DELL’ I. R.
CAPODISTEIA
TIPOGRAFIA COBOL E PRIORA
1898
PROGRAMME
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CAPODISTRIA
CAPODISTRIA
TIPOGEAFIA COBOL E PRIORA
J898
PARTE PRIMA:
L’ Eroicomica e generi affini di poesia giocoso-satirica (parte II). Uno studio del direttore ginnasiale cav. Giacomo Babuder, consigliere scolastico.
(Vedi Programraa 1895-96)
PARTE SECONDA:
Notixie intorno al Ginnasio, dello stesso.
Edit. la Direzione deli’i* r. Ginnasio
L’EROICOMICA e pneri affini ii pesia pcoso jatirica.
UNO STUDIO
PARTE II. - LA BATRACOMACHIA ‘>
Un modello classico di eroicomica.
La Batracomachia, sia dessa un componimento scherzoso, una bizzarria, una celia poetica di quelle che i Greci dicevano naifvitx, un poemetto modello di eroicomica o, come vuole la critica recente, una favola di origine esopiana, vestita di forme omeriche — e un fenomeno letterario unico nel suo genere. Mentre tante opere del genio greco andarono sventuratamente perdute nella marža dei secoli, e appena ci lasciarono tracce confuse, frammenti mutilati, sconnessi, rappezzati continuamente dai critici; e strana cosa che un componimento di esigua mole, di poca parvenza, sia pervenuto fino a noi — certo non genuino e limpido, come usci dalla mente di chi lo dettö; ma pure saldo ancora e resistente alla vivisezione critica, dirö cosi, che vi si fa attorno da venti e piü secoli.
Di altre “machfe, come la Geranomachia, la Psaromachia, l’Arach-nomachia, la Galeomachia, che dal titolo almeno e dall’etä, parrebbero accennare ad una parentela letteraria piü o meno stretta colla Batracomachia, poco o nulla si sa.
Anche di quel poemetto comico, il Marghite, che la leggenda letteraria degli antichi, omai sfatata, attribuiva ad Omero, e che rappre-senta il tipo di uno zoticone melenso e strambo, una specie di classico Bertoldo, se si eccettui l’interesse storico e letterario che vi annette il mondo ristretto dei dotti — il publico colto ne ignora 1’ esistenza. Non e cosi della Batracomachia. Ü! vero che a tenerla in pregio contribui il nimbo della paternitä omerica, che la cinse fino dai pri-missimi tempi e tuttodi vagamente le aleggia d’ attorno — sebbene — e con poca fatica, — completamente diradato dal soffio della critica — ma anche il Marghite, come si disse, anche gl’inni sacri ad Apollo, a Mercurio, ecc. vennero gabellati per opere omeriche e pur non ebbero la rinomanza e quel culto di studi dotti, di sottili investigazioni, di giudizii diversi che toccö alla Batracomiomachia.
Che piacesse agli antichi, non c’ ž questione; lo prova il fatto che nel naufragio di altre opere di pregio ben superiore e rimasta a galla e attirö l’attenzione di critici sovrani, come un Aristotele che nella Poetica (capo 4) toccando de’ componimenti faceti, in genere, ri-
prova il gusto falso di coloro ehe la poesia ilare trovano scipita e in-sulsa se non contiene l’aroma piccante della maldicenza. II “TeXoiov, il “faceto, egli dice, non il (la maldicenza), formano il pregio di
tali poesie.
Anche Quintiliano che, come tutti gli antichi e non pochi dei moderni, riguardandone la forma, la tenne per una parodia di Omero, sen-tenzia ehe “il poeta usö moderatamente del suo talento di trasformare in faceto la maestä dell’epopea„.
Degli Accademici alessandrini non occorre dire ehe, dottissimi, com’erano, e chiosatori di mestiere insieme al culto ehe professavano ali’ Iliade e all’ Odissea, non avranno perduto di vista quel piacevole poemetto senza pretesa, cui non metteva conto certamente di rifiutare il titolo di uobiltä ehe gli si conferiva, credeadolo figlio legittimo od illegittimo di Omero. Checi abbian pošto dell’amorestudiandolo,limandolo, riducendolo, come oggi si dice, a miglior lezione, si puö supporre senza difficoltä. Nel processo secolare ehe si dibatte fra i dotti per risolvere la questione della sua paternitä, se ne sentirono tante delle opinioni, e non delle piü inverosimili e quella che lo spaccia per un’operetta di conio alessandrino.
£ noto che quei dotti non erano soltanto grammatici, filologi, interpreti ingegnosi e acuti delle opere altrui, come un Aristofane di Bizanzio, un Aristarco, un Eratostene e molti altri; ma anche autori di componimenti pregiatissimi, ehe attingevano bensi 1’ispirazione ai modelli classici, ma con un’ impronta propria e genuina, come un Apollonio, un Callimaco, un Teocrito, un Arato, un Nicandro e simili.
Fra i tanti ehe non di loro capo, ma col sussidio di buone ra-gioni lanciano 1’ opinione ehe la Batracomachia & parto poetico venuto in luce a’ tempi del piü bel fiore della scuola alessandrina, c’ e anche il Leopardi, come vedremo in appresso. Che nel medio evo, epoca poco propizia agli studi letterari, ma provvida conservatrice dei tesori antichi, la Batracomachia non sol godesse di una gelosa tutela come gli altri capolavori del genio classico, ma fosse usata ancora come testo di scuola, e fatto incontestabile. Questa fu sorte felice per essa da un lato, ma disastrosa dali’ altra parte, perche nel rimemo ehe se ne fece in si lunga etä fra mani piü spesso men destre, ne usci sciupata, guasta e corrotta. L’ ammasso enorme di manoseritti, di copie e copie di copie ehe si fecero da codici diversi, senza criterii esatti, senza corredo di dottrina, e lume di critica, fece della povera Batracomachia uno stra-zio indicibile.
Al primo rompere degli albori del rinascimento i dotti italiani, gli umanisti, devono essersi sentito correre un brivido per le ossa af-facciandosi a quella massa di edizioni manoseritte informi, irte di note e postille e varianti di ogni genere e specie, tanto da rassembrare un vero caos, un arrufffo inestricabile. Presero essi pei primi a dipanare quella matassa e lasciarono lavoro a iosa ai loro futuri colleghi della scuola francese, olandese, italiana posteriore e tedesca, la quäle ultima tiene oggidi il primato nella scienza filologica.
Lo studio intenso, profondo, sottile, ehe iniziarono e tuttora con-tinuano i dotti tedeschi, solleticati dalla difficoltä stessa del problema, per yederci chiaro in quella questione, parrebbe eccessivo, sproporzio-
nato all’importanza del soggetto, se la Batracomachia non fosse per essi, come una specie di coniglio sperimentale (Versuchskaninchen), per arrivar a scoprire le origini, i metodi, il sistema, lo svolgimento successivo delle interpolazioni fatte sui classici in generale fino dai primi secoli. La Batracomachia si presta acconciameüte a questo studio, perche quasi nessuna opera antica di quella mole ci pervenne cosi svi-sata, infarcita di roba non sua, mascherata, come quel poemetto. 11 positivismo della scienza giä adombrato dal Vico nel secolo scorso, svi-luppato ampiamente e ridotto a sistema di studi dai grandi filosofi della moderna Germania, appunto perche omogeneo al genio analitico e scru-tatore di quella grande nazione, portö 1'indagine critica alla perfezione. E non poteva essere altrimenti. L’ attinenza piü o meno stretta ehe hanno tra loro i varii rami dello scibile umano e evidente, e dal mo-mento che questi nell’etä nostra hanno raggiunto cosi vasto rigoglio, non se ne pote non sentire 1’ influsso favorevole anche sugli studi della filologia classica.
I classici latini e greci, che corrono oggidi per le nostre mani in edizioni chiare, nitide, eleganti, e, ciö che piü monta, purgate, vagliate nel cribro di una critica acuta, sono frutti di studi vastissimi, di dotti e pazienti raffronti, di enormi fatiche dei grandi maestri tedeschi.
II testo vero della Batracomachia non e accertato e forse nol šara mai completamente. Lo disse giä quell’ antesignano della scuola critica moderna, che h Fed. Augusto Wolf, la cui mente luminosa mandö tanti sprazzi di luce sulla grande quistione omerica. Nei suoi famosi Para-lipomeni, a pagina 252, egli dubita, ehe si possa giungere alla vagheg-giata ricostruzione del testo genuino della Batracomachia e cosi di traverso lancia un’ idea ehe fu colta dai critici successivi, e li guido ad ulteriori ricerche. Queste, come si disse, continueranno ancora e se pure non ristabiliranno il testo primitivo appurato e mondo — cosa diffici-lissima — arriveranno senza dubbio ad avvalorare sempre piü le fon-date supposizioni di oggigiorno sull’ origine e la tendenza letteraria del— 1’ interessante poemetto. Mano a mano se ne riconoscera il pregio o si comprenderä il motivo del tanto arrabattarsi ehe si fa da secoli intorno ad esso; un lavorio ehe a tempi nostri assunse proporzioni vastissime, inconcepibili a chi non ha interesse ne voglia di approfondire questioni di tal /atta.
E invero sorprendente la foga di studi fatti sulla Batracomachia. Lasciamo gli antichissimi e quelli in generale venuti in luce fino al nostro secolo. A parte i lavori di minor mole, le monografie, le disser-tazioni, le disquisizioni parziali piü o meno sottili, le versioni, i com-menti infmiti ehe ci avverra di toccare in appresso, citeremo qui le opere di maggior fama, e precisamente le piü e le meno recenti del-1’epoca nostra.
Nel 1796 1’Ilm a Halle si accinse all’arduo lavoro di ordina-mento deli’ apparato critico. Le prime scosse ali’ edificio di congetture costruito sulla base di opinioni, vaghe ed infondate, vennero da Augusto de Schliechen, de Batracomachia Homero abiudicanda, Lipsia 1816. Se-guirono di poi altri lavori innumerevoli. Vedi Nota 2.
L’ ultima, la piü recente delle opere accennate nella nota al n. 2, e un riassunto completo, son per dire, di tutto ciö che di piü erudito e di
piü caratteristico fu detto e scritto fin oggi sulla Batracomachia. E un lavoro che subito di primo aspetto sbalordisce, e non si sa se piü si debba ammirare la dottrina, il corredo di straordinaria coltura filologica, la mole deli’ impreso lavoro, la prodigiosa pazienza e l’acutezza della critica che l’autore ha comune coi dotti suoi connazionali, o la tempra parti-colare dell’ uomo che di quel poema s1 e fatto uno studio suo prediletto, mettendoci entro il calore di una passione tutta sua, che non gli fa sentire il peso, la stanchezza e lo sforzo che sente chi solamente lo legge. Ad uom profano od anche, se vuolsi, discretamente infarinato di tali studi verrebbe quasi voglia di deplorare, si faccia lanto spreco d’ingegno, di ferrea volontä, son per dire quasi, di forza fisica o per lo meno visiva, per approfondirsi in quell’ ammasso smisurato di studi pre-paratorii, per tentar di risolvere una questione, che, comunque interessante pella ristretta cerchia degli eruditi, lascerebbe anche dopo definita, il tempo che trova.
Certo e, che la coltura umana non si arresterebbe nel suo corso, se la Batracomachia non che chiarita nei punti oscuri che l’avvolgono ancora, non esistesse neppure tra 1’ infinitä delle opere letterarie che formano parte cosi integrale del patrimonio della civiltä; ma la scienza uon ha limiti. Essa attrae ed appassiona l’uomo ad indagarne i piü segreti moventi, a notomizzare le forze, a sprigionarne il pensiero latente.
Pare che in proporzione alla difficoltä del lavoro, cresca la lena, si acnisca l’ingegno, si accalori la passione di scrutinare 1' origine di idee, di notizie, di convinzioni inveterate, — talvolta si colla mira di abbattere e distruggere per vezzo di novitä, — ma il piü delle volte per vero zelo di sapere, per 1’ onesto proposito di snebbiare la via del pro-gresso umano in ogni sua manifestazione.
Tutti sanno che il Leopardi, gli anni migliori di sua adolescenza, che altri sciupa nell’ ebbrezza di futili e fantastiche dilettazioni, li spese invece volgendo e rivolgendo tra mano volumi e volumi di seria erudi-zione che gli forniva in copia la biblioteca di famiglia. Filologo di oc-casione, anima poetica grande e sensibilissima, piü assai che alle inter-polazioni e alle viziature del testo, egli attese allo spirito del poema. Gli piacque molto il tuono festevole, la schietta, serena e placida ilaritä che lo pervade da capo a fondo e trasfuse le sue impressioni in due bellissime versioni del poemetto fatte apposta per metter sott’ occhio ai moderni il vero tipo dell’ eroicomica. Egli premette alla versione un “Discorso sopra la Batracomiomachia (publicato, se non erriamo, la prima volta nello Spettatore di Milano del 1817), lavoro dotto e pia-cevole ad un tempo, che si legge volentieri anche da chi non ha ne tempo ne voglia di mandar giü introduzioni di opere classiche irte di citazioni e raffronti finissimi, ma eminentemente noiosi e pesanti a chi non e addentro nella materia. Con un’ erudizione ed una conoscenza di causa che veramente sorprende quando si pensa all’ etä dell’autore, ci mette a giorno dello stato della questione, come si appresentava a quel tempo, non senza farci balenare sott’ occhio lampi di divinazione su certi punti controversi, che la critica posteriore ha sancito.
Innamoratissimo della Batrocomachia, artista piü che erudito, egli non fa mistero della sua cordiale avversione per certi critici tedeschi, cavillosi e fendinuvoli, che sotto il pretesto di appurare le lezioni, di-
sfanno i classici, e mandano a spasso i cei velli della gente, accreditando oggi ciö che hanno disfatto ieri o viceversa. Contro questo genere di critica morbosa e deleteria, a suo modo di vedere, egli sfoga il suo malumore nei versi seguenti, che si leggono nei suoi Paralipomeni, una satira politica di fuoco de1 suoi tempi:
Ma un tedesco filologo, di quelli Che mostran che il legnaggio e l’idioma Tedesco e il greco un di furon fratelli,
Anzi un solo in principio, e che fu Roma Germanica cittä, con molti e belli Ragionamenti e con un bel diploma Prova che lunga pezza era giä valica Che fra’ i topi vigea la legge salica.
Che non provan sistemi e congetture E teorie dell’alemanna gente?
Per lor, non tanto nelle cose oscure L’un di tutto sappiam, l’altro niente;
Ma nelle chiare ancor dubbi e paure E caligin si crea continuamente.
Pur manifesto si conosce in tutto
Che di seme tedesco il mondo ö frutto. (C. I. Str. 17).
Questa frecciata intinta, se vuolsi, di un po’ di fiele politico spie-gabile a quei tempi, ferisce evidentemente non solo una critica, che si giudica da se, quella cioe dei dotti imberbi, cui sa di rancido e di muffa ogni idea antica. 11 Leopardi allude anche alla critica dotta e convinta, ma troppo sottile, piccosa e incontentabile, che ci fa oscillare peren-nemente sotto gli occhi i classici e ci caccia entro ad uno prunaio di congetture, e rettifiche e raffronti di codici e manoscritti, tanto da non saperci piü raccapezzare. fina, acuta e ne imbercia parecchie con un’ aria di polemica, che provoca il contrasto e non finisce piü. Ye ne ha un1 altra, senza punta polemica, ma troppo minuziosa e severa che p. e., come quella del Brandt sulla Batracomachia, di 300 versi del poema, ne falcidia tanti, che ci resta in mano un moncherino di cui non sappiamo poi che fare.
Tutto questo e vero; ma non ci peritiamo di asserire che, se il Leopardi vivesse ancora e gli venissero sotto mano opere tedesche sulla Batracomachia, com’ e quella recente del Ludwich, ammesso pure che non si ricredesse pienamente, tuttavia non potrebbe a meno di far coro con tanti altri, ammirando un saggio luminoso di religiosa devozione alla scienza, un esempio di critica seria, profonda, coscienziosa, com’ e quella del dotto tedesco sunnominato; che non paventa di affrontare un lavoro di tanta mole, com’e 1’esame di tutto 1’apparato critico finora raccolto sulla Batracomachia, per giungere a risultati, che o combinano con giudizi fatti finora, a sola mira di buon senso, od avviano a con-clusioni nuove che ci lasciano pagbi, perche vediamo la fondatezza delle addotte ragioni.
Esposti in una serie di capitoli stringati e succosi i suoi ragionamenti sopra le singole questioni di dettaglio attinenti alla soluzione del maggior quesito sull’ origine, 1’ etä, le vicende e le fasi storiche e filologiche della Batracomachia fino ai nostri giorni; egli ci mette in una fitta selva d’indicazioni dei codici, dei manoscritti, degli “scolii, e delle
parafrasi, dei giudicii fatti direttamente o indirettamente dai dotti e dai letterati di tutti i tempi. Noi restiamo li piü sbalorditi ehe maravigliati davanti a tanta mole di erudizione, davanti allo spettacolo di tanta pa-zienza e tenacitä, e non possiamo comprendere come mente umana possa reggere a tanta tensione. Misurando la distanza degli studiosi comuni da questi giganti dello studio ci sentiremmo quasi indotti ad aserivere a vanitä di parere, meglio che ad amore puro di scienza queste improbe fatiche, se non avessimo sott’ occhio i frutti di cosi perseverante lavoro. II Ludwich non tende a negare, ma ad affermare; non a scombuiare, ma a chiarire, non a distruggere, ma ad edificare. Egli cerca di acconciare la Batracomachia strapazzata da tanti secoli di dotto e indotto lavoro speso intorno ad essa. Egli vuol non arbitrariamente, ma a prezzo di indagini, e di deduzioni stillate dallo studio dei codici e dei manoseritti, mondarla di tutto ciö ehe di eterogeneo fu introdotto nel suo testo pri-mitivo, alla ricostruzione del quäle vuol pervenire od almeno tentare di pervenirvi, com’ egli stesso afferma.
Mette a base la cosi detta Vulgata, il testo venuto fino a noi per tradizione secolare. La passa in rassegna, verso per verso, e dove la lezione armonizza, il meglio possibile, coi codici da lui ritenuti migliori e coi piü degli altri stimati generalmente tra i meno cattivi — ne ha esaminato un centinaio quasi — sceglie appunto la dizione sostenuta da questi e rettifica quella della “Vulgata,. Queste rettifiche stampate in caratteri piü marcati, le mette a suo luogo nell’ edizione ehe ri-costruisce. La chiama Archetipo, come dire, tipo originario della Ba-tracomachia, senza la pretesa —s’ intende — di darcelo tale e quäle, perche ciö non potrebbe fare di sicuro, ehe 1’ autore stesso del poemetto, se potesse ridestarsi del lungo sonno di venti e piü secoli. Devo dire che questo egli fa con tutta sobrietä e cautela. Dove incorrono lacune, non 1’ empie, se nol puö fare con sicurezza di appoggio. Lascia il buco, il verso storpiato e monco; tutt’ al piü, se il nesso delle idee lo richiede, vi mette della stoffa sua un taccone — e quasi domanda scusa di do-verlo fare. Cosi offre la vulgata a chi non vuol altro e mette di fianco ad essa il suo Archetipo, ehe forma un tutto complesso, come la prima, piü chiaro perö, piü conforme al testo primitivo e genuino ehe non troveremo mai piü.
Questa importanza, dirö cosi, diplomatiea annessa alla Batracomachia si spiega bensi in molta parte colla smania venuta ai dotti di aguzzare le armi dell’ingegno e della sperienza critica, per venir in chiaro dei metodi tenuti dagli ammanuensi e dai critici e commenta-tori e corruttori dei classici in tempi a noi lontani, quando la stampa non si conosceva e mancavano, od erano fioclii ed incerti i lumi della scienza critica, che abbiamo oggidi. Ma ciö non basta a spiegarci tanto lavorfo intorno ad essa. Ci deve essere un altro motivo ehe indusse i dotti a stillarsi cotanto il cervello per correggere la dizione del poemetto e presentarcelo nella forma attuale, senza confronto miglioro di quella eh’ ebbe fino ai primordi del nostro secolo. Certo ad un’ opera letteraria di poco o nessun valore non si sarebbe atteso con tanto im-pegno. La Batracomachia deve avere un valore artistico non comune, un pregio d’ invenzione e di stile, ehe la eleva dalla comune delle con-cezioni poetiche di quel genere. Deve essere una di quelle opere clas-
siche che, come si dice, fanno scuola. Sebbene modesta e poco appa-riscente in faccia ai grandi capilavori letterari dell’ antichitä classica, essa deve rappresentare un tipo letterario degno di servir da modello a componimenti di quella specie in ogni tempo e luogo. Di ciö si dirä nel capitolo che segue.
I giudizi sulla Batracomachia sono molti e svariatissimi. Degli antichi non dico perche generalmente la tenevano in pregio, ne si allar-mavano tanto di qualche strafalcione di ritmo, di qualche viziatura di stile, di qualche slegatura di argomento o qualche intoppo inestetico che incontravano per via leggendola.
Dei moderni, ävvi chi la esalta e non finisce di decantarne la bel-lezza, e chi per poco non la tiene per uno scarabocchio letterario fatto sulla falsariga di Omero da qualche poeta burlone, che ad ore perse, si preše il gusto di tor a prestito il paludamento omerico per vestire animali e foggiare, sul tipo degli eroi deli’ Iliade, rane e sorci.
Dei tedeschi in particolare v’e chi la chiama un ‘saft-und witzloses Elaborat (insulso e scipito).
Questi hanno tutta 1’ aria di giudicii di prima impressione. Ve ne hanno perö di consimili anche di persone dotte, di critici di polso. II Bernbardy, p. e. nella sua Storia della letteratura greca, II, 1, p. 220, la dice “spoglia di pregi parodiaci, senza invenzione ed arditezza di umoristica, senza vigoria e disinvoltura di espressione; una celia da cuor contento, ma di poco spirito. Mai un tratto (Ausflug) della plastica bellezza deli’ epopea animale; per converso, uno stile ammanierato, frusto; tradisce un’ etä in cui 1’ arte della parodia era ormai spossata».
II Baumeister, che ne farebbe autore un barbaro grecizzato, dice a pag. 60: «Inde fortasse sermo non satis excultus, egestas linguae, ele-gantiae defectus, ea denique ruditas, quam civi Atheniensi propter Mi-nervae templum v. 175 commemoratum nollem tribuisset Grotefendius».
Ragionamenti questi che non farebbero una grinza, se si prendesse per roba buona la Batracomachia, come venne tramandata a noi per molti secoli, primache si pensasse come oggidi si fa, a depurarla, con finezza di criterio, di tanta scoria d’ interpolazioni, di varianti, di viziature di stile e di forma, che ne deturpavano l’aspetto o la rendevano irreco-noscibile da quella che deve esser stata in origine. Cosi la pensa il Ludwich ed ha piena ragione.
Cotali giudizi hanno il loro contrapposto in altri ben diversi di gente dotta che anche sotto l’ingombro di roba non sua ne intravve-devano il bello ed il buono — ammesso pure che talvolta esagerassero. II Gaddi «de scriptoribus non ecclesiasticis, Firenze 1648, p. 208» dice della Batracomachia — Paradoxum dicere volo, licet verear nasutos censores et Momos. Batrachomachia videtur mihi nobilior propiorque perfectioni quam Odyssea et Ilias — imo utramque superat ingenio et praestantia texturae, cum sit poema ludicrum excellens.» — II Crusio la trovö «poema eroicomico esattamente corrispondente a tutte le leggi
deli’ arte poetica e perfetta in tutte le sue parti». Mattaire e Francesco Redi nell’ avvertimento premesso alla Guerra dei Topi e dei Ranocchi di Andrea del Sarto, giudicano la Batracomachia, produzione degna di Omero. II Leopardi che non abbassava ne si curava forse di abbassare tanto a fondo lo scandaglio critico, ma come artista e poeta ne intrav-vedeva il tessuto fine anche di sotto alle ragne di ehe 1’ avevano in-gombra i critici sperti ed inesperti di tanti secoli, cosi la giudica nel suo Discorso sopra la Batracomachia: «La Batracomiomachia, ossia la guerra dei topi e delle rane, puö veramente dirsi un’ opera interessante. La bassezza dell’argomento non puö farle perdere nulla del suo pregio; il genio si manifesta dappertutto e tutto e preži oso ciö che e consacrato dal genio. Boileau non e meno famoso per il Lutrin che per L'Arte Poetica, la Duneiade e il Riccio rapito sono parti del traduttore deli’Iliade e dell’autore del Saggio sopra l’uomo». Ed altrove «II disegno, 1’inven-zione e la condotta del poema, la felicitä e lepidezza dei ritrovati, e quell’acconcia mescolanza di cose basse e volgari con parole e cose grandi e sublimi, dalla quäle nasce il ridicolo, fanno conoscere ad ogni uomo di gusto ehe la Batracomiomachia non e parto di un poeta mediocre».
Non e peranco pronunciato il verdetto, se la Batracomachia sia un poemetto appartenente al genere parodiaco, od uua favola orientale, eso-piana, verseggiata ali’ omerica, od una cosa e 1’ altra, come con molta probabilitä sembra inferire il Ludwich. II Leopardi ehe la considera come una bella e buona parodia di Omero, trovasi in buona compagnia di dotti antichi e moderni, cosi giudicando.
Per parodia la tengono critici tedeschi recentissimi come Borheck, Batr. p. 17; Müller, liom. Vorschule p. 172; Lauer. Gesch. der homerischen Poesie, p. 27; Sengebusch, hom. dissert. II, p. 26; C. Häberlin, Wochenschrift, für cl. Philologie ecc.; Th. Bergle, Griechische Litte-ratur, p. 773 egualmente. Questo dotto alemanno avvalora la sua opi-nione coll’accenno finissimo ad un movente letterario, che trova il suo riscontro nei fasti della letteratura di altre nazioni p. e. 1’ italiana ch’ ebbe il suo Tassoni, nella Seccbia rapita, ispirato allo stesso alto concetto critico che il Bergk suppone nell’ ignoto autore della Batracomachia.
Egli dice: «II poemetto appartiene alla categoria della poesia pa-rodiaca; ma non mira a mettere in burla 1’ epopea in genere e l’omerica in particolare, bensi gl’impotenti tentativi che allora si faeevano per ravvivare la grande epopea eroica omai spenta».
Precursori deli’ autore della Batracomachia verrebbero ad essere quindi, anche secondo il giudicio di grammatici posteriori, alcuni poeti iambici, come Ipponatte che ha delle briccone allusioni ad Omero. Anche il comediografo Senofane mette all’ occasione in parodia versi di Omero e fu il primo a dare una spiegazione allegorica delle poesie omeriche. Ateneo, 151, pag. 609a, fa menzione di una Gigantomachia, un’epopea eroicomica di carattere parodiaco di Egemone di Taso alla fine dei
IV secolo prima dell’era volgare. Timone di Flinnte sarebbe pure l’au-tore di un poema eroicomico. II lessicografo Suida ricorda una Arach-nomachia (battaglia di ragni), una Geranomachia (battaglia di cicogne). Un Teodoro Prodromo avrebbe composto una Galeomachia (battaglia
di gatti). II Leopardi cita altre consimili parodie come 1’Entepazio, la Capra, i Cercopi vani, sulla fede degli scoliasti di Sofocle, di Euri-pide e cosi via.
Sono fenomeni letterari ehe ricorrono, come dicemmo, in altre letterature.
II celebre comediografo spagnuolo Lope de Vega ha pure com-posto una Gattomachia.
In Germania si ha un Froschmäusekrieg (guerra di topi e rane) di Giorgio Groll, stampato nel 1595; un Ameisenkrieg (guerra delle formiche) di I. C. Fuchs, stampato a Smalcald nel 1580; una Kynalo-pecomachia (battaglia di cani e volpi) di Rhumor stampata a Lubecca nel 1585.
II Ludwich, che come il Wachsmuth, vede nella Batracomachia i caratteri della favola di aniinali, non ne disconosce, come questi, affatto il concetto, la veste e la tendenza della parodia; anzi ne fa un modello di parodia, riconoscendola informata al vero tipo di quel genere di com-ponimenti, come l’ideavano i Greci. Per essi — e il fondatore del genere, Ipponatte lo dimostra — non e la celia maliziosa, non il frizzo salace, e men ehe meno il motto pungente, ehe forma il pregio della parodia. La comicitä e, si puö dire, per loro 1’ unica attraenza in questo genere di poesie. Unico fine quello di destare un senso permanente d’ ilaritä, e lo raggiungevano pienamente, adoperando il lin-guaggio serio, sublime, sovranamente poetico, tolto di pianta dai classici o parcamente mutato per vestire cose moderne e piccine. II contrasto non era cercato, ma veniva spontaneo. Omero faceva le spese di questo trastullo letterario, ed in particolare o si prendevano a ruba le sue composizioni di parole, i suoi epiteti cavallereschi degli eroi, o se ne foggiavano di consimili con garbo ed arguta maestria applicandoli a soggetti bassi o ridicoli. — Cosi p. e. diceva Ipponatte:
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T-fjv SY’j'a^Tp&iJ.ayatpotv, 5; eoöi'st oö v.azu. v.oojiov,
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v eypae. E cosi Marziale insieme alla maggior parte dei critici antichi la cosiderarono sempre come uno scherzo, mai come un poema in maschera di allegoria.
II Ludwich — e qui con tutta ragione — esclude affatto la ten-denza morale politica o didattica. Come fu riprodotta di poi e traman-data a noi puo indurre, considerandola anche come favola, a vederci sotto un qualche significato allegorico, come p. e. lo vedeva il Melanchthon «Volebat poeta hoc argumento odium turbarum et seditionum inserere ecc.», ma si disconosce affatto il vero suo pregio, se si vuol cercare in essa i soliti caratteri particolari delle favole con allusioni morali o satiriche.
La Batracomachia fu in origine una favola popolare di carattere ilare e scherzoso, narrata nei modi semplici, schietti, dirö cosi incolori, che formano il bello di questo genere di componimenti. Gettata poi nello stampo deli’ epopea, col verso eroico, 1’ andatura serio-faceta della narrazione e le altre attinenze colla poesia epica, doveva prendere le sembianze di un poema eroico, il quäle, avuto riflesso alle persone degli eroi, non poteva altrimenti presentarsi ehe come una divertente parodia. Ed in cid sta appunto la maestria di chi seppe travestirla cosi. La tra-sformazione della favola in un poema epico condito di esilarante comicitä, senza farle perdere il sapore della favola, e opera d'ingegno raro, affatto originale in questa specie di. produzioni letterarie.
Oltre all’ abilitä incomparabile di foggiare situazioni, vicende, caratteri burleschi in modo ehe la forma della dicitura omerica ci stesse a cappello, egli fece una novitä tutta sua, che non poteva trovare piü felice e prestevole a crescere il diletto.
La novitä, a dir vero, gli s’imponeva, ma cid non toglie ehe non la si possa dire squisita. Le favole popolari, e sul loro stampo anche 1’ esopiane non conoscono nomi d’ individui auimali. Adot-tano soltanto il nome della specie. La Batracomachia se dovea riuscire, com’ e, animata di vita, doveva presentare eroi individuali della specie, con nomi propri, plasmati ali’omerica con epiteti espressivi, attagliati all’indole, alla bravura, alle attitudini particolari dei diversi eroi ehe figurano sulla scena del poema. Le nomenclature eroiche della Batracomachia sono un vero gioiello d’ invenzione, di graziosa comicitä, di composizione tipica, pittoresca e lepida ad un tempo. Sfrutta mirabil-mente il dono, ehe ha la sua lingua, di prestarsi ad ingegnose compo-sizioni di parole in guisa ehe si possa designare ogni idea complessa, dalla piü gentile e leggiadra alla piü dura e grottesca, come si vedra in fine del poema nella pittura dei granchi.
Le reminiscenze omeriche ad ogni pie sospinto, le composizioni co-miche di parole di nuovo conio, gli effetti burleschi del contrasto di soggetti, il tuono comicamente serio della narrazione piana, semplice, calma, senza stinjoli cercati d' ilaritä, e pure da capo a fondo lepida e scherzosa, rappresentano i tipi caratteristici della parodia, come la in-tendevano i Greci - senza toglierle 1’ apparenza di una vaga storiella comica popolare sul tema della leggenda animale.
I giudizi sono per questa ragione molto disparati fra i critici
antichi e moderni. Di questi ultimi c’ e, p. e. chi la tiene per una parodia netta e schietta; altri non vuol saperne di parodia e la dice una favola verseggiata; a chi pare una cosa e 1’altra con una tendenza non forte, ma sempre satirica; il Ludwicli non si scalda contro chi la vuole una parodia, ma dice che in origine fu una favola. C' e chi non sa de-cidersi e tentenna o si contraddice. II Grimm (Eeinhart Fuchs p. X, s.) afferma «ehe la novella animale non ha una tendenza alla satira; ne alla satira universale che beffeggia 1’ umanitä intera, ne alla particolare che prende di mira singole persone o classi sociali, — meno che meno poi, soggiunge, le si puö supporre la mira di mettere in parodia l’epopea»
— II Müller (Griech. Litt. p. 263) intende applicare questo giudicio del Grimm alla Batracomachia e dice «la Batracomachia non ha traccia di tendenze derisorie e tutti i tentativi fatti per attribuire a questo lepido poemetto uno scopo satirico hanno fatto fiasco. E poi continua: «Tutto l’insieme non e che una finta guerra fra rane e sorci, che coi nomi di suono eroico dei combattenti, le dettagliate genealogie dei cam-pioni principali, le pompose parlate e la rimanente solennitä dell’epopea
— in particolare anche, coli’ intervento degli dei deli’ Olimpo, prende 1’ apparenza esteriore di una lotta epico-eroica, rimpetto a cui il sog-getto produce evidentemente un contrasto comico». 11 Ludwich vede in ciö una contraddizione del Müller. «Tutte le prerogative — egli dice --qui toccate dal Müller confermano il nostro buon diritto di attribuire al poemetto una tendenza parodico-burlesca (parodisch-spottende)».
In fatti, si puö ben prendere per una burla, ma e una burla fina assai, perche tale non apparisce. E una celia continua inoffensiva, pia-cevole (harmlos und behaglich), che ferisce ridendo, che punge scher-zando. Espone pacatamente un soggetto innocuo senza dar adito ad appigli diretti, non fa allusioni a Tizio e Caio, a questo o quell’in-dirizzo d’ idee, di sentimenti, di gusti e costumi. E qui sta appunto il buono; perche questa calma imperturbata, questa specie di maneggio dell1 aculeo critico, foderato di bambagia, per chi lo vede senza motivi di sospetto, ma a dirittura micidiale per chi si sente tocco, meglio assai che a ferir singole persone, si presta ad annientare maniere o scuole letterarie o artistiche fuorviate, opinioni albagiose, viziature fortunate d’idee ed opere sociali e cosi via.
Ed ecco la forza recondita della Batracomachia, per chi la vuol prendere per questo verso: una forza che noi, discosti come siamo, dai tempi e dali’ambiente in cui sorse, non possiamo sentire; mache non cessa per questo di fornirci il luminoso esempio del come deve idearsi e condursi la parodia se ha da raggiungere gli effetti deleteri cui mira, senza alterare le forme blandamente lepide del suo stile. Non e il soggetto ehe ci attrae, ma il modo com’ e svolto, il segreto artistico di canzonare divertendo, 1’ esteriore apparenza dello scherzo (rcouirviov) pia-cevole, deli’ esposizione piana, semplice, impersonale. Non e parodia in apparenza, perche le mancano, secondo i nostri gusti, i tocclii forti del frizzo atuaro, della celia pepata, del raffronto offensivo, del dileggio sarcastico. Non e favola genuina, schietta, incolora, serenamente ilare e scherzosa, come sono 1’emanazioni della leggenda popolare, perche il lusso epico-eroico della veste tradisce una mano artistica. Eppure e parodia ed e favola. Gli antichi che non avevano il gusto viziato ehe
abbiamo noi sedotti piu volte dalla attraenza di un Bello convenzionale e di moda; e piü schiette e serene aveano le impressioni del Bello in natura, gustarono nella Batracomacbia piü la favola cbe la parodia. L’ abito omerico la rendeva loro piü cara ancora, perche le stava si bene addosso che pareva fosse nato con lei. L’illusione era perfetta; il diletto maggiore assai di quello sarebbe successo, se avesse avuto le sembianze vere e schiette della favola popolare. L’adoperavano tra gli altri libri di testo nelle scuole, per educare ed erudire i fanciulli, con-forme alla massima giusta, che il buono, il vero, il giusto e 1’ onesto piü facilmente s’innesta nella mente giovanile, se viene ammanito con mezzi didattici, che all’ utile accoppiano il diletto. Ermogene nei suoi «Progymnasmata» dice: iöv ji50ov itpwtov a£ioöai irpoadfsiv tot? vsot;, S'.ot’ ra? aiktöv rcpö; tö ßeXTiov poQ{X'lCet.v Suvoaar xal sxi dwiaXoos
övta? afkoo? a£ioöai itXattetv . . .
Aristofane nella comedia «Gli uccelli» 471, fa dire «Un’ignorante tu sei e goffa persona, di Esopo non hai sentore : ou8’ AVatonov nend-trjxac». Platone, Republica, II. 377: «non sai, che ai fanciulli dapprima spieghiamo le favole? Queste in complesso sono fandonie, ma c’e in esse ascoso molto del vero, evt §s zai aXTjövj». Miniera inesauribile di favole forniva ai Greci 1’ Asia minore, dove quel genere prosperava molto, come dicemmo, e da quella fonte le ritraeva il mondo greco.
Fra gli altri, Alessandro e Plutarco ne fanno cenno come di gradite reminiscenze de’ loro primi anni di scuola. Nei bassorilievi trovati a Bovillä (Apoteosi di Omero, tabula iliaca) accanto all1 allegorica spie-gazione della Batracomachia c1 e la piccola figura del Mö6o;. Basta questo per farci capire come la giudicavano ed a qual fine se ne ser-vivano, anche se i biografi di Omero non ce ne informassero chiaramente. Esuberano le testimonianze nei medio evo. I primi «scolii» la designano senz1 altro come libro di lettura per le scuole. «E una bella mistura (airptixporcat.) di lepido e di serio, e quindi meglio si attaglia (ap|i6Cst) alle menti dei teneri fanciulli». Anzi quei loro primi commenti erano tagliati proprio sullo stampo di lezioni pei principianti. Venivano date perfino in forma catechetica con domande e risposte, secondo il metodo «Erotemata grammatica ex arte Dionysiana oriunda (edita dal Signor P. Egenolff, Manheimer Programm 1880)».
Che la Batracomachia, anche nella forma artistica, come l1 abbiamo, ricordi il concetto e le maniere semplici, serenamente ilari e facete che distinguono l1 esposizione genuina di favole e leggende po-polari, non si dura fatica a credere. Lo si sente, leggendola con inte-resse e l1 attestano critici sagacissimi, che hanno orecchio finissimo e particolare disposizione a distinguere la nativa bellezza di ogni conce-zione popolare.
Non facile invece e la questione sull1 epoca in cui fu composta e sulla persona e il nome dell1 autore. Qui, anche per uno che si propone, come fo1 io, di riferire quanto fu detto, e scritto, e investigato, e con-
getturato fin oggi iu argomento della Batracomachia, il tema si pre-senta arduo assai e scabro e penoso, perche e materia di volumi e volumi, ribelle a lasciarsi stringere iu poche pagine.
La ricerca e oggimai complessa; non piü a base d’ induzioni, di ipotesi vaghe, di tradizioni, di asserzioni coperte dal prestigio di un nome. II metodo storico non si abbandona certamente, ma lo si unisce all’aualisi positiva critico-filologica; e si e arrivati intanto ad eccepire affatto dalla concorrenza alla paternitä della Batracomachia uno dei due contendenti, di cui non si parla piü; restando perö sempre aperto il processo d’investigazione sui diritti deli’ altro clie non sono, e forse, non saranno mai integralmente riconosciuti dal tribunale della critica. Piü si aumentano le difficoltä di venirne a capo e piü cresce la smania di esami, e d’ indagini. Pare effettivamente, ehe, come dice il Leopardi, la difficoltä stimoli ancor piü alla ricerca, anziche attutirne il fervore. Una prova patente ehe il soggetto ne vale la pena, ehe ancora oggi attira 1’ attenzione del mondo letterario e filologico in particolare, ehe non si scalderebbe cotanto, se oltre al pregio deli’ antichita non ne avesse altri di carattere artistico, da poter figurare anche nella sua piccolezza come un capolavoro degno di studio e d’imitazione anche pei moderni. E monco, e passato per la tratila di taute vicende che per poco non lo sfigurarono affatto, eppure deve essere bello e interessante ancora, e piü d’ uno scorge in esso le tracce del pennello omerico, sebbene non gli passi per la mente di attribuirlo al cantor deli’Iliade.
Del giudizio del Leopardi s’e giä detto. II Le Clerc sospetta «ehe 1’autore del poemetto vi abbia pošto per istrazio il nome di Omero.
I posteri vedendo il nome di Omero e trovando il poema non indegno di lui, lo credettero suo. Come poi il fare dei bei poemi non fu pregio esclusivo di Omero e il non appartenergli non scema un apice del pregio vero di un’ opera, la Batracomiomachia, tuttoche probabilmeute di altro autore, e bellissima, e tutte 1’etä si sono accordate nell’ ammirarla e nel vantarne le prerogative». E una beffa, egli aggiunge, una parodia deli’Iliade; lo stile e imitazione di Omero. Goufi^igote e il Paride di Omero, Rodipane il Menelao. La deserizione deli’ armatura dei guerrieri e una caricatura di quelle di Omero; i discorsi degli dei, contra-fatti; Giove vestito in abito da comedia; al principio della battaglia Giove tuona, e Nettuno scuote la terra (IL XX. 56), gli araldi (zanzare) danno il segnale della battaglia. Gonfiagote fugge da Rodipane come Paride da Menelao (IL III, 30). Rubatocchi e 1’ Achille della Batracomachia. Vincono nn istante le rane, ma vien Rubatocchi e le rane fuggono sbaragliate e peste, come i Troiani al sopraggiungere di Achille.
Dello stesso parere e il Crusius. Secondo lui, 1’ autore si propose di parodiare Omero e «bisogna convenire, che i caratteri ehe ricorrono nell’Iliade, e 1’azione degli dei, col linguaggio solenne ehe usano, sono applicati con molto brio comico e vivace arguzia».
Ne fa una beli’ analisi critico estetica; accentua frasi e parole qua e la di stampo non omerico, chiarisce il concetto di espressioni tipiche, massimamente delle parole composte ehe contrassegnano il nome e la proprietä personali degli dei, fa il raffronto di modi e frasi e di versi interi della Batracomachia cogli identici ehe si leggono nell’Iliade; rileva il contrasto comico di scene omeriche grandiose come p. e. quella del-
l’armamento dei guerrieri deli' Iliade al canto 11, v. 17 ss. con quello dei topi v. 122 e ss. nella Batracomachia; il consiglio degli dei nel canto VIII deli’ Iliade di fronte a quello che si tiene nell’aula di Giove sotto 1’ impressione paurosa della guerra dei sorci e delle rane; gli episodi della battaglia al verso 205 e ss. con quelli deli’ Iliade al canto
V e XVI e cosi avanti.
Piü diffusamente ancora e con quella esattezza e pazienza di ap-plicazione che distinguono i dotti tedeschi, si addentra nel lavoro di raffronti il Brandt, il critico spietato del testo della Batracomachia, che si dimostra come tale giä nell’ esordio, cassando affatto il proemio e poi eliminando non soltanto versi singoli qua e lä in numero abbondante; ma serie intiere come p. e. 35-40 ; 42-55 ; 59-65; 67-73 ecc. Raffrontando poi verso per verso (quelli da lui riconosciuti per autentici, s’intende) della Batracomachia con quelli deli’ Iliade e deli’ Odissea che gli tor-nano bene pel suo scopo, ci mette sott’occhio la maestria dei lavoro d’ imitazione omerica, appetto al quäle le piü belle parodie italiane, fran-cesi, tedesche e inglesi ci appariscono piccine.
L’ effetto vero di un capolavoro e raggiunto, quando per mo’ di dire, la persona dell’autore, per un istante scompare affatto dietro 1’opera sua, riconosciuta subito troppo superiore a tipi affini dei genere, perche 1’impressione ricevuta ci lasci tempo di riflettere al pensiero umano che 1’ ideö ed alla mano che seppe tratteggiarla. La maestria del-1’ autore e somma, perche non si vede. Racconta una favola animale fra le tante uscite dalla fantasia popolare, la particolarizza ed arricchisce pro-babilmente qua e lä d’incidenti di sua invenzione che ci stanno a cap-pello, dipinge caratteri al vero, intrecci naturalissimi di azione, episodii, parlate, atti eroici, classiche zuffe, slanci e prostrazioni, riscosse e fughe, morti e ferite minuziosamente descritte come nell’Iliade, e i personaggi del drama, gli Achilli, i Diomedi, gli Ajaci, i Menelai ecc. sono sorci e rane. Passi questo ancora. Non sarebbe gran che. Potrebbe essere uno scherzo qualunque, un giuoco da fanciulli, un ghiribizzo come tanti, un travestimento forse insipido e noioso, se la favola con quei sintomi evidenti che ne tradiscono 1’ origine dali’ imaginazione popolare non fosse vestita dei drappi omerici con tanta convenienza e spontaneitä, e abilitä arti— stica da sembrare a prima giunta un lavoro dei meonio bardo, fatto in un momento di buon umore. E tutto questo senz’ ombra apparente di una tendenza allusiva, uno sfogo puro e semplice di bizzarria, di giovialitä, di buon umore fecondo talora nei grandi artisti di opere piccine, quanto si voglia, ma sempre belle.
La novella esposta in modo piano, semplice, serenamente ilare, di una ilaritä ch’ emana dalla natura stessa dei soggetto, senza una traccia — nelle parti almeno riconosciute generalmente per autentiche
— di ricercati incentivi all’ umorismo, esilara lo spirito dei lettore di buon gusto, meglio assai e piü stabilmente di quello il facciano motti, scherzi od arguzie, che provocano scatti d’ ilarita, risa sgan-gherate e non altro.
La Batracomachia e una favola animata di vita propria senza gli artificii e gli abbellimenti propri d’ un ingegno felice, quanto si voglia, ricco di belle idee, d’espressioni splendide che possono piacere molto per un istante, ma finiscono a lungo andare col divenirci indifferent]',
perche le vediamo poi ripetute od imitate da tanti altri seguaci di una
o 1’ altra delle tante scuole letterarie, ehe sorgono e tramontano. E un lavoro con un’ impronta di naturalezza e di originalitä, ehe si gusta con quello stesso piacere profondo e calmo con cui ammiriamo sempre un bel fiore, una pianta, un panorama di cielo, di mare, di monti, di valli, di verdeggianti colline, un oggetto qualunque della natura, per quanto siamo assuefatti alla sua vista. Ed e questa la causa deli’ interessa-mento di cui fu costante oggetto quel piccino poema o favoletta ver-seggiata ehe si voglia dire: Si studia, si ammira sempre; si cercano con insistenza le bricciole d’oro genuino cadute, sciupate, peste, per influ-enza inevitabile delle vicende corse in tanto volgere di secoli; si col-mano piü o meno ingegnosamente i vuoti, si secernono le mende, le in-terpolazioni, si accertano le lezioni apparentemente dubbie, si fa un lavoro continuo di mosaico per tentar di ripristinare nella sua integritä 1’opera classica originale. Se non si riesce eompletamente, si ha pero il conforto di avere a mano un’ edizione oggid'i molto piü esatta e ad onta dei visibili rappezzamenti e delle lacune non peranco coperte, assai piü vicina al testo originale.
Come gia dicemmo, fra i critici recenti, ci sono due in particolare, ehe con singolare acume, ed accuratezza si accinsero ad un minuzioso esame del testo, per accertarne la lezione nei punti controversi, il Brandt, ed il Ludwich. Si 1’ uno che 1’altro, secernendo il buono dal falso nell’ edizione vulgata assodano i loro conchiusi con un minuzioso raf-fronto della dizione omerica con quella della Batrachomachia ehe ne e un vero riflesso nell’ insieme ed un mirabile faesimile di linguaggio nelle parti. Traluce da questo lavoro deli’ autore della Batracomachia una rara abilita di assimilazione de’ suoi ai modi di espoäizione omerica, ehe ci pare effettivamente di aver alle mani uno scherzetto epico-comico vergato dalla stessa persona che compose 1’ Iliade e 1’ Odissea.
C’ e pero una differenza nel modo di procedere dei due critici; ehe, mentre il Brandt con una finezza di criterio tutta sua, raschia ed elimina tutto ciö ehe gli pare sospetto, perche non risente dello stile omerico o non gli pare sufticientemente assodato dall’esame dei codici da lui consultati — il Ludwich, che di codici fece uno studio piü esteso, tende a costruire, ad arrotondare il poema, per presentarlo in una forma meglio adatta a costituire un tutto complesso, non una semplice sequela di versi, accreditati quanto si voglia, ma rotti e sconnessi talor in guisa da non potersi di leggeri seguire il filo ordinato delle idee e della narrazione.
E per questo, ed anche per non dilungarci di troppo, che prefe-riamo di seguire le tracce del Ludwich, facendo qui una rassegna dei passi paralleli della dizione omerica e di quella della Batracomachia; al che andrä unito qua e lä qualche tocco di critica particolare del testo, per dimostrare come il Ludwich vada assai cauto nello sceverare il buono dal cattivo, sia questo riconosciuto generalmente per tale e piü volte, come succede, supposto per vezzo di novitä, o per la difficile accontentatura di chi va minuziosamente cercando il meglio, sciupando
il buono che ha sott’ occhi. Verra con ciö sfiorata anche la parte critico-estetica del poemetto, sebbene un giudizio estetico sulla Batracomachia non possa, a vero dire, riuscir cattedraticamente esatto, perche qua
e lä ci avveniamo in passi, sulla cui autenticita non si puö fare asse-gnamento sicuro.
Tutto il poema ci si presenta nelle forme di narrazioue, nella parte dramatica, nell’ analogia buffa delle scene, nell’ atteggiamento eroicomico dei personaggi, come una farsa del gran drama politico
sociale e militare deli’ Iliade e deli’ Odissea, drappeggiata ali’ omerica con effetto tanto maggiore, perche si sente e non si vede la destrezza
deli’ autore. Egli padroneggia il linguaggio epico colorito ali’ omerica
e lo applica in guisa da parere roba tutta sua. Non e Omero ehe parla, ma una persona intima di lui, ehe ne conosce a perfezione il carattere,
lo spirito, le intonazioni del pensiero, la fantasia, i costumi, i modi di espressione solenni, come gli usuali; ehe porta, in una parola, 1’ im-pronta del concetto e della parola omerica, e se ne foggia uno stampo tutto suo, senza tradire la copia, nemmeno la dove riproduce alla
lettera versi interi deli’ Iliade e deli’ Odissea. E uria spontaueita di eloquio imitato ehe seduce ed illude. Si gusta Omero senz’ averlo sott’ occliio. Le reminiscenze del suo stile ricorrono ad ogni passo cosi ben combinate colla natura dell’estraneo soggetto, e cogli accidenti serio-comici di una favola di animali, ehe ci pare realmente di aver a mano un’ opera di getto, una concezione originale di una persona, che si abilmente sa imitare le fattezze, il gestire, il parlare omerico da comporre un poemetto lepido e scherzoso, come non avrebbe potuto farlo migliore Omero stesso.
Eccone p. e. un saggio subito da bel principio. Escludo il proemio perche il Brandt lo trova a buon diritto, disforme da quello che po-trebbesi aspettare. — E roba posticcia od almeno raffazzonata, messa insieme con pezzi di buona e cattiva lega.
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0XT7TT0'V/',v ßaoiXvja xa^ žv jtoXe'jiotot ucr/^Tr v sji.jj.Evaf aXX’ ä-ft 0äaoov t-fjv yeveyjv aycpcuE
I Dati giä dal suol vasti giganti Di que’ topi imitö la razza audace;
Da nobil fuoco accesi, ira spiranti Vennero al campo; e Be non fe mendace
II grido che tuttor va per la terra, Questa 1’origin fu di quella guerra.
Un topo un di, fra’ topi il piü ben fatto,
Venne d’un lago alla fangosa sponda:
Scampato egli era allor da un fiero gatto,
E calmava il timor colla fresc’onda;
Mentre beveva, un garrulo ranocchio Dalla palude a lui rivolse 1’occhio.
Se gli fece dappresso, e a dirgli preše:
A che venisti? donde qua? straniero,
Di qual nazione sei, di qual paese?
Qual e 1’origin tua? narrami il vero;
Che se dabben ritroverotti e umaao,
Valicar ti farö questo pantano.
Io guida ti šaro, meco verrai Alla mia terra ed al palazzo mio:
Quivi ospitali e ricchi doni avrai;
Che Gonfiagote, il gran Signor, son io;
Ho nello stagno autoritä sovrana,
E mi rispetta e venera ogni rana.
La Donna giä mi partori deli’ acque,
Che, per amor dell’Eridano in riva,
Con Fango, il mio gran padre, un di si piacque’,
Ma bel corpo hai tu pur, faccia giuliva;
Sembri possente re, prode guerriero;
Su via, dimmi chi sei, parla sincero. (Leopardi)
V. 9. (vulgata) yaipu£ iyfuöev vjX0e .... (vedi Odiss. 9 62).
v. 138. äYfeX(E)u>v itoXefjiots tpäuv (vedi Odiss. S. 24. £. 29).
v. 139. . . . (jlue? ujj.fi.tv äitecX^oavTE; ejtejnJiav.— (vedi Odiss. , , 600; Odissea ß, 376, 8, 749, ecc.
v. 187. žXX’ o58’ J)? ßarpotyoiotv äprjf efiev o&x kOsXfpio (confr. Odiss. a, 6. Iliade, 0. 10.)
v. 188. e’cal yap o58’ aütol iq|a{ xapüoto paj(cv Suo [xotpas (confr. II. i. 475).
v. 268, 269 vedi Odissea X, 317. — Questi due versi sono tolti alla
lettera da quelli di Omero.
Questi casi di plagio sono assai rari. Per lo piu trattasi di asso-
nanze omeriche, d’ imitazioni ingegnose, argute, di combinazioni di parole e modi omerici fatte con somma abilitä. E lo spirito del linguaggio omerico che aleggia da per tutto, le forme combinano qua e lä; ma la posizioue e differente; tanto disinvolta e scorrevole che pare nuova affatto.
v. 272. ui itoiroi, ?) jj.EYa epT°v sv ixpOaXfiotocv 6ptl>jj.e*i
esclamazione frequlnte in Omero, vedi II. v, 99; o, 286; u344; tp. 54.
v. 375. 376; idea omerica.
Gli Dei Apollo, Marte ed altri mandati talora a reprimere il
furore degli eroi ci riescono a stento, vedi II. o, 358.
y. 279. . . . ßaTpot)(ototv äfiuvEfiev acjt'uv oXeQpov (confr. II. a 67; o 129 ecc).
v. 280. aXX’ itoivtei; udiiev «py^vE? • • • (conf. 11. S. 7).
V. 285, 286. u)( ap’ Etpy; KpovtSr;? 8£ ßaXcüv äppjta XEpaovov,
npüiTa jjlžv äßpdvnjOE, jicfav 8’ JXsXtiev '(RufJLitov (confr. II. 0 133; 0. |J.. 415. v. 288. 7jx’ emotvvjoas’ 6 8' ap’ IntaTo xeiP°S avaxto? (confr. II. irj, 268. 0. t, 538, u>, 534
v. 290. äXX’ oö8’ Jiq axzXrrfz jjlo&v otpatös, äXV Stt fiäXXov
sXitsxo hodStjoeiv ßatpa%uiv yivoi; aixuyTduiv. (confr. II. tp. 305; o, 288; 8, 308).
V. 300...................................SX07CT0V
Y)8e icoSa? xai /etpa?’ aKeyvd[XKTovzo Sk XoV/ac v. 301, 302. Tob; v.a\ 6its88ecoav SetXol jjlöe?, 6&8k t’ E(istvav,
ž? te tpup)v ETpäwovxo. (confr. II. x- 477; y- 348; a. 406; n. 814; 9.157; c. 241.
Dali’ impressione che ci lascia 1’ analisi comparativa del dettato omerico con quello della Batracomachia, eluce chiara la verita dell’as-serto di critici accreditati, che noi ci troviamo dinanzi ad un lavoro pregevolissimo di fina, gustosa e fedele imitazione deli’ Iliade. E una lepida riproduzione della scuola omerica con tinte marcatamente affini a quelle del maestro, con un’ispirazione burlesca al suo concetto stesso, nata non da una semplice affinitä letteraria di studi, ma immessa da un arcano impulso, da un genio imitativo de’ piü felici, che si esplicö senza dubbio su quel suolo, dove sentivasi ancora 1’ eco lontana della nota omerica. Prima di affievolirsi, essa doveva produrre, come fu il caso in tutte le letteratm-6 del mondo, una generazione d’ imitatori, e mano mano se ne disperdevano le vibrazioni in un’ atmosfera diversa da quella, che ne aveva favorito 1’ origine, degenerare in caricature; contro le quali, come fu il caso del Tassoni in Italia, doveva sorgere una protesta del buon gusto contro le scimmierie scipite e noiose. Siccome nei primi avviamenti a grandi opere di civiltä c’ e sempre un antesignano ehe segna la via da seguirsi, cosi anche nella distruzione delle stranezze e delle goffaggini artistiche, pretesamente informate allo spirito dei grandi modelli, sorge di solito un genio potente che manda 1’ultimo guizzo di vivida luce, per rischiarare 1’ errore. L’ epopea degenere fu anche in Grecia uccisa dal ridicolo, che colpisce i pigmei ehe si atteggiano a giganti. I falsi imitatori di Omero dovevano perire sotto la frusta di Omero stesso, redivivo nell’ autore del lepido poemetto. Prendendola anche come un poemetto eroicomico con tendenza critica, la bontä del concetto e 1’abilitä dell’artista sono fuori di questione, comunque convenga far delle riserve in linea di estetica trattandosi di un’ operetta poetica venuta a noi guasta, e, qua e lä, svisata, interpolata. “L’autore, dice il Brandt,
si prefisse evidentemente di parodiare Omero, e bisogna convenire ch’ egli seppe imitare i caratteri ricorrenti nell’ Iliade e gli, Dei, come seppe pure riprodurne il linguaggio solenne con molto spirito comico e vivace arguzia». Giudicio questo che consuona con quello del Leopardi clie dice:“ la Batracomiomachia e bellissima e tutte 1’ etä si sono accordate nell’ ammirarla e nel vantarne le prerogative. Molti 1’ hanno voluta imitare, ed abbiamo una galeomachia. Cosi in Italia Teofilo Folengo (Merlino Coccai) dettö la Moschea, ossia la guerra tra le mosche e le formiche. 11 Pozzi arricchi il suo canto IV del Bertoldo coli’ episodio della guerra fra le donnole e gli scoiattoli. “
Non e da stupire adunque se fu ritenuta opera di Omero stesso. E qui ci conviene toccare della questione sulla paternitä della Batra-comachia. Da quando e fino a quando venne attribuita ad Omero?
I codici antichi Z, L, £2, II, IIa, t, che appartengono ai secoli X fino al XII segnano nelle loro intestazioni il nome di Omero quäle autore del poema. Da quest’epoca in poi sparisce il nome di Omero, o viene sostituito con un altro nome. Cosa degna di nota, che da principio Ba-tracomachia ed Omero erano due concetti uniti insieme e che quest’unione piü tardi si scioglie.
Lo «scholion IP> la dice un poema giovanile di Omero. II Pseu-doerodoto (c. 24) va piü innanzi ancora e lo gabella per un beli’ ebuono «rcatfvtov» di Omero, da lui composto a Bolisso nell’ isola di Chio, quando cola teneva una scoletta di fanciulli. Anche Marziale e Stazio e Fulgenzio ed altri de’ piü recenti come Thomas Magister, 1’ attribuiscono ad Omero.
Perlege Maeonio cantatas carmine ranas Et frontem nugis solvere disce meis.
(Mart. Epig. XIV. 183)
Stazio dice, ehe come Virgilio col suo culex, cosi Omero preluse ai poemi maggiori colla sua Batrachomachia „sed et culicem legimus et Batrachomiomachiam agnoscimus; nec quisquam est illustrium poe-tarum, qui non aliquid operibus suis stylo remissiore proluserit“. Cosi anche si legge nello «scholion D, IIa». Nel famoso bassorilievo marmoreo di Archelao da Priene, cbe rappresenta 1’Apoteosi di Omero e ehe secondo il Michaelis (O. lahn’s Griech. Bilderchroniken, p. 81, Nota 410) ap-partiene ali’epoca di Aristarco, Omero sta assiso su di un trono. A destra 1’Iliade, a sinistra 1’Odissea in ginocchio. Sullo sgabello dei piedi si vede un sorcio e una rana — evidente allusione — benche gli Aristarchici non facciano mai menzione della Batracomiomachia e non la ritengano di Omero. Questo fatto ha molto peso. Dimostra chiara-mente ehe tutta 1’ antichitä non la sapeva dritta in fatto della paternitä della Batracomachia e dubitava forte ehe fosse di Omero. Si aggiunge che grammatici come Eustazio non ci credevano, ehe gli scoliasti di So-focle e di Euripide citano la Batracomachia senza il nome deli’ autore, ehe Suida la attribuisce ad un altro, come lo fa Plutarco «de Herodoti malignitate».
Anche il medio evo ebbe i suoi scettici in tale riguardo. E pure fino, si pud dire, ai nostri tempi ci furono di quelli che non vollero ri-credersi e continuarono a cantare la solfa della paternitä omerica davanti ad una fitta falange di prove in contrario. Di aleuni di questi ci ac-cadde di far cenno in altro luogo. Lasciamo del Tzetze, autore greco
moderno, del Lavagnoli, del Reddi. II Pope stesso dice «che un grande autore puö qualche volta ricrearsi col comporre uno scrit.to giocoso; ehe generalmente gli spiriti piü sublimi non sono nemici dello scherzo, e ehe il talento per la burla aecompagna d’ ordinario uua bella immagiuazione, ed e nei grandi ingegni, come sono spesso le vene di mercurio nelle miniere d’oro».
II primo ad agguerrirsi sul serio per sfatare quella leggenda fu H. Stephanus (1566) (poetae graeci priucipes heroici carminis) dove dice «nam si et Batrachomachiam ego suspectam non haberem, Iliadem ed Odysseam (si quid iudicio valeo) suspectam habere deberem». Trovo oppositori accaniti. 11 Barnes preše a sostenere energicamente la pater-nita di Omero e con lili tanti altri, tra cui taluno come il Maittaire con un po’ di titubanza, perche volle lasciata ai posteri 1’ ardua sentenza. E i posteri non se la fecero dire due volte. Giä il Bergler nella prefazione all’ Odissea di Wettstein (Amsterdam 1707) sfilö validi argomenti a dimostrare ehe 1’Iliade e 1’Odissea non possono essere nate all’epoca stessa iu cui ebbo vita la Batracomachia. Caricarono la dose molti altri; il de Schliechen «de Batracomachia Homero abiudicanda. Leipzig 1816»; II Goess «dissertatio de Batrachomyom. Homero vulgo adscripta»; il Borcheck «die Batrachomyom. 1788» suppongono che il poema sia stato composto da ua poeta alessandrino deli’ epoca dei To-lomei, e ciö, parte perche l’idea corrisponde allo spirito di quell’epoca, parte perche le piante nominate in quel poema sono proprie dell'Egitto. Di questa opinione e anche il conte Giacomo Leopardi (Discorso pre-liminare della Batracomachia) ehe suppone 1’ autore vissuto nel se-colo II. a. C.. Sono contrarii pure ad Omero il Labbe, il Nu-
mes, il Fabricius, Daniele Ileinsio, Giov. Le Clerc. II Cesarotti dice ehe le composizioni di parole sul conio di quelle che nella Batracomachia sono applicate ai granchi non sentono il tempo e lo stile di Omero. Che quest’uso data da epoca posteriore. Plauto, Ateneo, San Basilio, Suida ne stampano di quel genere, come ne ricorrono di stravaganti negli Epi-grammi di Egesandro contro i Sofisti voltate in un latino strepitoso dallo Scaligero. Le angosce del topo sul dorso di Gonfiagote sono ri-tratte in modo da ricordate assai quelle usate dal Mosco nella sua «Europa portata dal toro». Circostauza questa che avvalorerebbe l’opi-nione di quelli che la suppongono composta in un’ epoca non anteriore al III secolo avanti l’era volgare. Del Waltemath, de Batrachomyomachiae origine, natura, bistoria, versionibus, imitationibus, Stuttgard 1880, del Brandt, del Ludwich recentissimi non si parla, che esaurirono la
questione in modo che oggimai chi volesse asserire che la Batracomachia e opera di Omero, verrebbe guardato nel mondo dei dotti con quello stesso stupore, come si guarda una mummia d’Egitto.
Tutti sono d’ accordo nel riconoscere i pregi evidenti del poemetto, il tuono omerico in particolare egregiamente imitato; ma si provö ad evidenza che la tendenza, la grammatica, 1’ antichitä, gli usi, i costumi hanno il sapore di un’ epoca diversa da quella deli’ Iliade e dell’O-dissea. Giä il sunnominato Bergler accentua il fatto che i grammatici (testimonio Eustazio) sostengono, non aver Omero usato la parola yjXio; che una sol volta nel canto VIII deli’ Odissea. Che Omero scrive oesvs,
htpöfe e nella Botracomachia invece si legge txävs, aitetpöys. Cosi pure
sospetta che 1’ idea delle zanzare «tubicinae» sia tratta dalle nubi di Aristofane. Cosi per citarne alcuni dei giudizii in argomento, il Brandt trova termini usati in epoca posteriore ad Omero; per esempio v. 54 : i7ctßo'(3xo(j,ai; v. 63: ocpatet Se [j.e: v. 71: atpqya>; v. 138: «pativ intim a-zione di guerra ? in Omero vale unicamente, fama, diceria, giudizio po-stumo di una persona; v. 179: iopyav; una flessione personale del dialetto alessandrino invece di edpfaai; v. 225: Xaifwv, inguine; che non ricorre in Omero, e cosi avanti.
Continua quest’elenco di modi e termini antiomerici il Ludwich..
V. 5: jispÖTtEaaiv come sostantivo non e omerico. ’E? oaaza ßaXäadai e un’analogia omerica bensi, ma non piena; II. 4. 50 ’A^aiol ev 0D[j.(j) ßäXXovtai ep,oi /6Xov.
Y. 12. Irco? l.
Si volle perfino spezzare il poema in tanti frammenti di altri la-vori di quel genere; pero senza poter mettere un altro lavoro complesso al pošto di quello. Cosi fece il Herrmann ehe nel 1806 pubblicö i pic-coli poemi .omerici“ senza la Batracomachia. A pagina XI della sua introduzione dice: «eius carminis varias lectiones qui consideraverit, sponte intelliget, non versus quosdam tamquam spurios expelli debere, sed plures constituendas esse Batrachomyomachias, quarum multa commu-nia, alia diversa sint». — Si fa presto a dirlo, a dirlo anche bene, come fa il Signor Herrmann; ma dal dire al fare c1 ž un gran mare e lo stesso Herrmann ne scompose il poema, ne ci seppe dire come si abbia a fare per iscomporlo. Si poträ, come s’ e fatto, dimostrare che qualche verso, anche qualche breve serie di versi, come p. e. quelli dal 42 al 52 sian venuti li portativi di peso da altro poema — un fenomeno letterario non infrequente negli antichi poemi, non escluse 1’ Iliade e 1’ Odissea; — si poträ additare a qualche duplice o triplice dizione diversa da quella tradizionale, buona o cattiva che sia, qui poco monta; alle varianti marginali segnate da chi ne alla prima, ne alle successive di altri non ci aveva il suo santo e ne inventava una, tutta sua o tolta da altro poema: ma inferire da cio ad un processo generale di contaminazione (Contaminationsverfahren) e cosa ehe non va di suo piede. Sarebbe un mero lavoro di fantasia e non altro. Sull’ origine delle interpolazioni nel maggior numero dei casi nulla si sa; e suppo-sizione per supposizione, tant’ e, potrebbesi ancora immaginare ehe certe intorpolazioni si riferiscano ad altre epopee animali, perdute senza la-sciar traccia di se, per noi almeno, e molto probabilmente anche per chi le avrebbe inserite. Possibile mai, che in un luogo o nell’ altro non si sarebbe potuto trovare qualche rimasuglio di una favola od epopea animale dettata in versi, eguale, affine almeno, od anche estranea, ma pur prestevole a lasciarsi derubare di qualche cosa acconcia al caso, e confacente al proposito ch’ ebbe chi volle imbastire una Batracomachia, come quella che possediamo. Ma niente di tutto questo. La Batracomachia sta sola, e se pello spazio di venti e piü secoli non se ne son trovate altre, difficilmente si riescirä anche in appresso.
La supposizione che abbiano esistito due o piü Batrocomachie sta per aria, e l’unico puntello che parrebbe sorreggerla, ma non la sor-regge affatto, e l’opinione del Wehland, che accenna all’ esistenza di un1 altra Batracomacbia, facendosi forte delle parole di Plutarco (rcspl 'HpoSötoo xaxovjöta?, c. 43) che suonano : tsoadcpwv Ss aYwvoav t6ts zpö; tous ßapßäpoo; ysvo{jlSvcov, Ix jiev ’ApTSjAiawo too? "EXXrjvas GHiciSpävat tpyjaiv Iv Ss 0sp[io7tuXatc toö atpanjY°ö xscl ßaaiXeio? Ttpox’.vSüVsüovto;, oixoopetv xal ajicXetv ’OXö[Mt>.a xaE Kapvsia 7tav7jYi>piCoVTa?’ za. §’ Iv Sa-Xapüvt StrjYoufj.svo(;, tocjoutou? irepl ’AptsjJuaiac Xöyoo? yiypoupsv, oaotc SXtjv TYjv vaufm^tav oöx a^Yi’sXxs, tsXc? 81 xaÖTjfiivouc Iv IlXatatalc a^vofjoat [liXP1 tsXouc töv a^wv« toü; r'EXXy]vas, wairsp ßaTpaxo(|U)o)|Aaxi«S Y^0!1--vyjc, IltYp^i? o ’Aptsn'.ata; Iv Itussi TtaiCwv xai (pXuapwv I'Ypatjjs, auoirjj S'.a-Yioviaaaöa’. ouvösjisvwv "va XaÖwat toü? aXXoo?, autou? 81 ÄaxsSa'.jjLOVtooc avSpicf [JLsv ouSsv xpsttxova? Y£V®aöat T“v ßapßctpiov, av67tXo'.c Ss xal YuP°i? ji-a/ojAevoo? xparrjaou.
11 Wehland dice: la Batracomachia di Pigrete non e quella che abbiamo noi, perche quel paragone della pugna dei Greci a Platea colla Batracomachia non regge.
II Ludwich invece ragiona cosi: Plutarco appunta Erodoto di aver descritto la battaglia di Platea, come un fatto di lieve importanza, una fazione militare sul genere di quella buffa, che ci descrive Pigrete figlio di Artemisia, folleggiando e ridendo, nella sua Batracomachia. Quella pugna avrebbe secondo quello che Plutarco attribuisce ad Erodoto, lo stesso valore che lo scherzo epico di Pigrete, la battaglia dei sorci, una battaglia zitta, avvenuta, come a dire, di soppiatto, senza scalpore, alla chetichella, senza che il mondo ne sapesse nulla, o poco o nulla se ne curasse come della farsa epica di Pigrete. Bisogna sapere che Plutarco se la piglia con Erodoto, perche questi, a suo modo di vedere, non prende sul serio la battaglia di Platea e qualche altra ancora, mentre invece pare a suoi occhi troppo infatuato deli’ eroina persiana Artemisia, che, com’ e noto, si buscö dal bonario re assai a buon mercato la gran medaglia al valor militare dopo la battaglia di Salamina.
Qui nel passo citato si accenna ad una Batracomachia ed e lo stesso Plutarco che nell’Agesilao (c. 15) scrive: soixsv, w avSps?, ors Aapetov Ivixwjjlsv Ivtaööa (a Gaugamela), Ixet tu; Iv ’ApxaStoj ysyo-
vlvai [ioojjLa/ta. Alessandro allude ad Antipatro, cui, prima di intra-prendere la grandiosa campagna militare che fini collo sfacelo dell’im-pero persiano, aveva fatto suo luogotenente in Macedonia coll’incarico di tenere d’ occhio la Grecia doma a Cheronea, che mordeva il freno ed aveva tutta la buona volontä di approfittare deli’ assenza del giovane re per ammutinarsi e scuotere il giogo macedone. Antipatro fece il suo dovere da buono e bravo soldato, e forse, come nessuno al mondo e senza difetti, avrä avuto la debolezza, mentre il mondo risuo-nava delle gesta del suo padrone, di voler contare pur lui qualche cosa. Probabilmente del fatto d’armi, cui qui si accenna, avvenuto nell’Ar-cadia, un paese chiuso fra i monti e appartato, egli avrä menato scalpore o tollerato almeno che lo si menasse; ed Alessandro, ricevuto il bollettino ufficiale della battaglia colorito di tinte sfarzose, avrä riso, leggendolo, e detto ai suoi generali: sentite il chiasso che fa Antipatro della sua vittoria in Arcadia. Una vera battaglia di sorci (pojia/ta) fu
quella l'i appetto a quelle che diamo noi qui in Persia, come la recente di Gaugamela. 11 pretendere che Alessandro avrebbe dovuto aggiungere anche il nome dell’ autore della jiuojia^ta, per risparmiare ai posteri la briga di cercarlo, e un po’ troppo. Se gli oppositori non hanno altri argomenti che queste due citazioni di Flutarco per dimostrare 1’ esi-stenza di due ßatracomiomachie, anche quest’ e poco. Alessandro fece un paragone scherzoso tra la battaglia di Gaugamela e la scaramuccia di Antipatro che chiamö una battaglia di sorci (pojia^a), probabilmente perche il termine era passato in proverbio per significare una battaglia insignificante, di secondaria importanza.
Al posto di Alessandro un filologo ci avrebbe messo anche il nome dell’ autore; ma Alessandro aveva ben altro da fare. II confronto calzante e lepido fatto li per li discorrendo alla presta, era piü che suf-ficiente a punzecchiare la vanitä di Antipatro. Fosse un’espressione, come dissi, divenuta proverbiale, od alludesse Alessandro, com’e piü verosimile, al poemetto buffo noto a tutti, e cosa inconcludente; e il dedurre da questo fatto 1’ esistenza di due Batracomachie o Miomachie cli’ e lo stesso, non e serio. No, no; gli avvocati di Omero hanno perduto la causa in tutte le istanze. La cosa e passata in giudicato e non se ne parla piü. Tutt’ al piü si puö aggiungere due parole di spiegazione per appa-gare la curiositä di chi bramasse sapere come e perche pote durare per tanti secoli un’ opinione evidentemente erronea. C’ e una ragione psi— cologica ed una storica che spiegano il fatto strano di una tenacitä, che non ha esempio in questo genere di convinzioni umane. L’ uomo stenta assai piü a ricredersi di un errore inveterato, che ad accogliere una veritä nuova. Il culto di Omero contribui non poco a tener in credito una tradizione, nata forse per un caso, propagata, ripetuta, religiosa-mente conservata, in guisa d’ aver la forza di un dogma.
C’ e poi un’ altra ipotesi che spiegherebbe il come possa essere avvenuto che la Batracomachia si appiccicasse cosi tenacemente al nome di Omero da non potersene piü staccare per forza di abitudine.
II Guglielmo Müller (Homerische Vorschule, Leipzig 1824, pag. 172) fa buon viso alla supposizione di Aristotele, il quäle — affer-mando il fatto storico che molte delle parodie di Omero che si facevano, venivano generalmente intitolate parodie omeriche, — opina che la Batracomachia, compresa forse dapprima in una raccolta di parodie, che portava il titolo di IIiYpyjioc toö Kapou Ttafyvia opjptxä, ne venisse poi staccata restandole tuttavia 1’ epiteto di: ßatpa)(o|ia/ta 6p]p»«] op-pure 'Oji^poo che vale lo stesso. Anche il Ludwich, uno di quei dotti filologi, cui la sconfinata erudizione e la passione critica non fanno velo al lume dell’ intelletto e alla serenitä del giudizio — diverso in questo da parecchi de’suoi colleghi, dotti, dottissimi, ma cocciuti e piccosi, che pur di metter fuori qualche cosa di nuovo, di peregrino, rinnegherebbero i dettami del buon senso — il Ludwich dico, e pur di quella opinione «Ich halte, egli dice (§ 6 pag. 23), für mehr als wahrscheinlich, dass der Verfasser selbst, wer er auch war, seinen Sang von dem Kampfe der Frösche und Mäuse auf irgend eine Weise als einen Homerischen bezeichnet hatte». Egli intitola senz’ altro la recente sua opera «die homerische Batrachomachia des Karers Pigres,» compen-diando cosi nettamente sul frontispizio stesso il risultato finale dei suoi
studi profondi e dei suoi serii ragionamenti. II Brandt pubblicö il suo studio sulla Batracomachia nell’ anno 1888; il Ludwich otto anni dopo, nel 1896.
II primo studiö la questione meno estesamente del Ludwich, ma con accuratezza d’ indagini, con acutezza di criterii ed una certa energia di giudizii, che risalta molto rimpetto alla calma di ragionamento del Ludwich. Questi si propone di persuadere, non d’imporre, di convin-cere nulla omettendo di tutto ciö ehe si attiene alla questione e ehe puö servire al lettore per formarsi un giudizio proprio o aderire al suo.
lo — par ehe dica — mi sono formato un giudizio e me lo tengo fermo, perche e 1’ unico ehe mi appaga. Vi ho rese le mie ragioni, vi ho scio-rinato davanti tutta la posizione ed ho fatto il mio debito. Se state con me, va bene; se no, bene lo stesso. Per me 1’ultima parola e detta; se non la e anche per gli altri, non ne fo questione, pronto a ritrarmi, se mi si persuaderä ehe ho torto.
II Brandt aveva sentenziato otto anni prima cosi: «Atque num vere ille (Pigres) carminis auetor fuerit, numquam fortasse poterit satis explorari; de antiquitate certe epyllii tandem aliquando desinant, cum ex tanta illius corruptione, in quo ne nunc quidem omnia ingenii lumina obliterata sunt, nulla serioris originis argumenta derivari possint».
II ragionamento del Ludwich e semplice. Nella questione sulla paternitä della Batracomachia si citano due nomi, Omero dapprima; poi Omero e Pigrete. Cio ehe decide qui e 1’ epoca. Se si dimostra, ehe non puö appartenere ali’epoca di Omero, ma a quella di Pigrete, la questione ha fatto il passo maggiore verso la sua soluzione. Se ciö non e il caso, tutto il lavoro fatto finora va in fumo, e torniamo al buio pesto per non uscirne piü. L’ipotesi sulPorigine omerica e sfumata completamente e non se ne parla piü. Kesta a vedere se sia di Pigrete. Bisogna dimostrare che questi da patrigno, come fu ritenuto finora, della Batracomachia puö benissimo reclamare i suoi diritti di padre vero. Come il Ludwich faccia a provarlo, si vedra nel prossimo capitolo.
Innanzi tutto chi e questo Pigrete ? E un Carneade qualunque, un nome ignoto, inventato di sana pianta, o forse un letteratuccio oscuro, che per aver scombiccherato qualche cosa di consimile a quel poemetto buffo che passava per opera di Omero, s’ e messo a raccogliere con de-strezza e furberia le penne sparse di un altro, e di queste e di altre di sua fattura vestitosi acconciamente, fece un bel giorno la sua com-parsa in publieo, salutato come il vero autore del poemetto, che piacque tanto alle generazioni di poi da cresimarlo per una genuiua produzione di Omero? Od e invece un poeta di talento, nato fatto per 1’eroicomiea in un paese dove 1’ aere vibrava, dirö cosi, ancora de’ concenti deli’ e-pica tromba; e, fosse vezzo o capriccio suo particolare, o lo guidasse, com’ e piü probabile, un’ iutenzione birrichina di dileggiare, bonariamente seherzando, un qualche indirizzo letterario o storico o politico, o guer-resco de’ suoi tempi, mise al mondo quel grazioso poemetto alle-gorico colla mira di dar 1’ ultima scossa ad un ordine di cose ehe avea
fatto il suo tempo, lasciandoci per di piü il modello di un1 arte, che diremo facetamente satirica? Quest’ ultima ipotesi, oltre a rasentare assai da vicino la verisimiglianza per le allusioni che ci accadde di fare qua e lä nel corso di questo lavoro, si regge per di piü a ragioni troppo valide o convincenti, perche non le si possa aggiudicare il merito del-1’ accettabilitä.
Queste ragioni sono di due specie, letterarie e storiche. Sulla persona di Pigrete, vissuto in un’ epoca storica, storicissima, com’e quella delle guerre persiane; sulle particolari tradizioni poetico-letterarie fio-renti fino da tempi remotissimi nel suo paese natale; sulla disposizione personale di lui stesso a trattare soggetti sul genere di quello della Batracomachia; e, ciö che piü farebbe del caso, a prendere propriamente le opere di Omero a soggetto particolare di studio e di esercizio per informare il suo stile poetico a quel modello ed appoggiarvi le sue con-cezioni di carattere comico-parodiaco — non c' e luogo a dubbi.
Come in altro luogo dicemmo, sono Plutarco e Suida, appoggiati all’istessa autoritä di Esichio di Mileto, che concordemente affermano, non essere la Batracomachia opera di Omero, ma di Pigrete. Plutarco
lo chiama IItyp7]i; o ’Api:e[i.i3ia<; — figlio di Artemisia — ed in una biografia di Omero attribuita a torto o ragione a Plutarco stesso (a p. 24) vi si allude, un po’ alla lontana si, colle parole «s'Ypa<|)s §e (Omero) icoiYj[i.aTa S6o, ’IXtaöa ■x.a.i ’OSosasiav, w? 8= xivsc- oox dXrjdütg Xsfovts?, •pjivaaias xai iratSiä? svexa v.ai B atpayo\xa/ iav jcpoaöit? nai MapflTTJv. Del-l’allusione aperta e chiara nell’opera di Plutarco itepl 'HpoSotou x (cOjiY]p())) y-a't rcaiYVtä «va, MapY'njv (con una nota marginale nel codice veneziano A, ot 8e Xsyoooi TifpijTO? toö Kapo?) ßarpa^o|Aa^iav, xte 29, 20 (Anonym) ttvs? 8’ atkoö tpastv sivat xal td tpspo^iva 86o ypd\L-(iaTa, nfjv te ßatpaxo[ioo[j.a/i.'av xat töv MapYtajv. Eust. all’ Iliade p. 4. 45 st 8e xai rj twv [towv xai ßaTpdyiuv fidyjj, aXXoi y.ai atkö sfrrjtaaav Ttpo? axptßsiav. xze Tzetzes Exeg II. p. 37, 2, ßtßXooc 8s taika? ICsTrovvjaato, TTjV is Muoßatpa)(ojj.a^tav, r'v uvs? Ttfprjtos elvai tßoas strillaforte; tupotpdfoc, scavaformaggio e simili.
Prima di procedere ad una modesta rassegna filologico-critica
dettagliata, che, — accanto al giudizio estetico generale fatto poc’anzi
per rilevare il pregio del lavoro considerato come una riproduzione italianamente bella del poemetto — possa ridurre a compimento questo
mio studio sulla Batracomachia; mi conviene presentare ai lettori la versione stessa per intero. Lo si deve fare e nell’ intendimento di far gustare il poemetto a chi nol puö leggere nell’ originale, e per giusti-ficare 1’ apprezzamento favorevole clie se ne fece sempre non soltanto da filologi di mestiere; rna anclie da chi lo lesse conie una delle opere poetiche del grande recanatese, senza pensare ehe avea sott’ occhio una versione dal greco.
Delle due versioni inserite nell’ edizione stampata a Firenze, Le Monnier 1845 »Studi filologici di Giacomo Leopardi (volume terzo) raccolti e ordinati da Pietro Pellegrini e Pietro Giordani“ inserirö qui la seconda „La Batracomiomachia rifatta (1826), ehe a confronto deli’altra a pag. 66-78 mi sembra piü vivace e briosa“.
CANTO PRIMO
1 Sni cominciar del mio novello canto,
Voi ehe tenete 1’eliconie cime Prego, Vergini Dee, concilio santo,
Che '1 mio stil conduciate e le mie rime:
Di topi e rane i casi acerbi e 1’ ire,
Segno insolito a i carmi, io prendo a dire.
2 La cetra ho in man, le carte in grembo: or date Voi principio e voi fine a 1'opra mia:
Per virtü vostra a la piü tarda etate Suoni, o Dive, il mio carme; e quanto fia Che in questi fogli a voi saerati io seriva,
In chiara fama eternamente viva.
3 I terrigeni eroi, vasti Giganti,
Di que’ topi imitö la schiatta audace:
Di dolor, di furor caldi, spumanti Vennero in campo: e se non e fallaoe La memoria e ’1 romor ch' oggi ne resta,
La cagion de la collera fu questa.
4 Un topo, de le membra il piü ben fatto,
Venne d’ un lago in su la sponda un giorno. Campato innanzi era da un gatto Ch’inseguito l’avea per quel dintorno:
Stanco, faceasi a ber, quando un ranocchio, Passando da vicin, gli pose 1’ occhio.
5 E fatto innanzi, con parlar cortese,
Che fai, disse, che cerchi, o forestiero?
Di ehe nome sei tu, di che paese ?
Onde vieni, ove vai? Narrami il vero:
Che se buono e leal fia ch’ i’ ti veggia,
Albergo ti darö ne la mia reggia.
Io guida ti sarö; meco verrai Per quest’umido calle al tetto mio:
Ivi ospitali egregi doni avrai;
Che Gonfiagote il principe son io;
Ho ne lo stagno autoritä sovrana,
E m’obbedisce e venera ogni rana:
Che de 1’ acque la Dea mi partoriva,
Poscia ch’ un giorno il mio gran padre Limo Le giacque in braccio a 1' Eridano in riva.
E tu m' hai del ben nato: a quel ch’ io stimo, Qualche rara virtute in te ai cela;
Perö favella, e 1’ esser tuo mi svela.
E '1 topo a lui: Quel che saper tu brami II san gl’ iddii, sallo ogni fera, ogni uomo.
Ma poi che chiedi pur com’ io mi chiami,
Dico che Rubabriciole mi nomo:
II padre mio, signor d’anima bella,
Cor grande o pronto, Rodipan s’ appella.
Mia madre e Leccamacine, la figlia Del rinomato re Mangiaprosciutti.
Con letizia comun de la famiglia,
Mi partori dentro una buca; e tutti
I piü squisiti cibi, e noci e fichi.
Furo il mio pasto a que' bei giorni antichi.
Che d’ ospizio consorte io ti diventi,
Esser non puö: diversa e la natura.
Tu di sguazzar ne l’acqua ti contenti;
Ogni miglior vivanda e mia pastura;
Prugar per tutto, a tutto porre il muso,
E viver d’ uman vitto abbiamo in uso.
Rodo il piü bianco pan, ch' appena cotto,
Dal suo cesto, fumando, a se m’invita;
Or la tortella, or la focaccia inghiotto Di granelli di sesamo condita;
Or la polenta ingrassami i budelli,
Or fette di prosciutto, or fegatelli.
Ridotto in burro addento il dolce latte, Assaggio il cacio fabbricato appena;
Cerco cucine, visito pignatte,
E quanto a 1' uomo apprestasi da cena;
Ed or questo or quel cibo inzuccherato Cred' io che Giove invidii al mio palato.
Ne pavento di Marte il fiero aspetto;
E se pugnar si dee, non fuggo o tremo.
De 1' uomo anco talor balzo nel letto,
De 1'uom ch’e si membruto, ed io nol temo; Anzi pian pian gli vo rodendo il piede,
E quei segue a dormir, ne se n’ avvede.
Due cose io temo: lo sparvier maligno,
E '1 gatto, contra noi sempre svegliato.
S’ avvien che ’l topo incorra in quell’ ordigno Che trappola si chiama, egli e spacciato;
Ma piü che mai del gatto abbiam paura:
Arte non val con lui, non val fessura.
Non mangiam ravanelli o zucche o biete: Questi cibi non fan pel nostro dente.
A voi, che di null’altro vi pascete,
Di cor gli lascio e ve ne fo presente.
Rise la rana e disse: Hai molta boria;
Ma dal ventre ti vien tutta la gloria.
Hanno i ranocchi ancor leggiadre cose E ne gli stagni loro e fuor de 1’ onde. Ciascun di noi su per le rive erbose Scherza a sua posta, o nel pantan s’asconde; Perö ch’ al gener mio dal ciel fu dato Notar ne 1’ acqna e saltellar nel prato.
Saper vuoi se ’1 notar piaccia o non piaccia Montami in su le spalle: abbi giudizio;
Sta saldo; al collo stringimi le braccia,
Per non cader ne 1' acqua a precipizio:
Cosi verrai per questa ignota via Senza rischio nessuno a casa mia.
Cosi dicendo, gli omeri gli porse.
Balzovvi il sorcio, e con le mani il collo Del ranocchio abbracciö, che ratto corse Via da la riva, e seco trasportollo.
Rideva il topo, e rise il malaccorto Finche si vide ancor vicino al porto.
Ma quando in mezzo al lago ritrovossi E videsi la ripa assai lontana,
Conobbe il rischio, si penti, turbossi; Fortemente stringevasi a la rana;
Sospirava, piangea, svelleva i crini Or se stesso accusando, ora i destini.
Voti a Giove facea, pregava il Cielo Che soccorso gli desse in quell’ estremo, Tutto bagnato di sudore il pelo.
Steše la coda in acqua, e come un remo Dietro la si traea, girando 1’ occhio Or a i lidi, or a 1’ onde, or al ranocchio.
E diceva tra se: che reo cammino,
Misero, e questo mai! quando a la meta,
Deh quando arriverem? quel bue divino A vie minor periglio Europa in Creta Portö per mezzo il torbido oceano,
Che mi porti costui in un pantano.
E qui dal suo covil, con larghe rote,
Ecco un šerpe acquaiuolo esce a flor d’ onda. Irrigidisce il sorcio; e Gonfiagote La dove la palude e piü profonda Fugge a celarsi, e '1 topo sventurato Abbandona fuggendo a 1’ empio fato.
Disteso a galla, e volto sottosopra,
II miserel teneramente stride.
Fe’ con la vita e con le zampe ogni opra Per sostenersi; e poi, quando s’avvide Ch’era gižt molle, e che ’1 suo proprio pondo Forzatamente lo premeva al fondo;
Co’ piedi la mortale onda spingendo Disse in languidi accenti: or se' tu pago, Barbaro Gonfiagote. Intendo, intendo L’ arti e gl’ inganni tuoi: su questo lago, Vincermi non potendo a piedi asciutti,
Mi traesti per vincermi ne i flutti.
In lotta, al corso io t’ avanzava; e m’ hai Tu condotto a morir per nera invidia.
Ma degno al fatto il guiderdone avrai;
Non senia pena andrä la tua perfidia. Veggo le schiere, vaggo l’armi e l’ira: Vendicato sarö. Si dice, e spira.
CANTO SECONDO
Leccapiatti, ch’ allor sedea sul lido,
Fu spettator de 1’ infelice evento. Raccapricciö, mise in vederlo un grido, Corse, ridisse il caso; e in un momento,
Di corruccio magnanimo e di sdegno Tutto quanto avvampö de’ topi il regno.
Banditori correan per ogni parte Chiamando i sorci a general consiglio.
Giä concorde s’ udia grido di Marte Pria che di Rodipan l'estinto figlio,
Ch’ in mezzo del pantan giacea supino, Cacciasser 1’ onde a i margini vicino.
II giorno appresso, tutti di buon' ora A casa si adunar di Rodipane.
Stavano intenti, ad udir presti. Allora Riz/ossi il vecchio e disse: Ahi, triste rane, Che siete causa a me d’ immenso affanno,
A noi tutti in comun, d’ onta e di danno!
Ahi sfortunato me! tre figli miei Sul piü bello involö morte immatura.
Per gli artigli del gatto un ne perdei:
Lo si aggrafl'ö ch’ uscia d’ una fessura.
Quel mal ordigno onde crudele e scaltro L’ uom fa strage di noi, men tolse un altro.
Restava il terzo, quel si prode e vago,
A me si caro ed a la moglie mia.
Questo le rane ad affogar nel lago M’han tratto. Amici, orsii: prego: non sia Tanta frode impunita: armiamci in fretta: Peran tutte, che giusta e la vendetta.
Taci uto oh’ ebbe il venerando topo,
Fer plauso i circostanti al suo discorso; Armi, gridaro, a 1' armi: e pronto a 1’ uopo Venne di Marte il solito soccorso;
Che le persone a far vie pivi sicure L’esercito forni del’armature.
Di eortecce di fava aperte e rotte Prestamente si fer gli stivaletti (Rosa appunto 1’avean quell'altra notte);
Di canne s’ aiutar pe’ corsaletti,
Di pelle per legarle, e fu d’un gatto Che scorticato avean da lungo tratto.
Gli scudi fur de le novelle schiere Unti coperchi di lucerne antiche;
Gusci di noce furo elmi e visiere;
Aghi für lance. Alfin d’aste e loriche E d’ elmi e di tutt’ altro apparecchiata,
In campo usci la poderosa armata.
A 1’ udir la novella, si riscosse II popol de’ ranocchi. Usciro in terra;
E mentre consultavano qual fosse L’ occasion de 1’ improvvisa guerra,
Ecco apparir Montapignatte il saggio,
Figlio del semideo Seavaformaggio.
Piantossi infra la calca, e la cagione Di sua venuta espose in questi accenti: Uditori, 1’ eccelsa nazione De’ topi splendidissimi e potenti Nunzio di guerra a le ranocchie invia,
E le disfida per la bocca mia.
Rubabriciole han visto co i lor occhi Giacer sul lago, o ve 1’ ha tratto a morte Gonfiagote, il re vostro. Or de’ ranocchi Quäle ha piii saldo cor, braccio piii forte, Armisi e venga a battagliar con noi.
Disse, si volse e ritornö tra’ suoi.
Qui ne’ ranocchi un murmure si desta,
Un garbuglio, un rumor. Questo si dole Di Gonfiagote, e trema per la testa;
Quello a la sfida acconsentir non vuole.
Ma de la molestissima novella Per consolarli il re cosi favella:
Zitto, ranocchie mie, non piii romori:
Io, come tutti voi, sono innocente.
Non date fede a i topi mentitori:
So ben ehe certo sorcio impertinente, Navigar presumendo al vostro modo,
Altro gli riusci ch’andar nel brodo.
Ne per questo il vid’io quando annegossi, Non ch’ i’ sia la cagion de la sua morte.
Ma di color ch’ a nocerci son mossi Non e la schiatta nostra assai piü forte? Corriamo a 1’ armi; e di suo cieco ardire Vi so dir che ’1 nemico hassi a pentire.
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Udite attentamente il pensier mio.
Ben arraati porremci su la riva La, dove ripidissimo e '1 pendio:
Aspetteremo i topi; e quando arriva Quella marmaglia, le farem da 1' alto Far giii ne 1’ acqua allegramente un salto.
Cosi, fuor d’ ogni rischio, in poca d’ ora Tutto quanto 1’ esercito nemico Manderem senza sangue a la malora.
Date orecchio per tanto a quel ch’ io dico, Fornitevi a la pugna, e fate core,
Che non siam per averne altro ehe onore.
Rendonsi a questi detti; e con le foglie De le malve si fanno gli schinieri;
Bieta da far cora*7e ognun raccoglie,
Cavoli ognun disveste a far brocchieri;
Di chiocciola ciascun s' arma la testa,
E a far da mezza picea un giunco appresta.
Gik tutta armata, e minaeciosa in volto Sta la gente in sul lido e i topi attende; Quando al coro de’ numi in cielo accolto Giove in questa sentenza a parlar prende: Vedete colaggiü quei tanti e tanti Guerrieri, anzi Centauri, anzi Giganti?
Verran presto a le botte. Or ehi di voi Per li topi sarä? chi per le rane?
Palla, tu stai da’ topi: e’ son de’ tuoi;
Che presso a 1’ are tue si fan le tane,
Usano a i sacrifizj esser presenti E col naso t’ onorano e co’ denti.
Rispose quella: O padre, assai t’ inganni: Vadan, per conto mio, tutti a Plutone;
Che ne’ miei tempj fanno mille danni,
Si mangian 1’ orzo, guastan le corone,
Mi succian 1’ olio, onde m’ e spento il lume; Talor anco lordato hanno il mio nume.
Ma quel ehe piü mi scotta (e per insino Che non me 1’ han pagata io non la inghiotto) ehe il vestito bianco, quel piü fino Ch’ io stessa avea tessuto, me 1’ han rotto, Rotto e guasto cosi, che mel ritrovo Trasformato in un cencio; ed era novo.
II peggio e poi che mi sta sempre attorno II sarto pel di pivi de la mercede:
Ben sa ch’ io non ho soldi; e tutto il giorno Mi s’ arruota a le coste e me ne chiede.
La trama, ch’ una tal m’ avea prestata,
Non ho renduto ancor, ne 1’ ho pagata.
Ma non resta perciö ch’ anco le rane Non abbian vizj e pecche pur assai.
Una sera di queste settimane Pur troppo a le mie spese io lo provai. Sudato s’ era in campo tra le botte Dal far del giorno insino a tarda notte.
Poštami per dormire nn pocolino,
Ecco un gracchiare eterno di ranocchi M* introna in guisa tal, ch' era il mattino Giä chiaro quando prima io chiusi gli oeohi. Or quanto a questa guerra, il mio parere lasciar fare e starcela a vedere.
Non saria fuor di rischio in quella stretta Un nume ancor. Credete a me: la gente Quand’ e stizzita e calda, non rispetta Piii noi ch’un becco, nn can che sia presente Disse Palla: a gli Dei piacque il consiglio, Cosi piegaro a la gran lite il ciglio.
CANTO TERZO
Eran le sqnadre avverse a fronte a fronte,
E de le grida bellicose il suono
Per la valle echeggiava e per lo monte;
Rotava il Padre un lungo immenso tuono,
E con le trombe lor mille zanzare De la pugna il segnal vennero a dare.
Strillaforte primier fattosi avanti,
Leccaluom percotea d’ un colpo d' asta.
Non muor, ma su le zampe tremolanti 11 poverino a reggersi non basta:
Cade; e a Fangoso Sbucatore intanto Passa il corpo da 1’ uno a 1’ altro canto.
Volgesi il tristo infra la polve, e more:
Ma Bietolaio con 1’ acerba lancia Trapassa al buon Montapignatte il core. Mangiapan Moltivoce per la pancia Trafora, e lo conficca in sul terreno:
Mette il ranocchio un grido, e poi vien meno.
Godipalude allor d' ira s' accende,
Vendicarlo promette; e un sasso toglie,
L’ avventa, e Sbucator nel collo prende:
Ma per di sotto Leccaluomo il coglie Improvviso con 1’ asta, e ne la milza (Spettacol miserando) te 1’ infilza.
Vubl fuggir Mangiacavoli lontano Da la baruffa, e sdrucciola ne 1'onda;
Poco danno per lui, ma nel pantano Leccaluomo e’ traea giii de la sponda;
Che rotto, insanguinato, e sopra 1' acque Spargendo le budella, orrido giacque.
Paludano ammazzö Scavaformaggio:
Ma vedendo venir Foraprosciutti, Giacincanne perdessi di coraggio;
Lasciö lo scudo e si laneiö ne i flutti. Intanto Godilacqua un colpo assesta Al buon Mangiaprosciutti ne la testa.
Lo coglie con un sasso; e per lo naso A lui stilla il cervello, e 1’ erba intride Leccapiatti al veder 1' orrendo caso, Giacinelfango d’ una botta uccide;
Ma Rodiporro, che di ciö s' avvede,
Tira Fiutacucine per un piede.
Da 1’ erta lo precipita nel lago;
Seco si getta, e gli si stringe al collo; Finche nol vede morto, non e pago.
Se non che Rubamiche vendicollo:
Corse a Fanghin, d’ una lanciata il prese A mezzo la ventresca, e lo distese.
Vaperlofango un po’ di fango coglie,
E a Rubamaniche lo saetta in faccia Per modo ch '1 veder quasi gli toglie.
Crepa il sorcio di stizza, urla e minaccia;
E con un gran macigno al buon ranocchio Spezza due gambe e stritola un ginocchio.
Gracidante s' accosta allor pian piano,
E al vincitor ne 1’ epa un colpo tira.
Quel cade, e sotto la nemica mano Versa gli entragni insanguinati e spira.
Ciö visto Mangiagran, da la paura Lascia la pugna, e di fuggir procura.
Ferito e zoppo, a gran dolore e stento, Saltando, si ritragge dalla riva;
Dilungasi di cheto e lento lento Finche per sorte a un fossatello arriva. Intanto Rodipane a Gonfiagote Vibra una punta, e 1’ anca gli percote.
Ma zoppicando il ranocchione accorto Fugge, e d'un salto piomba nel pantano.
II topo, che l’avea creduto morto,
Stupisce, arrabbia, e gli sta sopra invano; Che del piagato re fatto avveduto,
Correa Colordiporro a dargli aiuto.
Avventa questi un colpo a Rodipane,
Ma non gli passa piii che la rotella.
Cosi fra’ topi indomiti e le rane La zuffa tuttavia si rinnovella:
Quando improvviso un fulmine di guerra Su le triste ranocchie si disserra.
Giunse a la mischia il prenee Rubatocchi, Giovane di gran cor, d’alto legnaggio; Particolar nemieo de’ ranocchi;
Degno figliuol d’Insidiapane il saggio;
II piü forte de’ topi ed il piü vago,
Che di Marte parea la viva imago.
Questi siil lido in rilevato loco Postosi, a’ topi suoi grida e schiamazza;
Aduna i forti, e giura che fra poco De le ranocchie estinguera la razza.
E da ver lo faria; raa il padre Giove A pietä de le misere si move.
Oime, dice a gli Dei, qui non si ciancia: Rubatocchi, il figliuol d' Insidiapane,
Si dispon di mandare a spada e lancia Tutta quanta la specie de le rane;
E ’l potria veramente ancor che solo.
Ma Palla e Marte spediremo a volo.
Or che pensiero e il tuo? Marte rispose:
Con gente cosi fatta io non mi mesco.
Per me, padre, non fanno queste cose;
E s'anco vo’ provar, non ci riesco:
Ne la sorella mia, dal ciel dis^esa,
Faria miglior effetto in quest’impresa.
Tutti piuttosto discendiamo insieme:
Ma basteranno, io penso, i dardi tuoi:
I dardi tuoi che tutto il mondo teme,
Ch’ Encelado atterraro e i mostri suoi,
Scaglia de' topi ne 1’ardita schiera;
E a gambe la darä 1’ armata intera.
Disse; e Giove acconsente, e un dardo afferra Avventa prima il tuon, ch’ assordi e scota E trabalzi da’ cardini la terra;
Indi lo strale orribilmente rota;
Lo scaglia; e fu quel campo in un momento Pien di confusione e di spavento.
Ma il topo, che non ha legge ne freno,
Poco da poi torna da capo, e tosto Vanno in rotta i nemici e vengon meno.
Ma Giove, che salvarli ad ogni costo Deliberato avea, gente alleata A ristorar mandö la vinta armata.
Venner certi animali orrendi e strani,
Di raz/.a sopra ogni altra ossosa e dura:
Gli occhi nel petto avean; flbre per mani,
II tergo risplendente per natura,
Curve branche, otto pie, doppia la testa,
Obliquo il camminar, d’ osso la vesta.
Granchi son detti: e quivi a la battaglia Lo scontraffatto stuol non prima e giunto Che si mette fra’ sorci, abbranca, taglia, Eompe, straccia, calpesta. Ecco in un punto Sconfitto il vincitor,- la rana il caccia,
E quelli onde fuggia, fuga e minaccia.
A’ granchi ogni arme si fiaccava in dorso: Fero un guasto, un macello innanzi sera, Mozzando or coda or zampa ad ogni morso.
E giä cadeva il Sol, quando la schiera De’ topi si ritrasse afflitta e muta:
E fu la guerra in un sol di compiuta.
il proemio, volto liberamente, come in generale si puö dire di tutto il poema, fa miglior figura nella versione rifatta che nell’ anteriore, perche piü fedele e stringato. La pittoresca idea del „7ioXep.6xXovov sp^ov vApyjo? (,arduo lavoro“) e resa pallidamente.
Liberamente bensi, ma con efficacia e tradotto il verso 5.
I versi 6 e 7 esprimono una domanda e imitano 1’ omerico „ti? t’ $p oipwe ösüv spiÖi 4ovŽ7jxe ; 11 I. 8, cui si risponde col
„to(y]V Ixov apx^v“ riferito al pec del verso 6. 11 Leopardi passa sopra alla domanda, che pur apparisce anche nella vulgata. L’ „apiatsöaavtsc 1'ßYjaav* al verso 6 e riprodotto fiaccamente. „Va perduta interamente la forza del pensiero che vale „uscir col vanto di preminente valor cavalleresco“.
Al verso 10, il „Xtyvov rcapsGupie Y've-ov“ c omesso in tutte e due le versioni. I versi 12-21 sono tradotti bene in una e nell* altra versione, nella prima perö piü efficacemente.
Al verso 19, il „IT/jXeDs“ e reso coi termini „limo, fango“. Con cid svanisce la forza della parodia, cui mira 1’ autore, alludendo all’ Iliade V. 206, cpaai ai jiev ap.ufj.ovos sxfovov etvat, pjtpö? 8’ ix @ext5o<;...
Che apparisca tradotto nella versione del Leopardi il v. 26 ch’entra nella vulgata, ma viene omesso dal Ludwich, e poco danno. Qui come in tanti altri luoghi non si puö far appunto al Leopardi eh’ebbe un testo qua e läassai differente dalle edizioni presenti vagliate dalla critica.
Al v. 50, il termine KaXoßvj e volto con „buca“. Qui la differenza sta in ciö che 1’ edizione del Leopardi avea la parola scritta con k minuscolo, mentre la presente lezione lo porta scritto con K. L’ autore
o alludeva per burla ad una cittä nominata da Omero „'AXüßuj“, oppure ne inventö una, seguendo 1’ esempio solito de’ favolisti. Omero cita sempre il nome delle cittä o dei luoghi dove i suoi eroi sortirono i natali.
Al verso 35, il termine „iptaxorcaviatoc „di farina assai finamente macinata“ o se vuolsi di „pasta ben menata“ (Backwerk aus dem feinsten Mehl, das drei Mal durchgebeutelt worden) e tradotto dal Leopardi „il piü ben cotto“.
I versi 36 e 37 non facili a tradursi, perche la lezione e incerta e certi termini pittoreschi non si prestano a riprodurne in italiano 1’ idea complessa, sono ben tradotti. II Leopardi si trae bellamente d’imbroglio e pare che preludii in certo modo alla critica futura.
Lo stesso dicasi del verso 39. I versi 40 e 41 sono riprodotti imperfettamente. Sono omesse a dirittura delle idee, come p. e. quella del »{lafsipot, xoap.oövte<; yikpas aptop,aai jitmoSoutoiai.
I versi 41-52 sono interpolati. Leopardi li traduce bene cosi come li trova. Li acconcia bene il Ludwich in guisa che i traduttori presenti si sbrigherebbero piü agevolmente.
Al senso dei versi 53-55 risponde meglio che la strofa 15 c. I. della rifatta, la versione prima.
Verso 65 — inserito dal Ludwich, perche riconobbe la necessitä di coprire una lacuna. 11 verbo Ißatvs non puö prendersi nel significato di „sal-tö“ — Qui, come in molti altri luoghi, il traduttore ci mette del suo parecchio, e combina e volge il passo oscuro ingegnosamente con grazia e brio, tanto che si legge con piacere; e lavoro bello, ma di fantasia.
I versi G7-82 della vulgata sono trasposti dai critici recenti e messi in quest’ordine; 66, 78-81, 67, 68, 74, 73, 76, 70, 71, 72, 73, 75, 82. E naturale che qui la versione non pud esser addebitata del difetto di esattezza. Egli segue 1’ ordine del testo ehe avea a mano e volge se non fedelmente, certo esteticamente. Ei coglie il senso delle idee, ma le cambia di pošto, ne inserisce qualcheduna, che non istä male, ma non figura nel testo. A lume d’ingegno puramente, muta espres-sione come p. e. (letavota, in avota divinando in certo modo le mutazioni critiche recenti. II rcoXXä 5’ eßwotpet al verso 76 deli’archetipo del Ludwich, mutato da questo in HaXXäS’ Ißampei, e reso con fedeltä relativa al testo che avea, senza omettere un cenno che tocca il senso della variante fatta dal Ludwich. Al verso 71, 1’ *ev M o\ -rjtop udXXet’ dTjGei^“ e omesso. Le due strofe 19 e 20 del I canto non sono una interpretazione, ma una pittura. II traduttore destreggia abilmente mu-tando, trasponendo, inventando, certo non per mascherare la sua ignoranza di greco — che il caso e ben differente — ma per renderci un tipo eguale italiano, vestito di altri panni, imbellito forse piü che non sia nell’ originale, il uno studio visibile di conservare i lineamenti e le fattezze del tipo greco senza 1’ uggiosa pedanteria del filologo, ma con libertä di movenza e con una disinvoltura, che non ha nulla a fare colla ciarlataneria letteraria di alcuni traduttori, che di frasi sonore sanno ammantare i grossi granchi che pigliano per supiua ignoranza della lingua da cui presumono di tradurre.
II verso 86, le parole „aXeuato xijpa [isXaivav“ fräse omerica, messe qui bellamente in parodia, non son tradotte. Cosi e mal tradotto il passo „Ttžaev onzioQ eu6uc exYj — una congettura tutta sua per legare cid che apparisce evi-dentemente slegato. II Leopardi (Strofa 5, c. III) traduce attenendosi alla lezione sbagliata e passa sopra all’ idea dell’ Bl$stav6a0Yj“ ed al seguente genitivo „hropvojiivou“ che non si puö spiegare.
II verso 223 „Topotpdfov 8’ aorgoiv žic9 üyüo.iz efevaptCsv, sta per aria nella Vulgata. Manca il soggetto. Delle combinazioni, ce ne sono parecchie. II Ludwich aggiunge un 223a che suona „Atpodoio ßiT] xpatep6v ’E^ßaaty^poc
(cod. Z) e Aet)(oirtvaxa.............ßopßopo*,otry)e (cod. II) non sono soste-
nibili. Qui il Leopardi segue una lezione di suo capo, che combina con quella congetturata dal Ludwich, v. pag. 181.
II verso 231 — una bella parodia di dicitura omerica — non e tradotto.
Verso 232, „Ilpoiaaato?“ Rodiporro. II Rollenheim meglio ,Grünrock“ ; meglio sarebbe ancora „Lauchgrüne“ verdiporro.
Strofa 7.a (Canto III) Leopardi mette in campo un eroe che 1’edizioni recenti non conoscono „KvtaawSwöxty]?“ Cercalodordarrosto. Secondo 1’ attuale lezione Leccapiatti uccide Giacinelfango, Ilpoaaato? la le ven-dette di lui ed annega nello stagno Rubabricciole ch’e a sua volta vendicato da Aet^ojc(va£. Leopardi segue un’ altra lezione ed in luogo del „vsxpöv lövta* o della recente del Ludwich „vsxpwaavTa“ pone un eroe di nome KviaawStwÄ'nj;.
II verso 235, colla sua bella impronta omerica, e volto soltanto colle parole »e al suol, morto lo stese“.
Versi 237-242: tradotti bene ed abbastanza fedelmente. Omette l’jä^Oov dpoopyj? ,(240) il rcžaev ujctioc ev xoviTjjoi“; del resto la strofa 9 e bella.
Dei versi 247 e 248 non si comprende il nesso. Non puö, dice il Ludwich, un sorcio ferito saltar nell’acqua; i sorci non nuotano (dice lui; ma nuotano e molto bene). Aggiunge un verso 247* „xif Kpau-
YaaiSrjV e'Xaae ßeXei, o? xa[j,at7jp6i;“ per far vedere che una rana, ferita saltö nel lago. II Leopardi seguendo un altro ordiue di versi dal 247-250, annette i tre versi 248-251 all’ episodio della lotta di Rodipan e Gonfiagote.
II verso 251, di colore cosi netto omerico, non e tradotto. Leopardi dice ferito Rodipan e Gonfiagote il feritore; deve aver avuto un’ edi-zione confusa.
I versi 253-259 sono omessi da Leopardi. Qui si descrive l’apiaxeia dell’eroe delle rane „’Opt.Yavtuv‘ che fa prove di maschio valore; ma deve poi fuggire, incalzato dalla massa dei sorci, che contro lui si avvanza in file compatte. Leopardi attribuisce tutto ciö alla lotta fra Rodipan e Gonfiagote. Dipinge Gonfiagote ferito al piede da Rodipan, mentre e precisamente il contrario. Rodipan e ferito da Gonfiagote, che infuria e sta per finire il rivale. Allora i sorci vanno in serrate falangi contro Gonfiagote, che fa qui la parte di Diomede incalzato dai Troiani. Ad onta dell’impetuoso suo ardire (6oüpi§os otXwjc) deve cedere e saltar nel lago.
Y. 261. „’ApTETttßouXoo“ „Insidiapane“ ben tradotto, non (Brotdieb) (Crusius); giusta versione e pure quella del Nitschke „Spürbrot.“ — La versione prima del Leopardi ha quattro canti, mentre ne ha tre soli la rifatta. II canto 4.o della prima comincia dal verso 260 del testo greco. Qui dal verso 262 al 267 il Leopardi combinö un ordine di versi che sn per giü coincide con quello della critica presente. II verso 264 deve stare per esigenza logica in un posto differente da quello che occupa nella vulgata e Leopardi lo riconosce. La successione dei versi secondo la critica presente sarebbe questa, 262, 264, 265, 266, poi il 264a. II verso 263, che sarebbe null'altro che una perifrasi del 264a viene omesso. Quest’ordine delle idee e quasi del tutto conforme a quello del Leopardi. Piü bella mi sembra la versione prima (Strofa I. canto IV) di quella della Rifatta (Strofa 14).
II verso greco, che annunzia la comparsa del grande eroe MepiSdpitafc (Rubatocchi) suona:
yjv St ti; £v nat;, MepcSapiia?, äXXu>v
II Leopardi (versione I, C. 4, Strofa I):
Era nel campo il prence Kubatocchi,
Giovine di gran cor, d’alto lignaggio,
Giä Capital nemico dei ranocchi,
Caro figliuol d’Insidiapane il saggio;
11 piü forte fra i topi ed il piü vago Che di Marte parea la viva imago.
Ai versi 268-271 la versione non corrisponde per filologica fedeltä, ma 1’ effetto cercato di destare 1’ impressione di una dicitura parodiaca di conio italiano, e raggiunto qui, come si puö dire in quasi tutto il lavoro del Leopardi.
Sfiorata e appena la traduzione dei versi 272-276 e va perduto 1’ effetto della pittura greca, che qui rispecchia cosi bene i colori omerici, da riuscire gustosissima. Va perduto 1 ou jiapöv TtXVjaaei (verso 273), 1’apitaž iv (jatpor/otc äp-sißstai (274), il xpatspov rcsp iivta (276).
Yersi 279-293 (traduzione del Leopardi c. III, Strofa 17-22). Bella versione non c’ e che dire, per fluiditä di esposizione, euritmia di verso e di rima e gaia freschezza di pittura; ma nel dettaglio le im-magini omeriche ehe ricordano scene grandiose deli’ Iliade, e qui segnano scene buffe, provocando un contrasto efficassimo — proprio quello che si richiede nelle parodie; le immagini. dico, del testo vanno sciupate pressoche intieramente. L’ autore della versione dipinge qui a fantasia, congegnando, il meglio che puö, un ordine di versi a vero dire assai eonfuso in questo luogo, differente dali’ assetto in cui li pose la critica posteriore.
Di cio non va naturalmente addebitato il Leopardi, cui al postutto piü assai della sottigliezza filologico-critica premeva di dare al suo lavoro un’ impronta genuinamente italiana, e presentare un tipo di eroicomica classica degno da imitarsi.
Dei versi 294-300, difficilissimi a volgersi in italiano, perche la lingua non si presta a composizioni di parole cosi dure e strane, di-cemmo giä prima, ehe il Leopardi fece bene a non sciupare la bella impres-sione ehe desta il suo lavoro con metterci proprio in fine una serie di vocaboloni repugnanti ad orecchio italiano. Trattasi della pittura di quelle bestie orrende e strane, che comparvero all’improvviso sul campo di battaglia per salvar le rane minacciate di esterminio. Quegli spet-tacolosi guerrieri, la cui figura e tanto diversa dai soliti combattenti, sono ritratti al naturale con termini, che qualche altra lingua puö imitare, come p. e. la tedesca (viotdotjiovec ambosrückige, ({iaXtSöstopioi, scheermäulige; batpaxoSspjiot schalthierhäutige; /eiAotžvovtE? lippenvorstreckende ; «rpcoXopiXai, krummscherige eec.); ma 1’ Italiano non puö farlo senza recar offesa alla sua lingua.
I versi 300 fino al 303, che chiude il poemetto, sono tradotti a fantasia, con ricchezza di fräse. Non si puö dire perö che il senso sia errato.
APPENDICE ILLUSTRATIVA
Dl ALCUNI GIUDIZI ESPRESSI NELLA PRIM A PARTE
di questo studio.
II concetto letterario della parodia e del travestimento non e sempre afferrato debitamente. Si scambia spesso 1’ una coli’ altro.
E vero ehe la linea di demarcazione non e cos\ nettamente trac-ciata da non ammettere spesso trapassi di confini, contatti d’ idee, imitazioni di tinte, e sopratutto tendenze comuni al buffo, al lepido, al satirico. L’ impressione generale deli’ una consuona con quella che nell1 insieme vien destata dali’ altro; ma rigorosamente parlando, se, come deve succedere, norma e legge in cosi fatti componimenti s’ ha a togliere dal classicismo, non v' e luogo a dubbi ed equivoei. La parodia non ha il compito di denigrare 1’epopea, colla mira di menomarne il prestigio tirando al basso il soggetto nobile, allo scopo di far ridere unicamente, com’e proprio della maggior parte dei travestimenti.
Essa ha un magistero artistico tutto suo particolare; ed e di renderci 1’ immagine rimpicciolita di un poema grandioso, serbandone il pensiero animatore, il tuono, la forma, il colorito, la movenza di linguaggio e di stile, riproducendo fedelmente le fattezze morali dei personaggi e la grandiosita delle scene: ed applicando tutto questo a soggetti piccini, ridicoli e grottescamente buffi, ma non imaginari o fantastici.
Dal contrasto, ehe nasce tra il grande e ’1 piccino, tra ’1 serio e ’1 faceto ritratti cogli stessi colori, sgorga limpida una vena d’ ilaritä, ehe permane fresca e ricreante in tutto il poemetto.
Di questo genere di parodie ehe nel concetto e nella forma ci danno il ritratto in miniatura di un grande poema con un’ aria permanente di comicitä, ehe spira soltanto dalla differenza dei soggetti cantati, eh’ io sappia, non ce n’ e ehe una soltanto, la Batracomachia.
Infatti una parodia, ehe sembrerebbe uno scherzo letterario insi-gnificante se non si scorgesse fin dalle prime la maestrevole abilitä di maneggio del pennello omerico; una parodia che puö anche non essere vera parodia, ma una semplice e lepida narrazione di una leggenda animale; che non contraffä il poema grandioso, cui si attaglia, ma ne ritrae 1’ ispirazione e i colori per ritrarre soggetti piccini e burlesclii con compiacenza puerile; che non fa apparire traccia di allusioni sati-riche, eppure, dopo letta, ci lascia 1’ impressione, che sotto quel blando sorriso, sotto quell’ aria di placida e serena esposizione si asconda un intento satirico finissimo; — una parodia — dico — di tal genere non si presta a raffronti con altre. — Dessa venne in luce sotto un orizzonte troppo di verso d’ idee, di costumi, di vita letteraria e civile,
perche si possa proporla in tutto e per tutto ad unico modello, cui debbano uniformarsi i presenti e futuri componimenti del genere. II tipo e pero veraruente classico; il pensiero direttivo e la forma di esposi-zione fanuo scuola uel senso, ehe insegnano i modi e le norme da seguire se si vuol raggiungere colla parodia il maggior effetto, che e quello di
conquidere divertendo, di redarguire ridendo, di satirizzare celiando.
Si e lumeggiato abbastanza 1’ambiente in cui ebbe vita, e le
tradizioni letterarie popolari e colte cui deve 1’ origine quel genere di
componimenti, di cui la batracomachia e la manifestazione piü luminosa, perche occorra qui di estendersi piü oltre.
Le parodie celebri di cui dicemmo nella Ia parte, sono prodotti artistici distinti per 1’ altezza di un pensiero eminentemente civile, morale e politico ehe le ispira; per 1' intonazione ehe hanno comune coli’ epopee gravi e solenni, da cui traggono forme e linguaggio. Rap-presentano al vivo caratteri buffi, figure grottesche di personaggi, cari-cature di uomiui e fatti gustosissime. II loro scopo e quello di rendere il culto dovuto al vero, all’onesto, abbattendo coli’ arma possente del ridicolo tutto ciö ehe danneggia o deturpa 1’ ideale cui aspira 1’ autore. Esse mostrano perö chiaramente gl’intenti che le guidano, specializzano, dirö cosi, le idee, caricauo le tinte, ingrossano la voce, spargono talora a piene mani il sale e il pope del frizzo e deli’ ironia, senza dire ehe non rifuggono neppure dalla pittura oscena e bassa, pur di mettere alla berlina gli eroi ehe ritraggono. Niente di tutto questo ha la Batracomachia. Non prende di mira, non beffeggia, non schernisce, non vitupera nessuno ; racconta piacevolmente ridendo, ali’ omerica, una favolina di animali senza spiccate allusioni a fatti umani ; e pure nell’ insieme ci presenta un quadro di caricatura di casi ed avvenimenti della vita dei popoli, cosi efficace, cosi pieno di umorismo, ehe divenne, come dicemmo, proverbiale. Non e un travestimento, ma una vera parodia, perche usa il linguaggio, il fraseggiare istesso di Omero; soltanto la parte viva del carme e rappreseutata da animali, con caratteri e usi e costumi e sentimenti e pensieri umani, ne piü ne meno di quello che avviene nelle favole animali sorte da leggende popolari. La pittura lepido-satirica di eventi umani e celata sotto il velo di una allegoria, e 1’ effetto cresce del doppio.
Della Secchia rapita del Tassoni, del Riccio rapito del Pope, e simili parodie, non occorre dir altro, perche nella la parte ne fu lu-meggiata la tendenza e valutata la forma. Del Lutrin del Boileau -Despr6aux occorre qui fare un breve cenno illustrativo, perche la sua importanza ideale e letteraria fu sfiorata appena nella Ia parte, e merita di esser messa maggiormente in rilievo, anche pel motivo, ehe il poemetto si appoggia piü strettamente a modelli classici latini e greci. Egli ride deli’ ambizione piccina di aleuni chierici a’ tempi suoi, che pur di figu-rare, di sorpassarsi vicendevolmente nel prestigio di titoli, di onori, di posizioni elevate, di pompe e lustri di parvenza, non rifuggivano dal rendersi supremamente ridicoli: ma la dicitura sa di studio accurato delle epopee classiche nella pittura comica degli eroi da burla ehe de-serive. 1’ erudito, il colto ed elegante classicista, il limato versificatore che spicca piü assai, ehe il poeta brioso e disinvolto dalla vena facile, arguta e lepida ehe distingue il poeta di parodie.
\
Sotto qualche aspetto il poemetto puö esser messo a paragone colla Batracomachia, non fosse altro per rimarcare la molta distanza ehe corre tra il Boileau e 1’ autore del poema greco nell' abilitä di espilare un poeta classico, per foggiar un’ allegra parodia fatta per punzecchiare, ridendo, uomini e cose ridevoli.
L’ esordio giä in sulle prime ci da la prova deli’ arte del Boileau nel disposare il serio al comico. Si sente in esso la reminiscenza di Virgilio e del Tasso.
Ie chante les combats, et ce prelat terrible Qui, par ses longs travaux et ga force invincible,
Dans une illustre eglise exerfant son grand coeur,
Fit placer ä la fin un lutrin dans le choeur.
C’ est en vain que le chantre, abusant d’ un faux titre,
Deux fois l’en flt öter par les mains du chapitre;
Ce prelat, sur le bane de son rival altier Deux fois le reportant, 1’ en couvrit tout entier.
Una reminiscenza virgiliana: La Discordia si vede da tempo trascurata, e insorge, vuol farsi viva e dice, C. I. v. 52
Qui voudra desormais encenser mes autels . . .
Et quisquam numen Iunonis adorat Praeterea aut supplex aris imponaet honorem?
v. 73 Tu dors, prelat, tu dors et 14-haut, k ta plače
Le chantre...............................
Eu5e!{ ’Arpeoc uit Saitppovfi; (Iliade II, 23-84)
Bpoött xaÖEuSen (Plutarco, Bruto 9, 3)
Eeminiscenza virgiliana e la similitudine al verso 85 e ss.
Tel qu’ on voit un taureau, qu’ une guepe en furie A pique dans les flanes aux depens de sa vie,
Le superbe animal, agite de tourments Exhaie sa douleur en longs mugissements . . .
Vedi Virgilio, Georgica IV. v. 236.
Altra similitudine tutta omerica ricorre al verso 113 e ss.
Comme 1’ on voit marcher les bataillons de grues
(Omero II. III. 1-6). v. 149 Ce vieillard dans le choeur a dejk vu quatre äges
(il Nestore omerico. II. I. 250-254)
v. 165-190 «Le sort, dit le prelat, vous servira de loi» ....
II sorteggio deve decidere chi abbia ad avere la preminenza nel com-piere un’ ardita impresa (vedi Omero, II. VII, v. 175 ss. Virgilio En. V. 490).
Canto II.0 v. 1 ss. Cependant cet oiseau qui pröne les merveilles Ce monstre compose de bouches et d’ oreilles,
Qui, sans cesse volant de climats en climats,
Dit partout ce qu’ il sait et ce qu’ il ne sait pas;
Le Renommee enfin, cette prompte courriere,
Va d’un mortel effroi glacer la perriquiere;
Lui dit que son epoux, d’ un faux zele conduit,
Pour placer un lutrin doit veiller cette nuit.
Yedi Virgilio En. IV. 181 ss.; Ovidio Metamorph. IX. 138. v. 15-25, 1’ intemerata che la moglie del parruc^hiere fa al marito, quando apprende che a lui toccö la sorte di abbattere il leggio, ricorda quella di Didone ad Enea. (Virgilio, Eneide IV, 305).
Una pennellata virgiliana
.............deja le jour plus sombre,
Dans les caux s' eteignant, va fair plaee a 1* ombre.
C. II, v. 51 e 63.
Les ombres cependant, sur la ville epandues Du faite des maisons descendent dans les rues.
(Virg. Eci. I. 34). v. 80. La lune, qui du ciel voit leur dSmarche altiere,
Retire en leur faveur sa paisible lumier............
«Per incertam lunam sub luce maligna»
(Virg. En. VI, 270).
v. 95-98. La Mollesse, en pleurant sur un bras se relžve,
Ouvre un oeil languissant, et, d’ une faible voix,
Laisse tomber ces inots qu’elle interrompt vingt fois.
(Virg. En. VI. 686, vox excidit ori).
Canto III v. 50 ss...........et, tirant un fusil de sa poche,
Des reines d’ un caillon, qu’ il frappe au meme instant,
11 fait jaillir un feu qui petille en sortant.
(Una scona come nell’ Eneide di Virgilio I, 174).
v. 103. cosi pure nei codice M; nel codice U, il commento del Moschopulos «’ intitola žš-rj-prjats fJ)v ßaTpa/r)jj.aytay. Marziale nelle sue Apophoreta «Homeri Batrachomachia». — Tra i manoseritti di biografie omeriche ävvene molte ehe usano
il titolo ßaTpa'/o|j.ay;a; cosi il Ps. Erodoto p. 12, 319; Froclo p. 23, 69 ßa^oa.'/op.a/ia ri fJ.uop.ayia; Suida, pag. 33, 42 ßa-payopayia o jj.uoßaxpa'/G)iayia. — Cosi nelle piü antiche edižioni di Plutarco “axpayopayia (rcept tou 'HpoBotou xa*oi)0ta; p. 873). Anche 1’ analogia di altri titoli di poeraetti o favole consimili, come p. e. yepavo-p-ayia, apa-/vo|ia'/:a, '}apojia/''a che sono sempre formati di due componenti, non di tre, avvalora 1’ innovazione fatta dal Ludwich. Titoli di tre componenti, come quello della raXeojiuo|xa^:a del bizantino Teodoro Prodromo sono rari e per lo piü foggiati sul tipo dell’inesatto titolo invalso in appresso di Batracomiomachia. Anche (j.uo(j.axta puö stare, ed apparisce di fatto nell’ avSpes, Ste Aapečov vjjict«; žvtxa>jj.ev žviau0a, tuet ttj iv ’ApxaSca fovevat fvj0(j.a'/:a».
Nella «vulgata» il testo, per quanto vogliasi corrotto, ehe venne attraverso a tanti secoli fino a noi, invalse il titolo ßaTpa'/ojj.uo|j.ax,'a) appoggiato ad antica tradizione accettata da moltissimi codici di valore. La chiamano cosi generalmente non escluso anche i titolo di (j.uoßaxpa'/ojj.ayta che e infine la stessa cosa.
2) Wehland — De praecipuis parodiarum p#etis apud Graecos — Göttingen 1833.
Batrachomachia Homerica (Fontes) Aug. Baumeister, Batrach. Homero vulgo attributa, Gött. 1852.
M. Haupt, litt. Centralblatt 1852, p. 176.
Wachsmuth, zur Batrachom., Ehein. Museum 20, 1865.
Aug. Althaus, De Batrachom. hom. genuina forma, 1866.
N. Schmidt, Verbesserungsvorschläge zn den homer. Hymnen und zur Batrachom., Eh. Mus. 26 B. 1871.
P. Weissenfels, De versibus paucis Batrachom. graecae comment. critica, Huellich 1872.
Ludwich, Varietas lectionis et scholia ad Batrachom. ex cod. Veneto, Königsberg, Progr. 1871.
Ioannes Draheiin, Homeri quae fertur Batrachom., Berolini 1874.
Arth. Ludwich, progr. Alb. Eag. 1881. Königs, wissensch. Monatsbl. III 1875 p. 14 seq.
Ludwich, Die handschriftl. Ueberlieferung der Batr., wissensch. Monatsbl. IV B. 1876.
Waltermatli, De Batrachom. origiue, natura, historia, versionibus, imitationibu» Stuttg. 1880.
Zeitschrift für Österreich. Gymnasien 1881 pg. 170 seq.
Alexis Pierron, L’ Odyssäe d’ Omdre, Paris 1875 vi. II.
van Herwerden, Mnemos. N. J. 1872 pg. 163 seq.
Hugo Stadtmuoller, Textkr. zur XXXVI. Phil. vers.
Karlor 1882 pg. 53 seq., qui Batrachom. edidit in Eclogis poet. Gr. Lips. 1883.
Carolus Kuehn, De pugna ranarura et murium, quae describitur obs. crit. 1883.
Paul Brandt, De Batrachom. homerica recognoscenda — Dissert. philologica, Bonnae 1884.
Eng. Abel, Hom. Hymni, Epigr., Batrachom, Lipsiae et Prag. 1886.
Homeri hymni, epigrammata, Batrach. ed. E. Aael, Prag, Tempsky 1886.
Zur Batrachomyom., Philologus, Zeitschrift für das klass. Alterthum, begründet von F. W. Schneidewin und E. v. Leutsch, herausgeg, von Otto Crusius in Tü-
bingen, 48 B. N. F. 2. B. 8, Göttingen — Dieterich’sehe Verlags-Buchhandlung 1889 — pag. 577.
Arthur Ludwich: Batrachomyomachiae Archetypon, ad fidem codicum antiquis-simorum restitutuin, in regia Academia Albertina per aestatem anni 1894.
Die homerische Batrachomachia des Karers Pigres, nebst Scholien und Paraphrase, herauagegeb. und erklaert von Arthur Ludwich — Leipzig, Druck und Verlag von B. G. Teubner 1896.
Nota 3.
Secolo 10°-11° Z Baroccianus. 50. Oxford.
„ 11° ä Eticorialensis; L laurentianus. Firenze — confrontato dal Brandt;
vedi coipusculum poesis ep. graec. ludibundae — H Laurentianus XXXII. Firenze.
„ 12° nq parisien6is — t. paris. coll.da Bachmann e Ludwich.
„ 13° C vaticanus, guasto e mutilato — I ambrosianus Milano, publicato
dal Wachsmuth. R. Mus. XX 1865. p. 176 — M marcianus — Venezia — Y, palatinus, esaminato dal Brandt e Ludwich.
„ 14° b— codex Thomae Coke Armigeri. Londra, collaz. dal Mattaire 1721
— D. neapolitanus.
„ 14°-15° F. vaticanus XI. 915 — g. Lipsiensis — M1 Ambrosianus — Pz va-
ticanus. 2222. Roma, olim Colonnensis son scolii.
* 15° B, codex ambrosianus — con comm. — ornato d’illustrazioni, torri,
topi, rane. — Fh, laurentianus, Firenze, famoso per le sue miniature e ornati. — f. Rehdigeranus, 20, Breslavia — Aa, Harleianus 5601.
— Britisch — Museum — Ab con chiose interlineari — Mr, ambrosianus F 40 con molte chiose — M. editio Florentina 1488, compi-lato su molti manoscritti da Demetrio Chalkondylas — una raritä — N1, venet. Marcianus XI. 16 — O. Laurentianus XXXII. Firenze — Neli' iniziale A vagamente dipinta si legge il motto fporpuoxip 19 — — — 1 — 3 11 6 21
> 20 1 7 8
» 21 1 — 4 5
s. 22 — — — — — — — 2 2
6. Domicilio dei genitori
In questa cittä 7 8 6 3 11 7 3 4 2 51
Altrove 18 17 44 31 28 16 15 21 19 209
7. Riassunto della classific. finale delV anno scol. pr ec. Negli esami di riparazione in un og- 23
getto, corrisposero 2 3 2 1 3 5 3 3 2 -
non corrisposero — 1 2 — — — — — 4
non comparvero
•) I dati cho soguono rignardano gli ßcolari ch« hanno froquentato I'iatituto flrio al ter-
1 mino dali’anno scolastico-
C L ASSE In-
Degl’ impediti per malattia a dar l’e- I A I B ii m IV v VI VII VIII sieme
same al termine deli’ anno 1896-97
si presentarono e corrisposero . . 1 1 2
Itisu.ltato complessivo
Prima con eminenza 1 4 5 3 3 4 2 2 24
Prima classe 22 15 27 32 22 18 22 19 19 256
Seconda classe 3 4 7 7 7 2 1 — — 31
Terza classe 2 4 — 1 2 — — — — 9
8. Clatsificazione al termine deli’ anno scol. 1897-98 riportarono
un attestato di prima classe coa em. 3 3 3 4 4 4 4 1 26
» di prima classe .... 13 13 32 19 27 18 17 19 20 178
» di seconda classe . . . 5 5 7 5 4 1 — — — 27
» di terza classe .... 1 3 2 2 1 — — — 9
Sospesi in un oggetto a dne mesi . 3 1 6 4 3 ■ l 2 — 20
Rimessi per malattia ad un esame
dopo le vacanze maggiori .... J — — 1 1 — — - — 3
Scolari straordinari • — — —
9. Contributi in denaro Didattro: — Pagarono la tassa per
intero nel I semestre 22 16 22 12 18 5 6 9 9 119
nel II semestre 9 8 17 17 19 5 9 7 7 98
Erano interamente esentati nel I sem 7 13 26 22 22 16 13 13 11 143
» » > nel II » 16 18 32 18 21 17 9 15 13 159
Erano esentati della metä nel I sem. — — 2 1 — 2 — 3 1 9
» » » » nel II » 1 — 1 — — 1 — 3 1 7
L’ importo riscosso sommö f. 3375 Tasse d’iscrizione, introitati f. 134.40 Contributo per mezži d’istruz. f. 269 Per duplicati di attestati sem. f. 1 Per la biblioteca giov. f. 121.40 10. Studi Itberi e relat. liberi Iscritti per lo studio della lingua slava
I Corso 8 11 4 2 — 1 — 26
II Corso — 2 1 5 _ 2 — 10
III Corso — — — — 1 2 — 5 5 13
della calligrafia, I Corso 21 IS — — — — — — — 39
» » II » — — 23 — — — — — — 23
» » III » — 8 — — — — 8
della ginnastica, I » 7 10 8 7 15 — - — — 38
„ » II » — — — — — 3 3 6 6 18
del canto, I » 5 3 3 2 — — — — — 13
» II » — 2 13 7 2 — 2 2 28
della stenografia; I » — — — — 12 2 1 2 — 17
> » II » — — — — 1 3 2 6 4 16
11. Stipendi
Numero degli stipendiati — 2 5 3 3 8 3 6 8 38
Importo complessivo degli stipendi fiorini 4619.80
13 ati inTrexitetxill
Biblioteca dei professori. — Opere 1674, volumi 3969, opuscoli 557. jBiblioteca degli scolari. — Opere 778, opuscoli 50.
Collezione dei libri scolastici del fondo di beneficenza. — Volu-mi 1646.
Gabinetto di fisica. Apparati di fisica 244, di chimica 189. Gabinetto di storia naturale. — Collezione zoologica, vertebrati 388; invertebrati 1022; oggetti zoologici di altra specie 75. — Collezione botanica 2561; minerali 741; forme cristallografiche in legno 120, in vetro 6. Imitazioni in vetro delle gemme e dei 4 diamanti piü rinomati; Oggetti diversi inerenti allo studio della Storia naturale 68. — Atlanti di Storia Naturale 10.
Nota. — Attendono con zelo e premura, alla biblioteca dei professori, il Sig. Prof. Bisiac; a quella degli scolari, il Sig. Prof. Galzigna; a quella del fondo di beneficenza, il Sig. Prof. Stef. Steffani.
6
ELENCO D’ ONORE
degli
SCOLARI CHE ALLA FINE DELL’ANNO SCOLASTICO 97-98
riportarono un attestato di
PRIMA CON
CLASSE I (a)
Baban Stefano Cergna Sebastiano Crivellari Cleto
CLASSE I (b)
Urbanaz Guglielmo Zelco Manlio Zetto Riccardo
CLASSE II
Borri Ferruccio Lughi Giovanni Venier Francesco
CLASSE III
Bradicich Manlio Depangher Antonio Marsich Antonio Sirotich Giovanni
E JA I N ENZA
CLASSE IV Antunovich Giuseppe Bronzin Vincenzo DE CZERMACK CARLO
Tesserin Amedeo
CLASSE V De Castro Pietro de Favento Giovanni Palin Antonio Tuntar Giuseppe
CLASSE VI
CLASSE VII
Babudri Francesco Bastian ich Giovanni de Favento Pietro Ghersina Guido
CLASSE VIII Cortese Michele
A V VI S O
L’apertura dell’anno scolastico 1898-99 avrä luogo il 16 Set-tembre anno corrente.
L’ iscrizione principierž, il giorno 14 Settembre dalle ore 8 ant. alle 12 meridiane.
Gli študenti dovranno comparire all’istituto accompagnati dai genitori o dai rappresentanti dei medesimi, i quali — a seanso di misure spiacevoli ehe potrebbero venir preše dalla Direzione nel corso deli’ anno scolastico — sono tenuti di dar avviso alla seri-vente presso quäle famiglia intendano collocare a dozzina i rispet-tivi figli o raccomandati. Cosi pure vorranno comparire muniti della fede di povertä, estesa in piena forma legale — sopra le stampiglie preseritte ehe si possono avere presso la libreria e cartoleria di Benedetto Lonzär di qui — quegli študenti ehe vorranno aspirare ali’ esenzione della tassa seolastiea.
Pegli esami di ammissione alla I Classe sono fissati i giorni 16, 17 e 18 Settembre anno corrente.
Gli scolari devono venire muniti della fede legale di nascita, deli’ attestato dimissorio della scuola popolare e di un attestato medico comprovante lo stato di salute del fanciullo.
Per altri esami sono destinati egualmente i giorni 16, 17 e 18 Settembre. — L’ ufficio divino d’ inaugurazione si celebrerä il 18 Settembre e 1’istruzione regolare principiera il 19 Settembre.
DALLA DIREZIONE DELL’ I. R. G1NNASIO SUPERIORE Capodistria, 3 Luglio 1898
II Direttore
Giacomo cav. Babuder
consigliere scolastico
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