lavoro di riordino delle componenti che ruotano intorno a detta categoría. Gli 'articoloidi' presentí presso i tre dialetti sloveni da noi esplorati - quelli delle Valli di Resia, del Torre e del Natisone, a ridosso del confine italo-sloveno - sono dati dai clitici te, ta, to\ ti, te, ta. Lo status di queste particelle non è ancora stato analizza-to a fondo, per quanto abbia suscitato l'interesse di diversi studiosi, che di volta in volta vi hanno scorto un calco morfosintattico sul tedesco (cosi Kopitar: cfr. Benacchio 1996a e 1996b) o sul romanzo (cosi Pellegrini 1972: 87 sgg.) o lo hanno interpretato come effetto secondario délia cosiddetta 'moderna' riduzione vocalica, per cui la per-dita dell'uscita -i (<— plsl. *jï) dell'Agg Det al Nom sing. masch. - Púnico caso ad aver mantenuta viva l'opposizione tra declinazione nominale e pronominale, risalente all'antico slavo - sarebbe stata compensata da un pronome dimostrativo indebolito, che avrebbe assunto la funzione dell'antico pronome anaforico-relativo *jï (Kolaric 1960: 196) "mantenendo perô traccia del suo precedente regime sintattico" ovvero la posizione in proclisi (Benacchio 1996a: 14). La prima precisazione da fare è che le due ipotesi - quella dell'influsso esterno e quella di un'evoluzione interna - vanno riferite a due catégorie diverse: nel primo caso, infatti, il calco riguarderebbe l'Art Det 'anaforico' esterno al sintagma, quello cioè che riprende il sintagma antecedente; il secondo caso, invece, riguarderebbe il Pron anaforico interno ad un SN accompagnato da un Agg modificatore, restrittivo dei trat-ti délia testa nominale (cfr. Ramat 1984b: 117; Nocentini 1996: 30 sgg.). Il primo caso, nell'area considerata, contempla típicamente un SN 'noto' privo di Agg attributivo (cfr. resiano (res.) ni bo bili pásli te konjé nu te wówce "avranno pascolato i cavalli e 46 le pecore": da Steenwijk 1992: 195), mentre il secondo riguarda esclusivamente un SN modifícate, che alterna due strutture: N-Pron-Agg e Pron [o Art?]-Agg-N (cfr. dial, del Natisone zèjac te prâf[masch.] "il coniglio quello/il vero (= domestico)" e rispettiva-mente res. te právi zéc "il coniglio vero (= domestico)". Il confronto delle due ultime strutture sembrerebbe invero invalidare da subito l'ipotesi di Kolaric, dato che quella resiana presenta il clitico in aggiunta, e non in so-stituzione del suffisso Pron -i. Il Kolaric, tuttavia, attribuisce taie ridondanza alla insensibilité dei parlanti per la distinzione tra forma lunga e breve dell'Agg, a seguito délia neutralizzazione ricordata. La nostra analisi verrà a delineare un quadro alquanto più complesso dell'intera questione. L'ipotesi di un elemento te frutto di imitazione risulta oggi largamente superata, poiché si è appurato che esso accompagna il diasistema sloveno fin dalle prime atte-stazioni, salvo ad essere stato espunto dalla norma agli inizi dello scorso secolo come tratto non 'slavo' (cfr. Benacchio 1996a: 2 sg.). L'interrogativo riguardo all'elemento te potrebbe porsi, a nostro avviso, nei seguen-ti termini: il clitico te che compare in res. te konjé nu te wówce "i cavalli e le pecore" è la forma indebolita dell'Agg Dim jté "quello" (cfr. Benacchio 1994: 231 ; 1996b: 45) o è la continuazione atona e svuotata del tratto Dim dell'antico Pron/Agg tü, indicante un oggetto a media distanza dal locutore? (cfr. Kolaric 1960:passim, specie 189 e 196; Benacchio 1996a: 43 nota 1). E inoltre: il te del modulo resiano te právi zéc è la pro-manazione del Pron che presso il dialetto del Natisone si trova all'interno del modulo zèjac teprâf, sicuramente non Dim in quanto stante effettivamente per l'affisso agget-tivale -i, oppure, di nuovo, un Dim indebolito? Infatti, altra cosa è un'alternanza tra il clitico te ed una forma, tónica o atona, classificabile come Dim, che darebbe al primo statuto di Dim a tutti gli effetti (cfr. it questo/sto <— esto); altra cosa l'impossibilité di un'alternanza siffatta, che vedrebbe l'antico tü investito di una funzione tutta propria, quella connessa con la nozione di 'articoloide', che cercheremo di chiarire. 5. ART VS DES - DIM VS ART - ART [+/- DEF] Il punto da cui muovere è dato crucialmente dalle relazioni esistenti tra le catégorie Dim e Art del romanzo da un lato, e l'entità 'para-Art' dei dialetti sloveni dall'altro. E una volta stabilito che il sistema sloveno ignora la categoría Art tipica del romanzo -come afferma lo stesso Skubic nel suo recente 'pronunciamento' in tal senso, rilevando che l"articoloide' non correda mai il SN a riferimento generico costituito dal solo Nome -, cercar di chiarire la o le differenze tra Art romanzo e clitico sloveno, tenen-do presente il loro diverso rapportarsi nei confronti délia categoría caso. 47 II richiamo al criterio assunto da Skubic per stabilire se lo sloveno possegga o meno la categoría Art ci obbliga a ricordare anche quello di Tolstoj, che aveva invece ravvisato nell"articoloide' un vero Art, in quanto passibile di accompagnare un Agg sostantivato a referenza generica (o 'generalizzante', secondo la sua terminología: cfr. Benacchio 1996a: 11). Entrambi i criteri, quello di Skubic e quello di Tolstoj, faranno implícitamente da sfondo alie riflessioni ispirate via via alia situazione dialettale presa in considerazione. Rivediamo anzitutto Art in relazione alia tríplice opposizione rilevata per il Nome nel suo passaggio dalla prima alia seconda menzione (Nj e rispettivamente N2), che si evidenzia nel passaggio Art Indet -> Art Det.. La prima opposizione, di tipo semantico-predicazionale, oppone 'un tale che é/era servo' degli ess. 2.a e 2.b (sez. 1) ad un servo preciso, quello 'morso dal cucciolo'. La seconda, di tipo semantico-quantificazionale, oppone i medesimi sintagmi come 'uno' vs 'il solo', o, con notazione diversa, "un x" vs "il solo xy". La terza opposizione, prag-matico-testuale, viene connessa con la nozione di 'noto', sólitamente distinta ma nel contempo sommata a quella di 'dato', una distinzione che mettiamo in discussione da súbito, per come é stata impostata, e che ad un confronto diasistemico friulano-italiano ed intersistemico slavo-romanzo risulterá bisognosa di una revisione. In base a detta distinzione, l'elemento [- dato], correlato alia forma Indet di Art, riguarderebbe l'asserzione da parte del parlante circa l'esistenza dell'entitá di riferi-mento di N,, peraltro sconosciuta (- nota) all'ascoltatore; mentre il [+ dato], espresso con Art Det, 'darebbe' come presupposta - e naturalmente nota - l'esistenza 'testuale' del referente di N2 Det (cfr. Korzen 1996: 84 sg., 334 sg. 684 sgg.). Una defínizione piú generica, e quindi interpretabile in maniera piü elastica, intende per 'dato' "ció che si suppone presente nella coscienza dell'ascoltatore al momento in cui viene pronun-ciato l'enunciato", típicamente "un elemento che sia stato presentato nel contesto lingüístico precedente" (il concetto é di Chafe 1973, cit. in Vanelli 1986: 252). Ora, senza scendere nei dettagli di una questione tanto complessa, osserveremo che, mentre la nozione [+/- noto], in quanto connessa con un processo di individua-zione e di specificazione del referente testuale, come quello fínora considerato a proposito del SN un servo/il servo, puó venire correlata all'opposizione [+/-Det] dell'Art, quella di [+/- dato] sembra inapplicabile in considerazione quantomeno di due circo-stanze: 1) come puó il locutore 'parlare' - a qualsivoglia titolo, anche in termini di negazione - di qualcosa che non sia 'dato' a lui stesso, prima ancora che all'ascoltatore? L'assurdo viene del resto chiarito dalla defínizione di Chafe appena cit., che ri-tiene un elemento lingüístico 'dato' dal parlante alia coscienza dell'ascoltatore nell'i-stante stesso in cui viene proferito: se ció é vero, tale elemento a maggior ragione deve essere presente alia coscienza del locutore, e diventa irrilevante pensare come típicamente 'dato' "un elemento che sia stato presentato nel contesto lingüístico precedente", perché, in tal caso l'elemento sará, semmai, 'noto'; 2) se trasferiamo le due 48 nozioni di 'dato' e 'noto' ad una frase generica, come ad es. Un/Il cane è sempre fe-dele, la neutralizzazione evidenziata dalla intercambiabilità delle forme Det/Indet di Art riguarda il tratto di notorietà derivante dal tipo di predicazione, parafrasabile come "È universalmente noto nell'ámbito di una certa cultura che un!il cane, come tale, è fedele" e opponibile ad una predicazione non generica del tipo Ho visto un cane-, men-tre invece il carattere 'dato' dell'oggetto di predicazione permane costante e non entra a far parte di alcuna opposizione, se non quella di conoscere e saper usare o meno la parola cane. La questione, insomma, rientra nel campo della competenza lingüistica, per cui diciamo fin d'ora quanto emergerá dall'analisi dia- e intersistemica cui si accennava, ovvero che la categoría 'dato' è costituzionalmente priva di opposizione e presiede all'uso della lingua come parte fondante della sua grammatica (quella del Nome, nel nostro caso); quanto alia nozione di 'noto', la riserveremo únicamente al SN a referenza specifica. Affrontiamo ora l'analisi contrastiva sloveno-romanza, rilevando le differenze si-stemiche supplementari rispetto a quelle già colte nella Parte I, muovendo dal solito esempio, che riproponiamo come 14., in versione italiana e rispettivamente slovena: 14.a Un cucciolo morse un servo. II servo lo catturô 14.b Psicek je ugriznil hlapca. Hlapec ga je ujel La differenza macroscópica tra i due sistemi è data dalla mancanza di Art e dalla presenza della flessione casuale nello sloveno, quella stessa che il latino ha perduto nel suo divenire romanzo. L'assenza di Art, peraltro, significa assenza di marche, quindi di visibilità, dei tratti [+/- Def] [+/- noto] 'uno'/'il solo', di cui Art è portatore. Quest'ultimo contrasto slavo-romanzo va sottolineato ai fini di un ragionamento elementare - che facciamo sulla base del latino - secondo cui, se è vero che nelle lingue romanze la categoría Art rimpiazza visibilmente la desinenza del latino, ció awiene a prescindere dal tríplice ordine di tratti semantici elencati, nella misura in cui Art se ne fa carico. In altri termini, Art e Des si equivalgono funzionalmente per la parte che non puó andaré oltre il minimo común denominatore rappresentato da Des: la piattaforma comune è data dal caso; quella non condivisa consta per l'appunto della tríplice opposizione che abbiamo rilevato per Art. Il quesito se e come Art si correli al caso, oltre a prescindere dai tratti più volte ricor-dati, prescinde anche dal suo portato morfologico di genere (masch. o femm.) e numero (sing. o pl.), catégorie distinte da quella di caso. Nel cercare una risposta muoveremo, al solito, da una serie di esempi tesi a rilevare il diverso comportamento di lingue 'sin-tetiche' come lat. e slov. e di quelle 'analitiche' come l'it., cui affiancheremo il friulano (frl.), varietà gallo-romanza dotata del cosiddetto clitico Sogg, o Sogg raddoppiato, una caratteristica assai utile ai fini della dimostrazione che intendiamo fare. 49 Gli esempi che seguono sono incentrati sul Nome in funzione di Sogg tanto come Nj quanto come N2 (tipo a), e sul nome in funzione di predicato nomínale (nome/Pred) (tipo b). Gli esempi dati in it. rappresentano gli equivalenti degli altri. Gli elementi ri-levanti, fin dove é possibile, vengono evidenziati gráficamente; il carattere clitico del Pron frl. é reso in it. con forme aferetiche e apocopate ('"1" e rispettivamente "i"'). Ecco le coppie di esempi: 15.a it. É arrivato un bambino. II bambino era bello 15.b it. Quand'ero bambino... 16.a frl. Al (clit. Sogg = '"1") é rivát un fruí. II fruí al (= '"1") jére bjél 16.b frl. Quánt che o (clit. Sogg = "i"') jérifrut... 17.a lat. Puer venit. Puer pulcher erat 17.b lat. Cum puer eram... 18.a slov. Prisel je otrok. Otrok je bil lep 18.b slov. Ko sem bil otrok... Iniziamo l'analisi con una semplice osservazione, che riprende in parte cose giá dette: se é vero che l'Art romanzo é estraneo a latino e sloveno in quanto portatore dei tratti di definitezza, di notorietá e di quantitá sottesi alie forme Indet e Det con cui esso accompagna il Nome in funzione argomentale - e ció per il semplice fatto che dette lingue mancano per cosi diré del portatore é pero vero che Art come categoría puramente sintattica, preposta al nome, corrisponde a Des, come prova il fatto che, se togliamo Un/Il degli ess. 15.a e 16.a, ricadiamo nella tipología b., dove il nome cessa di essere Arg per diventare Pred (cfr. 15.a É arrivato bambino = da bambino). Sappiamo che il nome/Pred funziona come Agg (di tipo predicativo: cfr. Chierchia 1997: 229), in quanto attiva i soli tratti descrittivi e non quelli sostantivanti, a dif-ferenza del Nome in funzione argomentale. Nell'italiano la differenza funzionale é segnalata dalla presenza vs assenza dell'Art. II fatto che l'opposizione riguardi la pre-senza/assenza di Art come categoría, la affranca automáticamente dai tratti semantici finora attribuiti alParticolo, dato che essi non rientrano in un'opposizione tale da annullare uno degli opposti [+ vs 0] (a fronte di [+/-Def], L'Art in funzione sostanti-vante rappresenta per cosi diré la quintessenza di Art, posta a monte dei tratti stessi, ma da essi altra cosa. L'estraneitá di questo tipo di Art ai tratti che sappiamo, viene ad allinearlo ancora una volta, e per altra via, alia categoría Des, per questo lo terremo distinto dall'altro e lo segneremo come ART. Se ci spostiamo sul versante del latino e dello sloveno, notiamo che la differenza funzionale tra Nome/Arg e nome/Pred non é segnalata: infatti gli esempi di entrambe 50 le tipologie, a e b, presentano Des, sia pure marcata zéro (puer- 0, otrok- 0), mentre l'it. oppone il Nome/Arg al nome/Pred mediante presenza/assenza deU'Art. La discre-panza a livello di Forma Fonética, a parità di funzione, non puo spiegarsi altrimenti che con il carattere analítico del romanzo, che 'traduce' e materializza la marca zéro di Des funzionale (vale a dire argomentale) in un prefisso clitico (ART/Art), omettendolo quando non sarebbe funzionale. II contrasto romanzo-slavo andrà pertanto spiegato con l'inferire che la marca zéro del Nom di lat. e slov. in tale posizione non 'funziona' e il caso viene assegnato únicamente per accordo con il Sogg (cfr. Giusti 1993: 36). 5.1. Art [+/- noto] vs ART/DES/PRON (Dato) Finora abbiamo allineato tra loro Des e ART come catégorie sintattiche legate alia nozione di caso, e lo abbiamo fatto in maniera indiretta, rilevando únicamente la loro funzione sostantivante, senza entrare nel mérito della loro 'consistenza'. Si tratta ora di scoprire l'elemento che le accomuna e deñnirne lo status grammaticale. Tale elemento ci viene indicato dal friulano. L'es. 16.a, infatti, ci permette di individuarlo nel Pron Sogg clitico di 3. persona^/ "i", che compare nonostante la presenza di un SN Sogg e indipendentemente dall'opposizione Indet/Det dell'Art. L'opposi-zione poggia, per cosi dire, sulla piattaforma comune rappresentata dal pronomeAl che, per essere personale, owero designatore rígido, costituisce il maximum della determi-natezza. Che il Sogg clitico del friulano risponda ai requisiti propri della categoría caso e che il caso della flessione nominale altro non sia, per il sistema indoeuropeo, se non la flessione del Pron personale di 3. persona, costitutivo del Nome, emergerebbe dalla seguente riflessione ispirata al comportamento del friulano per l'appunto: la redupli-cazione del solo Sogg e non 'anche' dell'Ogg mediante il pronominale crea un'oppo-sizione non più solamente sintattica SVO, ma anche morfológica, che marca il Sogg e l'Ogg in maniera inversa rispetto al latino: la marca zéro contrassegna infatti il caso dell'Ogg e non più quello del Sogg (laddove il Nom lat. è privo di marche). II carattere di segnacaso del clitico Sogg è dato non solamente dalla sua presenza, ma anche dalla sua veste fonética, che lo oppone al caso degli altri pronominali (cfr. Al "T'-Nom è rivât il frut di Marie e jó lo "lo"-Acc ài salutât): il friulano insomma sfrutta la decli-nazione pronominale per quella nominale. Dalla proprietà del Pron Sogg (costante-mente Det) di essere indifférente all'opposizione Det/Indet segnata su Art possiamo inferire che il Pron è sotteso anche ai restanti casi del friulano, realizzati analíticamente, e in tutti i 'casi' anche in lingue romanze prive di raddoppiamento pronominale, e ciô indipendentemente dalla funzione comunicativo-informazionale, ivi incluso il tipo di referenza, specifica o generica. Infatti, se traduciamo in veste friulana la frase generica Il/Un cane è sempre fedele (cfr. sopra, sez. 5.), abbiamo Il/Un ciàn al è sim- 51 prifedêl, con al altrettanto 'insensibile' alia forma Det/Indet di Art quanto lo era per la referenza specifíca, riportata nell'es. 16.a. L'identico rapporto tra clitico Sogg e forma Det/Indet di Art nei due tipi di referenza viene a confermare il carattere intrínsecamente 'dato' dei nominali, a prescindere dall'intorno discorsivo. L'elemento Pron in parola - che d'ora in poi opporremo gráficamente a PRON, in riferimento alla non visibilité del secondo - diventa visibile, oltre che nel Sogg rad-doppiato del friulano, nei costrutti dislocati (p. es. Me lo dai, il giornale?Hl giornale, me lo dai?) e nelle riprese di tipo sintattico (p. es. Ho incontrato un amico e gli ho chiesto di té). Va osservato, tuttavia, che, tanto nella dislocazione quanto nella ripresa, il Pron, di per sé Det, solo apparentemente si carica del tratto [+ noto] di cui è portatore il corrispondente SN Det. Che l'estensione non sia pertinente puo essere provato da esempi nei quali, a differenza di quelli appena visti, la ripresa Pron riguarda un SN Indet: Me lo dai, un gelato? Quanto alie lingue dótate di flessione casuale, come sloveno e latino, la categoría PRON andrà individuata nei morfemi di caso, il cui carattere pronominale emerge dal-l'accostamento di frl. N, Un ...(Art Indet+ART) [Nom 0] —> N,...// [Art Det+ART] [Nom 0]frut al [Pron] con lat. Puer [Nom 0] e con slov. Otrok [Nom 0]. Tolto Art Indet/Det del friulano, ció che resta è ART/PRON reduplicato, con Nom marcato zéro, funzionalmente equivalente di Des di lat. Puer e slov. Otrok16. L'individuazione del PRON come elemento fondante del Nome e l'instaurazione del parallelismo tra ART romanzo e Des casuale di lingue come latino e sloveno, prive di Art, ci permette di chiarire ulteriormente il rapporto parametrico relativo al SN, intercorrente tra il due tipi linguistici - analítico e rispettivamente sintético - presi in considerazione. Un progresso sulla vía del chiarimento sembra invero possibile se applichiamo i due punti fermi appena ricordati al SN accompagnato da un modificatore aggettivale, quale si presenta nei sistemi italiano e rispettivamente sloveno, tenendo conto del tipo di referenza - generica o specifíca - e dell'impiego - attributivo o 'sostantivo' - dell'Agg. Per favorire la lettura degli esempi-modello della situazione interlinguistica, che daremo via via, vorremmo sottolineare fin d'ora come, al di là del parallelismo instau-rato tra ART romanzo e Des sloveno, vi sia una differenza di fondo tra un ART in fun-zione di 'jolly' atto a 'creare' sostantivi, ricavandoli a livello di parole da qualsivoglia La funzione di 'caso' delle riprese pronominali è stata più volte sottolineata, specie nei più recenti lavori di ámbito generativo, e l'argomento continua a suscitare interesse presso gli studiosi. La novità che sembra emergere dalle nostre riflessioni riguarda l'indipendenza di tali riprese, 'date' per costituzione, dai tratto [+/- noto] dei nominali corrispondenti, il che - se trovasse ulteriori conferme - comporterebbe una diversa lettura dei fenomeni di scrambling - ovvero di risalita - dei clitici, in forza del tratto [+ specifíco] della contraparte nominale (cfr. Cecchetto 1996). Quanto alia categoría astratta ART/PRON, che abbiamo identifícate con il pronome di 3. persona sotteso cosí ad Art come a Des, vorremmo qui perlomeno accennare alia tesi del generativista RM. Postal (1967) che, in un'ottica esattamente opposta alia nostra, pone Art a livello profondo, facendone derivare il Pron di 3. persona (oltre a Pron Dim, naturalmente). 52 classe fórmale (cfr. un/il cresimando, ilfumarelungran fumare), e una Des che 'informa' la classe dei nomi prima di calarli nella parole. Se invero lo sloveno contempla una frase come Kaditi prepovedano = Proibito fumare, con un infinito sostantivato privo di Des, sintatticamente oscillante tra Sogg e Ogg, conosce poi la restrizione sul-l'impiego della forma infinitivale nei casi obliqui e forgia un Nome deverbale la dove l'italiano mantiene la forma di infinito: Molti sono i danni che derivano dal fumare = Veliko škode nam prihaja od kajenja [od+Gen del neutro kajenje]. Una cosí rigorosa distinzione fórmale tra classi impedirá ad un Agg sostantivato di assumere veste nomínale, a differenza di quanto awiene in italiano. La domanda é se la diversa veste fórmale celi una diversa funzione. In via teórica dovremmo invero prevedere che, mentre ART assegna ad Agg statu-to di Nome, l'affisso -i non riesca a farlo, e come elemento relativo-anaforico richia-mi necessariamente (e implicitamente) Des del Nome nei cui confronti funge da restrittivo, in riferimento ad una sottoclasse. L'ipotesi é che una frase a riferimento generico come la 19.a vada letta, in realtá, come la 19.b: 19.a slov. Ubogi vedno strada "Il/Un povero vive sempre di stenti" 19.b slov. Ubogi človek 0 [Nom] vedno strada "Un uomo tale/L'uomo quello che povero vive sempre di stenti" Fin qui l'ipotesi sembra corretta, salvo a richiedere ulteriori precisazioni alia luce del diverso configurarsi del SA nei due sistemi, qualora la referenza sia di tipo speci-ñco. In tal caso, infatti, lo sloveno, a fronte dell'italiano, non ammette l'Agg sostantivato in funzione di Nj e 'aggira' la restrizione coniando il rispettivo Nome: 20.a it. E arrivato un povero. II povero mi ha mosso a compassione 20.b slov. * Prišel je ubogi. Ubogi se mije zasmilil 20.c slov. Prišel je ubožec. Ubožec se mije zasmilil Cerchiamo ora di rispondere alie seguenti domande: "Perché l'affisso Pron di ubogi in 20.b non riprende Des del Nome človek, supposto che vi rinvii implicitamente, se-condo l'es. 19.b? E perché, esplicitando la testa nomínale človek, l'Agg assume la forma Indet, ripresa come Det in N2, come esemplificato in 21 .a?" 21.a slov. Prišel je ubog človek. Ubogi človek se mi je zasmilil 21 .b E arrivato un pover 'uomo. II pover 'uomo mi ha mosso a compassione II punto cruciale va coito nei rapporto tra le nozioni 'noto' e 'dato', che rivediamo in estrema sintesi: - il 'dato' si córrela al PRON costitutivo del Nome ed é indipendente dal tipo di referenza 53 - tale PRON è sotteso a Des nominale di latino e sloveno e alia categoría ART del romanzo - il 'noto' dipende dalla predicazione di tipo non generico, ovverossia da quella su N,, per cui Nj-> N2; nell'italiano tale tratto si córrela alia forma Indet/Det di Art, men-tre in latino e sloveno non viene segnalato (cfr. gli ess. 17.a e 18.a a fronte di 15.a). - la referenza generica neutralizza il tratto 'noto', facendolo coincidere col 'dato'. Una volta posto che lo sloveno ignora la categoría 'noto', la diversa grammaticali-tà registrata in 19.b e 20.b è imputabile, a nostro avviso, únicamente alia categoría 'dato'. Nella misura in cui la predicazione generica (es. 19.b) riguarda i tratti specifi-ci del Nome (intendendo con ció i suoi tratti predicativi o descrittivi, compresi quelli di un suo eventuale modifícatore restrittivo), essi debbono essere 'dati' ovvero determinad lingüísticamente, cosa che si fa visibile nella forma Det dell'Agg sloveno. Il SN modifícato, a motivo délia sua struttura complessa, presentera quindi simultáneamente Des del Nome e l'affisso aggettivale -i (Pron relativo-anaforico di sintagma). In quan-to la referenza generica fa coincidere il 'dato' e il 'noto', neutralizzandoli, il SN Ubogi clovek in 19.a è senz'altro 'noto' - ma non [+ noto] -, al pari di it. Un/L'uomopovero. Passando ai sintagmi a referenza specifica (ess. sotto 20 e 21), poiché, ai fini del discorso, non sono rilevanti i tratti specifici intrinseci (o 'lessematici') di N o di N+Agg, che nell'uso generico sono dati una volta per tutte in prima battuta, per cui manca il pas-saggio Nj -» N2 (infatti, affermato, p. es., che un cane è fedele, posso continuare ad elencare altre propriété comunemente attribuite al cane, fermi restando i tratti 'proto-tipici' di "cane"), ma sono rilevanti i tratti che al Nome - modifícato o meno - derivano dalla predicazione fatta sulla sua prima menzione, e partono, per cosi dire, da N2, potremmo affermare da un lato che l'irrilevanza dei tratti specifici intrinseci di N¡ gius-tifica il fatto che nella prima menzione non siano ancora 'dati' (da qui la forma breve dell'Agg in 21 .a), e dall'altro che, pur nel protrarsi della loro irrilevanza in N2, quest'ul-timo diventa 'dato' nel suo complesso nel divenire Arg'di una nuova predicazione. Ció viene segnalato dalla forma lunga di Agg sloveno (es. 21 .a), se la ripresa awiene con ripetizione del SN, mentre, se la ripresa è di tipo sintattico, viene 'riassunto' nel Pron, esprimente únicamente il 'dato', secondo quanto rilevato sopra per le riprese dislocative e non. Se N2 figura al Nom, come nell'es. 21.b (È arrivato un pover'uomo. II pover' uomo mi ha mosso a compassione), in lingue a soggetto nullo, come quelle da noi considérate, la ripresa Pron sarà 'nulla', owero interpretata coll' elemento pro di matrice generativa: E arrivato un pover 'uomo. pro Mi ha mosso a compassione. Cerchiamo di schematizzare i passaggi descritti per il SN in relazione alia referenza specifica (es. 22) e generica (es. 23), segnando come LUI e rispettivamente ON i tratti generici, ivi compresi quelli grammaticali, legati al PRON (umano, masch. e sing.), con PRED GEN quelli specifici 'intrinseci' (o descrittivi) del Nome, in quanto generici rispetto a quelli dell'Agg, e con PRED SPEC quelli dell'Agg restrittivo, in 54 quanto specificano ulteriormente quelli del Nome; non vengono presi in considera-zione i tratti derivanti dalla predicazione su Np 22. [Nj] Prišel je ubog človek. [N2] Ubogi človek se mije zasmilil "É arrivato un pover'uomo. II pover'uomo mi ha mosso a compassione" [N,] Un LUI tale che uomo [PRED GEN] Un uomo Tak ON, da človek [PRED GEN] Človek-0 Un LUI-uomo [PRED GEN] tale che povero [PRED SPEC] = Un pover'uomo Tak ON-človek [PRED GEN], da ubog [PRED SPEC] = Ubog človek-0 [N2] II LUI che uomo [PRED GEN] L'uomo Tisti ON, ki človek [PRED GEN] Človek-0 II LUI-uomo [PRED GEN] [quello che 0] povero [PRED SPEC] = II pover'uomo Tisti ON-človek [PRED GEN], ki ubog [PRED SPEC] = Ubogi človek-0 23. Ubogi (človek) vedno strada "Il/Un povero vive sempre di stenti" Un/Il LUI-uomo [PRED GEN] [tale/quello che -> 0] povero [PRED SPEC] = Un/L'uomo povero Tisti ON-človek [PRED GEN], ki ubog [PRED SPEC] = Ubogi človek-0 Come si vede, la schematizzazione della referenza generica per lo sloveno coincide con quella dell'ultima fase della referenza specifíca, ponendo in evidenza, in tal modo, la determinazione simultanea dei costituenti del SN generico a fronte di quella com-piuta in due passi per il SN specifíco. Un SN con modifícatore aggettivale presuppone dunque una duplice determinazione: quella del Nome, grazie ad ART e rispettivamente Des, e quella dell'Agg, grazie ad un Pron forico interno al sintagma, in funzione restrittiva della testa nomínale17. Non indugeremo sulle cause (presumibilmente legate alia scomparsa della flessione nomínale) della cancellazione dell'anaforico restrittivo interno al SN, registrata nell'i-taliano, mentre rimarcheremo il fatto che detto elemento, anche se non realizzato fonéticamente, riveste il carattere di formante di un sostantivo complesso, come avviene per PRON sotteso al semplice Nome, con la differenza, non trascurabile, di fungere da specifícatore per cosi diré di secondo grado dei tratti generici del PRON costitutivo del Nome, e di agiré in tal senso in seconda istanza rispetto a quanto avviene per il Nome, vale a diré a livello di parole. I nomi, infatti, fígurano nel fondo lessicale di un sistema, 55 mentre i SN modificati, di cui l'Agg sostantivato rappresenta una variante ellittica délia testa nominale, vengono costruiti nel discorso18, ma non per questo si sottraggono alle rególe valevoli per i Nomi. Ció significa che i SN dell'es. 22 vanno interpretati allo stesso modo dei SN privi di Agg riportati in 15.a e 18.a, e che, per l'opposto con-figurarsi di sloveno e italiano rispetto al tratto [+/- noto], N2 Ubogi clovek delP es. 22 è 'dato', mentre N2 IIpover 'uomo è 'dato'+ [+ noto]. Vediamo ora di fare alcune precisazioni sul comportamento dello sloveno rispetto al tratto [+/- noto], che sappiamo non essere marcato sul Nome e derivare solamente dalla Forma Lógica, grazie alla relativa restrittiva, peraltro non riducibile ad un PPP/Nome (cfr. Parte I, sez. 2). Se lo sloveno manca di Art Det per il tratto [+ noto], ciô non toglie che la notorietà sia ampiamente recuperabile in Forma Fonética attra-verso il Dim anaforico, allo stesso modo che in latino, se, ad es., N, servum "un servo" dell'es. 8.c (Parte I, sez. 3), anziché venir ripreso in forma debole con servus "il servo", viene ripreso in forma forte o 'enfatica' con l'Agg Dim: lile servus "Quel servo". Sappiamo che l'effetto di una ripresa con Dim è quello di un progressivo indeboli-mento dei tratti deittici del Dim, in quanto investito di quelli specifici prodotti dalla predicazione su Nj. E se nella sez. 3 avevamo opposto il latino allo sloveno, era soltan-to per rilevare la possibilità per il latino, ma non per lo sloveno, di ridurre la relativa specificante, sottesa a N2, ad un PPP/Nome capace di neutralizzare i ruoli semantico-sintattici AG/Sogg e PAZ/Ogg e le rispettive marche casuali (Nom e Acc), che lo sloveno invece conserva, dato il suo costante orientamento verso l'AG/Sogg. Tuttavia, se la declinazione slovena è immune dall'appiattimento formale dei casi Nom e Acc in quanto rifugge dalla diatesi passiva, è invece esposta all'indebolimento di tutte le marche casuali ogni volta che impiega Dim nella ripresa del Nome. Questa è l'osservazione che ci immette nel quadro offerte dai dialetti sloveni da noi esplorati. ^ Esiste un'ampia letteratura sull'origine e l'evolversi del modulo complesso Agg+Pron+Nome, testimoniato -con ordine dei costituenti anche diverso - non soltanto dal moderno sloveno. Per una panoramica dall'impianto critico rinviamo ancora una volta a Nocentini 1996. Riguardo allo sloveno, vorremmo ricordare l'affermazione di Gebert (1996: 21 sg.), secondo cui l'affisso délia forma lunga dell'Agg slavo, dovuto alla grammatical iz-zazione del pronome plsl. */', sarebbe da intendersi come marca del modificatore restrittivo del Nome e non come marca di referenzialità dello stesso; e confrontare tale affermazione con la distinzione operata da Parenti (1996: 339) tra forma breve e lunga secondo che il SN sia Pred/non referenziale o referenziale. Premesso che la referenzialità cui alludono i due Autori va identificata con quella di tipo specifico, connessa con N2, ci sem-bra che l'ottica di Gebert coincida con la nostra, ma non contrasti, per questo, con le conclusioni di Parenti, purché si tenga conto che il SN/N2, doppiamente determinato, è referenziale grazie al tratto specificante [+ noto] derivantegli in Forma Lógica dalla relativa restrittiva di cui si è detto ampiamente nella Parte I del presente lavoro e su cui torneremo tra poco. 18 L'affisso anaforico-relativo -;' sembra esprimere bene il ruolo di "operatore di astrazione" del pronome relativo, preposto alla formazione di frasi in funzione di modificatori restrittivi del nome/Nome, che ci permettono di ritagliare in (sotto)classi il nostro universo di discorso in misura virtualmente illimitata (cfr. Chierchia 1997: 244 sgg.). 56 5.2. Nascita di Art Indet - Esplicitazione del tratto [+/- noto] - Indebolimento di Dim —> Dim clitico Prima di entrare in medias res, vorremmo chiarire che non é nostro intento riper-correre nel dettaglio le varié tappe dell'analisi dei singoli fenomeni. E tanto meno muovere sistemáticamente dalle diverse forme in cui si articola e si manifesta la categoría Dim nelle singóle varietá considérate, come ad es.jté, té e tíst it. "quello", forme proprie rispettivamente del dialetto di Resia, del Torre e del Natisone (cfr. Logar 1967). L'analisi preliminare e la descrizione delle peculiaritá, di cui si é tenuto debito conto, vengono invero lasciate a monte dei parametri che abbiamo ricavato e che proviamo ad applicare ai casi a nostro parere piü significativi della situazione attuale. Ma riprendiamo il discorso sull'indebolimento dell'Agg Dim, in quanto correlato al tratto [+ noto], alia luce del resiano (l'es. é tratto da Steenwijk 1992: 191): 19. Nj quaranta bómbuw [Acc+Gen partit.] ...N2 te bombe...se bombe [Nom] "...Nj quaranta bombe...N2 quelle bombe ... queste bombe". Alcune rapide osservazioni: il carattere Dim di te é confermato dal suo alternare con se (<—jsé "questo"), sicuramente Dim, in quanto mai utilizzato come 'articoloide', che sul piano funzionale potremmo allineare a it. ste, forma aferetica di este, tipica del parlato infórmale (oltre che di quello regionale). L'Agg numerale rappresentato dal prestito italiano quaranta sul piano funzionale corrisponde ad un Art Indet esprimente il tratto [- noto], venendo cosi a bilanciare quello [+ noto] dell'Agg Dim di N2. E cosa risaputa che il diasistema dialettale sloveno ha sviluppato l'Art Indet din/ni, an, en ecc., un numerale indebolito (cfr. Skubic 1997: 62) - come del resto Art it. un/uno -, che non abbiamo difficoltá a definire vero Art, in quanto correlato ai tratti [+/- noto] [+/- Def] e Q. Tale interpretazione, resa possibile dalle deduzioni ricavate piü su, ne comporta altre due: 1) Art Indet dello sloveno va distinto dalle categorie PRON+ 'caso', in quanto lo sloveno conserva la declinazione, e di conseguenza la marca di caso su Art Indet é motivata da ragioni di accordo; 2) l'indebolimento semántico e sintattico del numerale "uno", sfociato in Art Indet (divenuto clitico), contribuisce all'indeboli-mento analogo di Dim, dato che questo entra a far parte della medesima opposizione [+/- noto]: in tale prospettiva é prevedibile la completa assimilazione funzionale del Dim all'Art Indet, con perdita del tratto deittico. Alio stato attuale detta assimilazione é in divenire, come provano i due tipi di alternanza registrabili in tutta Tarea: quello osservato nell'es. 19 (te/se), che - secondo quanto detto sopra - induce a leggere te come Dim per allineamento a se; e quello comunissimo, che per N2 alterna una forma atona ad una tónica dei Dim, come si puó vedere dagli esempi tratti da un medesimo testo: N, ne répe... N2 répe/te répe\ N¡ skúse... N2 Jté skúse (cfr. Steenwijk cit.: 192). II primo dei due esempi prova inoltre che la ripresa del Nome avviene anche senza 57 Dim (répe), confermando che la forma te non corrisponde ail'Art italiano, dato che questo, in casi simili, diventa obbligatorio. D'altronde, in quest'area, neppure l'Art Indet compare con regolarità nella prima menzione, coerentemente con il carattere variabile del fenomeno nel suo complesso. Sarà utile rilevare, a questo proposito, che, a fronte délia comparsa di Dim - nella versione forte o debole - in N2, quella dell'Art Indet è di gran lunga più frequente e prevedibile, in un rapporto evolutivo inverso a quello latino-romanzo, che attesta per ultimo l'Art Indet (cfr. Nocentini 1996: 30). L'inversione temporale dei due eventi nei rispettivi domini trova spiegazione, a nostro avviso, nel carattere speculare délia matrice deH'Art Indet slavo e rispettivamente romanzo, che andrebbe ricercata nel-l'opposto configurarsi del nome/Pred in lingue declínate come latino e sloveno e in quelle analitiche come friulano e italiano. Rammentiamo che gli ess. 15.b - 18.b vede-vano opposto il nome/Pred del romanzo privo di Art (it. bambino, ïû.frut) a quello di latino e sloveno (puer e otrok), provvisto di una Des svuotata della funzione argomentale e dovuta únicamente a ragioni di accordo. Se risaliamo alia fase latino-romanza in cui Dim passa ad Art Det e N¡ rimane privo di marche per la scomparsa della flessione casuale, è facile immaginare sequenze ambiguë per la sovrapponibilità di N, [- noto] e del nome/Pred. Ecco un esempio che abbiamo ideato ad hoc: Mario co servo era e (il)lo patrono visito. Mancando un segnale per il tratto [- noto] del Nome servo, l'e-nunciato puô trovare una duplice interpretazione: "Mario era con uno schiavo e visitó il patrono" oppure "Quando era schiavo, Mario visitó anche il padrone". Possiamo ipo-tizzare che, per ovviare a inconvenienti di questo genere, il Nome/Arg [- noto] venisse marcato con quell'elemento che si sarebbe sviluppato in Art Indet. Per io sloveno basterà ipotizzare che l'Art Indet sia sorto per eliminare l'ambiguità derivante dalla sovrapponibilità, a livello di superficie, del Nome/Arg e nome/Pred, per cui una sequenza come Bil je junak, in situazioni comunicative non ottimali, potrebbe essere letta "Era/è stato un eroe" - "C'era un eroe". Una simile ipotesi vedrebbe la categoría Art Indet 'fisiológica' dello sloveno, e virtualmente svincolata dal tratto infor-mazionale del Dim [+ noto]. Tanto basterebbe a spiegarne la precocità non meno che 1'autonomía rispetto ai domini germánico e slavo, cui viene generalmente ricondotta. 5.3. Plsl. Dim/Rel *jï=phi. tu Pron clitico, formante di SN modificato (N+Agg/Agg+N) Passiamo ora ad un una diversa casistica di nominali assai comune presso i tre dialetti da noi visitati, che più di ogni altra ha attirato l'attenzione degli studiosi. La tipología è data dal SN con Agg di forma Det o lunga, che in quest'area prende il clitico te/ta tanto in assenza quanto in presenza dell'affisso -i, per cui troviamo, ad es., zèjac te prâf (Val Natisone) "lepre la/quella vera = coniglio" accanto alla formula inversa, già ricordata, te právi zéc (Resia), che meglio rispecchia l'ordine canonico 58 Agg-Nome dello standard; e ancora te zané te stáre "le donne (quel)le vecchie" vs te stáre zané "le donne vecchie" (Steenwijk 1992: 207 e 209), kafé [indecl.] toga bílaga "caffè di quello bianco" = "caffelatte" (ivi: 126) e sim. Premesso che la formula Nome-Pron-Agg è notoriamente arcaica rispetto a quella inversa (Pron-Agg-Nome) (cfr. Nocentini 1996: 35 sgg.), come risulta anche dalle no-stre inchieste sul terreno, che registrano le prime per i parlanti più anziani, riteniamo che il motivo dell'interesse suscitato presso i linguisti sia riposto non tanto nel Pron interno al sintagma, quanto in quello esterno, fácilmente interpretabile come Art Det 'anaforico' sulla base di una equivalenza fácilmente instaurabile tra slavo e romanzo. Il dubbio sulla legittimità di un tale allineamento nasce dal fatto che, diversamente che in italiano, questa particella compare quasi esclusivamente in un SN modificato e non in un SN dato dal solo Nome (cfr. Benacchio 1996a e 1996b; Gebert 1996; Parenti 1996), il che le assegnerebbe il valore di Pron restrittivo dei tratti délia testa nominale, illustrato per l'affisso -i nella sez. 5.1. Per comprendere il successo di questa formula presso i parlanti, che ne ha garanti-to il perdurare nel tempo, occorre considerare non tanto la funzione che, in una refe-renza specifica, essa assume come N2 con único antecedente, dove anzi è superflua, tanto da alternare con una ripresa zéro (cfr. anche it. C'era un pover 'uomo. 0 Camminava lentamente), quanto piuttosto la funzione intrínsecamente distintiva, che puô derivarle sia dalla langue che dalla parole. Nel primo caso avremo te právi zéc (Resia) "il coniglio vero (domestico)" = "coniglio" vs te dují zéc "il coniglio selvático" = "lepre", due lessie complesse entrate stabilmente nel lessico, ciascuna con la propria denotazione; nel secondo caso avremo o l'uso generico del SN modificato di qualunque tipo, che sappiamo richiedere la determinazione in simultanea di entrambi i costituenti di sintagma (p. es. te zané te stáre "le donne (quel)le vecchie'7/e stáre zané "le donne vecchie"; te právi zéc "il coniglio vero" = "coniglio") o un SN a referenza specifica che si oppone ad uno o più SN per i tratti restrittivi derivanti dall'Agg, condividendo invece quelli generici della testa nominale, proprio come si è visto per ¡e lessie complesse entrate nel lessico, con la diíferenza che, in questi altri casi, la selezione dei componenti di sintagma awiene a livello di parole, ed è pertanto imprevedibile. Ecco alcuni esempi: C'erano donne vecchie [Nja Indet] e giovani [Njb Indet]: quelle/le vecchie [N2a Det] non hanno ballato, le giovani [N2b Det] si. Nello sloveno dialettale le due riprese di-stintive di sintagma danno rispettivamente N2a te stáre e N2b te mláde. II motivo per cui abbiamo allineato il SN a referenza generica alie due tipologie 'distintive' - appartenenti alla langue e rispettivamente alia parole - sta nel fatto (già rilevato in 5.1) che, ai fini della predicazione generica, sono rilevanti i tratti specifici del SN, proprio come awiene per la referenza 'anche' specifica delle due tipologie: cfr. Ubogi človek vedno strada "Un/L'uomo povero vive sempre di stenti" e, rispettivamente, te právi zéc vs te dují zéc "il coniglio domestico" vs "il selvático" e, nell'es. qui sopra, quelle/le vecchie vs le giovani. 59 Per riassumere la situazione complessiva, elencheremo qui di seguito i diversi casi registrati a Resia e verificati di recente presso due delle informatrici di Steenwijk (ML e LB: cfr. Steenwijk 1992: 16), includendo sintagmi a referenza specifica non modifi-cati (1) e modificati (2) (ivi compreso l'Agg sostantivato (3), che per la referenza specifica è rigorosamente escluso dallo sloveno standard ed è qui evidentemente rical-cato sul romanzo) nelle funzioni Nj-N2; quindi i SN specifici modificati, aventi in comune la testa nominale (4) e infine i SN modificati a referenza generica (5). Per (1) va precisato che a Resia "coniglio" viene realizzato ora come te právi zéc ora come zéc, secondo che lo si opponga o meno a te duji zéc "lepre". Quanto alla trascrizione, -z- di din sta per la vocale centralizzata (= slov. polglasnik). Ni N2 1 din zéc "un coniglio" (te) zéc "(quel)/il coniglio" (LB) 2 din duji zéc "un coniglio selvatico/una lepre" 3 din bógi "un povero" 4 So bile ne zané. Dné so bile mláde nu dné so bile stàre "C'erano delle donne. Certe erano giovani, altre vecchie te duji zéc "quel coniglio selvático/ quella lepre" (LB) (jsé)/(sé)zéc* "(questa)/(sta)/la lepre (ML) te bógi "quel povero" (LB) jsé/sé bógi "questo/sto povero" (ML) (Quel)le giovani ballavano, (quel)le vecchie no" Te mláde so plésale, te stàre né 5 te zané te stáre "le donne (quel)le vecchie'Víe stáre zané "le vecchie donne = le donne vecchie" * L'informatrice ha spiegato la ripresa zéc col diré - giustamente! - che "non occorre ripetere l'intera espressione, perché si sa giá di cosa si tratta". Sara interessante notare che, nel farlo, non si é lasciata influenzare dal signifícate "coniglio" che zéc ha assunto in quest'area (nello sloveno standard indica infatti la lepre). Breve confronto dei casi elencati: - I NN. 1-3 (a referenza specifica) oppongono N¡ accompagnato da Art Indet per [- noto] a N2 con Dim per [+ noto]; il Dim é facoltativo per i soli Nomi, mentre di- 60 venta obbligatorio per il SN modificato, anche se si tratta di un Agg sostantivato. II fatto che nel SN te dujízéc l'elemento te sia obbligatorio e venga letto come Dim, 10 farebbe riguardare da un lato come 'anticipazione' del Pron marcato sull'Agg (il coniglio, quello selvático), dall'altro come Dim esprimente il tratto [+ noto] (quel coniglio selvático) dovuto alia predicazione su Nj. La tenuta della declina-zione su tutti i fronti (tranne che nell'Agg dují, divenuto indeclinabile) e l'interpre-tazione Dim dell'elemento te segnano la distanza fiinzionale di quest'ultimo dall'Art romanzo. D'altronde, la lettura [+ noto] del Dim, derivante dal rinvio ai tratti predi-cativi 'esterni' al SN (ess. 1-3), che sappiamo essere semánticamente rilevanti, co-stituisce - perlomeno sul piano teorico - il presupposto per una sua progressiva desemantizzazione e per un suo awicinamento tipologico all'Art Det romanzo ([+ noto]+ART). - Prima di passare al caso 4, vediamo quello successivo, dato che una sua analisi è già stata in qualche modo anticipata. Avevamo infatti osservato che la referenza generica produce la neutralizzazione del tratto [+ noto], come mostra l'intercam-biabilità di Art it. Il/Un (cfr. Un/Il povero vive sempre di stenti), ferme restando le catégorie PRON e 'caso' (= ART) legate ad Art. Considerato il persistere della fles-sione casuale slovena, escluso che le particelle te in 5 possano indicare il [+ noto], altro non possono essere che manifestazioni del PRON sostantivante. II primo dei due moduli (te zané te stáré) è chiaramente ridondante: esso invero esplicita entram-bi i PRON costitutivi del sintagma e riprende in tal modo (in una sorta di catafora grammaticale) la Des del Nome e il Pron -i dell'Agg Det. Anche in questo caso, come nel precedente, andrà sottolineato l'intacco potenziale della categoría caso annidato negli 'articoloidi', dato che il carattere di Pron (= PRON) li fa riguardare come sede naturale di detta categoría. Rispetto all'Art Det di it. "le donne vecchie", 11 te posto a inizio dei due sintagmi sloveni è certamente altra cosa, poiché riflette, ma non contiene esclusivamente, il caso del nominale: ció non toglie, tuttavia, che la parziale sovrapponibilità dei due elementi dia l'impressione di una loro perfetta coincidenza, indicando con ció stesso la direzione di un eventuale mutamento. - I due sintagmi nominali sotto 4, Te mláde...te stáre, riflettono il modulo testimoníate per il latino da homo ille bonus, poi andato perduto per cancellazione di Ule, ma che riafñora se ricomponiamo il SN complesso le donne le/quelle vecchie, normalmente ripreso in forma ellittica della testa nominale. Questo modulo registra il massimo grado di awicinamento strutturale tra italiano e sloveno, in quanto anche ¡'italiano manifesta il PRON sostantivante interno al sintagma sotto forma di anafora sintattica della testa nominale19. Il contrasto interlinguistico è naturalmente dato dal 19 Detto elemento è stato interpretato come 'indicatore di defmitezza' quindi 'determinante' non solamente per l'italiano (cfr. Vanelli 1992: 118), ma anche per i dialetti sloveni da noi considerati (cfr. Benacchio 1994: 236). Tale interpretazione sembra corretta in quanto coglie la proprietà costitutiva del PRON sostantivante, Det per eccellenza, sulla cui base gli oggetti di predicazione vengono 'dati'. Questo è il motivo per cui la determina- 61 fatto che il Pron it. è l'unico portatore délia categoría caso, mentre nello sloveno questa compare anche sull'Agg. Andrà osservato, per lo sloveno, che, in quanto il Pron richiama i tratti generici del SN, non rilevanti rispetto a quelli specifici dell'Agg ai fini della predicazione sul sintagma, è prevedibile che Pron indeboli-sca la marca di caso a favore di quella dell'Agg. Una tale eventualita è invero do-cumentata da dialetti come il carsolino e da quelli centrali, che hanno ridotto il Pron alla particella indeclinabile ta (p. es. S katerim auto [per slov. avtom] gres? - S ta novim "Con quale macchina vai? - Con (quel)la nuova": es. tratto da Benacchio 1994: 239; cfr. anche Benacchio 1996a: 4 sg.; 1996b: 54 sg.), evidenziando cosi la distanza tipológica tra italiano e sloveno. Infatti, a prescindere dai tratti pragmati-ci, l'elemento quello/il dell'italiano concentra in sé le due catégorie del PRON e del caso riprese dall'Art prenominale, ma non puô distribuirle su due distinte entità, in quanto l'italiano è privo délia declinazione desinenziale, diversamente dallo sloveno, che riserva il caso all'Agg, segmento semánticamente rilevante, e lo neutra-lizza per il Pron, ridotto a puro anaforico, formante di sintagma. A corollario délia disamina che stiamo per concludere, vogliamo presentare ancora una tipología meritevole di attenzione, e infine un paio di sequenze che mostrano bene quanto sia problemático analizzare la variabilité che caratterizza Tarea esaminata. La tipología che vogliamo proporre riguarda il SN preceduto da te fácilmente inter-pretabile con it. il, trattandosi di referenza - specifica o generica - senza antecedente, la cui notoriété è data dalle cosiddette conoscenze comuni. I testi resiani, antichi e moderni, ne offrono qualche esempio (per i testi antichi cfr. Benacchio 1996a e 1991b; per i moderni cfr. Steenwijk 1992: 195 sg., donde abbiamo tratto i due esempi che se-' guono, il primo dei quali giá citato, a diverso titolo, ad inizio della Parte II). Troviamo cosi a Resia ni bo bili pásli te konjé nu te wówce "avranno pascolato i/quei cavalli e le/quelle pecore", gorè z te góre "su dalla/da quella montagna". Le due informatrici ML e LB, richieste di un chiarimento circa l'uso di te, hanno risposto nel primo caso "quelle montagne dove ci troviamo" e nel secondo hanno precisato che non userebbero te se non pensando a quei cavalli e a quelle pecore che gli antichi abitanti, oggetto del discorso, avevano con sé. zione interna al SN non puô sviluppare Art Indet e, ad esempio, nelPalbanese sono possibili sequenze come një burre i madh "un uomo il grande", con l'Indet 'anaforico' preposto al SN e il Det appositivo in posizione interna (cfr. Nocentini 1996: 31 sg.)- Il modulo albanese collima con quello da noi esemplificato nella sez. 5.2 sotto 2, poiché din dujízéc dovrebbe propriamente essere letto "un coniglio il selvático"; e collima con una sequenza come an milostivi, dobrutlivi Bug "[tu che sei] un Dio (il) misericordioso, (il) benevolo = di quelli misericordiosi e benevoli" (dal Catechismus di Trubar [1550]: 75), che Kolarič considera agrammaticale (Kolarič 1960: 191), vedendo nella presenza simultanea di Art Indet e suffisso Det un'indebita 'confusione', seguita alia riduzione vocalica (secondo l'ipotesi ricordata sopra, ad inizio della Parte II). In base ai nostri parametri, invece, l'Art Indet e la marca di definitezza non risulterebbero incompatibili, dal momento che espri-mono funzioni distinte realizzate in maniera palese. 62 Come si vede, siamo in presenza di una catafora rispetto alia relativa specifícante ricavabile dalle presupposizioni "Ci troviamo presso /su una montagna [Nj]" e rispet-tivamente "È noto che gli antichi abitanti avevano con sé cavalli e pecore [NJ": —» "La montagna [N2] [anafora rispetto alla presupposizione e catafora rispetto alia relativa specifícante] dove ci troviamo [relativa specifícante]" ecc. Questo ci permette di interpretare te come Dim e di considerare questa tipología una variante di quella sotto 1 (din zéc —» ((te) zéc). 5.4. Alcuni esempi di variabilità nell'area slovena dialettale considerata Per quanto riguarda la variabilità nell'uso degli elementi qui considerati, sceglie-remo alcune sequenze regístrate nella Val Torre (Merkù 1972: 189). Nel testo si rac-conta di due case, una abitata da gente povera, l'altra da gente ricca. Ecco i quattro sin-tagmi per noi interessanti: (1 ) Uta prvi hiš [cfr. Loe femm. sing. slov. v prvi hiši] smo stopil tu hišo, (2) tu tisti hiš [cfr. slov. v tisti hiši] 3) tel buósci [tel sta per teli; cfr. Nom maseh. pl. slov. ti(le) ubožci] niso vidil... Tàm (4) u tist drúyi hiš [cfr. slov. v tisti drugi hiši], ke smo bil, ... "(1) Nella prima casa siamo entrati in casa, (2) in quella casa (3) questi poveretti non hanno visto... Là (4) in quell'altra casa, che siamo stati..." Le espressioni (1) e (4) corrispondono al tipo 4 dello schéma presentato nella sez. 5.3; le espressioni (2) e (3) corrispondono al tipo 1. Rispetto a N2 di 4, i sintagmi (1) e (4) ripetono la testa nominale "casa", portatrice dei tratti generici, irrilevanti ai fini della comunicazione, poiché 'noti' rispetto a quelli specifíci su cui s'innesta la predi-cazione smo stopil "siamo entrati". Le conseguenze di questa diversa portata semantico-informazionale, già illustrate, sono visibili per il fatto che l'unica entità prowista di Des è l'Agg distintivo di sintagma (prvi e rispettivamente drúyi); quanto all'alternan-za tra ta e tíst, qui non declinati (il Loe dovrebbe infatti daré rispettivamente ti e tisti), potremmo equipararla a quella di it. Art/Pron Dim (il/quello), che contempla la neutra-lizzazione dei tratti deittici del Dim, in quanto esprime il PRON sostantivante 'interno' al SN (= "nella seconda casa/in quella seconda"). La selezione di tíst "quello", forma 'evoluta' di te <— plsl. Dim tú, appare come una forzatura 'anche' rispetto all'italiano (si cfr. l'equivalente "in quella seconda" anziché "nella seconda"); e in quanto ascrivi-bile ad un calco per ipercorrettismo ad opera di bilingui sloveno-romanzi su modelli del tipo in quello rosso, verde, ecc., permette di allineare il duplice tragitto compiuto da plsl. tu presso la varietà considerata a quello compiuto da lat. illu(m)\ Dim tú PRON te = PRON tíst Dim tíst <— Dim ta/te+isti "quello stesso" • ART/PRON il = ART/PRON quello <- Dim quello <- Dim eccu(m) illu(m) "ecco quello" Dim illu(m). 63 Si tratta, in definitiva, di percorsi paralleli che denotano il ciclico rafforzamento delle forme Dim, compensativo dell'usura derivante loro dall'impiego testuale. Nelle sequenze (2) e (3) il Dim è anaforico 'esterno' al SN2, riferito - quindi investi-to - dei tratti specificanti esprimenti il [+ noto], Abbiamo più volte sottolineato come la pregnanza semantico-informazionale di questi tratti, rilevanti rispetto a quelli generici délia testa nominale, intacchi il tratto deittico del Dim, potenzialmente fino ad eliminarlo a favore di quelli prettamente grammaticali, come è awenuto per lat. ille —> (Art Det)+ ART. Da questo punto di vista le due sequenze in parola mostrano un comportamento opposto: la prima (tu tisti hiš slov. v tisti hiši) pare congruente con l'evoluzione latino-romanza, in quanto Dim rafforza la propria marca di caso a scapito di quella del Nome; nella seconda (tel buósci slov. ti(le) ubožci) awiene esattamente l'opposto. Non è escluso che la causa sia di natura prettamente fonosintattica. Certo è che casi del genere, men-tre lasciano aperto il problema, mostrano quanto lo studio di questi dialetti possa giovare ad un approfondimento della categoría articolo e di quant'altre ne vengano implícate. 5.5. Prospetto parziale del contrasto italiano - sloveno standard - sloveno dialettale Nello schéma che segue riassumiamo gli esiti parziali, ma rilevanti, della ricerca com-piuta presso i dialetti di Resia, del Torre e del Natisone, relativamente all'Agg sostantiva-to a referenza generica e al Nome a referenza specifica e rispettivamente generica. Detti ri-sultati, in aggiunta a quanto è emerso finora, da un lato vengono a sottolineare le differen-ze tra dialetti e sloveno standard, nonché il contrasto sloveno-italiano, e dall'altro permetto-no di verificare su di essi le posizioni di Skubic e di Tolstoj, ricordate ad inizio della sez. 5. Per le sigle: ART/DES = PRON+'caso'; Pron = PRON realizzato fonéticamente; Art = [+/- Def], it. un/il povero ART un bimbo ART+Art il bimbo ART+Art slov. Resia Torre AS (= Agg sost.) a referenza generica = ASRG ubogi Pron din/te bógi ART Pron dan božac ART DES SN (= Nome) a referenza specifica = NRS otrok0 DES otrok0 DES (din) wotrók0 (Art) DES (te) wotrôk0 (Dim) DES (dan) otrôk0 (Art) DES (te) otrôk0 (Dim) DES Natisone an biiožac ART DES (an) otrôk0 (Art) DES (te) otrôk0 (Dim) DES 64 SN (= Nome) a referenza generica = NRG il/un bimbo otrok0 (din) wotrók0 (dan) otrôk0 (an) otrôk0 ART DES (ART) DES (ART) DES (ART) DES Tolstoj considera lo sloveno dotato di Art, alla stregua di alcune lingue slave balca-niche, sulla base di un ASRG come res. te bógi. Skubic, invece, lo considera sprov-visto di questa categoría sulla base delle forme in NRG, passibili bensi di prendere din/an, ma non di prendere te. Le analisi da noi compiute sembrano avvalorare la seconda tesi, in quanto né in ASRG né in NRS l'elemento te si comporta come l'Art romanzo. In ASRG esso funge, invero, da formante 'interno' al SN e non potrebbe fungere da formante di NRG, dal momento che detta funzione è assolta da DES. E se figura in NRS, acquista automáticamente valore di Dim. I casi più interessanti sono certamente quelli in ASRG, su cui ci soffermeremo alquanto. Se confrontiamo tra loro i tre esiti dialettali, notiamo come, a fronte dell'Agg sostantivato del resiano din/te bógi, le altre due varietà presentino il corrispondente sostantivo (dan bózac, an bùozac), mostrando cosi di estendere alla referenza generica la restrizione rilevata nello standard sull'impiego dell'Agg sostantivato per la referenza specifica (cfr. sopra, sez. 5.1, gli ess. in 20). La restrizione, peraltro, non è co-gente e tanto meno generalizzata sul territorio, come prova il fatto che nella Val Torre, ma non cosi in quella del Natisone, accanto a dan bózac siamo riusciti a 'strappare' agli informatori la forma (evidentemente innaturale) te bózi, mentre entrambe queste varietà contemplano la sostantivazione dell'Agg "ricco" (dan boàt, an/te bogàt). Ram-mentiamo, inoltre, che il resiano ammette l'Agg sostantivato anche per la referenza specifica, come visto sopra, sez. 5.3, es. 3, il che consiglierebbe quantomeno di appro-fondire lo studio di questo preciso settore délia grammatica slovena. Un ulteriore motivo di interesse è dato dall'alternanza dan (o an)/te nell'ASRG (cfr. din/te bógi, an/te bogàt), fácilmente interpretabile secondo it. un/il povero, un/il ricco. Ma sappiamo ormai che tale interpretazione, sul piano funzionale, è fuorviante, anche se mancano rese alternative a quella qui trascritta, capaci di dar conto délia di-screpanza intersistemica quale emerge se poniamo a confronto l'Agg sostantivato res. din/te bógi con il Nome dan bózac del dialetto del Torre (entrambi sotto ASRG) e con res. (din) wotrók (sotto NRG): din bógi dan bózac (din) wotrók te bógi (*te) bózac (*te) wotrók "il/un povero" "il/un povero" "il/un bimbo" "il/un povero " "il/un povero" "il/un bimbo" 65 A prescindere da Des dello sloveno, l'accostamento di dette forme ci permette di allineare a pieno titolo it. il/un solamente con dan/din, di farlo con riserva nel caso di te+ Agg sostantivato e di escluderlo per i Nomi. La riserva riguarda te bógi, che nel-l'elenco segna il passaggio dalle forme con dan/din date da Nomi o da Agg funzio-nante come Nome (din bógi), a quelle di Nomi impossibilitati a ricevere te. Se ne deduce che te bógi non funge da Nome, a differenza di it. il/un povero. In ASRG res. din/te bógi occorrerà perianto distinguere tra din, riferito indirettamente (o implícitamente) al Nome sottostante (clovèk), secondo l'ipotesi discussa nella sez. 5.1 (ess. 19.a e 19.b), e te, Pron gravitante entro la sfera dell'Agg in funzione di un SN complesso (clovèk te bógi) e come tale assente in ASRG dell'italiano. Tenuto conto del fatto che lo sloveno è caratterizzato dalla categoría Des, 1'única deputata a formare Nomi, richiamandoci ad argomentazioni già compiute, bastera qui ribadire che mentre it. il/un funge da ART sostantivante 'diretto' e generalizzato (ovvero tanto per il Nome quanto per l'Agg), l'elemento din/dan è privo di tale funzione, e la sua presenza - anche solo facoltativa - in sintagmi a referenza generica andrà spiegata nei termini assunti per Nj a referenza specifica (cfr. sopra, la sez. 5.2), dato il supposto 'pericolo' per il Nome di venire altrimenti inteso come nome/Pred (cfr. Otrok vedno teka za mamo: 1) "Da (vero) bambino, corre sempre dietro alia mamma"; 2) "Un/11 bambino corre sempre dietro alla mamma"). II clitico din/an si limita perianto a segnalare il carattere argomantale del Nome, e lo fa in maniera indi-retta, qualora il Nome che assegna dignità di sostantivo ad Agg rimanga ad esso sotteso. L'unico motivo per cui abbiamo contrassegnato dan/an, din/te di ASRG e din/an di NRG con la sigla ART, alio stesso modo che it. il/un, è dato dalla natura proclitica di detti elementi. Per la precisione, te di ASRG res. te bógi, in quanto 'anticipa' il suf-fisso -i, andrebbe contrassegnato con Pron. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICA BANFI, E. (1985), Lingüistica balcanica, Bologna: Zanichelli. BENACCHIO, R. (1994), Particolarità morfosintatiche del dialetto resiano, in Problemi di morfosintassi delle lingue slave, 4, Padova: UNIPRESS. (1996a), A proposito dell'articolo determinativo in sloveno: la testimonianza del Catechismo Resiano del Settecento, in BENACCHIO, R./MAGAROTTO, L. (a c. di), Studi slavistici in onore di Natalino Radovich, Padova, CLEUP: 1-16. (1996b), L'articolo nel dialetto resiano: sulla questione della determinatezza nelle lingue slave, in BENACCHIO, R. & FICI, F. & GEBERT, L. 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PREVERJENA JE V SLOVANSKO-ROMANSKI PROTISTAVNI ANALIZI Raziskava izhaja iz položaja, ki ga nudijo slovenska narečja, govorjena v Furlaniji; ta namreč poznajo nedoločni člen in pa neke vrste določni člen, kije po svoji funkciji ali enakovreden romanskemu določnemu členu ali pa (še zmeraj) kazalni zaimek. Vprašanje je zanimivo ne toliko za opis diasistema v slovenščini, kot za to, da bi lahko definirali kategorijo romanskega člena, kot se je razvila iz kazalnega zaimka v latinščini, torej v jeziku, ki ni imel za samostalnik nič manj trdno sklonsko pregibanje kot slovenščina. Ugotovitev, da se ta domnevni člen v slovenskih narečjih funkcijsko ne sklada z romanskim členom in da se v slovenščini o nedoločnem členu pravzaprav ne more govoriti, pa premakne naše zanimanje na vprašanje o razlo- 69 gih, ki so privedli do različnih sistemov v dveh jezikih, ki sta si tipološko vendarle blizu. Če upoštevamo, da seje romanski določni člen razvil iz anaforične rabe latinskega kazalnega zaimka illu(m), je umljivo, da se analiza še posebej posveča preverjanju funkcije kazalnega zaimka v slovenščini; opazujemo nasprotje med romanskimi in slovanskimi jeziki, kot ga kaže kazalni zaimek ob samostalniku ob svojem prehodu od osnovne funkcije k drugotni. V svojem razglabljanju sledimo logiku Montagueu; njegovi kriteriji nas navajajo k razlagi procesa v določanju determiniranosti samostalnika preko predikativnih črt glagola, kot jih ugotavljamo v ustreznih enakovrednih oziralnih odvisnikih. Samo romanski jeziki v primerjavi s slovanskimi - in še posebej s slovenščino - poznajo možnost, da se namesto oziralnega odvisnika zatečejo k preteklemu deležniku v funkciji samostalnika. Ena od značilnosti slovenščine, omejevanje rabe trpnika in tako tudi rabe pasivnega deležnika za preteklost kot samostalnika, postavlja tipološko pregrado, ki ostro loči slovansko družino jezikov od romanske, tako kot drugačna fleksija samostalnika, analitična ali sintetična, razvoj perifrastičnih glagolskih oblik in raba pomožnika "avere". Obravnava ključnega elementa, kjer je merilo za presojo opozicija 'kategorija členaVtrpnik' upošteva tudi sisteme v slovanskih jezikih na Balkanu in tiste v slovenskih narečjih; metodološko temelji na teoriji vzorcev in ima zmeraj pred očmi semantično-pragmatično perspektivo, iz katere naj bi izhajali, tako se vsaj zdi, tudi oblikoslovno-skladenjski jezikovni pojavi. 70