Maria Rosaría Cerasuolo Pertusi Université di Trieste 808.62 (497.5 ISTRA) ETIMOLOGIE ROVIGNESI L'Autricepassa in rassegna 11 parole rovignesi : bàcolo "trabaccolo", bascarán "pesce al disotto dei due etti", bruièlo "brolo, frutteto", bugiadàga "pacchia", burlón "tuono", paladiàna "pietra o legno in ornato posta ai latí del pórtale di un palazzo", panceîro "popone vernino", parlanceín "parolaio", pastanàcia "pastinaca", priviàl "piviale", pulpuldn "polpaccio", fissandone l'etimo e integrando, in tal modo, le ricerche etimologiche di studiosi precedenti quali M. Doria e F. Crevatin. Questo articolo, costituisce una sorta di seguito a quanto già da me pubblicato, in AMSIA 19961, do ve, appunto, trattavo dei seguenti termini rovignesi (desunti dal di-zionario del dialetto rovignese di Antonio e Giovanni Pellizzer): fulpià v. tr. "pesiare" (da considerarsi pressocché idéntico al friulano folpeâ "calcare, sgualcire calcando" (cosi NP 330, Faggin 1459) e al triestino polipiar "tastare (figurativo), saggiare il terreno (di un awersario), nella terminología dei giocatori di tressette" (GDDT 431), tutti dal latino *PALPIDIARE "palpeggiare", con dissimilazione a distanza, per il rovignese e il friulano, di p - p >/- p, come per il triestino e il veneto giuliano folpo (ittion.) "polipo" (Rosamani 389), dal latino POLYPUS); incinhse v. rifl. "inchinarsi, piegarsi" (da latino INCLINARE, con paralleli qua e là nei vari dialetti italiani, ad esclusione del veneto); maseídio s.m. "eccidio, sterminio" (deformazione di italiano omicidio, cfr. per l'aferesi l'italiano micidiale)\ patruóma s.f. "pesantezza di stomaco, groppo, blocco" (parallelo alP italiano antico e al triestino patùrnia "accesso di malinconia (o di nausea)" (GDDT 979): aggiungiamo, a completamento di quanto qui esposto, la variante, sempre rovignese patoûgna, ib. Pellizzer 671); pudarà v. tr. "appoderare" e quindi "possedere, entrare in possesso" (cfr. il derivatopudaramènto s.m. "capacità, facoltà, possibilité", Pellizzer 720); pulseîn s.m. "pulcino" (anche del dignanese, più vicino, lessicalmente al tipo toscano - e francese (poussin) - che non al veneto pulisin); s embuta v. i. "cicalare, chiacchierare a lungo, cianciare" (con riscontri col grádese zambo-tà, col bisiacco sanbotar, col veneto periférico zambotar, (cfr. Pellizzer 809, Prati EV 151, Domini 395, Rosamani 922, 1242), cfr. pero anche l'italiano ciambolare, ant. ciambottare)-, saniciàre s.f.pl. "passeri", costituisce l'anello di congiunzione, che finora mancava, tra il derivato saniciareín, anche sarniciareîn, "passera" e il francese chante-claire, da cui trae origine tutta una piccola famiglia lessicale per la designa-zione di quest'uccello); sanpièrla s. f. "mano o piede spropositati", anche "ciabatta", connettibile col tipo triestino zanfarda (impiegata con gli stessi due significati della ' M. R. Cerasuolo Pertusi, Storíe di parole rovignesi, AMSIA vol. XCVI della Raccolta (XLIV della Nuova Serie), Trieste 1996, pp. 617-625. 283 parola rovignese), ital. ant. cianfarda "sorta di veste antica" (GDDT 796), piuttosto che con zampa)-, servato s.m. "quercia" (da un originario *CERRUUS, ampliamente di CERRUS "cerro" (una sorta di quercia, ben presente dalle nostre parti), da cui den-dronimi vari e toponimi in Friuli ed Istria, cfr. Rosamani 935, 1008, 1253 e G. Frau in "Mise. G. Mastrelli Anzilotti", Firenze 1992, pp. 184-185); sinsiéga s.f. "baldoria, molta allegria, mangiare e bere ", collegabile col tipo triestino ganzega ("scampagna-ta con bisboccia", pressoché idéntico, anche per signifícate, GDDT 260), con l'isolano ganséga ("gruppo di gente allegra, festa vivace e alia buona", Vascotto 122), dal tardo latino *GAUDIÁTICA (< GAUDEO "godo", cfr. Bondardo 80), attraverso una dis-simila-zione-assimilazione a distanza g - s - g> s - s - g); squatriná v.t. "spiare, tener d'occhio" (ampliamente del tipo italiano squadrare nel signifícate di "osservare atten-tamente, scrutare da capo a piedi", cfr. DELIV 3607 s. v. squatra); ulivái s.m.pl. "mutuo, prestito" (da un livel "canone, interesse", lat. *LIBELLUS o meglio AD LIBEL-LUM, con - a(d) o a(b) > u come in rovignese umóndo "molto", Pellizzer 1082), (dal lat. ABUNDE, cfr. M. Doria, AMSIA 1994, p. 370). Per la riprova di tutto ció rimando a F. Semi, Glossario, p. 224, il quale cita testualmente per Pirano (a. 1305), la locu-zione "ad fíctum sive libellum". Benché non intitolati come monografie etimologiche specifiche, segnaleró, ancora, i contributi di due illustri studiosi di lingüistica istriana: le pagine della prefazione al Pellizzer-Pellizzer di Franco Crevatin e una recensione di M. Doria (AMSIA 1994), il quale coglie l'occasione di tratteggiare la storia della stratificazione lessicale del rovignese, distinguendo fra prestiti recentissimi (dal triestino, dal croato, dall' inglese, dal tedesco, dallo spagnolo) e prestiti - talvolta molto antichi, es. bacará "gozzovigliare" -dal veneziano, e parole che possono definirsi del vecchio fondo dialettale preveneto, tali surura "sorella", linbúro "sporgenza del tetto" (da gr. EMPORION "piazza, spiaz-zo"); antichi certo anche casal nel signifícate di "casa cadente, diroccata" e il giá citato umóndo "molto" (da ABUNDE, con concordanze col grádese e, soprattutto, col friu-lano). Ma il Doria si era occupato, anche in altre occasioni di etimi rovignesi (e istri-oti in generale, v. note bibliografiche avanti). Rimarchevoli, come si é detto, anche le note etimologiche abbozzate dal Crevatin nella prefazione citata; come ad es. per balantrón "groviglio, viluppo, intrigo" (da gr. LABYRINTHOS), balbigá o balbagá "vacillare, camminare oscillando" (da BALBI-CARE id.), masido "ammansito, sottomesso, umile" (dal lat. MANSUETOS), paladü-ra anche paladoüra "roncola" (dal lat. PUTATORIA). Questo mió contributo é certo piü modesto di quelli sopra elencati, non pertanto spero riesca a gettare un po' di luce sulla storia di questo importante, caratteristico dialetto. Awerto, preliminarmente, che anche in questa seconda serie di voci (tratte dalle lettere B e P del succitato dizionario) si ricava l'impressione di un'estrema eterogenei-tá, soprattutto se riferita alia fase piú recente, direi contemporánea, del dialetto. Infatti, solo due delle voci da me indagate rivelano un certo carattere di arcaicitá e sono quin-di assegnabili al vecchio fondo dialettale preveneto (esse sono, nella fattispecie, pri- 284 viàl "piviale" e pulpulôn "polpaccio"). Qualche interesse per la storia lessicale rovi-gnese (ed istriana in generale) paiono offrire bruàlo "piccolo orto, frutteto" e forse anche buriôn "tuono" (se questo è raccostabile a 'bora'). Altre parole sono adattamen-ti più o meno vistosi di termini délia lingua letteraria (tali paladiàna "pietra o legno in ornato posta ai lati del pórtale di un palazzo" e parlanceîn "parolaio, detto di persona verbo-sa") o sono, come capita spesso, venetismi più o meno camuffati (es. bàcolo "trabaccolo"). Di minor conto le conclusioni che si possono trarre da panceîro "popone vernino", mentre pastanàcia "pastinaca", che sia pure debolmente, pare legato al Friuli (ma non per il - cal). 1. bàcolo s.m. - trabaccolo. Gli AA. non tentano alcun etimo. Certo è, comunque, che la parola non ha nulla a che fare con l'omofono triestino bàcolo "blatta, scara-faggio". Questo ricorre, veramente, come prestito anche nel rovignese, ma sotto la forma, lievemente adattata, báculo (p. 81). Data una certa propensione del dialet-to rovignese all'aferesi (qualche esempio significativo di tale procedimento lo tro-via-mo in Doria, AMSIA 1994, p. 372, es. caco "macaco", ossia "sciocco", e anche smànica "fisarmónica"), non esito a vedere in bàcolo un abbreviamento del veneziano (del triestino ecc.) trabàcolo "trabaccolo, trabiccolo" (per il suo etimo e diffusione v. GDDT 749 s.v.). L'etimo è accettabile anche se il rovignese, in aggiunta a bàcolo, conosce anche le forme complete trabàcolo e trabàculo (Pellizzer vol. II, 1054 s.v.). 2. bascarán s.m. "Nel linguaggio dei pescatori il pesce al di sotto dei due etti". Gli AA. poi precisano che l'Ive menziona questa parola anche per il vecchio dialetto (che si suppone fosse anch'esso di tipo istrioto come i vicini gallesanese e sissane-se) di Pola: "dinotare quella quantité di pesce che si muove al di sopra". Collegato ad esso risulta il plurale bascaràmi "i pesci che non fanno parte délia massa, del banco" ("pesce misto" v. un po' avanti). Evidentemente si tratta di una voce uscente al singolare con un -m- passata a -n. La considererei volentieri un derivato da PÏSCULUS "piccolo pesce", da cui proviene Tantico pisanopèscolo "briciolo", il lucchese pïscolo "minuzzolo, bruscolo" (sull'acqua, nel vino) e simm. (cosi DEI IV 2875) e, soprattutto, il bellunese pessùcola (da *PISCULU, pero rifatto su PISCIS > 'pesse', su cui REW(S) 6532). Ad esso si aggiunse il suffisso di collettivo italia-no -ame (cfr. rottame, sartiame, o anche grádese novelame "pesce novello", Cor-batto 186) ed -/- come più volte in rovignese, si sarà poi rotacizzato. Possibile, perô, pensare anche a un PISCARE o 'pesca' più il suffisso composto -oíame (cfr. in triestino e grádese barcolame "insieme di piccole barche"), sempre con rotacismo. Per lo scambio p/b cfr. baciro/pancéiro (su cui v. avanti). 3. bruièlo s.m. - brolo, frutteto. Attestato anche (v. avanti) bruàlo, il quale concorda con la forma, più frequentemente attestata in Istria, brolo, che ritroviamo ad es. 285 ad Albona, a Parenzo, a Buie, a Cittanova e a Salvore, soprattutto come toponimo. Ma a Parenzo è attestato, corne toponimo (a. 1325) Broilo e l'appellativo bràilo è anche del pisinese (Rosamani 119 s.v., cfr. la scrivente CES, AMSIA 1990, p. 190), quest'ultimo più vicino al tipo friulano brôili. Tornando al nostro bruièlo, le voci ad esso più vicine sono, nell'antico veneziano Brogio (su cui v. Prati EV p. 25) e il toponimo triestino antico Brojet (V. Scussa p. 23 Cam.) o Broglietto (Ireneo délia Croce p. 199) o Bruiet (P. Cancellieri "il Giovane", s. XIV ex., ed. M. Szom-bathely POr. N. S. 2, 1966, p. 261), oggi Broletto, ma, fin dal '400 anche, meta-tizzato, Burieto (a. 1401, Cavalli TS '400, p. 345). Broilo, brolo e broglio sono tre evoluzioni distinte a partiré da una forma originaria (di origine céltica) BROGILO, o direttamente da questa (e questo vale, oltre che per broilo anche per il fiulano brôili) o attraverso un francese breuil (v. REW 1324, ma sono possibili anche altre spiegazioni, cfr. REW(S)), da cui, appunto, broio, brogio, broglio e infine, con de-palatalizzazione, brolo. Come si constata, sul suolo istriano hanno fatto presa tutte e tre le varianti ed è questo uno dei sintomi della frammentazione dialettale e della complessità delle stratificazioni lessicali della penisola (per un altro caso, riguar-dante il nome dell'"edera" v. Doria AMSIA 88, 1988, p. 289 nonché in "Festschr. Muljacic", Hamburg 1987, p. 262). Tant'è vero che anche nell'ambito di una stes-sa area, magari molto ristretta, si sovrappongono più forme, come succédé, appunto, per Trieste, per Parenzo, per Capodistria (dove si alternano Brol(l)o a. 1348 , Broylio a. 1423, Broglio a. 1556, Brolio a. 1538. Ancora oggi, Piazza del Brolo e, su scala minore, come ora ci accorgiamo, a Rovigno. 4. bugiàdaga s.f. - pacchia. E' un derivato di bui "bollire", con acquisizione di un tratto fonético squisitamente venezianeggiante (tipo Buge "Buie", Vertenegio "Verteneglio"), piuttosto raro nel lessico del rovignese, comunque attestato (cfr. giarsïra "ieri sera", giàgia < cr.jaje "uova"). In altre parole, partiamo da un BUL-LIATICA "brodo" (cfr. con suffissazione un po' diversa il francese bouillon "brodo" o bouille "pappa, poltiglia"). Per il suffisso -ATICUM cfr. ad es. 1' italiano companàtico (dial, companàdego), per il semantismo il ben noto modo di dire (iandaré in) brodo di giùggiole. 5. buriôn s. m. - tuono. La voce non puô certo definirsi isolata. Essa ricorre, infatti, anche nell'orserese (Rosamani 132): inoltre potrebbe identificarsi con l'omofono bisiacco buriôn "bora impetuosa", cui si accompagna la variante buriùn "bora a folate riccorrenti". E' facile ammettere che dal significato originario di "vento impetuoso" si sia passati a quello di "tempesta accompagnata da vento", a "tempesta", "temporale" in genere e, infine, a "tuono". A detta del Rosamani, infatti, l'is-triano burion significa anche "burrasca improwisa", come a dire che il legame con le voci più settentrionali è assicurato. Non solo, l'isolamento della voce del rovignese è infranto, anche, dalla comparsa nel medesimo del verbo burià "tuonare" 286 (che Pellizzer-Pellizzer 155, registrano due volte!). Sono tutte voci che, nel loro insieme, si dovrebbero far risalire al latino BOREA (o meglio *BORIA). Dato pero che *BORIA potrebbe conservare il suo -i- 'etimologico' únicamente in dominio linguistico friulano, ci si domanda se la voce istriana - anziché essere un lontano prestito dal friulano - non sia, piuttosto, una derivazione lócale, autónoma, da bora con suffisso -ILLIÓNEM, tipico dell'istrioto: (cfr. dign. sión "uccel-lo", Rosamani 1033, o la forma con l'affricata zeión, Supplemento al Dalla Zonca di M. Debeljuh 338Jradibn "fratello", su cui v. M. Doria "IL" 5, 1979, p. 112 e chi scrive, CES, p. 198; cfr. pero, nello stesso campo semántico, anche il francese tourbillon), e che si abbia a che fare con un'omofonia casuale. In tal caso buriá sará un retrogrado da questa forma nomínale (e andrebbe tenuto d'occhio, quale ne sia 1'étimo, anche il lessotipo burianá). 6. paladiána s. f. - pietra o legno in ornato posta ai lati del pórtale di un palazzo. Nes-suna indicazione etimológica da parte degli AA. del Dizionario, ma é oltremodo evidente trattarsi del femminile sostantivato dell'aggettivo italiano palladiano "relativo all'architetto Palladio". E bastera confrontare, anche se non perfettamente coincidenti col nostro, le seguenti voci regístrate nel GrDLI : palladiana "pavimento palladiano" (costituito da pietre e lastre di marmo di forma irregolare, unite da materiale cementante rosso) e finestra palladiana "fínestra a forma di lunetta divisa da elementi portanti ecc.", anche capriata di tipo palladiano. 7. panceiro s. m. - popone vernino (cucumis meló hibernus). Neppur questa é voce isolata. Essa si identifica fácilmente col ben noto triestino (e anche capod., parent., zar., nonché friul., muglis. e bis.) baciro, (su cui v. GDDT s.v.) e, soprattutto col dign. bacéiri (Dalla Zonca 10). Quanto alia consonante iniziale, il nostro panceiro si ricopre con le forme attestate a Muggia e a Chioggia (v. GDDT Suppl. 842) nonché a Venezia stessa (qui accanto a bachiri [Boerio 54]). La voce é di ultima origine orientale, probabilmente persiana (baküra "frutto pri-maticcio"), giuntoci attraverso Venezia (o la Dalmazia); per bacir o bacir nel cr. di Arbe, di Cherso e di Ragusa (quivi anche bacir) v. P. Skok ERHiS s.v.e, in preceden-za, M. Deanovic in "Omagiu Rosetti", Bucarest 1965, p. 158). E in vista di quest'ul-timo canale di penetrazione colgo l'occasione di ricordare la macchietta spalatina "Toma Bacir", con "il suo testone di ebete galleggiante, come i palloncini colorati nelle fiere, sopra un corpicciattolo da fiaba", cosi F. Bettizza "II Meridiano" 7-111991 p. 32. Per baciro, fig. "testa" cfr. anche M. Doria in "Studi Deanovic" (=BALM 22-28, 1980-86, p. 71), per Baciro soprannome a Pola, Rosamani 53, s.v. 8. parlancein s.m. - parolaio. L'étimo dall' italiano parlantino "id." (XVII sec.) é fuori discussione e non meriterebbe in questa sede approfondirlo se non per alcune considerazioni di cronología relativa ai mutamenti fonetici tipici dell'istrioto. Det- 287 ta parola costituisce, infatti, un prezioso indizio riguardo l'epoca délia dittonga-zione di -i- in -éi- (sia a Rovigno che a Dignano). Essa non solo è posteriore al re-cepimento di questo italianismo, ma posteriore anche alla palatalizzazione "istria-na" (cfr. eos 'cera "costiera" passim) davanti ad i o i. Se la dittongazione di cui sopra fosse un fatto antico, essa avrebbe bloccato la palatalizzazione, palatalizzazione, dunque, che si pone, cronológicamente, tra l'assunzione del prestito e la dittongazione (buona ultima, ripetiamo, in questa serie di fenomeni linguistici). 9. pastanàcia s. f. - pastinaca (Pastinaca sativa, L.). Non occorre, anzi non è nemme-no necessario, scomodare, per spiegare questa forma, il friulano. Il caso parrebbe, di primo acchito, analogo a quello di maruàcia "fondo, deposito che lasciano Folio e il vino", evidentemente idéntico al tipo veneto maroca (per questo termine e i suoi vari signifícati v. GDDT s. v.), dove il -ca finale (da etimologico -kka) è spie-gabile únicamente per influsso friulano. Pastinàcia, invece, presuppone o un latino volgare *PASTINACIUM (cfr. le forme tipo ital. pasticciano, elencate in DEI IV 2788) o, forse, meglio *PASTINACULA, ricostruibile, possibilmente, anche con l'aiuto di forme parallele friulane (su cui v. da ultimo Pellegrini-Zamboni FPF IIN. 159). Nel caso si volesse optare per la prima alternativa, il rovign. pastinàcia sarebbe, quindi, un italianismo (toscanismo), se collegabile con le voci friulane, d'ámbito italo-settentrionale. 10. priviàl s. m. - piviale. Priviàl non è "corruzione" di (ital.) piviàle(e), bensi una continuazione locale diretta di lat. mediev. (a. 1125, Sella 448) di pluviale s.n. "mantello per ripararsi dalla pioggia durante le processioni" (cfr. a. franc, plovial, pluiel "Regenmantel" REW 6621, lucch. pievale e irp. kjovq(j)ale id. REW(S), ital. ant. pieviale, Boccaccio, pioviale a. 1365 e ploviale s. XV, DEI IV 2961. Per pluviale in testi medievali délia nostra regione cfr. a Trieste a. 1358 (D. Bloise ATr. 40, 1980, p. 56) "quattuor pluvialia (em. Doria: plumalia Cod.) ad usum sacerdo-talem, quae pluvialia (cod. plumalia) debeant servire divino culto et perpetuo remanere cathedrale ecclesie Tergesti"). La dissimilazione l-l'mr-l{ol-r) non va certo considerata fenomeno inaudito in ámbito rovignese: basterebbe rimandare alla voce pruôlaga "proroga", elencata nel nostro Dizionario a pagina 716. Quindi priviàl, ripeto, potrebbe considerarsi forma locale, non necessariamente legata a quella di altri dialetti (veneto compreso) che avrebbero potuto influiré ma non l'hanno fatto sul rovignese. 11. pulpulon s.m. -polpaccio. Già registrato nel Rosamani 837 e in GDDT (s.v.pù-pola), non è stato, forse, adeguatamente sfruttato ai fini lessicali e nei suoi rappor-ti col dignan, pulpulon "id.". Ambedue rappresentano un notevole arcaísmo rispet-to aile forme del veneto pùpola (Boerio 540) o pùpula, dove la prima l è caduta per aplologia dissimilativa e che si puô definire forma standard, diffusasi, oltre che 288 nel triestino, anche in friulano (pupule), nel polese púpole (B. Manzini, AMSIA 90, 1990, p. 283) e anche nel valiese púpola (Cernecca 87), pur essendo questo un dialetto "istrioto" (pero molto venezianizzato!). Si rammenti comunque che a Grado, Maraño e nel capodistriano púpola, -ula significano "polpastrello" e non "pol-paccio" e che non é possibile, alio stato attuale delle ricerche, precisare quale dei due significati sia il piü antico. L'étimo é, ad ogni modo, evidente: lat. PULPA + suffisso di diminutivo (aggiunto posteriormente) -OLUS. Da questa breve disanima possiamo concludere che *pulpula, -bn rappresentino, possibilmente, un arcaísmo del solo istrioto, anche se, doverosamente, occorre awertire che i tratti con-servativi non sono di per sé indizi sufficienti di caratterizzazione dialettale (nessuno ci garantisce, poi, del fatto che in un non lontano domani, capiti di trovare attestato in dominio veneto una forma del tipo pulpula, e che quindi, da questo punto di vista, preveneto d'Istria e veneto si debbano collocare sullo stesso piano). Abbreviazioni bibliografiche AMSIA Atti e Memorie della Societá Istriana di Archeologia e Storia Patria, Parenzo-Venezia-Trieste. ATr Archeografo Triestino, Trieste. BALM Bollettino dell 'Atlante Lingüístico Mediterráneo, Venezia-Roma. Boerio G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano , Venezia 1856. Bondardo M. Bondardo, Dizionario etimologico del dialetto veronese, Verana 1986. Cavalli TS '400J Cavalli, Commercio e vita privata di Trieste nel 1400, Trieste 1910. 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