JV .*■* m num tuadotta d a g ‘ovanni De , (:Al ‘»msTnu TIPOGRAFI, Or: M C0B0I '-pm RA 1893. LOO proprieta riservata r* Goriška knjižnica Franceta Bevka Nova Gorica 2 3 - 01 - 2023 ODPISANO . . — . . . .. J JU V-fc iPrefazione e ragionc del lav or o Molle sono le ragioni , che m’ indussero ad incontrare una traduzione, piuttostoche un lavoro poetieo originale; mentre il movimento sociale troppo vivace ha in gran parte corrotto o spostato i principi del Bello nelle odierne relative produzioni, e mentre le nuove idee di ogni specie non sono ancora general - mente ben digerite. Ma accennero soltanto alla causa principale, che mi determinb a tale impresa. Dirb appunto, che Virgilio , modeUo di vero stile poetico, principe della Forma, impressa indelebilmente nel libro adaman- tino delFArte Classica, si ricerca invano nelle traduzioni, che finora del sommo vate ci diedero distinti letterati e poeti ita- liani; osservando , che a conoscerlo piu da vidno conviene ricorrere al poema di Dante, agli epici nostri, alle poesie di moderni , fra cui Vincenzo Monti e alla spontanea e scultoria parola di Alessandro Manzoni. Virgilio dungue e V archetipo di guell’ Arte , a cui vita e la forma, nella guale, come in fuso metallo, le idee e gli affetti restano perfettamente rilevati fino agli estremi contorni, e chi si pone a tradurlo poeticamente, e necessario comprenda , che nella osservanza della forma originale st(t il massimo scoglib ed il suo primo dovere. Finora anche i traduttori piu rinomati delV Eneide non si attennero ali’ organismo, ne alla economia del periodo Vir - giliano , e trascurarono affatto di riprodurne la forma , mezzo imprescindibile ad ottenere V impressione artisticamente con - forme , la guale pub esigersi, se non identica , almeno vidna da un idioma , come il nostro , tanto affme nella parola e nei costrutti al latino. 'ž Lo stesso Annibal Caro , nel quale, non ostarite la sua prolissith, perb elegantissima, si deve spesso ammirare il fino e profondo svisceratore del concetto originale, indossava a Virgilio le vesti di grazioso e spigliato marchigiano, invece di avvolgerlo nella maesth della toga romana, come osserva il Leopardi con arguto quanto giusto criterio; benche egli stesso alla sua volta abbia tradotto assai freddamente il secondo libro deli’ Eneide. E tuttora vergine il campo luminosi,ssimo a una nuova traduzione detle opere Virgiliane, in cui artisticamente rimane ancor tutto da farsi, giacche i piu famosi volgarizzatori appa- riscono troppo lontani da quell' unica forma, ond’ essi doveano plasmare il proprio lavoro. E qiii parmi opportuno il dichiarare, clie la mia tradu¬ zione ha un nwme.ro di oltre mille e settecento versi minore di guella di Annibal Caro , ed e nel complesso piu breve di tutte le altre versioni poetiche. Ouesto dato non e da prendersi come una fredda cifra soltanto. Da esso vien dimostrata la brevith della dicilura generale; cosa necessaria per avvicinarsi alla economia della forma originale. Se poi per tale osservanza riuscisse ne’ miei versi trudita la integrith, la eleganza e la solennith veramente romana dei concetti e della veste, che indossb ad essi VAutore, e si notasse poca spontaneitd nel mio stile, o mo,ncanza di varieta e di ar- monia nel periodo e nel numero poetico; e certo, che l' opera mia non pot‘~ebbe raccogliere che biasimo. Da quanto io dissi fin qui emergerd chiaro il motivo, che mi indusse ad eseguire la nuova traduzione, cui ora presento al pubblico, dopo le tante che si leggono di Virgilio. Se io poi mi sia avvicinalo alla giusta, artistica meta dagli altri traduttori non tocca,. ne avvertita, lascio ai competenti ed al tempo l’ im- parziale giudizio. Gl’ illuminati lettori vedranno perb nell’ impegno e nelle cure, che ressero guesta mia impresa, quale sia stata, e come si conservi in me V amore per la colta e poetica nostra favella e per l’Arte nostra, che raggiunse la, massima altezza, quando Principi e Popolo intesi di un sol cuore al sublime culto del Bello, ridestarono nella Classica Italia le aure deli’ antica Greda, irrorate deli’ ambrosia dei Nitmi e riflettenti il sorriso delte Muse , che fecero degl’Italiani un popolo di Artisti. E giacche mi si 'affaccia V incantevole periodo deli’ italico Rinascimento, che si sviluppb nell’Amore agli studi Classici,non si vorrb, condannarmi,. se, come zelante, benche debole culiore del Bello. e sempre attaccato alle migliori tradizioni della mia 5 — patria, non so celare il disgusto per guello spirilo eccessivamente volgare, che, mediante un troppo diffuso, sguaiato Verismo, stacca V Arte dagli alti Idea.li. Ni> da cio si čreda, che io sia per massima nemico al Verismo, il quale, come negli esempi di antichi e moderni poeti ed artisti, pub essere opportunamente trdltato, ed anzi porge ali’Arte stupendi momenti. Ma curiamoci, perclie le esagerazioni di una scuola, che vorrebbe portare il Verismo a sistema fino alle ultime, logiche si, ma nauseanli, o raccapriccianti sue applicazioni, non possano offendere il piu bel raggio, che brilli sul capo d' ltalia, voglio dire il Classicismo, Faro alla civilta universale; ne turbare le ser ene maraviglie del genio ilaliano nella Poesia ed in ogni beli’Arte. Non dnbito, che si scorgerh un fine altamente civile in un’ opera, suggeritami da sincera osservanza per guelle estetiehe discipline, che nella cospicua loro manifestazione segnalarono i momenti della piu sguisita civilth presso le colte nazioni, dalle quali percid saranno sempre. custodite come pegno prezioso di ordine e di decoro. Visignaho — Istria — gennaio 1893. plOVANNI DE’ JVLEDICI LIBRO PRIMO Eolo ai preghi di Giunone, avversa ai Troiani, scatena i venti, i quali spingono le navi troiane ai lidi della nuova Cartagine. Didone, quivi regina, riceve nella reggia Enea co’ suoi compagni. Cupido, figlio di Venere, in forma del giovinetto Ascanio, figlio di Enea, infiamma Didone deli’ amore di Enea. / • • : . - ■- , - ■ 1 Canto Tarmi e Peroe, che dali'iliache Spiagge alPItalia e di Lavinio ai lidi Esule per destin primo giungea. E in terra e in mare lo travolse a lungo Alto poter, per 1’ implaeabil ira Delhaspra Giuno. Anche fra 1’ armi assai Sofferse, mentre la citta fondava, E i propri numi riponea nel Lazio; Onde il Jatin germoglio, i padri alBani E 1’alte mura sursero di Roma. 10 Musa, in’impara le cagion, per quale Offeso nurae, o perche corrucciata Degli Dei la regina sospingesse A tanti rischi, a tanti affanni in preda Per pietž. insigne un uom! Ire si grandi Vivono dunque de’celesti in petto! . Cittade antica fu Cartago, i Tirii Coloni 1’ abitaro, a Italia opposta E al Tevere, che in mar lungi trabocca, Ricchissima contrada e bellicosa. 20 E farna, che Giunon, posposta Samo, Piu d’ altre terre in cor ebbe quest’ una. L’armi e il carro qui tenne; e se propizio Un destino le arrida, qui prefisse La Dea, e qui appresta delle genti il regno. Ma intese gia, che una progenig uscita Dal teucro sangue un di le tirie mura Rovescierebbe,' e che di qua una gente, D’ ampio regno e terribile nell’ armi, Verrž, di Libia alla mina. Tai 30 Fila volger le Parche. Di ci6 in tema La Saturnia, e al pensier delle battaglie, Che pei diletti Argivi un giorno mosse Contro ad Ilio ella stessa, non potea Respingere dalFalma il fier dolore, — 10 — Ne la cagion delhire. Vi rimane Scolpito appien di Paride il giudizio, Della spregiata sua belta 1’oltraggio, E la stirpe a se invisa ed i celesti Onor di Ganimede. Vieppiu accesa 40 Tenea percid lungi dal Lazio i Teucri, Di Achille e degli Achei scampati ali’ ira, E da molt’ anni ad ogni mare intorno Essi erravan cosi ludibrio ai fati. Fu di tal mole il dar pnncipio a Roma.-VV f Tolti al cospetto di Sicilia appena Lieti sciogliean per l’alto mar le vele, E n el corso fendean con le ferrate Prore le salse spume; allor che Giuno Serbando eterna la ferita in petto 50 Tra se prorompe: Dal proposto mio Desister vinta, e non poter da Italia Sviar de’ Teucri il duce! Oh! si che i fati Mel vietano davver! Riusci a Minerva Arder le greche navi, e in mare i Greci Sommergere pel rio furor del solo Ajace d’Oi'leo! Ella di Giove 11 rapido scaglid foco dal cielo, Disperse i legni, e turbo il mar coi venti; E lui fiamme anelante dal trafitto 60 Seno rapi nel turbine, ed infisse Su acuto scoglio. Ed io, che degli Dei Regina incedo e in un sorella e a Giove Sposa guerreggero tanti e tanfanni Contro una gente! Chi tla poi, che il Nume Di Giuno adori, e supplice gli arrechi Un qualche onor sull’are? Cio la Dea Neli’ inflammato cor seco volgendo Venne alla patria di tempeste, Eolia, D’ Austri furenti gravida contrada. 70 Eolo qui e il re, ch’entro un immenso spečo Le sonore procelle e i tumultuosi Venti contien col cenno, ed in catene E in carcere li frena; e quei sdegnosi Con gran fracasso fremono del monte Tra le caverne. Neli’ eccelso trono Eolo si asside, ed ha lo scettro in mano, — 11 — Mitiga 1’ ire, e gli animi ne molče; Che se no, il mar, la terra e 1’universo Trarrieno seco in vortiče per Tetra. 80 Ma il padre onnipotente in tal timore Neli’ orride spelonche li ascondea, Ed alti monti sovra d’essi e moli Impose e un re die lor, che a tempo i fr eni Stringer sapesse e rallentare. A lui Gosi Giunone supplice favella: Eolo, poiche degl’ immortali il padre E degli nomini il rege e acquietar 1’onde E scatenare a tuo volere i venti A te concesse, gente a me nemica 90 Naviga il mar tirreno, e gli sconfitti Numi e Ilion porta in Italia. 1 venti Sprona, sprofonda le sommerse navi. Disperdili, e pel mar semina i corpi. Ben sette e sette di leggiadre forme Ninfe son mie; bellissima fra tutte Deiopea faro tua di stabil nodo, Ond’ ella in guiderdon teco trascorra Sempre gli anni, e ti faccia di venusta Prole beato. — Ed Eolo: e tuo, o regina, 100 L/espor tue brame, ed il compirle e mio. Qualsiasi il regno, tu mel desti; amici Giove mi hai reso e i Numi, alle divine Mense per te mi assido, e per te sono E di nembi polente e di tempeste. Disse, e volta la punta, il cavo monte Colpi nel flanco, e per 1’ aperta breccia Precipitar come a battaglia i venti, Avvolsero in un turbine la terra, E sul mare levarsi; ed Euro e Noto 110 E il procelloso Africo dal fondo Sotto sopra il commovono, e alle sponde Ne infrangono gigante il tl ut to irato. Il clamor della ciurma e delle sarti Lo strider quindi; in un sol punto ai Teucri Rapiscono le nubi il cielo e il giorno; Profonda notte sovra il mar si asside. Tuono ad un tratto, e al balenar frequente Arde 1’aria di fochi, e pronta morte Tutto agli uomini avvisa. A quella vista 120 Enea rabbrividi, gemette ed ambo Le palme sollevb con tali accenti: Beatissimi quei, cui sotto l’alte Mura troiane, ai padri lor davanti Procombere da eroi dono la sorte! Greco sangue, fortissimo Tidide! Perche morire non potei sui campi D’ Ilio, e versar per la tua man quest’ alma Dove Ettorre allo stral del prode Achille Giacque, ove il grande Sarpedon cadeo, O dove il Simoenta ingoio tanti E scudi ed elmi di guerrieri, e i corpi Fortissimi nell’onda ne travolse! Disse, e di Borea avverso il procelloso Soffio stridendo gli squareia le vele, E spinge Fonde al ciel. Infranti i remi, Rivolgesi la prora, ed al flagello Il fianco porge. Turgido, scosceso, Scende un liquido monte; alcuni ali’onda Pendono in cima, e del diviso flutto Altri nel sen toccano i guadi, in cui Dalla procella fin 1' arena e mossa. Rapi Noto tre navi, e le sospinse In sassi occulti; gl’ Itali quei sassi, Che celansi fra 1’ onde, appellan are, Al mare in cima smisurato dorso. Ed Euro anch’ esso tre ne scaglia incontro A secche e a scanni. Miseranda vista! Entro i guadi le infigge, e le rinchiude In argini d’ arena. Immenso fiotto, Che sugli oechi di Enea calo dali’ alto, Colse in poppa la nave, che traea Il fido Oronte e i Lici. Trabalzato, Capovolto, boccon cadde il pilota; Ed in quel punto la raggira il flutto Ben tre volte, e ivi rapido nell’ acque Il vortice 1’assorbe. Appaion rari Pel vasto mare a nuoto; e Farmi loro, Le tavole e di Pergamo i tosori Scorron sull’ onda. D’ llioneo la nave Poderosa e di Acate il torte legno, E i duo, che Abante portano ed il vecchio Alete, son dal turbine conquisi; — 13 — Nemico flutto accolgono pei fianchi Scohnessi, e omai per gran fessure aperti. Dell’ irritato mar l’alto fracasso, Gli sciolti venti, e nei riposti fondi L’acque rimescolarsi udi sorpreso Fortemente Nettuno, e riguardando ln alto, a flore sollevo delFonde 170 II placido suo volto. Seminate Vede pel vasto mar di Enea le navi, E ali’ impeto del cielo e dei marosi I Dardani smarriti. II fratel tosto GFinganni e l’ire di Giunon ravvisa, E- Zeffiro a se chiama ed Euro, e ad essi Cosi favella: Che baldanza e questa Di vostra gente! E terra e eiel confondere Voi, sollevar come in un’onda il mare, Ardite senza il mio comando, o venti! 180 Gh’io potrei .... ma calmar prima i commossi Flutti conviene. Ben diverso e il fio, Che un’ altra volta del fallir vi aspetta. A fuggire affrettatevi, e direte Al vostro re, che non a, lui la sorte, Ma diello a me questo fatal tridente E lo scettro del pelago; mentr’egli Abita sol nei cavernosi monti, Vostre dimore, o Euri; e la si vanti Eolo di quella reggia, e ascoso regni 190 Entro 1’ oscura carcere dei venti. Disse, e del dir piu ratto appiana il mare, Fuga le dense nubi, e il sol ridona. Con lena ugual Tritone e Cimotoe Traggon le navi dagli acuti scogli, E Nettun col tridente le solleva, Discioglie in un le accumulate arene, II mare plača,, e sopra lievi ruote Sorvola ali’ acque. Cosi avvien, qualora Sediziosa molta plebe insorga, 200 E la canaglia nelTignobil petto Inferocisca; gia le fiamme e i sassi Volano, ed il furor Farmi dispensa; Se un uomo insigne per pietž, e per senno Giunger veggon tra lor, muti si lanno, — 14 — E a teši orecchi pendono dal labbro; Egli col dir ne regge 1’ alme, e i con Molče; cosi del fragoroso mare II fremito cessd, mentre Nettuno L’onde guardava, ed ali’aperto cielo, 210 Volti al corso i cavalli, a sciolti freni Assecondo dellagil cocchio il volo. Lasse d’Enea le genti al piu vicino Lido rivolgon desibse il corso, E della Libia tendono alle piaggie. Havvi esteso recinto, un sito e questo Che un’isola formo di porto a guisa Coi prolungati fianchi, contro a cui Schiantasi 1’ onda, si ripiega e muore. Quinci e quindi ampie rupi e doppi scogli 220 All’aure minacciosi, e in lor cospetto Silenzioso vasto mar sicuro. Coi rami lor s’intrecciano al di sopra Verdi piante, e di fitta ombra sovrasta Orrido bosco; dei pendenti scogli A fronte s’ apre una caverna, e dolci Acque dentro vi son. sonvi marmorei Sedili, ed e di ninfe albergo. Quivi Nulla fune ritien gli stanchi legni, Ne con 1’ adunco dente li assicura 230 L’ ancora. Enea le sette navi al fine A lui rimaste in quel riparo adduce; E gia di terra oltre ogni dir bramosi, Usciti appena, il desiato lido Abbracciano i Troiani, e sull’arena Le membra riversar dalFonde affrante. — Ma primo Acate dalle selci tragge lina scintilla, che alle foglie affida; D’esca asciutta le cinge, e gia la fiarnma Nel fomite divampa. Indi le biade 240 Guaste dali' onde, e i cereali arnesi Fuor traggono affatnati, e i molti grani Tosto si danno a rasclugare al foco, E a frangerli si alfrettano coi sassi. Frattanto Enea sovra uno scoglio asceso Collo sguardo ricerca 1’ampio mare, Se rriai d’Anteo vedesse combattuto Dai venti il legno, o le biremi frigie, - 15 0 la nave di Capi, o Farmi note Di Caico apparir dali’ alta popa. 250 Nessun legno gli s’offre; ma tre cervi Errar pel lido osserva, e gli altri a tergo, Come a torme seguirli, e nelle valli Pascersi in lunga schiera. Riste allora, E 1’arco in mano e i presti dardi tolti, Che il fido Acate ognor pronti tenea, 1 condottier, che con 1’arboree corna Le loro teste ergean prima distende, II volgo quindi, e tra il frondoso bosco L’ intiera turba colle freccie incalza. 260 Ne pria cesso, che come sette i legni Erano, sette grandi corpi a terra Cader non vide. Indi al porto si volge, E li partisce tra i compagni suoi. E a questi di quel vino, onde molfurne Empiva Aceste nel tricario lido, E che a lor die, quando partian, l’eroe, Tazze dispensa, e ne solleva i cori, Dicendo: Miei compagni al danno avvezzi E a časi estremi, porra fine un dio 270 Anche al mal, ch’or ne affligge. Voi la rabbia Affrontaste di Scilla fra i latranti Scogli, e vinceste de’ Ciclopi i sassi; Novello ardir vi mova, ed a tristezza E a timor date il bando: che per voi Queste saran dolci memorie un giorno. Tra diverse vicende ed infiniti Perigli vacillando al Lazio volti, Colž, ritroverem tranquillo albergo, Oolž. soltanto al teucro regno e dato 280 Risoi’gere. Durar dunque vi e forza, E ali’alta meta riserbar voi stessi. Tali suonan gli accenti, ma da grave Affanno e oppresso, e appar sereno in volto, Mentre gli preme acuta doglia il core. Di vivande il desio tutti richiama A circondar la preda, altri le terga A svellerne dal dorso ed a staccarne I visceri, a tagliar altri e ne’ spiedi Ad infilarne i palpitanti brani, 290 Le caldaie a recar altri sul lido 16 — E a destarvi la fiamma. Alfln coi cibi Ristorano le forze, e sopra 1’erbe Steši di vecchio bacco, e di ferine Pingui čarni si empir. Poiche la farne Dal convito spari tolser le mense, E ragionar con dubbia speme a lungo De’ perduti compagni, e incerti ancora Vivi alFidea se li pingean, ma in preda A certa morte e ad ogni voce sordi; 300 Ma fra tutti il pio Enea ora di Oronte, Or d'Amico la perdita lamenta, A Lico pensa e al suo destino atroce, A Cloanto ed a Gia ambo si forti. Finirono, allorche Giove dalFalto In giu guardando i continenti, i mari Velivoli, le spiagge e le infinite Genti, si arresta delPOlimpo in cima E sui libici regni il guardo affigge. . Venere, tosto che tai cure in petto 310 Accogliere lo vide, afflitta e gli occhi Bellissimi di lagrime irrorati, Cosi gli parla: O tu, padre, che reggi Degl’immortali e de’ mortai la sorte Col cenno eterno, e col tuonar spaventi; Qual fallo mai contro di te il mio Enea Pote compir, qual si nefando eccesso Osarono i Troiani, a cui da tanta Strage scemati le terrestri piagge Tutte son chiuse per cagion d’ 1 talia? 320 Pur mi hai promesso, che da lor verrieno Col volgersi dei soli un di i Romani, E che dal teucro ristorato sangue Quei condottieri sorgerian, che il mare E la terra ai lor cenni ridurranno. Qual consiglio or ti cangia, o divin padre? DelFoccaso di Troia e delle tristi Sue ruine in cid sol mi confortai, Contrapponendo Tuno alTaltro fato; Ma un uguale destin tuttora incalza 330 Coloro, che gih fur tanto agitati. Quando, o gran re, porrai tu fine al danno? Ad Antenore pur scampato ai Greci , Si aprir d’ Illiria i porti, ed ei ne’ regni — 17 — Liburnici sicuro penetrando, Andarsene pote oltre il Timavo, Da cui con vasto mormorio pel monte Discende un mar, che col sonante flutto Per nove bocche i campi allaga. Alfine Padova eresse e de’ Troiani suoi 340 Gli alberghi, al popolo die il nome, e Parmi Teucre ivi appese. Or nel suo regno in piena Pace riposa. E noi progenie tua, A cui del cielo tu chiudesti i seggi, Da non dirsi! perdute anco le navi, Di un Nume solo dal furor traditi Si lungi erriam dagTitali confini! Cosi si obora la pietA, ne’ nostri Regni cosi tu ci riponi? Ed egli, Il genitor degli uomini e dei numi, 350 Sorridendo ali a figi i a con quel volto, Che le nubi disperde e le tempeste, »Ne sfiora il labbro, ne raccoglie il bacio, E cosi le favella: Non temere, 0 CiierAaj-per te restan le sorti x Immobili de’ tuoi. Tu la cittade E di Lavinio le promesse mura Vedrai, levato fia per te alle stelle Il magnanimo Enea. — Ne cangio io — Ma poiche tanto affanno ti conturba, 360 Svolgendoti il futuro, anche i lontani Segreti del destin ti faro aperti. Estese guerre ei moverš, in Italia, Schiaccera fieri popoli, costumi Imporrž, e leggi ai vinti, e soggiogati 1 Rutuli, a regnar Lazio vedrallo Di tre verni pel corso e di tre stati. Ma il giovinetto Ascanio, or detto Giulo, Ed Ilo un di, finche Ilio durava, Del pianeta maggior per trenta giri 370 Nel trono seguirallo, e da Lavinio Trasferira la regal sede in Alba, Che per lui fia la lunga Alba potente. Ben trecenfanni qui Tettorea prole AviA impero; finchž di Marte incinta Ilio sacerdotessa e in un regina 2 — 18 Dara gemina prole; quindi altero Della nutrice lupa il fulvo manto Romolo indosserh, lieto accogliendo Le genti, e cosi fia che la cittade 380 Sorga di Marte, e ch’ abbiano il lor nonie Da Romolo i Romani. Ne di tempo Limite, nh d’imprese io pongo ad essi; Senza fine 1’ impero ne fissai; Anzi 1’aspra Giunon, che adesso il cielo Il mar, la terra di paura affligge, Volti al meglio i consigli, vorrh meco E in armi e in toga onnipotente Roma. — Cosi mi piace. — Verra pur cogli anni Il giorno, in oui di Asshraco la časa 390 Riduca in servitu Micene e Ftia E ai vinti Argivi imperi. DalFantica Inclita stirpe nascera il troiano Cesare, alla' cui farna e al cui potere Saran con fine 1’ocehno e gli astri: Dal gran Giulo ei sarž, Giulio nomato. Lui delle spoglie d’Oriente onusto In cielo accoglierai contenta, e voti Egli otterrh pur fra i mortali in terra. — Lasciato il guerreggiar si fant mite 400 L’aspro secolo, e il mondo reggeranno Vesta, la bianca Fe, Remo e Quirino. Del bellicoso Dio con forti sbarre Si chiuderan le porte aspre di ferro; La dentro il rio furor tra le spietate Armi s’avvolgerh con cento ferrei Nodi al tei’go legato, e orribilmente Agiterh le insanguinate labbra.^ Cio detto invia dal ciel di Maja il figlio, Onde le spiagge e le recenti mura 410 Di Cartagine s’aprano ai Troiani: Perche, dei fati ignara, la regina Non li respinga dai confini suoi. Mercurio, aperte Fali, pel gran cielo Sen vola, e tosto della Libia ai lidi Arriva. Il cenno adempie; ed i feroci Cori, volente il dio, mutano i Peni; E la regina, pria di ognun, pensiero Mite e benigno cor pei Teucri accoglie, — 19 — Ma il pio Enea, che la notte in lunghe cure 420 Trascorse, si affretto ad uscir pei luoghi • Incogniti 1 a cui fu tratto dai venti, E a discovrir, giacche vedeali incolti, Se asilo fosser d’uomini o di belve, Per darne tosto ai suoi compagni avviso. Della selva al riparo e di scavata Rupe, rinchiusi fra 1’ orror delbombre Celo i suoi legni; ed ei del solo Acate Inoltravasi al fianco, e in man tenea Ampie freccie di ferro; quando incontro 430 Nella selva la madre gli si offerse, Albaspetto ed agli abiti fanciulla, Ma di Sparta parea vergine albami; Come la tracia Arpalice, che il dorso De’cavalli affatica, e nella fuga Volando il vorticoso Ebro precorre. Di cacciatrice a guisa, il valid’arco Agli omeri sospeso, concedea Le chiome ai venti; nuda era al ginocchio, Ove in bel nodo i flessiiosi šeni 440 Raccoglie della veste. Ed ella prima: 014, esclama, narratemi, garzoni, Se, quivi errante di mie suore aleuna Vedeste mai della faretra cinta, E rivestita di maccbiata linče; O che gridando. seguitasse il corso Di spumante cinghial. Venere disse, E di Venere il figlio rispondea: Ne udii, ne vidi delle suore aleuna. Vergine! oh qual ti nomero, che aspetto 450 Mortal non hai, ne di mortale il suono. Dea certamente! o del divino Apollo Sorella, o delle ninfe una tu sei. Felice vivi! e'“qual tu sia, le nostre Pene solleva; apprendine a quai piagge, Sotto a che cielo ci troviam lanciati, Che ignari erriam degli uomini e dei siti Dal vento qua sospinti e dai marosi; E frequenti cadran sull’ are tue Per nostra man le vittime. Soggiunse 460 Venere allora: Non cred’io esser degna — 20 t- Di tanti (mor. Le vergini di Tiro Hanno costume di portar faretra, E coturni calzar purpurei ed alti. Vedi i Punici regni, i Tirii vedi E la citta di Agenore, ma libico N’e il suol, la gente bellicosa e fiera. II comando ne ha qui Didon, fuggita Da Tiro, a torsi del fratello ali’ ire. Lunga 1’offesa, e son lunghi gPintrighi, 470 Ma vo’ seguirli ne’ maggior momenti. Era Sicheo il suo sposo, di terreni Tra i fenici il piii ricco e alla meschina D’immenso amore e di delizia oggetto. Nel flor primiero, in prime nozze il padre Legavala con lui, ma tenea il regno Di Tiro Pigmalione a lei fratello, D’ogni ribaldo piu ribaldo assai. Sdegno surse tra loro, ed il malvagio Per la sete delForo di Sicheo 480 L’incauto trafiggea dinanzi ali’are; Ne lo fermo il pensier, che la sorella Tanto lo amasse Con lei finse a lungo, E di vuote lusinghe il cor pascea DelPinfelice amante. Quando in sogno Dell’ insepolto sposo le appar 1’ombra, Ch’ oltre ogni modo pallida nel viso Levandosi, gli altari le scopriva Crudeli, innanzi a cui cadde trafitto, E tutte del germano dispiegolle 490 Le occulte frodi. Sconosciuto peso D’argento e d’oro le indicd, tesori Da gran tempo sepolti, ora alla fuga Pronto soccorso. — Si desto alTavviso Dido commossa, ed a fuggir con altri Compagni si prepara. O 1’odio acuto Od il timore del crudel tiranno Molti ne aduna. Prendono le navi, Che allestite per caso eran sul lido, E le carican d’ oro; e gih pel mare 500 I tesori sen volano. agognati DalPavido fratello; delPimpresa Una femmina e il duce. Alle contrade Approdarono alfin, dove le mura — 21 — Ingenti e la citta sorger tu vedi Della nuova Cartagine. Acquistaro Tanto di suol, che Birsa poi nomossi, Quanto accerchiar potea taurino tergo. — Ma voi, voi finalmeote da che spiagge Veniste, e dove mai volgete il corso? 510 E a lei, che in cotal guisa lo ricerca, Ei sospirando, e fin dali’ imo petto Traendo la parola: O Dea, rispose, Se da principio ti svolgessi il filo, E tu de’ nostri affanni udir potessi Cosi a lungo il racconto, nel segreto Olimpo asconderebbe Espero il giorno, Pria ch’ io il finissi. DalTantica Troia Per molti mari noi finor travolti Spinse aquilon tra i libici confini. 520 Sori quel pio Enea, che ne’ miei legni meco Traggo i Penati, ch’io salvai fra 1’armi; Noto agli astri per farna. In cerca io vado Dell’ Italia, mia patria, e de’ nepoti, Che meco avran dal sommo Giove il sangue. Con dieci navi e dieci dalle frigie Sponde salpai, mentre mia madre, Dea, Mi additava il cammino; e i miei destini Seguendo, sette me ne restan ora Dagli euri, e dai marosi conquassate. 530 Tapino, sconosciuto ora i deserti Della Libia passeggio, dali' Europa E dalPAsia respinto. — Ne la Dea Soffrendo piu 1’alto dolor del figlio, Si lo interruppe fra il materno affanno: Orsu quale tu sia, che alla cittade Arrivasti de’ Tirii, non čred’ io Che inviso al ciei le vi ve aure tu spiri! Prosegui ora, q„ di qua della regina Ti adduci al limitare, che il ritorno 540 De’ compagni ti annunzio ricomposta La flotta e da ogni vento alfin sicura; Se menzogneri i genitor non ebbi, O a presagir non m’insegnaro invano. — Or di sei cigni e sei quella giuliva Schiera tu osserva, cui da eccelsa plaga L’augel di Giove per 1’aperto cielo — 22 Pria scoinpigliava. Eccoli, mira in lunga Fila, o toccar ti paion terra, o appena Tocca, vedili a vol sdegnosi alzarsi; 550 Plaudon forte co’ vanni al loro scampo, E cantando si librano per 1’ aure. N on altrimenti le tue navi e i tuoi, O gia tengono il porto, o a gonfie vele L’ imboccano. T’ inoltra ora, ed il passo Volgi cola, dove il sentier ti guida. Fini, si volse, e di fulgor divino Brilla il candido collo, dal suo capo Celestiale odor spiran le chiome, La veste lino al pie sciolta discorre, 560 E ali’ incedere Dea si manifesta. Riconobbe la madre, e con tai voci La fuggente accompagna: e tu pur meco Crudel, perche di menzognera speme Tante volte mi pasci ? perche inai Destra a destra congiungere, e verace Verbo teco scambiar non m’e concesso? Tal si lamenta, e alla citta si avvia. Ma Venere di oscuro aere li cinse, E li spargea di fitta nebbia intonio, 570 Onde non possa alcun vederli, o alcuno, Della cagion riehiederli, che i mena. Ella pel ciel lieta si avvia le sedi A riveder di Pafo, dove ha il tempio, Ove per essa cento altari e cento Fuman d’ arabi incensi, e la fragranza Vi spira di freschissime ghirlande. Preser la via, che dal sentiero e mostra, E gia il colle salivano, che grande Alla citta sovrasta. Ammira Enea 580 Le torri, ov’ eran sol capanne un giorno, Le porte ammira, le distese vie E lo strepito in esse. I Tirii ardenti Parte le m ura e parte le castella Sono a erigere intesi e colle mani A volger sassi, ed altri ai propri alberghi Segnan di un solco 1’ opportuno sito. Pel foro, pegli uffici e pel Senato Scelgon la sede, ed altri ancora il porto Scavano, e del teatro i fondamenti 590 — 23 — Altri piantano, e staccan dalle rupi Altissime colonne, onde sublime Abbian decoro le future scene. — Cosi il sole di estate al lavorio Tra i nuovi flor de’ campi incalza 1’ api, Che eonducono fuor 1’ adulto gregge; E cosi, quando a condensar si danno 11 liquido lor rnele, e di quel dolce Nettare 1’ alvear empiono tutto, 0 incontro vanno a sollevar dal peso 600 Le compagne, e ordinatesi in ischiere 1 codardi pecchion dalle lor mense Discacciano, affaticano e soave La fragranza diffondesi del mele. — Fortunati color, di cui le mura Sorgono alfin! proruppe Enea, che alzati Bella cittA contempla i tetti. In mezzo Cammina delle vie tra nebbia avvolto, E, a dirsi, maraviglia! da nessuno Sccrto si move a un popolo frammisto. 610 Della citta nel mezzo eravi un bosco Beato d’ombre, ove i sospinti Peni Bal mar, dai venti, ritrovar scavando, Venuti appena, da Giunon segnale Predetto, il teschio di un destrier feroce; Cosi per lunga et& forano i Peni Incliti in armi e d’ ogni ben ricolmi. Qui la sidonia Bido un tempio aderge Immenso a Giuno, suntuosi doni Vi appresta e della Biva il simulacro. 620 Sovra gradini il limitar di bronzo, Fregiate di bronzo eran le travi, Sui cardini stridean porte di bronzo. Cede a nuovo spettacolo il timore, Che pria nel bosco il colse, e qui salvezza Oso sperar la prima volta, e alquanto Piu confidar nelle avvilite sorti. Che mentr’ egli ogni cosa nell’ esteso Tempio riguarda, e aspetta la regina, E mentre in se con maraviglia pensa 630 Bella citta ai destini e ali’ abil mano, Al valore deli’ opere e al travaglio; Bavanti gli si oifersero ordinate — 24 Le iliache pugne e la famosa guerra, Che omai sa il mondo; e Priamo e 1’Atride E quell’ Achille pur nemico a entrambi. Fermossi lagrimando ; e qual mai lido, Esclama, o Acate, qual vi e mai contrada, Che di nostre sciagure non risuoni ? Ecco Priamo, anche qui premio e a virtude, 640 Le sventure hanno lagrime, e gli altrui Dolor toccano 1’ alrne ! Dal timore Ti sciogli, che per te sar& la farna Della salvezza il pegno. Cosi disse, E il cor pascea delle dipinte scene, Assai gemendo, e gli rigava il volto Largo fonte. Perche d’ intorno ad Ilio Vede, come in battaglia, a fuga volti Quinci gli Argivi scompigliati e rotti Dai Troiani, di la 1’elmichiomato 650 Achille, che sul carro insegue i Frigi; Ne molto lunge ravviso di Reso I padiglion di bianchi lini, e pianse. Sul primo sonno li invadea il Titide, Uccidendo gl’ inconsci, e insanguinato Di larga strage i suoi corsieri al campo Acheo rivolge, pria ch’ abbiano 1’ erba Di Pergamo gustata, oppur del Xanto Bevuto alle lluenti. Troilo fugge Da un’altra parte, ed ha gia perso Tarmi. 660 Giovinetto infelice! che venuto Col forte Achille a disugual tenzone In balia dei corsier dal vuoto carro Pende, ma i freni tiene in mano ancora; L’ asta micidial solca la polve, E il suolo ei striscia coi capei, col capo. Dell’ implacabil Pallade frattanto Al tempio arrivan le troiane donne Col peplo, sciolte le lor chiome e sparse. Supplichevoli e tristi con le palme 670 Battonsi il petto; ma 1’ avversa Diva Tiene a terra lo sguardo. Achille aveva Tre volte d’ Ilio alla muraglia intorno Ettore traseinato, e d’ oro al prezzo Ora ne vende esanime la salma. Alto sospiro allor dalFimo petto — 25 — Manda in veder le spoglie, il cocchio e il corpo Dell’ amico e le man tendere invano Priamo. Se ancor conobbe fra gli Achei Prenci commisto. De’ soldati eoi 680 E del moro Memnon 1’ armi ravvisa. Qui furibonda coi lunati scudi Pentesilea le Amazzoni conduce, Guerriera nell’ ardir di molti eroi Piu forte, che rieopre d’ aureo fregio L’ adusta mamina, e d’ uomini le schiere, Benche vergine, affronta. Mentre al teucro Enea ammirande appaiono quell’ opre, E da stupore a riguardarle e mosso; Bellissima di aspetto al tempio incede 690 Didone la regina, e la circonda Fitto stuolo di paggi. Come in riva AlPEurota, o sui vertici di Cinto Diana il coro delle ninfe addestra, E da ogni banda a lei seguaci intorno Si addensano le Oreadi a mille a mille; Alle spalle sospesa la faretra, Passeggia fra le Dee, che tutte avanza; Intanto di Latona una segreta Dolcezza va pel cor; tal era Dido, 700 E duce ali’ opre ed al futuro impero Ella cosi tra i suoi lieta si aggira. Al simulacro della diva innanzi, Dove nel mezzo a cupola si ergea Il tempio, cinta da guerrier, nel solio Composta regalmente ella si asside.. Di la i comandi e la misura impone D’ eque fatiche, e le divide a sorte. Quand’ ecco Enea, da numeroso stuolo Seguiti entrar vede Segesto, Anteo, 710 Il valido Cloanto ed altri ancora, Che i turbini dispersi avean pel mare, E che cacciar ne’ piu riposti šeni. Stupi nell’ alma, e insieme a lui compreso Rest6 di gioia e di timore Acate. Ardevan di abbracciarli, ma la vista Dell’ignoto spettacolo turbolli. Dissimularo, 'e in seno della cava 26 — Nube raccolti, spiano qual sia D’ essi la sorte, ov’ abbiano i lor legni, 720 E a che arrivino; mentre delle navi Son dessi i duci, e corrono soccorso Ad implorar con gran clamore al tempio. Poichb introdotti furono e richiesti A favellare, con tranquillo accento, Maggior di grado, comincio Ilioneo: 0 regina, a cui Giove concedea Fondar nuova cittade, e ad un superbo Popolo impor di giuste leggi il freno; Noi miseri troiani, trabalzati 730 Per ogni mar dai venti, or ti preghiamo, Che le fiamme terribili dai nostri Legni allontani; tu risparrnia i pii, E da vicino i nostri danni osserva. Non gia col ferro a desolar giungemmo 1 libici paesi, ne, a deporre, Quivi approdammo, le involate prede; Tanto i vinti di ardire e di baldanza Non hanno. Un luogo v’ e detto dai Greci Esperia, armipotente e ricca terra 740 Da secoli famosa, che gli Enotri Abitarono un di; poscia i nepoti Italia la nomar dal nome stesso D’ Italo, che portava il re primiero. Qui tendevamo, quando il procelloso Orione levandosi, improvvise Alza 1’ onde, e ne caccia dentro i guadi; E, infuriando gli Austri, piu c’ incalza Pei flutti contro scogli ricoperti Dal soverchiato mar. Qui ai vostri lidi 750 Pochi giungemmo. Ma qual razza e questa D’aspra gente? Qual mai barbara patria Puo il costume patir, che si rifiuti Ai naufraghi 1’ arena ? L’ armi contro Ci muovono, ed a noi perfin si vieta, Che di tue spiagge ci raccolga un lembo. Se gli uomini sprezzate e 1’ armi loro Gli Dei temete, che dei fatti egregi , E deli’ indegno oprar memori sono. Era Enea il nostro re; di cui nessuno Piu giusto, ne di questo altri maggiore 760 — 27 — Nella pietfi e nel senno. Che se pure Cel riserbano i fati, ed in quest’ aure Eccelse vive, ne per anco e preda Dello spietato Averno, accoglier tema Certo non dei, se per la prima teco l)i cortesia tu lo eccitassi a gara. Vi sono ancor ne’ siculi paesi Čampi e citta, vi abbiamo il teucro Aceste. Donaci di ridurre i conquassati 770 Legni alla riva, di tagliar ne’ boschi Acconcie travi e di approntare i remi; Se, riavuti i compagni e il nostro duee, Dato ci sia di volgerci aldtalia, E di approdare giubilanti al Lazio E airitale contrade. Che se questa Salvezza ci vien tolta, e a te, buon padre De’ Teucri, 1’ onde libiche fur tomba, Ne di Giulo piu speme ci rimane; Almeno volerem pel mar sicano, 780 I)onde tratti qui fummo, alle dimore, Che il rege Aceste preparo per noi. Ilioneo cosi disse, e ad una voce Tutti fremendo i Dardani assentiro. Allor breve Didon, chino lo sguardo, Cosi gli parla : ogni timor bandite, A ogni cura toglietevi, o Troiani. Dure vicende e novita di regno „ A tal rigor mi astringono e a custodia Severa e piena de’ confini miei. 790 Chi la schiatta di Enea, chi de’ Troiani La citta non conosce e la prodezza E il divampar della terribil guerra ? Core non han cosi selvaggio i Peni, Ne da Cartago si lontani il sole Volge i corsieri, O che il desio vi punga Della Saturnia terra e della grande Esperia, o dei confini d’ Eriče e del rege Aceste, aiuto nel partire avrete E difesa da me; ne d’ altri mezzi ^ 800 lo con voi šaro parca. Oppur volete Meco albergarvi ne’miei regni? E vostra La citta ch' ora io pianto, ritirate I legni. Nulla innanzi a me separa — 28 — Troiani e Tiri. Qui tratto dai Noti Pur ci arrivasse il prence vostro Enea! Ma per le spiagge mandero i raiei fidi; Deila Libia ogni sito, ogni conflne Vorrh cbe si ricerchi; se mai salvo Dal mar si aggiri per cittž. ramingo, 810 O per foreste. A tai parole il padre Enea ed il forte Acate rincorati Ardono a un tratto di squarciar la nube; E a Enea primo si rivolge Acate : Deila Dea figlio, che ne pensi adesso? Vedi, tutto e sicuro, i nostri legni E i compagni son salvi; un sol ne manca, Che nell’ onde sommergersi vedemmo; Risponde il resto deila madre ai detti. — Avea Anito, che si apri la nube, 820 Ond’ eran cinti, e sfumo appien nell’ aure. Enea rimase, e di serena luce Rifulse, nel sembiante e nell’ aspetto Pari a un Nume; perche Venere stessa Nuovo decoro alle sue chiome aggiunse, Di gioventude ne ingemmo le forme, E il guardo ne cingea di amabil luce ; Come ali’ avorio da novel decoro La mano, o come splende il pario marmo O 1’ argento dal fulvo oro precinto. — 830 Alla regina tosto e agli altri tutti Improvviso favella: Io quel troiano Enea, che ricercate, io son quel desso, Alfin salvo dai libici marosi. O tu sola pietosa, aghinfiniti Danni di Troia, o tu che noi scampati Ai Greci e affranti dai perigli, omai Di tutto bisognosi alle tue čase E alla cittade associ! Non e in noi 840 Troiani per 1’ immenso orbe raminghi Potere adesso, ne sarž, giammai Di offrir col guiderdon grazie condegne; Ma il giusto premio dagli Eterni aspetta, Se un Nume v’e, che alle beli’opre attenda, O giustizia pur valga ed una mente Conscia del retto. Oh! qual felice a noi — 29 — Tempo ti die! Quai genitori avesti Magnanimi cotanto! Finche al mare Corrano i fiumi, finche seguan 1’ombre 850 Delle montagne il giro, finche 1’ etra Alimenti le stelle, dureranno Gli onor, la farna e di tue laudi il suono, E mi staran per ogni luogo impressi. Ali’ amico Ilioneo porge cio detto, La destra, 1’altra man tende a Segesto, Indi si volge ai forti Gia e Cloanto E agli altri tutti. Sul primiero aspetto E alla fortuna deli’eroe si strana Stupi Dido Sidonia: Qual mai sorte, 860 Cosi gli parla, della Diva o figlio, Fra inauditi pericoli ti preme, Qual forza ti condusse agli aspri lidi? Non sei tu quell’Enea, che in riva al frigio Simoenta produsse al teucro Anchise L’alma Venere un di? Tuttor sovviemmi Di Teucro allor, che dalla patria in bando In cerca d’altri regni e delTaita Di Belo padre mio venne a Sidone; Il genitor scorrea la opima Cipro, 870 E vincitore ne tenea il comando. Fin da que’ di conobbi la ruina Di Pergamo e il tuo nome e i re pelasgi. I teucri ei pur, benche nemico, eroi Chiamava, e uscito dali’ antica stirpe De’ Teucri ei pur nomossi. Orsu, o garzoni, Affrettatevi a entrar ne’tetti miei; Me ancora ugual fortuna in mille rischi Avvolse, e alfine me ripor qui l '- i volle. Del duol la prova a raddolcir m’ insegna 880 De’ miseri le pene. — Si favella, E seco Enea nella sua reggia adduce, E in un per ogni tempio intima i riti. Sul lido intanto ai suoi compagni manda Venti gran tori, colle madri cento Pingui agneili e di porci ispide terga Pur cento in dono e 1’allegria di Bacco. Ma regalmente splendida si appresta Nel palagio ogni stanza, ed il convito Nel mezzo si prepara. Fregiati Drappi dalTarte e d’ostro rifulgenti, Argentei vasi ricoprian le mense, E cesellate in or 1’ opre gagliarde Splendevano de’ padri, e dal principio In lunga serie de’ guerrier 1’ imprese. Perh Enea, che per nulla distor puote Dalla paterna tenerezza il core, Alle navi spedisce il presto Acate, Che Ascanio avvisi, e tosto a se il conduca Veglia per lui del genitor la mente. — Ordina pur, che i doni dalle fiamme Di Troia illesi gli si arrechin, d’oro E di figure al tatto aspra la veste, Di croceo acanto il ricamato velo, Ambo ornamenti deli’ argiva Elena, Che da Micene, nel partir per Ilio Al vietato connubio, seco addusse, Dono ammirando di sua madre Leda! Lo scettro ancora, che Ilion, la prima Figliuola di Prihmo, un di tenea, Ed il monil, che al collo ebbe di perle Tempestato e la duplice corona Tutta di gemme e d’ or. In fretta Acate Verso le navi a cio eseguir si avvia. Ma Citerea novelle astuzie e nuove Arti medita in cor; che il suo Cupido Cangiate forme e viso, si presenti Di Ascanio nelTaspetto, e con quei doni Infiammi la regina, onde furente Perfin nell’ ossa quell’ardore accolga. Teme la Dea la infida schiatta e il doppio Parlar de’Tiri, e piu paventa Tira, Che ritiene Giunon la notte insonne; Per cio invita cosi 1’alato Amore: Figlio, mia forza, tu sostegno mio Unico e grande, che di Giove i dardi Non temi-, ond' egli fulmino Tifeo, A te mi volgo, e supplice ricerco Il Nume tuo. Che il tuo fratello Enea Dall’iniqua di Giuno ira travolto Vada pei mar di lido in lido errando, Ti h noto ben; che tu spesso di uguale — 31 Dolor piangesti al dolor mio. Raccolto Adesso egli e dalla fenicia Dido, Che lo fermo con lusinghieri accenti. Ma pure io temo, che i giunoni alberghi Si cangino per lui; non cede, no II furor di Giunone in tal momente. Prima dunque far mia d’inganno io penso Dido, affinchS per nessun dio si muti;‘ 940 E meco insiem da immenso amor tenuta A Enea ella resti. Da me ascolta il modo, Che ne guidi a tal fin. Chiamato adesso Dal genitor diletto il regal figlio, Mio dolce amor, si avvia per la Sidonia Citta, portando quei tesor, che al mare E di Troia avanzarono alle fiamme. Sepoltolo nel sonno, asconderollo In sacro ripostiglio sovra 1’ alta Citera o alTombra del selvoso Idalio; 950 Ond’ei non possa accorgersi d’inganni, Ne giungerci frammezzo. Tu il suo aspetto Prendi solo una notte, e in lui ti cangia; Che fanciullo ben puoi di quel garzone Assumere le forme; e allor che Dido Tra le regali mense e di Lieo Tra i nappi nel suo grembo ti raccolga Lietissima, e ti stringa, e baci in volto Dolci t’ imprima, tu le inspira occulto Fočo, e 1’inebria del fatal veleno. 960 Della sua čara genitrice ai detti E pronto Amor, deli’ ali si dispoglia, E di Giulo col passo allegro incede. Dolcissimo sopor Venere intanto Di Ascanio infonde nelle membra, e in grembo Raccolto, lo si reca ali’ alte selve D’ Idalia, ove assopito fra le quiete Ornbre, tra i 'flor mollespirante il serra La persa intorno. E gia si avvia Cupido,; E pel materno cenno dietro T orme 970 Lieto di Acate, regi doni apporta Ai Tiri. Allor ch’ei giunse, la regina Sovra gli arazzi, di dorata sponda Compostasi nel mezzo, si assidea. JI teucro duce co’ troiani allora — 32 N Conviene, e tutti su purpurei drappi Si adagiano; i famigli agli adunati Porgono linfe, su canestri il pane Dispensano, e le lucide tovaglie Rečan fra mani di tessuto lino. 980 Cinquanta entro vi sono in lunga schiera Ancelle addette ad .apprestar vivande, E sulle fiamme a spargere gl’ incensi; Ed altre cento e cento paggi ancora Pari di etž, ricoprono di sc,elti Cibi le mense, e vi pongon le coppe. Nei lieti alberghi arrivano frequenti Anch’ essi i Tiri, e sui dipinti letti A seder son chiamati. I teucri doni Prestano a ognun di maraviglia oggetto. 990 Ammiran Giulo, il fascino, che il cinge, Di ascoso Nume e il non mortale accento; Animirano le vesti e in un quel velo Trapunto nei color del croceo acanto. Ma piu di tutti 1’ infelice, a cui Gi& sovrastava il velenoso strale, Abbastanza appagar non puo la mente; E mentre guarda, suscitar gran fiamma Sentesi in core la fenicia, tutta Dai doni e al pari dal fanciul commossa. 1000 Egli di Enea, poi che pende dal collo, E cogli amplessi sazio 1’ immenso Amor di lui, che pur padre non gli era, Si volse alla regina. Essa tenea E 1’alma e gli occhi tutti tisi in lui; Talvolta in grembo lo si reea, ignara Del terribile Iddio, che in se raccoglie. — E gia il figliuol delTAcidalia madre Prima Sicheo dal seno le cancella A poco a pOco; poi 1’anima sgombra 1010 E il non piu avvezzo cor d’amore infiamma. Al banchettar la prima tregua posta, E via tolte le mense, enormi tazze Son poste, e s’ ornan di ghirlande i vini. Di strepiti rimbombano le šale, Echeggiano del suon gli atri regali. Lampade accese pendono dali’ auree Volte, e alla luce dei doppieri ardenti — 33 — Pugge la notte. — Quivi la regina Chiese, e di vino quella tazza empia, D’ oro e di gemme fulgida, pesante, Che servi a Belo e alla regal prosapia. Tosto si fe’ muta la reggia: O Giove, Cui del dritto ospital vindice ognuno Paventa, deh! propizio a noi concedi, Che fausto ,ai Tiri e a que’ di Troia usciti Sia questo giorno, e tal chei la memoria De’ nipoti ricrei. Benigni ancora Ci sian 1’ottima Giuno e di allegrezza Bacco il datore; e tutti voi, rniei Tiri, Qui congregati ad esultare invito. Disse, e 1’ onor di Bacco in sulla mensa Sparse, e libonne a flor di labbro alquanto: Indi la porse per cirnento a Bizia; Ed egli pronto la spumante coppa Di un tratto ingola lino ali’ aureo fondo. Lo imitarono i prenci. Intanto Jopa, Chiomato alunno del divino Atlante, L’ auree corde ricerca, e su vi canta 11 giro della luna e la del sole Penosa ecclisse; donde nacquer prima Uomini e belve, e la cagion de’ nembi E de’fulmini canta, e le piovose Iadi e TOrse, e perche in Oce&no Ratto si tuffi nell’ inverno il sole, E quale indugio quelle notti allunghi. Allora il plauso rinnovaro i Tiri, Lo seguirono i Teucri; e 1’infelice Dido tra il vario conversar traea La notte, a lungo sol bevendo amore. E di Priamo e di Ettor molto richiese, E con qual’ armi,„deU’Aurora il liglio A Pergamo giungesse, Diomede Con quai cavalli, e per che fatti Achille S’illustrasse cotanto. — Anzi racconta, Ospite mio, proruppe, dalla prima Le greche insidie, d’ Ilio i časi, e i tuoi Error; che. il settim’arino omai ti porta Per ogni mar, per ogni lido errante. 1020 1030 1040 1050 3 LIBRO SECONDO Enea racconta le frodi dei Greci e le arti del perfldo Sinone, per cui cadde il regno di Priamo e Troia fu incendiata; e com’ egli salvo il padre Anchise dal foco, ma perde la moglie Creusa. r ■ ■' -v* • ' '%-■ \ 4 ■ < Tutti atnmutiro, e tenean g!i occhi intenti Indi cosi dali’ alto letto Enea Incomincio: Regina, tu m’ imponi Ch’io rinnovelli inesprimibil duolo; Come la teuera possa e il miserando Regno gli Achivi rovesciaro, quanto Io stesso vidi lamentevol scempio. E di che fui g ra n parte. lu dir tai cose Qual Mirinidone, o Dolopo, o soldato Del duro Ulisse si asterria dal pianto? E gia 1’umida notte in ciel declina,' E al sonno invitan sul cader le stelle. Pure, se tanto i nostri časi or brarni Sapere. e in breve la sciagura estrema Udir di Troja, benche orror m’aggravi Nel ricordarmi, e si sgomenti il core, Ti narrero. Dal guerreggiare affranti E lungamente dal destin respinti 1 duci argivi, per divin pensiero Di Pallade, qual monte edificaro Un cavallo, e ne fer di abete i fianchi. Finsero in (ju'el 1 o del ritorno il voto. Farna ne vola. Di segreto poi Tra i valorosi rnolti a sorte eletti Chiuser nel cieco tianco, e tutte empiro L’ampie caverne.p il sen di armate schiere. Di fronte a Troja e Tenedo faraosa Isola e ricca, tinche .visse il regno Di Priamo, ed ora solo un porto e ai legni Mal fido asilo. Qua gli Achei venuti NelFermo lito si celar. Pensammo Ch’ ei foSser lungi, e con propizio vento Volti a Micene. Alfin Teucria respira Da lungo affanno. Schiudonsi le porte, — 38 Se n’escon tutti, e di girar son lieti Via pei dorici valli, pei deserti Čampi e pel lido abbandonato. Quivi Fur dolopi drappelli, qui le tende Del crudo Achille, delle navi e questo ]1 loco, spesso qui pugnar le schiere. 40 Al don fatale della casta Dea Parte stupisce, e del cavallo animira La mole. Allor Timete il primo insegna, Che dentro si trascini, e nella rocca Lo si riponga; fosse inganno, o il fato Questo di Troja! Pero Capi e quanti Han miglior senno, giu nel mar le insidie Gittar voglion de’ Greci e i finti doni, Distruggerti col foco, o le caverne Squarciar del ventre, e rivederne ogni antro., -5p E mentre incerto negli opposti avvisi 11 vulgo si divide, ecco d’ogni altro Primo discende dalTeccelsa rocca Laocoonte con acceso aspetto, E lo seguia gran stuolo. Ei lunge ancora: Miseri Teucri, qual furor vi accieca? Lontani li credete, e senza inganno Un sol pensate de’ lor doni ? Noto Cosi v’e Ulisse? O in questo legno ascosi Si chiudono gli Achivi, o delle mura 60 Tanta macchina e a danno: i nostri alberghi Fatta a esplorare, ad assalir dalTalto Troja. Un’insidia qui si cela, o Teucri; Non credete al cavallo; checche ei sia, "J Greci, ancor se recan doni, io temo. Cio detto, un’ asta poderosa al fianco, Infra -le travi del ricurvo seno, Si fortemente gli scaglid, che infissa Stette tremando. Del commosso ventre Suonaro gli antri, e di dolor s’intese 70 Interno un grido. E se divin decreto, Se allor turbata la ragion non era, Ne avria gia indotti a lacerar col ferro Le argoliche latebre, e tu saresti Ancora, o Troja, e sorgerian le mura Di Priamo eccelse. 39 — Al re traeasi intanto Con gran clamor dai dardani pastori Un uom, che al tergo avea le mani avvinte^ Ignoto, ad essi che venian, si offerse ' Ad arte. per aprir Pergamo ai Greci; 80 Neli’ ardir fiducioso e apparecchiato A compiere 1’ inganno o a certa morte. 'jDa ogni parte precipita bramosa Di vederlo la teucra gioveritude, E irride a gara il prigionier. Tu ascolta Or de’ Greci le insidie, e li conosci Tutti da un’ opra. Perocche al cospetto Di noi, com’ egli sgoinentato, inerme Stette, e miro le frigie schiere intorno: Ahime! disse, qual terra omai raccormi 90 Puote o qual m are? Che sperar mi resta, Misero! al fin, -se non ritrovo asilo Era i Greci, e in teši al sol mio danno i Teucri Chiedon mia morte anch’essi? Ne commosse Tutti quel pianto, e ci represse ogn’ ira. Noi lo esortiamo di qual sangue ei sia A dirci, che mai rechi, ed or prigione Qual nutra speme. Ed egli, alfin deposto Ogni timor, cosi favella: Io tutto, Segua che puote, narrerotti il vero,*' O prence, e me di greca stirpe uscito Non tacero dapprima. Se fortuna Fe’ misero Sinon, mendace e reo Essa non puo, benche malTagia, farlo. Non so, se, ragionando, inteso il nome Abbia tu mai di Palamede, insigne Per farna, per valor, pel chiaro sangue Di llelo. 1 Greci con infame accusa Di tradimento, e con mentiti segni^ Perche alla g u er ra si opponea, innocente 110 A morte lo dan n aro ed alla luce Il piangono ora tolto. A lui congiunto Me 1’ infelice genitor mandava Compagno in arine da’prim’anni. Mentre Egli reggea sicuro, e fu in consesso Moderator de’ prenci, riportai Decoro e farna anch’ io. Ma poi che 1’ aure 100 — 40 Vitali abbandono per invid’ opra Del traditore Ulisse (ne vi narro lgnote cose) fra tenebre, in pianto 120 Trassi mia vita disdegnoso e afflitto Per 1’ innocente amico,: Ma non tacqui Stolto! e giurai, se lo potessi un giorno, Se vincitore alla mia patria in Argo Io ritornassi, ne farei vendetta; E, sl dicendo, acerbi sdegni io mossi. D’ogni mio rnal 1’origin questa; Ulisse Di qua sempre atterrirmi con novelle Accuse, sparger dubbie voci iutorno, E di se conscio ogni arma usar. Ne tregua 130 Ei fe\ se pri m a con Calcante-inteso.^— Ma perche invano con ingrate nuove 10 vi trattengo, se del par gli Achei Tutti sprezzate, e tal vi basta udirmi? Punitemi su via, lo vuole Ulisse, Ed a gran prezzo il pagheran gli Atridi. Ardiamo allor d’ interrogarlo, e ignari Di tanto eccesso e di pelasghe frodi, Di tutto il ricerchiamo. Ed ei prosegue Timido in' vista e con infinti accenti: 140 Da Pergamo partir spesso brarnaro I Greci, e alfin da interminabil guerra Togliersi affranti. Ben lo avesser fatto! Ma sempre, o gl’impedi nemico al mare 11 verno, o ad essi, che partian, paura Diedero gli austri. Ed anche allor, che pronto Era il cavallo di gran travi intesto Suono 1’etra di nembi. Noi sospesi Euripilo mandamino a udir gli accenti Di Febo, ed ei da’penetrali il teiste 150 Detto riporta: Un di col sangue i venti E con 1’ uccisa vergine placaste, O Danai, pria di sciorre al teuero lido; Anco il ritorno 6 da invocar col sangue E con 1’offerta di una vita'argiva. Corne tai voci il vulgo ascolta, ognuno Stupisce, ed un terror gelido scorre Per Time ossa: non si sa cui tocchi_ II fato, o chi ricerchi Apollo. Intanto Ai — 41 Con gran tumulto 1’indovin Calcante 160 Da Ulisse in mezzo e addotto, e il divin cenno Chiesto e di aprire. Ma sinitro avviso Mi porser molti di crudele inganno, E taciti vedean altri il futuro. Ben dieci giorni ei tacque, e niego scaltro Di esporre alcun per la sua bocca a inorte; Ma come vinto alfine ai sommi preghi % Di Ulisse, inteso gia con lui disserra Il labbro, e ali’ara me destina. Al detto Gli altri assentiro, e quel che ognun temea 170 Per se, rivolto di leggier sopporta Di un misero alPeccidio. Gia vicino Era L’ orribil giorao, e si apprestava L’ infame ritd; gia del farro sparso M’aveano e il capo delle bende cinto. Rotti ho i ceppi, confesso, mi salvai Da morte, e al bujo della notte io giacqui Fra 1’alghe ascoso e fra il pantan di un lago; Finche, sul punto di partir, le vele Dessero ai venti. Ne mi avanza speme 180 Di riveder 1’ antica patria, i dolci Figli e 1’arnato genitor, cui forse Della mia fuga chiederan la pena I Greci, e di tal fallo avran vendetta De’miseri col sangue. Or io ti p rego Pei Numi eterni, che del ver son consci, E per la fede, se quaggiu rimase Intemerata, con pieta riguarda Tai časi e un’ alma indegnamente oppressa. r Vita gli diamo al pianger suo commossi, 190 E Priamo stesso vuol, che da catene, Da’ lacci si disciolga e con benigne Voci gli parla: Qual tu sia, gli Achivi Perduti omai dimentica per sempre; Or sei de’nostri, ed alTinchieste il vero Tu mi rispondil/Del cavallo immang, Come, da chi fu' questa mole eretta, E per qual fine? E un voto. oppur di guerra Una macchina e dessa? Ei disse, e l’altro D’ inganni sol, di greca frode istrutto 200 Sciolte dai ceppi lev6 al ciel le palme: — 42 — Voi testimoni, esclama, o eterni fuochi, E il Nume vostro inviolato invoco, Are e tremende scuri, che evitai, E voi bende, ond’io vittima fui cinto-f- Che sciormi alfin d’ogni piii sacro giuro Coi Greci io posso, che abborrir li deggio, Spiegar le frodi occulte ancor, chč nulla Legge alla patria piu mi avvince omai. Tu poi ricorda tue promesse, o Troja, 210 E poiche ti salvai, la fe mi serba, Se il ver ti dissi, e gran mereč, ti bo resa. Ogni speme de’ Greci, ogni fidanza Dell’intrapresa guerra si reggea NelTajuto di Palla. Ma da quando ITernpio Tidide e di delitti il fabbro Ulisse, ucciso deli’eccelsa rocca< Ogni custode, svellere il Palladip Fatal dal santo suo delubro ardiro, Papir la diva immagine, e cruenta, 220 La mano alzar sulle virginee bende, Cangio la sorte, e la caduta speme Languia ne’Greci; affranti erano, e avverso Il Nume ad essi della Dea. Non dubbio ^ Segno ella pure coi portenti offerse. _ Che addotto appena il simulacro al tempio, Dalle torve pupille balenaro Sinistre fiarame, le scorrea pel corpo Un sudor salso, e maraviglia a dirsi, Dal suol surse tre volte, e forte scosse 230 ATm scudo e 1’asta, che in sua man tremava. Allor Calcante di tentar la fuga Per 1’onde intima; che le freccie argive Non domeranno Pergamo, se in Argo A nuovi auspici non si rieda, e il Nume Non si rimeni, che pel mar ne’ curvi Legni avean seco addottojX)nde arrivati Alja patria Micene apprestan ora Gli amici Numi e Parmi, ed improvvisi Poi, ripassato il mar, vi assaliranno. 240 Cio Calcante predice. Per suo avviso Del violato Nume e del Palladio Posero in luogo tal destriero, ammenda Del fallo rio. Calcante fu, che impose 2 ' -\y^r\JLv 9 — 43 — La gran mole inalzar di travi intesta, E al ciel levarla, perche dentro accolta Per le por te n on fosse, o tra le mura Condotta, e quindi per 1’ antico rito Voi non protegga. Che se mai la vostra Mano oltraggiasse di Minerva il dono, 250 Sciagura estrema, che i celesti pria Rivolgano su lui, cadrebbe allora Sul vasto impero e sovra i Frigi tutti. r /fflfa per opra di voi se addotto fossej ''Nella vostra citta, delTAsia intera Irromperian le grandi armate un giorno Contro le mura d’Argo e un tal destino Riserbasi a’nepotfefA queste insidie E alla parola di Sinon spergiuro Tutto credemmo, e quei,. che non fur vinti 260 DalTeroe di Larissa o dal Tidide, Non da dieci anni, ne da mille navi; Jj l)a inganni e finto lagrimar son pre^r/^ Ma ben piu grave e piu terribil caso A gl’ infelici occorre, onde sorpresi Hanno sgomento i cori. Laocoonte, Sacerdote a Nettun per sorte eletto, .Gran toro im mola sui festivi altari; Ed ecco a nuoto sovra il mar tranquillo Da Tenedo due šerpi, agghiaccio in dirlo, 270 Drizzano insiem le immani spire al lido.i Ergon fra Tacque i petti, e sanguinose Sollevano le creste; 1’altra parte Via per l’onde trascinano, e le immense Terga svolgendo piegan.^Lo spumante \ .. Flutto risuona, e gia tengono il lido. N \^ Di sangue e foco rosseggiavan gli occhi, Ed a lambir le sibilanti labbra Vibravano le'‘lingue. A cotal vista Fuggimmo esangui; e quei sicuramente 280 A Laocoonte movono e dapprima L’un šerpe e 1’altro de’ due figli intorno Al picciol corpo avvinto, col suo morso Le membra miserabili divora. Quindi lui pur, che aita reca ed armi, Prendono, e il legan colle ingenti spire; — 44 — E nel mezzo avvinghiatolo due volte, Ed altrettante le squamose terga Date al collo, sovrastano coli’ alte Cervici e coi lor capi. Ed ei, macchiato 290 Di propria strage e di venen le bende, Tenta disfar colla sua mano i nodi, E in un solleva orrendo grido ali’ aure, Qual toro, che ferito l'altar fugge Alto mugghiando, se dal collo scosse L’ incerta scure. Alfin da lui quegli angui Spiccansi, e fuggon pei delubri eccelsi Fino alla rocca della Dea nemica Dove a’ suoi piedi sotto l’ampio giro Si appiattan dello scudo. E qui novello 300 Sorge timor negli atterriti cori, E credon tutti, che a ragion punito Sia cosi Laocoonte, che col ferro II sacro leg.no offese, e del cavallo Nel tergo l’asta iniquamente infisse. , Gridano insiem, che il simulacro al tempio \ ' Si adduca, e il nume della Dea si plačili, 'v a, Apriam le mura, ed apprestiamo il varco, Tutti intesi a quell’ opra, ai pie le ruote Volubili apponianio, ed al suo collo 310 Funi avvolgiam. La macchina fatale D’ armi gravida il muro alfin trapassa, E s’ode intorno di donzelle un carme E di fanciulli, che toccar con mano Godon le funi. E quella minacciosa Sorge nel mezzo alla citta, e cammina. O patri a, o II io d’immortali albergo, O dei dardani eroi inclite mura! Delle porte sul limite ristette Ben quattro volte, quattro volte il ventre 320 Mando suon d’armi, e immemori e d’insania Ciechi pur anco nella sacra rocca A comun danno riponiam quel mostro. Allor Cassandra, per voler de’ Numi, Qual fu sempre da’ Teucri non creduta, Il labro aperse ali’imminente fato; Ed in quel giorno, che fu a noi 1’ estremo, Miseri ornammo di festevol fronda Tutti de’ Numi per le vie i delubri. — 45 II ciel cangiasi intanto, e ratta sorge 330 Dali’ ocean la notte, che nell’ ombre La terra avvolge, ogni confin del cielo E i greci inganni. Per le mura i Teucri Sparsi ammutiro, ed accarezza il sonno Le stanche membra. Gia sui pronti legni Tacite se ne gian le schiere argive, E della luna fra i silenzi arnici Da Tenedo rnovean pel noto lido; Quando da poppa il regio legno offerse Segnal col foco; e dall’iniquo fato 340 Sinon difeso ai .rinserrati Achivi Apre i chiostri di pino occultamente. Tosto il cavallo pel dischiuso fianco Liberi alLaura i Greci rende. 1 duci Dal cavo seno per calata fune Scesero lieti. Fur Tisandro, Steleno, Atamante, Toante, il divo Ulisse, Neottolemo il Pelide, Macaone E ^lenelao, in un con essi Epeo Dv^uell’ inganno fabbro; ed assaliro 350 Ilio nel vino, nell’ oblio sepolta, Uccisero i custodi, e dalle porte Giž, spalancate i lor compagni accolti, Unir le conscie file. Volgea Pora Che i mortai stanchi han quiete, e del ciel dono Essa tra lor dolcissima serpeggia. Quando ne’ sogni, offrirsi Ettor mi parve A’ miei sguardi mestissimo, e di largo Pianto bagnato, qual dai cocchi un giorno Traeasi lordo di sanguigna polve, 360 E con le funi i gonil pie forato. Ahime qual era! come ben diverso Da quell’ Ettorre, che torno vestito Delle spoglie di Achille, o che scagliava De’Greci sulle navi il frigio foco. La barba e il crin di sangue avea rappresi, E il ricoprian le piaghe, che infinite Egli ebbe ad Ilio intorno. E mi sembrava, Che il ricercassi io primo, e in meste voci Si prorompessi: O di Dardania vanto, 370 - 46 - De’ Teucri salda ed infallibil speme, Che tale indugio? da quai piagge arrivi Ettor bramato? qual veggiamti adesso Dalla comune lunga strage affranti, E dopo' ch’Ilio e i difensor travaglio Tanto soffriro! il tuo sereno aspetto Qual ria cagione oscura? e tai ferite Perche discerno? Ei nulla, e vane inchieste Non cura; ma dal seno alto sospiro Traendo per gran duolo, oh fuggi, disse, 380 Della Dea figlio, e involati alle fiamme. 11 nemico ha le mura e fin dali’ alta Sua cima a terra la cittž. ruina. Tutto per Priamo e per la patria tutto Omai si e fatto. Se una mano entrambi Difendere potesse, pur li avria ,Questa difesi. I suoi Penati or Troja A te e le sacre sue reliquie affida; Tu le ricevi dei destin compagne; Cerca loro altre mura, che ergerai 390 Ben alte dopo lungo errar, pei mari. Cosi disse, e dagl’intimi recessi Trae di sua man le bende, il foco eterno E la potente Vesta. Allor confuso Per la cittade triste suon si spande, ■ -E.benche cinta d’arbori e lontana Fosse del vecchio genitor la časa, Piu si appressan le grida, e ognor delTarmi Piu rimbomba il fragor. E giž, dal sonno Scosso di un tratto sulla torre io salgo, 400 E tutto inteso sto. Tal, se alle biade Foco s’ apprenda, quando infuria il vento, O dai montani gioghi i campi abbatta Torrente rapidissimo, travolga L’ altere spiche, il gran sudor dei buoi, E fin le selve in sua balia trascini; SulFalto monte il pastorello ignaro Stupido sta di tanta strage al suono. Cosi lor fede appalesaro, e aperte Fero i Greci lor frodi. Omai le fiamme 410 Soverchiar di Deifobo il palagio, 47 - Che croll6 tutto, Ucalegon vicino Arde, e a que’fochi la sigea marina Vasta riluce. Ad alte strida unito E di tube il frastuono; forsennato lmpugno 1’ arini, ne a qual fin conosco; Spinge un ardor mie mani alla battaglia, E me alla torre coi compagni appella; Ira e furor m’ invadono, e sol veggo Bellissimo il morir frammezzo 1’ armi. 420 Ed ecco ai dardi degli Achei scampato, Venir 1’ otriade Panto, sacerdote Della rocca e di Febo. Sečo ei tragge Il tenero nipote e i vinti Numi Con sacra mano, e attonito suoi passi Rivolge al lido. A che venimmo, o Panto, Qual rocca ci difende? Ne ci6 detto 10 gli ebbi, che gemendo ei si rispose: Giunse a Dardania il di supremo, e il punto Fatale. Noi fummo Trojani, e fue 430 Ilio e de’ Teucri lo splendor sublime. 11 fiero Giove ogni grandezza in Argo Aduna, e i Greci deli’ accesa Troja Arbitri son. L’ atroce mostro in mezzo Della cittade armati versa, e incendi Sparge, e ne insulta il vincitor Sinone. Gia dalle porte spalancate a mille Entrano, quanti non uscir dali’ ampia Micene mai. D’ anguste vie sul varco Si oppongono coi dardi, ed alla strage 440 Mira la punta dei coruschi acciari; E sulle porte stanno avvolti i primi Custodi in cieca e disugual tenzone. A tai detti di Panto una divina Possa mi caccia tra le fiamme e l’armi, Dove le grida e il fremito alle stelle Saliano, e ov’ era piu crudel 1’Erinni. Si aggiungono compagni a me Rifeo, Di molta etade Epito, entrambi al lume Di luna scorti, ed Ipane e Dimante 450 Al fianco nostro unirsi, e di Migdone Corebo il giovin figlio. Di quei giorm - 48 - Fra noi si addusse dali’ insano amore Acceso di Cassandra, e al re trojano Qual genero in soccorso e ai Frigi venne. Misero! ei fu deli’inspirata sposa Sordo agli avvisi. Come insiem li vidi Bramosi di pugnare, incominciai: Giovani invan gagliardi, se desio Fermo nutrite di seguirmi a estrema 460 Audacia pronti, qual ci avanzi speme, Vedete. I Numi, del granregno appoggio, Partiro anch’ essi, e lasciar templi ed are. Movetevi a tai fiamme, ci avventiamo Fra Farmi per morir; pero che ai vinti Ogni salvezza disperar sol giova .J\ Cosi furore agli animosi aggiunsi. Come fra 1’atra nebbia ingordi lupi Ciechi e sospinti da rabbiosa farne, E dai lor figli con digiune fauci • 470 Attesi, andiamo fra nemici ed armi A certa morte, e alla citta per mezzo Seguiam la via. La notte intorno vola E nell’ ombra ci avvolge. Or chi di quella Notte col dire svelera le stragi, O qual pianto adeguar potria le morti? Una cittade, che regno tanfanni, Antiča or cade, e giacciono infiniti Corpi d’imbelli per le vie, pei santi 480 Atrii de’ Numi e per le čase uccisi. Ne solo i Teucri col lor sangue il fio Pagano, ai vinti pur talvolta in seno Torna Tardire, e i vincitori Argivi Cadono anch’essi. Da per tutto acerbo Duolo, paura veggonsi e frequenti Scene di morte. Primo allor de’Greci Androgeo ne si offerse con gran stuolo; E ignaro, noi credendo in arme amici, Con tai detti c’istiga: Vi affrettate, 490 O prodi, qual cagion si vi trattenne? Gli altri omai preda dell’accesa Troja E scempio fanno, e voi dali’alte navi Uscite aopena? Disse, e poiche troppo Fida risposta non gli venne, ei tosto 49 Tra nemici si vide, e indietro il piede Con la voce ritrasse sbigottito. Come se alcun fra gli aspri dumi ascosa Prema una šerpe, e d’improvviso esangue Fugga, mentr’essa col ceruleo collo 500 Gonilo per ir a gli si avventa; Androgeo Cosi trema in vederne, e si ritira. Irrompiamo, e accerchiatili fra dense Armi, del sito ignari, e da paura Vinti uccidiamli. Al primo assalto arride La sort^KDel successo e delPardire Lieto Corebo: Miei compagni, disse, Finche fortuna di salvezza b guida, E amica ne si mostra, via seguiamla. Mutiam gli scudi, ci adattiam le insegne 510 Do’ Greci. Sia valore, ovver sia inganno, Chi il cerca fra nemici? ne daranno Ei stessi 1’arine. Si lavella, quindi L’ elmo chiomato, ed il famoso, insigne > Scudo di Androgeo per se prende, e al fianco L’argivo ferro ei cinge. Cosi fanno Rifeo, Dimante e de’ guerrieri ogni altro, E s’arman lieti di novelle spoglie. Misti fra i Greci, senza patri numi, Movemmo. Spesso per 1’ oscura notte 520 Con lor pugnammo stretti, e molti ali’ Orco Noi ne spingemmo. Fuggir altri ai legni, Ed al securo lito indirizzarsi. Risalgon altri per codarda tema Il gran cavallo e nel gia noto seno Si ascondo.no. Ma tutto invan si tenta, Se lo vietaro i Numi. GiA dal tempio Di Minerva traeasi e dagli altari v Sciolta il crine la vergine Cassandra, Che al ciel volgea gli ardenti lumi invano; 530 I lumi, poiche avvinte eran ne’ ceppi Le palme delicate. Furibondo Corebo a una tal vista fra le schiere Pronto a morte si scaglia; lo seguiamo Tutti, e irrompiam nell’arme stretti. Quivi Dal sommo del delubro siam dai dardi 4 50 — Pria de’ nostri eoperti, e miseranda Strage succede pel fallace aspetto Dell’ armi e dei cimieri. Tosto i Greci Qua da ogni banda ali’alte grida accorsi, 540 Per la ritolta vergine sdegnati Ci assalgono: gli Atridi ambo ed Ajace Disumano e dei Dolopi ogni schiera. Fra lor cosi da rotto nembo opposti Pugnan Zeffiro e Noto ed Euro altero D’ eoi cavalli, stridono le selve, E Nereo tra le spume in ira scuote II tridente, e dal fondo il mar solleva. Di nuovo quelli che Ira 1’ombre furo Da noi per la cittž. sparsi e inseguiti 550 Ci stan davanti; e pria le insegne e 1’armi Ravvisano mentite, e il suon diverso De’ nostri accenti notano. Di un tratto Siamo da tanti oppressi; e ai pie delFara Di Palla, invitta in armi, allor primiero Per man di Peneleo cade Corebo, Rifeo pur muore, che de’ Teucri tutti Era il piu giusto, e di equitA custode. Altro parve agli Dei; periro anch’essi Ed Ipani e Dimante de’ compagni 560 Per man trafitti, e nel cader la tua Somma pietA non ti sorresse, o Panto, Ne 1’ infula di ApolloATestimoni Yoi fiamme estreme de’ miei čari, e voi Ceneri d’ Ilio io chiamo, che nel vostro Occaso non mi tolsi a ostile incontro, NA ai greci dardi; e se il destin tal era, Morte m’ avrei colla mia man mertato. Noi di 14 ci spicchiamo. Ifito e Pelia Son meco, grave per l’etade Ifito, 570 E da un colpo di Ulisse Pelia tardo. Or di Priamo alle sedi il gran clamore Ne appella. Quivi atroce pugna, come Nessuna guerra in altro loco fosse, O in tutta Troja non morisse un uomo. Tal vediam Marte indomito, e irruenti Contro la časa i Danai, che difesi Dalla testuggin cinte hanno le porte. Essi appoggiate 1’ alte scale al muro - 51 - Si rampican per gradi, e in lor difesa 580 Con la sinistra oppongono lo scudo Ai dardi, e afferran con la destra il tetto. Ta’ Teucri allora 'della časa svelte Son le cime e le torri; poiche a morte Veggonsi, usare nella fin suprema Voglion quest’armi; e le dorate travi, Decoro insigne de’ lor padri antichi, Giu versan; altri coi branditi acciari In ben serrate scliiere a guardia stanno Delle piu ascose porte. E noi, coraggio Prešo, moviamo a sovvenir la reggia, A dar soccorso agli assaliti, e lena Ad aggiungere ai vinti.iOcculta v’era Una porta al di dietro ed una via Di franco accesso alle regali stanze, Onde sovente Andromaca infelice Si recava, finclie durato e il regno, Alla suocera sola, e il pargoletto Astlanatte ali’ avo suo per mano Traea. Ben tosto sulla cima io salgo, Donde vibravan le lor freccie a vuoto I miseri Trojani. Allor col ferro Contro una torre, ove si unian le travi, Noi ci adopriam; sorgea dal tetto alhaure, Della parete a filo. I noti legni De’ Danai si vedeano, il campo Acheo E la cittA da quella. Alfin spiccata Dalle radici e giu da noi sospinta. L’ improvvisa caduta gran fracasso Mena e ruina, ed infinite schiere 610 Dei Greci opprime. Ma succedon altre, Ne degli strali, ne de’ sassi mai Ha tregua il nembo. 2/'f0 Gia nell’ atrio stesso, E sulla prima entrata Pirro in armi Fiero splendea di bellicosi lampi. Com’ angue, che al ciel esce, poiche tristi Erbe il nutriro, e lo nascose il verno Entro gelida terra; ora mutato Per le deposte spoglie e rilucente Di giovinezza il petto aderge, al sole 620 11 lubrico suo tergo altero svolge, E dalla bocca le tre lingue ei vibra. Sečo il gran Perifante, e dei cavalli Di Achille il valoroso agitatore Automedonte, e insiem con questi i Sciri Tutti sotto si spingono, ed ai tetti Avventan fiamme. E qui Pirro tra i primi Dura bipenne nelle man levata, Spezza la soglia, e le ferrate porte A svellere gia imprende; ogni ritegno Taglia, e trapassa le piu grosse travi; Finche allo sguardo gran flnestra egli apre Da un lato. Dentro appar la časa, e i lunghi Atr! son visti, i riservati alberghi Dei regi antichi, ed i guerrier, che stanno DelTentrata in difesai Ma di grida, Di flebile rumor suona la reggia, E fra T interne volte T ululato Femmineo echeggia, e šale ali’ auree stelle. Impaurite allor per 1' ampie šale Erran le madri, abbracciano le porte, E strette a quelle su v’ imprimon baci. Insiste Pirro col paterno ardire; Non di ripari, ne di armati intoppo Ei soffre, gia vacilla ai spessi colpi La porta, e alfin dai cardini divelta Ruina. Via si fa con forza. Ai Greci Cosi ogni adito s’ apre, nell’ entrare I primi armati uccidono, e innondata E per essi la reggia. Tal non esce, Vinte le opposte moli e rovesciati Gli argini con furor, spumoso flume; Ne con quell’urto invade i campi, e seco Con le stalle gli armenti via trascina. lo stesso vidi nelPeccidio Pirro Impetuoso, e al limitar gli Atridi, Ecuba vidi e le sue cento nuore, E Priamo, che spargea di sangue i fochi, Che sovra T are gia sacrati egli ebbe. Cadder cinquanta talami, speranza Immensa di nepoti, e in un gli alberghi D’ oro superbi e di straniere spoglie. I Danai stan, dove non regna il foco^ "■■A Q O^rvs^ Di gente insuperabile nell’armi, I Numidi sfrenati e la selvaggia Sirta ; un paese altronde per 1’ arsura Inabitato, ed i Barcei furenti ('osi diffusi? e tacero deli’ ire Del fratello e di Tiro, che s’ affretta A guerreggiarti ? Col favor de’ Numi E con T amica Giuno dirizzaro Qua le lor vele i Dar dani, e vedrai Qual citta fia la nostra, e quale impero Da tai nozze derivi. Ali’ armi nostre Compagni i Teucri, quanto nell’ imprese Acquisteranno di splendore i Peni! Pur che a merce su’ loro altari i Numi Tu in viti con T offerte, a lui ricetto Conceda, e indugio al dipartir frapponga II verno irato ai mari, i conquassati Legni, le pioggie e T implacabil aere. Cosi d’ amor V acceso petto inflamma, La mente rassicura, e da vergogna 40 50 60 70 L' alma disgombra. Pe' delubri intanto Sen vanno entrambe, e cercano sull' are 80 La paee; offrendo a Cerere divina Legislatrice, a Febo ed a Lieo Le pecorelle di costume elette. Ma pria d’ ogni altro a Giuno, che i legami De’ conjugi governa. E Dido stessa Raggiante di belta nella sua destra La tazza avendo, la riversa a un tratto D’ una candida vacca tra le corna; Oppur de’ Numi in vista a’ pingui altari Vi ene, co’ doni il di prepara, e attenta 90 Le palpitanti viscere consulta Nelle vittime uccise. O ignari vati! Al furor suo che giovano i delubri E il supplicare ? un foco le midolle Consuma intanto, e tacita pur vive Nel seno la ferita. L’ infelice Didone avvampa, e aggirasi furente Per 1’intera Cartago, qual di Creta Ne’ boschi incauta cerva, che trafitta D’ acuto strale via per caso a volo 100 Da pastorel sospinto, per le selve Precipita fuggendo, e šale i gioghi Dittei, portando la mortal saetta. Or seco per le mura Enea conduce A riguardare la sidonia pompa E la cittž, ordinata; a dirgli imprende, N& proferir dalle commosse fauci Puo la parola; ed ora sul tramonto Ripete que’ con viti, e desiosa Di pianger novamente ai teucri danni, 110 Da lui, che li ridice, immota pende. In ci6 si appaga; ma poiche divisi S’ hanno tra loro, e ogni suo raggio asconde Diana, e sonno nel cader le stelle Arrecano; gid sola nella vota Dimora si rattrista, pur lontana Lontano il vede e ascolta, ed al sembiante preša, che il padre imita, Ascanio in grembo Ritiene, a illuder quell’ amor, se il puote, Che aprir non osa. 120 «** §4 E Pintraprese torri Non sorgono, n& piu la gioventude S’ addestra ali’ armi, od apparecchia i porti E le munite rocche. Ogni lavoro Pende interrotto, i merdi smisurati Delle mura, e la macchina, che al cielo Si adegua. Non appena la diletta Sposa di Giove da tal male oppressa Conobbe Dido, al cui voler contrasta Invano la sua farna, in tai rampogne Giuno Saturnia la Ciprigna assale: 130 Bel vanto invero, generose spoglie Tu col tuo flglio ottieni, un nome invitto E memorando, se una donna ali’ arti Si arrese di due Numi. Inganno il mio Non e, che hai tema delle nostre mura, E ti tornan sospette- di quest’ alta Cartagine le čase. Oh ! qual poimemo Limite, e ancora perche tanta guerra? Perchž non siamo d’ una eterna pace E d’imenei'ministre ? II fin raggiungi 140 D’ ogni tuo voto, ed in amar talmente Didone e accesa, che il furor trasfuso Ha giž, nell’ ossa. Questo popol dunque A noi comune con uguali auspici Noi proteggiam. Servire ad un marito Frigio ella possa, e alla tua destra affidi Tiro, sua dote. Ma la Dea scorgendo Le infinte voci, sol perche si arresti Ne’ libici confin d’ Italia il regno, Proruppe alla risposta chi tai patti 150 Ricuserebbe insano, ed ardiria Moverti guerra? Cosi pur succeda, E un di fortuna 1’ avvenir maturi Da te promesso. Ma timor de’ fati Mi stringe, se il gran Padre una cittade Soltanto ai Tiri di sua voglia assegni; 0 andar confusi que’ di Troia usciti Sopporti a un’ altra gente, e accomnnarsi 1 popoli ne’ dritti. E tu che il puoi, Di supplicarlo in atto lo ricerca, 160 Tu che sposa gli sei. Persisti, e teco lo m’ uniro. Ma Giuno regalmente - M - Riprese allor: Tal cura stia pur meco, Or tu m’ ascolta, e qual n’ avresti incarco Apprenderotti in breve. Ad una caccia Enea, e con lui la travagliata Dido S’ avvleran pel bosco non appena Titano arrechi del doman 1’ aurora, E il mondo allumi. Su di questi, intanto Che frettolose assediano ogni varco 170 Per indagin le turbe, tenebroso Nembo sciorr6 di grandine commisto, II cielo de’ miei tuoni rintronando. Tutti allor fuggiranno da profonda Notte assaliti, ed in un antro stesso Entrerž. Dido coli’ eroe trojano. Io pur con Imeneo sarovvi, e, aperto Quando mi fosse tuo pensiero, entrambi Li avvincerd d’ inseparabil nodo, E mi fia sacra Dido. Non s’oppose 180 Di Giuno al detto la Ciprigna, e ali’ arti Ritrovate sorrise. Intanto i flutti L’ aurora sollevandosi abbandona, E la prescelta gioventude a’ rai Primi del sol della citti se n’esce: Ha in mano i lacci, di massiccio ferro Gli spiedi, e maglie raramente inteste. I cavalieri e i cani dalle acute Narici fuor prorompono. Son dessi, Che attendon la regina, i piii famosi 190 Tra i Peni sulla soglia, intanto ch’ ella Nel talamo s’indugia; e ricco d’oro E di porpora anch’ esso, in aspettarla Ferocemente scalpitando, i freni Morde il cavallo..,Alfin tra numeroso Stuolo apparisce; per sidonia usanza Avea dipinto della veste il lembo, Aurea portava la faretra, il crine D’ oro annodato, e un’ aurea fibbia al fianco La porpora adattava. I Frigi anch’essi 200 Eran compagni ed il festevol Giulo, E al fianco suo bellissimo fra tutti Enea si unisce, ed ordina le schiere, - 06 Siceome allor, che giugne il verno, Apollo Lascia del Xanto le fluenti o Licia, E alla materna Delo si riduce; Le danze ne rinnova, e insiem confusi Cretesi e Driopi fremono tra Tare E i dipinti Agatirsi; egli di Cinto Percorre i gioghi, e d’ una molle fronda 210 Cinge il composto crin fregiato d’oro, Suonan le frecce a tergo: cosi Enea Va pari al Nurae, dali’egregio aspetto Tanto riluce di beltA divina. Ma come agli ardui monti e agli intentati Nascondigli salir, ecco pei gioghi Cacciate seender da scoscese rupi Selvagge capre. Altronde, abbandonato Il monte, i cervi pegli aperti campi Trasvolano nel corso, e polverosa 220 Continua nube agglomeran fuggendo. Quinci nel mezzo delle valli esulta Il giovinetto Ascanio sul feroce Destrier; nel corso questi e quelle avanza; E anela che si scagli irata belva Sulle timide gregge, o che dal monte Scenda fulvo leon. Frattanto il cielo Tutto un orribil mormorio conturba, E segue misto di gragnuola il nembo. Di qua di 1& de’ Tiri e de’ Trojani 230 La gioventu per tema, ed il dardanio Di Venere nipote negli sparsi Tetti s’accoglie; scendono i torrenti Dalle montagne, e giž, nell’ antro stesso Arrivan la regina e il teucro duce. Segno ne diede 1’alma terra pria E la pronuba Giuno; del connubio Conscia rifulse de’ suoi fochi Tetra, E le ninfe ulular. Fu quello il primo Giorno di morte e d’ogni mal sorgente. 240 Ne farna piu ne onor Dido raffrena, Ne pensa che furtivo e 1’amor suo, Ma nozze il chiama, e la vergogna asconde. E subito di Libia i grafl paesl ( Farna percorre. Nessun mal piu ratto Havvi di questa, che nel corso ognora Fa piu gagliarda la sua mobil tempra. Tema pria la rattien; ma quindi all’aure S' estolle, il suol penetra, e il capo Tra i nuvoli nasconde. Ultima a Ceo 250 Gostei fu data e a Encelado sorella, E 1’alma terra, come antico 5 grido, Tutta in ira col ciel la partorio D’ ali presta e di piž. Orrido mostro, Che quante ha piume nelle membra immani, Tante ha pur sotto, maraviglia in vero, Ceste pupille, tante lingue e orecchie E tante bocche, onde favella e ascolta. Fra terra e ciel nelle tenebre vola Stridendo, e i lumi al dolce sonno mai 260 Non piega. In cima di palagi o d’ alte Torri custode tutto il giorno e assisa, E di bugiarde o scellerate nuove, Come del ver tenace messaggera L’ ampie cittž, sgomenta. E giž. diversi Rumor costei ne’ popoli diffonde, E giuliva del pari gTimmaturi Eventi narra e gli accaduti. Enea Trojano essere giunto, a cui la bella Didone unirsi non isdegna. Intanto 270 A turpe intesi e lungo amor que’ duo, Dimentichi del regno, perderansi Nel verno mollemente. In ogni loco Per la bocca degli uomini tai cose Sparge la Dea malvagia. C’ improvviso Drizzasi a Giarba, e di quel rege infiamma L’ alrna co’ detti, e ne raddoppia 1’ ire. Nato questi alFAmmonio da rapita Garamantide ninfa, smisurati Eresse a Giove cento templi e cento 280 Are per 1’ ampio regno, vi dispose L’ognor vigilefoco, le custodie De’ Numi eterne, il suol pegi’ infiniti Uccisi buoi cruento, e di corone Varie fiorenti i limitar. Si narra, 7 - 98 Ch’ ei, fuor dl senno e spinto dali' acerba Novella, supplichevole tra 1’are E i simulacri de’ celesti il grido E le palme alz6 a Giove; e, Onnipotente Giove, sclam6, che libagion ricevi 290 Da’ Mauritani a banchettar sui pinti Lor letti assisi, e ci6 non vedi? Adunque, O genitor, se i fulmini sprigioni Ž vano lo sgomento? e tra le nubi Cieco e il baleno, inutile il fracasso, Che ne conturba e opprime? Or ben colei, Che un dl raminga sui confin ponea Breve eitlade a prezzo, a cui mie leggi Ho date, e il lido arar permisi, or meco Sdegna il connubio, mentre Enea riceve 300 Del regno a parte. Ed ei nella meonia Sua mitra il mento e il liscio crin raccolto, Novello Pari, del suo ratto ei gode Fra imbelle stuolo. Ma ben io gran doni T’ offersi ne’ delubri, e inutilmente Onor t’ accrebbi. Orava ed abbracciato Teneasi ali’ are. Udillo il Nume, e volto L’ occhio agli amanti tra le regie mura Dimentichi di farna: Orsu, comanda Tosto a Mercurio, i zeffiri disponi, 310 E sull’ ali precipita, i miei detti Reca per le veloci aure, e favella Al teucro Enea, che le cittA non cura Serbategli dal fato, e nella tiria Cartago indugia. Non a 'me pur tale La madre sua bellissima il promise; N6 percib dalle argive armi due volte Campollo; ma giurb che Italia in mille Ire partita e mille scettri alfine Ei reggerebbe, e produrria di Teucro Dali’ inclito lignaggio una tal gente, 320 Al cui voler si chineria la terra. Ch’ ove 1’ amor di gloriosi fatti Nol commova, e del par 1’ opre non curi E la sua hode, il padre le romane Mura ad Ascanio negheni? Che pensa? Che spera fra’ nemici, o che piu tarda? N6 dell'Ausonia prole o del Lavinie Terren gli cale ? Navighi; mia voglia E (juesta; tu 1’ avvisa. Ei disse, e 1’ altro 330 S’ adopra ai cenni del gran padre, e al piede I bei talhri adatta, che sublime Lo recan sulla terra e sovra 1’ onde. Tosto impugna la verga, ond’ ei le smorte Ombre evbca dali’ Orco, e molte alFatro Erebo incalza; noi risveglia, e gli occhi Al sonno e a morte ne compone. I venti Tratta con quella, e le torbide nubi Trapassa. E vede gi& volando gli ardui Fianchi del duro Atlante e la sua cima, 340 D’Atlante che del ciel si addossa il pondo, E il pinifero capo avvolto in atre Perpetue nubi, eombattuto aderge _ Ognor tra nembi. Gli omeri la folta Neve ricopre, dali’ antico mento Precipitano i fiumi, e irrigidita Sta la gran barba. Quivi pria il Cillenio Libra i vanni, e si arresta. Interamente Quinci al mar si abbandona, e vi sorvola Umil, pari ad augello, che via rade 350 Pescosi liti e scogli. Non appena Co’ alati pie tocca i tuguri, al guardo Gli si offre Enea, che le difese e i tetti Pianta e rinnova. Brando egli ha di fulvo Diaspro tempestato, e riccamente La porpora sul tergo gli fiammeggia. Feagli tal don la generosa Dido, E in sottil oro di sua man trapunto N’ avea le tele. Subito il riprende: Qui deli’ alta Cartagine le basi 360 Ora tu pianti, una’ citta superba Schiavo a femmina erigi, e nell’ obblio Poni tua sorte e i regni tuoi. Degli altri Divi il Monarca, che a sua voglia il cielo Move e la terra, dal sereno Olimpo - A te un cenno recar per le veloci Aure m’ impone. Neghittoso in Libia A che piu indugi, e in quai pensier ti affidi? 100 Se nullo amor di genorosi fatti Mai ti commosse, e inonorato hai ferrno 370 Sempre giacerti; mira la fiorente Prole e 1’ erede Giulo, che di Roma La terra e deli' Italia i regni aspetta. Taeque il Cillenio, e via si tolse ali’ occhio Mortal, pria di flnir, nelle sottili Aure confuso. A quella vista Enea Divien stupido e muto, la favella Gli negano le fauci, e pel terrore Irte ha le chiome. Di partir sol brama, E lungi andar dali’ incantevol sito; 380 Tanto cangiollo quel celeste avviso. Che far deve? il proposto alla furente Dido aprirž, ? con quai parole ? in dubbi Mille s’ avvolge, prestamente mille Pensieri abbraccia, e si divide in questo E in quel partito. Al combattuto ingegno Miglior s’ apre consiglio. A sž Mnesteo Chiama, Sergesto e il valido Cloanto, Apprestino le navi, chetamente I compagni radunino sul lito 390 E dispongano 1’ armi, ne deli’ opre La ragion si divulghi. E mentre ignara Dido reciso tanto amor non pensa, Ei ben 1’ accesso troverž, e il momento Di favellar con 1’ ottima regina. Solleciti e giulivi a quel comando Obbedirono tutti. Dell’ inganno S’ avvide la regina; e che celato Resta a un’amante? e quelle mosse il core Tosto annunziolle, mentre giž, di tutto 400 Temea, benche sicura. E 1’ empia farna Anch’ essa 1’ avvisb, che armate e pronte A salpar son le navi. Neli’ offeso Animo infuria, e forsennata in giro Va per Cartago di baccante a guisa, Che, nel tumulto de’ suoi riti accesa, E udito il Nume, al Citeron s’ avvia, Che ali’ orgia triennal notturno appello — loi — Fa strepitando. D’improvviso Enea Con tai rampogne affronta: E un tal delitto 410 Empio čredi occultarmi, e inosservato Partir dalla mia terra? E 1’amor mio Non ti trattiene, non la fe giurata, Ne la ria piaga, che cosi m’uccide? Crudel, dunque nel verno le tue navi Appronti, e agli Aquiloni e al mar ti affidi ? Che poi, se il loco a te straniero, ignoti Non ti fosser gli alberghi, che ricerchi, E 1’antico 11 ion durasse ancora? Co’ legni a Troja per 1’ irato mare 420 Or ti addurresti ? E me cosi abbandoni ? Per questo pianto mio, per la tua fede, Ch’altro non resta alFinfelice Dido, Pel nostro nodo, pel contratto imene; Se alcun ben ti recai, se mai dolcezza Per me cogliesti, della reggia mia Ti tocchi la mina; e se alle preči Ancora e loco, ii fier proposto annulla. Per te alla Libia invisa, in odio a Tiro Son fatta e ai re vicini, e per te alfine 430 Spensi il pudor, la farna, che dapprima Agli astri mi recava. A eni tu dunque Presso a morte me lasci, ospite mio, Poi che marito non mi val nomarti? Che piu tardo? finche forse il fratello Pigmaliom; queste mura abbatta, 0 schiava r mi trascini il crudo Giarba? Pria della fuga da te almen raccolto Prole m’ avessi, e un piccioletto Enea Vispo per 1’ampie šale mi rendesse 440 Di te 1’imago; che'or nfe sola affatto, Ne mi terrei delusav Cosi disse. L’altro di Giove rivolgea nelFalma Con occhio immoto i cenni, e in cor 1’ affanno Premea. Rispose alfin: Dolce memoria De’ benefici avro, che senza fine Ripetermi potresti; ne giammai Increscerammi il sovvenir d’Elisa, — 102 iGnche di me sia memore, e m’avvivi Queste membra uno spirto. Or mie discolpe 450 Brevi fadduco. Non pensar che occulta Fuga tentassi; le jugali tede Mai non pretesi, e di tal nodo teco Io non m’avvinsi. A mio piacer se il fato Viver mi desse e governar le cure, Or Troja m’accorria fra le reliquie Dolci de’ miei, di Priamo sollevati Forano i tetti, e Taline sedi avrei Colla mia man rinnovellate ai vinti. Ma d’ Apolline il cenno e le richieste 460 Sorti di Licia m’ additaro Italia. Questa m’ e patria e amor. Se di Cartago Te Fenicia trattengono le torri E la vista di libico paese, Perche tu invidi a’ Teuri nelTAusonia Terra un asilo? Stranio regno a noi Pur concedi trovar. Quando ricopre Tutto colTombre sue Tumida notte, E sorgon 1’ ignee 'stelle, ognor del mio Padre la fronte corruciata avviso 470 E terror mi da in sogno. Mi presenta Sempre Ascanio il pensiero e in un T ofFesa Del Capo amato, cui tuttora i regni Nego d’Esperia ed il fatal terreno. L’interprete divin sceso per l’aria Di Giove a nome, per entrambi il giuro, A me pur dianzi Talto cenno aperse. Io stesso vidi a piena luce il Dio Le mura penetrar. La sua parola L’ udito mi percosse. Orsu co’ lagni 480 Teco insiem non accendermi. D’ Italia In traccia non vo lieto. A tali accenti Lo guata disdegnosa, e gli occhi in giro Mossi, indagollo tacita col guardo. Indi proruppe irata: Ah! no, una diva Non ti fu madre, ne de! vil tuo sangue Fu Dardano 1’autore; ma ti fero L’ aspre rupi del Caucaso, e T ircane Tigri col latte ti allevar crudele ! — 103 — A che piu soffro, e a maggior onta io vivo? 490 Forse uii gernito ei trasse al pianto mio, O piego i lumi? e lagrime concesse Vinto a’ mio časi, o cornpati 1’amante? Di costui chi peggior? Con occhio ingiusto II figliuol di Saturno e la gran Giuno Veggon 1’eccesso. E perirž. ogni fede? Mendico lo raccolsi ne’ miei lidi Dal mar gittato, del mio regno a parte, Stolta! lo miši, e i travagliati amici E le navi fei salve. Ahime! che accesa 500 M’ instigano le furie! Ed ora Apollo ' E i lici auguri; ora di Giove a nome L’ interprete divin perfido avviso Scende a recargli. Somma cura han pošto In cio gli eterni e la lor pace. Omai Da te ne indugio, ne protesti io chiedo. Vanne, coi venti segui Ausonia, e i regni Per l’onde ne ricerca. Oh! il cor m’affida, Che fra gli scogli, se i celesti han possa, Corrai la pena, e t’ uscira dal labbro 510 Spesso il mio nome. Io pur lungi coll’atre Mie fiamme inseguirotti, e disuniti Poi che dal corpo gelido la morte Avra gli spirti, apparro perpetua Ombra a’ tuoi sguardi, e sconterai, malvagio, Cosi tue colpe. Udrollo, e a me sotterra Grato 1’ avviso scendera. Die fine In cotal guisa ai detti, siccom’ egra DalFaure si ritrasse, e via dagli occhi Gli si tolse e spari. Turbato assai 520 Per la gran tema e a discolparsi inteso Lasciollo. Dido prest,amente accolta Fu d alle ancelle, che del regio letto Sui ricchi strati ne adagiar le membra Abbandonate. Enea pero si pio, Benche scemar della dolente il peso Brami, e coi detti molcere 1’affanno, Grave gemendo pel possente amore, Ch’ entro il combatte, pur s’ adopra al cenno De’ Numi, e vola a riveder le navi. 530 — 104 Si affaticano i Teucri, dalla spiaggia Ilimovono i lor legni, che nell’onde Ricaccian unti. Dalle selve i rami Recano svelti appena, e ancor frondose Traggon le quercie per fuggir piu ratti. Gia partir tu li vedi, e da Cartago Uscire frettolosi, di formiche Pari allo stuol, che memore del verno, Di grano assale smisurato acervo, E negli alberghi sel ripon. Pei campi 540 S’avvia la negra torma, e trae per calle Angusto la sua preda; alcnne a forza Spingon gli ehormi grani, e vi son quelle, Che incalzano le pigre, ed ordinate Serban le schiere; di quell’opra ferve Tra 1’erba ogni sentiero. A quella vista Qual fu, Dido, il tuo core, e quai mandavi Gemiti allor che dali’ eccelsa rocca Per tutto il lido ti si offria diffuso Un agitarsi, e a’ quei clamor vedevi 550 Commoversi il tuo mare? A che trascini Perfido amore i mortai petti? Il pianto E le preghiere a ritentar s’ induce, E, supplicando, ali’ amor suo quell’ alma Desia ridur, perche ogni prova almeno Morte pria lion le tronchi: Anna, sul lido Non vedi un affrettarsi, e da ogni parte Accorrervi una gente? Ali’aura stanno Pronte le vele, ed i nocchier giulivi Le poppe incoronar. Se antiveduto 560 Il rio dolore avessi, il potrei forse Anco soffrir. Di me infelice adempi, Mia čara, un voto; perocche te sola L’ empio rispetta, pur talora occulti Sensi ti affida, e agevole ritrovi A lui sempre 1’accesso. Or va, sorella, E a quel feroce supplichevol parla: Non io co' Greci in Aulide mi strinsi De’ Teucri alla ruina, ne le navi Unqua ad Ilio spedii, ne di suo padre 570 Turbai la pol ve o i sotterrati mani. — 105 — Perche Torecchio alla mia preče indura? Dove si affretta? A chi pur 1’ama, ahi lassa! Un favor solo non ricusi. Aspetti Propizio vento e il navigar tranquillo. L’ antico patto, eh’ ei tradi, non chiedo, Ne che si privi de’ bei regni, e il Lazio Per me abbandoni. Al rio furor confine, Tempo e tregua gli chiedo, finche al danno M’ avra la sorte avvezza. E tu sorella, 580 Tu mi soccorri, gli riporta il mio Ultimo prego, e se merce mi dona, Doppia, morendo, ridarolla al crudo. Diceva lagrimosa, e a lui piu volte La sorella afflittissima quel prego -Yolle ridir. Ne a lagrime si move, Ne voci ascolta; nol consente il lato, Ed il benigno orecchio un Dio gli chiuse. Quali sull’ alpe gli aquilon fan gara Or quinci or quindi a svellere co’ fiati 590 Valida quercia annosa; i rami stridono, E dal concusso ceppo via le fronde Coprono il suolo accumulate; infissa Rimane al monte, e come alle celesti Aure la chioma le radici ali’ imo Cosi diffonde : tale Enea percosso Viene da mille assidue preči, e forte Nella grand’ alma ei s’ ange; ma i proposti Fermo regge, versando inutil pianto. Dido atterrita dali’ avverso fato 600 Sol morte invoca, e la siderea volta Sdegna veder. Ma perche meglio il voto Adempia, e le vitali aure abbandoni, Vide, orrido a dir»si, mentre i doni Ponea sull’ are profumate, impuro Giž. fatto ogni liquore, e tramutarsi In atro sangue i riversati vini. Altri nol vide, ne alla suora il disse. Marmoreo terapio deli’antico sposo Nella sua reggia avea, che di ghirlande 610 Sempre e di velli candidi mantenne Leggiadramente adorno; e gia da quello — 106 — Uscir pareale di Sicheo la voce, Che le parlasse; poi quando scendea L’ oscura notte, solitario il gufo Lugubre, lungo, lamentevol grido Diffondere dal tetto; inoltre assai Predetto gia le '» Della massila gente un giorno al tempio Dell’ Esperidi addetta, che imbandia Le mense al drago, ed i sacrati rami Sull’ arbore guardava, ognor col mele Gli obliosi papaveri mescendo. Ella promette a suo piacer le menti 650 Scioglier coi carmi, o soggiogar. Ne’ fiumi L’ onda trattiene, dal cammin ritorce Perfin le stelle, ed evoca i notturni — 107 — Pantasmi; sotto i pie mugge il terreno, E veggonsi calar gli orni dal monte. Sorella, pegli Dei, per te, pel dolce Tuo capo il giuro: mio malgrado a occulte Arti m’ accinsi. Or tu della mia reggia In loco solitario e ali’ aure aperto Ergi una pira, adunavi pur sopra 660 L’arme, che 1’empio mi lascio sospese Al talamo, ogni spoglia, e' alfin quel letto, Dov’ io periva; perocche m’ apprende E vuol colei, che deli’ iniquo un segno Io non risparmi. Cosi disse e tacque; Ma nell’ aspetto di pallor si tinse. Anna pero ne’ nuovi riti ascoso Della sorella non travede il fato, Non 1’ alta insania, ne per lei piu fiera Sorte del line di Sicheo paventa. 670 Percio ne adempie i cenni. Di troncati Orni e di tede poi che il rogo al cielo Negi’ intimi recessi eretto venne, Dispone i serti, e di funerea fronda Lo adorna la regina; indi sul let^to Reca 1’ imago e in un le spoglie e il ferro Abbandonato, ne la fine ignora. Stannovi 1’ are intorno, e 1’ agitata Sacerdotessa col disciolto crine Trecento Dei, quasi tonando, invoca, 680 Diana dalle tre virginee facce, L’ Erebo, il Caos ed Ecate triforme. E gli umor, come dalPAverno attinti, Ella avea sparsi; rigogliose, pregne L’erbe di succo velenoso e nero, Ed alla luna gia coli’ enea falce Colte ricerca; e vuol che di nascente Puledro le si arrechi pur divelto L’ ippomane dal fronte, pria che il mangi • La madre ingorda. Presso ali’ are Dido 690 Nelle pie man col farro, gia disciolta Le vesti, d’un pie scalza e a morte addetta I Numi e gli astri del suo fato appella Pur cousci; e s’ uncjua de’ traditi amanti — 108 Memore e giusto un immortal si čara, Fervida il prega. Era la notte, e in terra Dolce ristoro avean col sonno i corpi Affaticati, e i burrascosi mari Anch’ essi riposavan e le sel ve. Inver 1’ occaso dalla meta eccelsa 700 Piegava ogni astro, e le campagne in calma Tacean sepolte. I pinti augelli, il gregge E quanto il bosco tra’ suoi dumi accoglie, O albergan 1’ onde ne’ diffusi laghi, Tutto in silenzio s’ avvolgea e nel sonno. E avean tregua le cure, ed obbliava Ogni alma i guai. Ma in seno la i'egina Misera non s’ acqueta, ne quell’ ombre Mai sugli occhi riceve o in petto amiche. S’ addoppiano le cure, e rinascendo 710 Ognor piu crudo amore, immensa d’ ire Tempesta incita. Nel contrasto accesa Dido pur tale nel suo cor favella: Ch’ altro mi resta? ai gia derisi proci Rivolgerommi, e supplicante adesso Ricerchero de’ nomadi il connubio, Superbamente pria da me respinto ? Ma dunque seguiro le iliache navi E de’ Trojani baldanzosi il cenno ? O forse piu non giovami 1’ aita, 720 Che prestai loro, e de’ favor passati Immemori vivranno ? E se il tentassi Non s’ opporrebbe ognuno, ed avvilita Chi m’ accorria nelle fastose prore ? Di Laomedonte misera non sai Ne di sua razza gli spergiuri ? Intanto Che far mai deggio? coll’allegra ciurma Unirmi fuggitiva, o inseguirolli Da mille prodi intorno e da’ miei Tiri Difesa? e quei, che di Sidone a stento 730 Trassi poc’ anzi, aggirero pel mare Novellamente, e scioglieranno ali’ aura Le vele pel mio cenno? Ah! ben piuttosto Morro, che ne son degna, e con un ferro Cosi fla tronco il duol. Ma tu, sorella, Intenerita al pianger mio, tu fosti Prima cagion, che un disperato affanno Ora mi prema, e ad un nemico esposta Tu pur m’ Kai. Da selvaggia oh ! ch’ io vissuto Senza delitto avessi, o di tai nozze 740 Priva, che or me non graverebbe il duolo. Oh fede al cener di Sicheo promessa E mal serbata! EHa nel cor si grave Lamento rivolgea. Sull’ alta poppa Giš, fermo di partire, ed ordinata Prima ogni cosa, addormentossi Enea. Ma di nuovo ne’ sogni un Dio gli appare, E con quel volto, ch’ ei pur vide ancora; Alla voce, al colore, alTaureo crine Simil tutto a Mercurio, e si gli parla: 750 Di Venere figliuol, del tutto ignaro Cosi tu dormi, nh il vicin periglio T’annunzia il core? e i zeffiri secondi Stolto non senti? Di morir giž. ferma Ella, volgendo scellerati inganni, Di mille sdegni nel contrasto ondeggia. Perchž non 1'uggi, flnche ratto il puoi; I remi agiteranno il mar tra poco, Vedrai sinistre faci, e di gran fiamma Ardere i liti, se il vicino albore 760 Qui ti corrM Su via, tronca 1’indugio; Sempre diversa, variabil cosa E di femmina il cor. Fini e disparve NelTatra notte. Impaurito a quella Subita vision destossi Enea, E i compagni eccito: Ratti sorgete, Si accorra ai banchi, e sciolgansi le vele. Un Dio dali’ alto ad affrettar la fuga Ecco di nuovo spronami, e le torte Funi a recider. Qual tu sia de’ Numi, 770 Ciascun t’ obbedirA Presente ognora Tu noi soccorri, e lassu in cielo amici Gli astri ne rendi. In cosi dir fulminea Trasse la spada, e col brandito acciaro Tronco la fune. Unugual brama in tutti 110 Accendesi, precipitan fuggendo. Omai deserto il lido, il mare ascoso E dalle navi. Frangono le spume Curvi sui remi, e solcan 1’onde azzurre. Dal croceo letto delFamante uscita 780 L’aurora intanto il lunle suo spargea. Come dalTalto vide la regina L’alba primiera, e a gonfie vele i legni Fuggirsene, e sgombrati i lidi e il porto Not6 da’ remiganti, ella piu volte Si batt& il vago seno, straccid i biondi Suoi crini, e disse: Partir& costui, E uno straniero arrecherd quest’onta, Giove! a’ miei regni? Ma non fia che armati 790 800 810 Giuno interprete e conscia, Ecate orrenda Nella notte pei trivi supplicata, Ultrici Furie, o Dei della morente Elisa, udite: come il mertan gli empi Lo inseguano i miei Tiri, o che dal porto Si spicchino le navi? Ite veloci, E gli si avventi il foco; ai remi dunque Mano e alle vele. Che mai parlo, o dove Son io? Qual forza ogni pensier travolge? Dido infelice! del malvagio 1’opre Ti accendono sol ora, e un di lo scettro Stolta gli davi! La parola, il giuro Ecco di lui, che come e grido, i vinti Penati ha seco, e il genitor cadente, Dolce incarco, sugli omeri traea. Ma fatto mio quel corpo, nol potea Sbranare, e i brani seminar per 1’onde? E negli amici e in Giulo stesso il ferro Rivolgere, ed offrir tal esca al padre? Oh! del certame la fortuna incerta Era; pur fosse. Ma di che temea Devota a morte? Colle faci avrei Volato alle sue tende, in fiamme pošto 11 campo, ucciso il genitor col figlio, E della stirpe rea nella ruina Me pure avvolta. jLo' sol, che de’ mortali Co’ rai T opre disveli, o di mie pene .tvi/IfvVOC 'TKA 820 __ _ _ ' Provino il Nume rostro, e per voi torni Pago il mio voto. Se 1’ infame al porto E a terra giungeržt, se del Tonante Il cenno & tale, nts si cangia il fato; Ei sia dalParmi di nemici arditi Battuto in guerra; ed esule e alFamplesso Tolto di Giulo implori aita, e vegga De’ suoi 1’indegno fine; e s’anco i patti D’iniqua pace accolga, ne del regno, N& della luce desiata ei goda. aa-Vv^-v,- Morte immatura sull’arena il mieta, N& tomba egli abbia; ci6 sol chiedo, e questo Ultimo grido verserfi col sangue. Ognor con lui, colla sua stirpe, o Tiri, L’ ire aguzzate, basterž. tal dono Al cener mio. N6 amor ne pace alcuna Insieme vi racolga; ma ben sorg a IMllossa mie aualcumTlTTeruficarmi, Ern^imtfTrDardain cul hm cr***&W Strugga e col ferro: adesso, nel futuro, ^a/Finche forza ne giovi; i lidi ai lidi, I flutti ai flutti e Tarmi avverse all’armi Impreco, e anch’essi pugnino i nepoti. 830 Disse, e nel petto s’accendea bramosa 840 Di torsi presto ali’ abborrita luce.. E parlfi breve a Barce di Sicheo Nutrice, mentre nel primier paese Era polve la sua. Nutrice amata, Arina la suora tu mi chiama, e dille: S’affretti il corpo a spargere deli’on da, E le prescritte offerte e l’ostie arrechi. Tu pure assisti, e cingati le tempie Sacrata benda. Di compire ho fisso De’ Stigi Numi 1’intrapreso rito, 850 Che al mal dia fip,e, e di lasciar che il foco Arda la pira e la dardania imago. Si disse, e il piede con senil premura Barce affretto. Ma nelFimmane ardire Trepida e fiera le sanguigne luči Ella rotando, e sparsa le tremanti Gote di macchie, col pallor di morte 112 Vicina omai nogi’intimi recessi Irrompe di sua reggia, e ali’ alto rogo Ascende furibonda, e il ferro impugna 800 Chiesto ali’ eroe, non a quest’ uso, in dono. Quivi, poiche le iliache vesti e il noto Cubile rimir6, fermossi alquanto Pensando lagrimosa, e sovra il letto Chinata disse le parole estreme: Dilette spoglie, mentre i Murni e il Fato M’ arrisero, quest’ alma raccogliete, E cessino cosi gli affanni miei. Vissi, e quel fin che m’ imponea la sorte Raggiunsi, ed ora di me andri sotterra 870 La generosa imago. Una cittade Piantai superba, le mie mura io vidi. Il fio raccolsi dal fratel nemico, E vendicai lo sposo. Oh! si, felice, Felice troppo, se le teucre navi Tocchi mai non avessero i miei lidi, Sclam6, e la fronte sovra il letto impressa: E morrh inulta? pur morrommi, aggiunse; Cosi, cosi scendere a Pluto io voglio; Dal mar contempli le mie fiamme il crudo, 880 E auguri seco di mia morte arrechi. Avea ci6 detto appena, che trafitta La veggono le ancelle, e di cruore Spumanti e sparse le sue mani e il ferro. Elevansi le grida aerli atri eccelsi, Farna percorrc la cittA atterrita. Fremon tutte di gemiti e lamenti E d’ ululato femminil le čase, E di gran pianto 1’etere risuona Come se all’urto di falangi ostili 890 Tiro antica precipiti o Cartago, E furibonde avvolgano le fiamme De’ Murni il tetto e de’ mortali. Avviso Colse di cio dali’accorrente folla Esanime la suora, e al volto e al seno ColFunghie e colla man fe’ danni ed onte. E fra la calca irruppe, la morente Dido appellando: ed era tale il tuo na Voto, sorella? e cosi mel celasti? 900 L’are, le faci, il rogo apparecchiaro A me sol questo? Di che pria dolermi Or si deserta? La tua suora in morte Compagna dispregiavi? A ugual destino Tratta m* avessi; una sol ora, un ferro, Un dolor n’avria ucciso. Oh! le mie mani La pira fapprestar, colla mia voce, Crudel! chiamati della patria ho i Numi, Perch6 in morir non fossi teco unita. Con te me pure, il popolo, il senato 910 E la sidonia tua cittA struggesti. Ah! la sna piaga lavero colTonde; E se ancor non fuggi, coi labbri miei Raccoglierfi lo spirto. In cosi dire Monta sul rogo, nel baciarla preme Gemendo al sen la moribonda suora, E eolle vesti 1’atro sangue asciuga. Mentre pur tenta alzar l’egre pupille Di nuovo ella vien meno, e la ferita Nel seno aperta stride. Ben tre volte 920 Sorgendo sovra il cubito levcssi, E tre volte sul letto pur cadeo; E ricercata coli’ errante sguardo In ciel la luce, sospiro in vederla. Pel lungo duol, per la difficil morte Intenerita la gran Giuno, ad Iri Scendere impose, e da si fier contrasto Sciorre quell’alma e le tenaci membra. Poiche, mentr’ ella non moria per fato, N6 per maturo fin, ma innanzi tempo 930 Per subito furore; il capel biondo Proserpina divelto a lei non ebbe, Ne ancor la testa al Tartaro dannata. Tosto pel ciel la rugiadosa Dea, Colle dorate pene incontro al sole Via traendo infiniti e bei colori, Scende e le sta sul capo: Or qui mandata 11 tuo capel consacro a Dite, e sciolgo Te dalle membra. Disse, e colla destra Svelse il capello. Ogni calore a un tratto 940 Svani, e la vita ritornd fra 1’ aure. 8 LIBRO QUINTO Enea, tornato in Sicilia, rinnova le funebri pompe al padre. Le donne trojane incendiano le navi. Ivi Enea lascia la turba imbelle. Ve¬ nere poi plača Nettuno. Palinuro viene affo- gato dal Sonno. Enea coi legni la prefissa via Segue pel mare, soleandone l’onde Pel vento procellose, e intanto vede Le mura, che gia fur della meschina, Corruseanti di fiamme. La cagione, Che quell’ incendio aecese ignota gli era, Pure fingeasi del tradito amore L’ aspro tormento, e ben sapea quant’ osi Di femmina il furor. Triste presagio Ogni trojano nel suo petto accoglie. Corre la flotta il pelago, e ogni lido Sparito e al guardo, che tra cielo e mare Appien si perde; quando sui lor capi Gonfio nembo si addensa, burrascosa Notte recando, e di paura 1’onde E di tenebre sparge. Dali’ eccelsa Poppa lo stesso Palinuro esclama: Ahi! perche invade 1’ aere si feroee Turbin? che mai, Nettuno, ci prepari? Disse, e comanda di stringer le vele E di dar mano ai poderosi remi; E, obbliqui rivolgendo al vento i šeni Prorompe: Enea magnanimo, se pure Giove, supremo autor, mel promettesse, Non avrei speme di giungere a Italia Con questo ciel! Cangiati a noi di contro Fremono i venti, e insorgono dal nero Occaso a far tutto una nube il cielo; Ne a vincerli o a durar noi basteremo Contro tant’ ira ben di noi maggiore; Seguiamone il furor, volgendo il eorso Lh, dove ci trascina. Ne lontane D’ Eriče sono le fraterne rive E di Sicilia i fidi porti, s’ io Gli astri rammento un altro di fissati. — 118 — Tosto il pio Enea: notai ben dapprima, Che i venti invano tu ricerchi, e ad essi Contrasti invan; per altra via le vele Piega. Ma forse piu gradita piaggia, Ove ridurre i conquassati legni, 40 Bramar potrei di quella, che il trojano Aceste mi conserva, e che racchiude Del padre Anchise nel suo grembo l’ossa? Disse, e al porto s’indrizzano; le vele Gonfia propizio zeffiro, nel corso L’ onda in fuga li porta, e lieti al noto Lido alflne li adduce. Ancor lontane Adocchiate dal vertice di un monte Le amiche navi, che venian, si mosse Irto di strali ad incontrarli Aceste 50 Di libic’ orsa nell’ irsuta pelle. Egesta in Troja il concepi dal fiume Crimiso, ed egli deli’ antica schiatta Non immemore i reduci conforta, E con agreste copia fra le amiche Mense stanchi li accoglie e li ricrea. Tosto che il nuovo sol dali’ Oriente Fugd le stelle, Enea pel lido sparsi I compagni raduna, e a un poggio in cima Si favella: Magnanimi Trojani, 60 De’ celesti progenie, omai passaro I mesi, che compir deli’ anno il giro, Dacchž gli avanzi del divin mio padre Noi sotterrammo e T ossa, e i mesti altari Furo a lui per noi sacri; questo appunto, S’io non m’inganno, questo e il di, che acerbo Sempre e onorato per me han fisso i Numi. Se in tal di fra le secche di Getolia Spinto errassi, o deli’onde argive in seno, O di Micene tra le mura io fossi, 70 Pur gli annui voti e le solenni pompe Sempre a un modo sciorrei, con doni adatti Preparando gli altari. Ne di certo Senza il voler, senza de’ Numi un cenno Alle ceneri innanzi, innanzi ali’ ossa Del genitore sol da noi venimmo, Ne soli entrammo in questo amico porto. 0i' vi affrettate, e lieti onori insieme - 119 A lui rendiamo; dagli Dei s’impetri Aura seconda, e piaccia lor, che ogni anno 80 Nella nostra cittade io rinnovelli Tal rito sugli altari a lui sacrati. Due buoi per ogni nave il teucro Aceste Ordina, e che alle mense i patri Numi Rechinsi e quei che il buon Aceste accolse. Inoltre allor che il nono di T aurora Chiaro ci arrechi, e lo splendor del sole Discopra il mondo, delle navi pria La gara seguirh; quindi coloro Nel corso, o nelle forze piu Valenti, 90 O piu destri a lanciar le frecce acute, O piu animosi nell’ agon del cesto Convengano, e la palma del valore Attendano mertata. Ora in silenzio Di verdi rami vi cingete il crine. Cosi disse e le tempie del materno Mirto circonda. Ne seguir 1’ esempio Elimo e Aceste ben di eta maturo, E il giovinetto Ascanio; indi 1’intera Turba del pari si adorno. Disceso 100 Dalla collina, al tumulo paterno Tra il fitto stuol, che lo seguia, si volse. Di puro vino qui due tazze a terra Versd, pur due di fresco latte, e due Di consacrato sangue, e il suol cosparse Di lior purpurei, prorompendo: Salve, O santo genitor, salvete ancora Ceneri ed ombra e spiriti paterni, Qui invan sepolti! poiche invan tentai D’Italia i lidi e il suo fatal terreno; 110 Ne al Tebro, qual si fosse, venir teco Mi diedero le sorti. Fini appena, E dal di sotto della tomba uscito Lubrico šerpe irnriiane sette volte Placidamente quel sepolcro accerchia. Scorre tosto fra 1’ are, di cerulee Striscie sparso le terga e scintillante D’ aureo fulgor le squame ; come 1’ Iride Che mille tinte alle cangianti nubi Incontro al sol dispensa. Enea stupisce; 120 L’ angue poi lungo si distese, e alflne 120 — Tra i vasi ripiegandosi e le lievi - Tazze, libate le vivande, innocuo Sotto ali’ avel di nuovo si ritrasse, E 1’are abbandono, che a lui fur mensa. Al padre allor gl’ incominciati onori Eaddoppia incerto, se del luogo fosse Un genio, ovver del genitore il messo. E, come d’ uso, pecore bidenti, Porci e giovenchi nereggianti il tergo, 130 Učcide, e sparge a piene tazze il vino, Del grande Anchise rivocando i mani E 1’ alma da Acheronte. Lieti anch’ essi I compagni vi arrecano i lor doni, Ne colman 1’ are, svenano i giovenchi, Dispongon altri le caldaie, ed altri Sparsi per l’erba pongono le brage Sotto gli spiedi ad arrostir le čarni. Giunto era il giorno desiato, e in cielo Di Fetonte i corsier la nona aurora 140 Menavano serena. E giA la lama E il chiaro nome del trojano Aceste Avea mosso i vicini; allegra turba Copriva i liti di veder bramosa I Teucri e di ven ir con essi a prova. In mezzo al circo stan dapprima i doni Esposti, e sono tripodi sacrati, E, premio ai vincitor, verdi corone E palme ed armi e vesti fregiate Di porpora ed argentei ed aurei nummi. 150 Tosto, de’ giuochi al cominciar la tromba Porse avviso da un poggio, e quattro navi Di remeggio fra tutte poderose Sostengono il certame. La )?eloce Pristi, pei remator gagliarda, A retta Da Mnesteo, che poi 1’ italo fu detto, Onde la schiatta si nom6 de’ Memmi. — Di mole smisurata la Chimera, Che una cittA parea, da Gia 9 condotta, Cui da triplice piano con tre file 160 Di remi spinge de’ trojani il braccio — Sergesto, ond’ ha la Sergia časa il nome, Dal Centauro e portato — e la cerulea — 121 — Scilla Cloanto accoglie, che fu il primo Della romana stirpe de’ Cluenti. Lungi nel mar contro i spumanti lidi Havvi uno scoglio dalle tumid’onde Coperto, allor che 1’ in vera al procella Gli astri nasconde. A ciel tranquillo e in calma, E dali’ immobil onda un campo sorge 170 Agli augelli del- mar gradito albergo. D’ elce frondoso verde meta il padre Enea qui pose a’ marinai, per segno Di ritornar, piegando alfine il corso. Sortiti i posti, risplendean da lunge In sulla poppa d’ ostro e d’ oro i duci; Verde corona cingea gli altri tutti, E ne lucean le ignude spalle, d’olio Cosparse. Ai banchi siedono, e le braccia Ai remi intenti, aspettano ansiosi 180 Il segno, mentre i titubanti cori Incertezza combatte, e in uno ardente Desio di lode. Della chiara tromba Quindi al suono si spiccano di un punto Tutti insiem dalla tila. Al ciel s’ innalza De’ marinari il grido. Il mar commosso De’ remiganti ali’ impeto spumeggia Da quattro solchi aperto, e gia dai remi Ha il sen squarciato e dal furor de’ rostri. Precipiti cosi mai dalle sbarre, 190 Il corso, come a vol, prešo pel campo, Non irrupper le bighe nell’ agone; Nb in tal modo gli aurighi, a sciolto freno, Intenti e proni a flagellar sul dorso Scossero mai le redini ondeggianti. Di fremiti, di plauso, di clamori, Cb’ alzano i parteggianti, echeggian tutte Le foreste, ogni lido romoreggia, Ed i colli rimbombano percossi. Tra le grida Gia involasi per 1’ onde, 200 Il segue poi Cloanto con veloci Remi, ma il peso della nave il tarda. Quindi Pristi e il Centauro, che del pari Fra lor distanti contendean fra loro; Or la Pristi si avanza, ora 1’ enorme — 122 — Centauro vinta la precede, ed ora Ambo sen van quasi ad unite prove Con le lunghe carene il mar solcando. Allo scoglio appressavansi, e vicina Era la meta, allor che in mezzo ali’ onde 210 Di ogni altro vincitor Gia con tai detti Sgrida il nocchiero: E perche tanto a destra Menete ti allontani? qua ri volgi Il corso, al lido ti avvicina, e lascia Pur che i remi rasentino gli scogli; Tengano gli altri il pelago. Egli disse; Ma pel timor di occulti sassi al mare Torce il veglio il cammino. E Gia di nuovo: 0 ve devii Menete? ai sassi tienti, Gli ripete gridando, e a tergo vede 220 Instar Cloanto per venirgli a paro. Questi di Gia tra il legno e tra il sonante Scoglio s’indrizza, e la sinistra riva Radendo, passa d’ improvviso, e primo Varca la meta, e tien 1’onde sicuro. Le vene accese alto dolore a Gia, Rigandogli di lagrime le gote, E del decoro immemore e de’ suoi Di un urto ei scaglia dalTeccelsa poppa Menete per 1’indugio ali’onde in seno. 230 Quindi al timone reggitor succede Ei stesso, che torcendo al lido il corso, 1 compagni rinfranea. Intanto appena Menete grave per 1’etž, dalhimo Fondo risorse, guadagnata a stento Dello scoglio la cima, sulTasciutta Rupe si assise largo umor grondante Dalla madida veste. Alla caduta E al suo nuotar scopio de’ Teucri il riso, Piu forte allor, che i salsi flutti al mare 240 Rendea dal petto. Subita speranza A Sergesto e a Mnesteo ultimi arrise Di passar oltre il ritardato Gia; E Sergesto va innanzi, ed allo scoglio Si avvicina; pero non tutto ancora, Ma per meta sol precedea il Centauro, E Pristi la rivale col suo rostro — 123 — In sul fianco giž, il preme; Mnesteo intanto Discorrendo a gran passi la corsia, Ai compagni rivoltosi gTincita: 250 Giž. seguaci di Ettorre, or miei compagni Fino di Troja dall’estremo fato, II punto 6 questo di dar forza ai remi, Qui Tinvitto valor di voi si mostri, E queH’ardir, che v’illustr6 cotanto Nel Ionio mare, di Malea tra i gorghi E di Getolia tra le sirti. I primi Onori non ricerca no Mnesteo, N6 si affanna per vinoere. Pur fosse .... Vincano quelli, a cui Nettuno e amico; 260 Ma rossor d’esser gli ultimi c’incalzi. In cio solo vinciamo, e si allontani Da noi quest’ onta. — Neli’ estrema gara S’ impegnan tutti, e la ferrata poppa Trema ai colpi gagliardi, il mar di sotto Fugge, e un frequente anelito commove L’ arse bocche e le membra di sudore Grondanti a rivi. La fortu,na ad essi Amica porge il desiato onore; Pero che mentre a furibonda corsa 270 Troppo addentro Sergesto fra gli scogli Spinge la prora nel piu angusto passo, Misero! investe nelle ascose rocce. Trem6 lo scoglio, contro gli appuntiti Sassi premendo s’infrangono i remi, E su un lato rista 1’offesa prora; I remator si rizzano con alto Clamor, e cessa della nave il corso. Traggono fuori acuti pali ed aste Ferrate, e levan da quei gorghi i remi 280 8pezzati. Lieto del "propizio evento Mnesteo e piu baldo coi veloci remi E col favor de’ venti entra negli ampi Flutti, e sen vola per T aperto mare. Quale colotnba ne’ petrosi šeni Dell’ antro, ov’ ha coi dolci flgli albergo, D’improvviso atterrita se ne vola Per le campagne, e forte 1’ ali scote; — 124 — Fra gli spazi tranquilli indi calando, Con 1’ ali preste e immote 1’ aura fende; 290 Cosi Mnesteo e con lui 1’ultima Pristi Solca 1’onde fuggendo trasportata Come a volo dall’impeto primiero; E Sergesto oltrepassa, che combatte Con gli ardui sassi, ne’ ristretti guadi Chiama invano soccorso, e cogFinfranti Remi si sforza di tentar la via. Quindi Gia insegue e la Chimera insieme, Che orbata di nocchier, di mole ingente Cede. Or solo Cloanto gli va innanzi, 300 Ed ei lo segue, ed a tutt’ uom lo incalza. 11 clamor si raddoppia, tutti a un grido Lo accendono al cimento, ed il fragore Tuona per 1’ aere. Si corruccian quelli Per il perduto loco e per il vanto Pria raggiunto, ora tolto, che la gloria Ad essi fora piu che il viver čara. Sprona questi il successo, ed il favore Di tanti ad essi nuova lena infonde. E forse premio ugual co’ pareggiati 310 Rostri avrian colto, se agli Dei del mare Ambo le palme non volgea Cloanto Ad invocarne con tal preče il Nuine: O Divini, che il pelago reggete, E di cui solco 1’ onde, ecco Vi porgo Inviolabil voto; innanzi ali’ are Candido toro immolerb sul lido, E i visceri donando al salso flutto Lo spargerb di generoso vino. Disse, e 1’ udi negi’ imi gorghi il coro 320 Delle ninfe di Forco e di Nereo, E dalla vergin Panopea fu inteso. Colla divina man Portuno stesso Spinse il legno al cammino, e piu del vento Ratto, o di strale che per 1’ aria vola, Slanciasi a terra, e si raccoglie in porto. Tosto d’Anchise il figlio, come d’ uso, Richiamati gli astanti, vincitore Cloanto appella deli’ araldo al grido, E gli circonda il crin di verde alloro. 330 Per ogni nave tre giovenchi in dono m - Sieno scelti comanda, e vi si arrechi Argentea di danaro e ricca somma. Ai condottier novelli onori aggiunge; Al primo un manto, in cui la melibea Porpora e 1’ oro in replicate spire Serpeggia; e in mezzo alla selvosa Ida Regal fanciullo intesto, che coi dardi Correndo stanca nella fuga i cervi, Fioro anelante; cui 1’ augel di Giove 340 Al ciel solleva cogli adunchi artigli. Invan gli annosi suoi custodi agli astri Tendon le palme, e invan s’ irrita ali’ aure II latrato de’ cani. A chi fu poi Secondo nel valore una corazza Diede a triplice fil di fino acciaio E d’or contesta, ond’egli vincitore Spoglifi un di presso il ratto Simoenta Sotto 1’ iliache mura Demoleo; E a fregio ed a riparo a lui donolla. 350 I suoi due servi S&gari e Feg&o Sugli omeri gagliardi il peso a stento Ne reggono, ma pure la indossava Demolžo, quando a tutta corsa volto Gli scompigliati Dardani atterriva. A terzo dono, di metal due vasi, Due coppe argentee di naviglio a guisa, Per figure aspre al tatto. Se ne vanno Del premio alteri e de’ superbi doni, Cinti le tempie di punicee bende; 360 Quando Sergesto con grand’ arte e a stento Sveltosi alfin dal periglioso sasso, Gli altri remi perduti, a un ordin solo Ridottosi, pei flutti la derisa Nave trascina inonorato e lento. Come talora, se la via traversa, Da ruota rapidissima vien colto Angue nel mezzo, o da robusta mano, Che lacero di un colpo e semivivo II lascia con un sasso; invan fuggendo 370 Attortigliarsi in lunghe spire invano Ei tenta, e fiero in parte e fiammeggiante - 126 - Negli occhi adergo sibilando il capo, Ma, infranto a mezzo, 1’ altra parte il tarda Ne’ suoi rivolgimenti e nel cammino. Cosi lenta la nave si movea Pei scarsi remi, ma spieg6 le vele, Che gonfie ali’ aura la spinsero in porto. Enea porge a Sergesto il don promesso, Lieto ch’ egli abbia i suoi compagni e il legno 380 Salvi a se ricondotti. A lui concede Poloe, cretese ancella, non ignara Neli’ arti di Minerva e due gemelli Lattanti figli. Con cio fin ponea Delle navi al certame. Indi si avvia Ad un erboso campo, che di verdi Colli, di selve teatral corona Intorno, e un circo nel bel mezzo avea, Dove 1’ eroe tra numeroso stuolo Giunto locossi in elevata sede. 390 Quelli che voglion col veloce piede Contendere qui invita, e i premi espone. E Dardani e Sicani da ogni banda Accoimono commisti; Eurialo e Niso I primi; Eurialo insigne per beltade E per fiorente giovinezza, Niso Del giovinetto per il casto amore. Segue il regal Diore dali’ egregia Stirpe di Priamo uscito, quiudi Salio E Patro insieme, di Acarnania 1’ uno 400 Di Fegea l’altro e delPArcadio sangue; Panope ancora ed Elimo sicani, Usi alle selve e del piu vecchio Aceste Compagni, ed altri assai, che oscuro nome Ricopre. In mezzo a questi Enea favella: Mi udite attenti e con allegro core; Finito il corso, un sol non fia, che parta Da me senza i miei doni, ed a ciascuno Due gnossie frecce di lorbito acciaro Dar6 e d’inciso argento una bipenne. 410 Di premio vorr6 poi distinti i primi Tre vincitor di olivo incoronati. Un bel destriero e bardatura insigne \21 II pnmo s'abbia, ed il secondo piena Delle tracie quadrella una faretra, Che avea un giorno alle Araazoni servito, Ed una fascia largamente d’oro Trapunta ed annodata da una fibbia Di grosse gemme adorna. II terzo poi Resti contento di quest’elmo argivo. 420 Quand’ ei fini, prendono il pošto, e udito II segnal, d’improvviso dalle sbarre Irrompono, si slanciano, e qual nembo Divorano il terren flsi alla meta. Primo ed a tutti di gran lunga innanzi Niso spiccar del fulmine con 1’ ali Vedesi d’ogni vento piu veloce. Prossimo & Salio, ma per6 da lungo Spazio diviso, e da lui pur lontano Eurialo ž il terzo, ed Elimo lo segue, 430 Ma 1’incalza Dibre, che le spalle Quasi gli tocca e i pib coi pib gli preme; E se alla meta piu durava il corso, Primo 1’ avrebbe o insiem con lui raggiunta. Anelanti ed al termine vicini Erano, quando sdrucciolb di un tratto Niso infelice d’immolati armenti Sovra il sangue ancor fresco, che rendea Il verdeggiante suol lubrico e molle, Ed al garzon gib. vincitor tra i plausi 440 Il pib mal fermo sul terren calcato Manca, boccone suH’immondo loto Procombe, e nel cruor sacro s’immerge. D’Eurialo pur anco e del suo amore Non immemore sorge da quel limo, E a Salio intriga il piede, si che steso Il rovescib sulla rappresa polve. Eurialo brilla vincitor pel dono DelFamico, ed a vol par che alla meta De’ plaudendi dal fremito sia tratto. 450 Elimo il segue; ed ha la terza palma Dibre. Tosto dell’immenso circo Turba Salio il consesso e de’ presenti Giudici il volto con feroce grido. Il premio suo rapitogli d’inganno Vuol che reso gli sia. Dall’amistade - 128 - L'altro & difeso, dal suo nobil pianto E dal poter, che alla belta si aggiunge. Si uni Dibre a Salio, perch& 1’ orma Ne seguiva, e proclama, che se i primi 460 Dovuti onor sian resi a Salio, a lui Non convenia 1’estremo — Allora Enea; I doni, disse, destinati a voi Abbiatevi, o garzoni, chb nessuno L’ordine canger&, che li preflsse. Ma dal mio core 1’innocente amico II premio ottenga. Cosi fine ei pose AH’alterco. e di getulo leone Diede a Salio una pelle smisurata, D’aurei velli pesante e d’unghie d’oro. 470 E Niso allora: Se tal premio assegni Ai vinti, e se a pietade ti commovi Pei caduti, qual dono porgerai A Niso, di me degno, che acclamato Io m’era il primo, finchb iniqua sorte A Salio e a me non si opponea del pari ! E in cosi dir mostrb la faccia e tutte Lorde le membra di scorrevol fango. Sorrise a lui 1’ ottimo Enea, e lo scudo Da Dimaone inciso, e di Nettuno 480 Sopra i sacrati limitari appeso Vuol che si rechi, e il giovinetto egregio Cosi conforta di quel dono eletto. Poichb finir le corse, e dispensati Egli ebbe i premi: Se v’e alcun fra voi, Disse, che uguale nel suo petto accolga AlDardire il valor, qui si presenti; E sollevi le man ne’ cesti avvolte. Per quella pugna doppi onor dispone; Al vincitore di ghirlande e d’oro 490 Vaghissimo un giovenco, ed una spada E un elmo insigne di sollievo al vinto. Ne si tardo, che subito Darete Degli astanti tra immenso mormorio Appresentossi poderoso al campo. Di Paride rival unico e degno, Che, presso 1’ urna del famoso Ettorre Sopra le fulve arene moribondo Bute, 1’invitto, distendea, di corpo 129 ■“* Smisurato e superbo, che in Bebricia 500 D’Amico nato fosse dal lignaggio. Percih Darete nell’aperto agone Alto il capo solleva e 1’ ampie spalle Ignude ostenta; ed ora un braccio, or 1’altro Agitando protende, e coli’ arraato Pugno 1’ aria percote. Si ricerca L’emulo, nh v’e alcun tra il numeroso Stuolo, eh’osi incontrarlo, e che le mani Cinga del cesto, ond’egli gia sicuro Che ognun rifiuta quella palma, ai piedi 510 Di Enea rist&, ne punto indugia; il toro Per un corno ritien con la sinistra, E favella cosi: Della Dea flglio, Se alcun flnora non ardi affidarsi Alla pugna, qual fine avrh il ritardo, E quanto ancor ch’io mi trattenga e d’uopo? Comandami, che meco il premio adduca. Fremono tutti ad una voce i Teucri, E, che 1’ onor gli sia concesso, tutti Chiedono. Quando gravemente Aceste 520 Rampogna Entello, a cui sedea vicino Su verdeggiante letto: O Entello, un giorno Fortissimo guerrier, ma non piu tale, Perche soffri si a lungo che rapito Il gran premio ti sia senza contesa? Dov’e adesso quell’Eriče, che a noi Maestro e Nume tu chiamasti invano? E il nome tuo che la Trinacria invase, Le tante spoglie da te appese ai Lari Che non ramrnenti? — Gli rispose Entello: 530 No, non si spense in me desio di lode, Ne paura mi fa gloria men bella; Ma il sangue per 1' eth, gelido e pigro Mi scorre, e sceme ianguono le forze. Oh! se gli andati giovanili spirti, Ch’ora infiammano il core ali’insensato, Mi accendesser tuttor, non gih dal premio, O dal toro leggiadro alla tenzone Tratto sarei, ne guiderdon desio. In dir cosi di enorme peso scaglia 540 Due cesti in mezzo, che serviro al forte Eriče, e ond’ei contro il rival gagliardo 9 «crs 130 Arm6 le braccia e il pugno.- Maraviglia Preše ognuno ai due cesti ed a quell’ampie Terga di sette cosi enormi buoi, E del ferro e del piombo entro innestati Alla durezza e al peso. Pria di ogni altro Darete ne stupisce, e li ricusa. 11 magnanimo Enea volge e rivolge Tra le sue mani il gran volume e il pondo 550 De’ cesti. Allora cosi esclama Entello: Oh! che diria talun, se i cesti e 1’armi Veduto avesse deli’invitto Alcide E in questo lido la terribil pugna! Eriče, tuo germano, un di con queste Armi lottava, e sparse ancor le vedi Di sangue e di cervella! Contro ei stette Al grand’ Ercole stesso, e di quest’ arme 10 pure usai, finche mi dava il sangue Forze migliori; ne in quei di vecchiezza, 560 Rival suprema, tra le tempie ancora Bianca sorgea! Ma se il trojan Darete Le nostr’arme ricusa, e se ci6 aggrada Al buon Enea, ne vi si oppone Aceste; 11 certame sia ugual, scaccia il timore; Io delle terga d’Eriče mi spoglio, Tu deponi, o Trojano, i cesti tuoi. Fini, e T amitto duplice dal collo Si trasse, delle membra i poderosi Muscoli discopri, le larghe spalle, 570 Della figura la compago immane, E sull’arena si piantb gigante. Enea ben tosto uguali cesti addusse, E ad entrambi del pari armb le palme. Immantinente sulTestreme dita Intrepidi si levano, le braccia Erigono, le teste sollevate Riparano dai colpi, ed alle mani Mischian le mani ad incitar la pugna. L’un veloce di pi5, di giovinezza 280 Baldo; 1’altro di forme e di figura Atleta inver! ma il pi5 tarda e vacilla A lui tremante, e le sue vaste membra Un affannoso respirar commove. Alternan prima spessi colpi a vuoto, z - 131 - Che raddoppiati poi cadon sui cavi Fianchi, e pieni rimbombano sui petti. Spesso ancora le man volte alla faccia L’ aria ferir, ma le percosse guance Scroscian pure talor. Entello immoto 590 E grave si contien nella sua mole, > Ed a schermirsi volge 1’ occhio intorno. L’altro, come colui, che una cittade Oppugna eretta sovra eccelsa cima, O da monti difeso armato vallo; Ora per F una, ora per l’altra via Tenta il varco, e ognor piu spinto e alla prova Dai sempre vani rinnovati assalti. Ad un tratto sorgendo alzo la destra Entello, e la cal6 dall’alto; il colpo, 600 Che gli piombava prevenne Darete, Ed evitollo con isvelta mossa. Al vento sparse le sue forze Entello, E dali’ enortne peso gravemente I A1 suol fu tratta la sua lenta mole; Siccome avvien, che dentro il suol confitto Neli’Ida o in Erimanto annoso pino Svelto dali’ imo rovesciato čada. Siculi e Teucri con diverso grido Insorgono, e il clamore al ciel s’inalza. 610 A sollevare dal terren 1’amico Uguale d’anni primo accorse Aceste. Ne sgomentossi, ne tardb l’eroe Per la caduta, ma sorgea inasprito Alla pugna, e vigor trasse dali’ ira. Rinnovellato il prisco Entello e in lui r Dalla vergogna, e tutto acceso incalza I Darete per 1’ arena in fuga volto. Or con la destra, or con la manca in alto Da’ replicati colpi maf si arresta. 620 Ccme di fltta grandine talora o Gravido nembo crepitar fa i tetti; Similmente or con l’una, ora con l’altra Mano assiduo 1’ eroe percote e aggira Per il circo Darete. — Di quell’ira Pero lo sfogo non piu a lungo Enea Soffre, ne ch’ oltre inferocisca Entello. Pose fine alla pugna, ne sottrasse 132 ••KS L’egro Darete, e il confort6 dicendo: Misero! qual furor 1’alma ti assalse! 630 Avverso un dio non sen ti e le mutate Sorti! a un dio dunque cedi. Ei tacque, e tolto Fu il certame cosl. Tosto i compagni Sulle infernae ginocchia vacillante Fra le braccia raccolgonO Darete, Mentre sul collo il capo gli tentenna; E alle navi 1’ adducono, che sangue Vomita in copia e denti misti al sangue. La spada e 1’ elrao giž, promessi al vinto Richiamati portarono ali’ amico. 640 Restava il toro a Entello. Irnbaldanzito Il vineitore e di quel premio altero: Della Dea figlio e Voi Trojani, esclama, Conoscete da ci6 quanto brillaro In queste membra i giovanili spirti, E da qual morte miseranda & salvo Il toltomi Darete. Cosl disse, E tosto a fronte si piantč del toro, Che a premio stava della pugna esposto. Ed, alzata la man, col duro cesto 650 In mezzo delle corna lo colpi. Contro il cervel si schiaccian 1’ossa; il bue Trema, si piega, esanime procombe. Indi sovr’esso di gran cuor proruppe: Eriče, a te quest’anima piu degna Consacro, invece ch’io Darete immoli; E i cesti e l’arte vincitor depongo. Quindi Enea invita chi desia provarsi Con le rapide frecce, e i premi espone; E di Sergesto dalla nave addotto 660 j L’albero, il pianta con gagliarda mano; Ed alla fune, onde lo cinse, appende Viva 1’ ali agitante una colomba, Ai tirator bersaglio. I piu valenti Convengono, e le sorti entro gittate Nel cavo bronzo un elmo accoglie. Primo Tra quelli fuori usci d’ Irtaco il figlio Con clamor salutato Ippocoonte, A cui segue Mnesteo, che vineitore Nella pugna naval, di verde olivo 670 Si mostra coronato. Eurizione — 138 — II terzo, ben di te degno fratello, O P&ndaro preclaro, che al comando Di rompere ogni patto cogli Achei In mezzo a lor scagliasti primo il dardo. Ultimo Aceste di quell’elmo in fondo Rimane; anch’egli di tentar bramoso De’ giovani 1’imprese. A se dinanzi Piegano tutti fortemente allora Gli archi rieurvi, e traggono gli strali 680 Dalla faretra. Strider s’ode il nervo, E primo delPIrtacide la freccia Fende la mobil aura, e delTantenna Opposta giunge a inflggersi nel legno. 11 gramfalbero trema, scuote 1’ ali La timida colomba, e tiltto intorno Grida sonore si levan di plauso. Quindi pronto Mnesteo, piegato P arco, Atteggiasi alla mira, ed alto 1’ occhio Punta e il telo del pari. Sfortunato! 690 Cogliere non pote 1’angel col ferro, Ma la fune recise e i linei nodi, Onde legato al piede esso pendea Dell’ arbor dalla cima. Se ne vola Per 1’aere la colomba, e nella fuga Tra le nubi addensate si ripara. Eurizione allor, che da gran tempo Sull’ arco teso contenea lo strale, Votossi ai mani del fratello, e il guardo Fiso al ciel, la colpi sotto alla nube, 700 Mentre giuliva i vanni dibattea. Esanime precipita, e gli spirti Tra la siderea volta abbandonati, Reca in se il ferro giu cadendo infisso. Senza palma restava ultimo Aceste; Pur lancio il dardo al-liquid’aere in seno; Ma nel tirar ed al ronzio deli’arco Campione apparve. D’improvviso allora Alto prodigio s’ imponea agli sguardi, Soleilne augurio di futuro evento. 710 Lo apprese 1’avvenir, gli arcani sensi Terribil carme disvelo dappoi; — 134 — Che nel volare tra le aeree nubi Si accese il dardo, solc6 il ciel di flamma, E consunto spari tra le sottili Aure. Spesso cosi cadente stella Par si stacchi dal cielo, trascinando Dietro a se 1’igneo crin. Con cuor sospeso Attoniti restar Sicani e Teucri, E i numi supplicaro; pur sinistro 720 L/augurio Enea magnanimo non teme, Ma il lieto Aceste abbraccia, lo ricolma Di preziosi doni, e gli favella.- Prendi, buon padre, prendi, giacche il sommo Dominatore delLOlimpo volle, Che tuo sia il vanto di siffatto augurio, Questa in dono ricevi, e fu la tazza Istoriata del longevo Anchise, Che un di il tracio Cissžo donava a lui Quale memoria e del suo amor qual pegno. 730 Disse, e le tempie gli cingea di alloro; E vincitor prima di ogni altro Aceste Egli proclama. Ne ghinvidia il buono Eurizione i tributati onori, Benche l’augel precipitato al suolo Ei sol dal cielo avesse. A lui nel premio Successe chi la corda recidea. L’ultimo guiderdon s’ebbe chi il dardo NelFantenna confisse. Ne finito Era il certame, che gih Enea a se chiama 740 Epitide compagno e in un custode Del giovinetto Giulo, e presso il fido Orecchio gli favella: Va, ti affretta, E di ad Ascanio, che, se pronta ei tiene Di quei garzon, che preparo alla corsa La schiera equestre, qui tosto 1’adduca, E comparisca a onor deli’ avo in armi. Ordino poi che la dispersa gente Si appartasse dal circo, e sgombra fosse Cosi la via. Si avvanzano i fanciulli, 750 E innanzi agli occhi de’ lor padri al paro Splendono tutti sui destrier frenati. Ai passi lor di Troja e di Sicilia La gioventu maravigliata freme. 135 — Le ehiome raccogliean nell’elmo, e sopra Avean corona di tosate frondi; Due frecce di cornial con ferrea punta Recavano, e pendea di alcuni al fianco Lieve faretra. Un aureo, inanellato, Pieghevol cerchio intorno al collo gira 760 E gli omeri ne adorna. Erano tre De’ cavalier le schiere, innanzi a quelle Camminavan tre duci, e d’ essi a ognuno Teneano dietro, sei garzoni e sei. Brillavan tutti de’ lor duci al pari In tripartita tila. Una e di (juelli Che giulivi conduee il giovinetto Priamo, del nome del grand’avo erede, E tuo, Polite, illustre germe, aumento Novello a Italia; lo sostiene un tracio 770 Destriero bicolor, di bianche macchie Punteggiato, balzano il destro piede; E bianco pure il sollevato fronte Mostra in cima. Il secondo Ati, un fanciullo, Onde han gli Azii latini origin tratta; Ultimo Giulo, ina degli altri primo Pel vago aspetto, ed e montato in groppa A Sidonio caval, che dono a lui Quale memoria e dell’affetto in pegno La candida Didone. Gli altri tutti 780 Dai siculi cavalli eran portati Del vecchio Aceste. Godono i Trojani In riguardarli, e il titubante core Co’ plausi ne rinfrancan; le fattezze Notano in quelli ed il portar de’ padri. Ma poi che, in giro cavalcando, tutti Videro gli addunati e si affisaro Lieti nel volto de’ lor čari, ad essi Pronti alla corsa Epit.ide il seguale Mando col grido, ed il llagello scosse. 790 Tosto a paro slanciaronsi, ma poi Per tre divisi a piccoli drappelli Rupper la lila, ed a novello cenno Rifecero il cammino, e s’incontraro Con ostil punta. Sciolti ancora al corso, Rincorrono il terren da opposti capi — 136 — Nelle volte intrecciandosi a vicenda; E cosi armati prestan di verace Mischia 1’imago. Ed or mostran fuggendo Le inermi spalle, ora con dardo infesto 800 Rivolgonsi, ed alfln composti jn pace Volano insiem con pareggiate fronti. Come di Creta nn di nel Labirinto, Che ergeasi, e grido, tra cieche muraglie, In fughe ambigue delte mille vie Ognuna si smarria, ne i sentier persi II passo concedevano al ritorno: Cosi di Troja i giovinetti figli Confondonsi nel corso, e ancor giocando Intessono fra lor fughe e battaglie; 810 E in tal guisa i delfin pel mare a nuoto Della Libia e di Se&rpanto i paraggi In lieta givavolte van secando. Di queste corse e di tai giostre Ascanio Pel primo in Alba lunga rec6 T uso, Quand’ei le mura edificava; e i prischi Latini pur ne appresero da lui E dai trojani giovinetti il modo. Ai propri figli le insegnar gli Albani, Da questi le fe’ sue Teccelsa Roma, 820 E serbolle a decoro, e Troja ancora Quei giochi han nome, ed i crescenti eroi Appellansi tuttor drappel trojano. — Dell’ almo padre a onor, queste le gare Fino a qui celebrate. — Ma la sorte, Cangiatasi, infedel si rese ai Teucri; Che mentre le onoranze con diversi Giuochi alla tomba si compian, dal cielo La Saturnia Giunon Iride invia De’ Trojani alle navi, e 1’ aure al volo 830 Di lei spira propizie, rivolgendo Assai cose nel petto, delTantico Rancor mai sazia. Affrettasi pel vago Arco di mille tinte, ne veduta Da alcun, ratta la vergine discende. Scorge T iinmensa folla, i lidi osserva Desei’ti e i legni abbandonati. Scopre Lungi da parte le trojane donne, — 137 — Sul lido assise a piangere il perduto Anchise, e lagrimando il vasto pelago 840 Col guardo misurar: Ahi! quanti flutti Ci attendono spossate! Oh quanto mare Ci resta da solcar! Tutte a un sol grido Una cittade chieggono e la fine Di ramingar per 1’onde. Ed ecco, ch’ella Giunge tra loro a recar danno istrutta; E 1’abito deposto e il divo aspetto Si finge Beroe, consorte antica Dell’ ismario Doriclo, che lignaggio E figli e nome un di vanto. La Dea 850 Fra le teucre matrone si frammischia, Prorompendo: Noi misere! che in guerra Non trasse a morte degli Achei la mano Sotto le patrie mura! Sciagurata Stirpe, a qual fine ti serbo la sorte! Il settim’anno, dacche Troja cadde Omai si volge, e dacche noi travolte Pei mar, per ogni terra e per gli scogli Deserti erriamo sotto un ciel nemico, E tra Timmenso equoreo seno Italia, 860 Che ci sfugge, seguiam. Questi pur sono I fraterni confin d’ Eriče, Aceste Ospite nostro 6 qui. Che mai ci vieta D’ erger le mura e i cittadini alberghi? O patria, o Numi invan tolti agli Achei, Non sorgerh mai piu Troja novella? Nh piu gli ettorei fiumi, Simoenta E Xanto rivedremo? Mano al fuoco, E meco ardete queste infauste poppe; Chh di Cassandra profetessa in sogno 870 Ardenti faci parve T ombra offrirmi; E, qui Troja cercate, qui gli alberghi Vostri sono, mi disse. — Tempo e omai Ne piu s’indugi del prodigio a fronte; Ecco a Nettuno quattro altar sacrati, Fiamme e coraggio fia che il Dio ci doni. Cio detto, ardente da quell’are un tizzo Ella prirna rapisce, e sollevando La destra, in giro di gran cuor lo scuote; Indi lontano sfolgorante il getta. 880 Raccapricciaro di stupor le teucre — 138 — Donne, e fra quelle Pirgo, che di etade Era piu vecchia, e fu regal nutrice Dei flgli di Priamo: non e dessa Beroe costei, ne la retea consorte Di Doriclo qui venne; ma notate I segni in essa di splendor divino, DelPocchio i lampi, del respir Polezzo, II volto, il passo e della voce il suono. 10 stessa poco fa Beroe lasciai 890 Inferma e afflitta, perche al grande ufficio Sola mancasse ed agli onor di Anchise. Disse, e le donne nell’incerto core Bieche si diero a riguardar le navi Sospese nel desio, tra il meschin bene Del suolo, che premeano, e i regni a cui 11 fato le chiamava. Iride allora, Libratasi sull’ale, al ciel si estolle, Ed il grand’arco tra le nubi varca. Dal portento atterrite e da furore 900 Invase, tutte unisconsi in un grido, Ed a rapir dai piu vicmi tetti Corrono il fuoco, ne spogliano 1’ are, E fronde accese e accesi rami a gara Lanciano e faci. Divampando sorge Il foco, e i banchi e i remi e le dipinte Garene investe. Al circo ed alla tomba Annunziatore deli’ incendio arriva Eumelo, e tutti osservano di tristi Scintille per il ciel volare un nembo; 910 E primo Ascanio, che l’equestre corsa Lieto guidava, a tutta fuga spinse Pel vallo scompigliato il suo destriero; Ne a ritenerlo valsero i custodi Esanimi per tema. Qual novella Demenza e questa? a che mai ora, disse, A che tendete insane? Sciagurate Matrone d’Ilio, ahime! non giž, il nemico, Ne Postil campo Acheo, ma le speranze Vostre abbruciate! Il vostro Ascanio sono. 920 A ai pie gitto P inutil elmo, ond’ei Si cinse il capo in simulato agone. Enea si affretta, e insiem con lui le schiere — 139 — Accorrono de’ Teucri, ma disperse Fuggon le donne lungo il vasto lido; E fra le piante, o di scavato sasso Ascondonsi nel seno, vergognose Dell’intrapreso eccesso e della luce; E il furor della Dea scuoton dal petto De’ lor Teucri alla vista. Ne T incendio 930 E il fiarameggiar deposto aveano punto L’indomito vigor; fra 1’unte travi L’accesa stoppa denso fumo spande, Un lento foco le galee divora, E tutto il corpo invade, ne torrenti Piu giovan d’acqua o gagliardia d’eroi. Dagli omeri il pio Enea squarciasi allora La veste, invocn degli Dei l’aita, E le palme solleva: Onnipotente Giove, se pur non son tutti ad un modo 940 Da te i Teucri abborriti, e se un avanzo DelTantica pieta per le sciagure Degli uomini ti prende, fa che tosto Dalle navi recedano le flamme, E Teccidio risparmia, divin padre, Alle nostre fortune afflitte e sparse. Oppur, s’io il merto, con mortal saetta Cio che resta colpisci, e di tua mano Sprofonda. Avea cosi pregato appena, Che non mai vista dall’effuse nubi 950 Tuonando infuria una procella nera, E le terrestri cime e le pianure Si scuotono al fracasso; giii trabocca, Quasi a montagne, dal ciel pregno l’acqua, E il nembo fan piu tenebroso i densi Austri. Al di sopra se ne empir le navi, Bevvero 1’onda i semiadusti fianchi; Finche spento 1’incendio, quattro sole Perše nel Ibco, alla ruina 1’altre Navi sfuggir. Ma dalFacerbo caso 960 Enea commosso nel pensier volgea Or qua, or la penose cure, incerto Se, in obblio pošto il suo destin, ne’ campi Di Sicilia arrestarsi, oppur dovesse — 140 — Cercar 1’ itale spiagge. — Naute allora De’ Trojani il piu vecchio e il solo istrutto Dalla tritonia Pallade, che insigne Nella grand’arte del -predira il feo, Sciolse tal carme, che de’ Numi apriva L’ira, o le cose, che imponeano i fati: 970 Della Dea flglio, sia che il ciel ne guidi, O avverso ne respinga, il ciel seguiamo. Segua che puote omai, col sopportarla Ogni fortuna superar ci e duopo. Quivi e il dardano Aceste, che dai Numi Ha il sangue; socio ne’ consigli il prendi, Al tuo voler 1’ unisci, e a lui consegna Color, che stanchi deli’ eroica impresa E di vicende sono, o dalla tarda Eta spossati, e le matrone affrante 980 Dal mar; que’ tutti deboli o tremanti Ne’ risch i tu gli affida; e alberghi e mu ra Abbiano pure in questo suol gli stanchi E la citt&, se fia concesso il nome, Chiamisi Acesta. DeH’amico ai detti Enea si accese in varie cure assorto; E trascinata dal suo cocchio intanto L’atra notte invadea 1’eterea volta; Quando scender dal ciel vide 1' aspetto Del genitore a favellargli: O flglio, 990 Finch’io vivea della mia vita stessa A me piu caro, e che il destino a prova Di Pergamo conosci, per comando Qui a te vengo di Giove, che dai legni Scaccio le fiamme, e dall’eccelso Olimpo Alfin pietoso ti riguarda. I detti Ascolta, che mirabili a te porse Il vecchio Naute: gioventude eletta, Fortissima di cor guida in Italia, Perche aspra gente e di feroci usanze 1000 Dovrai nel Lazio debellar. Di Dite Accedi pure agl’infernali alberghi, E pel profondo Averno ti riduci A visitarini, che le squallid’ ombre Non m’ han tra lor, ne il Tartaro spietato; Ma sol de’ pii tra le beate schiere 141 Negli Ellsi ml aggiro. Qui la casta Sibilla ti addurrA poscia che avrai Di negre pecorelle il molto sangue Versato. Intera qui vedrai tua schiatta, E qual citta ti aspetti. Intanto addio; L’umida notte a mezzo il corso e volta, E gli aneli corsier mi sofflan contro Dali’ oriente avverso. Quindi ai detti Pose fine, e spari fra le sottili Aure qual fumo. Pur Enea gli parla: Ove corri? qual forza ti sospinge? Chi mai fuggi? qual mano dalTamplesso Mio ti allontana? Ci6 dicendo i fuochi Ei ridesta e le ceneri sopite, Nei penetrali. Vesta onora e i patri Dei con pio farro e copiosi incensi. Tosto i compagni e pria di ogni altro Aceste Chiama, e di Giove scopre ad essi il cenno, E il suo pensier palesa. Indugio ali’ opra I consigli non recano, e ai divini Decreti Aceste non si oppone. Inscritte Per la nuova cittA furon le donne; E sul lido lasciaro ad esse uguale Un volgo spoglio del desio di gloria. 1030 Ma gli altri i banchi a rinnovar, le travi Semicombuste a togliere, e a supplire A queste, ai remi e ali’abbruciate sarte. Pochi sono davver, ma bellicosa Virtu raddoppia il giovanil coraggio. La novella cittA con solchi Enea Traccia intanto, e alle čase i siti assegna; llio questi si nomin, Troja quelli Ei vuol. Gioisce di quel regno il teucro Aceste, il foro intima e agli adunati 1040 Padri del dritto le ragion propone. Ergesi allor fin quasi agli astri un tempio Sacro ali’ Idalia Dea sull’ Ericino, Ed onorato il tumulo di Anchise, E di ministro e d’ampia selva cinto. Per nove giorni presso l’are intesi Ai santi riti ed ai banchetti furo. Un placido spirar 1’ onde appianava, E gi& il continuo carezzevol fiato 1010 ■ 1020 1050 t~<* 142 — Al mare alfln gli appella. Pei ricurvi Lidi allor nasce clamoroso pianto, E alla partenza un di e una notte indugio Frappongono gli araplessi. E gifi le donne Anch’esse, e quelU, a cui del mar 1’aspetto Fu orribile dapprima e il nome stesso Intollerando, andarsene sol vonno E affrontar della fuga ogni disagio. Ma il buon Enea gli acquieta con benigni Accenti, e lagrimando al consanguineo Aceste li consegna. Poi comanda, Che sieno tosto ad Eriče immolati Tre giovenchi e un’ agnella alle Tempeste, E che le funi sciolgansi. Egli stesso, Il capo cinto di tosate frondi, Ritto sulTalta prora in mano stringe Una tazza, le viscere sacrate Nelle sals’onde getta, e del liquore Di Bacco le cosparge. Il vento s’alza Da poppa ad inseguirli, e tutti a gara Battono i flutti e volano sui remi. Ma Venere frattanto d’alto affanno Agitata presentasi a Nettuno, E il suo dolor versa in tai lagni al Dio; Gli atroci sdegni ed il rancor mai sazio Di Giunone mi sforzano, o Nettuno, A piegarmi a ogni prego. Ne dal tempo, Ne raddolcita e da pietade alcuna; E sebbene il voler di Giove e i fati L’astringano, ribelle insorge ognora. Ne bastale di aver Pergamo e i Teucri Col suo livor consunti e i miserandi Avanzi volti a ogni malanno in preda, Le ceneri perfino ella combatte Di Troja cancellata e Tossa pie. Sappia la Diva, donde in petto accolse Furor cotanto! Teste pur vedesti, Che spaventosa e subita procella Nel mar libico ha desta, tal che T onde Essa col ciel confuse; e benche invano Nelle tempeste Eolie si affidasse, Ardi questo tentar ne’ regni tuoi! Ed ora poi con empio fine aizzate 1060 1070 1080 1090 J43 Le teucre donne, per man d'esse, iniqua! Arse le navi, si che il figlio mio A uno straniero lido š omai costretto Molti affidare de’ compagni suoi. Mi resta or solo da pregar, che a lui Si rendano per te 1’onde sicure, E che a Laurento e al Tebro, tua mercede, Arrivi, se a mia preče il fato arride, E se quel regno gli assentir le Parche. — Tosto il Saturnio domator dell’onde A Lei rispose: O Citer&a, ne’ regni Miei, ch’esultaro di produrti, e duopo Che tu ogni cosa ottenga, e la certezza Abbine pur, che la mertai con 1’ opre; E del cielo e del mar tante e si grandi Ire spesso io placai! ne fur minori In terra, e il sanno Simoenta e Xanto, Mie cure pel tuo Enea! Che quando Achille Spinse contro alle mura le trojane Impaurite schiere, e a mille, a mille I Dhrdani mieteva, e rigonfiati Dai loro corpi ne gemeano i flumi; Ne ritrovar la via, ne piu potea Xanto il suo corso rivolgere al mare; In cava nube ascosi Enea, che impari Negli spirti e de’ Numi nelTaita A fronte stava delTinvitto Achille; E cio, mentr’io della spergiura Troja Ardea di rovesciar le mura erette Dalla mia mano un giorno! Adesso ancora Ugual pensier mi tien; scaccia il timore; Come tu brami, delTAverno ai porti Giungerh salvo, fia sol un ch’ ei pianga Infra i gorghi perduto, ed una vita Soltanto perir& pel ben di molti. Cosi molcea co’ detti, e della Diva Allietava gli spirti, e gih al timone Aureo aggiogando i suoi destrieri, adatta I freni, che spumeggiano, e sui dorsi Rovesciate le redini, sorvola All’acque assiso sul ceruleo cocchio. Sotto il tonante plaustro il mar si appiana, 1100 1110 1120 1130 144 Si adeguan 1'ondo, e le tempeste in fuga Incalzansi per 1’ etra. Negli aspetti Dissimile un corteo muovesi allora Con lui; le pistri sraisurate, il vecchio Coro di Glauco, i rapidi Tritoni, Palemone e di Forco 1’inflnito Stuolo; a sinistra Teti egli ha e Melite E la vergine Panopo e Nesča E Spio anch’essa, Cimddoce e Talia. Quivi del padre Enea 1’alma divisa In diversi pensier da lusinghiero Gaudio e ricerca; tosto ei vuol che tutte S’innalzino le antenne, e alla maggiore Adattinsi le vele. Ognun si presta A dar Tali alle navi, ed ugualmente Or alla destra, or alla manca i šeni Sciolgono, e tutti insiem della trasversa Vela piegan, ripiegano gli estremi Lembi; propizio lr sospinge il vento. Primo di tutti Palinuro guida Denso drappel di navi, e ai cenni suoi Drizza il corso ogni duce, che il seguia. Omai Tumida notte avea pel cielo Fornito il corso a mezzo e in sopor dolce I marinai su duri banchi stesi Ristoravan le membra; quando il Sonno Leggiero dalle stelle in giu calando Scaccid la nebbia, e fe’sereno l’aere; E di te in cerca, o Palinuro, un sogno Ei t’ inspird funesto immeritato. II Dio da poppa, simile a Forbante, Sedutosi gli parla: Palinuro, Prole di Giaso, da se tragge il vento La flotta, e T aure stabili ed uguali Spirano; a riposar data e quest’ ora. Dunque il capo tu adagia, e alle fatiche Gli stanchi lumi invola; che le veci Tue qui frattanto a sostener son io. Ver lui levando Palinuro a stento Le pupille, rispose: Oh crederesti, Che del tranquillo rnare e di quest’ onde Placido e pian m’ inganneria T aspetto ? i!5 1150 1170 - 145 - O che un tal mostro ad affidargli Enea Or mi adescasse, dappoiche deluso Tante volte gia fui dal ciel sereno, Dallo spirar secondo? Cosi disse, E fisso ed appoggiato, sempre assiduo Ei maneggia il timone su ogni punto, E tiene al ciel gli sguardi: quando il Sonno Un ramo, che letde stille grondava, Gi& preparato cogli umor di Stige, Sulle tempie gli scuote, e a lui ritroso Scioglie alflne in sopor le luči erranti. L’ improvviso letargo avea le membra Incominciato ad allentargli appena, Che il nume sopra gli si fe, e con parte Della poppa staccata e col timone Lo rovescio precipite nell’onde, Chiedente de’ compagni invan 1’ aita. Ma il dio volando rapido per 1’aure Tenui si libra. — Eppur sen va la flotta Pel mar sicura, e impavida cammina Dalle promesse di Nettun portata. Nel suo corso pero giunge agli scogli Delle sirene perigliosi un giorno ; E allor tra i sassi prolungati il roco Assiduo rimbombar deli’ onde intese, E al vacillar del legno Enea si accorse, Che il nocchier piu non era; della nave 41 governo fra 1’ onde tenebrose ffluella notte egli resse conturbato; Bel perduto compagno assai gemendo Per la sciagura: Palinuro ahi! troppo Al cielo ti affidasti e al mar tranquillo, Giacerai nudo sopra ignote arene! 1 t,. • I 1180 1190 1200 10 / LIBRO SESTO Enea arriva a Cuma, riceve i responsi dalla Sibilla, e con Essa discende nel regno delle Ombre. Qui ritrova il padre, il quale gli mostra 1’ Ombre. che il destino richiama a nuova vita, e predice le geste dei nipoti, dai quali sorgera la gran Roma, Nel poter pari al mondo, ed alFOlimpo Negli spiriti ugual! (versi 1031-1032) *) Dice piangendo, e scioglie ai legni il corso, E alfin di Cuma/ai liti euboiei arriva. Al mar volgon le prore, col tenace Dente ritiene 1’ancora le navi, E le curve galže coprono il lido. NelTEsperio terren brillan discesi I giovani drappelli, e chi nascosto Nelle petrose vene della fiamma Ricerca il seme, chi ne’ boschi i folti Ripari tronca delle belve, e l’uno .10' Alhaltro i fiumi ritrovati addita. Ma va il pio Enea del divin Febo ali’are, Ai penetrali pur da lunge orrendi Della Sibilla ed al gran antro, in cui, Svelandole il futuro il Delio vate, Estro e pensier fatidici le inspira. E alla selva di Trivia, alTaureo tempio Arriva. E farna, che dal suol di Creta Dedalo oso con fortunate penile Per intentata via levarsi al cielo Verso la gelid’Orsa, e alfin leggiero Sulle cime Calcidiche ristette. Qui pria disceso, a Te sacrava, o Apollo, Il remeggio deli’ali, e ti ponea Tempio immane. — Di Androgeo sulle porte L’eccidio appar. Rende qui Atene il fio Con sette ali i! sette verdi vite ogni anno. E Turna sta delle agitate sorti. ‘Risponde alta sul mar la gnossia terra Di contro; espresso il furibondo amore E qui del Toro, e Pasife con lui D’ inganno unita, ed il commisto sangue 20 — 150 — E la prole biforme, il Minotauro, Monumento di copula nefanda. II giro inestricabile e i travagli Si veggon del recinto, ove pietoso Dedalo fatto al grande amor di Arianna, Toglieala ei stesso ad ogni inganno e ai dubbi, Reggendola con fil per cammin cieco. Loco egregio tu qui, Icaro, avresti Neli’ opra insigne, se non era il duolo. D’effigi'ar la tua caduta in oro Tentb due volte, e le paterne mani Cadder due volte. Riguardava intento Enea ogni cosa, quando a lui ritorna Acate giž. precorso ; e di Diana E di Febo ministra insiem venia Deifobe di Glauco, e si gl’intima: Uopo non ha di cotai scene il tempo ; Si deve omai d’intatto gregge sette Tori immolare, e, come d’uso, sette Pecore scelte. Ella ad Enea cio disse, E nullo indugio alTobbedir frapposto, Chiama i teucri ad entrar nel tempio eccelso. Il fianco s’apre delTEuboica rupe Scavato in gran caverna, a cui si arriva Per cento larghe vie, per cento porte, Onde fuor esce il sibillino carme Per cento voci. Al limitar venuti: Di chiedere i destini e gia il momento; Ecco il Dio, ecco Apollo. In tali accenti Sull’ entrata la vergine prorompe ; Ma piu ne al viso, ne al colore e quella, Ne piu composte le restar le chiome. Il petto anelo e il core di tremendo Furor le balza, ed allorche si accende Del dio preselite al N ume, appar maggiore, Ne di mortale ha il suon: Trojano Enea, Tue preči e i voti indugi ancor ? che tardi ? Diss’ ella; ma cosi non lia che s’ apra DelFantro muto 1’inspirato labbro. Tacquesi poi. Gelido scorre ai Teucri Un fremito per l’ossa, e la preghiera, Come viengli dal cor, 1’eroe solleva: I — 151 — Sempre d’Ilio pietoso alle sciagure, 0 Apoilo, che volesti ucciso Achille Del teucro Pari per la man, pei dardi; lo pur, te duee, tanti mar solcai Inclite spiagge di baciar superbi; Venni fin de’ Massili al suol remoto, 80 Ai campi delle sirti estesi a fronte; Or deli’ Italia, che parea sfuggirmi, Gih tocco i lidi. Sino a qui le sorti Si arrestassero d’ Ilio. Lo potreste Ben Yoi dar pace alle pergamee genti, Dei tutti e Dee, cui tanto spiacque Troja E de’ Trojani lo splendor sublime. E tu, Vergin santissima, presaga Dell’ av ven ir, m’ascolta; ne ricerco Ai miei destini non dovuti regni. 90 Nel Lazio i Teucri e degli erranti Dei In un riponi 1’ agitato Nume. Io di marino durevol un delubro A Trivia e a Febo porrd allora, e giorni Eestivi avran dal nome lor. Ben vasti Penetrali Ti attendon ne’ miei regni, Dove tue sorti ser bero, e de’ miei Gli avvisati da te destini arcani; E tu degni ministri avrai, divina. Pregoti sol, che non incida il carme 100 Su 1'oglie, perche il vol ratto de’ venti In sua balia nol rechi; ma tu stessa Favella. Il fine del suo dir qui fece. Ne ancor invasa appieno, smisurata Deifobe nelPantro si dimen a, A respinger, se mai possa, dal petto Terribil nume, che ognor piu. la incita Nel cor feroce e nelle accese labbra, E alfin di se la informd. Allor deli’ antro Le cento porte immani spalancarsi 110 Sole, e per 1’ aria ne mandaro il suono: O g ih tolto del mare ai gran perigli In terra tu ne incontrerai piu gravi. Avranno i Teucri di Lavinio i regni, Ne ti affanni il perisier, ma bramerieno Esserne lungi. Guerre, orride guerre, Iji gran sangue, spumar 1’ onda del Tebro ■ — 152 — Veggo. Ne fla che il Simoenta e il Xanto Ti manchino cola, ne il campo Acheo, Ne un altro Achijle e da una Dea pur nato. 120 Ti si terra per ogni luogo al fianco L’ avversa Giuno. Ne’ piu duri eventi A qual popol d’ Italia, a che paesi Non chiederai merce ? Tante sciagure Ti rechera seconda ospite ai Teucri Di talamo stranier novella sposa. Ne ti dar vinto, ma piu ardito incedi Per quella via, che ti apriril la sorte. Da Greca terra, il che pensar men dei, Salvezza ti verrA — Per cotal guisa 130 Ne’ penetrali la Cumea sibilla Canta T orride ambagi, che nell’ antro Rimbombano, ed avvolge negli oscuri Accenti il vero. Al furor suo lo stesso Apollo agita i freni, e il sen le sprona. Come calmarsi gl’ impeti, e disparve Il fremito dal labbro, Enea ripiglia: Vergine, di perigli nullo aspetto Piu nuovo mi si affaccia, o impreveduto; Mastro di rischi e affrontator son io. 140 Pregoti sol, giacche quivi la porta Farna e che sia dello infernal signore E d’ Acheronte il tenebroso stagno; Che al cospetto arrivar, sugli occhi stessi Del caro padre io possa; e tu m’ insegna La via, e disserra la fatale entrata. Io tra le fiamrne e il tempestar dei dardi Sugli omeri lo preši, e de’ nemici Frammezzo lo raccolsi. Mio compagno Pei viaggi io T ebbi e nel cammin pei rnari, 150 E del cielo e del mar tutte sostenne, Benche fiaccato T ire; oltre il vigore, Piu che il volesse deli’ etade il peso! Anzi egli stesso m’ imponea co’ preghi Di qua venirti supplice. Pietade E del padre e del flglio abbi, o divina, Tu che puoi tutto; perche invano Ecate Non ti prepose ali’infernal foresta. Poteva Orfeo della consorte i mani Pel tracio suon delle canore corde 100 153 — A se ridur! Pote riaver Polluee Tante volte il fratello ripetendo La stessa via con vicendevol morte! Uopo non ra’e di ricordar Teseo, Ne il grande Alcide. Mia progenie e anch’ essa Dal sommo Giove. Si pregando, ali’ are Teneasi, ed Ella sciolse ai detti il labbro: O nato da immortal sangue, o Trojana Prole d’ Anchise, irsene a Pluto e lieve; Sfavilli o nieghi la sua luce il sole, 170 Al negro Dio libero e il varco; uscirne E risalire alle senene piagge, Questa 1’ impresa, ed il travaglio & questo. Pochi, o diletti al giusto Giove, o cui Ignea virtu lev6 sublimi ali’ etra, Figli di numi, vi riusciro. 11 loco E tra foreste, e colla torbid’ onda Tutto il lambe Cocito nel suo giro. Se poi tant’ ami nel pantan di Stige Immergerti due. volte, e il tenebroso 180 Tartaro aneli visitar due volte; Ne ti sgomenta il rischio insano, ascolta, Ci6 che far dei. — Tra il folto di un’ opaca Arbore un ramo si nasconde, ch’ auree Le foglie e d’ oro ha la flessibil verga. Sacro a Giunon T Averno il chiama; tutta La selva orrida il cela, e delle oscure Convalli il serran 1’ ombre, Ne’ sepolti Regni ad alcuno penetrar non lice, Se pri a non ha 1’aurichiomato ramo 190 Dali’ arbore divelto, A se la bella Regina vuol, che lo si rechi in dono. Via tolto il primo, sorgera il secondo Aureo la verga e con le foglie d’ oro. Leva dunque lo sgnardo, e discoperto Che ben tu T abbia, con la mano il prendi. Ei volentieri e facile si piega, Se ti arridan le sorti, ma nessuna Forza altrimenti a vincerlo, ne il duro Ferro a troncarlo bastera. — Ne ancora 200 Misero! sai, che non sepolta giace D’un de’ tuoi čari esanime la spoglia, Scena infausta alle navi! mentre attendi — 154 A interrogarmi nel fatal soggiorno ! A suo loco pria il poni, e nella tornba II chiudi. Nove pecore vi adduci, E ti accingi, a placar 1’ombra sdegnosa; Alfin cosi le Stigie selve e i regni Stranieri ai vivi tu vedrai. Diss’ Ella, Chiuse il labbro, e ammuti. Mesto nel volto 210 E con lo sguardo al suol confitto Enea Sen va dali’ aiitro, e i ciechi eventi seco NelPanimo rivolge. 11 fido Acate Al fianco il segue con eguale affanno. E tra di loro in ragionar diverso Ricercansi, qual socio Ella dicesse Esanime languir, da sotterrarsi Quale ! Corne arrivar, vider Miseno Sul lido asciutto indegnamente estinto; Miseno d’Eolo il figlio. Ne col suono 220 Altri piu valse ad invitar le schiere, O col canto a incitarle alla battaglia. Al grand’ Ettor compagno, insiem con' lui Sen gia di lituo e di ferir famoso. Poi che per mano deli’ invitto Achille Ettor periva, al non minore Enea Ei si aggiunse fortissimo guerriero. E mentre un dl per caso della cava Sua conca al suono il rnare allegra, e pazzo Seco sfida a cantar anco i divini; 230 Triton rival, se crederlo si puote, Sorpresolo tra scogli in mar lo affoga. Tutti fremean con gran clamore intorno. E il primo Enea. Della Sibilla ai cenni Badano allor, benche piangenti, e a gara Alberi ammucchian sollevando al cielo Il tumulo leral. Ad un antico Bosco sen van di fiere alto ricetto; Al suol procombe il resinoso abete, Risuonan gli elci della scure ai colpi, 240 E del frassino i tronchi e delle querce Presso al cuneo si squarciano, e dal monte Precipitando cadono i grand’ orni. Enea pel primo esorta gli altri alTopra, 155 Usando ei pur deli’ armi stesse, e a vista Della gran selva cupo in se rivolge Tale desio, che pur col labbro esprime: Oh! nella interminabile foresta Scoprissi della pianta il ramo d’ oro; Come di te, Miseno, la Sibilla 250 Pur troppo il ver tutto mi apri nell’ antro! Diss’egli appena, e due colombe a volo Dinanzi a lui, come volea la sorte, Scese dal cielo si adagiar tra 1’erbe. Tosto ali’ aspetto dei materni augelli L’ inclito Enea rinfranca il core, e prega: Siatemi guida, se una via pur havvi, E con Tali mostratemi il cammino Pel bosco, dove il ramo d’ or piu opaco Fa il pingue suol. Ne tu mancar, divina 260 Madre, e mi reggi nell’ inceiTo passo. Cio detto, il pie sofferma, e guarda intanto Quai segni arrechin elle, ed a qual punto Drizzino il vol. Tra il pascersi lontane Tanto ne andar, che la pupilla intesa A seguitarle, le scorgesse appena. Ven ute poi del grave olente Averno Alle fauci, di la s’ alzano ratte, E per 1’aure cedevoli cadendo Scesero alfin sul vagheggiato ramo 270 Della gemina pianta, tra il cui verde Diversa rifulgea la luce d’oro. Come nel freddo verno il visco in selva Foglia produce alPalbero straniera, E del croceo suo frutto il tronco ei cinge, Tali spiccavan tra qneH’ elce opaca L’ auree foglie, e scoteale un venticello. Tosto Enea prende il ramo, che a fatica Avido rompe, e alTiiTdovina il reca. Ne per Miseno men piangeano i Teucri 280 Sul lido intanto, e cogli estremi riti Onoravan Timmemore suo frale. Prima di tede e di troncate querce Ei’essero gran pira; interno ad essa Intrecciar mesti rami, e collocati Cipressi a fronte di lugubre vista, La cima ricovrir di fulgid’armi. k — 156 — Allor tiepidi umori e dalle fiamme Onda traggon bollente, e la gelata Spoglia n’ ungono, poi che tersa 1’ hanno. 290 Si geme; allora le composte membra Sul feretro adagiate, vi posaro Le troppo note a ognun purpuree vesti; Lugubre incarco, la pesante bara Sorreggon altri; e qual congiunto ei fosse, Tenean sotto le faci e indieti'o il guardo. Ardono insiem vivande, incensi e coppe Di sciolto ulivo. Dopoche ammucchiarsi Le ceneri, e 1’ incendio giacque spento, Di vino il resto e Davide scintille 300 Bagnaro, e le rimaste ossa in un vašo Di bronzo fur da Corineo rinchiuse. Spruzzo tre volte con leggiere stille, Lustral lavacro di purissim’onda! I compagni, e mando 1’ultimo vale. Poi .sotto eccelso monte di gran mole Enea gli pose il monumento, dove Son 1’armi dell’eroe, la tromba, il remo; Onde avvien, che per lui Misen si appella Quel monte, e ognora si dirA Miseno. 310 Cio fatto Enea della Sibilla i cenni Tosto adempie. Profondo, smisurato Sassoso spečo un’ampia bocca apria; Delle foreste lo celavan 1’ombre E un nero lago intorno. Ne al di sopra Impunemente degli uccelli alcuno Drizzarvisi potea, dalPatre fauci Salia tal puzzo alla celeste volta; Onde quel luogo d’ogni uccello privo Dissero i Greci in lor favella Aorno. 320 Qui pria di tergo nereggiante impose Quatt.ro giovenchi 1’indovina, e in copia Di quelli sulla fronte il vin spandea. Poi svelti fra le corna i lunghi peli A brucciar li ponea nel sacro fuoco; A gran voce invocando Ecate in cielo Possente e nello inferno. Alcuni ai tori Pongon sotto i coltelli, e il caldo sangue Ricevon nelle coppe, e nera il vello 157 Lo stesso Enea saerifica un’agnella 330 Delle Furie alla madre e della Notte Alla gran Suora; ed una steril vacca A Proserpina uccide. Indi prepara Are notturne delTAverno al Sire, Dona de’ tori le massiccie polpe Al fuoco, e pingue poi riversa 1’olio Sopra i visceri ardenti. E sull’aurora Pria che il sole si levi, ecco la terra, Mentre arriva la Dea, muggir di sotto, E scotersi de’ boschi l’alte cime, 340 Ed i cani ulular. — Lungi, o profani, Lungi intima la vergine, e la selva Tutta sia sgombra. E tua la via, tu il ferro Traggi, eh’or d’uopo e di coraggio, Enea, E d’incrollabil petto. Indi nelTaperto Antro si spinse da furor compresa; Ei con ugnale ed animoso piede Accompagnossi ali’ infalibil duce. — Numi, che impero sugli estinti avete, Ombre silenti. o Flegetonte, o Caos, 350 Spazii, cui notte nel silenzio avvolge, Siami dato narrar le udite cose, E mi ajutate, si eh’ io sveli, quanto Profonda nebbia nell’ abisso copre. — Di fitta notte si movean per i’ ombre Oscuri anch’ essi per le vuote čase E di Pluton pei desolati regni. Come quando si va tra selve al cupo Raggio incerto di luna, allor che Giove D’ombra il cielo ricopre, e negra notte 360 Il suo colore ad ogni cosa invola. Al limitare e sulla prima entrata Di Dite collocar le ultrici cure E gli affanni i lor covi, insiem pallenti Vi si annidano i morbi e la vecchiaia Triste, il timor, la farne di mal’ opre Ministra, il vergognoso e rio bisogno Di terribile aspetto ed il disagio E la morte e alla morte si vicino Il sonno ed il gioir de’ cori insani. 370 Qui la guerra mortifera dinanzi, II ferreo aibergo delle Purie, e cinta II crin vipereo di sanguigne bende Sta la pazza discordia. Immenso, opaco Nel mezzo spiega le sue antiche braccia E i rami un olmo, dove, e farna, i vuoti Sogni dimorin su ogni foglia appesi. Ben altri sulle porte varii aspetti Minacciano di fiere, le biformi Scille, i centuari e Briareo di cento 380 Braccia, di Lerna il sibilante, orrendo Angue e di fiamme la Chimera armata. Le Gdrgoni, le Arpie, 1’ombre, che in forma Appaion di tre corpi. E qui sorpreso Da subita paura Enea brandisce II ferro, e ad esse, che veniangli incontro, Volge la punta; e se 1’accorta guida Non 1’ ammonia, che senza corpo quelle Forme aeree volavano di vuota Figura in guisa, egli affrontate e invano 390 Percosse avriale colla spada. Quinci Volgono ad Acheronte, ove turbato Del vasto abisso nei pantani il flutto Bolle, e riversa su Cocito il fango. Dell’ atra melma e di tal Sume e a guardia Terribilmente squallido un nocchiero, Caronte orrendo, a cui biancheggia incolta Sul mento e densa la gran barba, gli occhi Ruotano in fiamme e lurido le spalle Un drappo gli ricopre. La sua barca 400 Ei governa col remo e colle vele, E sulla nave rugginosa 1’ aline, Vecchio, ei tragitta; ma immatura e verde E di un dio la vecchiezza. Qui alla riva Precipitando alfollasi gran turba; Guerrier, ma + rone, appena spenti eroi E garzoni e donzelle e figi i posti Davanti ai loro genitor sul rogo. Gosi alle prime algenti aure di autunno Ne’ boschi a vol cadon le foglie, e a terra 410 Tali dalPalto mar calano a stormi Gli augei, che il verno per la via deli’ onde Sospinge in fuga alle contrade apriche. Pregavan di passar primi, e le palme - 159 - Tendevano bramosi ali’ altra riva. Ma il nocchier cupo or questi or quelli accoglie, E caccia gli altri lungi dali’ arena. Da maraviglia e dal tumulto scosso: Dimmi, o vergine, dimmi, Enea prorompe, Perche al fiume tal ressa, e di tant’ alme 420 Quale il desio? Donde avvien mai, che queste Abbandonin la spiaggia, e solchin quelle I limicciosi guadi? Breve a lui L’ annosa profetessa rispondea : D’ immortali certissimo rampollo, Figlio di Anchise, il basso di Cocito Lago tu or vedi e la fatal palude Di Stige, per la qual tremendo e il giuro Anco ai celesti. Ed eccoti la squallida Turba insepolta. Quel nocchier si appella 430 Caronte, e questi, cui tragitta 1’ onda, Sono i sepolti; ne pe’ rauchi gorghi Portarli e dato a quelle piagge orrende, Se pria la tomba non ne accolga 1’ ossa. Erranti per cent’ anni a questi lidi Volano intorno, finche lor concesso Sia di toecare i sospiranti stagni. Fermo il figliuol di Anchise il pie ritiene In gran pensiero, e dell’iniqua sorte Sente pieta; mesti ivi osserva e privi 440 Di ogni funebre onor Leucaspi e Oronte, II condottier di navi. Mentre da Ilio Essi redian pel procelloso mare Austro coprilli, e sommergea nell’ onde La nave e i Lici. — Ed ecco gia il pilota Palimuro si avanza, che di Libia Ora tornando, in rimirar le stelle, Dalla poppa cadea de’ fiutti in preda. Come appena si mesto tra la folta Ombra il discerne:0 Palinuro, esclama 450 Enea pel primo, degli eterni quale A noi ti tolse, e t’ immergea nell’ onde V Narrami tu, giacche non mai dapprima Apollo mi falli, se non allora Che col responso mi apprendea, te salvo Ei guiderebbe agl’ itali conflni.. E questa dunque la promessa fede? — Ed egli poi: Non t’ ingannava, o duce, Figlio di Anchise, la febea cortina; N6 mi sommerse un Dio; perchh il timone, 460 Ch’ io custodiva e dirigea nel corso, Divelto a forza, non so come, a un tratto Precipitando meco in maj - cadea. Giuro per 1’ onde irate, che paura Non mi colse per me, ma per la tua Nave, che priva di ogni fren, di guida, Non resistesse ali’ indomabil flutto. D’inverno per tre notti un fiero vento D’immenso mar fra 1’onde mi travolse; Nel qua r ’to giorno appena de’ marosi 470 In cima dalle spiagge sollevarsi Italia io vidi. A poco a poco a terra Io mi accostava, e mi tenea sicux*o; Quando feroce e stupida masnada Mentr’ io impedito per le molli vesti, Curve le mani, deli' alpestre riva Mi appiglio ai sassi; mi assali colTarme, Qual preda; e ancora lungo il lido io giaccio Neli’ onda esposto al flagellar dei venti. Ora per le telici aure ti prego, 480 Pei rai lieti del ciel, pel padre tuo E per la speme del crescente Giulo; Toglimi al danno, o eroe, tu mi ricopri Di terra, giacche il puoi; tu fra i velini Porti ricerca, o in altra via mi aiuta, E la divina madre in cio finspiri; Perche stimo davver non ti prepari A varcar si gran fiume e il paludoso Stige, de’ Numi senza un alto cenno. Da la destra ad un misero, e mi adduci 490 Teco per 1’ onda, si ch’ io morto almeno Entro placidi alberghi alfin riposi. — Si disse, ed Ella rispondea tai cose: O Palinuro, e donde si sfrenata Voglia ti preme? E te insepolto 1’acque Di Stige e deli’ Eumenidi vedranno Gl’ inviolati gorghi, e te ne andrai Alla vietata ripa? O Palinuro, Alto voler non cangiasi coi preghi; Miei detti ascolta, onde conforto avrai 500 161 - Nel duro evento. Le vicine genti Spinte d’irato ciel dalle minaccie, Ch’empiran di terror paesi interi, Fia che plachino 1’ossa, e tomba alfine Ti diano e pompa di solenni riti, II loco poi di Palinuro il nome Serberž. eterno. Si calmo 1’affanno A tai detti, e švani dal core oppresso Alquanto il duol, perche del nome suo Sorridere quel loco a lui parea. 510 Seguono quindi Tintrapresa via, E si appressano al Sume, raa il nocchiero, Che ben da lungi discovri i lor passi In fra il tacito bosco tutti volti Alla riva, cosi pronto coi detti Affrontali, e da se forte li sgrida: 01 A, qual che tu sia, che al nostro flume T’ indrizzi armato, di costinci parla; A che ne vieni? il passo arresta. L’Ombre Regnano quivi e 1’assopita notte, 520 E il sonno, ne la barca puo di Stige Yivi corpi condur. Lieto non fui Di aver menato per quest’onda Alcide E Teseo pure e Piritoo, sebbene Stirpe di Numi e per valore invitti. Di propria mano incatenava il primo Del Tartaro il custode, e trascinollo Tremante lungi del suo re dal soglio. Ardiro gli altri di Pluton la sposa Dal talamo rapir. Ma breve a lui 530 La vergine anfrisiaca risponde: No, non temer di tali insidie, offesa Quell’armi non ti arrecan ; sull’ entrata Il terribile Cerbero mai sempre Latri a spavento delle -pallid’ ombre, E casta ognora del marito e zio Proserpina mai piu traggasi a forza Dal limitar. Enea trojano, insigne Nella pietA e nelParmi, al genitore Tra 1’ombre titte d’Erebo discende. 540 Che se 1’ esempio di si gran pietade Non ti commove, riconosci il ramo; E dalla veste, che il copria, lo trasse. u *-?"5 - 182 Nel cor 1’ire acquietarsi, e non rispose. Della verga fatal rimira il dono Non visto da g ran tempo e venerando; E rivolgendo la natante prora Si accosta, Palme giž, sedute scaccia, Fa luogo, e dentro il curvo legno accoglie La gran mole di Enea. Gemette al pondo 550 La rappezzata cimba, e dentro il fango . Pei fessi accolse; alfln salvi oltre l’onde Sul limo informe e tra le verdi canne La profetessa ed il guerrier depose. Cerbero immane delle sue tre gole Al fier latrato questi regni assorda In faccia alTanro steso. Come vide Ella in collo arricciarglisi le šerpi, Gli getta un’offa, che di mele sparsa Era, e composta d’incantate biade. 560 Ei tra le fauci per rabbiosa farne Aperte ricevella, e colle membra Enormi e gravi si sdraio assopito Per tutto Tantro. NelTobblio sepolta La guardia, Enea Tentrata in vade, e ratto Togliesi al lido, che non vuol ritorno. Tosto alla porta s’odon voci e un grande Vagito e il lagrimar delTalme infanti, Che tolte al latte e della vita alTaure In atra notte il fatal punto immerse. 570 Presso a questi son quei per cagion falsa Dannati a morte. N& tal loco e ad essi Fuor di sorteggio e di sentenza indetto. Inquisitor Minosse Turna scote, Chiama il mesto concilio, e a ognun presenta E la vita e le colpe. Vicin sito Hanno color, non d’ altro rei, che morte Di propria man si diero, e della vita Schivi hanno fatto miserabil getto Dell’ alme. E quanto non e in lor desio 580 Di sostener fra T aure eccelse ancora Aspri disagi e poverta! ma invano Che T invisa palude nella trista Onda li ferma, e li rinserra Stige Con nove giri. m N& di qua lontano S' aprono campi da ogni lato estesi, Che appellansi piangenti. Di sviati Calli al riparo celansi tra fltte Siepi di mirto quei, eh’ aspro governo Di crudo amor sfinia, nb li abbandona 590 Anche morti 1’affanno. Qui egli vede Fedra, Procri ed Erifele, che mesta Aperto il sen da rio figliuol dimostra, E Pasife ed Evadne e Laodamia Con esse, e Cbneo, che fanciulla un giorno, Indi cangiata in uom, tornolla il fato A femminino aspetto. La Sidonia Dido fra queste di recente piaga Qui giunta errava per la selva immensa. Come vienle vicin 1’ eroe trojano E fra la densa tenebra 1’ adocchia, Qual chi al novello mese fra le nubi Vede, o stima veder la giovinetta Luna; lagrime versa, e con amore Dolcemente la chiama, e le favella: Dido infelice! era ben ver 1’ avviso Che mi ti disse estinta, e col mio ferro Trafitta! ed io ti uccisi! ma lo giuro Pei Numi, per le Stelle e per la Fede, Se nel piu basso della terra 6 Fede, Ch’ io contro voglia a’ tuoi lidi, o i’egina, Mi tolsi. Ma de’ Numi 1’alto cenno, Ch’ or fra quest’ ombre, fra sepolti calli Mi tragge in seno alla profonda notte, Via trascinommi; ne pensar potei, Che tanto duol pel mio partir provassi. Ti arresta; ne involarti agli occhi miei. Chi fuggi ? e questo dal destin concesso Ultimo istante a favellarti. — Enea Raddolcisce cosi 1’ alma sdegnosa A provocar nell’ accigliata il pianto; Ma il guardo Ella al suol fiso e di nemica In posa resta a quel parlare immota, Di dura selce e d’ aspro sasso a guisa. Al fine a un tratto gli s’ invola, e quasi Ei la inseguisse a riparar si affretta Fra quella selva ombrosa, ove Sicheo GOO 610 620 184 !Primiero sposo, di gran cor 1’ accoglie, Ed essa a lm di voglia ugual risponde. Enea la segue collo sguardo e piange, 630 E piet& sente del fuggir di quella. — Riprende poi la fatal via; gli estremi Čampi teneano omai, dove frequenti A parte stanno i piu famosi in armi. Qui Tideo gli si affaccia, e in guerra invitto Partenop&o e di Adrasto la squallente Imago. Qui nel guerreggiar caduti I Teucri tanto colassu compianti Trova, e, in vederne le ordinate schiere In lunga lila, un gemito mandb; 640 Tersiloco, Medonte, Glauco e in uno I tre figli di Antenore e il ministro Di Cerer Polifete e Ideo, che ancora Tien 1’armi e il carro. Da ogni parte spessi II cingono, ne a lor basta il vederlo, Accostarglisi vogliono e sapere La ragion, che il condusse. Ma gli Achei Prenci e del rege Agammenon tremaro Le falangi in vederlo sbigottite Splender fra 1’ ombre delle fulgid’ armi. 650 Parte fuggi, come una volta, ai legni, Altri alzar debil grido, che serrato Fra le fauci moria. Qui pure incontra Deifobo, il figliuol di Priamo, tutto Dilamato il corpo, crudelmente Ferito il capo, ambo le man recise, Mozze le orecchie, devastato il volto E tronco il našo da brutal ferita. Appena il vede trepidante e in atto Di celar, benche invan, le piaghe orrende, 660 Gli parla tosto coli’usato accento: O di Marte campion, deli’ alto sangue Di Dardano germoglio, e chi potea Ardere mai di si crudel venrtetta? Contro di te chi tanto os6 ? La farna Rec6, che affranto dalla strage Achea, Da te compiuta nella notte estrema, Di confuso macel sovra alto mucchio Cadesti; e sul reteo lido io ti ergea 165 — Vuoto un tumulo allora, ed invocai 670 Tre volte i mani con gran voce : il loco L’ armi e il nome fan sacro. Ne potei Vederti, ne partendo il cenei; tuo, Amico mio, nel patrio suol comporre. — Nulla, o amico, lasciasti ed onorato Deifobo tu appieno eT ombra n’hai. Disse il Priamide, ma un destino atroce A tale mi ridusse e i neri eccessi Della Spartana, che di se mi fece Orribile trofeo. Ben ti rainmenta, 680 E forza c’ e di ricordar T insano Gioir di quella notte a noi suprema. Il cavallo fatale asceso ali’ alta liio tenea rinchiusi nel ripieno Ventre gli armati, ed Ella simulando Bi Bacco il rito, delle teucre donne L’ orgia intorno guidava; e una gran liamma Scotea nel mezzo, onde segnale i Greci Ebber dali’ alto. E me da cure oppresso, Vinto dal sonno alfin lo sciagurato 690 Talamo accolse. Mi giaeea in profondo Dolce sopor, come se m or to io fossi, Quando l’iniqua, la magion deli’armi Tutte dispoglia, e fin di sotto al capo Il fido acciar m' invola. Menelao Chiama nel tetto, e il limitar gli schiude. Ella spera cosi di offrir gran dono Ali’oltraggiato sposo e delPantico Fallo estinguer la farna. E che piu tardo ? Entro il talamo irrompono, e con loro 700 Consigliator d’ogni mal’opra Ulisse. Del par gli Achivi ricambiate, ‘o Numi, Se la lor pena con pio labbro io chiedo. Or tu vivo mi narra i časi tuoi; Se tratto in vani error pei mari, o il cenno Se ti mova de’Numi, o qual t’invii Strano poter pei desolati regni E fra gli alberghi di ogni luce muti. Si lo ricerca, e avea 1’ aurora intanto Sul roseo cairo mezzo il ciel varcato, 710 E cosi pur 1’ intiero di concesso Saria caduto, se tacea la guida. — 166 — Ma breve parlo ad essi la Sibilla: Precipita la notte,, o Enea, e nel pianto L’ore scori'iamo. E questo il luogo, dove Si parte in due la via. La destra e quella, Che del gran Dite alla cittž. ne adduce; Andrem di qua agli Elisi; la sinistra I rei tormenta, e al Tartano ci mena?. — O gran sacerdotessa non crucciarti, Deifobo le disse, che ben tosto Io parto, e ali’ ombre tornerommi usate. Tu onor, tu nostro onor vattene, e incontra Piu degna sorte, e si dicendo sparve. Tosto Enea volge il guardo, ed a sinistra Sotto una rupe ampia citth gli appare Che da tre muri cinta un vorticoso Fiume, il Tartareo Flegetonte aggira, E sassi e fiamme con furor travolge. hk dinanzi alla porta smisurata Stan le salde colonne adamantine, Tai, che col ferro ne mortal, ne dio Spezzar potrebbe. Minacciosa ali’ aure Ferrea torre si eleva, e vi si asside Tisifone di e notte a guardia insonne, Piu che di gonna di cruor vestita. Di sferza il suon quinci tu ascolti e i lai, E le catene trascinate e i ferri Stridere intendi. A un tal fracasso Enea Atterrito si airesta. O vergin, dimmi, Quai colpe, ovvero da qual pena oppressi Sono costoro, che di gran clamore Percuoton 1’ aure ? Sciolse ai detti allora II labbro 1’indovina: Inclito duce De’ Teucri, a ogmin che casto sia, non lice Giungere a quelle scelerate soglie. Ma da Ecate io preposta ai boschi inferni Dei castighi divin fui pui’e instrutta, E conobbi ogni cosa. Radamanto Gnossio ha il poter sugli spietati i’egni; Ode, punisce e a palesar costringe Le colpe, che talun con vuoto inganno Fino a tardo morir tenea sepolte. Senza posa Tisifone il flagello Vindice scuote a molestar gl’iniqui; 720 730 fsv • 'm •j 'j V 740 750 — 107 Avventa in loi* con la sinistra mano Angui crudeli, e invita delle atroci Suore le file. Schiudonsi esecrate Stridendo sovra i cardini le porte. Del vestibolo a guardia chi risieda Vedi, e chi sia, che il limitare osservi. Un’ idra di cinquanta orride teste Immensa e p i u feroce entro si annida. 11 Tartaro vi e poi, che hen due volte Neli’ abisso approfondasi e nell’ ombra Quant’ alto dai viventi il cielo appare. Gli antichi figi i della Terra quivi. I giovani Titani, che colpiti Da fulmine entro il baratro piombaro, Gl’ immani corpi io vidi pur dei due Figli d’ Aloo, che colle man 1’ Olimpo Volean squarciare e discacciar 1’Olimpio Dai regni suoi. Fiero castigo io vidi Qui patir Salmoneo della celeste Fiamma e del tuono emulator di Giove. Egli da quattro corridor condotto Scotea gran face, e d’ Elide nel mezzo E per la Grecia di trionfo a guisa Correva in cerca degli onor divini. Folle! che il suon dei bronzi e il calpestio 780 De’ suoi quattro cornipedi cavalli Pari sognava al rimbombar dei nembi E al fulmine, che alcun non fla che imiti. Ma Giove onnipotente dalle nubi Addensate una folgore gli vibra, Non gia di tede affumicata vampa, E in vorticoso turbine il travolge. Tizio vi e pur della gran madre alunno, Le cui membra a coprir bastan di nove Iugeri un caropo. Il fegato immortale 790 Smisurato avvoltoio coll’adunco Rostro gli scava, nel dolor fecondi Rode a suo pasto i visceri, e nel petto Gli si annida, ne mai le rinascenti Fibre hanno tregua. E che di Piritoo, Che dei Lapiti e d’Issi'on dir mai? Sui quali un sasso minaccioso pende, _ 168 — E ognor sembra cader? Brillano gli aurei Sgabelli appoggio ai geniali letti, E con fasto regal mense imbandite §00 Stan loro innanzi; ma vi e la seduta La maggior delle Furie, ne a que’ cibi Lascia mano accostarsi, che tonando Sorge contr’essi della face armata. Quelli vi son che col fratello in guen-a Vissero, o fur co’ genitor crudeli, 0 che tramaro ai lor clienti inganni; E quei che flssi nei tesor trovati 1 parenti obbliaro; e n’e la schiera Assai lunga. Gli adulteri nelhatto 810 Uccisi, e quanti il ferro scellerato Brandir mancando alla giurata fede; Giaccion qui tutti, e aspettano il castigo. Ne chiedermi qual sia di ognun la pena, Ovver la forma e di costor la sorte: Quali volgono sassi, dalle ruote , Altri aggirati; pero immoto vedi E immobil sempre giacerh Teseo; E piu misero ancor Flegia ammonisce, Ed a gran voce a tutte 1’Ombre intima: 820 Mia pena insegni ad osservare il giusto E a non sprezzar gli Dei. — Questi per 1’ oro Vende la patria, e nelle man la pose Di potente signor; fece e disfect} Leggi venali; della figlia un altro A vietato connubio invase il letto; Tutti osaro, o compir nefandi eccessi. Se cento lingue, cento bocche e voce Di ferro avessi ah! non potrei le forme Svolgere appien delTinflnite colpe, 830 Ne mai tutte discorrerne le pene. Cid detto soggiungea la profetessa: Orsu ti muovi, ed il dovere adempi, Affrettiamci, ch’io scorgo de’ Ciclopi Fumar le mura dai camini ardenti; E in fronte sotto 1’ arco e la gran porta, Dove ci e indetto di deporre il dono. Disse, e a ugual passo delle oscure vie Pel mezzo vanno, ed alla porta giunti, Occupa Enea 1’ entrata, di corrente 840 — 169 Onda si lava, e su vi affigge il dono. Compiuto alfine della Dea 1’ incarco Giunsero ai lieti campi, al verde ameno Di fortunati boschi e alle beate Sedi, ove il ciel, cotne a gran volta steso, Di rosea luce quei terreni abbella; E ha proprie -stelle e proprio sol quel cielo. Chi esereita le membra sugli erbosi Prati, van altri in giuoco, o in lotta a gara Per la rossiccia arena, ed altri il suolo 850 Batton col piede in liete danze e ai carmi Sciolgono il labbro. In lunga veste il tracio Orfeo da sette corde umani accenti Tragge, ed or colle dita, or coli’ eburneo Plettro le tocca. Qui son pur gli antichi Figli di Teucro per beltade insigni; I magnanimi eroi dei di perduti, Ilo, Assaraco e Dardano di Troja Autor. Enea ne vede lunge 1’armi E i vuoti cocchi; sul terren confitte 860 Son Taste, e via per le campagne sciolti A pascere i cavalli. QuelTamore, Che vivi li accendea di cocchi e d’armi, Benchh sepolti intier non li abbandona. Ecco a destra e a sinistra altri a convito In fra i boschetti di soavi allori Mira cantar lieti Peana in coro, Quinci discorre pei terrestri campi L’ onda ricca del Po. Quivi un drappello Di quei fra T armi per la patria uccisi, 870 Qui časti sacerdoti, e qui poeti, Che degnamente favellar di Apollo; Quei che la vita ingentilir coli’ arti, E tutti che di se lasciar bel nome; Cinge loro le tempie nivea benda. Ad essi, che avea intorno, ed a Museo Pria di ogni altro, giacchh vedeasi in mezzo Ognuno superar con T alte spalle, La Sibilla parih : Ditemi Voi, Alme felici, e tu, inclito vate, 880 In qual parte e in che loco Anchise alberga? Per lui venimmo e d’Erebo il gran fiume Sol varcammo per lui. Ma breve il vate — 170 — Tal dih risposta: Fermo asil non evvi, Abitiam selve opache, e son le rive A noi letto, e tra 1’ erbe rinfrescate Dall’acque dimorian. Ma voi, se il core Cosi v’ intima, il colle salirete, E di lassu vi apprendero la via. Disse, e guidolli, e a lor mostrh dali’ alto 890 I campi rilucenti. Entrambi tosto Dali’alta cima al pian scendono ratti. II padre Anchise in fondo a verdeggiante Convalle rivedea 1’ alme per caso Ivi adunate, cui goder vien dato Novella vita, e con amor frattanto Noverava de’ suoi čari nepoti La fortuna, il valor, le geste, i fati. Ma ,quando incontro vide Enea tra 1’ erbe Farglisi, tosto ambo le man distese, 900 Pianse, e la gioia gli dischiuse il labbro : Giungesti, e alfin la tua pietade, ch’ io Ben m’ attendeva, superd il gran viaggio. Ora mi e dato rivederti, o figlio, E insiem parlarci e udirci. Ne mai dubbio Accolsi, ch’ io ben certo n’ era, e mentre Contava i di, non m’inganno la. sorte. Ti abbraccio ! poi che tanto mar solcasti, E tanta via per me segnasti in terra. Oh! a quanti rischi in preda! Oh! quanto io m’ebbi 910 Timor, che il regno della Libia opporsi A te potesse e alla fatal tua impresa! — Enea quindi: di te 1’ afllitta imagp, Che piu volte mi occorse, alla tua soglia Mi sospingea. Nel mar tirreno i miei Legni fan sosta. Mi concedi, o padre, Che la mano ti stringa, ed ali’ amplesso Non toglierti del figlio. Cosi disse, E in uh rigo di largo pianto il viso. Tento tre volte di abbracciarlo, e invano 920 Tre volte cinta gli sfuggi 1’ imago Pari a soffio leggiero, e appien simile A vuoto sogno dal mattin disciolto. Frattanto Enea nella riposta valle Vede a parte una selva, e uscir da quella Un suono ascolta e lo stormir dei rami. — 171 — E scorrere il leteo fiume dinanzi Ai quieti alberghi osserva. Intorno a questi Genti volano e popoli infiniti, Come ne’ prati alla serena estate 930 Tra i vari fior van discorrendo 1’ api, E ricopron dei gigli il bel candore. Al subito apparir volgesi Enea Sorpreso al padre, e lo ricerca: quali Fiumi son quelli, e qual mai gente e questa, Che a schiere a schiere affollasi alla riva? — E cosi il padre a lui: 1’ alme, rispose, Ch’ altre merabra a vestir chiamano i fati, E del fiume LetOo bevono ali’ onda Sicuro obblio d’ ogni passata cosa. 940 Anche prima bramai, che tu il sapessi, E che cio ti si aprisse; affinchž meco Godessi piu della trovata Italia. — Oh ! dunque, padre, šara ver che alcune Alme sublimi quinci galiranno Di nuovo alDaure per tornar di nuovo Ne’ pigri corpi ? Ma qual fiera brama Le pugne si di rivedere il giorno ? — Dir6, ne voglio che ti affanni il dubbio, Ripiglia Anchise: Il ciel, la terra, il mare 950 Il globo della luna rilucente, Gli astri sublimi un almo spirto avviva; E di tal mole in ogni membro infusa Scorre una mente a si gran corpo unita. Di quh gli uomini sono e delle fiere Le svariate forme e degli uccelli E quanti mostri ne’ marmorei fondi Accoglie il mare. Origine celeste Virtu ignea e in quei šemi, ma soltanto Noia dan lor ghinfermi corpi e il peso 900 E il nodo ancor delle caduche membra. Gioia in essi e dolor, timore e speme, E da tenebre cinti e in mortal velo Non sanno col pensier levarsi ali’etra; E allora pur che le lucenti sfere La vita abbandonh, non si diparte Il mal da questi, e la corporea tabe Appien non si cancella; ma 6 ben d’uopo Che quelle colpe, onde macchiarsi a lungo — 172 — In vita, restin pure a lungo impresse 970 Mirabilmente in morte. Fra tormenti Percio si stanno, e degli antichi falli Rendono il fio. Taluni ai venti in preda, E giaccion altri in vasto flutto immersi. Ogni sozzura dei viventi quivi O 1’ acqua terge, o la consuma il foco. Nullo sfugge alla pena. Indi 1’Eliso Ne s’apre, ma siam pochi al bel soggiorno Serbati, flnche il di lontano arrivi, Che, scorso il tempo dal destin voluto, 980 Ogni macchia sia tolta e ridonato Puro 1’etereo senso e il prisco foco. Quest’alme, di miiranni dopo il giro, A grandi schiere il Dio richiama a Lete, Pei'che immemori omai salgan di nuovo Al convesso de’ cieli, e ve le spinga Di un nuovo corpo incognito desio. Cio disse, e via per la sonante riva Trae la Sibilla e il figlio agli affollati Per mezzo, e a un colle insiem con essi Anchise 990 Si volge per veder tutte di fronte Di quelli, che venian, le lunghe schiere E apprenderne gli aspetti — Ora io dirotti, Figlio, qual gloria 1’ avvenir prepari Di Dardaro alla prole, e quanti e quali Nepoti ci dara 1’ itala gente. L’ alme tu adesso generose impara, Che rivivran del nostro nome, e chiari Da me i futuri tuoi destini ascolta. Vedi la quel garzon, che a non ferrata 1000 Asta si appoggia? della luce ai lidi Il piu vicin per caso, primo ali’ aure Eteree sorgera di Teucro sangue AlPitalo commisto. Ei šara, Silvio Di nome Albano, tua ultima prole, Cui gi k tardi per te la sposa tua Lavinia, fia che un di tragga dai boschi A dominar progenitor di regi; Onde noi della lunga Alba sul trono Il sangue a lungo serberemo e il nome. 1010 A Lui vicino e Proca, iliaco vanto, E Capi e Numitore e Silvio Enea, 173 Del tuo nome il secondo; e per vaiore E per pieta quale tu fosti egregio, Se d’Alba un di gli sia concesso il regno. Qual gioventude, quanta forza e in quelli! Questi le tempie di civil ghirlanda Precinti pianteran Gabi, Numento E di Fidene la cittž,, e sui. colli Adergeran la collatina rocca 1020 Per alta farna di pudore insigne. E Pomezia superba ed i castelli D’ Inuo vi aggiungeranno e Bola e Cora; Di tal nome godran terre oggi oscure. Figlio di Marte, Romolo deli’ avo Si unisce al fianco, e il produrrž, dal sangue Di Ass&raco la madre Ilia discesa. Vedi gli stž, doppio cimiero in fronte, E Giove il cinge degli onor divini. Gi& per lui sorgerž, 1’ inclita Roma 1030 Nel poter pari al mondo, ed ali’ Olimpo Negli spiriti ugual! Felice prole D’ eroi circonderi di mura i sette Suoi colli; qual di torri coronata Per le frigie citta scorre nel cocchio Di Berecinto la gran madre, lieta Di eterna prole e del perpetuo amplesso De’ suoi mille nepoti, che divini Risiedon tutti ne’ celesti alberghi. Ambo gli sguardi qui rivolgi, e mira 1040 Questa tua gente e i tuoi romani in essa. Cesare e guivi e la progenie intera Di Giulo, che vivra sotto il gran cielo. Questi e colui, che tu promesso udisli Tanle volte finor, figlio di un Dio, Cesare Augusto, che il beli ’ aureo tempo, Onde Saturno fe beali-i campi, Al Lazio ridard. Sui Garamanti E sugl’ Indi il suo impero, e dove il giro Del sol non giunge, nb degli astri mai. 1020 Anzi fin la, dove il divino Atlante, Appoggio del gran cielo, i mondi aggira Sui dorso, che sostien le ardenti stelle. La meotica terra e i caspi regni Inorridili pei responsi omai 174 Veggo, e del Nilo al suo venit le sette Bocche lurbarsi. Ne lo stesso Alcide, Che la cerva bronzipede trafisse, E domb i boschi di Erimanto, e Lema Tutta fea trepidar coi dardi suoi, II pik inoltrb per sl rernote piagge; Ne Lieo,.che dai vertici di Nissa Vittortoso discendea, e le tigri Ai pampini aggiogava ed alle viti. Ma di uguagliare al valor nostro i fatti Forse dubbio ci tiene, o alcun timore Di penetrar nell' itala contrada? — Or chi da lungi per palladia fronda Cospicuo reca in man le sacre cose ? Ben lo ravviso al crin canuto e al mento Di Roma il re, che fonderalla il primo Con leggi; dal natio meschin villaggio Del piciol Curi a comandar chiamato. A lui segue quel Tullo, che i giž, lunghi Riposi della patria a romper viene, A smuover quei, che giacciono sull’ armi, E a ridestar negli assopiti eroi Il desio de’ trionfi. Presso viengli Quell’ Anco baldo giž, fin d’ ora, e troppo Ricercator del popolare appoggio. Vuoi vedere i Tarquini e la superba Alma vendicatrice e i fasci ancora, Che Bruto ne riporta? Egli pel primo Di console il comando e le spietate Scuri otterrA De’ propi figli intesi A incitar nuove guerre, ei padre, ei stesso Fia 1’ uccisor, purche spenta non sia La vaga liberta, Ahi! vincerallo, Ne- ciarlin pure i posteri a lor guisa, Desio dell’aura popolar soltanto E sol di lode inestinguibil sete. I Deci e i Drusi ancor da lungi osserva, II feroce Torquato con la scure, E Camillo, che tien le tolte insegne. Quelle poi che brillar pari nell’ armi Alme concordi fra quest’ombre vedi, Uscite ali’ aure, che terribil guerra Avran fra loro, e quai provocheranno 1060 1070 1080 1090 175 Stragi e battaglie. II suoeero dali 1 Alpi Discenderž. pei liguri paesi, 1100 E incontrerallo di soldati e6i 11 genero precinto. —■ Non sia, o flgli, Fra voi di un empio guerregglar costume, Ne il valor vostro il patrio sen trafigga. E tu, che dairOlimpo il sangue avesti, Tu pria di ogun perdona, e Farmi a terra Cader tu lascia. — Di Corinto 6 quegli Il vincitor, che, insigne pegli uccisi Achei, sul cocchio trionfale ascende AlFalto Campidoglio; e questi S il grande 1110 Rovesciatore d’Argo e di Micene, Che alfin d’E&co spegnerž, la prole Dal bellicoso Achille generata. Vendetta cosi avran di Troia gli avi E i templi della Dea contaminati. Chi tacerž. di te, Catone e Cosso ? E chi di voi stirpe dei Gracchi ? e dove Ambo vi lascio, fulmini di guerra, O Scipioni della Libia eccidio ? E te poten te in povertž,, o Fabrizio. 1120 E te, Serrano, sovra il solco intento ? Dove me stanco trasportate, o Fabi? O Massimo tu se’ colui, che solo Indugiando a noi Roma conservi. — Riducan altri, e ne son certo appieno, A palpitanti ftbre ogni metallo, Viventi aspetti traggano dal marmo, Facondi piu di noi brillino in foro, Le occulte vie del ciel segnino, e il corso Valgan d’ astri a indicar; ma tue, o Romano, 1130 Di governare son V arti, rammenta, E di dar pace colle leggi al mondo: Gli umili accogli, e i prepotenti schiaccia. Disse Anchise, ed a quei maravigliati Soggiunse: Oh ! come generoso incede Marcello onusto delle spoglie opime, E come a tutti vincitor sovrasta! Dell’alta Roma contro a fier conflitto Terr& salda la possa, e i cavalieri De’ Peni e i Galli abbatterž. superbi. 1140 176 II terzo egli ž, che di nemico duce L’ armi sospende al gran padre Quirino. Enea qui vide, cho a Marcel di pari Passo atteneasi un giovinetto, insigne Per vago aspetto e per le fulgid’ armi, Ma di fronte non iieta e chino il vol to. Quegli, o padre, chi h mai, che di Marcello Stretto al fianco cammina; Sard figlio, O nipote sard del gran linaggio? E che bisbiglio di compagni ha intorno ? 1150 Quanto di uguale al gran Marcello in lui! Ma Patra notte di funerea nube II capo gli circonda. Allora il padre Anchise il pianto avea sugli occhi, e disse: Non chiedermi c figliuol, de’ tuoi 1’ ambascia. Al mondoappena il mostreranno i fati, Ed oltre piu nol lascieran. Ah! troppo, O Numi, Roma vi parea potente, Se diuturno fosse stato il dono. Oh! come presso la cittade il marzio 1160 Čampo risuonerd d’ alti lamenti! Oh! qual pompa di esequie ti fia vista, O Tebro, quando scorrerai col biondo Flutto vicino al tumulo recente! Nessun altro garzon d’ illiaca gente Di tanta speme animerd i latini Suoi avi, ne giammai d’ altro figliuolo Terrd ugual vanto la romulea terra. Oh prisca fede! Oh pietade! oh invitta Destra nell’armi! Contro a lui chi mai 1170 Impunemente si saria scagliato, O movesse pedon nella battaglia, O di spumante corridore il fianco Pungesse ! Lacrimabile fanciullo ! Se a infrangere tu arrivi un rio destino Nuovo Marcel sarai! — Bate ch’ io versi E gigli e rose a piene mani , ond’ abbia Ricchezza almen di cotai doni V alma Del nipote, e in gentil modo io l' appaghi. Disse, e di qua, di ld scorrono intorno 1180 Ali’ aerea contrada e ai vasti campi, Ogni cosa notando. Poiche Anchise Condusse il figlio a riguardar le cose, — 177 — E 1’ infiammo per 1’ avvenir di orgoglio, Ben altre guerre dal destin serbate Rivela, e di Laurento a lui discopre Le genti e la citta del re latino; E in che modo ogni rischio, ogni travaglio O fuggir debba, o sopportar gl’ impara. Quivi due porte ha il Sonno, cornea l’una, 1190 Che ai veraci fantasmi, com’ e farna, Agevolmente s’ apre, e 1’ altra fatta Del piu candido avorio, onde fallaci Vision mandan 1’ anime ai viventi. Tra il favellare accompagnando Anchise II figlio e la Sibilla, per 1’ erbunea Porta die loro uscita. Inver le navi Enea cammina e i fidi suoi rivede. Allor salpando di Gaeta al porto Corre diritto ; qui 1’ ancore affonda; 1200 Fermesul lido se ne stan le navi. 12 LIBRO SETTIMO I Trojani giungono a Laurento, ed hanno pace da re Latino. Disegnano nuove mura. Aletto, ministra di Giunone, sparge i šemi di guerra; poi tutto il Lazio si arma contro i Trojani. Tu nutrice di Enea, tu pur Gaeta Morendo hai dato eterna farna a’ nostri Lidi, ove sede I’ onor tuo conserva, E nella Esperia generosa il nome, Se qualche gloria 6 in cio, distingue 1’ ossa. Ma il pio Enea deli’ esequie poiche i riti Compi, e sublime il tumolo ne eresse; 1 raarosi acquietatisi, al viaggio Tende le vele, ed abbandona il porto. Spiran l’aure notturne, favorito 10 E dalla luna delle navi il corso, Ed al tremulo raggio il ponto splende. Giž, vicina rasentano la spiaggia Della Circea contrada, ove la ricca Figlia del Sol, trattando con Targuto 1 Pettin le tele, di perpetuo canto, Le selve inaccessibili riempie, E nell’ ostel superbo gli odorosi Cedri consuma a illuminar le notti. Il fremere di qua, gli alti ruggiti 20 Intesi e 1’ ire nella tarda notte Son de’ leoni ricusanti il freno; Entro i presepi gl’ ispidi cinghiali E gli orsi inferocir s’odono, e i lupi Smisurati ulular, eh’ uoinini pria Cii’ce crudel con la raagia deli’ erbe Vesti di pelli e di fertno aspetto. E perche da tai mostri i pii Trojani Non fossero turbati, li guidava e Nettuno al porto, ed impedia che il lido 30 Toccassero malvagio. Empi le vele D’aure seconde, li sospinse a fuga, E ai guadi vorticosi li sottrasse. I primi raggi rosseggiar fean 1’ onda, E dali’ alto splendea sul roseo coccliio — 1.82 — Rionda 1’ aurora, allor che d’ improvviso I venti han posa, ogni fiato e spento, E il pian quasi marmoreo i remi stanca. Ma tosto dilatarsi un’ ampia selva Enea dai legni osserva. Con ameno 40 Corso in rapidi vortici tra questa Fulvo di ricche arene in mare il Tevere Prorompe. Intorno e sopra d’ ogni specie A quelle rive ed a quell’ onde avvezzi Volano dalla selva in lieti stormi L’aure col canto a rallegrar gli augelli. — Ordina tosto di piegare il corso, Le prore ai lidi rivolgendo, e lieto Tra le selvose sponde il Tebro varca. Al mio carme, o divina firato, apprendi 50 Quali fossero i re, lo stato, i tempi, Quando appunto arrivarono le prime Agl’ italici lidi armi straniere. Mi accingo, e tosto cantero le cause Del certame primier, tu inspira il vate. Orride mischie cantero e le schiere E i regi tratti dagli sdegni a morte, E le toscane armate e deli’ Esperia Tutta le genti radunate in armi. Ordin maggior di cose or mi si affaceia, 60 Maggiori lila io svolgo. Il re Latino, Giž, vecchio, le citta reggeva e i campi Da lunga etade in pace. Udimmo, eh’ egli A Fauno ed a Marica di Laurento Era figliuolo, e a Fauno padre Pico, E questi te, o Saturno, a genitore Vantava, e primo autor del suo lignaggio. Un supremo voler non gli assentiva II conservar di viril prole un figlio, E morte gliel rapi nel flor degli anni. 70 Sola i paterni limitar guardava Dell’ alte sedi una figliuola erede, AUe nozze matura e in piena etade Nubile ancora. Del gran Lazio molti E dell’Ausonia tutta incliti prenci Ne chiesero la mano. Ricercolla Turno d’ ogni altro piu leggiadro assai — 188 — E potente per Junge ordine d’ avi. Alla regia consorte unica brama Era di averlo a genero congiunto; 80 Ma con vari sgomenti ostacol faimo Gli auguri degli Eterni. Stava in mezzo Alla reggia, fra gli alti penetrali, Di riverenza oggetto da molt’ anni Per sacra chioma un lauro. AH’ almo Febo II re Latino lo sacrasse, e 1'ama, Giacche trovollo nel piantar gli alberghi, E ai primi abitator da questo il nome Impose di Laurenti. — Ad esso intorno L’ api a nembi si slanciano per 1’ aure, 90 E, mirabile a dirsi, con feroce Ronzio la cima ricoprendo, e insieme I piedi ai pio conserti, d’ improvvisi Grappoli a guisa pendono dai raini. — Incontanente 1’ indovino esclaina: „Uno straniero avvicinarsi io veggo, E di la pur, donde movea lo sciame, Giungere ai nostri lidi armate schiei*e Ed ergere tra noi superbi regni.“ Di piu, mentre la vergine Lavinia 100 D’accanto al genitor con caste faci I santi Lari onora, orrida vista! Sembra, che un foco ai lunghi crin si appigli, E che ali’ assiduo crepitar si abbruci Ogni fregio regal, eh’ ardan le chiome E fin le gemme della sua corona; Tra il fumo allor di lampi rivestita Par che 1’incendio per la reggia spanda, Davvero prodigiosa orribil vista! Da cio i vati predissero -alla figlia 110 Eterno pei destini e illustre nome, Ma al popol tutto bellicosi eventi. DalPoracolo scosso, il re si avvia Al fatidico Fauno padre suo, Per consultar deli’alta Albunea i boschi. Di sacro fonte al corso una foresta Amplissima risuona, e d’ ombre opaca Un lezzo abbominevole diffonde. — 184 Di qua 1’itale genti e Enotria tutta Ne’ lor dubbi ricercano i responsi. 120 Qua il sacerdote, poiche offerse i doni, E si corcd sulle distese pelli Delle pecore uccise, e tra i silenzi Notturni si addormenta, erranti vede Maravigliosamente mille aspetti, Diverse voci ascolta, coi celesti Del colloquio fruisce, e negi’ inferni Lachi coli’ ombre Acherontee favella. E quivi pur lo stesso re Latino, Ricercando i responsi, innanzi ali’ are 130 Cento svenava pecore bidenti, Poscia adagiato sulle terga loro E fra gli stesi velli si giacea; Quando improvvisa risuono dal folto Della selva una voce: O mia progenie, La figlia non darai sposa a un Latino, Ne ti affidare al preparato iraene; Stranio genero arriva, pel cui sangue Dovra salire il nome nostro al cielo; Onde sotto i lor pib sommesso e chino 140 I nepoti vedran tuttp, che il sole Fra i mvri estremi ricorrendo mira. — Ne i responsi, ne i moniti, che il padre In quella notte fra i silenzi espose, Contenne in se Latino, e giž. la farna Per 1’ Itale citta, volando in giro, Diffusi aveali, allor che dali’ erboso Suolo i Teucri legar le navi al lido. Di un’ alta pianta sotto i rami Enea, I primi duci e il vago Giulo ossisi 150 Attendono a cibarsi, e sopra 1’ erbe Di p ; o farro soppongono per base Focacce alle vivande — tal valea Di G.iove la sentenza — e ricopriro La mensa cereal di agresti frutta; Indi consunte P altre cose, il morso Volser per farne ai poveri lor deschi, E colla mano astretti e col vorace Dente furo a violar la tonda crosta Del fatidico pane e a divorarsi 160 Appien cosi le profetate mense. — 185 — Oh! alfin le mense noi rnangiaramo, esclama Iulo, ne piu soggiunge. E questa fue La prima voce, che annunzid la fine Di un lungo errare. Dal suo labbro Enea Pel primo la raccolse e stupefatto A quel mistero, in se la rivolgea; Ma prorompe ad un tratto: Salve o Terra, Dovutami dai fati, e voi salvete Di Troja mia fidissimi Penati. 170 Stanza e patria qui avremo, poiche adesso Ricordo ben, che il Padre a disvelarmi Gli arcani del destin: Quando tu, disse, O figlio, a ignoti lidi trasportato, Finite le vivande, per la farne Sarai costretto a divorar le mense, Ivi stanco potrai sperare albergo. Impegno sovra ogni altro, te ne avviso, Tuo sia quello di la inalzare i tetti. — Quella farne era questa, che attendeaci 180 Ultima per dar fine ai nostri guai. Dunque allegri domani ai primi raggi Del sole investighiam, che luoghi e quali Sieno gli abitator, dove i paesi; E ognun di noi si spicchi per diverso Calle dal porto. Ora le colme tazze Libinsi a Giove, ai genitore Anchise Preči sciogliete, e sulle mense i vini Si pongano. Cosi parla e le tempie Cingesi poscia di frondoso ramo, 190 E il genio prega di que’ luoghi e T almo Terreno degli Dei, le ninfe, i fiumi Non centi. Allor la notte e colla notte Gli astri sorgenti, il regnator deli’Ida E la frigia Cibele e i genitori Suoi dali’Olimpo e dali’ Eliso invoca. E qui propizio il padre onnipotente Tuono dal ciel tre volte, ed una nube, Ch’ arder parea d’ aureo fulgor, scotendola Di propria mano, fe’ brillar dali’ alto. 200 Fra le dž.rdane schiere d’ improvviso Si sparge il grido, che arrivato e il giorno Di edificare la cittž, promessa. — 186 — Rinnovano le mense, e a gara lieti Pel pieno augurio recano le tazze E inghirlandano i vini. Appena il giorno Coi primi raggi rischiaro la terra, Esploran tutti per diversa via Le spiagge, le cittadi, ogni conflne Di quella gente. II corso irresoluto 210 Qui del Numico, questo fiume il Tebro, E qua i Latin gagliardi. Allor di Anchise Il figlio cento ambasciatori invia Da ogni ordine prescelti ali’ alta reggia, Ognun velato di palladia fronda; E impone lor, che arrechin doni al prence. E pei Trojani chiedan pace. Indugio Non si frappone, affrettansi al comando, E dal veloce pie sembran portati. Della citta frattanto egli descrive 220 Con lieve solco il giro, segna i luoghi, E d’ argini sul lido e di steccato Cinge i primi quartier, di accampamento A guisa. Del cammin sul fine i Teucri Rimirano i palagi e 1’ ardue torri Dei Latini, e si appressano alle mura. I giovanetti deli’ eta sul flore Dinanzi alla citta sui lor destrieri Salgono, e reggon per 1’ arena il corso De’ cocchi; fieri piegan gli archi, gli agili 230 Dardi vibran col braccio, ed alla lotta S’ incitano ed ai colpi; quando un messo Spiccatosi a cavallo annunzia al vecchio Re, che persone di stranier costume E d’ imponente aspetto ali’ alta reggia Si avviano. Comanda ei tosto, ch’ entro Si guidino, e sul trono si compose. Sovra cento colonne augusto, immenso Albergo eretto alla cittade in mezzo Era la reggia del laurente Pico 240 Cinta d’ orrida selva e per 1’ antico Rito sacirn degli avi. Di qua ai regi Prender lo scettro fu costume e i primi Fasci levar. Tempio fu questo e Curia, Qui de’ sacri banchetti era la sede, — 187 — Ed, ucciso il monton, quivi de’ padri Si protraean le mense. In lunga serie Stanno degli avi in cedro antico sculte Negli atri le sembianze. Italo e il padre Sabino, della vite il piantatore, 250 Che tiene ai pie la curva falce, e il vecchio Saturno e il simulacro del bifronte Giano e i re, che pugnando per la patria, Solcati fur da belliche saette. D’ arme inoltre bel numero pendea Dai sacri marmi, e vinti cocchi e curve Scuri e cimieri e di atterrate porte Enormi sbarre e dardi ed elmi e rostri Divelti dalle poppe. Pico anch’ esso Col lituo quirinal succinto in breve 260 Purpureo manto si assidea, lo scudo Tenendo colla manca; e fu di arditi Cavalli domator, cui Circe preša Da insano amore, dappoiche toccollo Con V aurea verga, e di venen lo asperse, In uccello cangio, di color vari- Spargendone le piume. In questo antico Tempio seduto sul paterno soglio Chiamo Latino al suo cospetto i Teucri; E poi ch’ entraro, con sereno volto 270 Parlo ad essi primiero: Favellate, 0 Trojani, che ignota a noi la patria Vostra non e, ne il sangue; e ben sapemmo, Che a questi lidi volgevate il corso. Che raai chiedete ? qual cagion traea 1 v.ostri legni e voi per tanto mare Ali’ italiche sponde ? O sia, che errore Di strada, ovver che le burrasche spinti V’ abbiano, come ai naviganti avviene; Ma giunti al Tebro e al nostro porto in seno, 280 Quivi albergar vi piaccia, ne i Latini Progenie di Saturno sconoscete; Non gia per fren giustissimi o per leggi, Ma perche in essi l’equitade e innata, Ligi al costume deli’ antico Iddio. Ed ora mi sovvien, benche pegli anni Oscura sia la farna, i vecchi Aurunci 188 — Soleano dir, che Dardano qui nato Pass6 di Frigia negli Idei paesi E nella tracia Samo, or Samotracia. 290 Egli di qua partito dai tirreni Lidi, ora e accolto del celeste Olimpo Fra gli stellati giri, e nuovi altari, Novello culto a nuovo dio si porge. Disse, e Ilioneo cosi rispose ai detti: 0 re, di Fauno egregia stirpe, astretti Ad approdare a questo suol non fummo Da orribili tempeste, ne in cammino Di spiagge mai ci colse o d’astri errore. Alla vostra cittade per consiglio 300 E per voler unanime arrivammo, Tolti al piu gran reame, che sorgendo II sol mirasse dai confin del cielo. Origine da Giove ha il sangue nostro, 1 Dardani di aver Giove per avo Esultano, ed Enea duce trojano Di questa reggia ai limitar c’ invia. Quanta rovina stllla terra Idea Da Micene crudel si diffondesse, Per quai destini conveunero Europa 310 Ed Asia in armi, se havvi un uom sui lidi Ch’ ultimi 1’ ocehn da noi separa, O se un uom solo nelle piagge alberga Fra quattro zone estese, cui saetta II sol nemico, salsi pur colui. Pei vasti mari da quell’ urto spinti Ai patri numi angusto asilo, un lito Sicuro, e che per noi libera sia L 1 acqua e 1’ aria invochiamo. Ne disdoro Apporteremo al regno, anzi non lieve 320 Onore coglierete, e di tal fatto Noi serberemo ricordanza eterna ; E di aver Troja in sen fia che giammai Ad Ausonia rincresca. Pel destino Di Enea lo giuro e per la sua potente Destra, se alcuno la provo nell’ armi, O ne conobbe la lealtade in guerra; Molti popoli e genti — ne per vili Tenerci, se spontanei a te la preče Nostra inalziamo e le bendate mani — 330 — 189 Per compagni ne han cerchi e ad essi uniti Ci braman. Ma il voler degl’ immortali E i eenni manifesti ai campi vostri Ne spinsero. Di qua Dardano uscio ; A cotai luoghi con urgente avviso Piii volte Apollo richiamonne, al tosco Tevere e del Numico ai sacri guadi. In umil dono il nostro Enea ti porge Tali memorie di miglior fortuna, Resti salvati dalle fiamme Achee. 340 Il padre Anchise in quest’ aurata coppa Libava ali’ are. Fu di Priamo questo Il manto allor che, come d’ uso, leggi Ai convocati popoli dettava, Lo scettro questo e la regal tiara; Delle Trojane tali vesti 1’ opra. Ai franchi detti d’ Ilioneo ritenne Latin col guardo il volto flso a terra, E immobile restando, rivolgea L’ occhio intento. Perb si nol commove 350 La porpora dipinta, ne quei doni Lo impegnano cosi, quanto lo ferma Del talamo il pensiero e del connubio Promesso alla figliuola, e sui i’esponsi A lungo medito di Fauno antico. — Il genero predetto esser costui Partito per destin da estraneo lido, E da concordi oracoli a’ suoi regni Chiamato, il quale per valore egregia Progenie avra, che al suo potere il mondo 360 VediA soggetto. Alfin lieto rispose: I propri auguri e il voler mio gli Dei Secondino: o Trojano, cio che brami, Avrai da me, ne i doni tuoi disprezzo; E lin che rege sia Latino, a Voi Non mancheran di Troja le ricchezze, Ne soffrirete di alcun ben difetto. Anzi lo stesso Enea, se tanto il punge Desio di noi, se 1’ospital ricerca Nostra lealtA, se nostro socio ei brama 370 Esser chiamato, si presenti, e amici Volti non tema. Di un tal re la destra Lo aver tocca ci fia pegno di pace; — 190 — E al Teucro duce Voi tosto recate Quant’ ora vi diro. Padre son io D’Unica figlia, che a latin marito Congiungere dai patri penetrali Mi vietano i responsi e multiformi Prodigi degli Eterni. A me predetto E un genero, che vien da estfanei lidi; 380 Tai del Lazio i destini, e fia col sangue II nostro nome da lui pošto in cielo! Esser desso colui, ben or mi avvedo, Promessomi dai fati; e se del vero E il cor presago, ci6 mi annunzia il core. Detto eh’ ebbe, fe’ scelta dei destrieri. Le stalle suntiiose ne accoglieano Trecento nitidissimi, e comanda Che per ordine a ognun degli oratori Velocissimo adducasi un corsiero 390 D’istoriati drappi e d’ostro adorno; Aureo monil pendea dal collo a tutti, Eran d’oro coperti, ed aurei freni Mordevano. Ad Enea mandd un bel cocchio E due corsier dalle narici fiamme Spiranti. Entrambi deli’ etereo seme De’ cavalli, che Circe incantatrice Rub6 al sole, e ne avea razza bastarda, Le sue giumente sopponendo a quelli. Con tai detti e coi doni di Latino 400 Tornan levati sui corsieri i Teucri, E pace a Enea riportano. Quand’ ecco Fuor dalPInachio suol l’aspra consorte Di Giove si rec6 per l’aure a volo, Ed arrivata al siculo Pachino Dali’ etere la flotta de’ Trojani Lungi osserva ed Enea, che lieto inalza 1 tetti, della terra omai sicuro; E vuoti scorge i legni. Allor d’ acuta Doglia punta ristette, e, scosso il capo, 410 Dal petto ella vers6 cotali accenti: Ahi! da me odiata stirpe, ahi! frigio fato Troppo nemico al mio destin! Cosi Dunque cadean nelle Sigee pianure? Cosi vinti restar tutti prigioni? — 191 — k \ Ma n on arsero insiem con Ilio accesa? Ah! che una via tra 1’ armi e tra le fiamme Trovarono costor! Oh! si che stanco Giace il mio Nume e di rancor satollo Alfln riposa! Dalla patria svelti, 420 Inseguirli nemica osai per 1’ onde, E lungo i mari al corso lor mi opposi; Nel combatterli tutte consumai E del cielo e del mar le forze e 1’ ire. Che Scilla a me, che mi giovar le sirti E Cariddi? La riva desiata Abbracciano del Tebro omai sicuri Dal pelago e da me. Valse il Gradivo De’ Lapiti a disfar la gente immane; Lasciava pure il genitor de’ Numi 430 A Diana in preda i Caledoni antichi! Oh! ma forse mertavano i Lapiti E i Caledoni si gran pena? Ed io, Alma sposa di Giove, che osai quanto Era in mia possa, e tanto travagliai, Ora da Enea son pur vinta, meschina ! Ove bastante mia virtu non sia Dubiterb di ricercare aita? Commovero gli inferni, se i celesti Piegar non posso. Ne varrb, sia pure, 440 A toglierlo dal Lazio e da Lavinia, Che il fato per consorte gli riserba, Ma protrarre mi e lecito e i solenni Eventi ritardar con largo indugio; E d’ ambo i regi i popoli scomporre Potrb ben io. Per guisa tal congiunto Il genero col suocero sen vada; E tu, donzella, dote avrai di sangue Rutilo e Teucro, e pronuba a tue nozze Bellona sia. Ne cosi avverse ad Ilio 450 Ecuba un giorno partori le fiamme Nel talamo concette, come orrende A Troja rinnovata le prepara Di Venere il figliuol, Pari secondo. Disse, e irritata scende tosto a terra, E dali’ inferne tenebre, dal covo DelTEumenidi ultrici Aletto chiama Di lutti dispensiera, a cui sol čare — 192 — Son guerre e sdegni e frodi e scellerate Stragi. A Pluton e stesso e alle tartaree 460 Suore inviso 6 quel mostro, in tanti aspetti E si nefandi si tramuta, e tante Pullulan idre minacciose in lei! Cui Giuno incita con tai detti: O Vergine, Della Notte figliuola, ali’ uopo mio Vieni con l’opra e le tue Furie impegna, Perche restin la farna ed il mio onore Intatti. Fa che a re Latino i Teucri Per connubio si stringano giammai, Togli ad essi il calcar 1’ itala terra. 470 E in tuo poter di unanimi fratelli Armar le destre a pugna ed infestare Di rancori le čase, e i tuoi flagelli Entro recarvi e le funeree faci. Attestan mille nomi la tua possa, In mille guise nuocere ti e dato, Il sen fecondo scuoti, e la formata Pace scomponi, semina di guerra Atre scintille, e ali’ armi aneli, ed armi Ognuno invochi, e si brandiscan 1’ armi. 480 Di gorgonei veleni Aletto infetta Tosto al Lazio indrizzossi ed ali’ eccelsa Magion di re Latino, ed i segreti Appartamenti circondo di Amata, Che sol di Turno agli sponsali intesa Tutta di smanie femminili e d’ ire AH’ arrivo dei Dardani si accese. Aletto allora da’ cerulei crini Lanciolle un’ angue, che del sen le fibre Piu riposte le invase, ond’ ella punta 490 Da quel mostro la reggia scompigliasse. Giž. tra le vesti per lo scarno petto Senza tocco egli scorre, e inavvertita Lasciando la furente, de’ viperei Suoi spiriti la infiamma. Ora quell’angue Si fa un’ aurea collana, or le si annoda Ai crini, ed or di lunga benda e fascia, E per le membra lubrico serpeggia; Mentre piu fier pei velenosi succhi Tenta i sensi occuparle, e dentro 1’ ossa 500 Infondere la fiamma. Ne ancor 1’ alma — 193 — Aveale appieno dentro il petto accesa, Quando piangendo con materno affetto Mollemente doleasi per la flglia A un Dardano promessa: Ed in isposa Darai Lavinia ad esuli trojani, O padre, n& pietade alcuna senti Di Lei, ne di te stesso, o della madre, Che allo spirar del primo vento 1’ empio Predone lasciera quivi deserta, 510 Solcando il mar con la rapita figlia ? Non altrimenti venne a Sparta il frigio Pastor, donde in tal guisa ad llio trasse Elena argiva. Ove la sacra fede, L’ antico amor de’ tuoi, dov’ d la destra, Clie tante volte al consanguineo Turno Hai porta ? Se straniero si ricerca Un genero, ed e tal prescritto a noi, E di Fauno il comando te lo impone ; Ogni contrada libera e divisa 520 Dal nostro impero a noi straniera parmi, E suona tal 1’ oracolo de’ Numi. Turno poi, se ali’ origine primiera Della sua časa col pensier tu ascenda, Vanta Inaco e Acrisio nel bel mezzo Di Micene a proavi. Cosi tenta Ella ad arte Latino, benche invano, Cui nel proposto irremovibil vede; E nell’ intime fibre furioso Il šerpe le si caccia, e col veleno 530 Le fibre ne ricerca. L’ infelice Da orribili fantasimi agitata Per 1’ immensa cittade fuor di senno Scagliasi furibonda; qual paleo Che gira sotto la volubil sferza Rapido, quando per le vuote corti In largo spazio scuotonlo i fanciulli Al giuoco intesi; dalla verga spinto A grandi cerchi svolgesi, ed ignaro L’ impubere drappel da maraviglia 540 Prešo contempla il vorticoso bosso, E coi colpi il ravviva. Ne di quello Men rapida nel corso tra il feroce 18 — 194 — Lazio ella irrompe alle cittadi in mezzo; Anzi di Bacco simulando il Nume Con audacia maggior, piu furibonda Slanciasi nelle selve, e tra i frondosi Monti asconde la figlia ad impedire O a contrastarne col Trojan le nozze; E fremendo Ella grida: Evoe tu, o Bacco, 550 Tu sol di questa vergine sei degno, Per te ella scuote i tuoi tirsi ondeggianti, Segue i tuoi cori, e per te il crin coltiva. Si sparge il grido, ed uno stesso ardore Trascina le matrone da una furia • Invase a ricercar strana dirnora. Abbandonano i tetti, e il collo ignude Spiegano ali’ aure i crini, ed altre in pelli Avvolte e d’ aste pampinose armate Empiono il ciel di tremuli ululati. 560 Nel mezzo la regina, ardente face Di pin solleva, T imeneo di Turno E della figlia canta, le sanguigne Luci torcendo, e in forsennati accenti Si prorompe: Ascoltatemi, o Latine Matrone, quante il Lazio vi contiene; Ahime! se alcun per T infelice Amata In voi favore alberga, se del dritto Materno siete vindici, i capelli Scioglietevi, che al capo vi fan benda, 570 E nell’ orgia scagliamoci. In tal guisa Dalla Furia e da Bacco stimolata La regina s’inoltra per foreste, Delle fiere tra i covi desolati. Tostoche bene acceso Aletto vide Il furor primo e scompigliati assai La reggia di Latino e i suoi consigli; La triste Dea senza tardar sulTali Fosche levossi dai rapidi venti Recata alla cittž,, che pei coloni 580 Acrisi Danae in di piantava. Il loco, Dell’ airone dal sublime volo, Ardea fu detto, e altero nome ancora Ardea ritien, se ne perir le sorti. Fra T ombre della notte in pien riposo 195 — Turno giaceasi nella reggia. Allora Spogliossi Aletto, deli’ orribil faccia £ delle membra, che plasmo 1’Erinni; Senili forme assunse e il fronte osceno Sparse di rughe, ricopri di bende 590 Candide e di capei nivei il suo capo, Che di ulivo intreccio; si finse Calibe Vecchia di Giuno'e del suo tempio ancella; Agli sguardi del giovine si offerse, E gli parih cosi: Turno, e non vedi Irsene a vuoto le tue geste, e soffri Che il regno a te dovuto in mano čada Ai dardani coloni ? Il re medesmo La dote ed il connubio ti ricusa, Che tu col sangue hai compri. Uno straniero 600 Del trono erede egli ricerca. Or va, Schernito affronta sanguinosi rischi, Vanne, conquidi le tirrene schiere, E rassicura con la pace il Lazio! Di questo la Saturnia onnipotente A te nunzia m’ invia, mentre tu giaci Fra la placida notte. Sorgi adunque, S’ armi la gioventu, fuori sen vada, Lieto T armi tu impugna, e i Frigi, eh’ ora Tra il bel Sume hanno sede e i duci loro 610 E le dipinte lor carene accendi. Lo vogliono i celesti! Se Latino Non assehte alle nozze, e la promessa Fede non serba, provi ei Turno e alfine L’ armi ne assaggi. — Il giovane schermendo L’ indovina, cosi pronto rispose: No, delle navi gih sospinte al Tebro Non isfuggiva come pensi, al mio Orecchio la novella, „ma si vivo Non pingermi il terror; che la regale 620 Giuno di me fia immemore giammai! Ma la vecchiaia da fralezza vinta E sfruttata del ver tra vane cure Ti avvolge, o madr«, e con terror non veri Inganna il tuo predir dei re fra 1’ armi. Tu le divine imagini e gli altari — 196 — Osserva, e i prenci a guerreggiar chiamati Pace trattino e guerra. A tali accenti Arse Aletto di sdegno, ne Anito Egli ha di favellare, che improvviso 630 Per le Abre un tremor gli si diffonde; L’ occliio immoto ei ritiene al tramutarsi Bella Furia nell’ orride sue forme E alle tant’ idre sibilanti. Gli occhi Ruotanle in Aainme, e duplice erigendo Šerpe immane sul capo, il re discaccia, Mentr’ei si storža di parlarle ancora; Ma tra le fauci il suon ritarda; ed ella Scuote il Aagello e sl lo in veste irata: Vedi quella son io vinta dagli anni, 640 E cui vecchiezza di ogni ver sfruttata Con sognati fatidici terrori Bei re fra Parme inganna. Ai certi segni Ravvisami, venuta io son dal covo Belle atroci sorelle, e guerra e morte Reco in mia man. Cio detto, gli scagliava B’ atro incendio una face, che nel petto Gli si caccib fumante. Ba spavento Orribile fu desto, e quasi sciolte Ei sente in un sudor le membra e 1’ossa; 650 Armi pazzo delira, e per la stanza E per 1’ ampia magion armi ricerca, A ferir solo anela, e scellerato Besio di guerra e